In occasione della Giornata della Memoria 2020, pubblichiamo un articolo di Strategic Culture che rimette ordine nei fatti storici del tempo. Sarebbe infatti opportuno che l’Europa non ricordasse del nazismo e dell’Olocausto solo ciò che le fa comodo, riscrivendo la storia di tutto il resto. Il tentativo recente da parte del governo polacco e dell’UE di attribuire all’Unione Sovietica parte della responsabilità dei crimini della Germania nazista è un insulto al popolo russo, che più di ogni altro ha pagato un prezzo — elevatissimo — per combattere e sconfiggere i nazisti, oltre ad avere materialmente liberato numerosissimi campi di concentramento, Auschwitz compreso.
Di Finian Cunningham, 22 gennaio 2020
Ricorre questa settimana il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di morte di Auschwitz dai nazisti ad opera dell’Armata Rossa sovietica. Ma l’evento epocale viene oscurato da nuovi tentativi da parte delle autorità polacche – supportate da funzionari americani e tedeschi – di scaricare la colpa della Seconda guerra mondiale sull’Unione Sovietica.
La famigerata massima tedesca “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), che sormontava il cancello di ingresso metallico di Auschwitz, attraverso il quale milioni di prigionieri si avviarono verso la morte, potrebbe oggi essere sottotitolata con la frase più onesta “Wahrheit Macht Frei” (“La verità vi farà liberi”).
Perché quello che si sta verificando nella commemorazione di Auschwitz della Polonia, e più in generale nelle dichiarazioni sulle origini della Seconda Guerra Mondiale, è una spaventosa distorsione della storia per soddisfare gli attuali interessi geopolitici occidentali e danneggiare la Russia. Ma nascondere o negare le cause della guerra serve solo a condannare il mondo a ripeterla.
Anziché vedersi assegnato un posto d’onore in prima fila per la liberazione dei campi di sterminio nel sud della Polonia il 27 gennaio 1945, ad opera dell’Armata Sovietica, oggi Mosca viene messa a margine, nonostante il suo ruolo fondamentale nel distruggere il regime nazista e tutti i suoi orrori.
Sembra che il presidente Russo Vladimir Putin abbia declinato l’invito a presenziare al settantacinquesimo anniversario in Polonia. La Russia verrà rappresentata dal suo ambasciatore nel Paese. Putin sarà presente a un evento equivalente in Israele, e in quella commemorazione alternativa gli sarà riconosciuta la meritata importanza, per mettere in risalto i risultati ottenuti nella liberazione dal predecessore della Russia, l’Unione Sovietica. Possiamo capire le ragioni per cui il Presidente Russo ha deciso di non prendere parte all’evento in Polonia, a causa delle affermazioni tossiche fatte recentemente da Varsavia e da altri stati occidentali sulle accuse rivolte all’Unione Sovietica di essere stata collusa con la Germania nazista nell’istigare la guerra.
Questa distorsione della storia ha persino ottenuto uno status ufficiale quando il Parlamento europeo – a seguito di pressioni da parte degli stati Baltici e della Polonia – ha adottato una risoluzione, lo scorso settembre, in cui l’Unione Sovietica viene dichiarata colpevole come il Terzo Reich Nazista per aver dato inizio alla Seconda Guerra Mondiale.
Quando il presidente Putin ha liquidato la risoluzione come una “sciocchezza” e ha proseguito sottolineando la collaborazione documentata della stessa Polonia con la Germania nazista, l’attuale governo polacco, insieme ai diplomatici tedeschi e americani, hanno raddoppiato le accuse verso Mosca, imputandole di avere una parziale responsabilità nell'esplosione della peggiore conflagrazione della storia.
Queste accuse occidentali e polacche hanno origine dallo storico patto di non aggressione firmato tra nazisti e sovietici il 23 agosto 1939, una settimana prima che i nazisti invadessero la Polonia. Si sostiene quindi che la distensione tra Stalin e Hitler abbia incoraggiato quest’ultimo a dare il via alla guerra.
Come ha riferito Radio Free Europe: “L’inviato tedesco Rolf Nikel e l’ambasciatore USA in Polonia Georgette Mosbacher hanno entrambi dichiarato il 30 dicembre che la Germania e l’Unione Sovietica hanno colluso, nel 1939, per iniziare la guerra che avrebbe portato alla morte di decine di milioni di persone nell’Europa continentale”.
Il Primo ministro polacco Mateusz Moraweicka ha denunciato la versione della storia di Putin come “falsa… che calpesta la memoria di tali eventi. La Polonia deve difendere la verità, non per i propri interessi, ma per il bene di ciò che definisce l’Europa”.
Si tratta di un esempio di distorsione della storia quanto mai audace.
Le ragioni di questa riscrittura sono ovvie. La Germania può così scaricare parte della sua colpa riguardo alla guerra che ha terrorizzato l’Europa con il genocidio fascista.
Coinvolgendo i Sovietici nell’orrore nazista, gli americani e i loro surrogati di destra in Polonia e negli stati Baltici possono rianimare le loro invenzioni fiacche e stantie su una “aggressione russa” verso l’Europa di oggi. Questo capovolgimento è particolarmente disprezzabile, se consideriamo che l’Unione Sovietica soffrì più di ogni altra nazione la barbarie nazista, con più di 25 milioni di morti e decine di milioni di feriti.
La Polonia è forse quella che ha più da guadagnare dalla falsificazione della storia. Il suo stesso vergognoso passato di collusione col regime nazista prima e durante la guerra verrebbe, si prevede, cancellato e scaricato nel dimenticatoio della storia.
Ironia della sorte, tutti coloro che si accodano alla denigrazione della Russia per la presunta complicità sovietica con la Germania nazista sostengono che Putin sta “riscrivendo la storia” , facendo riferimento ai documenti sovietici e alla propaganda.
Uno dei migliori resoconti accademici del periodo dalla Prima guerra mondiale fino alla fine degli anni '30 e allo scoppio della guerra è l'opera dello storico britannico A. J. P. Taylor, dal titolo 'Le origini della Seconda Guerra Mondiale' (pubblicata nel 1961). Taylor non è un "compagno di viaggio" dell'Unione Sovietica. Il suo studio è un esercizio professionale di studio oggettivo.
La prospettiva russa è sostanzialmente appoggiata da Taylor (e da altri storici occidentali, vedi ad esempio questo recente saggio di Michael Jabara Carley). Il patto di non aggressione nazista-sovietico alla vigilia dello scoppio della guerra fu un disperato tentativo di Mosca di tenere a bada il Terzo Reich. Dovuto al fatto che, come sottolinea Taylor, le potenze occidentali, in particolare la Gran Bretagna, la Francia e la Polonia, avevano costantemente respinto tutti gli appelli sovietici a stringere un patto collettivo europeo di sicurezza contro la Germania nazista.
Quando Hitler si annesse l'Austria nel 1936 e invase la Cecoslovacchia nel 1938, Gran Bretagna, Francia e Polonia si voltarono dall'altra parte. Il manifesto del Fuhrer nel Mein Kampf e le sue varie invettive durante gli anni '30 ebbero come obiettivo esplicito l'annientamento dell'Unione sovietica e degli ebrei europei per la soluzione finale.
I ministri polacchi durante questo periodo condivisero lo spregio nazista per il popolo sovietico ed ebraico. Il caso dell'ambasciatore polacco a Berlino Josef Lipski, che nel 1938 propose a Hitler un piano per deportare gli ebrei europei in Africa, è inconfutabile.
Ciò che le autorità polacche oggi sono costrette a negare sono fatti storici obiettivi che assegnano complicità ai loro predecessori nello scatenare il mostro nazista. Il fatto che Auschwitz e altri campi di sterminio nazisti si trovino sul territorio polacco non sembra dare a questi russofobi virali alcuno spunto di riflessione. Il fatto che l'Armata Rossa sovietica abbia salvato milioni di polacchi dalla barbarie nazista – una barbarie che i loro vacillanti e illusi leader politici avevano incoraggiato – è forse l'esempio più chiaro di come "la menzogna non vi farà liberi".
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28/01/20
Wahrheit Macht Frei… La verità vi farà liberi
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31/10/19
L’UE riscrive la storia della Seconda guerra mondiale per demonizzare la Russia
Prosegue la deriva orwelliana dell’Unione Europea, con tentativi sempre più espliciti di riscrivere il passato per controllare il presente. I sovietici pagarono il prezzo di gran lunga più alto per fermare i nazisti, tuttavia il loro ruolo viene oggi occultato e si tenta invece di equiparare il regime comunista a quello nazista, contro ogni evidenza documentale.
Di Max Parry, 25 ottobre 2019
Il mese scorso, in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'inizio della Seconda guerra mondiale, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione dal titolo "L'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa". Il documento adottato:
Per 75 anni, ci avevano raccontato che la guerra è iniziata il 1 settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia, anche se sul fronte del Pacifico la guerra tra Giappone e Cina era iniziata due anni prima. Ora, dobbiamo convincerci che in realtà la guerra iniziò otto giorni prima, quando il ministro degli Esteri tedesco visitò Mosca. Fate finta di non vedere la doppia giravolta intrinseca nella premessa, secondo la quale una guerra sarebbe la conseguenza di un accordo di pace che, senza che venga fornita alcuna prova, si dice contenesse "protocolli segreti", e non disposizioni. Vedete, a differenza degli altri patti firmati tra i paesi europei e la Germania nazista - come la Conferenza di Monaco (nell’originale: il Tradimento di Monaco, NdVdE) del 1938 con la Francia e la Gran Bretagna a cui i sovietici non erano invitati mentre l'Austria e la Cecoslovacchia venivano omaggiate a Hitler in cambio della cortesia di attaccare Mosca – il patto Molotov-Ribbentrop era davvero un accordo confidenziale tra Hitler e Stalin per conquistare l'Europa e dividerla.
Questa è pura mitologia. Il fatto è che non sono stati né i sovietici né la Germania a tracciare la linea di demarcazione della Polonia nel 1939, perché si trattava di un ripristino del confine riconosciuto dalla Società delle Nazioni e dalla Polonia stessa come proposto dai britannici a seguito della Prima guerra mondiale. Perfino Winston Churchill durante la sua prima trasmissione radiofonica in tempo di guerra alla fine di quell'anno ammise:
La Russia ha perseguito una fredda politica di interesse nazionale. Avremmo potuto desiderare che l'esercito russo si schierasse sulla linea attuale di amica e alleata della Polonia, anziché da invasore. Ma il fatto che l'esercito russo dovesse stare su quest’ultima linea era chiaramente necessario per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista.
Tuttavia, secondo l'UE, anche se Mosca è stato l'ultimo paese ad accettare un accordo di pace con Hitler, faceva tutto parte di un complotto segreto tra di loro. In tal caso, perché allora la Germania ha scelto di invadere l'URSS nel 1941? L'UE lascia la questione senza risposta. Dimenticatevi le sue politiche razziali di schiavizzare gli slavi o il fatto che Hitler dichiarò apertamente nel Mein Kampf che la Germania aveva bisogno di conquistare l'Est per garantire il Lebensraum (ossia lo “spazio vitale” di cui, secondo Hitler, la Germania aveva bisogno e cui aveva diritto, NdVdE). Non importa che nella primavera del 1941, meno di due mesi prima dell'Operazione Barbarossa, Stalin tenne un discorso al Cremlino ad un festeggiamento statale per i neolaureati dell'Accademia Militare di Frunze per avvertire di un imminente attacco:
La guerra con la Germania è inevitabile. Se il compagno Molotov riuscirà a rinviare la guerra per due o tre mesi attraverso il Ministero degli Affari Esteri, sarà la nostra fortuna, ma voi stessi dovete andare e predisporre misure per preparare al combattimento le nostre forze.
L'UE ha censurato il fatto che l’unica ragione della firma del patto nazi-sovietico nell'agosto 1939 era stata guadagnare tempo per la strategia di guerra di logoramento dell'Armata Rossa, per preparare adeguatamente i suoi armamenti contro una futura invasione da parte della Wehrmacht. La leadership sovietica capì bene che la Germania avrebbe infine rinnegato l'accordo, considerando che nel 1936 aveva firmato il Patto anti-Comintern con il Giappone e l'Italia contro l'Internazionale Comunista. Per sei anni, l'URSS fu ostacolata da parte degli inglesi e dei francesi nei suoi tentativi di forgiare una equivalente coalizione antifascista e di difendere collettivamente la Cecoslovacchia, ma i governanti francesi e inglesi erano troppo occupati a corteggiare e fare affari con la Germania. Erano stati solo i sovietici a difendere la Repubblica spagnola da Franco nelle prove finali prima del conflitto mondiale e solo quando tutti gli altri mezzi furono esauriti alla fine accettarono un accordo con gli hitleriani.
Proprio una settimana prima della firma del trattato di pace, Stalin tenne un discorso segreto al Politburo dove spiegò:
La questione della guerra o della pace è entrata in una fase critica per noi. Se concludiamo un trattato di mutua assistenza con la Francia e la Gran Bretagna, la Germania si allontanerà dalla Polonia e cercherà di convivere con le potenze occidentali. Eviteremo quindi la guerra, ma gli eventi futuri potrebbero prendere una svolta negativa per l'URSS. Se accettiamo la proposta della Germania di concludere con lei un patto di non aggressione, la Germania attaccherà la Polonia e l'Europa precipiterà in gravi ribellioni e disordini. In queste circostanze avremo molte possibilità di rimanere fuori dal conflitto, mentre potremo sperare di entrare a tempo debito in guerra.
Quest'ultima risoluzione fa parte di una lunga lista di false ricostruzioni della Seconda guerra mondiale da parte dell'impero anglosassone, ma è forse la sua falsificazione più eclatante, che profana le tombe dei 27 milioni di cittadini sovietici che costituirono l'80% del numero totale di morti alleati. All'inizio di quest'anno, per la commemorazione del 75° anniversario dello sbarco in Normandia, la Russia e il suo capo di stato sono stati esclusi dagli eventi di Portsmouth, in Inghilterra. Come se la continua assenza dei leader dell'Europa occidentale alle celebrazioni del 9 maggio del Giorno della Vittoria tenute ogni anno in Russia non fosse abbastanza offensiva. Anche se è vero che il fronte orientale non era coinvolto nell'Operazione Overlord, il presidente russo Vladimir Putin aveva in precedenza partecipato agli eventi per il 70° anniversario del D-Day nel 2014. Non c'è dubbio che l'aumento delle tensioni geopolitiche tra l'Occidente e Mosca negli anni successivi ha dato all'UE la possibilità di riscrivere interamente il ruolo della Russia nella vittoria alleata con scarsa disapprovazione pubblica, anche se molte delle famiglie di coloro che si sono offerti volontari nelle Brigate Internazionali si sono giustamente sentite insultate da questa manomissione della storia ed hanno espresso la loro contrarietà.
Lo scopo reale della mozione dell'UE è quello di alterare la storia della guerra, dando il merito agli Stati Uniti per la liberazione dell'Europa, assolvendo al contempo le democrazie occidentali che hanno aperto la porta all'ascesa del fascismo e hanno cercato di utilizzare la Germania per annientare l'URSS. La storia stessa dovrebbe essere sempre oggetto di dibattito e di studio, ma gli atlantici hanno apportato questo cambiamento formale senza alcuna prova a sostegno e interamente a fini politici. Come la fondazione stessa del progetto dell'UE, l'obiettivo dichiarato della proposta è presumibilmente quello di impedire che si verifichino future atrocità, anche se il superstato UE è stato progettato da ex nazisti come Walter Hallstein, il primo Presidente della Commissione Europea, che era un avvocato tedesco in diverse organizzazioni legali del Partito Nazista e combatté per la Wehrmacht in Francia fino alla sua cattura come prigioniero di guerra dopo l'invasione della Normandia.
Anziché prevenire crimini futuri, l'Unione Europea ne ha commesso essa stessa uno, modificando ingannevolmente la cronologia del comunismo in modo da renderla parallela a quella del Terzo Reich. Inoltre, ha sostenuto che essi erano due facce della stessa medaglia del "totalitarismo" e che di tutta la barbarie commessa durante la guerra i sovietici erano ugualmente colpevoli o – a giudicare dal numero di volte in cui il testo cita l'URSS rispetto alla Germania – lo erano ancora di più. Non è chiaro se dobbiamo ora ignorare completamente le precedenti conclusioni raggiunte dai tribunali militari di Norimberga tenuti dagli alleati in base al diritto internazionale, in cui tutti i 12 criminali di guerra condannati a morte nel 1946 furono tedeschi, non sovietici. Il documento non tenta nemmeno di nascondere il suo obiettivo politicizzato, l'attuale governo di Mosca, affermando che:
La Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e il suo sviluppo in uno stato democratico sarà ostacolato finché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a giustificare i crimini comunisti e a glorificare il regime totalitario dell'Unione Sovietica.
Questa accusa non resiste all'osservazione critica, poiché da allora la Russia ha eretto monumenti ufficiali a coloro che sono stati giustiziati e perseguitati politicamente durante il cosiddetto "Grande Terrore". Tuttavia, la netta differenza tra la risoluzione dell'UE e il Muro del Dolore di Mosca è che quest'ultimo si basa sulle prove degli archivi storici sovietici. È diventata una diffusa e ridicola credenza in Occidente che Stalin in qualche modo abbia ucciso cinque volte più persone di Hitler, un'assurdità che non si riflette negli archivi sovietici una volta rigorosamente segreti e ormai divulgati, che dopo essere stati esaminati per due decenni mostrano che in un periodo di tre decenni dai primi anni '20 alla sua morte, nel 1953, il numero totale registrato di cittadini sovietici giustiziati dallo stato è poco meno di 800.000. Anche se questo è certamente un numero orribile, come fa a cominciare a essere confrontato con uno sterminio su scala industriale basato sulla teoria della razza?

Come si può credere che Stalin abbia ucciso decine di milioni di persone quando anche l'analisi più semplice di un grafico demografico della popolazione mostra che il tasso di popolazione sovietica è aumentato costantemente in ogni decennio, con l'unica riduzione in atto durante la Seconda guerra mondiale? I socialisti, che forse più di ogni altra tendenza politica sembrano soffrire di autorazzismo, dovrebbero difendere la propria storia da una simile falsificazione. È solo quando si verificano storture sotto gli Stati comunisti che l'intero sistema politico ed economico deve essere denunciato, ma mai il capitalismo, che per cinque secoli ha colonizzato metà del mondo schiavizzando e sterminando intere nazioni.
La maggior parte delle stime di morti enormemente esagerate derivano da falsità contenute nel Libro Nero del Comunismo da un gruppo di accademici francesi di destra nel 1997, che non nascondevano il loro appoggio all'autoproclamato Esercito di Liberazione Russo (ROA), collaborazionista con i nazisti, comandato dal generale Andrey Vlasov, che disertò in favore della Germania durante la guerra:
Un destino singolare fu riservato ai Vlasovtsy, i soldati sovietici che avevano combattuto sotto il generale sovietico Andrei Vlasov. Vlasov era il comandante della Seconda Armata, che era stato fatto prigioniero dai tedeschi nel luglio 1942. Sulla base delle sue convinzioni antistaliniste, il generale Vlasov accettò di collaborare con i nazisti per liberare il suo paese dalla tirannia dei bolscevichi.
L'altro lavoro molto citato dall'Occidente per la sua sovrastimata rappresentazione della repressione sovietica è l'altrettanto inaffidabile Arcipelago Gulag, di Alexander Solzhenitsyn, che, come ha notato lo storico Ludo Martens, ha anche tentato di fornire una giustificazione del tradimento di Vlasov nella sua opera best-seller del 1973:
Fu così che la Seconda Armata di Vlasov perì, ripetendo letteralmente il destino della seconda armata russa di Samsonov nella Prima guerra mondiale, essendo stata altrettanto follemente gettata nell'accerchiamento. Ora, questo, naturalmente, era tradimento alla Patria! Questo, naturalmente, è stato un tradimento vergognoso! Ma è stato di Stalin. Il tradimento non implica necessariamente lo svendere in cambio di denaro. Può includere l'ignoranza e l'incuria nei preparativi per la guerra, la confusione e la codardia al suo inizio, il sacrificio senza senso di eserciti e corpi solo per salvare l'uniforme del proprio maresciallo. In effetti, non esiste un tradimento più amaro da parte di un Comandante Supremo.
La verità si trova negli archivi sovietici, che indicano che il successore di Stalin, l'ucraino Nikita Krusciov, era così intento ad assolvere totalmente se stesso come leader sovietico da qualsiasi colpa nelle purghe degli anni '30 da dare tutte le colpe dei suoi eccessi al suo predecessore. Successivamente, gli storici occidentali come il propagandista del ministero degli Esteri britannico Robert Conquest seguirono il suo esempio e questo racconto divenne rapidamente dottrina ufficiale. Col senno di poi, il famigerato discorso segreto di Krusciov del 1956, "Sul culto della personalità e sulle sue conseguenze", piantò nel sistema sovietico i semi del dubbio, che alla fine avrebbe portato alla sua rovina decenni dopo. Al contrario, ciò che i documenti storici mostrano è che la maggior parte di coloro che furono epurati in quel periodo non erano necessariamente percepiti come minacce politiche allo stesso Stalin, ma venivano presi di mira a causa di una paranoia sistemica complessiva dell'intero governo sovietico per quanto riguarda il sabotaggio interno e l'attività controrivoluzionaria da una vera e propria quinta colonna, che traeva ispirazione da un certo traditore ex bolscevico in esilio e una potenziale invasione proveniente dall’esterno del paese.
Molti dimenticano che durante la guerra civile russa, proprio tale scenario si era verificato quando gli alleati della Prima guerra mondiale, compresi gli Stati Uniti, intervenirono collettivamente dalla parte dei Bianchi solo per essere cacciati dall'Armata Rossa, rendendo tali istinti di sopravvivenza non del tutto irragionevoli. Per non parlare della rapida industrializzazione dell'intera nazione in un solo decennio durante la preparazione alla crescente minaccia della guerra con la Germania. Quando Hitler iniziò il suo Grande Piano per l'Oriente, le loro peggiori paure si concretizzarono, quando decine di migliaia di nazionalisti ucraini cambiarono sponda e si arruolarono nella 14a Divisione Granatieri Waffen delle SS (Prima Galiziana) in Ucraina, per collaborare con gli occupanti tedeschi nel massacro dei loro connazionali e, dopo la fine della guerra, continuarono la loro lotta traditrice durante gli anni '50 con l'assistenza della CIA. Quindi, come dice il proverbio, solo perché sei paranoico non significa che il complotto non sia in atto...
Per quanto riguarda l'accusa di "riverniciatura" dei crimini comunisti, è vero che i recenti sondaggi indicano che il 70% dei russi oggi ha una visione favorevole di Stalin, ma sono altrettanti i nostalgici dello stesso comunismo e rimpiangono la rottura dell'URSS sulla base del fatto che il sistema socialista "si prendeva cura della gente comune”. Putin una volta ha osservato che, nonostante l'eredità repressiva di Stalin, dubitava che lo statista georgiano sarebbe stato disposto a sganciare due bombe atomiche sul Giappone come fatto dagli Stati Uniti, un'atrocità che ha ucciso 225.000 civili innocenti (la maggior parte di loro istantaneamente), il che è più di un quarto dei giustiziati durante l'intera era staliniana. Ha sbagliato a dirlo? Una notevole quantità di morti si è verificata anche nelle carestie sovietiche degli anni '30, ma ci sono molte più prove che suggeriscono che i britannici hanno deliberatamente affamato a morte tre milioni di bengalesi, di quante ce ne siano per sostenere la frode Holodomor inventata dalla Diaspora nazionalista ucraina. Se l'Occidente vuole parlare di carestia deliberata, dovrebbe dare un'occhiata a ciò che gli Stati Uniti hanno fatto con le loro sanzioni economiche nel 1990, che uccisero mezzo milione di bambini iracheni, episodio riguardo al quale l'ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Madeleine Albright notoriamente commentò: "ne valeva la pena".
Non è la prima volta che gli anglosassoni omettono storicamente il ruolo sovietico nella vittoria alleata o confondono l'URSS con il Terzo Reich. In precedenti occasioni il Parlamento Europeo ha emanato risoluzioni che dichiarano il 23 agosto "una giornata europea di memoria delle vittime dell'alleanza nazista-sovietica". Questo è un tentativo degli atlantici di rappresentare il comunismo come in qualche modo peggiore del fascismo, scollegando nel frattempo i nazisti dalla discebdenza dal colonialismo europeo, il cui razzismo è stato la sua fonte di ispirazione. Perché ciò che colpì gli Ebrei non fu considerato un'estensione di ciò che era già stato fatto alle tribù Herero-Nama per le quali la Namibia sta facendo causa alla Germania un secolo dopo?
L'establishment politico neoliberista in Europa e i suoi oppositori populisti anti-UE ci tengono ad apparire nemici l'uno dell'altro, ma sembra che condividano le stesse favolette sulla Seconda guerra mondiale, cioè che i nazisti e i sovietici erano mali equivalenti come scritto in quest'ultimo decreto. È una grande ironia che il miliardario liberale "filantropo" e manipolatore di valuta George Soros sia così deriso dai populisti di destra, quando sono state le sue ONG dell’Open Society Institute a progettare il crollo del comunismo nell'Europa orientale. Soros sarà pure contrario al piglio anti-immigrati del nazionalismo di destra attualmente in aumento nell'Europa occidentale, ma come fanatico russofobo è disposto a scegliere strani compagni di letto, come gli ultranazionalisti a Kiev per minare la sfera di influenza di Mosca, e ciò include la revisione della storia della Seconda guerra mondiale a una versione favorevole ai nazionalisti ucraini, che hanno preso il potere durante il colpo di stato pro-UE del 2014 in Ucraina (l’autore sembra ignorare che in realtà i nazionalisti neonazisti ucraini sono pro-UE, e sono in genere avversati dai “populisti nazionalisti di destra anti-UE”, NdVdE).
Il regime della giunta nazista a Kiev ha da allora istituito leggi russofobiche di "de-comunistizzazione", che cancellano le tracce rimanenti del passato sovietico ucraino, sostituendole con memoriali ai loro nemici in tempo di guerra. Un recente esempio è stata la città di Vinnitsa, che ha rinominato una via intitolata alla spia sovietica ed eroe di guerra Richard Sorge, dedicandola a Omelyan Hrabetsk, un comandante dell'Esercito Insurrezionale Ucraino che collaborò con la Germania durante la guerra e uccise migliaia di polacchi ed ebrei. Sorge si finse un giornalista tedesco a Tokyo e fornì notoriamente a Mosca l'informazione tempestiva che il Giappone non aveva intenzione di attaccare l'URSS, permettendo a Stalin di trasferire rinforzi essenziali alla battaglia di Mosca, che si rivelò essere un importante punto di svolta nella guerra. Fu giustiziato dai giapponesi nel 1944 e dichiarato postumo Eroe dell'Unione Sovietica.
Ora l'UE sta " de-comunistizzando " la storia nella sua legislazione. Nel frattempo, l'influenza di Soros sull'UE non può essere sopravvalutata in quanto il suo potere di lobbying gli permette di avere un’influenza sul suo ramo esecutivo più di qualsiasi capo di Stato ufficiale nell'Unione politica ed economica. Il magnate degli hedge fund ha fatto fortuna come investitore durante la privatizzazione di massa della Russia negli anni '90 dopo aver arruolato Jeffrey Sachs e il FMI per applicare la "terapia d'urto" alla sua economia, come ha fatto in Polonia e nella sua nativa Ungheria. Sotto Putin, tuttavia, le ONG di Soros sono state escluse dalla Russia. Forse la ragione per fornire così cinicamente sostegno agli elementi fascisti in Ucraina per contrastare Mosca è che lo ha fatto personalmente in gioventù in Ungheria.
Nato Gyorgy Schwartz, durante la Seconda guerra mondiale era un adolescente di una ricca famiglia ebraica che sopravvisse all'occupazione dell'Asse usando la sua ricchezza per corrompere un funzionario governativo del governo collaborazionista di Arrow Cross, che fornì documenti falsi ai Soros identificandoli come cristiani, mentre l'adolescente per sua stessa ammissione consegnava avvisi di deportazione ad altri ebrei. Poco tempo dopo, il giovane Soros fingeva di essere il figlio gentile adottato di un funzionario che inventariava gli oggetti di valore e le proprietà rubate agli ebrei, e lo accompagnava persino durante il suo lavoro. Si potrebbe pensare che, in quanto ebreo, fosse ossessionato da queste esperienze, ma Soros ha più volte dichiarato che non ha rimpianti e le ha anche paragonate in maniera inquietante al suo futuro lavoro come investitore.
Come Soros, l'Unione Europea non ha alcuna ideologia se non una sete inestinguibile di avidità ed è amica dei nazisti quando questi odiano la Russia. Per i suoi interessi politici, essa è disposta a promuovere pericolosamente una versione della storia inventata da una nuova estrema destra, in cui i quisling che collaborarono con le potenze dell'Asse sfuggono alla colpa e i sovietici che li hanno coraggiosamente sconfitti vengono calunniati malignamente. Il fascismo non è mai stato completamente sradicato solo perché l'Occidente ha continuato a nutrirlo durante la guerra fredda e anche ora che il capitalismo è stato reinstaurato in Eurasia, continua a farlo per ostacolare una Mosca risorgente sulla scena mondiale.
Mentre il mondo appare sempre più sull'orlo della Terza Guerra Mondiale, ci ricordiamo l'espressione di Karl Marx che notoriamente affermò che "la storia si ripete... prima come tragedia, poi come farsa" nel Diciottesimo Brumaio di Luigi Napoleone, quando paragona la presa del potere di Napoleone Bonaparte nella Rivoluzione francese con il colpo di stato di suo nipote mezzo secolo dopo, che pose fine alla Rivoluzione Francese. Altrettanto appropriata è la frase umoristica del leggendario scrittore e noto anti-imperialista Mark Twain che notoriamente disse "la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa." Entrambi sono applicabili all'indiscutibile tragedia della Seconda guerra mondiale e alla profanazione beffarda della sua storia da parte dell'UE, le cui politiche continuano a rendere un altro conflitto globale molto più probabile.
Di Max Parry, 25 ottobre 2019
Il mese scorso, in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'inizio della Seconda guerra mondiale, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione dal titolo "L'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa". Il documento adottato:
- - sottolinea che la Seconda guerra mondiale, la guerra più devastante nella storia d'Europa, è iniziata come risultato immediato del famigerato Trattato nazi-sovietico di non aggressione del 23 agosto 1939, noto anche come Patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, per cui due regimi totalitari che condividevano l'obiettivo della conquista mondiale hanno diviso l'Europa in due zone di influenza;
- - ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno compiuto omicidi di massa, genocidi e deportazioni e causato una perdita di vite umane e di libertà nel XX secolo su una scala mai vista nella storia umana, e ricorda l'orribile crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le violazioni dei diritti umani di massa perpetrati dai regimi nazisti, comunisti e di altri regimi totalitari.
Per 75 anni, ci avevano raccontato che la guerra è iniziata il 1 settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia, anche se sul fronte del Pacifico la guerra tra Giappone e Cina era iniziata due anni prima. Ora, dobbiamo convincerci che in realtà la guerra iniziò otto giorni prima, quando il ministro degli Esteri tedesco visitò Mosca. Fate finta di non vedere la doppia giravolta intrinseca nella premessa, secondo la quale una guerra sarebbe la conseguenza di un accordo di pace che, senza che venga fornita alcuna prova, si dice contenesse "protocolli segreti", e non disposizioni. Vedete, a differenza degli altri patti firmati tra i paesi europei e la Germania nazista - come la Conferenza di Monaco (nell’originale: il Tradimento di Monaco, NdVdE) del 1938 con la Francia e la Gran Bretagna a cui i sovietici non erano invitati mentre l'Austria e la Cecoslovacchia venivano omaggiate a Hitler in cambio della cortesia di attaccare Mosca – il patto Molotov-Ribbentrop era davvero un accordo confidenziale tra Hitler e Stalin per conquistare l'Europa e dividerla.
Questa è pura mitologia. Il fatto è che non sono stati né i sovietici né la Germania a tracciare la linea di demarcazione della Polonia nel 1939, perché si trattava di un ripristino del confine riconosciuto dalla Società delle Nazioni e dalla Polonia stessa come proposto dai britannici a seguito della Prima guerra mondiale. Perfino Winston Churchill durante la sua prima trasmissione radiofonica in tempo di guerra alla fine di quell'anno ammise:
La Russia ha perseguito una fredda politica di interesse nazionale. Avremmo potuto desiderare che l'esercito russo si schierasse sulla linea attuale di amica e alleata della Polonia, anziché da invasore. Ma il fatto che l'esercito russo dovesse stare su quest’ultima linea era chiaramente necessario per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista.
Tuttavia, secondo l'UE, anche se Mosca è stato l'ultimo paese ad accettare un accordo di pace con Hitler, faceva tutto parte di un complotto segreto tra di loro. In tal caso, perché allora la Germania ha scelto di invadere l'URSS nel 1941? L'UE lascia la questione senza risposta. Dimenticatevi le sue politiche razziali di schiavizzare gli slavi o il fatto che Hitler dichiarò apertamente nel Mein Kampf che la Germania aveva bisogno di conquistare l'Est per garantire il Lebensraum (ossia lo “spazio vitale” di cui, secondo Hitler, la Germania aveva bisogno e cui aveva diritto, NdVdE). Non importa che nella primavera del 1941, meno di due mesi prima dell'Operazione Barbarossa, Stalin tenne un discorso al Cremlino ad un festeggiamento statale per i neolaureati dell'Accademia Militare di Frunze per avvertire di un imminente attacco:
La guerra con la Germania è inevitabile. Se il compagno Molotov riuscirà a rinviare la guerra per due o tre mesi attraverso il Ministero degli Affari Esteri, sarà la nostra fortuna, ma voi stessi dovete andare e predisporre misure per preparare al combattimento le nostre forze.
L'UE ha censurato il fatto che l’unica ragione della firma del patto nazi-sovietico nell'agosto 1939 era stata guadagnare tempo per la strategia di guerra di logoramento dell'Armata Rossa, per preparare adeguatamente i suoi armamenti contro una futura invasione da parte della Wehrmacht. La leadership sovietica capì bene che la Germania avrebbe infine rinnegato l'accordo, considerando che nel 1936 aveva firmato il Patto anti-Comintern con il Giappone e l'Italia contro l'Internazionale Comunista. Per sei anni, l'URSS fu ostacolata da parte degli inglesi e dei francesi nei suoi tentativi di forgiare una equivalente coalizione antifascista e di difendere collettivamente la Cecoslovacchia, ma i governanti francesi e inglesi erano troppo occupati a corteggiare e fare affari con la Germania. Erano stati solo i sovietici a difendere la Repubblica spagnola da Franco nelle prove finali prima del conflitto mondiale e solo quando tutti gli altri mezzi furono esauriti alla fine accettarono un accordo con gli hitleriani.
Proprio una settimana prima della firma del trattato di pace, Stalin tenne un discorso segreto al Politburo dove spiegò:
La questione della guerra o della pace è entrata in una fase critica per noi. Se concludiamo un trattato di mutua assistenza con la Francia e la Gran Bretagna, la Germania si allontanerà dalla Polonia e cercherà di convivere con le potenze occidentali. Eviteremo quindi la guerra, ma gli eventi futuri potrebbero prendere una svolta negativa per l'URSS. Se accettiamo la proposta della Germania di concludere con lei un patto di non aggressione, la Germania attaccherà la Polonia e l'Europa precipiterà in gravi ribellioni e disordini. In queste circostanze avremo molte possibilità di rimanere fuori dal conflitto, mentre potremo sperare di entrare a tempo debito in guerra.
Quest'ultima risoluzione fa parte di una lunga lista di false ricostruzioni della Seconda guerra mondiale da parte dell'impero anglosassone, ma è forse la sua falsificazione più eclatante, che profana le tombe dei 27 milioni di cittadini sovietici che costituirono l'80% del numero totale di morti alleati. All'inizio di quest'anno, per la commemorazione del 75° anniversario dello sbarco in Normandia, la Russia e il suo capo di stato sono stati esclusi dagli eventi di Portsmouth, in Inghilterra. Come se la continua assenza dei leader dell'Europa occidentale alle celebrazioni del 9 maggio del Giorno della Vittoria tenute ogni anno in Russia non fosse abbastanza offensiva. Anche se è vero che il fronte orientale non era coinvolto nell'Operazione Overlord, il presidente russo Vladimir Putin aveva in precedenza partecipato agli eventi per il 70° anniversario del D-Day nel 2014. Non c'è dubbio che l'aumento delle tensioni geopolitiche tra l'Occidente e Mosca negli anni successivi ha dato all'UE la possibilità di riscrivere interamente il ruolo della Russia nella vittoria alleata con scarsa disapprovazione pubblica, anche se molte delle famiglie di coloro che si sono offerti volontari nelle Brigate Internazionali si sono giustamente sentite insultate da questa manomissione della storia ed hanno espresso la loro contrarietà.
Lo scopo reale della mozione dell'UE è quello di alterare la storia della guerra, dando il merito agli Stati Uniti per la liberazione dell'Europa, assolvendo al contempo le democrazie occidentali che hanno aperto la porta all'ascesa del fascismo e hanno cercato di utilizzare la Germania per annientare l'URSS. La storia stessa dovrebbe essere sempre oggetto di dibattito e di studio, ma gli atlantici hanno apportato questo cambiamento formale senza alcuna prova a sostegno e interamente a fini politici. Come la fondazione stessa del progetto dell'UE, l'obiettivo dichiarato della proposta è presumibilmente quello di impedire che si verifichino future atrocità, anche se il superstato UE è stato progettato da ex nazisti come Walter Hallstein, il primo Presidente della Commissione Europea, che era un avvocato tedesco in diverse organizzazioni legali del Partito Nazista e combatté per la Wehrmacht in Francia fino alla sua cattura come prigioniero di guerra dopo l'invasione della Normandia.
Anziché prevenire crimini futuri, l'Unione Europea ne ha commesso essa stessa uno, modificando ingannevolmente la cronologia del comunismo in modo da renderla parallela a quella del Terzo Reich. Inoltre, ha sostenuto che essi erano due facce della stessa medaglia del "totalitarismo" e che di tutta la barbarie commessa durante la guerra i sovietici erano ugualmente colpevoli o – a giudicare dal numero di volte in cui il testo cita l'URSS rispetto alla Germania – lo erano ancora di più. Non è chiaro se dobbiamo ora ignorare completamente le precedenti conclusioni raggiunte dai tribunali militari di Norimberga tenuti dagli alleati in base al diritto internazionale, in cui tutti i 12 criminali di guerra condannati a morte nel 1946 furono tedeschi, non sovietici. Il documento non tenta nemmeno di nascondere il suo obiettivo politicizzato, l'attuale governo di Mosca, affermando che:
La Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e il suo sviluppo in uno stato democratico sarà ostacolato finché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a giustificare i crimini comunisti e a glorificare il regime totalitario dell'Unione Sovietica.
Questa accusa non resiste all'osservazione critica, poiché da allora la Russia ha eretto monumenti ufficiali a coloro che sono stati giustiziati e perseguitati politicamente durante il cosiddetto "Grande Terrore". Tuttavia, la netta differenza tra la risoluzione dell'UE e il Muro del Dolore di Mosca è che quest'ultimo si basa sulle prove degli archivi storici sovietici. È diventata una diffusa e ridicola credenza in Occidente che Stalin in qualche modo abbia ucciso cinque volte più persone di Hitler, un'assurdità che non si riflette negli archivi sovietici una volta rigorosamente segreti e ormai divulgati, che dopo essere stati esaminati per due decenni mostrano che in un periodo di tre decenni dai primi anni '20 alla sua morte, nel 1953, il numero totale registrato di cittadini sovietici giustiziati dallo stato è poco meno di 800.000. Anche se questo è certamente un numero orribile, come fa a cominciare a essere confrontato con uno sterminio su scala industriale basato sulla teoria della razza?
Come si può credere che Stalin abbia ucciso decine di milioni di persone quando anche l'analisi più semplice di un grafico demografico della popolazione mostra che il tasso di popolazione sovietica è aumentato costantemente in ogni decennio, con l'unica riduzione in atto durante la Seconda guerra mondiale? I socialisti, che forse più di ogni altra tendenza politica sembrano soffrire di autorazzismo, dovrebbero difendere la propria storia da una simile falsificazione. È solo quando si verificano storture sotto gli Stati comunisti che l'intero sistema politico ed economico deve essere denunciato, ma mai il capitalismo, che per cinque secoli ha colonizzato metà del mondo schiavizzando e sterminando intere nazioni.
La maggior parte delle stime di morti enormemente esagerate derivano da falsità contenute nel Libro Nero del Comunismo da un gruppo di accademici francesi di destra nel 1997, che non nascondevano il loro appoggio all'autoproclamato Esercito di Liberazione Russo (ROA), collaborazionista con i nazisti, comandato dal generale Andrey Vlasov, che disertò in favore della Germania durante la guerra:
Un destino singolare fu riservato ai Vlasovtsy, i soldati sovietici che avevano combattuto sotto il generale sovietico Andrei Vlasov. Vlasov era il comandante della Seconda Armata, che era stato fatto prigioniero dai tedeschi nel luglio 1942. Sulla base delle sue convinzioni antistaliniste, il generale Vlasov accettò di collaborare con i nazisti per liberare il suo paese dalla tirannia dei bolscevichi.
L'altro lavoro molto citato dall'Occidente per la sua sovrastimata rappresentazione della repressione sovietica è l'altrettanto inaffidabile Arcipelago Gulag, di Alexander Solzhenitsyn, che, come ha notato lo storico Ludo Martens, ha anche tentato di fornire una giustificazione del tradimento di Vlasov nella sua opera best-seller del 1973:
Fu così che la Seconda Armata di Vlasov perì, ripetendo letteralmente il destino della seconda armata russa di Samsonov nella Prima guerra mondiale, essendo stata altrettanto follemente gettata nell'accerchiamento. Ora, questo, naturalmente, era tradimento alla Patria! Questo, naturalmente, è stato un tradimento vergognoso! Ma è stato di Stalin. Il tradimento non implica necessariamente lo svendere in cambio di denaro. Può includere l'ignoranza e l'incuria nei preparativi per la guerra, la confusione e la codardia al suo inizio, il sacrificio senza senso di eserciti e corpi solo per salvare l'uniforme del proprio maresciallo. In effetti, non esiste un tradimento più amaro da parte di un Comandante Supremo.
La verità si trova negli archivi sovietici, che indicano che il successore di Stalin, l'ucraino Nikita Krusciov, era così intento ad assolvere totalmente se stesso come leader sovietico da qualsiasi colpa nelle purghe degli anni '30 da dare tutte le colpe dei suoi eccessi al suo predecessore. Successivamente, gli storici occidentali come il propagandista del ministero degli Esteri britannico Robert Conquest seguirono il suo esempio e questo racconto divenne rapidamente dottrina ufficiale. Col senno di poi, il famigerato discorso segreto di Krusciov del 1956, "Sul culto della personalità e sulle sue conseguenze", piantò nel sistema sovietico i semi del dubbio, che alla fine avrebbe portato alla sua rovina decenni dopo. Al contrario, ciò che i documenti storici mostrano è che la maggior parte di coloro che furono epurati in quel periodo non erano necessariamente percepiti come minacce politiche allo stesso Stalin, ma venivano presi di mira a causa di una paranoia sistemica complessiva dell'intero governo sovietico per quanto riguarda il sabotaggio interno e l'attività controrivoluzionaria da una vera e propria quinta colonna, che traeva ispirazione da un certo traditore ex bolscevico in esilio e una potenziale invasione proveniente dall’esterno del paese.
Molti dimenticano che durante la guerra civile russa, proprio tale scenario si era verificato quando gli alleati della Prima guerra mondiale, compresi gli Stati Uniti, intervenirono collettivamente dalla parte dei Bianchi solo per essere cacciati dall'Armata Rossa, rendendo tali istinti di sopravvivenza non del tutto irragionevoli. Per non parlare della rapida industrializzazione dell'intera nazione in un solo decennio durante la preparazione alla crescente minaccia della guerra con la Germania. Quando Hitler iniziò il suo Grande Piano per l'Oriente, le loro peggiori paure si concretizzarono, quando decine di migliaia di nazionalisti ucraini cambiarono sponda e si arruolarono nella 14a Divisione Granatieri Waffen delle SS (Prima Galiziana) in Ucraina, per collaborare con gli occupanti tedeschi nel massacro dei loro connazionali e, dopo la fine della guerra, continuarono la loro lotta traditrice durante gli anni '50 con l'assistenza della CIA. Quindi, come dice il proverbio, solo perché sei paranoico non significa che il complotto non sia in atto...
Per quanto riguarda l'accusa di "riverniciatura" dei crimini comunisti, è vero che i recenti sondaggi indicano che il 70% dei russi oggi ha una visione favorevole di Stalin, ma sono altrettanti i nostalgici dello stesso comunismo e rimpiangono la rottura dell'URSS sulla base del fatto che il sistema socialista "si prendeva cura della gente comune”. Putin una volta ha osservato che, nonostante l'eredità repressiva di Stalin, dubitava che lo statista georgiano sarebbe stato disposto a sganciare due bombe atomiche sul Giappone come fatto dagli Stati Uniti, un'atrocità che ha ucciso 225.000 civili innocenti (la maggior parte di loro istantaneamente), il che è più di un quarto dei giustiziati durante l'intera era staliniana. Ha sbagliato a dirlo? Una notevole quantità di morti si è verificata anche nelle carestie sovietiche degli anni '30, ma ci sono molte più prove che suggeriscono che i britannici hanno deliberatamente affamato a morte tre milioni di bengalesi, di quante ce ne siano per sostenere la frode Holodomor inventata dalla Diaspora nazionalista ucraina. Se l'Occidente vuole parlare di carestia deliberata, dovrebbe dare un'occhiata a ciò che gli Stati Uniti hanno fatto con le loro sanzioni economiche nel 1990, che uccisero mezzo milione di bambini iracheni, episodio riguardo al quale l'ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Madeleine Albright notoriamente commentò: "ne valeva la pena".
Non è la prima volta che gli anglosassoni omettono storicamente il ruolo sovietico nella vittoria alleata o confondono l'URSS con il Terzo Reich. In precedenti occasioni il Parlamento Europeo ha emanato risoluzioni che dichiarano il 23 agosto "una giornata europea di memoria delle vittime dell'alleanza nazista-sovietica". Questo è un tentativo degli atlantici di rappresentare il comunismo come in qualche modo peggiore del fascismo, scollegando nel frattempo i nazisti dalla discebdenza dal colonialismo europeo, il cui razzismo è stato la sua fonte di ispirazione. Perché ciò che colpì gli Ebrei non fu considerato un'estensione di ciò che era già stato fatto alle tribù Herero-Nama per le quali la Namibia sta facendo causa alla Germania un secolo dopo?
L'establishment politico neoliberista in Europa e i suoi oppositori populisti anti-UE ci tengono ad apparire nemici l'uno dell'altro, ma sembra che condividano le stesse favolette sulla Seconda guerra mondiale, cioè che i nazisti e i sovietici erano mali equivalenti come scritto in quest'ultimo decreto. È una grande ironia che il miliardario liberale "filantropo" e manipolatore di valuta George Soros sia così deriso dai populisti di destra, quando sono state le sue ONG dell’Open Society Institute a progettare il crollo del comunismo nell'Europa orientale. Soros sarà pure contrario al piglio anti-immigrati del nazionalismo di destra attualmente in aumento nell'Europa occidentale, ma come fanatico russofobo è disposto a scegliere strani compagni di letto, come gli ultranazionalisti a Kiev per minare la sfera di influenza di Mosca, e ciò include la revisione della storia della Seconda guerra mondiale a una versione favorevole ai nazionalisti ucraini, che hanno preso il potere durante il colpo di stato pro-UE del 2014 in Ucraina (l’autore sembra ignorare che in realtà i nazionalisti neonazisti ucraini sono pro-UE, e sono in genere avversati dai “populisti nazionalisti di destra anti-UE”, NdVdE).
Il regime della giunta nazista a Kiev ha da allora istituito leggi russofobiche di "de-comunistizzazione", che cancellano le tracce rimanenti del passato sovietico ucraino, sostituendole con memoriali ai loro nemici in tempo di guerra. Un recente esempio è stata la città di Vinnitsa, che ha rinominato una via intitolata alla spia sovietica ed eroe di guerra Richard Sorge, dedicandola a Omelyan Hrabetsk, un comandante dell'Esercito Insurrezionale Ucraino che collaborò con la Germania durante la guerra e uccise migliaia di polacchi ed ebrei. Sorge si finse un giornalista tedesco a Tokyo e fornì notoriamente a Mosca l'informazione tempestiva che il Giappone non aveva intenzione di attaccare l'URSS, permettendo a Stalin di trasferire rinforzi essenziali alla battaglia di Mosca, che si rivelò essere un importante punto di svolta nella guerra. Fu giustiziato dai giapponesi nel 1944 e dichiarato postumo Eroe dell'Unione Sovietica.
Ora l'UE sta " de-comunistizzando " la storia nella sua legislazione. Nel frattempo, l'influenza di Soros sull'UE non può essere sopravvalutata in quanto il suo potere di lobbying gli permette di avere un’influenza sul suo ramo esecutivo più di qualsiasi capo di Stato ufficiale nell'Unione politica ed economica. Il magnate degli hedge fund ha fatto fortuna come investitore durante la privatizzazione di massa della Russia negli anni '90 dopo aver arruolato Jeffrey Sachs e il FMI per applicare la "terapia d'urto" alla sua economia, come ha fatto in Polonia e nella sua nativa Ungheria. Sotto Putin, tuttavia, le ONG di Soros sono state escluse dalla Russia. Forse la ragione per fornire così cinicamente sostegno agli elementi fascisti in Ucraina per contrastare Mosca è che lo ha fatto personalmente in gioventù in Ungheria.
Nato Gyorgy Schwartz, durante la Seconda guerra mondiale era un adolescente di una ricca famiglia ebraica che sopravvisse all'occupazione dell'Asse usando la sua ricchezza per corrompere un funzionario governativo del governo collaborazionista di Arrow Cross, che fornì documenti falsi ai Soros identificandoli come cristiani, mentre l'adolescente per sua stessa ammissione consegnava avvisi di deportazione ad altri ebrei. Poco tempo dopo, il giovane Soros fingeva di essere il figlio gentile adottato di un funzionario che inventariava gli oggetti di valore e le proprietà rubate agli ebrei, e lo accompagnava persino durante il suo lavoro. Si potrebbe pensare che, in quanto ebreo, fosse ossessionato da queste esperienze, ma Soros ha più volte dichiarato che non ha rimpianti e le ha anche paragonate in maniera inquietante al suo futuro lavoro come investitore.
Come Soros, l'Unione Europea non ha alcuna ideologia se non una sete inestinguibile di avidità ed è amica dei nazisti quando questi odiano la Russia. Per i suoi interessi politici, essa è disposta a promuovere pericolosamente una versione della storia inventata da una nuova estrema destra, in cui i quisling che collaborarono con le potenze dell'Asse sfuggono alla colpa e i sovietici che li hanno coraggiosamente sconfitti vengono calunniati malignamente. Il fascismo non è mai stato completamente sradicato solo perché l'Occidente ha continuato a nutrirlo durante la guerra fredda e anche ora che il capitalismo è stato reinstaurato in Eurasia, continua a farlo per ostacolare una Mosca risorgente sulla scena mondiale.
Mentre il mondo appare sempre più sull'orlo della Terza Guerra Mondiale, ci ricordiamo l'espressione di Karl Marx che notoriamente affermò che "la storia si ripete... prima come tragedia, poi come farsa" nel Diciottesimo Brumaio di Luigi Napoleone, quando paragona la presa del potere di Napoleone Bonaparte nella Rivoluzione francese con il colpo di stato di suo nipote mezzo secolo dopo, che pose fine alla Rivoluzione Francese. Altrettanto appropriata è la frase umoristica del leggendario scrittore e noto anti-imperialista Mark Twain che notoriamente disse "la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa." Entrambi sono applicabili all'indiscutibile tragedia della Seconda guerra mondiale e alla profanazione beffarda della sua storia da parte dell'UE, le cui politiche continuano a rendere un altro conflitto globale molto più probabile.
02/08/19
L’altra periferia dell’Unione Europea
L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.
Di Frank Lee, 27 luglio 2019
Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).
Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.
Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.
Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.
Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.
La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.
Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.
Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.
Pertanto, le svalutazioni sono escluse.
Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.
Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.
Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro
(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).
Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.
L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.
Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.
Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).
Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.
Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.
Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.
La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.
Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.
Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."
L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.
In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.
Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.
Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.
Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.
Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.
Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.
Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.
Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.
Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.
Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"
Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.
L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...
...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]
Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.
Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).
La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.
Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.
Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.
Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.
Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.
Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.
Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.
VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.
Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.
Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.
Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]
Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.
Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).
Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.
Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.
Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...
“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."
Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.
Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.
Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.
Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.
Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.
Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.
Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.
Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.
Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.
Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.
Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.
È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.
In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.
Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.
A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.
Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.
Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.
È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.
Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.
Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.
Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.
Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]
Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.
La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.
La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.
Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.
Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.
Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.
Direi che hanno ragione.
Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.
Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.
Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.
[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.
La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente è dovuta alla sua eredità sovietica.
In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]
Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.
Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.
NOTE
Di Frank Lee, 27 luglio 2019
Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:
La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).
Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.
Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.
Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.
Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.
La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.
Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.
Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.
Pertanto, le svalutazioni sono escluse.
Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.
Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.
Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro
(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).
Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.
L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.
Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.
DOV'È LA MIA PORSCHE?
Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).
Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.
Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.
Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.
La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.
Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.
Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."
L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.
LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA
In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.
Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.
Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.
Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.
Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.
Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.
Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.
Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.
Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.
Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"
Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.
L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...
...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]
AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?
Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.
Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).
La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.
Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.
Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.
Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.
Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.
Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.
Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.
VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.
Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.
Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda
Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.
Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]
Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.
Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).
POLITICO
Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.
Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.
Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...
SPOPOLAMENTO
“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."
Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.
Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.
Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.
Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.
Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.
Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.
Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.
Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.
Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.
Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.
Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.
È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.
In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.
Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.
A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.
Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.
Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.
È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.
Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.
Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.
Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.
Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]
CONCLUSIONi
Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.
La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.
La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.
Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.
Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.
Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.
Direi che hanno ragione.
Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.
Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.
Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.
[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.
La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente è dovuta alla sua eredità sovietica.
In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]
Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.
Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.
NOTE
- [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.
- [2]Ibid – page 289
- [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.
- [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225
- [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.
- [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87
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22/05/19
Perché l’Occidente dovrebbe onorare il Giorno della Vittoria della Russia
Anche se molti lo ignorano, quella che noi chiamiamo la Seconda Guerra Mondiale è invece per i Russi la Grande Guerra Patriottica – e a buona ragione. Nonostante in Occidente vengano magnificati eventi come lo sbarco in Normandia, Martin Sieff ricorda su Strategic Culture che la guerra si decise quasi unicamente sul fronte orientale, nello scontro tra forze dell’Asse e Unione Sovietica. La stragrande maggioranza delle truppe tedesche combatté – e morì – sul fronte orientale. I tentativi dell’Occidente di rimuovere il contributo dell’Armata Rossa alla sconfitta nazista – oltre a essere un insulto alla storia e ai popoli coinvolti - compromettono le possibilità di pace tra NATO e Russia, rischiando di provocare un conflitto tra due potenze nucleari.
Di Martin Sieff, 12 maggio 2019
Il Giorno della Vittoria – il 9 maggio – è appena trascorso. Come sempre è stata una festa enorme e fiera in tutta la Russia e in molte altre ex repubbliche sovietiche, come il musulmano Kazakistan: ma in Europa e in Nord America è passata in completo silenzio.
Nemmeno un americano o un inglese su 100.000 oggi si rende conto o ricorda che il 90 per cento dei soldati nazisti uccisi nella Seconda Guerra Mondiale sono stati uccisi dall’Armata Rossa. Al contrario, come ha fatto notare Tim Kirby su questo sito, in Lettonia oggi è permesso liberamente dal governo indossare le uniformi delle SS, mentre indossare le uniformi dell’Armata Rossa è pesantemente sanzionato. Tuttavia 320 milioni di americani vivono in grave pericolo di una inutile guerra nucleare per difendere questi nostalgici Nazi e negazionisti dell'Olocausto, ansiosi di sfruttare e pervertire la protezione del loro scudo NATO sull’Europa dell’Est.
Nessuno oggi potrebbe immaginare, dato lo sbarramento implacabile di scherno e disprezzo nei confronti della Russia, che durante la Seconda Guerra Mondiale i Russi e l’Unione Sovietica erano molto più apprezzati nella tormentata Inghilterra rispetto agli Stati Uniti e agli Americani.
Eppure i sondaggi di opinione dall’inizio del 1942 durante tutta la guerra mostravano molti più inglesi che ammiravano le vittorie e i sacrifici del Popolo Russo e si risentivano per la prosperità, la tranquillità, la fiducia in sé stessi e – ai loro occhi – l’arroganza dei soldati Usa che inondavano il loro paese.
Dal loro ingresso in guerra dal D-Day fino alla vittoria, milioni di soldati Usa hanno combattuto coraggiosamente e bene per tutta l’Europa continentale, ma dal punto di vista strategico perfino le loro più grandi vittorie non erano che piccoli spettacolini rispetto alle titaniche battaglie che avvenivano a Est.
Ironicamente, oggi gli storici britannici rimangono molto più obiettivi di quelli Usa. Eccellenti storici e accademici come Richard Overy, Andrew Roberts e Max Hastings sottolineano liberamente e ripetutamente che la colossale battaglia sul Fronte Orientale è stata il perno strategico di tutta la guerra e che tutto il resto impallidisce a suo confronto.
Ma negli Stati Uniti, perfino gli storici teoricamente acclamati come famosi continuano ad avere una visione miope e rifiutano puerilmente i fatti più evidenti. Gli studiosi specialisti scrivono studi di grande livello, ma tra gli storici più famosi e nei documentari televisivi l’ignoranza è imbarazzante.
Questa cosa è vergognosa e ha implicazioni gravissime per la pace mondiale. Il comunismo se ne è andato da tempo e il Popolo russo sotto il Presidente Vladimir Putin continua a lavorare duramente e in maniera impressionante per ricostruire la propria società. Ma tutti gli anni, quando arriva il Giorno della Vittoria, i leader, gli studiosi e coloro che modellano l’opinione pubblica ad Ovest continuano a ignorarlo fermamente.
Facendolo, non solo disonorano la memoria di milioni di soldati dell’Armata Rossa che sono morti combattendo i Nazisti. Rifiutano anche l’opportunità di allentare le tensioni tra l’Est e l’Ovest.
Eppure, l’Armata Rossa si è opposta praticamente da sola ai nazisti dal 22 giugno 1941 fino all’invasione della Normandia, e il ruolo dell’URSS nello stesso D-Day è stato enorme. Il successo del D-Day è stato possibile solo grazie alla spinta straordinaria dell’Armata Rossa da Stalingrado fino al fiume Elba nei due anni che sono seguiti alla vittoria di Stalingrado del 2 febbraio 1943.
Solo 11 divisioni della Wehrmacht hanno combattuto gli alleati in Normandia, ma contemporaneamente 228 divisioni naziste stavano combattendo l’Armata Rossa ad Est. Mentre avveniva la Battaglia della Normandia, l’Armata Rossa otteneva una vittoria molto più importante con l’Operazione Bagration, quando l’ultima grande concentrazione di armate di Hitler veniva annientata in quella che oggi è la Bielorussia.
È stata inoltre l’Armata Rossa a liberare i più grandi e terribile campi di sterminio nazisti, inclusi Auschwitz, Majdanek, Treblinka e Sobibor. Ma i leader occidentali e gli alleati NATO rimangono unanimemente zitti a riguardo di questo dato cruciale (ricordiamo purtroppo che l’italiano Benigni è riuscito a fare di peggio nel suo film-capolavoro La vita è bella, dove sono gli americani - e non l’Armata Rossa - a liberare Auschwitz, NdVdE).
Nel 2015, il governo Polacco ha vergognosamente escluso il Presidente Putin dalla cerimonia per il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz. L’ex Primo Ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk ha perfino sostenuto che l’Ucraina è stata invasa sia dalla Germania Nazista che dall’Unione Sovietica (la verità è che l’Armata Rossa ha liberato Kiev) e che le forze ucraine avevano liberato i campi di morte per conto loro. Si tratta di una grande bugia, degna del Ministero della Verità di George Orwell.
Questi atti provocatori e meschini, accolti con uguale entusiasmo dai neoliberisti e dai neoconservatori americani, sono serviti solo a inasprire ulteriormente i Russi nei confronti dell’occidente.
Un sincero e generoso riconoscimento del ruolo di leader che i sovietici hanno avuto nella vittoria del 1945 servirebbe a ricordare quanto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono stati in grado di realizzare insieme nel loro trionfo congiunto sul fascismo. Ricorderebbe agli Americani e ai Russi quanto vitale sia per le due nazioni essere ancora alleate contro il terrorismo, il crimine internazionale, il traffico di droga, la schiavitù sessuale, i cambiamenti climatici e la proliferazione nucleare.
Onorare il grande e solenne anniversario del Giorno della Vittoria è semplicemente la cosa giusta da fare – dal punto di vista storico, morale e politico. Il Popolo Russo e i suoi alleati hanno pagato il prezzo colossale in termini di vite umane e sangue che richiedeva la vittoria della Seconda Guerra Mondiale. Disonorare la loro memoria è vergognoso.
Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e per United Press International, lavorando in 70 nazioni e raccontando 12 guerre. È specializzato in questioni economiche USA e globali.
Di Martin Sieff, 12 maggio 2019
Il Giorno della Vittoria – il 9 maggio – è appena trascorso. Come sempre è stata una festa enorme e fiera in tutta la Russia e in molte altre ex repubbliche sovietiche, come il musulmano Kazakistan: ma in Europa e in Nord America è passata in completo silenzio.
Nemmeno un americano o un inglese su 100.000 oggi si rende conto o ricorda che il 90 per cento dei soldati nazisti uccisi nella Seconda Guerra Mondiale sono stati uccisi dall’Armata Rossa. Al contrario, come ha fatto notare Tim Kirby su questo sito, in Lettonia oggi è permesso liberamente dal governo indossare le uniformi delle SS, mentre indossare le uniformi dell’Armata Rossa è pesantemente sanzionato. Tuttavia 320 milioni di americani vivono in grave pericolo di una inutile guerra nucleare per difendere questi nostalgici Nazi e negazionisti dell'Olocausto, ansiosi di sfruttare e pervertire la protezione del loro scudo NATO sull’Europa dell’Est.
Nessuno oggi potrebbe immaginare, dato lo sbarramento implacabile di scherno e disprezzo nei confronti della Russia, che durante la Seconda Guerra Mondiale i Russi e l’Unione Sovietica erano molto più apprezzati nella tormentata Inghilterra rispetto agli Stati Uniti e agli Americani.
Eppure i sondaggi di opinione dall’inizio del 1942 durante tutta la guerra mostravano molti più inglesi che ammiravano le vittorie e i sacrifici del Popolo Russo e si risentivano per la prosperità, la tranquillità, la fiducia in sé stessi e – ai loro occhi – l’arroganza dei soldati Usa che inondavano il loro paese.
Dal loro ingresso in guerra dal D-Day fino alla vittoria, milioni di soldati Usa hanno combattuto coraggiosamente e bene per tutta l’Europa continentale, ma dal punto di vista strategico perfino le loro più grandi vittorie non erano che piccoli spettacolini rispetto alle titaniche battaglie che avvenivano a Est.
Ironicamente, oggi gli storici britannici rimangono molto più obiettivi di quelli Usa. Eccellenti storici e accademici come Richard Overy, Andrew Roberts e Max Hastings sottolineano liberamente e ripetutamente che la colossale battaglia sul Fronte Orientale è stata il perno strategico di tutta la guerra e che tutto il resto impallidisce a suo confronto.
Ma negli Stati Uniti, perfino gli storici teoricamente acclamati come famosi continuano ad avere una visione miope e rifiutano puerilmente i fatti più evidenti. Gli studiosi specialisti scrivono studi di grande livello, ma tra gli storici più famosi e nei documentari televisivi l’ignoranza è imbarazzante.
Questa cosa è vergognosa e ha implicazioni gravissime per la pace mondiale. Il comunismo se ne è andato da tempo e il Popolo russo sotto il Presidente Vladimir Putin continua a lavorare duramente e in maniera impressionante per ricostruire la propria società. Ma tutti gli anni, quando arriva il Giorno della Vittoria, i leader, gli studiosi e coloro che modellano l’opinione pubblica ad Ovest continuano a ignorarlo fermamente.
Facendolo, non solo disonorano la memoria di milioni di soldati dell’Armata Rossa che sono morti combattendo i Nazisti. Rifiutano anche l’opportunità di allentare le tensioni tra l’Est e l’Ovest.
Eppure, l’Armata Rossa si è opposta praticamente da sola ai nazisti dal 22 giugno 1941 fino all’invasione della Normandia, e il ruolo dell’URSS nello stesso D-Day è stato enorme. Il successo del D-Day è stato possibile solo grazie alla spinta straordinaria dell’Armata Rossa da Stalingrado fino al fiume Elba nei due anni che sono seguiti alla vittoria di Stalingrado del 2 febbraio 1943.
Solo 11 divisioni della Wehrmacht hanno combattuto gli alleati in Normandia, ma contemporaneamente 228 divisioni naziste stavano combattendo l’Armata Rossa ad Est. Mentre avveniva la Battaglia della Normandia, l’Armata Rossa otteneva una vittoria molto più importante con l’Operazione Bagration, quando l’ultima grande concentrazione di armate di Hitler veniva annientata in quella che oggi è la Bielorussia.
È stata inoltre l’Armata Rossa a liberare i più grandi e terribile campi di sterminio nazisti, inclusi Auschwitz, Majdanek, Treblinka e Sobibor. Ma i leader occidentali e gli alleati NATO rimangono unanimemente zitti a riguardo di questo dato cruciale (ricordiamo purtroppo che l’italiano Benigni è riuscito a fare di peggio nel suo film-capolavoro La vita è bella, dove sono gli americani - e non l’Armata Rossa - a liberare Auschwitz, NdVdE).
Nel 2015, il governo Polacco ha vergognosamente escluso il Presidente Putin dalla cerimonia per il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz. L’ex Primo Ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk ha perfino sostenuto che l’Ucraina è stata invasa sia dalla Germania Nazista che dall’Unione Sovietica (la verità è che l’Armata Rossa ha liberato Kiev) e che le forze ucraine avevano liberato i campi di morte per conto loro. Si tratta di una grande bugia, degna del Ministero della Verità di George Orwell.
Questi atti provocatori e meschini, accolti con uguale entusiasmo dai neoliberisti e dai neoconservatori americani, sono serviti solo a inasprire ulteriormente i Russi nei confronti dell’occidente.
Un sincero e generoso riconoscimento del ruolo di leader che i sovietici hanno avuto nella vittoria del 1945 servirebbe a ricordare quanto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono stati in grado di realizzare insieme nel loro trionfo congiunto sul fascismo. Ricorderebbe agli Americani e ai Russi quanto vitale sia per le due nazioni essere ancora alleate contro il terrorismo, il crimine internazionale, il traffico di droga, la schiavitù sessuale, i cambiamenti climatici e la proliferazione nucleare.
Onorare il grande e solenne anniversario del Giorno della Vittoria è semplicemente la cosa giusta da fare – dal punto di vista storico, morale e politico. Il Popolo Russo e i suoi alleati hanno pagato il prezzo colossale in termini di vite umane e sangue che richiedeva la vittoria della Seconda Guerra Mondiale. Disonorare la loro memoria è vergognoso.
Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e per United Press International, lavorando in 70 nazioni e raccontando 12 guerre. È specializzato in questioni economiche USA e globali.
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