Proponendoci una riflessione sull'attualità del testo di J.M. Keynes "National Self-Sufficiency", del 1933 - con la sua tripla esortazione ad adottare politiche protezioniste per motivi economici, politici ed etici - l'economista Jacques Sapir sul suo blog Russeurope smantella definitivamente il mito della superiorità del libero scambio, mostrando come già negli anni 30, dopo la Grande Crisi, i suoi immensi limiti fossero ben chiari a Keynes, soprattutto dal punto di vista degli effetti sociali. Quello che oggi è sotto i nostri occhi - la moltiplicazione dei conflitti, l'accumulo crescente di ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della democrazia - conferma la lucidità della visione di Keynes e mostra come le politiche protezioniste di Trump e tanti altri siano molto più sensate di quanto la stampa mainstream ci voglia fare credere. Al contrario, conclude Sapir: è nel protezionismo il nostro futuro.
Di Jacques Sapir, 18 gennaio 2017
Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, e la sua politica di pressione sui grandi gruppi industriali attraverso messaggi inviati via Twitter; ma anche dichiarazioni "molto francesi", come quelle di Arnaud Montebourg sul "produrre francese" hanno riproposto la questione delle moderne forme di protezionismo. Nel dibattito che si apre oggi intorno alla campagna per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, è chiaro che questo problema occuperà una posizione di primo piano. Un certo numero di candidati dichiarati - o di candidati alla candidatura - hanno preso posizione su questo tema. Ma in realtà, questo dibattito c'è già stato.
Nel 1930, dopo la Grande Depressione, un certo numero di economisti sono passati da posizioni tradizionaliste a favore del "libero scambio" verso una visione più protezionista. John Maynard Keynes era uno di questi, e certamente quello che ha esercitato l'influenza più significativa. Può essere utile quindi tornare a questo dibattito, e alla conversione di un uomo che comunque credeva nel libero scambio, per cercare di capire che cosa gli fece cambiare idea.
L'importanza del contesto
Il saggio di J.M. Keynes sulla necessità di una autosufficienza nazionale di cui vogliamo occuparci è stato pubblicato nel giugno 1933 sulla Yale Review. Si può pensare che questo testo sia stato scritto tra la fine del 1932 e i primi mesi del 1933. È quindi perfettamente contemporaneo alla elezione di Franklin Delano Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti.
Questo testo si rivela di lettura stranamente attuale e inquietante [1]. Oggi, come nel 1933, le ragioni per dubitare del libero scambio si accumulano. Gli esperti della Banca mondiale hanno drasticamente rivisto al ribasso le loro stime sui "guadagni" derivanti dalla liberalizzazione del commercio internazionale [2] , benché siano stati calcolati senza tenere conto dei possibili costi. Allo stesso modo, uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development, UNCTAD) dimostra che il 'Doha Round' dell'Organizzazione mondiale del commercio (Quarta conferenza interministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, tenuta a Doha nel novembre del 2001, ndT) potrebbe costare ai Paesi in via di sviluppo fino a 60 miliardi di dollari, mentre porterebbe loro solo 16 miliardi di guadagni [3]. Lungi dal promuovere lo sviluppo, l'Organizzazione mondiale del commercio potrebbe quindi contribuire alla povertà globale.
Perfino gli investimenti diretti esteri, a lungo considerati come una panacea per lo sviluppo, sono ora messi in discussione [4]. I meccanismi di concorrenza cui si affidano molti paesi per cercare di attirarli hanno evidentemente effetti negativi in materia di protezione sociale e ambientale [5] .
In questo contesto, le proposte del Primo Ministro francese Dominique de Villepin sul "patriottismo economico" nell'inverno 2005-2006 non appaiono più come un'aberrazione ideologica. Queste proposte affondano le loro radici in una lunga tradizione di pensiero economico, che è attualmente oggetto di una importante ripresa, sia nelle proposte di diversi esponenti politici francesi (da Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon, passando per Arnaud Montebourg e la sua campagna sul "made in France") sia del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Queste proposte si dimostrano realmente vicine al pensiero di Keynes nel 1933.
Il testo di Keynes deve essere letto nel suo contesto. Probabilmente scritto nelle ultime settimane del 1932, nella produzione di Keynes si situa quindi tra due grandi opere, il Treatise on Money e la General Theory, che segna la rottura definitiva di Keynes con il pensiero economico allora dominante. Coincide con un punto di svolta nel pensiero dell'autore. Si può considerare che il Keynes degli anni '20, anche se è perfettamente lucido sui limiti della teoria economica dominante del suo tempo, e questo in particolare per quanto riguarda la moneta, resta un liberale [6] nel significato dato a questo termine alla fine del XIX secolo. Fino alle disastrose elezioni del 1924, che vedono il crollo del partito liberale, resta anche affiliato ai Whigs, per i quali anima la Summer School nel 1923 [7] . La sua adesione al libero scambio è profonda. La sua radicale evoluzione intellettuale non incomincia prima della fine degli anni '20, ed è ben lungi dall'essere completata nel 1932-33. Del resto, questo testo è destinato a una rivista americana, che lo pubblicherà solo pochi mesi dopo l'assunzione della carica da parte di Franklin Delano Roosevelt. Keynes quindi non solo scrive in un momento di grave crisi economica e di evoluzione personale. Scrive anche per lettori che vivono in mezzo a un'economia che sta crollando e che devono mettere a confronto le loro convinzioni più sacre, soprattutto sulle virtù del libero scambio, con la drammatica realtà della Grande Depressione.
Le argomentazioni di Keynes
Le argomentazioni sviluppate da Keynes meritano la massima attenzione. Bisogna sottolineare che non si limita a discutere la questione delle protezioni tariffarie, ma parla dell'autosufficienza nazionale. Di fatto, qui si arriva ai confini dell'autarchia. Un secondo punto importante è che Keynes si concentra sul movimento dei capitali più che su quello delle merci. È dalla questione della internazionalizzazione del capitale che affronta la sua sfida all'internazionalismo economico. L'approccio può sembrare strano, perché il protezionismo è legato principalmente alla questione degli scambi di beni e servizi.
In questo testo Keynes non mette in discussione la virtù economica teorica del libero scambio, anche se pensa che si stia rapidamente esaurendo. Ritiene invece che i suoi effetti sociali siano ormai insopportabili. Il cuore del suo argomento è molto vicino alle tesi di Veblen sugli effetti sociali e politici dell'emergere di una classe di capitalisti passivi [8] . Si deve qui notare che si era già sperimentato alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX secolo un processo di accumulo accentuatissimo di ricchezza. Infatti i dati sulla distribuzione di reddito o di ricchezza mostrano che l' "1%" più ricco della popolazione accumula una quota maggioritaria del reddito e della ricchezza, una situazione a cui si tende anche oggi. È nella contrapposizione tra la realtà sociale dei produttori, inseriti all'interno di un contesto nazionale specifico, e la dimensione apolide dei capitalisti che Keynes identifica la contraddizione principale. Oggi potremmo riformulare la sua posizione sia nel vocabolario marxista sia in quello di un istituzionalismo basato sui recenti progressi della psicologia sperimentale. Nel primo, si direbbe che la alienazione propria dei lavoratori salariati diventa particolarmente insopportabile quando i salariati e i capitalisti si muovono in spazi politici diversi. Nel secondo, analizzeremmo come la separazione tra il contesto dei produttori e quello dei proprietari sia suscettibile di determinare un conflitto insolubile di preferenze, poiché queste sono costruite proprio dai contesti [9] .
Keynes d'altra parte vede in questa contrapposizione il rischio di una guerra. Il suo parere è che ciò che noi oggi chiameremmo globalizzazione non è favorevole alla pace. Questa non può essere garantita se non con un ritorno alle strutture nazionali. La proliferazione dei conflitti armati e degli interventi militari, a partire dalla fine della guerra fredda, e le tensioni crescenti sempre più violente nell'Unione europea sembrano dargli tragicamente ragione.
La difesa dell'autosufficienza per Keynes non si giustifica solo in nome della pace. Il libero scambio, in particolare la libera circolazione dei capitali, toglie alle nazioni la libertà delle loro scelte sociali. Per Keynes, è interessante notarlo, il libero scambio col tempo condanna l'esistenza della proprietà privata e impedisce il funzionamento delle istituzioni democratiche. Questo è un punto che oggi possiamo condividere pienamente [10].
Egli vi vede anche un ostacolo alla nascita della necessaria diversificazione dei percorsi all'interno del capitalismo. Perché Keynes non parla in nome di una rivoluzione anticapitalista. Al contrario, si pone come difensore dei valori di una società aperta e pluralista. Robert Skidelsky lo considerava "l'ultimo dei grandi liberali inglesi" [11] . Ma è chiaro che Keynes non vedeva un futuro diverso da caos, dittatura e guerra, se si fosse continuato a perseguire il libero scambio. Quest'ultimo porta ad accettare come valori solo quelli della finanza. Il suo rifiuto del libero scambio è anche il rifiuto della tendenza a ridurre tutto a merce, un processo in cui si mostra la distruzione finale della cultura umanistica occidentale. Da molte prospettive Keynes si pone allora come il padre spirituale di tutti i movimenti di protesta che oggi sostengono che "il mondo non è una merce".
Come valutare oggi le argomentazioni di Keynes
Le argomentazioni di Keynes, per quanto da molti punti di vista siano brillanti e moderne, non sono prive di problemi. Tuttavia, questi tenderebbero a rafforzare le sue argomentazioni sull'autosufficienza.
Non si può che essere sorpresi, leggendo il testo, per la sua difesa unilaterale del libero scambio nello sviluppo economico del XIX secolo. Si vede bene che si tratta di una lettura quantomeno anglo-centrica della storia, a meno che non si tratti di una misura precauzionale per evitare di offendere il potenziale lettore, presumibilmente liberale. Infatti, a parte la Gran Bretagna, tutti i paesi si sono sviluppati grazie al protezionismo. Il "blocco continentale" napoleonico ha svolto un ruolo importante nel formarsi delle condizioni necessarie alla rivoluzione industriale in Francia. Gli Stati Uniti sono emersi come una potenza industriale attraverso il protezionismo, in particolare la "McKinley tariff". Le traiettorie di sviluppo di Giappone, Germania e Russia, in particolare, con le tariffe protezioniste attuate da Vyshnegradsky (Ministro delle Finanze in Russia tra 1887 e 1892) e rafforzate da Sergej Witte (suo successore) [12 ] e nel XX secolo in Corea del Sud e Taiwan sono perfetti esempi a sostegno delle tesi protezionistiche di F. List [13].
Dal punto di vista teorico, oggi sappiamo che l'introduzione di ipotesi realistiche inverte i risultati dei modelli che dovrebbero "dimostrare" la superiorità del libero scambio. Lo stesso Paul Krugman ammette che l'unica cosa che possiamo dimostrare è che il libero scambio è meglio della totale assenza di commercio [14] . Ormai è impossibile dimostrare che il libero scambio è migliore del protezionismo, e si può dimostrare invece che quest'ultimo è superiore al libero scambio in molte situazioni. Siamo quindi molto lontani dalle certezze teoriche di Keynes nel 1933. In realtà, se si combina l'introduzione dei concetti delle strutture di preferenza contestualizzate a quella delle asimmetrie informative e dell'incertezza sistemica, si può supporre che sul medio periodo i sistemi chiusi non siano inferiori a quelli in cui c'è libero scambio (ma lo sarebbero senza dubbio se confrontati a sistemi di scambio regolati da un protezionismo messo al servizio di una vera politica industriale).
L'introduzione di ipotesi realistiche fa saltare incontrovertibilmente il quadro teorico marshalliano al quale Keynes nel 1932 continua ad aderire. Infatti, è nel 1944/45 che Keynes si sarà liberato dalle catene di questo pensiero economico obsoleto e svilupperà quella che può essere considerata come la base di un'analisi macroeconomica realistica dell'economia internazionale [15]. Purtroppo, quando profonde le sue ultime energie nella negoziazione di Bretton Woods, per strappare all'arroganza americana un sistema che tenesse conto della lezione della crisi esplosa tra le due guerre, non gli restano che pochi mesi di vita.
Gli avanzamenti teorici recenti, proprio quelli che i sostenitori dell'economia standard liberale rifiutano di riconoscere, confermano le più radicali intuizioni keynesiane. Lo si è già visto per quanto riguarda il concetto di illusione nominale, un aspetto centrale nella teoria keynesiana dell'inflazione [16]. Domani lo si vedrà nella teoria del commercio internazionale.
L'attualità di Keynes oggi
È quindi utile oggi leggere queste righe, pubblicate nel 1933. Siamo di fronte a una triplice esortazione ad abbandonare il libero scambio e adottare politiche protezionistiche in nome di argomenti economici, politici e morali.
Economicamente, il libero scambio non è la soluzione migliore e comporta considerevoli rischi di crisi e di accrescimento delle disuguaglianze. Mette in competizione diversi territori non in base alle attività umane che vi sono messe in atto, ma di scelte sociali e fiscali di per sé molto discutibili [17] . La liberalizzazione degli scambi non ha beneficiato i paesi più poveri, come dimostrano gli studi più recenti. Un confronto tra benefìci e costi, in particolare per quanto riguarda il crollo della capacità di investimento pubblico nella sanità e nell'istruzione dovuto al brusco calo delle entrate fiscali, suggerisce che il saldo è negativo.
Politicamente, il libero scambio è pericoloso. Mette a rischio la democrazia e la libertà di scegliere le proprie istituzioni sociali ed economiche. Dato che favorisce l'indebolimento delle strutture statali, incoraggia l'ascesa del comunitarismo e di fanatismi transfrontalieri, come il jihadismo. Lungi dall'essere una promessa di pace, l'internazionalismo economico ci conduce in realtà alla guerra.
Dal punto di vista morale, il libero scambio è indifendibile. Non ha altri orizzonti che la riduzione di qualsiasi aspetto della vita sociale a merce. Impone come valore morale l'oscenità sociale della nuova "classe agiata" globale [18] .
Se Keynes aveva chiaramente visto gli ultimi due punti, possiamo ora aggiungere il primo.
Il futuro è quindi nel protezionismo. Quest'ultimo prima si imporrà come mezzo per evitare il dumping sociale ed ecologico di alcuni paesi. Prenderà allora la forma di una politica industriale coerente, in cui si cercherà di stimolare lo sviluppo di settori con un ruolo strategico per un progetto di sviluppo. Questo porterà a ridefinire una politica economica globale che potrebbe includere la regolamentazione dei flussi di capitale, al fine di reimpadronirci degli strumenti di sovranità economica, politica e sociale. Da questo punto di vista, anche se si può pensare che la sua presentazione sia stata maldestra e la sua relazione con una politica a lungo termine assente, la nozione di patriottismo economico avanzata da Dominique de Villepin non è assurda.
Una politica di questo tipo prevede la definizione di un quadro di riferimento. Oggi, considerata la sua eterogeneità economica e sociale, l'Europa dei 28 (ora 27) non può più essere considerata uno spazio coerente a questo scopo. Restano da trovare le forme della politica futura. Sul suo senso generale però restano pochi dubbi.
Note
[1] John Maynard Keynes, "National Self-Sufficiency," The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (giugno 1933), pp. 755-769.
[2] Per un'analisi accurata e autorevole delle diverse regolazioni: F. Ackerman, The Shrinking Gains from Trade: A Critical Assessment of Doha Round Projections, Global Development and Environment Institute, Tufts University, WP n° 05-01. Vedi anche « Doha Round and Developing Countries: Will the Doha deal do more harm than good » RIS Policy Brief, n°22, aprile 2006, New Delhi.
[3] S Fernandez de Cordoba et D. Vanzetti, « Now What? Searching for a solution to the WTO Industrial Tariffs Negociations », Coping with Trade Reform, CNUCED, Genève, 2005. Voir table 11.
[4] T.H. Moran, ForeignDirect Investment and Development, The New Policy Agenda for Developing Countries and Economics in Transition, Institute for International Economics, Washington D.C., 1998.
[5] C. Oman, Policy Competition for ForeignDirect Investment,OCDE, Centre du Développement, Paris, 2000. Vedi anche, L. Zarsky, « Stuck in the Mud? Nation-States, Globalization and the Environment » in K.P. Gallagher et J. Wierksman (edits.) International Trade and Sustainable development, Earthscan, Londres, 2002, pp. 19-44.
[6] Vedi R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two. The Economist as Saviour, 1920-1937, Macmillan, Londres, 1992.
[7] Si coglie bene la posizione politica e intellettuale di Keynes dalla sua corrispondenza con la sua futura moglie, la ballerina Lydya Lopokova, tra il 1922 e il 1925. Vedi P. Hill e R. Keynes (edits.), Lydia & Maynard – The letters of Lydia Lopokova and John Maynard Keynes, André Deutsch, Londra, 1989.
[8] Vedi T. Veblen, Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times: The case of America, Allen & Unwin, Londres, 1924. Vedi anche, T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, Macmillan, New York, 1899.
[9] Sull’importanza fondamentale dell' «effetto contesto» e dell'«effetto dotazione» nei comportamenti umani, J. Sapir, Quelle économie pour le XXIè Siècle, Odile Jacob, Paris, 2005, chap. 1.
[10] J. Sapir, La Fin de l’Euro-Libéralisme, Le Seuil, Paris, 2006.
[11] R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two., op.cit. p. xv.
[12] Wcislo, Francis W., Tales of Imperial Russia: The Life and Times of Sergei Witte, 1849-1915. New York, 2011, Oxford University Press
[13] Vedi la sua recente riedizione in francese: F. List, Système national d’économie politique, Gallimard, coll. »Tel », Paris, 2000.
[14] P. Krugman, « Is Free Trade Passé? », in Journal of Economic Perspectives, Vol. 1, n°2/1987, pp. 131-144.
[15] D. Vines, « John Maynard Keynes 1937-1946: The creation of International Macroeconomics » in Economic Journal, vol. 118, 2003, pp. 338-361.
[16] Voir, G.A. Akerlof et J.L. Yellen, « Can Small Deviations from rationality Make Significant Difference to Economic Equilibria ? » in American Economic Review, vol. 75, n°4/1985, pp. 708-720 et G.A. Akerlof, W.T. Dickens et G.L. Perry, « The Macroeconomics of Low Inflation » in Brookings Papers on Economic Activity, n°1/1996, pp. 1-59.
[17] Sapir J., voir Ch. 8 et Ch. 9 de D. Colle (edit.), D’un protectionnisme l’autre – La fin de la mondialisation ?, Coll. Major, Presses Universitaires de France, Paris, Septembre 2009.
[18] Voir A. Wolfe, « Introduction » in T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, The Modern Library, New York, 2001 (nuova edizione dell'opera del 1899).
24/01/17
Crolla la Grande Truffa della Sinistra
Zero Hedge rilancia un'analisi marxista di Charles Hugh Smith che condanna senza appello la "sinistra". Questa, limitandosi alla sola difesa dei diritti delle minoranze e salutando la globalizzazione come un'opportunità per tutti, ha completamente tradito il suo compito storico di contrapporre gli interessi del lavoro a quelli del capitale. Oggi tutte le istituzioni, la politica e le strutture pubbliche, lungi dall'essere state abolite dal capitale, che in realtà dello Stato ha bisogno, sono state volte a suo vantaggio. Ma la classe lavoratrice sembra sul punto di risvegliarsi e di accorgersi del tradimento.
di Charles Hugh-Smith dal blog Of Two Minds , 23 gennaio 2017
La sinistra non è solo allo sbando - è al completo collasso perché la classe operaia si è accorta del tradimento della sinistra e del suo abbandono della classe operaia per costruire ricchezza personale e potere. La fonte dell'angoscia rabbiosa che scuote il campo progressista del Partito Democratico non è il Presidente Trump - è il completo collasso della sinistra a livello globale. Per capire questo crollo, dobbiamo rivolgerci (ancora una volta) alla comprensione profonda che Marx aveva dello Stato e del capitalismo.
Non stiamo parlando del marxismo culturale che gli americani conoscono a livello superficiale, ma del nocciolo della sua analisi economica che, come notava Sartre, viene insegnata al solo fine di screditarla.
Il marxismo culturale attinge anch'esso da Engels e Marx. Nell'uso moderno, il marxismo culturale indica l'aperto scardinamento dei valori tradizionali - la famiglia, la comunità, la fede religiosa, i diritti di proprietà e un governo centrale limitato - in favore di un cosmopolitismo senza radici e uno Stato centrale espansivo e onnipotente che sostituisce la comunità, la fede e i diritti di proprietà con meccanismi di controllo statalista che impongono la dipendenza dallo Stato stesso, e una mentalità secondo la quale l'individuo è colpevole di pensiero anti-statalista fino a prova contraria, determinata dalle regole dello Stato stesso.
La critica di Marx al capitalismo è di natura economica: il capitale e il lavoro sono in eterno conflitto. Nell'analisi di Marx il capitale ha la meglio fino a che le contraddizioni interne del capitalismo non erodono dall'interno le sue capacità di controllo.
Il capitale non domina solo il lavoro; domina anche lo Stato. Perciò la versione "statale" del capitalismo che domina a livello globale non è una coincidenza o un'anomalia - è l'unico esito possibile di un sistema nel quale il capitale è la forza dominante.
Per contrastare il dominio del capitale sono sorti i movimenti politici socialdemocratici, per strappare alcune misure dalle mani del capitale e volgerle in favore del lavoro. I movimenti socialdemocratici sono stati ampiamente aiutati dal "quasi crollo" della prima versione del capitalismo dei cartelli [cartel capitalism] durante la Grande Depressione, quando la cancellazione del debito deteriorato avrebbe comportato la distruzione dell'intero sistema bancario e azzoppato la funzione principale del capitalismo, quella di far crescere il capitale stesso tramite un'espansione del debito.
I padroni del capitale, decimati, capirono di avere un'unica scelta: resistere fino ad essere rovesciati dall'anarchismo o dal comunismo, oppure cedere un po' della loro ricchezza e del loro potere ai partiti socialdemocratici in cambio di stabilità sociale, politica ed economica.
In termini generali si direbbe che la sinistra favorisce il lavoro (i cui diritti sono protetti dallo Stato) mentre la destra favorisce il capitale (i cui diritti sono ugualmente protetti dallo Stato).
Ma nel corso degli ultimi 25 anni di neoliberalismo globalizzato, i movimenti socialdemocratici hanno abbandonato il lavoro per abbracciare la ricchezza e il potere che gli venivano offerti dal capitale. L'essenza della globalizzazione è questa: il lavoro viene mercificato mentre il capitale mobile è libero di girare in qualsiasi angolo del mondo per cercare il costo del lavoro minore possibile. Al contrario del capitale, il lavoro è molto meno mobile, non è in grado di spostarsi fluidamente e senza frizioni come fa il capitale, alla ricerca di opportunità e di scarsità da sfruttare a proprio vantaggio.
Il neoliberalismo - l'apertura dei mercati e delle frontiere - permette al capitale di schiacciare il lavoro senza alcuno sforzo. I socialdemocratici, nel momento in cui abbracciano l'idea dei "confini aperti", istituzionalizzano l'apertura all'immigrazione; questa disintegra il valore della forza lavoro dato dalla sua scarsità sul mercato interno, e permette di abbassarne il prezzo grazie al lavoro degli immigrati, a tutto vantaggio del desiderio del capitale di abbattere i costi.
La globalizzazione, la finanza neoliberale e le politiche di immigrazione determinano il crollo della sinistra e la vittoria del capitale. Ora è il capitale a dominare totalmente lo Stato e le sue strutture clientelari - i partiti politici, le lobby, i contributi alle campagne elettorali, le fondazioni di beneficienza che operano a pagamento, e tutte le altre strutture del capitalismo di Stato.
Per nascondere il crollo della difesa economica del lavoro da parte della sinistra, i sostenitori della sinistra e la macchina delle pubbliche relazioni hanno sostituito i movimenti per la giustizia sociale alle lotte per acquisire sicurezza economica e capitale. Questo è riuscito alla perfezione, e decine di milioni di autoproclamati "progressisti" si sono bevuti la Grande Truffa della sinistra, secondo la quale le campagne di "giustizia sociale" in nome di gruppi sociali emarginati sarebbero la vera caratteristica distintiva dei movimenti progressisti e socialdemocratici.
Questo giochetto da prestigiatore, questo abbraccio delle campagne per la "giustizia sociale" economicamente neutre, ha mascherato il fatto che i partiti socialdemocratici avevano intanto gettato il lavoro nel tritacarne della globalizzazione, dell'apertura all'immigrazione e della libera circolazione del capitale, che intanto era tutto contento dell'abbandono del lavoro da parte della sinistra.
Nel frattempo i furboni della sinistra si sono ingozzati delle concessioni elargite dal capitale in cambio del loro tradimento. Vengono in mente i "guadagni" di Bill e Hillary Clinton per 200 milioni di dollari, e innumerevoli altri esempi di arricchimenti personali da parte di autoproclamati "difensori" del lavoro.
Guardate il grafico seguente. Rappresenta la quota di PIL destinata al lavoro. Ora ditemi se la sinistra non ha abbandonato il lavoro in nome della propria ricchezza e potere personale.

La sinistra non è solo allo sbando - è al crollo totale - ora che la classe lavoratrice si è svegliata e si è resa conto del tradimento e dell'abbandono da parte di chi si è occupato solo del proprio interesse personale. Chiunque lo neghi non si è ancora reso conto della Grande Truffa della Sinistra.
di Charles Hugh-Smith dal blog Of Two Minds , 23 gennaio 2017
La sinistra non è solo allo sbando - è al completo collasso perché la classe operaia si è accorta del tradimento della sinistra e del suo abbandono della classe operaia per costruire ricchezza personale e potere. La fonte dell'angoscia rabbiosa che scuote il campo progressista del Partito Democratico non è il Presidente Trump - è il completo collasso della sinistra a livello globale. Per capire questo crollo, dobbiamo rivolgerci (ancora una volta) alla comprensione profonda che Marx aveva dello Stato e del capitalismo.
Non stiamo parlando del marxismo culturale che gli americani conoscono a livello superficiale, ma del nocciolo della sua analisi economica che, come notava Sartre, viene insegnata al solo fine di screditarla.
Il marxismo culturale attinge anch'esso da Engels e Marx. Nell'uso moderno, il marxismo culturale indica l'aperto scardinamento dei valori tradizionali - la famiglia, la comunità, la fede religiosa, i diritti di proprietà e un governo centrale limitato - in favore di un cosmopolitismo senza radici e uno Stato centrale espansivo e onnipotente che sostituisce la comunità, la fede e i diritti di proprietà con meccanismi di controllo statalista che impongono la dipendenza dallo Stato stesso, e una mentalità secondo la quale l'individuo è colpevole di pensiero anti-statalista fino a prova contraria, determinata dalle regole dello Stato stesso.
La critica di Marx al capitalismo è di natura economica: il capitale e il lavoro sono in eterno conflitto. Nell'analisi di Marx il capitale ha la meglio fino a che le contraddizioni interne del capitalismo non erodono dall'interno le sue capacità di controllo.
Il capitale non domina solo il lavoro; domina anche lo Stato. Perciò la versione "statale" del capitalismo che domina a livello globale non è una coincidenza o un'anomalia - è l'unico esito possibile di un sistema nel quale il capitale è la forza dominante.
Per contrastare il dominio del capitale sono sorti i movimenti politici socialdemocratici, per strappare alcune misure dalle mani del capitale e volgerle in favore del lavoro. I movimenti socialdemocratici sono stati ampiamente aiutati dal "quasi crollo" della prima versione del capitalismo dei cartelli [cartel capitalism] durante la Grande Depressione, quando la cancellazione del debito deteriorato avrebbe comportato la distruzione dell'intero sistema bancario e azzoppato la funzione principale del capitalismo, quella di far crescere il capitale stesso tramite un'espansione del debito.
I padroni del capitale, decimati, capirono di avere un'unica scelta: resistere fino ad essere rovesciati dall'anarchismo o dal comunismo, oppure cedere un po' della loro ricchezza e del loro potere ai partiti socialdemocratici in cambio di stabilità sociale, politica ed economica.
In termini generali si direbbe che la sinistra favorisce il lavoro (i cui diritti sono protetti dallo Stato) mentre la destra favorisce il capitale (i cui diritti sono ugualmente protetti dallo Stato).
Ma nel corso degli ultimi 25 anni di neoliberalismo globalizzato, i movimenti socialdemocratici hanno abbandonato il lavoro per abbracciare la ricchezza e il potere che gli venivano offerti dal capitale. L'essenza della globalizzazione è questa: il lavoro viene mercificato mentre il capitale mobile è libero di girare in qualsiasi angolo del mondo per cercare il costo del lavoro minore possibile. Al contrario del capitale, il lavoro è molto meno mobile, non è in grado di spostarsi fluidamente e senza frizioni come fa il capitale, alla ricerca di opportunità e di scarsità da sfruttare a proprio vantaggio.
Il neoliberalismo - l'apertura dei mercati e delle frontiere - permette al capitale di schiacciare il lavoro senza alcuno sforzo. I socialdemocratici, nel momento in cui abbracciano l'idea dei "confini aperti", istituzionalizzano l'apertura all'immigrazione; questa disintegra il valore della forza lavoro dato dalla sua scarsità sul mercato interno, e permette di abbassarne il prezzo grazie al lavoro degli immigrati, a tutto vantaggio del desiderio del capitale di abbattere i costi.
La globalizzazione, la finanza neoliberale e le politiche di immigrazione determinano il crollo della sinistra e la vittoria del capitale. Ora è il capitale a dominare totalmente lo Stato e le sue strutture clientelari - i partiti politici, le lobby, i contributi alle campagne elettorali, le fondazioni di beneficienza che operano a pagamento, e tutte le altre strutture del capitalismo di Stato.
Per nascondere il crollo della difesa economica del lavoro da parte della sinistra, i sostenitori della sinistra e la macchina delle pubbliche relazioni hanno sostituito i movimenti per la giustizia sociale alle lotte per acquisire sicurezza economica e capitale. Questo è riuscito alla perfezione, e decine di milioni di autoproclamati "progressisti" si sono bevuti la Grande Truffa della sinistra, secondo la quale le campagne di "giustizia sociale" in nome di gruppi sociali emarginati sarebbero la vera caratteristica distintiva dei movimenti progressisti e socialdemocratici.
Questo giochetto da prestigiatore, questo abbraccio delle campagne per la "giustizia sociale" economicamente neutre, ha mascherato il fatto che i partiti socialdemocratici avevano intanto gettato il lavoro nel tritacarne della globalizzazione, dell'apertura all'immigrazione e della libera circolazione del capitale, che intanto era tutto contento dell'abbandono del lavoro da parte della sinistra.
Nel frattempo i furboni della sinistra si sono ingozzati delle concessioni elargite dal capitale in cambio del loro tradimento. Vengono in mente i "guadagni" di Bill e Hillary Clinton per 200 milioni di dollari, e innumerevoli altri esempi di arricchimenti personali da parte di autoproclamati "difensori" del lavoro.
Guardate il grafico seguente. Rappresenta la quota di PIL destinata al lavoro. Ora ditemi se la sinistra non ha abbandonato il lavoro in nome della propria ricchezza e potere personale.
La sinistra non è solo allo sbando - è al crollo totale - ora che la classe lavoratrice si è svegliata e si è resa conto del tradimento e dell'abbandono da parte di chi si è occupato solo del proprio interesse personale. Chiunque lo neghi non si è ancora reso conto della Grande Truffa della Sinistra.
23/01/17
ZH - Sbalorditiva ammissione di Draghi: un paese può lasciare l'eurozona, ma deve prima "pagare il conto"
Mario Draghi - sul quale è stata recentemente aperta un'inchiesta dell'Ombudsman della UE per "conflitto d'interessi" - ha platealmente sconfessato il "whatever it takes" di quattro anni fa: in una lettera di qualche giorno fa ha candidamente ammesso che un paese membro può lasciare l'eurozona, a patto che saldi le sue posizioni sul sistema Target2. La caduta dell'ultimo tabù da parte della BCE suona contemporaneamente come uno spettacolare "liberi tutti" per i paesi deboli dell'eurozona e una quasi minaccia per l'Italia, il cui altissimo passivo Target2 costituirebbe una tremenda perdita per il principale creditore, la Germania, che non tarderà a valutare quanto valga la pena prevenirla. Da ZeroHedge.
di Tyler Durden, 21 gennaio 2017
Meno di 4 anni fa, e poco dopo la famigerata minaccia agli speculatori del "whatever it takes", Mario Draghi rispondeva a una domanda dei lettori di Zero Hedge, affermando che "non esiste un piano B" per quel che riguardava i piani di emergenza nel caso una nazione della zona euro uscisse dall'unione monetaria. Il ragionamento era semplice: concepire un tale scenario significava ammettere la possibilità che si verificasse, ed è per questo che la BCE voleva disperatamente dare l'impressione che la coesione dell'Europa fosse indistruttibile, a qualsiasi costo.
Facciamo un veloce passo avanti a quattro anni dopo, quando non solo questa particolare strategia è stata completamente rigettata, ma per la prima volta il Governatore della BCE ha fornito un quadro, per quanto vago, che mostra cosa potrebbe accadere in caso di Exit.
In una lettera a due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì, e riportata per la prima volta da Reuters, Mario Draghi ha ammesso che un paese potrebbe uscire dalla zona euro - e questo è quanto per il suo "non esiste un Piano B" - ma prima di chiudere dovrebbe saldare i debiti col sistema di pagamenti Target2 dell'eurozona.
"Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto", ha detto Draghi nella lettera, senza specificare in quale valuta dovrebbe aver luogo la "liquidazione". Non è chiaro nemmeno quale sarebbe la reazione della BCE se un paese non "regolasse integralmente i suoi conti": in definitiva, la BCE non dispone di un esercito che garantisca il rispetto delle sue politiche.
Come conferma Reuters, il commento di Draghi costituisce "un vago riferimento da parte del Governatore della BCE alla possibilità che l'eurozona perda dei membri". Noi diremmo non solo un "riferimento", ma l'ammissione che un'Italexit è fin troppo possibile, e che tuttavia l'unico modo in cui la BCE lo permetterebbe sarebbe quello di far prima pagare all'Italia il suo conto Target2 di 357 miliardi di euro (sul quale diversi sprovveduti professori di economia hanno sostenuto negli ultimi 5 anni che non sarebbe mai stato utilizzato dalla BCE come merce di scambio nei negoziati sull'"exit" e che non ha implicazioni politiche; oops).
A dire il vero, il beneficiario di questo pagamento sarebbe il paese che fa più affidamento sul persistere dello status quo: la Germania, che ha qualcosa come 754 miliardi di euro di "attività" nel sistema Target2, che potrebbero essere azzerate se uno o più paesi della zona euro dovessero uscire senza soddisfare i propri obblighi di pagamento.
Nella lettera, Draghi ha ribadito che gli squilibri sono dovuti al programma di acquisto titoli della BCE, nel quale molti dei venditori sono investitori stranieri con conti in Germania, e al conseguente riequilibrio dei portafogli.
L'ammissione di Draghi che il "QuItaly" - o UscIta come è chiamata all'interno del paese - è una possibilità fin troppo reale, coincide con un'ondata di sentimenti anti-euro in Italia e in altri stati dell'eurozona, alimentati in parte dalla decisione senza precedenti della Gran Bretagna nel giugno scorso di lasciare l'Unione europea.
La minaccia di default sui debiti transfrontalieri è stata spesso ritenuta un elemento di coesione della zona euro durante la crisi finanziaria. Poiché questi pagamenti generalmente non sono saldati, le economie più deboli, tra cui l'Italia, la Spagna e la Grecia, hanno accumulato enormi debiti verso Target2, mentre la Germania si distingue come il più grande creditore, con crediti netti per 754,1 miliardi di euro.
Gli squilibri Target2 sono peggiorati negli ultimi mesi, quando l'economista di Harvard Carmen Reinhart ha lanciato l'allarme su una fuga di capitali dall'Italia. Lo si può vedere nel grafico sottostante, il quale conferma come sotto la calma apparente dei bassi rendimenti dei titoli italiani - anche se recentemente risultano in crescita - si stanno accumulando enormi squilibri di capitali.
[caption id="" align="alignnone" width="964"]
Crediti e debiti nel sistema Target2 - in verde la Germania e in rosso l'Italia - dal 2003 al 2016[/caption]
L'ammissione di Draghi, da intendere quasi come una minaccia all'Italia, potrebbe aver aperto un nuovo vaso di Pandora per la stabilità europea, in aggiunta alle preoccupazioni per Trump, perché non solo Draghi ha confermato che l'uscita dalla zona euro è stata esplicitamente prevista dalla banca centrale, ma definisce anche le condizioni alle quali sarebbe presa in considerazione e consentita.
Ancora più importante, ancora una volta fornisce la base per una "negoziazione" aggressiva, che potenzialmente può degenerare in una escalation di rancorose trattative tra l'Italia e la Germania, poiché la BCE ha messo di colpo in chiaro che il guadagno dell'Italia in una "ipotetica" uscita dalla zona euro costituirebbe una tremenda perdita per Berlino e per la Merkel. Siamo sicuri che in tempo brevissimo emergerà anche la questione di "quanto" valga la pena per la Merkel prevenire tale perdita. Quanto al significato della dichiarazione di Draghi per i paesi con un debito Target2 molto inferiore, che potrebbero anche prendere in considerazione l'uscita dall'unione monetaria, la risposta è racchiusa in due parole: "via libera".
Aggiornamento: Come ci è stato fatto giustamente notare da @KellerZoe, dalla lettera di Draghi ai parlamentari Marco Zanni e Marco Valli non risulta la necessità di saldare i conti Target2 "prima" di un'uscita, ma semplicemente si dice che in caso di uscita i conti dovranno essere regolati integralmente. L'articolo di Zero Hedge quindi si rifà a una interpretazione estensiva da parte di Reuters e non al testo originale.
di Tyler Durden, 21 gennaio 2017
Meno di 4 anni fa, e poco dopo la famigerata minaccia agli speculatori del "whatever it takes", Mario Draghi rispondeva a una domanda dei lettori di Zero Hedge, affermando che "non esiste un piano B" per quel che riguardava i piani di emergenza nel caso una nazione della zona euro uscisse dall'unione monetaria. Il ragionamento era semplice: concepire un tale scenario significava ammettere la possibilità che si verificasse, ed è per questo che la BCE voleva disperatamente dare l'impressione che la coesione dell'Europa fosse indistruttibile, a qualsiasi costo.
Facciamo un veloce passo avanti a quattro anni dopo, quando non solo questa particolare strategia è stata completamente rigettata, ma per la prima volta il Governatore della BCE ha fornito un quadro, per quanto vago, che mostra cosa potrebbe accadere in caso di Exit.
In una lettera a due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì, e riportata per la prima volta da Reuters, Mario Draghi ha ammesso che un paese potrebbe uscire dalla zona euro - e questo è quanto per il suo "non esiste un Piano B" - ma prima di chiudere dovrebbe saldare i debiti col sistema di pagamenti Target2 dell'eurozona.
"Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto", ha detto Draghi nella lettera, senza specificare in quale valuta dovrebbe aver luogo la "liquidazione". Non è chiaro nemmeno quale sarebbe la reazione della BCE se un paese non "regolasse integralmente i suoi conti": in definitiva, la BCE non dispone di un esercito che garantisca il rispetto delle sue politiche.
Come conferma Reuters, il commento di Draghi costituisce "un vago riferimento da parte del Governatore della BCE alla possibilità che l'eurozona perda dei membri". Noi diremmo non solo un "riferimento", ma l'ammissione che un'Italexit è fin troppo possibile, e che tuttavia l'unico modo in cui la BCE lo permetterebbe sarebbe quello di far prima pagare all'Italia il suo conto Target2 di 357 miliardi di euro (sul quale diversi sprovveduti professori di economia hanno sostenuto negli ultimi 5 anni che non sarebbe mai stato utilizzato dalla BCE come merce di scambio nei negoziati sull'"exit" e che non ha implicazioni politiche; oops).
A dire il vero, il beneficiario di questo pagamento sarebbe il paese che fa più affidamento sul persistere dello status quo: la Germania, che ha qualcosa come 754 miliardi di euro di "attività" nel sistema Target2, che potrebbero essere azzerate se uno o più paesi della zona euro dovessero uscire senza soddisfare i propri obblighi di pagamento.
Nella lettera, Draghi ha ribadito che gli squilibri sono dovuti al programma di acquisto titoli della BCE, nel quale molti dei venditori sono investitori stranieri con conti in Germania, e al conseguente riequilibrio dei portafogli.
L'ammissione di Draghi che il "QuItaly" - o UscIta come è chiamata all'interno del paese - è una possibilità fin troppo reale, coincide con un'ondata di sentimenti anti-euro in Italia e in altri stati dell'eurozona, alimentati in parte dalla decisione senza precedenti della Gran Bretagna nel giugno scorso di lasciare l'Unione europea.
La minaccia di default sui debiti transfrontalieri è stata spesso ritenuta un elemento di coesione della zona euro durante la crisi finanziaria. Poiché questi pagamenti generalmente non sono saldati, le economie più deboli, tra cui l'Italia, la Spagna e la Grecia, hanno accumulato enormi debiti verso Target2, mentre la Germania si distingue come il più grande creditore, con crediti netti per 754,1 miliardi di euro.
Gli squilibri Target2 sono peggiorati negli ultimi mesi, quando l'economista di Harvard Carmen Reinhart ha lanciato l'allarme su una fuga di capitali dall'Italia. Lo si può vedere nel grafico sottostante, il quale conferma come sotto la calma apparente dei bassi rendimenti dei titoli italiani - anche se recentemente risultano in crescita - si stanno accumulando enormi squilibri di capitali.
[caption id="" align="alignnone" width="964"]
L'ammissione di Draghi, da intendere quasi come una minaccia all'Italia, potrebbe aver aperto un nuovo vaso di Pandora per la stabilità europea, in aggiunta alle preoccupazioni per Trump, perché non solo Draghi ha confermato che l'uscita dalla zona euro è stata esplicitamente prevista dalla banca centrale, ma definisce anche le condizioni alle quali sarebbe presa in considerazione e consentita.
Ancora più importante, ancora una volta fornisce la base per una "negoziazione" aggressiva, che potenzialmente può degenerare in una escalation di rancorose trattative tra l'Italia e la Germania, poiché la BCE ha messo di colpo in chiaro che il guadagno dell'Italia in una "ipotetica" uscita dalla zona euro costituirebbe una tremenda perdita per Berlino e per la Merkel. Siamo sicuri che in tempo brevissimo emergerà anche la questione di "quanto" valga la pena per la Merkel prevenire tale perdita. Quanto al significato della dichiarazione di Draghi per i paesi con un debito Target2 molto inferiore, che potrebbero anche prendere in considerazione l'uscita dall'unione monetaria, la risposta è racchiusa in due parole: "via libera".
Aggiornamento: Come ci è stato fatto giustamente notare da @KellerZoe, dalla lettera di Draghi ai parlamentari Marco Zanni e Marco Valli non risulta la necessità di saldare i conti Target2 "prima" di un'uscita, ma semplicemente si dice che in caso di uscita i conti dovranno essere regolati integralmente. L'articolo di Zero Hedge quindi si rifà a una interpretazione estensiva da parte di Reuters e non al testo originale.
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22/01/17
Craig Roberts: la Dichiarazione di Guerra di Trump
Dal suo blog, riportiamo il commento del famoso analista Paul Craig Roberts al discorso di insediamento di Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti: Trump ha chiaramente individuato il nemico interno, ma le sue aperture non impediranno che la lista dei suoi oppositori si allunghi - dal complesso militare e della sicurezza capeggiato dalla CIA, a Wall Street e alla Fed, alle multinazionali, ai politici statunitensi ed europei legati all'establishment euro-atlantico della NATO, ai leader dei gruppi per i diritti delle minoranze nere, ispaniche, omosessuali e transgender. Craig Roberts non esclude nemmeno che Trump possa essere il bersaglio di un assassinio.
di Paul Craig Roberts, 20 gennaio 2017
Il breve discorso inaugurale del presidente Trump è stato una dichiarazione di guerra contro tutto l'establishment americano al potere. Tutto.
Trump ha reso abbondantemente chiaro che i nemici degli americani sono proprio qui in casa: globalisti, economisti neoliberisti, neoconservatori e altri unilateralisti abituati ad imporre gli Stati Uniti nel mondo, che ci coinvolgono in costose guerre senza fine, e politici che servono l'establishment al potere piuttosto che gli americani; a dirla tutta, l'intera cupola di interessi privati che ha portato l'America allo sfinimento mentre gli interessati si arricchivano.
Se si può dire la verità, il Presidente Trump ha dichiarato guerra a se stesso, una guerra per lui molto più pericolosa che se avesse dichiarato guerra alla Russia o alla Cina.
I gruppi di interesse designati da Trump come "Il Nemico" sono ben radicati e abituati a stare al potere. Le loro potenti reti di relazioni sono ancora al loro posto. Anche se ci sono maggioranze repubblicane sia alla Camera che al Senato, la maggior parte dei rappresentati del Congresso è tenuta a rispondere ai gruppi di interesse al potere che finanziano le loro campagne, e non al popolo americano e al Presidente. Il complesso militare/della sicurezza, le multinazionali che delocalizzano, Wall Street e le banche, non cederanno a Trump. Né lo faranno i media prezzolati, che sono di proprietà dei gruppi di interesse il cui potere viene sfidato da Trump.
Trump ha chiarito che sta dalla parte di ogni americano, nero, marrone e bianco. Pochi dubbi sul fatto che la sua dichiarazione di inclusività e apertura verrà ignorata dagli odiatori della sinistra, che continueranno a chiamarlo razzista, come già stanno facendo, mentre scrivo, i manifestanti pagati 50 dollari all'ora.
In effetti, la leadership nera, per esempio, è educata al ruolo della vittima, ruolo al quale le sarebbe difficile sfuggire. Come si fa a mettere insieme persone alle quali per tutta la vita è stato insegnato che i bianchi sono razzisti e che loro sono vittime dei razzisti?
Lo si può fare? Ho partecipato ad un breve programma su Press TV, nel quale avremmo dovuto commentare il discorso inaugurale di Trump. L'altro commentatore era un nero americano, da Washington, DC. Il carattere inclusivo del discorso di Trump non gli ha fatto nessuna impressione, e l'ospite della trasmissione era interessato solo a mostrare le proteste dei manifestanti al fine di screditare l'America. Così tante persone hanno un interesse economico a parlare in nome delle vittime e a dire che l'apertura di Trump toglie loro lavoro.
Quindi insieme ai globalisti, alla CIA, alle multinazionali che delocalizzano, alle industrie degli armamenti, all'establishment NATO in Europa, e ai politici stranieri abituati a essere pagati profumatamente per sostenere la politica estera interventista di Washington, si schiereranno contro Trump anche i leader dei gruppi vittimizzati, i neri, gli ispanici, le femministe, i clandestini, gli omosessuali e i transgender. Questa lunga lista ovviamente include anche i bianchi liberal, convinti che l'America da una costa all'altra sia abitata da bianchi razzisti , misogini, omofobi, e svitati amanti delle armi. Per quanto li riguarda, questo 84% della geografia degli Stati Uniti dovrebbe essere messo in quarantena o seppellito.
In altre parole, rimane abbastanza buona volontà nella popolazione per consentire a un Presidente di riunire il 16% che odia l'America con l'84% che la ama?
Considerate le forze che Trump si trova contro:
I leader neri e ispanici hanno bisogno del vittimismo, perché è quello che conferisce loro reddito e potere. Guarderanno con sospetto all'apertura di Trump. La sua inclusività è un bene per i neri e gli ispanici, ma non per i loro leader.
I dirigenti e gli azionisti delle multinazionali sono arricchiti dalla delocalizzazione del lavoro che Trump dice che riporterà a casa. Se tornano i posti di lavoro, se ne andranno i loro profitti, i bonus e le plusvalenze. Ma tornerà la sicurezza economica della popolazione americana.
Il complesso militare/della sicurezza ha un bilancio annuale di 1.000 miliardi che dipende dalla "minaccia russa", minaccia che Trump dice di voler sostituire con una normalizzazione dei rapporti. L'assassinio di Trump non può essere escluso.
Molti europei devono il proprio prestigio, il proprio potere, e i propri redditi alla NATO, che Trump ha messo in discussione.
I profitti del settore finanziario derivano quasi interamente dalla schiavitù del debito cui sono sottoposti gli americani e dal saccheggio delle loro pensioni private e pubbliche. Il settore finanziario con il suo agente, la Federal Reserve, può distruggere Trump con una crisi finanziaria. La Federal Reserve di New York ha una sala operativa completa. Può mandare nel caos qualsiasi mercato. O sostenere qualsiasi mercato, perché non vi è alcun limite alla sua capacità di creare dollari.
L'intero edificio politico degli Stati Uniti si è completamente isolato dal volere, dai desideri e dalle esigenze del popolo. Ora Trump dice che i politici risponderanno al popolo. Questo, naturalmente, significherebbe un forte colpo alla continuità dei loro incarichi, al loro reddito e alla loro ricchezza.
C'è un gran numero di gruppi, finanziati da non-sappiamo-chi. Ad esempio, oggi RootsAction ha risposto al forte impegno di Trump di stare al fianco di tutto il popolo contro l'Establishment al Potere, con la richiesta al Congresso "di incaricare la Commissione Giustizia della Camera per un'iniziativa di impeachment" e di inviare denaro per l'impeachment di Trump.
Un altro gruppo di odio, human right first, attacca la difesa di Trump dei nostri confini in quanto chiude "un rifugio di speranza per coloro che fuggono dalle persecuzioni". Pensateci per un minuto. Secondo le organizzazioni liberal-progressiste di sinistra e i gruppi di interesse razziali, gli Stati Uniti sono una società razzista e il presidente Trump è un razzista. Eppure, le persone soggette al razzismo americano fuggono dalle persecuzioni verso l'America, dove subiranno persecuzioni razziali? Non ha senso. I clandestini vengono qui per lavoro. Chiedete alle imprese di costruzione. Chiedete ai mattatoi. Chiedete ai servizi di pulizia nelle aree turistiche.
La lista di quelli a cui Trump ha dichiarato guerra è abbastanza lunga, anche se se ne potrebbero aggiungere degli altri.
Dovremmo chiederci perché un miliardario di 70 anni con imprese fiorenti, una bella moglie, e dei figli intelligenti, sia disposto a sottoporre i suoi ultimi anni alla straordinaria pressione di fare il Presidente con il difficile programma di riportare il governo nelle mani del popolo americano. Non c'è dubbio che Trump ha fatto di sé stesso un bersaglio. La CIA non ha intenzione di mollare il colpo e andare via. Perché una persona dovrebbe farsi carico dell'imponente ricostruzione dell'America che Trump ha dichiarato di voler fare, quando poteva invece trascorrere i suoi ultimi anni godendosela immensamente?
Qualunque sia la ragione, dovremmo essergli grati per questo, e se è sincero lo dobbiamo sostenere. Se viene assassinato, dobbiamo prendere le armi, radere al suolo Langley [sede centrale della CIA, ndt] e ucciderli tutti.
Se avrà successo, merita il titolo: Trump il Grande!
La Russia, la Cina, l'Iran, il Venezuela, l'Ecuador, la Bolivia, e qualsiasi altro paese sulla lista nera della CIA dovrebbe capire che l'ascesa di Trump non basta a proteggerlo. La CIA è una organizzazione a livello mondiale. I suoi redditizi affari forniscono delle entrate indipendenti dal bilancio degli Stati Uniti. L'organizzazione è in grado di intraprendere azioni indipendentemente dal Presidente o anche dal proprio Direttore.
La CIA ha avuto circa 70 anni per consolidarsi. Ed esiste ancora.
di Paul Craig Roberts, 20 gennaio 2017
Il breve discorso inaugurale del presidente Trump è stato una dichiarazione di guerra contro tutto l'establishment americano al potere. Tutto.
Trump ha reso abbondantemente chiaro che i nemici degli americani sono proprio qui in casa: globalisti, economisti neoliberisti, neoconservatori e altri unilateralisti abituati ad imporre gli Stati Uniti nel mondo, che ci coinvolgono in costose guerre senza fine, e politici che servono l'establishment al potere piuttosto che gli americani; a dirla tutta, l'intera cupola di interessi privati che ha portato l'America allo sfinimento mentre gli interessati si arricchivano.
Se si può dire la verità, il Presidente Trump ha dichiarato guerra a se stesso, una guerra per lui molto più pericolosa che se avesse dichiarato guerra alla Russia o alla Cina.
I gruppi di interesse designati da Trump come "Il Nemico" sono ben radicati e abituati a stare al potere. Le loro potenti reti di relazioni sono ancora al loro posto. Anche se ci sono maggioranze repubblicane sia alla Camera che al Senato, la maggior parte dei rappresentati del Congresso è tenuta a rispondere ai gruppi di interesse al potere che finanziano le loro campagne, e non al popolo americano e al Presidente. Il complesso militare/della sicurezza, le multinazionali che delocalizzano, Wall Street e le banche, non cederanno a Trump. Né lo faranno i media prezzolati, che sono di proprietà dei gruppi di interesse il cui potere viene sfidato da Trump.
Trump ha chiarito che sta dalla parte di ogni americano, nero, marrone e bianco. Pochi dubbi sul fatto che la sua dichiarazione di inclusività e apertura verrà ignorata dagli odiatori della sinistra, che continueranno a chiamarlo razzista, come già stanno facendo, mentre scrivo, i manifestanti pagati 50 dollari all'ora.
In effetti, la leadership nera, per esempio, è educata al ruolo della vittima, ruolo al quale le sarebbe difficile sfuggire. Come si fa a mettere insieme persone alle quali per tutta la vita è stato insegnato che i bianchi sono razzisti e che loro sono vittime dei razzisti?
Lo si può fare? Ho partecipato ad un breve programma su Press TV, nel quale avremmo dovuto commentare il discorso inaugurale di Trump. L'altro commentatore era un nero americano, da Washington, DC. Il carattere inclusivo del discorso di Trump non gli ha fatto nessuna impressione, e l'ospite della trasmissione era interessato solo a mostrare le proteste dei manifestanti al fine di screditare l'America. Così tante persone hanno un interesse economico a parlare in nome delle vittime e a dire che l'apertura di Trump toglie loro lavoro.
Quindi insieme ai globalisti, alla CIA, alle multinazionali che delocalizzano, alle industrie degli armamenti, all'establishment NATO in Europa, e ai politici stranieri abituati a essere pagati profumatamente per sostenere la politica estera interventista di Washington, si schiereranno contro Trump anche i leader dei gruppi vittimizzati, i neri, gli ispanici, le femministe, i clandestini, gli omosessuali e i transgender. Questa lunga lista ovviamente include anche i bianchi liberal, convinti che l'America da una costa all'altra sia abitata da bianchi razzisti , misogini, omofobi, e svitati amanti delle armi. Per quanto li riguarda, questo 84% della geografia degli Stati Uniti dovrebbe essere messo in quarantena o seppellito.
In altre parole, rimane abbastanza buona volontà nella popolazione per consentire a un Presidente di riunire il 16% che odia l'America con l'84% che la ama?
Considerate le forze che Trump si trova contro:
I leader neri e ispanici hanno bisogno del vittimismo, perché è quello che conferisce loro reddito e potere. Guarderanno con sospetto all'apertura di Trump. La sua inclusività è un bene per i neri e gli ispanici, ma non per i loro leader.
I dirigenti e gli azionisti delle multinazionali sono arricchiti dalla delocalizzazione del lavoro che Trump dice che riporterà a casa. Se tornano i posti di lavoro, se ne andranno i loro profitti, i bonus e le plusvalenze. Ma tornerà la sicurezza economica della popolazione americana.
Il complesso militare/della sicurezza ha un bilancio annuale di 1.000 miliardi che dipende dalla "minaccia russa", minaccia che Trump dice di voler sostituire con una normalizzazione dei rapporti. L'assassinio di Trump non può essere escluso.
Molti europei devono il proprio prestigio, il proprio potere, e i propri redditi alla NATO, che Trump ha messo in discussione.
I profitti del settore finanziario derivano quasi interamente dalla schiavitù del debito cui sono sottoposti gli americani e dal saccheggio delle loro pensioni private e pubbliche. Il settore finanziario con il suo agente, la Federal Reserve, può distruggere Trump con una crisi finanziaria. La Federal Reserve di New York ha una sala operativa completa. Può mandare nel caos qualsiasi mercato. O sostenere qualsiasi mercato, perché non vi è alcun limite alla sua capacità di creare dollari.
L'intero edificio politico degli Stati Uniti si è completamente isolato dal volere, dai desideri e dalle esigenze del popolo. Ora Trump dice che i politici risponderanno al popolo. Questo, naturalmente, significherebbe un forte colpo alla continuità dei loro incarichi, al loro reddito e alla loro ricchezza.
C'è un gran numero di gruppi, finanziati da non-sappiamo-chi. Ad esempio, oggi RootsAction ha risposto al forte impegno di Trump di stare al fianco di tutto il popolo contro l'Establishment al Potere, con la richiesta al Congresso "di incaricare la Commissione Giustizia della Camera per un'iniziativa di impeachment" e di inviare denaro per l'impeachment di Trump.
Un altro gruppo di odio, human right first, attacca la difesa di Trump dei nostri confini in quanto chiude "un rifugio di speranza per coloro che fuggono dalle persecuzioni". Pensateci per un minuto. Secondo le organizzazioni liberal-progressiste di sinistra e i gruppi di interesse razziali, gli Stati Uniti sono una società razzista e il presidente Trump è un razzista. Eppure, le persone soggette al razzismo americano fuggono dalle persecuzioni verso l'America, dove subiranno persecuzioni razziali? Non ha senso. I clandestini vengono qui per lavoro. Chiedete alle imprese di costruzione. Chiedete ai mattatoi. Chiedete ai servizi di pulizia nelle aree turistiche.
La lista di quelli a cui Trump ha dichiarato guerra è abbastanza lunga, anche se se ne potrebbero aggiungere degli altri.
Dovremmo chiederci perché un miliardario di 70 anni con imprese fiorenti, una bella moglie, e dei figli intelligenti, sia disposto a sottoporre i suoi ultimi anni alla straordinaria pressione di fare il Presidente con il difficile programma di riportare il governo nelle mani del popolo americano. Non c'è dubbio che Trump ha fatto di sé stesso un bersaglio. La CIA non ha intenzione di mollare il colpo e andare via. Perché una persona dovrebbe farsi carico dell'imponente ricostruzione dell'America che Trump ha dichiarato di voler fare, quando poteva invece trascorrere i suoi ultimi anni godendosela immensamente?
Qualunque sia la ragione, dovremmo essergli grati per questo, e se è sincero lo dobbiamo sostenere. Se viene assassinato, dobbiamo prendere le armi, radere al suolo Langley [sede centrale della CIA, ndt] e ucciderli tutti.
Se avrà successo, merita il titolo: Trump il Grande!
La Russia, la Cina, l'Iran, il Venezuela, l'Ecuador, la Bolivia, e qualsiasi altro paese sulla lista nera della CIA dovrebbe capire che l'ascesa di Trump non basta a proteggerlo. La CIA è una organizzazione a livello mondiale. I suoi redditizi affari forniscono delle entrate indipendenti dal bilancio degli Stati Uniti. L'organizzazione è in grado di intraprendere azioni indipendentemente dal Presidente o anche dal proprio Direttore.
La CIA ha avuto circa 70 anni per consolidarsi. Ed esiste ancora.
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21/01/17
Donald Trump, il discorso inaugurale: ridiamo il potere al popolo.
Nel discorso inaugurale dopo il giuramento, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non assume, come di solito avviene, il tono conciliante ed ecumenico del vincitore giunto al potere, ma ribadisce con forza e determinazione i temi caldi della sua campagna elettorale, promettendo di restituire il potere al popolo e rimettere al centro di tutto l'interesse degli Stati Uniti. Dichiara che vuole parlare a tutti gli americani, ma indica apertamente nell'establishment, che ha fatto i propri interessi invece di quelli della nazione, il nemico interno del paese.
Evoca la classe media impoverita, le fabbriche arrugginite, i lavoratori disoccupati, le madri povere delle città interne, promette loro che non saranno più dimenticati. Afferma che l'economia sarà stimolata attraverso la protezione dalla concorrenza degli altri paesi e un grande rilancio delle infrastrutture. Ribadisce il suo motto: America first.
Discorso inaugurale di Donald Trump, 20 gennaio 2017
Traduzione di @Andunedhel
Presidente della Corte suprema Roberts, presidente Carter, presidente Clinton, presidente Bush, presidente Obama, americani e gente di tutto il mondo: grazie.
Noi, i cittadini d'America, ci siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il nostro paese e per ripristinare la sua promessa per tutto il nostro popolo.
Insieme, determineremo il corso dell'America e del mondo per molti, molti anni a venire.
Insieme, affronteremo sfide. Affronteremo difficoltà. Ma porteremo a termine il lavoro.
Ogni quattro anni, ci riuniamo su questi gradini per effettuare il trasferimento, ordinato e pacifico, del potere e siamo grati al Presidente Obama e alla First Lady Michelle Obama per il loro gentile aiuto durante questa transizione. Sono stati magnifici. Grazie.
La cerimonia di oggi, tuttavia, ha un significato molto speciale. Perché oggi non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un'amministrazione all'altra, o da un partito all'altro - ma stiamo trasferendo il potere da Washington, DC, e restituendolo nuovamente a voi, il popolo.
Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i benefici del governo, mentre il popolo ne ha sostenuto il costo.
Washington è fiorita - ma il popolo non ha partecipato della sua ricchezza.
I politici hanno prosperato - ma i posti di lavoro se ne sono andati, e le fabbriche hanno chiuso.
L'establishment ha protetto se stesso, ma non i cittadini del nostro paese.
Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie. I loro trionfi non sono stati i vostri trionfi. E mentre loro hanno celebrato nella capitale della nostra nazione, c'era poco da festeggiare per le famiglie che sono in difficoltà nel nostro paese.
Tutto questo cambia - a partire proprio da qui e da ora, perché questo momento è il vostro momento: appartiene a voi.
Appartiene a tutti quelli riuniti qui oggi e a tutti quelli che stanno guardando da tutta l'America.
Questo è il vostro giorno. Questa è la vostra festa.
E questo, gli Stati Uniti d'America, è il vostro paese.Ciò che veramente è importante non è quale partito controlla il nostro governo, ma se il nostro governo è controllato dal popolo.
Oggi, 20 gennaio 2017, sarà ricordato come il giorno in cui il popolo ha ripreso nuovamente in mano il governo di questa nazione.
Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati. Tutti vi ascoltano ora.
Siete venuti a decine di milioni per diventare parte di un movimento storico, come il mondo non ne ha mai visto uno prima.
Al centro di questo movimento c'è una convinzione fondamentale: che una nazione esiste per servire i suoi cittadini.
Gli americani vogliono grandi scuole per i loro figli, quartieri sicuri per le loro famiglie, e, per loro, buoni posti di lavoro.Queste sono giuste e ragionevoli richieste di un popolo virtuoso.
Ma per troppi dei nostri concittadini esiste una realtà diversa: madri e bambini intrappolati nella povertà nelle nostre città dell'interno; fabbriche arrugginite sparse come lapidi sull'orizzonte della nostra nazione; un sistema educativo inondato di denaro, ma che lascia i nostri giovani e meravigliosi studenti privi di ogni conoscenza; e il crimine e le bande e le droghe che rubano troppe vite e derubano il nostro Paese di tanto potenziale non realizzato.
Questa carneficina americana finisce qui e finisce ora. Siamo una sola nazione - e il loro dolore è il nostro dolore. I loro sogni sono i nostri sogni; e il loro successo sarà il nostro successo. Condividiamo un cuore, una casa, e un destino glorioso.
Il giuramento che faccio oggi è un giuramento di fedeltà a tutti gli americani.
Per molti decenni abbiamo arricchito l'industria estera a scapito dell'industria americana; sovvenzionato gli eserciti di altri paesi, consentendo nel contempo il tristissimo indebolimento delle nostre forze armate. Abbiamo difeso i confini di altre nazioni, rifiutando di difendere i nostri. E abbiamo speso trilioni e trilioni di di dollari all'estero, mentre le infrastrutture degli Stati Uniti sono cadute in rovina.
Abbiamo fatto ricchi altri paesi, mentre la ricchezza, la forza e la fiducia del nostro paese sono scomparse all'orizzonte.
Una dopo l'altra, le fabbriche hanno chiuso e lasciato le nostre sponde, senza un pensiero per i milioni e milioni di lavoratori americani lasciati indietro. La ricchezza della nostra classe media è stata strappata dalle loro case e poi ridistribuita in tutto il mondo.
Ma questo è il passato. E ora stiamo guardando solo al futuro.
Noi riuniti qui oggi promulghiamo un nuovo decreto, da ascoltare in ogni città, in ogni capitale straniera, e in ogni stanza del potere. Da ora in avanti, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento in poi ci sarà solo un motto: l'America viene prima. L'America viene prima.
Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull'immigrazione, sulla politica estera, sarà fatto per beneficiare i lavoratori americani e le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dalla devastazione di altri paesi che fabbricano i nostri prodotti, rubano le nostre aziende, distruggono i nostri posti di lavoro. Questa protezione porterà a una grande prosperità e forza.
Mi batterò per voi con ogni respiro del mio corpo - e non vi deluderò mai, mai. L'America tornerà a vincere, a vincere come mai prima. Ci riprenderemo i nostri posti di lavoro. Ci riprenderemo i nostri confini. Ci riprenderemo la nostra ricchezza. E ci riprenderemo indietro i nostri sogni.
Costruiremo nuove strade e autostrade, e ponti e aeroporti, e gallerie, e ferrovie attraverso tutta la nostra meravigliosa nazione. Tireremo fuori la nostra gente dall'assistenzialismo e la metteremo di nuovo al lavoro - per ricostruire il nostro paese con mani americane e lavoro americano.
Seguiremo due semplici regole: comprare americano e assumere americano. Cercheremo amicizia e buoni rapporti con le nazioni del mondo - ma lo facciamo con la consapevolezza che è il diritto di tutte le nazioni il mettere al primo posto i propri interessi.
Noi non cerchiamo di imporre il nostro modo di vita a nessuno, ma piuttosto di farlo risplendere come un esempio. Risplenderemo come un esempio da seguire per tutti .
Rafforzeremo vecchie alleanze e ne creeremo di nuove - e uniremo il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale, che verrà sradicato completamente dalla faccia della Terra.
Il fondamento della nostra politica sarà una fedeltà totale verso gli Stati Uniti d'America, e attraverso la nostro lealtà verso il nostro paese, noi riscopriremo la nostra lealtà reciproca. Quando apri il tuo cuore al patriottismo, non c'è spazio per i pregiudizi.
La Bibbia ci dice: "Quanto è buono e quanto è soave che il popolo di Dio viva insieme in unità".
Dobbiamo dire quello che pensiamo apertamente, discutere onestamente i nostri disaccordi, ma perseguire sempre la solidarietà.
Quando l'America è unita, l'America è totalmente inarrestabile.
Non ci deve essere nessuna paura - siamo protetti, e saremo sempre protetti.
Saremo protetti dai grandi uomini e dalle grandi donne del nostro esercito e delle nostre agenzie di polizia. E, soprattutto, saremo protetti da Dio.
Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande. In America, noi capiamo che una nazione vive solo finché ce la mette tutta. Noi non accetteremo più politici tutti chiacchiere e niente fatti - costantemente a lamentarsi, ma mai a fare nulla di concreto.
Il tempo delle parole vuote è finito. Ora arriva l'ora dell'azione.
Non lasciate che nessuno vi dica che non si può fare. Nessuna sfida può essere più forte del cuore, della combattività e dello spirito dell'America. Noi non falliremo. Il nostro paese si svilupperà e prospererà di nuovo. Ci troviamo alla nascita di un nuovo millennio, pronti a svelare i misteri dello spazio, a liberare la terra dalle miserie della malattia, e a sfruttare le energie, le industrie e le tecnologie di domani.
Un nuovo orgoglio nazionale sveglierà le nostre anime, solleverà i nostri sguardi, e guarirà le nostre divisioni. È tempo di ricordare la vecchia saggezza che i nostri soldati non potranno mai dimenticare: che sia che siamo neri o marroni o bianchi, tutti noi sanguiniamo lo stesso sangue rosso di patrioti, tutti godiamo le stesse libertà gloriose, e noi tutti salutiamo la stessa grande bandiera americano.
E sia un bambino nato nella metropoli di Detroit sia nelle pianure spazzate dal vento del Nebraska, guardano allo stesso cielo di notte, riempiono il loro cuore con gli stessi sogni, e sono infusi con l'alito della vita dallo stesso onnipotente Creatore. Quindi, americani tutti, in ogni città vicina e lontana, piccola e grande, da una montagna all'altra, e da mare a mare, sentite queste parole: voi non sarete mai più ignorati.
La vostra voce, le vostre speranze, i vostri sogni definiranno il nostro destino americano. E il vostro coraggio, la vostra bontà e il vostro amore ci guideranno per sempre lungo il cammino. Insieme, renderemo l'America di nuovo forte. Renderemo l'America di nuovo ricca. Renderemo l'America di nuovo orgogliosa. Renderemo l'America di nuovo sicura.
E, sì, insieme, faremo di nuovo grande l'America.
Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l'America.
Evoca la classe media impoverita, le fabbriche arrugginite, i lavoratori disoccupati, le madri povere delle città interne, promette loro che non saranno più dimenticati. Afferma che l'economia sarà stimolata attraverso la protezione dalla concorrenza degli altri paesi e un grande rilancio delle infrastrutture. Ribadisce il suo motto: America first.
Discorso inaugurale di Donald Trump, 20 gennaio 2017
Traduzione di @Andunedhel
Presidente della Corte suprema Roberts, presidente Carter, presidente Clinton, presidente Bush, presidente Obama, americani e gente di tutto il mondo: grazie.
Noi, i cittadini d'America, ci siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il nostro paese e per ripristinare la sua promessa per tutto il nostro popolo.
Insieme, determineremo il corso dell'America e del mondo per molti, molti anni a venire.
Insieme, affronteremo sfide. Affronteremo difficoltà. Ma porteremo a termine il lavoro.
Ogni quattro anni, ci riuniamo su questi gradini per effettuare il trasferimento, ordinato e pacifico, del potere e siamo grati al Presidente Obama e alla First Lady Michelle Obama per il loro gentile aiuto durante questa transizione. Sono stati magnifici. Grazie.
La cerimonia di oggi, tuttavia, ha un significato molto speciale. Perché oggi non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un'amministrazione all'altra, o da un partito all'altro - ma stiamo trasferendo il potere da Washington, DC, e restituendolo nuovamente a voi, il popolo.
Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i benefici del governo, mentre il popolo ne ha sostenuto il costo.
Washington è fiorita - ma il popolo non ha partecipato della sua ricchezza.
I politici hanno prosperato - ma i posti di lavoro se ne sono andati, e le fabbriche hanno chiuso.
L'establishment ha protetto se stesso, ma non i cittadini del nostro paese.
Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie. I loro trionfi non sono stati i vostri trionfi. E mentre loro hanno celebrato nella capitale della nostra nazione, c'era poco da festeggiare per le famiglie che sono in difficoltà nel nostro paese.
Tutto questo cambia - a partire proprio da qui e da ora, perché questo momento è il vostro momento: appartiene a voi.
Appartiene a tutti quelli riuniti qui oggi e a tutti quelli che stanno guardando da tutta l'America.
Questo è il vostro giorno. Questa è la vostra festa.
E questo, gli Stati Uniti d'America, è il vostro paese.Ciò che veramente è importante non è quale partito controlla il nostro governo, ma se il nostro governo è controllato dal popolo.
Oggi, 20 gennaio 2017, sarà ricordato come il giorno in cui il popolo ha ripreso nuovamente in mano il governo di questa nazione.
Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati. Tutti vi ascoltano ora.
Siete venuti a decine di milioni per diventare parte di un movimento storico, come il mondo non ne ha mai visto uno prima.
Al centro di questo movimento c'è una convinzione fondamentale: che una nazione esiste per servire i suoi cittadini.
Gli americani vogliono grandi scuole per i loro figli, quartieri sicuri per le loro famiglie, e, per loro, buoni posti di lavoro.Queste sono giuste e ragionevoli richieste di un popolo virtuoso.
Ma per troppi dei nostri concittadini esiste una realtà diversa: madri e bambini intrappolati nella povertà nelle nostre città dell'interno; fabbriche arrugginite sparse come lapidi sull'orizzonte della nostra nazione; un sistema educativo inondato di denaro, ma che lascia i nostri giovani e meravigliosi studenti privi di ogni conoscenza; e il crimine e le bande e le droghe che rubano troppe vite e derubano il nostro Paese di tanto potenziale non realizzato.
Questa carneficina americana finisce qui e finisce ora. Siamo una sola nazione - e il loro dolore è il nostro dolore. I loro sogni sono i nostri sogni; e il loro successo sarà il nostro successo. Condividiamo un cuore, una casa, e un destino glorioso.
Il giuramento che faccio oggi è un giuramento di fedeltà a tutti gli americani.
Per molti decenni abbiamo arricchito l'industria estera a scapito dell'industria americana; sovvenzionato gli eserciti di altri paesi, consentendo nel contempo il tristissimo indebolimento delle nostre forze armate. Abbiamo difeso i confini di altre nazioni, rifiutando di difendere i nostri. E abbiamo speso trilioni e trilioni di di dollari all'estero, mentre le infrastrutture degli Stati Uniti sono cadute in rovina.
Abbiamo fatto ricchi altri paesi, mentre la ricchezza, la forza e la fiducia del nostro paese sono scomparse all'orizzonte.
Una dopo l'altra, le fabbriche hanno chiuso e lasciato le nostre sponde, senza un pensiero per i milioni e milioni di lavoratori americani lasciati indietro. La ricchezza della nostra classe media è stata strappata dalle loro case e poi ridistribuita in tutto il mondo.
Ma questo è il passato. E ora stiamo guardando solo al futuro.
Noi riuniti qui oggi promulghiamo un nuovo decreto, da ascoltare in ogni città, in ogni capitale straniera, e in ogni stanza del potere. Da ora in avanti, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento in poi ci sarà solo un motto: l'America viene prima. L'America viene prima.
Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull'immigrazione, sulla politica estera, sarà fatto per beneficiare i lavoratori americani e le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dalla devastazione di altri paesi che fabbricano i nostri prodotti, rubano le nostre aziende, distruggono i nostri posti di lavoro. Questa protezione porterà a una grande prosperità e forza.
Mi batterò per voi con ogni respiro del mio corpo - e non vi deluderò mai, mai. L'America tornerà a vincere, a vincere come mai prima. Ci riprenderemo i nostri posti di lavoro. Ci riprenderemo i nostri confini. Ci riprenderemo la nostra ricchezza. E ci riprenderemo indietro i nostri sogni.
Costruiremo nuove strade e autostrade, e ponti e aeroporti, e gallerie, e ferrovie attraverso tutta la nostra meravigliosa nazione. Tireremo fuori la nostra gente dall'assistenzialismo e la metteremo di nuovo al lavoro - per ricostruire il nostro paese con mani americane e lavoro americano.
Seguiremo due semplici regole: comprare americano e assumere americano. Cercheremo amicizia e buoni rapporti con le nazioni del mondo - ma lo facciamo con la consapevolezza che è il diritto di tutte le nazioni il mettere al primo posto i propri interessi.
Noi non cerchiamo di imporre il nostro modo di vita a nessuno, ma piuttosto di farlo risplendere come un esempio. Risplenderemo come un esempio da seguire per tutti .
Rafforzeremo vecchie alleanze e ne creeremo di nuove - e uniremo il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale, che verrà sradicato completamente dalla faccia della Terra.
Il fondamento della nostra politica sarà una fedeltà totale verso gli Stati Uniti d'America, e attraverso la nostro lealtà verso il nostro paese, noi riscopriremo la nostra lealtà reciproca. Quando apri il tuo cuore al patriottismo, non c'è spazio per i pregiudizi.
La Bibbia ci dice: "Quanto è buono e quanto è soave che il popolo di Dio viva insieme in unità".
Dobbiamo dire quello che pensiamo apertamente, discutere onestamente i nostri disaccordi, ma perseguire sempre la solidarietà.
Quando l'America è unita, l'America è totalmente inarrestabile.
Non ci deve essere nessuna paura - siamo protetti, e saremo sempre protetti.
Saremo protetti dai grandi uomini e dalle grandi donne del nostro esercito e delle nostre agenzie di polizia. E, soprattutto, saremo protetti da Dio.
Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande. In America, noi capiamo che una nazione vive solo finché ce la mette tutta. Noi non accetteremo più politici tutti chiacchiere e niente fatti - costantemente a lamentarsi, ma mai a fare nulla di concreto.
Il tempo delle parole vuote è finito. Ora arriva l'ora dell'azione.
Non lasciate che nessuno vi dica che non si può fare. Nessuna sfida può essere più forte del cuore, della combattività e dello spirito dell'America. Noi non falliremo. Il nostro paese si svilupperà e prospererà di nuovo. Ci troviamo alla nascita di un nuovo millennio, pronti a svelare i misteri dello spazio, a liberare la terra dalle miserie della malattia, e a sfruttare le energie, le industrie e le tecnologie di domani.
Un nuovo orgoglio nazionale sveglierà le nostre anime, solleverà i nostri sguardi, e guarirà le nostre divisioni. È tempo di ricordare la vecchia saggezza che i nostri soldati non potranno mai dimenticare: che sia che siamo neri o marroni o bianchi, tutti noi sanguiniamo lo stesso sangue rosso di patrioti, tutti godiamo le stesse libertà gloriose, e noi tutti salutiamo la stessa grande bandiera americano.
E sia un bambino nato nella metropoli di Detroit sia nelle pianure spazzate dal vento del Nebraska, guardano allo stesso cielo di notte, riempiono il loro cuore con gli stessi sogni, e sono infusi con l'alito della vita dallo stesso onnipotente Creatore. Quindi, americani tutti, in ogni città vicina e lontana, piccola e grande, da una montagna all'altra, e da mare a mare, sentite queste parole: voi non sarete mai più ignorati.
La vostra voce, le vostre speranze, i vostri sogni definiranno il nostro destino americano. E il vostro coraggio, la vostra bontà e il vostro amore ci guideranno per sempre lungo il cammino. Insieme, renderemo l'America di nuovo forte. Renderemo l'America di nuovo ricca. Renderemo l'America di nuovo orgogliosa. Renderemo l'America di nuovo sicura.
E, sì, insieme, faremo di nuovo grande l'America.
Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l'America.
17/01/17
Ex presidente Ceco Vaclav Klaus: Smantellare l'Ue potrebbe essere una via di salvezza per l'Europa
Con una lucidità e una franchezza sconosciute sui nostri media, Vaclav Klaus, in una lunga intervista a R T, passa in rassegna i temi caldi del dibattito attuale, dalle cosiddette forze anti-sistema che emergono sempre più forti negli USA e in Europa, ai principali problemi che affliggono l'Unione europea. Vaclav Klaus identifica nel trattato di Maastricht il momento in cui il percorso ha comincato a deragliare dai binari, prendendo la strada rovinosa dell'unione. Per salvare l'Europa, è l'apparente paradosso, bisognerebbe smantellare l'Ue e passare ad una libera cooperazione tra i paesi che attualmente ne fanno parte, preservando la libertà di movimento senza abolire i confini. Notevole il passaggio sulla libertà di parola in Europa, limitata dalla manipolazione dei media che impongono le verità convenzionali del politically correct, come ad esempio presentare i migranti come "rifugiati" e i movimenti alternativi come "populisti".
Intervista di Sophie Shevardnadze @SophieCo_RT , 13 gennaio 2017
L'Unione europea entra nel 2017 gravata da problemi enormi - un flusso senza fine di migranti, continui guai nella zona euro, e tensioni con la Russia. La crescente frustrazione nei confronti di Bruxelles minaccia di sfidare lo status quo della Ue e, con le elezioni in arrivo in alcuni degli stati membri più importanti, le forze politiche alternative potrebbero essere a un passo dal prendere il potere. L'Unione è in grado di reggere tutta questa pressione? E quando l'idea di una pacifica comunità di nazioni europee è stata stravolta? Lo chiediamo all'ex presidente della Repubblica Ceca - Vaclav Klaus
Sophie Shevardnadze: Ringrazio molto l'ex presidente ceco, Vaclav Klaus, di essere qui con noi oggi.
Vaclav Klaus: Grazie a lei.
SS: L'Europa è arrivata quest'anno al 25 ° anniversario dalla creazione della Ue. Venticinque anni dopo, lei vede il processo di integrazione europea come un successo o come un fallimento?
VK: Sono un critico molto noto del processo di integrazione europea, tutti lo sanno, quindi non sarà una sorpresa sentirmi dire che non sono molto soddisfatto di quello che è accaduto; e sì che ero molto favorevole - ancora nei tempi bui del comunismo - ero davvero a favore del processo di integrazione europea, ma questo processo è stato stravolto, trasformato dal trattato di Maastricht, 25 anni fa, e in modo particolare, in seguito, dal trattato di Lisbona, in qualcosa di completamente diverso. Io lo definisco un passaggio dall'integrazione alla unificazione. Questo è stato l'inizio dello sviluppo sbagliato, negativo, per come la vedo io.
SS: Proprio di recente il vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha dichiarato in un'intervista a Der Spiegel che la rottura dell'Unione è uno scenario probabile - lei è d'accordo sul fatto che l'Unione oggi è in pericolo?
VK: In primo luogo, io sarei molto contento se l'Unione europea si trasformasse in qualcosa di diverso, quindi non lo chiamerei un problema, non lo definirei un pericolo: parlerei piuttosto di una possibilità, di una potenziale vittoria per il futuro, ma non ne sono così certo. La Brexit è stata un fattore importante in questo senso, ma spero che l'Europa finalmente inizierà a modificare la sua struttura, a trasformarsi. Noi, dopo la caduta del comunismo, abbiamo organizzato una radicale, netta trasformazione del sistema nel suo insieme. Sono assolutamente certo che l'Ue ha bisogno di qualcosa di molto simile.
SS: Lei ha criticato molte volte l'Ue per la mancanza di democrazia, sostenendo che è governata da burocrati non eletti - ma allora come si fa a riformare l'Unione, mantenendo la struttura esistente?
VK: Voglio esagerare: sono stato invitato a parlare in Austria, la prossima settimana, e mi è stato chiesto di fare un discorso su come rendere l'Europa migliore, e - volendo provocare un po' - ho detto: "C'è un modo per costruire l'Europa - ed è sbarazzarsi della Ue". Quindi, per essere netto e radicale, penso che il guscio che oggi copre il continente europeo deve essere cambiato e sono molto più favorevole a una cooperazione assai più libera dei singoli paesi-membri, piuttosto che a un'Europa unificata.
SS: Ma come può accadere, mantenendo l'Ue? Se si decentralizza, come potrebbe esistere l'Unione?
VK: Questo non è un mio problema, come esisterà l'Ue. Una cosa sono le opinioni radicali, le visioni a lungo termine, un'altra è decidere che cosa fare ora, domani, dopodomani. Credo che la prima decisione dovrebbe essere quella di interrompere, interrompere assolutamente, completamente, ogni ulteriore cosiddetto "avanzamento" della Ue, smettere di accettare la legislazione proveniente da Bruxelles nei singoli paesi dell'Ue. Questo è il primo passo, per fermare il processo permanente di intensificazione di queste strutture dell'Ue. Il secondo sogno sarebbe quello di tornare indietro, e per me, ovviamente, il momento ottimale a cui tornare sarebbe quello del trattato di Maastricht. È stato quello il momento del passaggio dalla Comunità Europea - Ce, all'Unione Europea - Ue. Questo sarebbe l'obiettivo a lungo termine.
SS: La questione delle sanzioni ci tocca molto da vicino, tocca i nostri cuori, e una politica estera europea comune è messa alla prova dalla questione delle sanzioni contro la Russia. Italia, Slovacchia, Ungheria, il suo stesso paese hanno dato voce al desiderio di abolire le sanzioni. L'Ue può davvero continuare con la sua politica estera mettendo d'accordo tutti i suoi membri?
VK: Spero di no, spero di no, e considero le sanzioni come una mossa irrazionale, che non serve a nessuno: non fa bene all'Europa, non fa bene ai singoli paesi europei, e, evidentemente, non fa bene alla Russia. Quindi, spero che con l'avvento della nuova amministrazione americana ci possa essere qualche cambiamento in questo senso, alla fine. L'Europa su questo argomento è divisa.
SS: Il presidente Obama, proprio mentre sta lasciando la Casa Bianca, ha imposto nuove sanzioni alla Russia...
VK : Conosco il presidente Obama abbastanza bene. Per molti anni sono stato presidente del mio paese, quando lui era in carica, e così abbiamo avuto molte occasioni di incontrarci. Abbiamo opinioni diverse su molti, molti problemi, ma quello che ha fatto negli ultimi due giorni, settimane, mesi - non mi sembra una buona eredità della sua presidenza, quindi sono sorpreso del suo comportamento attuale.
SS: Inoltre, c'è questa questione dei servizi segreti americani che accusano i russi di aver voluto "influenzare il voto presidenziale americano" - e sostengono anche, come lei sa, che in qualche modo, attraverso tecnologie informatiche, abbiano influenzato l'opinione pubblica in Europa...
VK: Per me è una buffonata. Non la prendo sul serio, e ho partecipato a - non so - dieci, quindici elezioni negli ultimi 25 anni. Non riesco a immaginare come si possano influenzare le elezioni dall'esterno, da un altro paese, e sicuramente non negli Stati Uniti. Le persone normali, la gente comune semplicemente voleva cambiare le cose e non apprezzava Hillary Clinton, né la politica che lei rappresentava; quindi penso che il risultato delle elezioni sia stato uno sviluppo razionale e positivo. Non credo che nessun altro paese potrebbe influenzare le elezioni in America.
SS: Lei ha detto molte volte che la propaganda Usa-Ue contro la Russia è "ridicola" - ha la sensazione che il loro rapporto nei confronti della Russia sia più basato su emozioni, che su fatti?
VK: In primo luogo, penso che il ruolo più importante sia stato quello degli americani, probabilmente un ruolo maggiore rispetto a quello degli europei. In secondo luogo, nell'Europa centrale e orientale c'è il ricordo del periodo comunista, sicuramente vivo in molte persone. Nel mio paese, in realtà, si combinano ancora insieme il comunismo con l'Unione Sovietica - io mi sforzo sempre di ripetere che non c'è più il comunismo in Russia, ora, e non c'è più l'Unione Sovietica, che ora c'è la Russia. Ma mi sono reso conto che questi sentimenti, in Europa centrale e orientale, resistono, sicuramente - soprattutto nel mio paese, dopo l'occupazione del mio paese da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, nel 1968. Questo sentimento è molto forte. La gente come me, allora, ha perso il suo lavoro. Io sono stato costretto a lasciare l'Accademia delle Scienze, da giovane e promettente scienziato, e ho trascorso 20 anni in una posizione che non contava niente. Quindi, ci può essere un forte sentimento contro la Russia in questa parte del mondo; quello che non capisco sono questi sentimenti in Europa occidentale, dove non si è passati attraverso il comunismo.
SS: Il presidente eletto Donald Trump ha espresso un messaggio piuttosto semplice. Ha detto che "avere un buon rapporto con la Russia è una buona cosa, non è una cosa negativa" - quindi, se Washington cambia la sua politica nei confronti di Mosca, lei pensa che l'Ue ne seguirà l'esempio?
VK: Lo spero, lo spero. Questa posizione di Trump è sicuramente razionale, e lo sto ripetendo continuamente, a casa, che non c'è alcuna razionalità nell'aumentare le tensioni tra le superpotenze. Non c'è razionalità nell'iniziare una nuova guerra fredda, in cui nessuno può vincere. Quindi, spero che ci sarà un futuro migliore.
SS: In questo momento, abbiamo la più grande spedizione di carri armati e soldati americani che sia mai arrivata in Europa, dai tempi della guerra fredda. I membri della NATO stanno rafforzando le loro difese in Europa orientale - ora tutto questo è, ovviamente, irritante per la Russia. Però, visto che chiunque sia sano di mente sa che una vera e propria guerra con la Russia è fuori discussione - qual è il senso di tutto questo? Ci può essere una corsa agli armamenti?
VK: Il mondo occidentale, probabilmente, non è ancora pronto ad accettare la rinascita e il risveglio della Russia. Il mondo occidentale era piuttosto soddisfatto con la Russia degli anni '90, debole e sgangherata, non un partner forte. Ma, ne sono certo, l'atteggiamento razionale è accettare le realtà del mondo. Anche la Russia deve farlo. Non voglio essere di parte a questo riguardo. Anche la Russia deve sforzarsi di trovare un modo razionale di relazionarsi con i suoi vicini, con l'Europa e con l'America.
SS: Per il momento cerchiamo ancora di capire il motivo per cui le cose succedono, di giorno in giorno. Per esempio, la NATO ha lanciato un sistema di difesa missilistica. Era previsto per il vostro paese, ma ora ci si sta avviando a installarlo anche in Romania e successivamente in Polonia. Questa mossa fa scaturire tensioni con la Russia, e la obbliga a rinforzare la propria difesa. Perché mai l'Europa vuole creare un'altra fonte di tensione con la Russia, quando i rapporti sono già messi così male tra la Russia e l'Europa?
VK: Questi movimenti di eserciti e di missili sono un aspetto, ma penso che quello cruciale sia il clima politico. Possiamo solo sperare che la nuova amministrazione americana avrà un approccio leggermente diverso, il che sarebbe per il meglio di tutti noi.
SS: Pensa che lo avrà? Perché ricordo che quando divenne presidente Obama, effettivamente lasciò perdere i piani per la difesa missilistica, perché voleva riallacciare buone relazioni con la Russia. Pensa che Trump potrebbe fare lo stesso?
VK: Non leggo nella sua mente, ma ha fatto alcune dichiarazioni forti e non è il politico standard, il tipico politico degli Stati Uniti... Tuttavia, i poteri forti del sistema politico americano sicuramente avranno nel suo processo decisionale un ruolo molto più grande di quello normalmente previsto.
SS: Una cosa è certa: ha nominato uomini d'affari in posizioni chiave della Casa Bianca. Pensa che questo approccio imprenditoriale sia una buona cosa per il mondo?
VK: Io non sono capace di fare l'uomo d'affari, quindi ho dovuto fare politico. Sto scherzando, d'altra parte, non mi sembra il caso di demonizzare gli imprenditori - sono persone razionali, che, si spera, potrebbero essere in grado di fare una politica razionale.
SS: Quando Donald Trump è stato eletto, è stato considerato un ulteriore esempio delle forze anti-sistema che stanno guadagnando terreno in Occidente, la stessa cosa che vediamo in Europa: per esempio in Germania vediamo AfD, e il Fronte Nazionale in Francia. Lei ha la sensazione che si tratti di un fenomeno temporaneo, o pensa che queste nuove forze anti-sistema possano davvero cambiare lo status quo nella Ue?
VK: Questa è la mia speranza, perché considero questi movimenti, i movimenti anti-sistema in Europa - in Francia, in Germania, in Svezia, in Italia, in Olanda, in alcuni altri paesi - come un potenziale per il cambiamento, davvero. Non sono d'accordo con l'etichettarli come populisti e di ultra-destra. No, no, no! Cercano di rappresentare le persone normali, le persone comuni, che vogliono semplicemente cambiare qualcosa nel paese e che sono furiose con la classe dirigente e la sua arroganza in molti di questi paesi. Quindi, spero che questo sia un movimento positivo: quanto poi avrà successo è un altro problema. Tuttavia, credo che sia un processo a lungo termine, si tratta di una sorta di risveglio della maggioranza silenziosa nei paesi europei. Qualcosa di molto importante.
SS: In seguito all'attacco terroristico in Germania, sono stati richiesti a voce sempre più alta controlli più severi alle frontiere, una integrazione dei servizi di sicurezza - è un'unione di sicurezza pan-europea il prossimo passo logico per l'Ue?
VK : Anche in questo caso, si deve iniziare con il discutere i due principali progetti europei degli ultimi dieci anni - da un lato, la moneta comune europea, l'Euro, e dall'altro Schengen, l'eliminazione delle frontiere. Credo che entrambi siano sbagliati, che entrambi fossero prematuri e che entrambi abbiano destabilizzato l'Europa. Credo, da persona che ha vissuto per mezzo secolo nel comunismo, che sicuramente abbiamo voluto vivere in un mondo con i confini aperti, perché la cortina di ferro non era un confine normale. Così, abbiamo deciso di vivere in un mondo con i confini liberi, ma questo non significa che abbiamo voluto vivere in un mondo senza confini. I confini sono assolutamente necessari e, per quanto capisco io, eliminare i confini in Europa è stato un tragico errore. Io sarei molto felice di attraversare i confini mostrando il mio passaporto - non sarebbe certo un problema.
SS: Mi permetta di chiederle una cosa. Per quanto riguarda la lotta alla minaccia del terrorismo, se lei fosse in carica - preferirebbe abolire Schengen ed aumentare la sicurezza a livello nazionale, piuttosto che creare...
VK: Sicuramente.
SS: ...un esercito europeo.
VK: Assolutamente sì. Questo è... a proposito, tornando a una delle cose che ho detto prima, questo spostamento dall'integrazione all'unificazione è lo stesso problema. Sarei felice con i confini liberi, ma senza Schengen.
SS: Durante l'ultimo vertice dell'Ue ci sono state un sacco di discussioni sulla possibile creazione di un esercito dell'Ue - lei pensa che sia una sciocchezza?
VK: Una cosa è ciò che desidero, un'altra cosa è quello che posso immaginare - non lo so, ma non c'è molto interesse alla creazione di un esercito europeo. Questo dibattito è stato portato avanti per decenni, ma, in pratica, nessuno sta seriamente pensando a un esercito europeo. Ho paura però che, naturalmente, l'eliminazione delle frontiere sia stata un cambiamento intenzionale per il futuro, per creare una polizia europea, un sistema di sicurezza europeo, un potenziale esercito europeo - e questa è un'altra ragione per cui sono così fortemente contrario.
SS: Lei è un uomo che dice sempre quello che pensa...
VK: Non ho altre cose da dire.
SS: Non si tira indietro, non è timoroso, dice sempre quello che pensa. Detto questo, lei ha affermato che in Europa non c'è una piena libertà di espressione. Perché lo dice? Lo ha sperimentato in prima persona? Perché afferma una cosa del genere?
VK: Quando ha detto che non sono timoroso, mi ha fatto venire in mente una riunione dei venti presidenti dell'Europa centrale, orientale e meridionale, a Varsavia, molti anni fa, nel momento della "primavera araba". Obama stava parlando, io lo ho criticato, e lui ha fatto una dichiarazione piuttosto forte. Ha detto: "Il presidente Klaus non è un uomo timoroso" - così lei mi ha ricordato quel momento. Ma la domanda era su... la libertà di parola?
SS: Lo ha sperimentato in prima persona? Perché dice che non c'è libertà di parola in Europa?
VK: Non voglio usare parole forti come libertà o non libertà di parola, ma dico che c'è una tale manipolazione nei media a causa dell'ossequio al politically correct, che è molto difficile esprimere nettamente punti di vista diversi dalle verità convenzionali accettate da tutti. C'è un problema: che per molte persone non c'è alcuna possibilità di pubblicare le loro opinioni sui normali media. Devono ricorrere a Internet, e così via. Quindi, la libertà di parola è stata limitata in Europa, sicuramente, anche se non vorrei usare il termine "libertà di parola" o "non libertà di parola".
SS: La crisi dei rifugiati è ovviamente ancora in cima all'agenda di oggi della Ue. La Repubblica Ceca, insieme ad altre nazioni dell'Europa orientale, ha rifiutato un piano Ue per ridistribuire i rifugiati - perché pensa che fino a oggi l'Ue non sia stata in grado di elaborare un piano coerente per affrontare questo problema?
VK: Contesto l'uso del termine "rifugiati". Il termine "rifugiato" è quello usato nella terminologia ufficiale delle élite politiche europee. Io ho volutamente scelto di parlare sempre di "migranti". Chiamarli "rifugiati" è dare un'interpretazione fuorviante della questione. Questi sono migranti che vengono in Europa. Non credo che siano, sostanzialmente, dei rifugiati. Quando sono rifugiati, si è quasi costretti ad aiutarli, ma la maggior parte delle persone provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa non sono rifugiati: sono, semplicemente, migranti che vengono in Europa sperando in una vita migliore, ma questa non è una questione di "rifugiati" - il termine è assolutamente cruciale, e io non userei mai il termine "rifugiati". Tra l'altro, ci sarà la presentazione del mio libro sulla migrazione, pubblicato in russo, qui, in questo edificio. Parlando di migrazione, questo è un fenomeno che minaccia di distruggere la cultura europea, la civiltà europea, e io non do la colpa ai migranti - io accuso le élite politiche europee per avere lasciato...
SS: Oh, neanche io do la colpa ai migranti, loro vogliono una vita migliore, ma per quanto riguarda gli europei che ne soffrono le conseguenze?
VK: Esattamente, e per questo io sottolineo le differenze... nel mio libro, ho stabilito una differenza, utilizzando la terminologia economica: traccio la differenza tra l'offerta di migranti e la domanda di migranti, e sicuramente l'offerta non è sufficiente di per sé, è necessaria anche la domanda per creare l'offerta, e io penso che la domanda venga dall'Europa, dalle élite politiche europee, che cercano di cambiare l'Europa, e vogliono creare ...
SS: Quindi pensa che loro siano a favore dei migranti?
VK: Sicuramente. Non lo ammetterebbero, quando lo si chiede loro, non avrebbero il coraggio di rispondere "sì", ma in pratica...
SS: Ma allora, mi chiedo, forse vogliono migliorare la loro situazione demografica? Sulla scia di una popolazione che invecchia ...
VK: No, no, questo non è il modo giusto per migliorare la demografia, questo non è il modo giusto di aumentare la qualità e la quantità della forza lavoro in Europa. Ho sempre respinto questi argomenti, perché in Europa c'è il 10% di disoccupazione, qualcosa come 23 milioni di persone disoccupate nell'Unione europea - così, sicuramente, non ci sono abbastanza posti di lavoro. La migrazione non è necessaria per l'Europa. C'è una motivazione ideologica per introdurre nuove persone, per creare una nuova Europa.
SS: Molte persone concorderebbero sul fatto che l'unico modo per fermare la migrazione di massa verso l'Europa da quei paesi è contenere i conflitti all'interno di questi paesi. Lei ritiene che l'Europa dovrebbe svolgere un ruolo attivo in Siria, in Libia?
VK: In primo luogo, abbiamo discusso se l'Europa ha una politica estera comune o no - quindi non sono sicuro che l'Europa possa essere un vero attore, perché ci sono tanti punti di vista diversi in Europa, non sono sicuro che l'Europa sia in grado di funzionare come un'entità unica, come un elemento attivo in questa situazione. Ma sulla migrazione... penso che ci siano molti problemi tecnici, ma che per fermare la migrazione sia sufficiente dire "No": e che l'Unione europea non è pronta a farlo. Questo è il punto e il problema principale.
SS: Grazie a Vaclav Klaus, ex presidente ceco, per questa intervista.
VK: Grazie a voi.
Intervista di Sophie Shevardnadze @SophieCo_RT , 13 gennaio 2017
L'Unione europea entra nel 2017 gravata da problemi enormi - un flusso senza fine di migranti, continui guai nella zona euro, e tensioni con la Russia. La crescente frustrazione nei confronti di Bruxelles minaccia di sfidare lo status quo della Ue e, con le elezioni in arrivo in alcuni degli stati membri più importanti, le forze politiche alternative potrebbero essere a un passo dal prendere il potere. L'Unione è in grado di reggere tutta questa pressione? E quando l'idea di una pacifica comunità di nazioni europee è stata stravolta? Lo chiediamo all'ex presidente della Repubblica Ceca - Vaclav Klaus
Sophie Shevardnadze: Ringrazio molto l'ex presidente ceco, Vaclav Klaus, di essere qui con noi oggi.
Vaclav Klaus: Grazie a lei.
SS: L'Europa è arrivata quest'anno al 25 ° anniversario dalla creazione della Ue. Venticinque anni dopo, lei vede il processo di integrazione europea come un successo o come un fallimento?
VK: Sono un critico molto noto del processo di integrazione europea, tutti lo sanno, quindi non sarà una sorpresa sentirmi dire che non sono molto soddisfatto di quello che è accaduto; e sì che ero molto favorevole - ancora nei tempi bui del comunismo - ero davvero a favore del processo di integrazione europea, ma questo processo è stato stravolto, trasformato dal trattato di Maastricht, 25 anni fa, e in modo particolare, in seguito, dal trattato di Lisbona, in qualcosa di completamente diverso. Io lo definisco un passaggio dall'integrazione alla unificazione. Questo è stato l'inizio dello sviluppo sbagliato, negativo, per come la vedo io.
SS: Proprio di recente il vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha dichiarato in un'intervista a Der Spiegel che la rottura dell'Unione è uno scenario probabile - lei è d'accordo sul fatto che l'Unione oggi è in pericolo?
VK: In primo luogo, io sarei molto contento se l'Unione europea si trasformasse in qualcosa di diverso, quindi non lo chiamerei un problema, non lo definirei un pericolo: parlerei piuttosto di una possibilità, di una potenziale vittoria per il futuro, ma non ne sono così certo. La Brexit è stata un fattore importante in questo senso, ma spero che l'Europa finalmente inizierà a modificare la sua struttura, a trasformarsi. Noi, dopo la caduta del comunismo, abbiamo organizzato una radicale, netta trasformazione del sistema nel suo insieme. Sono assolutamente certo che l'Ue ha bisogno di qualcosa di molto simile.
SS: Lei ha criticato molte volte l'Ue per la mancanza di democrazia, sostenendo che è governata da burocrati non eletti - ma allora come si fa a riformare l'Unione, mantenendo la struttura esistente?
VK: Voglio esagerare: sono stato invitato a parlare in Austria, la prossima settimana, e mi è stato chiesto di fare un discorso su come rendere l'Europa migliore, e - volendo provocare un po' - ho detto: "C'è un modo per costruire l'Europa - ed è sbarazzarsi della Ue". Quindi, per essere netto e radicale, penso che il guscio che oggi copre il continente europeo deve essere cambiato e sono molto più favorevole a una cooperazione assai più libera dei singoli paesi-membri, piuttosto che a un'Europa unificata.
SS: Ma come può accadere, mantenendo l'Ue? Se si decentralizza, come potrebbe esistere l'Unione?
VK: Questo non è un mio problema, come esisterà l'Ue. Una cosa sono le opinioni radicali, le visioni a lungo termine, un'altra è decidere che cosa fare ora, domani, dopodomani. Credo che la prima decisione dovrebbe essere quella di interrompere, interrompere assolutamente, completamente, ogni ulteriore cosiddetto "avanzamento" della Ue, smettere di accettare la legislazione proveniente da Bruxelles nei singoli paesi dell'Ue. Questo è il primo passo, per fermare il processo permanente di intensificazione di queste strutture dell'Ue. Il secondo sogno sarebbe quello di tornare indietro, e per me, ovviamente, il momento ottimale a cui tornare sarebbe quello del trattato di Maastricht. È stato quello il momento del passaggio dalla Comunità Europea - Ce, all'Unione Europea - Ue. Questo sarebbe l'obiettivo a lungo termine.
SS: La questione delle sanzioni ci tocca molto da vicino, tocca i nostri cuori, e una politica estera europea comune è messa alla prova dalla questione delle sanzioni contro la Russia. Italia, Slovacchia, Ungheria, il suo stesso paese hanno dato voce al desiderio di abolire le sanzioni. L'Ue può davvero continuare con la sua politica estera mettendo d'accordo tutti i suoi membri?
VK: Spero di no, spero di no, e considero le sanzioni come una mossa irrazionale, che non serve a nessuno: non fa bene all'Europa, non fa bene ai singoli paesi europei, e, evidentemente, non fa bene alla Russia. Quindi, spero che con l'avvento della nuova amministrazione americana ci possa essere qualche cambiamento in questo senso, alla fine. L'Europa su questo argomento è divisa.
SS: Il presidente Obama, proprio mentre sta lasciando la Casa Bianca, ha imposto nuove sanzioni alla Russia...
VK : Conosco il presidente Obama abbastanza bene. Per molti anni sono stato presidente del mio paese, quando lui era in carica, e così abbiamo avuto molte occasioni di incontrarci. Abbiamo opinioni diverse su molti, molti problemi, ma quello che ha fatto negli ultimi due giorni, settimane, mesi - non mi sembra una buona eredità della sua presidenza, quindi sono sorpreso del suo comportamento attuale.
SS: Inoltre, c'è questa questione dei servizi segreti americani che accusano i russi di aver voluto "influenzare il voto presidenziale americano" - e sostengono anche, come lei sa, che in qualche modo, attraverso tecnologie informatiche, abbiano influenzato l'opinione pubblica in Europa...
VK: Per me è una buffonata. Non la prendo sul serio, e ho partecipato a - non so - dieci, quindici elezioni negli ultimi 25 anni. Non riesco a immaginare come si possano influenzare le elezioni dall'esterno, da un altro paese, e sicuramente non negli Stati Uniti. Le persone normali, la gente comune semplicemente voleva cambiare le cose e non apprezzava Hillary Clinton, né la politica che lei rappresentava; quindi penso che il risultato delle elezioni sia stato uno sviluppo razionale e positivo. Non credo che nessun altro paese potrebbe influenzare le elezioni in America.
SS: Lei ha detto molte volte che la propaganda Usa-Ue contro la Russia è "ridicola" - ha la sensazione che il loro rapporto nei confronti della Russia sia più basato su emozioni, che su fatti?
VK: In primo luogo, penso che il ruolo più importante sia stato quello degli americani, probabilmente un ruolo maggiore rispetto a quello degli europei. In secondo luogo, nell'Europa centrale e orientale c'è il ricordo del periodo comunista, sicuramente vivo in molte persone. Nel mio paese, in realtà, si combinano ancora insieme il comunismo con l'Unione Sovietica - io mi sforzo sempre di ripetere che non c'è più il comunismo in Russia, ora, e non c'è più l'Unione Sovietica, che ora c'è la Russia. Ma mi sono reso conto che questi sentimenti, in Europa centrale e orientale, resistono, sicuramente - soprattutto nel mio paese, dopo l'occupazione del mio paese da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, nel 1968. Questo sentimento è molto forte. La gente come me, allora, ha perso il suo lavoro. Io sono stato costretto a lasciare l'Accademia delle Scienze, da giovane e promettente scienziato, e ho trascorso 20 anni in una posizione che non contava niente. Quindi, ci può essere un forte sentimento contro la Russia in questa parte del mondo; quello che non capisco sono questi sentimenti in Europa occidentale, dove non si è passati attraverso il comunismo.
SS: Il presidente eletto Donald Trump ha espresso un messaggio piuttosto semplice. Ha detto che "avere un buon rapporto con la Russia è una buona cosa, non è una cosa negativa" - quindi, se Washington cambia la sua politica nei confronti di Mosca, lei pensa che l'Ue ne seguirà l'esempio?
VK: Lo spero, lo spero. Questa posizione di Trump è sicuramente razionale, e lo sto ripetendo continuamente, a casa, che non c'è alcuna razionalità nell'aumentare le tensioni tra le superpotenze. Non c'è razionalità nell'iniziare una nuova guerra fredda, in cui nessuno può vincere. Quindi, spero che ci sarà un futuro migliore.
SS: In questo momento, abbiamo la più grande spedizione di carri armati e soldati americani che sia mai arrivata in Europa, dai tempi della guerra fredda. I membri della NATO stanno rafforzando le loro difese in Europa orientale - ora tutto questo è, ovviamente, irritante per la Russia. Però, visto che chiunque sia sano di mente sa che una vera e propria guerra con la Russia è fuori discussione - qual è il senso di tutto questo? Ci può essere una corsa agli armamenti?
VK: Il mondo occidentale, probabilmente, non è ancora pronto ad accettare la rinascita e il risveglio della Russia. Il mondo occidentale era piuttosto soddisfatto con la Russia degli anni '90, debole e sgangherata, non un partner forte. Ma, ne sono certo, l'atteggiamento razionale è accettare le realtà del mondo. Anche la Russia deve farlo. Non voglio essere di parte a questo riguardo. Anche la Russia deve sforzarsi di trovare un modo razionale di relazionarsi con i suoi vicini, con l'Europa e con l'America.
SS: Per il momento cerchiamo ancora di capire il motivo per cui le cose succedono, di giorno in giorno. Per esempio, la NATO ha lanciato un sistema di difesa missilistica. Era previsto per il vostro paese, ma ora ci si sta avviando a installarlo anche in Romania e successivamente in Polonia. Questa mossa fa scaturire tensioni con la Russia, e la obbliga a rinforzare la propria difesa. Perché mai l'Europa vuole creare un'altra fonte di tensione con la Russia, quando i rapporti sono già messi così male tra la Russia e l'Europa?
VK: Questi movimenti di eserciti e di missili sono un aspetto, ma penso che quello cruciale sia il clima politico. Possiamo solo sperare che la nuova amministrazione americana avrà un approccio leggermente diverso, il che sarebbe per il meglio di tutti noi.
SS: Pensa che lo avrà? Perché ricordo che quando divenne presidente Obama, effettivamente lasciò perdere i piani per la difesa missilistica, perché voleva riallacciare buone relazioni con la Russia. Pensa che Trump potrebbe fare lo stesso?
VK: Non leggo nella sua mente, ma ha fatto alcune dichiarazioni forti e non è il politico standard, il tipico politico degli Stati Uniti... Tuttavia, i poteri forti del sistema politico americano sicuramente avranno nel suo processo decisionale un ruolo molto più grande di quello normalmente previsto.
SS: Una cosa è certa: ha nominato uomini d'affari in posizioni chiave della Casa Bianca. Pensa che questo approccio imprenditoriale sia una buona cosa per il mondo?
VK: Io non sono capace di fare l'uomo d'affari, quindi ho dovuto fare politico. Sto scherzando, d'altra parte, non mi sembra il caso di demonizzare gli imprenditori - sono persone razionali, che, si spera, potrebbero essere in grado di fare una politica razionale.
SS: Quando Donald Trump è stato eletto, è stato considerato un ulteriore esempio delle forze anti-sistema che stanno guadagnando terreno in Occidente, la stessa cosa che vediamo in Europa: per esempio in Germania vediamo AfD, e il Fronte Nazionale in Francia. Lei ha la sensazione che si tratti di un fenomeno temporaneo, o pensa che queste nuove forze anti-sistema possano davvero cambiare lo status quo nella Ue?
VK: Questa è la mia speranza, perché considero questi movimenti, i movimenti anti-sistema in Europa - in Francia, in Germania, in Svezia, in Italia, in Olanda, in alcuni altri paesi - come un potenziale per il cambiamento, davvero. Non sono d'accordo con l'etichettarli come populisti e di ultra-destra. No, no, no! Cercano di rappresentare le persone normali, le persone comuni, che vogliono semplicemente cambiare qualcosa nel paese e che sono furiose con la classe dirigente e la sua arroganza in molti di questi paesi. Quindi, spero che questo sia un movimento positivo: quanto poi avrà successo è un altro problema. Tuttavia, credo che sia un processo a lungo termine, si tratta di una sorta di risveglio della maggioranza silenziosa nei paesi europei. Qualcosa di molto importante.
SS: In seguito all'attacco terroristico in Germania, sono stati richiesti a voce sempre più alta controlli più severi alle frontiere, una integrazione dei servizi di sicurezza - è un'unione di sicurezza pan-europea il prossimo passo logico per l'Ue?
VK : Anche in questo caso, si deve iniziare con il discutere i due principali progetti europei degli ultimi dieci anni - da un lato, la moneta comune europea, l'Euro, e dall'altro Schengen, l'eliminazione delle frontiere. Credo che entrambi siano sbagliati, che entrambi fossero prematuri e che entrambi abbiano destabilizzato l'Europa. Credo, da persona che ha vissuto per mezzo secolo nel comunismo, che sicuramente abbiamo voluto vivere in un mondo con i confini aperti, perché la cortina di ferro non era un confine normale. Così, abbiamo deciso di vivere in un mondo con i confini liberi, ma questo non significa che abbiamo voluto vivere in un mondo senza confini. I confini sono assolutamente necessari e, per quanto capisco io, eliminare i confini in Europa è stato un tragico errore. Io sarei molto felice di attraversare i confini mostrando il mio passaporto - non sarebbe certo un problema.
SS: Mi permetta di chiederle una cosa. Per quanto riguarda la lotta alla minaccia del terrorismo, se lei fosse in carica - preferirebbe abolire Schengen ed aumentare la sicurezza a livello nazionale, piuttosto che creare...
VK: Sicuramente.
SS: ...un esercito europeo.
VK: Assolutamente sì. Questo è... a proposito, tornando a una delle cose che ho detto prima, questo spostamento dall'integrazione all'unificazione è lo stesso problema. Sarei felice con i confini liberi, ma senza Schengen.
SS: Durante l'ultimo vertice dell'Ue ci sono state un sacco di discussioni sulla possibile creazione di un esercito dell'Ue - lei pensa che sia una sciocchezza?
VK: Una cosa è ciò che desidero, un'altra cosa è quello che posso immaginare - non lo so, ma non c'è molto interesse alla creazione di un esercito europeo. Questo dibattito è stato portato avanti per decenni, ma, in pratica, nessuno sta seriamente pensando a un esercito europeo. Ho paura però che, naturalmente, l'eliminazione delle frontiere sia stata un cambiamento intenzionale per il futuro, per creare una polizia europea, un sistema di sicurezza europeo, un potenziale esercito europeo - e questa è un'altra ragione per cui sono così fortemente contrario.
SS: Lei è un uomo che dice sempre quello che pensa...
VK: Non ho altre cose da dire.
SS: Non si tira indietro, non è timoroso, dice sempre quello che pensa. Detto questo, lei ha affermato che in Europa non c'è una piena libertà di espressione. Perché lo dice? Lo ha sperimentato in prima persona? Perché afferma una cosa del genere?
VK: Quando ha detto che non sono timoroso, mi ha fatto venire in mente una riunione dei venti presidenti dell'Europa centrale, orientale e meridionale, a Varsavia, molti anni fa, nel momento della "primavera araba". Obama stava parlando, io lo ho criticato, e lui ha fatto una dichiarazione piuttosto forte. Ha detto: "Il presidente Klaus non è un uomo timoroso" - così lei mi ha ricordato quel momento. Ma la domanda era su... la libertà di parola?
SS: Lo ha sperimentato in prima persona? Perché dice che non c'è libertà di parola in Europa?
VK: Non voglio usare parole forti come libertà o non libertà di parola, ma dico che c'è una tale manipolazione nei media a causa dell'ossequio al politically correct, che è molto difficile esprimere nettamente punti di vista diversi dalle verità convenzionali accettate da tutti. C'è un problema: che per molte persone non c'è alcuna possibilità di pubblicare le loro opinioni sui normali media. Devono ricorrere a Internet, e così via. Quindi, la libertà di parola è stata limitata in Europa, sicuramente, anche se non vorrei usare il termine "libertà di parola" o "non libertà di parola".
SS: La crisi dei rifugiati è ovviamente ancora in cima all'agenda di oggi della Ue. La Repubblica Ceca, insieme ad altre nazioni dell'Europa orientale, ha rifiutato un piano Ue per ridistribuire i rifugiati - perché pensa che fino a oggi l'Ue non sia stata in grado di elaborare un piano coerente per affrontare questo problema?
VK: Contesto l'uso del termine "rifugiati". Il termine "rifugiato" è quello usato nella terminologia ufficiale delle élite politiche europee. Io ho volutamente scelto di parlare sempre di "migranti". Chiamarli "rifugiati" è dare un'interpretazione fuorviante della questione. Questi sono migranti che vengono in Europa. Non credo che siano, sostanzialmente, dei rifugiati. Quando sono rifugiati, si è quasi costretti ad aiutarli, ma la maggior parte delle persone provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa non sono rifugiati: sono, semplicemente, migranti che vengono in Europa sperando in una vita migliore, ma questa non è una questione di "rifugiati" - il termine è assolutamente cruciale, e io non userei mai il termine "rifugiati". Tra l'altro, ci sarà la presentazione del mio libro sulla migrazione, pubblicato in russo, qui, in questo edificio. Parlando di migrazione, questo è un fenomeno che minaccia di distruggere la cultura europea, la civiltà europea, e io non do la colpa ai migranti - io accuso le élite politiche europee per avere lasciato...
SS: Oh, neanche io do la colpa ai migranti, loro vogliono una vita migliore, ma per quanto riguarda gli europei che ne soffrono le conseguenze?
VK: Esattamente, e per questo io sottolineo le differenze... nel mio libro, ho stabilito una differenza, utilizzando la terminologia economica: traccio la differenza tra l'offerta di migranti e la domanda di migranti, e sicuramente l'offerta non è sufficiente di per sé, è necessaria anche la domanda per creare l'offerta, e io penso che la domanda venga dall'Europa, dalle élite politiche europee, che cercano di cambiare l'Europa, e vogliono creare ...
SS: Quindi pensa che loro siano a favore dei migranti?
VK: Sicuramente. Non lo ammetterebbero, quando lo si chiede loro, non avrebbero il coraggio di rispondere "sì", ma in pratica...
SS: Ma allora, mi chiedo, forse vogliono migliorare la loro situazione demografica? Sulla scia di una popolazione che invecchia ...
VK: No, no, questo non è il modo giusto per migliorare la demografia, questo non è il modo giusto di aumentare la qualità e la quantità della forza lavoro in Europa. Ho sempre respinto questi argomenti, perché in Europa c'è il 10% di disoccupazione, qualcosa come 23 milioni di persone disoccupate nell'Unione europea - così, sicuramente, non ci sono abbastanza posti di lavoro. La migrazione non è necessaria per l'Europa. C'è una motivazione ideologica per introdurre nuove persone, per creare una nuova Europa.
SS: Molte persone concorderebbero sul fatto che l'unico modo per fermare la migrazione di massa verso l'Europa da quei paesi è contenere i conflitti all'interno di questi paesi. Lei ritiene che l'Europa dovrebbe svolgere un ruolo attivo in Siria, in Libia?
VK: In primo luogo, abbiamo discusso se l'Europa ha una politica estera comune o no - quindi non sono sicuro che l'Europa possa essere un vero attore, perché ci sono tanti punti di vista diversi in Europa, non sono sicuro che l'Europa sia in grado di funzionare come un'entità unica, come un elemento attivo in questa situazione. Ma sulla migrazione... penso che ci siano molti problemi tecnici, ma che per fermare la migrazione sia sufficiente dire "No": e che l'Unione europea non è pronta a farlo. Questo è il punto e il problema principale.
SS: Grazie a Vaclav Klaus, ex presidente ceco, per questa intervista.
VK: Grazie a voi.
La Germania attacca Trump: "Gli americani pensino a costruire automobili migliori" e "la crisi dei rifugiati l'hanno causata loro"
Zero Hedge commenta la piccata replica del governo tedesco alle recenti affermazioni di Trump nelle interviste al Bild e al Times. È evidente che c'è un'escalation di tensione tra USA e Germania. Alcune affermazioni così esplicite, in particolare sulle responsabilità americane nella crisi dei rifugiati, sono sorprendenti da parte di esponenti del governo tedesco. Trump ha toccato sul vivo il mercantilismo tedesco, e i tedeschi reagiscono, ma non hanno ancora capito che gli Stati Uniti non sono la Grecia.
di Zero Hedge, 16 gennaio 2017
Una Berlino infuriata ha risposto con una strenua difesa delle proprie politiche alle critiche mosse dal presidente eletto Donald Trump verso la cancelliera tedesca Angela Merkel in due distinte interviste rilasciate domenica, una al tedesco Bild e l'altra al Sunday Times. Le critiche riguardavano in particolare la crisi dei rifugiati e la minaccia di un dazio al 35% sulle automobili BMW esportate dalla Germania verso gli USA.
Il vicecancelliere tedesco e ministro dell'economia, Sigmar Gabriel, ha detto stamattina [lunedì] che una tassa sulle importazioni dalla Germania comporterebbe un "amaro risveglio" delle case automobilistiche americane, dato che queste si affidano alla catena di approvvigionamento transatlantica. "Credo che le maggiori fabbriche BMW si trovino già negli USA, a Spartanburg [in Sud Carolina]", ha detto Gabriel, leader del partito Socialdemocratico tedesco, al Bild in una video-intervista.
"L'industria automobilistica americana avrebbe un brutto risveglio se le componenti che non sono costruite direttamente negli USA dovessero subire un dazio di importazione al 35%. Credo che questo renderebbe l'industria automobilistica americana più debole, peggiore e, soprattutto, meno conveniente". Gabriel ha aggiunto che "vuole aspettare di vedere cosa il Congresso americano abbia da dire in proposito, dato che è per lo più composto da gente contraria a Trump"; così ha riportato il Guardian.
Nella sua intervista al Bild e al Times, il presidente eletto ha indicato che intende riallineare un rapporto commerciale "sbilanciato" in fatto di automobili tra la Germania e gli Stati Uniti. "Se scendete nella Fifth Avenue hanno tutti la Mercedes Benz di fronte a casa, non vi pare?" ha detto. "Quante Chevrolets vedete se girate in Germania? Non molte, forse neanche una ... è un rapporto a senso unico".
Quando gli è stato chiesto cosa dovrebbe fare Trump per spingere i consumatori tedeschi a comprare più automobili americane, Gabriel ha dato un semplice consiglio: "Che pensi a costruire automobili migliori."
L'intervista rilasciata da Trump ha avuto un effetto negativo sulle azioni di BMW, Daimler e Volkswagen, che lunedì mattina, dopo i commenti del presidente eletto, sono tutte cadute. Le azioni BMW sono scese dello 0,85%, quelle Daimler dell'1,54% e quelle Volkswagen dell'1,07% sulla Borsa di Francoforte. La ragione dello sfogo di Trump sui giganti automobilistici tedeschi è che tutte e tre queste case automobilistiche hanno investito fortemente nelle fabbriche in Messico, dove i costi di produzione sono inferiori che negli USA, avendo però l'intenzione di esportare gli autoveicoli sul mercato americano. Questa è stata una mossa apertamente disapprovata da Trump.
Nel frattempo una portavoce di BMW ha detto che lo stabilimento del gruppo BMW nella città messicana di San Luis Potosi inizierà a costruire auto BMW Serie 3 a partire dal 2019, con una produzione destinata al mercato mondiale. Lo stabilimento in Messico si aggiungerebbe alle strutture di produzione Serie 3 attualmente già presenti nella stessa Germania e in Cina.
* * *
Rispondendo ai commenti di Trump sul fatto che la Merkel abbia fatto "un errore assolutamente catastrofico nel lasciare che tutti quegli immigrati illegali entrino nel paese", Gabriel ha detto che l'aumento delle persone che fuggono dal Medio Oriente per cercare asilo in Europa è in parte dovuto alle guerre condotte dagli Stati Uniti, che hanno destabilizzato quella regione geografica.
Nella sua critica alla politica estera americana - e con ciò anche all'amministrazione Obama, per non parlare di Hillary Clinton, una cara amica di Angela Merkel - come colpevole della crisi dei rifugiati in Europa, Gabriel ha detto che "c'è un collegamento tra la politica interventista degli Stati Uniti, soprattutto nella guerra in Iraq, e la crisi dei rifugiati, ed è per questo che il mio consiglio è di non stare a criticarsi a vicenda su cosa abbiamo fatto di giusto o sbagliato, ma di sforzarsi di ristabilire la pace in quella regione e fare tutto il possibile perché le persone tornino ad avere una casa in quei luoghi".
"In quell'area la Germania e l'Europa stanno già ottenendo dei risultati enormi - ed è per questo che ritengo anche sbagliato stare a parlare di spese per la difesa, ora che Trump sta dicendo che spendiamo troppo poco per il finanziamento della NATO. Stiamo dando dei contributi finanziari enormi per proteggere i rifugiati in quella regione, per una situazione che è anche il risultato della politica interventista degli Stati Uniti".
Gabriel, che probabilmente sarà il candidato del centro-sinistra che sfiderà la Merkel nelle elezioni federali tedesche di settembre, ha detto che l'elezione di Trump dovrebbe incoraggiare gli europei a badare a se stessi.
"Da un lato Trump è il presidente eletto. Quando sarà in carica dovremo lavorare con lui e il suo governo - lo richiede il rispetto per l'esito di una elezione democratica", ha detto Gabriel. "Dall'altro lato dobbiamo avere più fiducia in noi stessi. Non dico che siamo sottomessi. Dico che riguardo le sue affermazioni sul commercio, sul modo di trattare l'industria automobilistica tedesca, sulla questione della NATO, sulla sua visione dell'Unione Europea - tutto questo richiede da parte nostra una maggiore fiducia in noi stessi, non solo a nome di noi tedeschi, ma di tutti gli europei. Noi non siamo inferiori a lui, anche noi abbiamo qualcosa da portare al tavolo delle trattative.
"Soprattutto in questa fase nella quale l'Europa è piuttosto debole, dobbiamo stringerci assieme e agire con fiducia in noi stessi, per difendere i nostri interessi."
Sebbene la Merkel debba ancora rispondere direttamente alle affermazioni di Trump e durante una conferenza stampa col primo ministro neozelandese Bill English abbia rifiutato di commentare l'intervista, dicendo che aspetterà fino all'inaugurazione di Trump, e solo allora vedrà come programmare il lavoro con lui a tutti i livelli di governo, il suo portavoce, Steffen Seibert, ha detto che la cancelliera ha letto l'intervista di Trump "con interesse", ma ha rifiutato di commentare più in dettaglio fino a che il presidente eletto non avrà prestato giuramento.
"Stiamo aspettando che il presidente Trump inizi il suo mandato e allora lavoreremo con il suo nuovo governo", ha detto Seibert, aggiungendo che "[quelle di Trump] sono affermazioni molto chiare sulla posizione del nuovo presidente americano, ma anche le posizioni della cancelliera tedesca su molte di queste questioni sono altrettanto chiare".
Martin Schäfer, portavoce del ministero degli esteri tedesco, ha rifiutato l'etichetta data da Trump alla UE come "veicolo della Germania". Ha detto: "Per il governo tedesco l'Europa non è mai stata un mezzo, ma un fine, una comunità di destini che, nel momento in cui il vecchio ordine sta crollando, è più che mai importante."
Il ministero degli esteri ha anche rifiutato le critiche di Trump secondo cui la creazione di una "zona di sicurezza" in Siria sarebbe stata molto più conveniente che accettare tutti i rifugiati provenienti da un paese devastato dalla guerra. "Ciò che una tale zona di sicurezza significa esattamente va al di là della mia comprensione, e dovrebbe essere spiegato meglio", ha detto Schäfer, aggiungendo che non c'è comunque abbastanza volontà della comunità internazionale per prestare un supporto militare in Siria finalizzato alla creazione di una "no-fly zone".
* * *
La Germania non è stato l'unico paese scontento delle affermazioni di Trump. Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici, ha trovato altresì sbagliate le affermazioni di Trump sul fatto che altri paesi europei dovrebbero seguire le orme della Gran Bretagna e uscire dalla UE.
"Non sono preoccupato, penso che l'idea che la Brexit possa essere contagiosa è una fantasia, un fantasma", ha detto Moscovici ai reporter a Parigi. "La Brexit non è una gran cosa", ha detto, ammonendo Trump che i commenti in favore di una disintegrazione della UE non sono un buon inizio per le nuove relazioni transatlantiche.
* * *
Eppure, mentre la Germania e Bruxelles sono così scontente delle critiche di Trump, Mosca è deliziata. Di certo le note di Trump sulla NATO sono state accolte più favorevolmente a Mosca, dove Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, si è detto d'accordo col presidente eletto sul fatto che l'alleanza atlantica è "obsoleta".
"Dato che la NATO è stata fatta nell'ottica di uno scontro, tutte le sue strutture sono dedicate a questo ideale di scontro. Non la si può chiamare un'organizzazione moderna orientata alle idee di stabilità, crescita e sicurezza", ha detto.
Ma le considerazioni di Trump sul fatto che gli USA dovrebbero rimuovere le sanzioni alla Russia in cambio di un accordo per ridurre gli arsenali nucleari hanno avuto una reazione più tiepida. Peskov ha detto che la Russia non ha condotto trattative particolari con gli USA per una riduzione degli arsenali nucleari, e che la cancellazione delle sanzioni non è un obiettivo politico per la Russia. "Non è stata la Russia a iniziare a introdurre queste sanzioni, e la Russia, come ha sottolineato il presidente Putin, non ha intenzione di sollevare la questione di queste sanzioni nei suoi contatti con l'estero", ha detto.
Lo scorso mese, in risposta a simili commenti di Trump, Putin ha detto che la Russia deve potenziare le sue forze nucleari strategiche. Leonid Slutsky, un parlamentare russo, ha detto che "non intende mettere in collegamento le due questioni e fare della cancellazione delle sanzioni un punto di trattative per un'area così delicata come quella della sicurezza nucleare". Konstantin Kosachyov, capo della commissione per gli affari esteri del senato russo, ha detto che la cancellazione delle sanzioni "non è assolutamente un fine in sé per la Russia".
"Non è nemmeno un obiettivo strategico per il quale vogliamo sacrificare qualcosa, specialmente nella sfera della sicurezza", ha detto all'agenzia di stampa RIA Novosti. "Pensiamo [che le sanzioni] siano un cattivo lascito del presidente uscente e che debbano solo diventare storia passata."
di Zero Hedge, 16 gennaio 2017
Una Berlino infuriata ha risposto con una strenua difesa delle proprie politiche alle critiche mosse dal presidente eletto Donald Trump verso la cancelliera tedesca Angela Merkel in due distinte interviste rilasciate domenica, una al tedesco Bild e l'altra al Sunday Times. Le critiche riguardavano in particolare la crisi dei rifugiati e la minaccia di un dazio al 35% sulle automobili BMW esportate dalla Germania verso gli USA.
Il vicecancelliere tedesco e ministro dell'economia, Sigmar Gabriel, ha detto stamattina [lunedì] che una tassa sulle importazioni dalla Germania comporterebbe un "amaro risveglio" delle case automobilistiche americane, dato che queste si affidano alla catena di approvvigionamento transatlantica. "Credo che le maggiori fabbriche BMW si trovino già negli USA, a Spartanburg [in Sud Carolina]", ha detto Gabriel, leader del partito Socialdemocratico tedesco, al Bild in una video-intervista.
"L'industria automobilistica americana avrebbe un brutto risveglio se le componenti che non sono costruite direttamente negli USA dovessero subire un dazio di importazione al 35%. Credo che questo renderebbe l'industria automobilistica americana più debole, peggiore e, soprattutto, meno conveniente". Gabriel ha aggiunto che "vuole aspettare di vedere cosa il Congresso americano abbia da dire in proposito, dato che è per lo più composto da gente contraria a Trump"; così ha riportato il Guardian.
Nella sua intervista al Bild e al Times, il presidente eletto ha indicato che intende riallineare un rapporto commerciale "sbilanciato" in fatto di automobili tra la Germania e gli Stati Uniti. "Se scendete nella Fifth Avenue hanno tutti la Mercedes Benz di fronte a casa, non vi pare?" ha detto. "Quante Chevrolets vedete se girate in Germania? Non molte, forse neanche una ... è un rapporto a senso unico".
Quando gli è stato chiesto cosa dovrebbe fare Trump per spingere i consumatori tedeschi a comprare più automobili americane, Gabriel ha dato un semplice consiglio: "Che pensi a costruire automobili migliori."
L'intervista rilasciata da Trump ha avuto un effetto negativo sulle azioni di BMW, Daimler e Volkswagen, che lunedì mattina, dopo i commenti del presidente eletto, sono tutte cadute. Le azioni BMW sono scese dello 0,85%, quelle Daimler dell'1,54% e quelle Volkswagen dell'1,07% sulla Borsa di Francoforte. La ragione dello sfogo di Trump sui giganti automobilistici tedeschi è che tutte e tre queste case automobilistiche hanno investito fortemente nelle fabbriche in Messico, dove i costi di produzione sono inferiori che negli USA, avendo però l'intenzione di esportare gli autoveicoli sul mercato americano. Questa è stata una mossa apertamente disapprovata da Trump.
Nel frattempo una portavoce di BMW ha detto che lo stabilimento del gruppo BMW nella città messicana di San Luis Potosi inizierà a costruire auto BMW Serie 3 a partire dal 2019, con una produzione destinata al mercato mondiale. Lo stabilimento in Messico si aggiungerebbe alle strutture di produzione Serie 3 attualmente già presenti nella stessa Germania e in Cina.
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Rispondendo ai commenti di Trump sul fatto che la Merkel abbia fatto "un errore assolutamente catastrofico nel lasciare che tutti quegli immigrati illegali entrino nel paese", Gabriel ha detto che l'aumento delle persone che fuggono dal Medio Oriente per cercare asilo in Europa è in parte dovuto alle guerre condotte dagli Stati Uniti, che hanno destabilizzato quella regione geografica.
Nella sua critica alla politica estera americana - e con ciò anche all'amministrazione Obama, per non parlare di Hillary Clinton, una cara amica di Angela Merkel - come colpevole della crisi dei rifugiati in Europa, Gabriel ha detto che "c'è un collegamento tra la politica interventista degli Stati Uniti, soprattutto nella guerra in Iraq, e la crisi dei rifugiati, ed è per questo che il mio consiglio è di non stare a criticarsi a vicenda su cosa abbiamo fatto di giusto o sbagliato, ma di sforzarsi di ristabilire la pace in quella regione e fare tutto il possibile perché le persone tornino ad avere una casa in quei luoghi".
"In quell'area la Germania e l'Europa stanno già ottenendo dei risultati enormi - ed è per questo che ritengo anche sbagliato stare a parlare di spese per la difesa, ora che Trump sta dicendo che spendiamo troppo poco per il finanziamento della NATO. Stiamo dando dei contributi finanziari enormi per proteggere i rifugiati in quella regione, per una situazione che è anche il risultato della politica interventista degli Stati Uniti".
Gabriel, che probabilmente sarà il candidato del centro-sinistra che sfiderà la Merkel nelle elezioni federali tedesche di settembre, ha detto che l'elezione di Trump dovrebbe incoraggiare gli europei a badare a se stessi.
"Da un lato Trump è il presidente eletto. Quando sarà in carica dovremo lavorare con lui e il suo governo - lo richiede il rispetto per l'esito di una elezione democratica", ha detto Gabriel. "Dall'altro lato dobbiamo avere più fiducia in noi stessi. Non dico che siamo sottomessi. Dico che riguardo le sue affermazioni sul commercio, sul modo di trattare l'industria automobilistica tedesca, sulla questione della NATO, sulla sua visione dell'Unione Europea - tutto questo richiede da parte nostra una maggiore fiducia in noi stessi, non solo a nome di noi tedeschi, ma di tutti gli europei. Noi non siamo inferiori a lui, anche noi abbiamo qualcosa da portare al tavolo delle trattative.
"Soprattutto in questa fase nella quale l'Europa è piuttosto debole, dobbiamo stringerci assieme e agire con fiducia in noi stessi, per difendere i nostri interessi."
Sebbene la Merkel debba ancora rispondere direttamente alle affermazioni di Trump e durante una conferenza stampa col primo ministro neozelandese Bill English abbia rifiutato di commentare l'intervista, dicendo che aspetterà fino all'inaugurazione di Trump, e solo allora vedrà come programmare il lavoro con lui a tutti i livelli di governo, il suo portavoce, Steffen Seibert, ha detto che la cancelliera ha letto l'intervista di Trump "con interesse", ma ha rifiutato di commentare più in dettaglio fino a che il presidente eletto non avrà prestato giuramento.
"Stiamo aspettando che il presidente Trump inizi il suo mandato e allora lavoreremo con il suo nuovo governo", ha detto Seibert, aggiungendo che "[quelle di Trump] sono affermazioni molto chiare sulla posizione del nuovo presidente americano, ma anche le posizioni della cancelliera tedesca su molte di queste questioni sono altrettanto chiare".
Martin Schäfer, portavoce del ministero degli esteri tedesco, ha rifiutato l'etichetta data da Trump alla UE come "veicolo della Germania". Ha detto: "Per il governo tedesco l'Europa non è mai stata un mezzo, ma un fine, una comunità di destini che, nel momento in cui il vecchio ordine sta crollando, è più che mai importante."
Il ministero degli esteri ha anche rifiutato le critiche di Trump secondo cui la creazione di una "zona di sicurezza" in Siria sarebbe stata molto più conveniente che accettare tutti i rifugiati provenienti da un paese devastato dalla guerra. "Ciò che una tale zona di sicurezza significa esattamente va al di là della mia comprensione, e dovrebbe essere spiegato meglio", ha detto Schäfer, aggiungendo che non c'è comunque abbastanza volontà della comunità internazionale per prestare un supporto militare in Siria finalizzato alla creazione di una "no-fly zone".
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La Germania non è stato l'unico paese scontento delle affermazioni di Trump. Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici, ha trovato altresì sbagliate le affermazioni di Trump sul fatto che altri paesi europei dovrebbero seguire le orme della Gran Bretagna e uscire dalla UE.
"Non sono preoccupato, penso che l'idea che la Brexit possa essere contagiosa è una fantasia, un fantasma", ha detto Moscovici ai reporter a Parigi. "La Brexit non è una gran cosa", ha detto, ammonendo Trump che i commenti in favore di una disintegrazione della UE non sono un buon inizio per le nuove relazioni transatlantiche.
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Eppure, mentre la Germania e Bruxelles sono così scontente delle critiche di Trump, Mosca è deliziata. Di certo le note di Trump sulla NATO sono state accolte più favorevolmente a Mosca, dove Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, si è detto d'accordo col presidente eletto sul fatto che l'alleanza atlantica è "obsoleta".
"Dato che la NATO è stata fatta nell'ottica di uno scontro, tutte le sue strutture sono dedicate a questo ideale di scontro. Non la si può chiamare un'organizzazione moderna orientata alle idee di stabilità, crescita e sicurezza", ha detto.
Ma le considerazioni di Trump sul fatto che gli USA dovrebbero rimuovere le sanzioni alla Russia in cambio di un accordo per ridurre gli arsenali nucleari hanno avuto una reazione più tiepida. Peskov ha detto che la Russia non ha condotto trattative particolari con gli USA per una riduzione degli arsenali nucleari, e che la cancellazione delle sanzioni non è un obiettivo politico per la Russia. "Non è stata la Russia a iniziare a introdurre queste sanzioni, e la Russia, come ha sottolineato il presidente Putin, non ha intenzione di sollevare la questione di queste sanzioni nei suoi contatti con l'estero", ha detto.
Lo scorso mese, in risposta a simili commenti di Trump, Putin ha detto che la Russia deve potenziare le sue forze nucleari strategiche. Leonid Slutsky, un parlamentare russo, ha detto che "non intende mettere in collegamento le due questioni e fare della cancellazione delle sanzioni un punto di trattative per un'area così delicata come quella della sicurezza nucleare". Konstantin Kosachyov, capo della commissione per gli affari esteri del senato russo, ha detto che la cancellazione delle sanzioni "non è assolutamente un fine in sé per la Russia".
"Non è nemmeno un obiettivo strategico per il quale vogliamo sacrificare qualcosa, specialmente nella sfera della sicurezza", ha detto all'agenzia di stampa RIA Novosti. "Pensiamo [che le sanzioni] siano un cattivo lascito del presidente uscente e che debbano solo diventare storia passata."
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