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11/11/18

Sapir al Goofy7 - Il dibattito sul bilancio italiano e la questione della sovranità

Dopo lo straordinario successo dell'edizione 2018 del convegno annuale organizzato dall'associazione Asimmetrie - quest'anno intitolato "Euro, mercati, democrazia - Sovrano sarà lei!" - tenuta a Montesilvano (Pescara) il 10 e 11 novembre scorsi, presentiamo la traduzione dell'intervento di Jacques Sapir, già direttore degli studi all’École des hautes études en science sociales di Parigi, direttore del Centre d'études des modes d'industrialisation e membro straniero dell'Accademia Russa delle Scienze. Il discorso ha aperto due intense giornate di conferenze e dibattiti, che hanno coinvolto ottocento spettatori in attento e partecipato ascolto di venti relatori tra economisti, giornalisti, politici e scrittori, italiani ed europei. E dimostra come la sovranità sia un elemento necessario, anche se non sufficiente, alla stessa democrazia.

 

 

 

di Jacques Sapir, 10 novembre 2018

 

Traduzione di Etienne Ruzic.

 

L'attuale crisi che oppone l'Italia e la Commissione europea sulla manovra di bilancio italiana, dopo la sua pubblicazione[1], apparentemente verte su alcune percentuali[2]. In realtà, si tratta della questione essenziale di sapere chi è legittimato a decidere del bilancio italiano: il governo, costituito dopo elezioni democratiche, o la Commissione e le sue varie appendici, che pretendono di imporre regole provenienti dai trattati?

 

Una questione che oggi è fondamentale: si governa in nome del popolo o in nome delle regole? Essa ha implicazioni evidenti: chi ha il potere di governare, il legislatore la cui legittimità deriva dalla sovranità democratica, o il giudice che governa nel nome di un diritto?

 

Dietro la questione della percentuale di deficit consentito o rifiutato al governo italiano non c’è solo la questione della fondatezza della decisione italiana[3], ma anche quella di sapere se l'Italia è ancora una nazione sovrana. Questo spiega perché il sostegno al governo italiano sia giunto da tutti i partiti per i quali la sovranità è uno dei fondamenti della politica, e in particolare da France Insoumise[4]. La questione della sovranità è quindi di centrale importanza in questo conflitto.

 

L'aspirazione alla sovranità dei popoli si esprime oggi in molti Paesi e in forme diverse. Eppure questa sovranità è messa in discussione dal comportamento delle istituzioni dell'Unione Europea. Ne sono una prova le dichiarazioni fatte da Jean-Claude Juncker in occasione delle elezioni greche del gennaio 2015 [5].

 

Sovranità fondamentale

 

Il conflitto tra la sovranità delle nazioni, e quindi dei popoli, e la logica della governance dell'Unione europea non è nuovo.

 

Ciò che il comportamento dell’ Unione Europea e delle istituzioni dell'Eurozona mette in discussione è fondamentalmente quella garanzia di democrazia e libertà che è la sovranità[6]. Se le nostre decisioni di cittadini dovessero essere fin dall'inizio limitate da un potere  superiore, a cosa servirebbe fare causa comune? E se non c'è più utilità né necessità per i cittadini di fare causa comune, di unirsi intorno a questa "Res publica”, così cara agli antichi Romani[7], quali saranno le barriere di fronte all'ascesa del comunitarismo, nonché di fronte all’ anomia che distruggerà le nostre società?

 

Mantenere questo passaggio dall'individuale al collettivo è in realtà una necessità imperiosa di fronte alle crisi - sia economiche e sociali, sia politiche e culturali - che attraversiamo. E la democrazia, nell'esercizio delle scelte, implica che possano essere prese decisioni e che queste ultime non possano essere limitate a priori da regole o trattati. La Commissione ricorda regolarmente che i trattati sono stati firmati, da Maastricht a Lisbona. Bisogna ricordarsi che nessuna generazione ha il diritto di incatenare le seguenti alle proprie scelte, come ha scritto uno dei padri della costituzione americana[8].

 

Ma la sovranità è anche fondamentale per la distinzione tra ciò che è giusto e legale, tra la legittimità e la legalità, come mostra Carl Schmitt nella sua opera del 1932[9]. Fondamentalmente, essere sovrani è avere la capacità di decidere[10], come lo stesso Carl Schmitt ha espresso anche nella forma "È sovrano colui che decide in una situazione eccezionale"[11]. Poiché la costrizione intrinseca in ogni atto giuridico non può essere giustificata solo dal punto di vista della legalità, che, per definizione, è sempre formale. Il presunto primato che il positivismo giuridico[12] intende conferire alla legalità porta in realtà a un sistema totale, impermeabile a qualsiasi contestazione. Questo ha storicamente permesso la giustificazione di regimi iniqui, come quello dell’Apartheid in Sudafrica, come viene illustrato nell'opera di David Dyzenhaus[13]. Ma questo positivismo giuridico ha un vantaggio decisivo nell'attuale mondo politico. È esso che consente - o che dovrebbe consentire - a un politico “liberale” di rivendicare la purezza originale e non alle mani sporche del Principe di una volta, come mostra bene Bellamy [14].

 

 

Sovranità e Democrazia

 

Vediamo dunque che la questione della sovranità è fondamentale. È questa sovranità che permette la libertà della comunità politica, di ciò che viene chiamato il popolo, ossia l’insieme dei cittadini, di quegli individui che si riconoscono nelle istituzioni politiche, legato che abbiamo ereditato dai Romani[15]. La nozione di "popolo" è quindi principalmente politica, e questo si estende naturalmente alla cultura che proviene dalle istituzioni, e non etnica[16]. Dobbiamo quindi capire che cosa costituisce un "popolo". Quando parliamo di un "popolo" non parliamo di una comunità etnica o religiosa, ma di quella comunità politica di individui riuniti che prendono in mano il proprio futuro[17], almeno, dalle origini della Repubblica.

 

Questa libertà politica passa allora dalla libertà dell'insieme territoriale su cui vive questo popolo e del suo governo. Non si può pensare "popolo" senza pensare, nello stesso movimento, "Nazione". Quest'ultima si è sostituita alla "Città" degli antichi. È illuminante una citazione di Cicerone: « Ogni popolo che su tale raduno di una moltitudine (...) ogni città che è l'organizzazione del popolo; ogni Res Publica che è, come ho detto, la cosa del popolo, deve essere guidata da un consiglio per poter durare »[18]. Ciò che è importante qui è il modo in cui Cicerone classifica gerarchicamente il passaggio dalla "moltitudine" al popolo, con l'esistenza di interessi comuni, e poi presenta la Città, che egli concepisce come un insieme di istituzioni e non come un luogo di abitazione (la città non è l’oppidum), come quadro organizzativo di questo "popolo". La nozione di sovranità è quindi fondamentale, ma anche centrale, per l'esistenza della Res Publica. Questa "cosa pubblica", decisiva per le rappresentazioni politiche dei Romani, può essere costituita solo attraverso l'uguaglianza giuridica dei cittadini che assicura loro (o deve assicurare) un pari diritto alla partecipazione politica, alle scelte nella vita della "Città"[19].

 

Questo, il Presidente Emmanuel Macron non sembra averlo capito. Infatti, insiste a parlare di "sovranità europea"[20]. Ma dov'è il popolo europeo? Dov’è la cultura politica comune, frutto dell'accumulo di centinaia di anni di lotte, compromessi, istituzioni ? La sovranità implica un "popolo", dobbiamo ricordarlo, e non esiste un popolo europeo, come era stato stabilito dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe. La sentenza del 30 giugno 2009 sancisce effettivamente che, dati i limiti del processo democratico in Europa, solo gli Stati-Nazioni sono i depositari della legittimità democratica[21]. Dire che ne sono i custodi non è in alcun modo contraddittorio con la sovranità popolare.

 

Allo stesso modo, a Roma, l'imperatore era delegato della sovranità popolare, ma non l’aveva né abolita né sostituita[22]. Gli imperatori romani sono spesso rappresentati come sovrani onnipotenti. Questo equivale a  dimenticare troppo in fretta da dove proviene la loro sovranità. Nella legge di investitura dell’imperatore Vespasiano (69-79 D.C.), la Lex de imperio Vespasiani, la ratifica degli atti dell'imperatore compiuta prima della sua investitura formale era definita Come se tutto fosse stato compiuto in nome del popolo» [23]. Si coglie che l'origine della sovranità risiede nel popolo, anche se quest'ultimo ne ha delegato l'esercizio all'imperatore. Il concetto di "sovranità popolare", che alcuni ritengono sia stato "inventato" dalla Rivoluzione Francese, esisteva già a Roma, e consisteva nel controllo popolare sui magistrati[24]. Quindi c'era realmente un sistema che stabiliva il primato del "popolo”, come nei casi in cui era il  “popolo“ a decidere se un uomo poteva venire eletto a esercitare delle funzioni più alte rispetto alle sue precedenti competenze.

 

E dunque la libertà del "popolo" nel contesto della "Nazione" si chiama appunto sovranità. La Nazione è dunque il quadro in cui si organizza il corpo politico che è il popolo. Questa sovranità è la capacità di decidere. Ecco perché la sovranità è essenziale all'esistenza della democrazia ; è la sua condizione necessaria, anche se non sufficiente. La sovranità è una e non va divisa, ma i suoi usi sono molteplici. Dunque, parlare di sovranità di "sinistra" o di "destra" non ha senso. Ci sono state, certamente, nazioni sovrane nelle quali il popolo non era libero. Ma non si è mai visto un popolo libero in una nazione schiava. La formazione dello Stato come principio indipendente dalla proprietà del principe è avvenuta in un doppio movimento di formazione della Nazione come entità politica e del popolo come attore collettivo. Le forme che questa costituzione assume possono variare in funzione dei fattori storici e culturali, ma rispondono agli stessi principi fissi: quelli del doppio movimento di costituzione sia della Nazione sia del Popolo. Ed è per questo che la sovranità è ormai un concetto fondamentale e decisivo nelle lotte politiche attuali. Difendere la sovranità di un paese, ieri la Grecia e oggi l'Italia, è dunque oggi un imperativo assoluto per chi difende la democrazia e la libertà.

 

Un "momento sovranista"?

 

Stiamo vivendo da ormai più di tre anni un "momento sovranista". Questa parola, ieri maledetta, è oggi sulla bocca di tutti, compresi coloro che non capiscono cosa questo comporti, come il presidente Emmanuel Macron. Questo "momento sovranista" si inscrive nel grande ritorno delle nazioni, conseguente al fallimento degli Stati Uniti nel costruire un'egemonia duratura, come da me sottolineato nel 2008[25]. Questo movimento assume tuttavia un senso particolare in Europa. Questo è dovuto al fatto che le istituzioni dell'Unione Europea, che troppo spesso vengono confuse con il concetto di Europa, hanno gradualmente violato sia la democrazia che la sovranità.

 

Più di dieci anni fa, per la precisione nel 2005, il popolo francese e quello dei Paesi Bassi hanno respinto con i loro voti il progetto di trattato costituzionale, redatto con grande dispendio dalle élite politiche. Non hanno respinto questo progetto per motivi contingenti, assolutamente. Il rifiuto è stato il rifiuto di un progetto; rifletteva un movimento di fondo[26]. Da allora, passo dopo passo, abbiamo invaso la libertà politica dei popoli, fino ad arrivare allo scandalo inaudito costituito dal confronto tra un governo democraticamente eletto, quello della Grecia, e le istituzioni europee. Dobbiamo ricordare che cosa fu questo scandalo. Non fu più un semplice voto che venne poi violato, perché la posizione del popolo greco, espressa il 25 gennaio, elezione che portò SYRIZA al potere, fu rinforzata dal risultato del referendum del 5 luglio che diede al "No" al memorandum quasi il 62% dei voti.

 

Quello che venne violato, con l'impudenza cinica di un Jean-Claude Juncker o di un Dijsselbloem, fu in realtà la sovranità di un Paese. Eppure, quando avevamo visto, dopo le elezioni del 25 gennaio 2015 in Grecia, il partito della sinistra radicale SYRIZA scegliere di allearsi con un partito di destra, certo, ma sovranista, e non con il centro-sinistra (To Potami) né con i socialisti del PASOK, si sarebbe potuto pensare che la questione della sovranità fosse stata completamente integrata dalla direzione di SYRIZA. Il corso della crisi ha dimostrato che anche all'interno di questo partito vi erano importanti divergenze e una mancanza significativa di chiarezza. È l'esistenza di queste divergenze che ha permesso alle istituzioni europee di trovare la leva sulla quale premere per costringere Alexis Tsipras, primo ministro, a rinnegare se stesso[27].  Questa è una lezione che tutti coloro che vogliono vivere liberi dovrebbero imparare a memoria e che ancora oggi ossessiona gli spiriti di coloro che aspirano a riconquistare questa sovranità.

 

Ricordiamo allora questa citazione di Jean-Claude Juncker, il successore dell'ineffabile Barroso, a capo della commissione europea: " Non vi può essere alcuna scelta democratica contro i trattati europei ». Questa dichiarazione rivelatrice risale alle elezioni greche del 25 gennaio 2015, che vide appunto la vittoria di SYRIZA. In poche parole, venne detto tutto. È stata l'affermazione tranquilla e soddisfatta della superiorità di istituzioni non elette sul voto degli elettori, della superiorità del principio tecnocratico sul principio democratico. Riprendono, che lo sappiano o no, il discorso dell'Unione Sovietica riguardo ai Paesi dell'Est nel 1968, in occasione dell'intervento del Patto di Varsavia a Praga : è la famosa teoria della sovranità limitata. Ostentano di considerare i Paesi membri dell’Unione Europea come colonie, o più precisamente dei "domini", la cui sovranità era soggetta a quella della metropoli (Gran Bretagna). Solo che in questo caso non ci sono metropoli. L'Unione Europea sarebbe quindi un sistema coloniale senza metropoli. Questo ci porta a pensare che la sovranità è, fra tutti i beni, quello più prezioso, e a trarne le conseguenze che la logica impone. Qualcuno lo ha fatto, come Stefano Fassina In Italia[28]. Ma bisognerà trarne le conseguenze, tutte le conseguenze[29].

 

La sovranità non è sufficiente

 

Ma la sovranità non è sufficiente. Definirsi un popolo sovrano significa porre immediatamente la questione di cosa fare e di quali decisioni prendere. La sovranità è valida solo attraverso il suo esercizio[30]. Essa non può quindi sostituire il dibattito politico naturale sulle scelte da adottare, sulle condizioni stesse di tali decisioni. E si vede chiaramente che su questo punto le polemiche saranno aspre e numerose. Come è logico che siano. Le istituzioni in cui viviamo, istituzioni che sono del resto cambiate molte volte, sono il prodotto di questi conflitti, a volte messi da parte, ma mai estinti[31].

 

La democrazia implica conflitto, implica lotta politica e implica, dopo il momento della lotta e del conflitto, il compromesso, creatore esso stesso di istituzioni[32]. Perché questi conflitti si manifestino, perché le opinioni si affrontino e perché possa emergere un compromesso temporaneo, bisogna essere liberi di farlo. Liberi, naturalmente, nel senso di libertà di espressione e di manifestazione. Ma, più fondamentalmente, non ci devono essere limiti all'espressione e allo svolgimento del conflitto politico. Qualsiasi tentativo di limitare preventivamente il conflitto politico, di assegnargli un corso programmato in anticipo, come se si volesse incanalare un corso d'acqua, porta, alla fin fine, a limitare le scelte e ad uccidere la democrazia[33]. È questo il problema che pongono le norme europee sul deficit di bilancio e altro. Sì, la democrazia è fragile, come ha dichiarato recentemente Pierre Moscovici[34]. Ma non nel senso che crede lui. Perché la democrazia non si limita al dibattito, per quanto importante esso possa essere. La democrazia implica che vengano prese delle decisioni e che quest’ultime non possano essere limitate preventivamente. È questo che implica l’esistenza preliminare della sovranità. Ecco perché essa è un principio necessario, anche se non sufficiente. Essere sovrani, va ricordato, è avere la capacità di decidere; Carl Schmitt l’ha ripetuto più volte nella sua opera. Ecco perché non dobbiamo esitare a confrontarci su questa questione della sovranità e a leggere Carl Schmitt[35].

 

La questione del rapporto tra la decisione e le regole e norme è un fattore sostanziale del dibattito sulla sovranità. Dire che viviamo oggi un momento sovranista equivale a dire che il sistema di regole e norme stabilite in passato viene considerato ormai come una costrizione insopportabile. Così fu in un altro famoso dibattito, quello che negli Stati Uniti oppose i sostenitori della schiavitù agli abolizionisti. I fautori dell'”istituzione speciale" sostennero che erano state stabilite delle regole, le quali costringevano la decisione politica. Arrivarono ad invocare il principio di proprietà per difendere l'indifendibile. Ma questo non fece altro che infiammare il dibattito, rendendolo ancora più inconciliabile. Voler imporre ciò che un autore americano ha definito con grande precisione delle regole-bavaglio, o "gag-rules”, divieti di discussione, regole delle quali possiamo capire l’utilità in rapporto ai limiti cognitivi di ciascun individuo, porta solamente alla guerra civile[36]. Regole e norme sono necessarie, naturalmente, anche solo per il fatto che non si può allo stesso tempo discutere di tutto. La nozione di saturazione delle capacità cognitive degli individui deve essere ben compresa, se non si vuole parlare di democrazia in modo ingenuo [37]. Tuttavia, questa stessa nozione implica che non si possano far durare all’infinito queste norme e queste regole e che esse possano essere rimesse in discussione.

 

 

Il legale e il legittimo

 

Questo rimetterle in discussione pone allora la questione della distinzione tra legalità e legittimità. Va inteso che ogni regola non vale solo per le condizioni di stabilità che essa  consente, ma anche per le condizioni in cui è stata emanata. Oltre a ciò, la regola è valida proprio perché può essere contestata. Ciò impone di distinguere la legalità, in altre parole le condizioni nelle quali questa regola viene rispettata, dalla legittimità, in altre parole le condizioni in cui è stata emanata e da chi. Che cosa spinge gli individui a piegarsi a delle regole e rispettare delle norme? Non è mai la funzionalità di queste regole e norme, benché essa sia ovvia. Il rispetto delle regole implica un'istanza di forza che rende costosa la rottura con questa stessa regola [38], che sia su un piano monetario, materiale o anche simbolico. Il rispetto delle regole richiede pertanto un’ autorità, cioè, la combinazione di un potere di punire e sanzionare, e una legittimità a farlo. Porre la questione della legittimità ci riporta immediatamente alla questione della sovranità, perché senza la sovranità non c'è e non ci può essere legittimità.

 

Tuttavia, l'ossessione per il rispetto delle regole, un'ossessione che vediamo oggi nel discorso della Commissione europea, rimanda a due logiche, distinte ma convergenti. La prima si basa sulla sostituzione della tecnica alla politica. Questo tema è antico. Carl Schmitt, ancora lui, ma anche Max Weber, hanno scritto pagine ammirevoli su questo argomento. Ma il cosiddetto "argomento tecnico" lo è spesso soltanto in apparenza. Questo argomento di solito è presentato nei panni di un tecnicismo reale, in economia quello che si chiama econometria[39], il cui scopo reale, però, è quello di mascherare la volontà profondamente politica di questo argomento[40] sotto gli orpelli di metodi matematici complessi[41].

 

Quello che questi economisti presentano come considerazioni tecniche, e che spesso non sono altro che una pallida imitazione della fisica del XIX secolo[42], in particolare le considerazioni monetarie, sono in realtà tentativi di limitare le forme di governo degli uomini. Gli argomenti di alcuni economisti, ci riferiamo particolarmente ai cosiddetti "neoclassici", sono fondamentalmente politici. Ma solo raramente si dichiarano come tali. Questo discorso mira ad eliminare il principio di sovranità, come appare chiaramente in Robert Lucas[43]. Questo autore è arrivato ad affermare che l'economia ha cessato di esistere non appena è comparsa l'incertezza[44], che è come ammettere la pretesa probabilistica di una certa economia.

 

È un pensiero fondamentalmente ostile a tutto ciò che può rappresentare l’irruzione della politica, ma questa ostilità deriva da motivazioni che sono - queste sì - fondamentalmente politiche. Questo è visibile chiaramente nelle riflessioni tardive di Hayek[45]. Il filosofo italiano Diego Fusaro lo dice riguardo all'Euro[46]. Non è solo una moneta, ma una forma di governo, o più precisamente, di pressione sui governi, per ottenere da essi una conformità politica. Non possiamo far altro che essere d'accordo con lui. Ma questa pressione è ancora più pericolosa in quanto si cela sotto la pretesa di una cosiddetta razionalità economica.

 

Ma l'ossessione per le regole riguarda anche un'altra patologia. Gli studi di casi proposti nell’opera di David Dyzenhaus, La costituzione del diritto, giungono, in ultima analisi, a mettere in evidenza una critica del positivismo. Questa è fondamentale. Aiuta a capire come l'ossessione per la Rule of Law (ossia la legalità formale) e la fedeltà al testo vada spesso a vantaggio delle politiche governative, nonché sovra-governative. Più volte, questo autore evoca la propria analisi delle perversioni del sistema giuridico dell’ Apartheid[47], ricordando come questa giurisprudenza umiliante fosse meno legata alle convinzioni razziste dei giudici sud-africani che al loro “positivismo»[48]. In linea di  principio, questo positivismo rappresenta un tentativo di superare il dualismo di cui parla Schmitt tra la norma e l'eccezione. Ma possiamo ben vedere che è un tentativo insufficiente e superficiale. Si ferma a metà strada e arriva, in questo senso, ad esiti che sono di gran lunga peggiori delle posizioni apertamente schmittiane (come quelle di Carl J. Friedrich[49]). In quanto via di mezzo, il positivismo fallisce perché non prende abbastanza sul serio l'eccezione. Continua a concepire le detenzioni e le deroghe come atti perfettamente "legali", concretizzando norme più generali e prendendo da esse l’autorizzazione. È quindi possibile, sulle orme di David Dyzenhaus, considerare che il potere di eccezione risiede nel potere di cui dispongono tutti i cittadini, e il governo in primo luogo, di adottare misure che consentano il ritorno più veloce possibile alla normalità. Benché diffuso, questo potere non sfugge alla Rule of Law, perché una volta che il segnale d’allarme sarà spento, le autorità e gli individui dovranno essere in grado di dimostrare che hanno agito secondo la stretta necessità.

 

Il tema della sovranità quindi innerva in profondità il dibattito che oppone attualmente il governo italiano e la Commissione europea. Questo dibattito non è un dibattito su cifre o percentuali. È un dibattito fondamentale per determinare in che società vogliamo vivere.

 

Il tema della sovranità conduce logicamente alla questione della democrazia, ma anche al rapporto che può esistere tra la legalità e la legittimità. Per questo motivo è assolutamente fondamentale per il futuro delle nostre società.

 

Note

 

[1] Vedi Sul progetto di bilancio Italia piano 2019, pubblicato lunedì 15 ottobre sul sito ufficiale www.MEF.gov.it

[2] https://www.NewEurope.eu/article/will-Italy-Destroy-The-Eurozone-2/

[3] Vedi il recente articolo A. Mode, l'ex vicedirettore del dipartimento di ricerca del FMI. https://www.Bloomberg.com/opinion/Articles/2018-10-26/Italy-s-budget-isn-t-As-Crazy-As-It-Seems

[4] https://www.valeursactuelles.com/politique/Budget-italien-melenchon-prend-le-parti-de-Salvini-100250

[5] John MEVEL Pollici in Le Figaro, 29 gennaio 2015, Jean-Claude Juncker: "La Grecia deve rispettare l'Europa". http://www.lefigaro.fr/international/2015/01/28/01003-20150128ARTFIG00490-jean-claude-juncker-la-grece-doit-respecter-l-europe.php Le sue dichiarazioni sono ampiamente riprese nel settimanale Politis, disponibile online: http://www.politis.fr/Juncker-dit-non-a-la-Grece-et,29890.html

[6] Evans-Pritchards A., "L'Alleanza europea dei fronti della liberazione nazionale emerge per vendicare la sconfitta greca", Le Telegraph, 29 luglio 2015, http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11768134/European-allince-of-national-liberation-fronts-emerges-to-avenge-Greek-defeat. html

[7] Moatti C. Res publica-Storia romana della cosa pubblica, Parigi, Fathi, coll. Ouvertures, 2018.

[8] Jefferson T., "Note sullo stato della Virginia," in, Writtings-a cura di Mr. Peterson, Biblioteca d'America, New York, 1984.

[9] Schmitt C., Legalità, Legittimità, tradotto dal tedesco da W. Gueydan De Roussel, Bookstore generale di legge e giurisprudenza, Parigi, 1936; Edizione tedesca, 1932.

[10] Schmitt C., Legalità, legittimità, Op. cit.

[11] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988, p. 16.

[12] Il cui rappresentante più eminente è stato Hans Kelsen, Kelsen H., Teoria generale delle norme, Parigi, PUF, 1996.

[13] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, Oxford, Clarendon Press, 1991.

[14] Signora R., « Mani sporche e guanti puliti: ideali liberali e politica reale ", Giornale europeo di pensiero politico, vol. 9, no. 4, pp. 412 – 430, 2010,

[15] Moatti C., Res Pubblica, op. cit., p. 35

[16]  È ciò che ho sottolineato in Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon, 2016.

[17] Ammettiamo qui più che un'influenza di Lukacs G., Storia e coscienza di classe. Saggi di dialettica marxista. Parigi, Les Éditions de Minuit, 1960, 383 pagine. CollezioneArguments

[18] Cicerone La Repubblica [De re publica], T-1, trad. Esther Breguet, Parigi, Les Belles Lettres, 1980, I. 26,41.

[19]  Signora M., Politica nell'antica Roma-cultura e prassi, Roma, Feltrinelli, 1997.

[20] http://www.Slate.fr/Story/163862/souverainete-EUROPEENNE-Emmanuel-macron-probleme-legitimite-elitaire E https://www.la-croix.com/France/Politique/Macron-lEurope-instaurer-souverainete-europeenne-2018-05-03-1200936391

[21] Veda H. Haenel, "Rapporto di informazione", no. 119, Senato, sessione ordinaria 2009-2010, Parigi, 2009.

[22]  Moatti C., Res Publica, op. cit., p. 254.

[23] Vedi Breton M. Storia del diritto romano, Parigi, edizioni Delga, 2016, p. 215.

[24] Wiseman T.P, "Lo stato a due teste". "Come Romans ha spiegato le guerre civili" in Breed M.C., Damon C. e Rossi A. (ED), I cittadini della discordia: Roma e le sue guerre civili, Oxford-New York, Oxford University Press, 2010, p. 25-44

[25] Sapir J., Il nuovo ventunesimo Secolo, Le Seuil, Parigi, 2008.

[26] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Parigi, Le Seuil, 2006.

[27] Sapir J., "Capitolazione", nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 13 luglio 2015,  http://russeurope.HYPOTHESES.org/?p=4102

[28] Vedi "Il testo di Fassina” Nota pubblicata nella rubrica Russeurope Il 24 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4235

[29] Sapir J., "Sulla logica dei Fronti", nota pubblicata nella rubrica RussEurope, il 23 agosto 2015, http://russeurope.HYPOTHESES.org/4232

[30] Schmitt C., Teologia politica, Parigi, Gallimard, 1988.

[31] Vedi la presentazione scritta di Pierre Rosenvallon a François Guizot, Storia della civiltà in Europa, reediz. del testo del 1828, Parigi, Hachette, coll. "Pluriel", 1985.

[32] A. Bentley, Il processo governativo (1908), Evanston, Principia Press, 1949.

[33] Elster J. e R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, Cambridge University Press, Cambridge, 1993

[34] Vedi la sua dichiarazione: https://www.BFMTV.com/politique/Pierre-Moscovici-traite-de-fasciste-l-EURODEPUTE-italien-qui-a-pietine-ses-notes-1552571.html

[35] Barry G., Il nemico: un ritratto intellettuale di Carl Schmitt, Verso, 2002. Vedi anche Kervégan J-F, Cosa fare con Carl Schmitt, Parigi, Gallimard, coll. Tel che, 2011.

[36] Holmes S., "Gag-rules o la politica dell'omissione", in J. Elster & R. Slagstad, Costituzionalismo e democrazia, op. cit., p. 19-58.

[37] Sapir J., Quale economia per il XXI Secolo?, Odile Jacob, Parigi, 2005

[38] Spinoza B., Trattato Teologico-politico, Traduzione P-F. Moreau e F. Lagrée, PUF, Parigi, coll. Epithémée, 1999, XVI, 7.

[39] Haavelmo T. L’approccio di probabilità in economia, Econometrica, 12, 1944, pp. 1-118.

[40] Myrdal G., L'elemento politico nello sviluppo della teoria economica,  Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1954

[41] Guerrien B. L'illusione economica, Omniprésence, 2007.

[42] MIROWSKI P., Più calore che luce, Cambridge University Press, Cambridge, 1990

[43] Lucas R.E. Jr., "Le aspettative e la neutralità del denaro", Giornale di teoria economica, vol. 4, 1972, p 103-124.

[44] Lucas R.E. Jr., Studi in teoria del ciclo di affari, Cambridge, pressa del MIT, 1981, p. 224.

[45] Bellamy R., (1994). "Politica detronizzare": liberalismo, costituzionalismo e democrazia nel pensiero di F. A. Hayek. Rivista di scienza politica britannica, 24, pp 419-441.

[46] Fusaro D., Il futuro è nostro. Filosofia d'azione, Bompiani, Milano 2014.

[47] Dyzenhaus D, Casi difficili in cattivi sistemi giuridici. Diritto sudafricano nella prospettiva della filosofia giuridica, op. cit.

[48] Dyze Dyzenhaus D., La costituzione della legge. Legalità in tempo di emergenza, Cambridge University Press, Londres-New York, 2006, p. 22.

[49] Il presidente della Corte Suprema Friedrich, L'uomo e il suo governo: una teoria empirica della politica, New York, McGraw-Hill, 1963

16/10/18

Sapir - L'Italia presenta un bilancio espansivo e si prepara al conflitto con l'UE

L'economista francese Jacques Sapir presenta un quadro della possibile evoluzione dello scontro in atto tra il governo italiano e le istituzioni europee: i prossimi passi e le possibili mosse delle parti da qui alla definitiva approvazione del bilancio a fine anno, quando potrebbe essere formalmente avviata una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, sino a possibili nuove elezioni il prossimo anno.  Il futuro appare molto incerto perché non è chiaro quanto le istituzioni europee intendano davvero forzare la situazione. Quello che invece sembra abbastanza sicuro è la volontà del governo di andare avanti e riconfermare la sua scelta, a dire il vero assai razionale, di portare avanti una politica economica anticiclica di rilancio, indispensabile in un paese come l'Italia, ancora al di sotto dei livelli di Pil precedenti alla crisi. Anche se una politica di questo tipo è contraria agli interessi e all’ideologia di Bruxelles.

 

 

di Jacques Sapir, 13 ottobre 2018

 

La presentazione del bilancio italiano sta sollevando un problema di compatibilità con le istituzioni europee (sulla misura del deficit) e una vivace polemica all'interno del Paese. Ormai è chiaro che ci stiamo dirigendo verso una grave crisi tra l'Unione europea e l'Italia.

 

Un bilancio orientato verso le classi disagiate

 

Il governo italiano ha infine optato per il limite di deficit del 3,0% del PIL, fermandosi al 2,4% per il 2019. Questo obiettivo è in totale contrasto con il quadro delle finanze pubbliche stabilito per l'Italia dall'Unione europea, che fissa il deficit massimo attorno allo 0,7%.

 

Ancora più importante, nelle dichiarazioni del governo italiano non si fa menzione alcuna di un obiettivo di bilancio in pareggio per i prossimi tre anni. Di fatto, ciò significa che, se ci atteniamo alle regole di bilancio dell'UE, dovrebbero essere finanziati circa 24 miliardi di euro che in realtà non ci sono. Di questa somma, 12,4 miliardi saranno utilizzati per ridurre drasticamente gli aumenti dell'IVA, come promesso in campagna elettorale; 1,5 miliardi di euro dovrebbero essere destinati alla ristrutturazione bancaria per compensare le perdite dei risparmiatori e 8 miliardi sono previsti per finanziare la cancellazione della legge sulle pensioni e i pensionamenti anticipati per circa 400.000 lavoratori. Inoltre, 10 miliardi di euro saranno spesi per redditi a 6,5 milioni di persone; infine, è necessario calcolare un calo della pressione fiscale equivalente ad una diminuzione delle entrate fiscali dai 3,5 a 4,5 miliardi di euro. Questo bilancio è chiaramente un bilancio di stimolo, che combina il sostegno alla domanda e le riduzioni di imposta. Il fatto che la maggior parte di queste diminuzioni si riferisca all'IVA mostra la dinamica sociale di questo bilancio. Dei 24 miliardi di deficit aggiuntivo previsto nel progetto di bilancio, circa 20 miliardi dovrebbero essere destinati alle famiglie più povere e alle classi medie.

 

Cronologia degli eventi

 

La decisione del governo è importante. Inoltre, questa decisione è stata pienamente confermata dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che era stato presentato come un sostenitore delle regole dell'UE. O ci si era sbagliati sulle idee di Tria, oppure Tria avrà ceduto ai desideri di Di Maio e Salvini.

 

Tuttavia, la presentazione degli obiettivi di bilancio è solo il primo passo di un procedimento più complesso. L'ufficio parlamentare di bilancio, l'UPB, che è un'agenzia indipendente dal governo, deve esprimere il proprio parere. Probabilmente sarà negativo. Ma il governo può ignorare questo parere consultivo.

 

Il Parlamento italiano probabilmente approverà il bilancio, perché il governo dispone di una maggioranza sufficiente. Il Presidente Mattarella, che ha già lanciato un avvertimento in proposito, dovrebbe quindi dichiarare che il bilancio non è compatibile con il quadro dei conti pubblici (che in realtà è solo una fotocopia del quadro di bilancio europeo) e dovrebbe respingerlo. Tuttavia, la procedura prevede che il governo possa richiedere un nuovo voto in Parlamento. Quest'ultimo dovrebbe quindi riconfermare il proprio sostegno al bilancio. A questo punto, il Presidente non avrebbe altra scelta che firmarlo. Solo in un secondo momento la Corte costituzionale potrebbe respingere il bilancio in quanto incostituzionale. Tuttavia, per motivi pratici ciò potrebbe richiedere diversi mesi, ma soprattutto provocherebbe una grave crisi politica in Italia, che probabilmente porterebbe a nuove elezioni. Queste ultime, secondo gli attuali sondaggi, potrebbero vedere una forte vittoria del M5S e della Lega (accreditati rispettivamente al 27% e al 33% delle intenzioni di voto). Ciò potrebbe comportare una maggioranza dei due terzi in Parlamento, che consentirebbe al governo di procedere a una revisione della Costituzione.

 

Lo scontro con l'UE

 

Entro il 15 ottobre, il governo dovrà inviare il disegno di legge di bilancio a Bruxelles. Il 20 ottobre il bilancio verrà ufficialmente reso pubblico, al di là di quelli che sono semplicemente gli obiettivi di disavanzo. Il 22 ottobre la Commissione invierà una prima lettera al governo italiano, in cui probabilmente si dichiarerrà preoccupata della situazione e proporrà una proroga di una settimana, per apportare gli adeguamenti necessari e ripresentare nuovamente il progetto. Se il governo dovesse modificare il bilancio (come accaduto nel 2014), la situazione tornerebbe normale e conforme. Se il governo, tuttavia, mantiene la sua proposta di bilancio - e le ultime dichiarazioni vanno in quella direzione - il conflitto sarà inevitabile. Se, pertanto, il governo italiano non dà seguito alle riserve della Commissione europea e mantiene gli obiettivi e il bilancio originari, allora il 29 ottobre la Commissione procederà a respingerlo ufficialmente.

 

Nelle prossime tre settimane, tuttavia, il governo avrebbe ancora l'opportunità di modificare il bilancio, ma la volontà del governo di attuare i suoi piani, qualunque sia l'opinione della Commissione europea, sembra essere ben ferma. Di conseguenza, il 21 novembre i pareri ufficiali sui progetti di bilancio per i diversi paesi saranno presentati al Comitato economico e finanziario, il Comitato Ecofin per i paesi dell'eurozona. Il Comitato potrebbe quindi formulare una raccomandazione formale in base al cosiddetto articolo 126, paragrafo 3, il che rappresenta il primo passo per avviare la procedura per disavanzo eccessivo nei confronti dell'Italia. Altri passi formali dovrebbero seguire. Nel caso di un dibattito politico, e ci sarà certamente un dibattito importante perché l'Italia nel Comitato economico e finanziario ha degli alleati, dovrebbe comunque esserci il tempo sufficiente per consentire ai ministri di prendere le loro decisioni all'inizio di dicembre e poi al Consiglio europeo alla fine dell'anno. Ma la decisione dovrebbe essere confermata all'inizio del 2019: una dichiarazione di non conformità e il probabile avvio della procedura per i disavanzi eccessivi.

 

Il futuro incerto

 

L'Italia sarà quindi sottoposta a molte pressioni, sia da parte delle autorità dell'Unione europea che dal suo interno (la stampa attualmente è schierata contro il governo) che dai mercati finanziari. Ma il governo italiano sembra essere preparato a resistere. Può contare sui presidenti delle due commissioni economiche della Camera e del Senato (Claudio Borghi e Alberto Bagnai), le cui convinzioni euroscettiche sono ben note, sui membri del governo (da Salvini a Savona), su un certo sostegno all'estero, ma anche, cosa più importante, sul consenso della maggioranza degli italiani.

 

Il fatto che Stefano Fassina, dirigente storico della sinistra italiana, che si era dimesso dal governo rompendo con il PD di Matteo Renzi, e poi è stato eletto alla Camera sotto la bandiera di Liberi e Uguali, abbia annunciato la sua partecipazione a un convegno organizzato da Alberto Bagnai (“Euro, mercati, democrazia 2018 - Sovrano sarà lei!”, vedi il sito dell’associazione a/simmetrie, ndt) è un segno che questo sostegno potrebbe benissimo essere trasversale alle diverse forze politiche.

 

03/04/18

Sapir - Le fondamenta perverse dell'Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica

In questa lunga nota, Sapir ripercorre le tappe fondamentali della creazione istituzionale europea più ambiziosa di questi ultimi anni, l'unione monetaria europea, soffermandosi sui numerosi dubbi espressi sin dalle origini da diversi importanti economisti statunitensi, ma anche sulle critiche più recenti diffusesi in Europa e sulle incoerenze stesse della teoria di Mundell, considerato il "padre intellettuale" dell'euro. Da questa lunga disamina appare evidente come la teoria economica sia stata strumentalizzata a scopi politici e come molti economisti si siano prestati a distorcere le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell'euro, coprendo i politici con la credibilità della loro reputazione. 

 

 

 

Jacques Sapir 21 febbraio 2018

 

 

L'euro è la creatura istituzionale più ambiziosa dell’Europa degli anni recenti (1) (2). E la stessa storia della creazione (e della disintegrazione) di molte aree monetarie comuni è stata probabilmente ignorata per giustificare il progetto (3) [2]. Non è sicuro che tutte le implicazioni della creazione di una moneta comune siano state comprese chiaramente quando è stata presa la decisione di lanciare l'Unione monetaria europea (EMU) e l'euro. Le considerazioni politiche hanno preso il sopravvento sulle considerazioni economiche. L'idea dell'unione monetaria è così diventata ostaggio di una fuga in avanti dei cosiddetti "europeisti" [3]. In questo processo la teoria economica è stata strumentalizzata al fine di raggiungere un obiettivo politico.

 

L'idea di una moneta comune in sé non è priva di meriti. Il presidente Vladimir Putin è noto per aver provato a promuovere questa idea anche per i paesi appartenenti all' "Eurasian Union" [4]. Ma un progetto del genere necessariamente presuppone una valutazione approfondita della situazione economica di tutti i suoi potenziali membri.

 

Prima di entrare in un percorso di unione monetaria, sarebbe bene capire cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella costruzione dell'Unione monetaria europea. Come minimo è stata trascurata la necessità di un'integrazione molto stretta delle politiche di bilancio in ogni paese membro dell'Unione [5]. Che i paesi membri di un'unione monetaria perdano anche la capacità di far fronte a shock esterni è cosa nota. Nel caso dell’EMU ciò è stato drammaticamente dimostrato dalla grande crisi finanziaria del 2007-2009, che ha portato a notevoli turbolenze nell'eurozona. Questo potrebbe dimostrare che un'unione monetaria porta a un debito più elevato, a un'inflazione di lungo periodo più elevata e ad un minore benessere [6].

 

In realtà, Robert Mundell potrebbe essere considerato il padre "intellettuale" dell'euro. Fu l’ideatore del trilemma sulla incompatibilità tra perfetta mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e un’autonoma politica monetaria. La validità di questo trilemma merita di essere approfondita.

 

1. Chi crede ancora nell'euro?

 

Le principali critiche contro l'euro sono state mosse molto presto. Ma alcune sono state ripetute anche durante il summit di Davos del 2018, dove l'ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha definito la costruzione della zona euro un "gigantesco errore economico" [7]. È innegabile che la crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 abbia creato notevoli tensioni nell'area dell'euro [8]. Questo shock generalizzato ha innescato diversi problemi in ciascun paese dell'area dell'euro, segnatamente i problemi di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e persino Francia sono i più conosciuti.

 

Vari economisti famosi come Rudiger Dornbush (5) o Gérard Lafay (6) e Jean-Jacques Rosa (7) hanno avanzato dubbi. Dornbush aveva anche indicato il caso dell'Italia come uno dei paesi che avrebbero sofferto maggiormente dall'adesione all'euro, un parere ora condiviso nei lavori del professor Bagnai (29). Si può anche citare Milton Friedman (8), che aveva identificato alcuni dei problemi che l'euro avrebbe causato. D’altro canto, altri economisti hanno sottolineato l'importanza della moneta comune (9) (10), pur condividendo alcuni dubbi sul suo futuro (11), e hanno salutato l'euro come un passo molto significativo verso una maggiore integrazione (12) (1) (13) (14) (15) (16). In generale, sembra che siano gli economisti statunitensi ad aver espresso molto più apertamente i loro dubbi sul successo della moneta unica (17). In una certa misura, ciò si potrebbe spiegare con la fragilità delle istituzioni politiche europee viste dall’ottica della storia americana (18), (19), (20), (21), (22), (23). Indubbiamente anche l'inquietudine dovuta all’ingresso di un nuovo concorrente del dollaro americano potrebbe aver giocato un ruolo.

 

In Francia, gli avvertimenti sono arrivati ben presto e con forza fin dai primi anni dell'euro. I documenti diffusi all'inizio degli anni 2000 dalla "Caisse des Dépôts et Consignations" (24) e poi dagli studi di Natexis-Banques Populaires (25) dimostrano che anche gli specialisti finanziari avevano fatto il punto sui limiti e sulle incoerenze strutturali della moneta unica applicata. Un ex consigliere economico presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, Serge Federbusch (26), ha dimostrato che la sopravvalutazione della moneta unica presentava costi intollerabilmente alti. Da allora, identici dubbi sono stati espressi in altri paesi, in particolare in Italia (27), (28), (29) e Germania (30). Fra questi spiccano i lavori di Flassbeck e Lapavitsas (31), e i contributi di Kawalec e Pytlarczyk (32). Alcuni di questi lavori si sono concentrati sulla crisi dell'eurozona (33), o sugli squilibri indotti dall'euro e le loro conseguenze sulle politiche economiche dei paesi dell'eurozona (34), (35).

 

Lord Mervyn King (36), ex governatore della Bank of England (dal 2003 al 2013) ha pubblicato nel 2016 un libro determinante sull'euro, così come Joseph Stiglitz (37). Un po’ prima, nel 2014, Paul Krugman (38), nel suo blog, richiamava l'attenzione sulla catastrofe rappresentata dalla moneta unica. Più recentemente, è stato Alberto Bagnai a definire l'euro come il fallimento degli economisti (39). È interessante notare che queste critiche provengono da autori alcuni dei quali sono fedeli al quadro teorico del New Monetary Consensus (40), mentre altri appartengono a scuole più eterodosse (41). A questi primi lavori fanno eco degli altri (42), (43), (44), alcuni dei quali editati collettivamente da vari autori e altri pubblicati singolarmente (39), (45).

 

Il punto importante qui è che un autore come King evidenzi in particolare una delle cause della crisi dell'eurozona, l'esistenza di diversi tassi di inflazione nei differenti paesi. Io stesso ho affrontato gli stessi argomenti nel 2012 (46). King ha anche sottolineato la contraddizione tra lo spirito democratico che dovrebbe regnare all'interno dell'Unione europea e la natura tecnocratica del processo decisionale. Quando indica nella sovranità l’elemento che dovrà essere sacrificato nel processo, ha, ovviamente, ragione. Anche questo punto è stato elaborato in uno dei miei ultimi libri (47). Questa è esattamente la stessa diagnosi che si può trovare nel libro di Joseph E. Stiglitz. Stiglitz è anche consapevole del costo politico esorbitante dell'esistenza dell'euro nella sua forma attuale. Egli prevede una crisi, che ritiene sarà sia politica che economica, a meno che i paesi dell'eurozona decidano di procedere verso un federalismo a tutti gli effetti o di dissolvere ordinatamente (e pacificamente) la zona euro (37).

 

La portata dei dubbi espressi sulla capacità dell'euro di sopravvivere e di funzionare in modo efficace è ben consolidata. La crisi è quindi seria. Tuttavia, l'idea di una moneta comune è ancora viva e si sta espandendo anche al di fuori dell'Unione europea, ad esempio in Russia, dove si inizia a prendere in considerazione la creazione di una moneta comune per l'Unione eurasiatica. È quindi necessario comprendere la natura delle basi teoriche che hanno portato all'attuale impasse e fare il punto.

 

 

2. Le basi teoriche dell'Euro

 

La crisi dell'eurozona è in gran parte dovuta alle condizioni secondo le quali è stata introdotta. Questo è uno dei punti su cui concordano sostenitori e oppositori dell'euro (48). Dopo tutto, bisogna riconoscere che l'idea di una moneta unica non è in sé priva di fondamento. L'euro è basato su una teoria, quella delle zone valutarie ottimali. Ma è stato necessario modificare il quadro teorico di fronte a crescenti problemi ed incongruenze.

 

Robert Mundell avanzò per la prima volta l'idea di una moneta comune nel 1961 (49), rispondendo a una visione via via avanzata da un numero crescente di economisti, ossia che un'economia basata sulla liberalizzazione del commercio e dei capitali non possa più avere una politica monetaria indipendente in presenza di una perfetta o quasi perfetta mobilità di capitali (50) (51). Una moneta comune ha essenzialmente due vantaggi. Il primo è che elimina i costi di transazione e le incertezze sul tasso di cambio nell'area in cui è applicata. Va notato, tuttavia, che questi costi e incertezze delle transazioni diventano più importanti proprio nel caso di un sistema di tassi di cambio fluttuanti sottoposti alla pressione dei mercati finanziari liberalizzati. In una situazione in cui il tasso fosse fissato per determinati periodi, ed i movimenti di capitali a breve termine controllati, tali costi e incertezze sarebbero già notevolmente ridotti. Un secondo vantaggio è che una moneta unica, evitando la concorrenza mediante strumenti monetari, consente di perseguire una politica monetaria comune. Quest'ultima ha il vantaggio di dare coerenza alla politica economica nel suo ambito di applicazione. I due vantaggi sopra menzionati sono tanto più importanti nel caso di un'area commerciale unica. Ci sarebbe quindi una forte coerenza tra l'integrazione commerciale e l'integrazione monetaria, al punto che la prima finirebbe col determinare la seconda. È quindi necessario presentare nella sua totalità questa teoria, che è stata ampiamente utilizzata - a torto o a ragione - per giustificare l'esistenza dell'euro.

 

Mundell, in realtà, cercò di criticare l'argomentazione di Friedman secondo cui la flessibilità del cambio avrebbe alleviato l'insufficiente flessibilità dei prezzi interni. Va ricordato, tuttavia, che sotto il sistema di Bretton-Woods, le parità erano rigide, con possibili aggiustamenti decisi a livello discrezionale (52). La posizione che Mundell difese nel 1960 (53) era che questo argomento si fonda paradossalmente sull'esistenza di una "illusione monetaria" tra gli agenti economici, esposta nella Teoria Generale di Keynes del 1936 (54). Mundell ha trasposto questo ragionamento all'economia internazionale per descrivere l'idea implicita nell'argomento sviluppato da Milton Friedman (55). In un altro articolo, risalente allo stesso periodo (56), Mundell ha confrontato gli effetti di stimolo sull'occupazione rispettivamente della politica monetaria, della politica fiscale e della politica commerciale - i dazi - in regimi di cambio fissi e flessibili. Considerando che questo articolo è una sintesi dell'articolo di Mundell del 1963 (57), sembra quasi sorprendente che Mundell concluda che la politica fiscale è flessibile. Questo perché la politica fiscale analizzata da Mundell non è una politica di bilancio "pura", come mostra il suo articolo su Kyklos (58), ma una sorta di policy mix con alcuni interventi della Banca Centrale.

 

Va poi notato che nell'articolo in cui Robert Mundell presentava quella che sarebbe diventata la teoria delle zone valutarie ottimali, il suo ragionamento partiva dall’identificazione, come per Friedman, delle tre cause principali delle crisi cicliche di bilancia dei pagamenti: tasso di cambio, rigidità dei prezzi e rigidità dei salari. Tuttavia, il suo obbiettivo era abbandonare la logica conclusione di Friedman, per il quale i tassi di cambio flessibili sarebbero la soluzione. Per controbattere questo ragionamento, Mundell inizia chiedendosi "quale sia l'area appropriata per una zona monetaria" (49). Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto elaborare "un concetto di ciò che costituisce un'area monetaria ottimale", in grado di far luce sugli esperimenti monetari in corso in quel momento, e bisogna ricordare che questo è esattamente il periodo in cui apparvero i primi segni di tensione sui tassi di cambio fissi (all'epoca prevalenti), premessa per uno spostamento verso la flessibilità del cambio, che diventerà la regola dei primi anni '70. È interessante, persino premonitore, notare che egli parlava già di un'area di valuta unica per i paesi dell'Europa occidentale, che avevano appena concluso l’esperienza della European Payments Union. Nell'articolo si sottolinea come in un’area monetaria unica l'offerta di mezzi di pagamento interregionali è elastica alla domanda, e se ne deduce il fatto che l'aggiustamento tra paesi nel caso di una zona monetaria o di una pluralità di valute o tra regioni (nel caso di un'unione monetaria) dipende dalla moneta utilizzata [9]. Nei primi anni '90 Barry Eichengreen (59) riprese la questione se l’Europa fosse un'area commerciale ottimale, e quindi un'area valutaria ottimale.

 

Tuttavia, nel ragionamento di Mundell c'è ovviamente un pregiudizio a favore delle aree in cui prevale una valuta comune. Non può quindi essere accettato come prova inconfutabile di una maggiore efficienza dei sistemi a moneta unica. Inoltre, l'esempio della zona euro mostra che è piuttosto in una zona di una moneta comune che prevalgono politiche economiche restrittive, proprio a causa dell’impossibilità per il tasso di cambio di gestire gli squilibri tra paesi. D'altra parte, i paesi che hanno mantenuto le proprie valute hanno una maggiore facilità nell'attuazione di politiche economiche orientate alla piena occupazione.

 

La seconda parte dell'articolo (49), intitolata "Valute nazionali e tassi di cambio flessibili", è la parte più conosciuta dell'articolo di Mundell. Andrebbe notato, tuttavia, che questo ragionamento non tiene conto della possibilità per lo Stato interessato di attuare una politica di compensazione tra due regioni, anche se dovesse essere finanziata in parte dalla sua Banca Centrale o dalla politica fiscale. Questo esempio verrà ripreso molto tempo dopo da Daniel Cohen (60) per dimostrare che la controparte di un sistema di moneta unica è precisamente un sistema di trasferimenti fiscali.

 

 

3. Il trilemma di Mundell

 

La tradizionale presentazione del triangolo di incompatibilità della politica economica stabilisce un trilemma tra la perfetta mobilità del capitale, il fatto di avere un tasso di cambio fisso e una politica monetaria autonoma. La giustificazione che generalmente viene data, come nell'articolo di Robert Mundell del 1963 (57), è che quando il capitale è perfettamente mobile, si crea un mercato mondiale dei capitali nel quale si fissa un tasso d'interesse mondiale. Questo tasso è imposto a tutti i paesi e, se un paese se ne discosta verso l'alto o verso il basso, si troverà a subire flussi di capitali che squilibreranno la bilancia dei pagamenti. Tuttavia, una rilettura dei primi articoli di Robert Mundell rende possibile proporre alternative all'interpretazione ortodossa della sua teoria. Seguendo uno degli articoli di Mundell del 1961 (56), si può sostenere che l'euro è fuori dalla zona di equilibrio.

 

In particolare, se si abbandona il rigoroso equilibrio della bilancia dei pagamenti, come è avvenuto in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, le possibilità di azione della banca centrale sono asimmetriche. La capacità di una banca centrale di difendere la propria valuta contro un attacco speculativo, vale a dire un'ondata di vendite della sua valuta sul mercato dei cambi, dipende in teoria dalle sue riserve valutarie, come dimostrato da numerosi lavori (61), (62). In realtà, a partire dalle crisi valutarie degli anni '90, la capacità degli speculatori di utilizzare leve finanziarie molto elevate è un ostacolo per le banche centrali che vogliono evitare di accumulare ingenti riserve valutarie. È il caso oggi della Cina o della Russia (63). Ma c’è anche un altro modo. Una Banca Centrale la cui moneta è sotto attacco speculativo può sempre aumentare i suoi tassi di interesse al fine di attrarre capitali, fornendo così ulteriore sostegno al suo tasso di cambio. Tuttavia, nella maggior parte dei casi questo metodo è inefficiente o richiede un aumento del tasso ufficiale tale che l'impatto sull'economia del paese può essere disastroso. In effetti, gli investitori di capitali non saranno propensi ad precipitarsi ad acquistare se prevedono un crollo del tasso di cambio e potrebbero addirittura considerare l'aumento dei tassi di interesse come un segnale premonitore (64), (65).

 

Due anni dopo, anche R. McKinnon diede il suo contributo a questa costruzione teorica (66). Nel suo articolo, spiega che più un'economia è aperta verso l'esterno più si riduce l'importanza del tasso di cambio. L'interesse ad un aggiustamento tramite il tasso di cambio è basso. Peter Kennen sostenne poi (67) che quando l'economia di un paese è diversificata, questa diversificazione riduce la portata di ciò che gli economisti chiamano "shock esogeni", consentendo al paese di essere collegato ad altri paesi con un tasso di cambio fisso. Da questo lavoro si potrebbe dedurre che un paese può avere interesse a collegarsi agli altri con una moneta comune, a condizione che capitale e lavoro siano perfettamente flessibili (come mostra Mundell), il commercio internazionale significativo (McKinnon) e che la sua economia sia largamente diversificata ( Kennen). Si è quindi sviluppata l'idea che il commercio internazionale riguardasse essenzialmente la qualità del prodotto.

 

Altri economisti hanno sostenuto che i paesi avrebbero tratto benefici economici significativi da una moneta unica. Questa avrebbe dovuto generare un fortissimo aumento dei flussi commerciali tra i paesi della zona monetaria così costituita, e dunque un conseguente aumento della produzione, come Andrew K. Rose stava cercando di dimostrare (68), (69). I suoi lavori hanno dato l’avvio a tutta una letteratura estremamente favorevole alle unioni monetarie. Le valute nazionali venivano descritte come "ostacoli" al commercio internazionale (70). L'integrazione monetaria avrebbe portato ad un forte aumento della produzione e del commercio potenziali (71), (72). Se queste teorie fossero state convalidate dalla realtà, l'Unione Monetaria Europea avrebbe creato le condizioni per il successo dell’"Area valutaria ottimale", in base ad un impulso apparentemente endogeno (73), (74). A ciò si deve aggiungere l'idea che l'unione monetaria e finanziaria avrebbe ridotto i rischi delle turbolenze economiche (75), (76). Qui si parla della cosiddetta condivisione del rischio, che è diventata oggi uno degli argomenti usati dai difensori dell’euro (77). Questi argomenti vengono regolarmente usati per sostenere che l'Euro stia funzionando come una sorta di "protezione". Tutto ciò converge verso la necessità di adottare una moneta unica. Ma la teoria delle zone valutarie ottimali del 1961 non rappresenta l'ultima parola di Mundell. E ciò introduce possibili dissonanze, che sono state rafforzate da studi empirici.

 

4. Dissonanze teoriche e fattuali

 

La difesa quasi incondizionata dei tassi di cambio fissi e dell'unificazione monetaria ha portato a definire Robert Mundell come "il padre intellettuale dell'euro" (78). Ma in effetti, Mundell sembra avere una doppia personalità. Da una parte si dedica allo studio della teoria delle aree monetarie ottimali che sarà la base del modello Mundell-Fleming. Dall’altra è il co-fondatore, con Arthur Laffer, dell'economia dell'offerta (supply-side economics). Ciò non significa che non ci sia incomunicabilità né contaminazioni tra il primo e il secondo Mundell. Si possono quindi identificare diverse fasi intellettuali di Mundell. All’inizio, Mundell potrebbe essere definito un "keynesiano", ma nel senso della sintesi di Samuelson. Ciò comunque prima che venisse fortemente influenzato dalle tesi vicine ai monetaristi. McKinnon, un autore che ha lavorato su Mundell, ha identificato diverse fasi del pensiero di Mundell (79). McKinnon ha quindi identificato due periodi significativi, chiamandoli Mundell I e ​​Mundell II. Questa identificazione è relativa al modo in cui Mundell giustifica il suo sostegno ai tassi di cambio fissi e alle unioni monetarie. Mentre il primo Mundell cerca di trovare un modo per riaggiustare il tasso di cambio, il secondo Mundell parte dall'idea che le fluttuazioni del tasso di cambio siano per loro natura destabilizzanti, addirittura irrimediabili. È facile dunque intuire perché lo si consideri il padre intellettuale dell'euro.

 

Ma McKinnon non è stato l’unico a segnalare le differenze nel pensiero di Mundell. L'analisi di Obsfeld sull'evoluzione intellettuale di Mundell ci permette anche di datare il momento in cui Mundell ha smesso di essere keynesiano (almeno nel senso della sintesi di Samuelson) (80). Questo punto di svolta si situa intorno al 1969. Anche il contributo di Robert Lucas è stato decisivo nella rifondazione delle basi della teoria macroeconomica e nella perdita di credibilità delle idee keynesiane. Il momento importante fu la pubblicazione nel 1972 di un modello di risoluzione macroeconometrica del problema della neutralità della moneta in una situazione di equilibrio delle aspettative razionali (81). Ciò risulta dalle particolari opinioni di Mundell sul regime dei tassi di cambio, il target di inflazione e il ruolo della politica fiscale.

 

Notiamo, quindi, una seconda dissonanza. Il trattato di Lisbona, che mira a suggellare l'istituzione del "mercato unico", pone al centro la concorrenza, definita "libera e non distorta", come principio fondatore (82). Stranamente, però, la moneta unica ha proprio la funzione di eliminare la concorrenza tra i mezzi monetari. Stabilisce un monopolio. Quest'ultimo può essere certamente necessario, e la teoria del Free Banking o competizione tra le valute costituire un’involuzione profonda. Tuttavia, anche ammettendo che il monopolio possa essere necessario, è possibile porre onestamente la concorrenza come principio base? Qui tocchiamo una delle contraddizioni del cosiddetto discorso europeista. Non sarà l'unica.

 

Istituire un monopolio di strumenti e politiche monetarie ha implicazioni specifiche. Poiché diventa unica, la politica monetaria non può più tener conto della diversità delle situazioni sociali ed economiche nella sua area di applicazione. Seguendo il ragionamento iniziale di Mundell, sarebbe effettivamente necessario avere una perfetta mobilità del lavoro all'interno dell'area interessata per far fronte agli shock economici. Questo significa che non ci può essere una moneta unica se non in aree economicamente e socialmente omogenee? La risposta è negativa, perché la moneta non è fortunatamente l'unica istituzione economica né l'unico strumento disponibile. A far da contraltare a una moneta unica deve essere la solidarietà fiscale e di bilancio, il che significa che le risorse possano essere trasferite in regioni che sarebbero indebitamente penalizzate da uno shock asimmetrico. Ciò che rende il monopolio monetario sostenibile in un'economia eterogenea è una politica fiscale attiva. Ciò è particolarmente chiaro nel caso di paesi con strutture federali. La quota di spesa federale deve superare il 50% affinché il sistema funzioni. Se questa zona economica comprende paesi diversi, la perdita dello strumento monetario deve essere compensata dal mantenimento di una forte autonomia fiscale, che consenta al governo di sovvenzionare i settori economici colpiti dalla crisi invece di sostenerli tramite la svalutazione (60). Nel caso dell'euro, vi è quindi una nuova incoerenza. L'introduzione della moneta unica non è stata preceduta da un dibattito sulla possibilità di istituire un bilancio federale, quanto meno in funzione dei paesi interessati. Con la moneta unica, lo strumento della svalutazione è stato sottratto ai paesi, ma senza fornire un sostituto. Da questo punto di vista, come riconosce Alexander Swoboda, si può trovare nel primo Mundell, il sostenitore della moneta unica, forti argomentazioni contro l'euro così come è stato attuato (83).

 

Alcuni dei sostenitori dell'euro hanno quindi riesumato la tesi dell'inefficienza delle politiche monetarie. La metafora usata da Kydland e Prescott (84) è quella di Ulisse incatenato all'albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene senza soccombere. A queste condizioni, l'euro diventa accettabile (i paesi non perdono nulla abbandonando una politica monetaria che non ha più alcun oggetto) e persino vantaggioso, perché stabilirà le sue regole indipendentemente dalle politiche degli Stati interessati. Ma, come ha dimostrato Gregory Mankyw (85) (86), l'esperienza della Banca centrale americana contraddice decisamente questa visione. Gli errori nella concezione dell'unione economica e monetaria si fondano anche su una dottrina economica francese, l'essenzialismo monetario. Non è un caso che alti funzionari francesi abbiano svolto un ruolo importante nella progettazione dell'euro. Nella sua forma più completa, questa dottrina è ben rappresentata dalle opere di Michel Aglietta e André Orléan (87), (88), (89). La moneta è considerata non solo un'istituzione importante delle economie capitaliste, il che è fondamentalmente corretto, ma quella centrale, cosa molto più discutibile [10]. Da qui il termine "essenzialismo monetario", coniato per descrivere questa particolare prospettiva. Tuttavia, l'essenzialismo monetario implica una serie di ipotesi altamente discutibili, sia dal punto di vista della teoria del comportamento individuale (e della teoria delle preferenze individuali) sia da un punto di vista antropologico [11].

 

Robert Mundell, tuttavia, può essere considerato un precursore di questo essenzialismo, in quanto sottolinea la convergenza dei fattori reali ottenuti dall'unificazione monetaria (83). Questa posizione è coerente con quella del summenzionato "secondo Mundell". Qui si ritrova l'idea che la moneta ha le virtù teleologiche che in seguito le verranno attribuite da Aglietta e Orléan. Infatti, nell’ottica della difesa del principio di una moneta unica, Mundell iniziò a rimettere in discussione gli elementi teorici del "primo Mundell" contenuti nel suo precedente articolo (93). In particolare, a partire dagli anni '70 asserisce che gli agenti reagiscono solo ai cambiamenti nella loro ricchezza "reale", non agli importi nominali del loro reddito o ricchezza. Stiamo gradualmente assistendo a una mobilitazione delle tesi monetariste. Tuttavia, queste ultime implicano anche importanti assunti sul tipo di agente umano.

 

Nella polemica sulla moneta comune, ci siamo progressivamente mossi da un approccio analitico che ha cercato di valutare gli elementi positivi e negativi verso una posizione, ormai puramente propagandistica, di giustificazione dell'euro, anche a costo di incongruenze argomentative palesi e abbandonando ogni metodologia scientifica.

 

5. La vendetta della realtà

 

Dal 2004 in poi, è diventato chiaro anche ai più strenui difensori dell’euro che la realtà non si è piegata ai loro desideri. Aglietta (94) ha riconosciuto che, se i mercati del debito sono unificati, le aree che continuano a mantenere, anche lontanamente, un contatto con l'economia reale, come gli scambi, rimangono segnate dalla "forte resistenza delle segmentazioni a livello nazionale". Il passaggio all'euro non ha portato all'unificazione dei prezzi tra i paesi dell'area, come era stato previsto dagli studi citati all'inizio di questo articolo. C'è quindi chiaramente una resistenza del mondo reale a quella unificazione semplificatrice a cui la moneta avrebbe dovuto portare. Aglietta è costretto a riconoscere che i principali vantaggi attesi con l'introduzione dell'euro non si sono ancora materializzati. Teoricamente l'euro avrebbe dovuto aumentare la crescita e proteggere l'Europa dalle turbolenze economiche esterne. Tuttavia, e per ammissione di uno dei sostenitori dell'euro, non è stato così [12].

 

A metà degli anni '90, George Akerlof e i ricercatori della Brookings Institution avevano mostrato la persistenza della "illusione nominale" tanto criticata negli scritti monetaristi (95), (96). Ciò li portò a dimostrare che un qualche livello di inflazione fosse necessario per lo sviluppo economico. È passato però in secondo piano il fatto che abbiano basato la loro rottura con il monetarismo su un'analisi dei comportamenti individuali molto più realistica di quella dei modelli tradizionali (97). Le tradizionali teorie sulle preferenze basate sul comportamento individuale sono crollate sotto l'influenza dei ricercatori di psicologia sperimentale [13]. Ciò ha provocato un'inversione completa dei risultati che erano stati dati per scontati dagli anni '60 (98), (99), (100). In effetti, la psicologia sperimentale conferma le tesi keynesiane iniziali (101), sia rispetto alla controrivoluzione monetarista, che rispetto ai tentativi di ridurre Keynes a una semplice variazione della struttura classica dell'equilibrio.

 

L'importanza delle rigidità risultanti dal settore reale e dalle istituzioni, che riflette l'individualità della traiettoria sociale e storica di ciascun paese, riguadagna quindi la sua importanza (102), (103). Queste opere convergono poi con quelle di Akerlof (97) e dei suoi colleghi nel mostrare, ad esempio, i pericoli di un'inflazione troppo bassa (104). Modelli più recenti, detti modelli di "sticky information", tentano di rappresentare un mondo economico in cui gli attori si comportano in modo più realistico di quelli dei modelli tradizionali (105), (106). Un contributo essenziale di questi modelli è mostrare che gli shock monetari sono a lungo termine, che le politiche monetarie hanno effetti duraturi e non transitori sul livello di attività. Confermano che il tipo di risposta di un'economia alla politica monetaria dipende dalle sue strutture e istituzioni.
Qui si rivela di particolare rilevanza uno studio sulle dinamiche dell'inflazione nei paesi della zona euro (107). Il lavoro di Christian Conrad e Menelaos Karanasos dimostra due effetti essenziali. Innanzitutto, non esiste una singola dinamica dell'inflazione, e secondariamente l’inflazione non sempre influisce negativamente sulla crescita economica, a differenza di quanto sostengono i monetaristi (108). Esistono dinamiche differenziate e in alcuni casi l'inflazione sembra un elemento necessario per la crescita. La moneta è uno specchio, o anche una lente d'ingrandimento, delle dinamiche del mondo reale. Questo risultato è perfettamente coerente con quello dei modelli "sticky information" (106). L'individualità dei sistemi economici e sociali, a sua volta il prodotto delle storie nazionali in cui questi sistemi sono incorporati, è un fattore essenziale in qualsiasi approccio alla politica monetaria. Queste inversioni nel campo della scienza economica espongono la fragilità delle ipotesi avanzate dal "secondo Mundell", e la conseguente fragilità dell'euro.

 

Ma la critica all'euro è anche radicata nella critica degli effetti positivi di un'unione monetaria. L’entità del rischio causato dall'unione di economie estremamente diverse è stata evidente fin dall'inizio (109). Ricordiamo qui il lavoro di A. K. Rose, che spiega come l'UEM dovrebbe essere di grande beneficio per le economie dei paesi interessati. Questo lavoro è ora messo in dubbio (110). Ulteriori ricerche, basate su database più completi e rigorosi, hanno notevolmente ridotto l'entità degli effetti positivi dell'unione monetaria (111), (112). Il lavoro iniziale di Rose et al. è stato fortemente criticato a causa del metodo econometrico utilizzato (113), (114). Una critica ancora più radicale è che questi modelli non hanno tenuto conto della persistenza del commercio internazionale (115). Inoltre, questi modelli non hanno tenuto conto di fattori endogeni per lo sviluppo del commercio, fattori che non sono influenzati dall'esistenza - o non esistenza - di un'unione monetaria. Questo porta a un'altra domanda: l’abbandono della flessibilità dei tassi di cambio (all'interno dell'UEM) è stata una buona scelta? Anche qui gli avvertimenti sono stati numerosi (116), (117), (118).

 

Tutto ciò ha portato a una profonda messa in discussione dei risultati. Mettendo a frutto la ricerca sul commercio internazionale e sui modelli di "gravità" (119), (120), 121), Harry Kelejian e i suoi colleghi (122) hanno rielaborato le varie stime degli effetti di un'unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri. I risultati sono devastanti. Si stima che l'impatto dell'Unione economica e monetaria sia un aumento degli scambi dal 4,7% al 6,3%, molto lontano dalle stime più pessimistiche del precedente lavoro, che stimava questi effetti al 20%, per non parlare del lavoro iniziale di Rose che li colloca tra il 200% e il 300%. In 10 anni c'è stata una riduzione da 10 a 1 (dal 200% al 20%), seguita da un'ulteriore riduzione che ha ancora ridimensionato questi effetti del 20%, a una media del 5% (un fattore di 4 a 1) [14 ]. Gli effetti positivi di un'unione monetaria sono stati quindi ampiamente sovrastimati, ovviamente per ragioni politiche.

 

L'euro, così come è stato concepito e attuato, sembra essere un arcaismo intellettuale e teorico. I costi della moneta comune, che erano noti già prima dell'introduzione dell'euro (123), (124), (125), (126), hanno ampiamente superato i benefici. In qualche misura si può anzi affermare che abbia portato alla profonda recessione che ha colpito alcuni paesi dell'UEM dal 2010 al 2015. Una moneta comune si può quindi concepire solo a condizione che riesca a compensare i suoi effetti su economie eterogenee.

 

6. Conclusioni

 

L'Euro è stato assimilato, non senza motivo, al Gold Standard e specificamente al "Golden Bloc" dei primi anni '30 (127), la cui pericolosità e il cui ruolo nella diffusione della Grande Depressione sono ben noti. L'impossibilità per i paesi dell'Unione economica e monetaria di ricorrere a svalutazioni (o rivalutazioni) delle loro valute è ora un grosso problema. Inoltre, la sottovalutazione del tasso di cambio reale tedesco (REER) a causa dell'euro è ormai confermata dall’External Sector Report pubblicato dall'FMI (128), (129). L'euro è quindi un problema non solo per i paesi dell’eurozona, ma anche per l'intera economia mondiale, ed è così da molti anni (130). Il problema di un possibile smantellamento dell'UEM è sul tavolo. In realtà, l'UEM (e l'euro) potrebbe ben seguire il percorso di un gran numero di altre unioni monetarie del XIX e XX secolo (131), (132), (133). In qualche modo ciò era stato anticipato da un fautore dell'unione monetaria, Andrew K. Rose (134), nonché da un autore che nutriva opinioni più critiche (135). Questo ci rimanda a un problema descritto per primo da J.M. Meade, la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti in una zona di libero scambio (136). Si può quindi capire perché i leader dell'Unione eurasiatica, e in particolare Vladimir Putin, siano estremamente cauti in questo campo, nonostante riconoscano vantaggi abbastanza significativi nella creazione di un'unione monetaria. Pertanto, nell'attuale situazione economica, la creazione di un'unione monetaria all’interno dell'Unione eurasiatica, o addirittura l'introduzione di una moneta unica nello spazio eurasiatico è abbastanza improbabile. Sembra che sia necessario un enorme livello di convergenza economica e istituzionale per ottenere buoni risultati.

 

Il crollo dell'UEM sarà il risultato della sua fragilità e instabilità economica, oppure questo collasso deriverà dal malcontento politico? Questo è ancora da vedere. L'aspetto territoriale di ciascuna valuta deve essere compreso chiaramente (137). Di fatto, questo rientra nel concetto di sostenibilità (138). Creare un'unione monetaria è una cosa, renderla sostenibile è un'altra.

 

Ma questi eventi stanno anche mettendo in luce la responsabilità della teoria economica, e più specificamente l'uso e l'abuso di questa teoria, strumentalizzata per scopi politici. Questo problema non può più essere mascherato, ed evidenzia una confusione tra l’atteggiamento analitico, normativo e politico di alcuni economisti. Da questo punto di vista, l'euro rappresenta un evidente fallimento per gli economisti, sia perché hanno distorto le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell'euro, sia perché hanno lasciato che i politici lo facessero, coprendoli e dando loro credibilità.

 

 

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Note finali

 

[1] Ex-direttore degli studi presso EHESS-Parigi, Visiting Professor presso MSE-MGU (Mosca), Direttore del CEMI Research Center, EHESS-PSL, membro estero dell'Accademia Russa delle Scienze.
[2] Si veda anche, Cohen, Benjamin. “Monetary Unions”. EH.Net Encyclopedia, a cura di Robert Whaples. 10 febbraio 2008. URL : http://eh.net/encyclopedia/monetary-unions/
[3] Suggeriamo qui di chiamare «europeiste» le persone imbevute di una visione ideologica in cui l'UE è vista come una panacea per tutti i problemi. Questa definizione è simile a ciò che ha scritto l'ex ministro degli affari esteri francese Hubert Védrine (4).
[4] https://en.trend.az/business/economy/2377913.html and https://sputniknews.com/world/201604141037998412-eeu-currency-putin/
[5] http://www.voxeu.org/index.php?q=node/4305
[6] Aguiar M., Amador M, Fari E. e Gopinath G., "Coordinamento e crisi dei sindacati monetari", documento di discussione della Federal Reserve Bank di Minneapolis, febbraio 2015, http://scholar.harvard.edu/ file / Farhi / files / monetary_union_feb_2015.pdf
[7] http://www.ibtimes.co.uk/kenneth-rogoff-creating-eurozone-giant-historic-mistake-1433440
[8] Si noti il ​​documento di orientamento dell'istituto di Bruegel, un famoso think tank "pro-Euro": Müller H., G. Porcaro and G. von Nordheim, Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, The Bruegel Institute, Policy Contribution, Issue n ̊03 | February 2018, http://bruegel.org/wp-content/uploads/2018/02/PC-03_2018-150118.pdf
[9] (49), p. 658.
[10] L'emergere della visione essenzialista del denaro è analizzata in (90) cap. 4. La risposta di André Orléan, dove afferma di avere questa visione essenzialista del denaro, si può trovare in (91).
[11] Per un'analisi critica della visione essenzialista del denaro, si veda (92) pp. 187-193 e 201-203.
[12] (94), p. 240
[13] (92), chap. 1.
[14] Bun e Klaasen, (111), valutano l'effetto positivo dell'UEM al massimo al 3%.