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11/10/19

IL GRANDE PARADOSSO: il liberismo distrugge l’economia di mercato - Parte Seconda

Nella seconda parte della sua approfondita e documentata analisi, Flassbeck mostra come solo la politica della domanda può procurare all’economia di mercato una dinamica tale da raggiungere obiettivi di piena occupazione. Gli USA e il Giappone sembrano averlo capito. L'Unione europea, ancorata al dogma di una “sana” politica fiscale,  ha abbandonato da anni il club dei governi dotati di ragionevolezza. 

Qui la prima parte.

 

 

del Prof. Heiner FlassbeckMakroskop19 e 22 luglio 2019

 

[ Traduzione di Beppe Vandai ]

 

Parte Seconda

 

Il capitalismo viene festeggiato come una storia di successo. Ma da quando i liberisti sono al potere ha enormemente perso di attrattività. Non esiste proprio una politica giusta se la teoria è sbagliata.

 

Il nesso decisivo

 

Tempo fa ho mostrato e spiegato in breve (qui) il nesso empirico decisivo. Negli USA il rapporto tra tasso di interesse e tasso di crescita (entrambi in termini nominali) dei primi trent’anni della seconda metà del ‘900 fu esattamente l’inverso di quello dei trent’anni seguenti. Nel primo trentennio gli interessi furono quasi sempre più bassi del tasso di crescita (il quale si può interpretare anche come una sorta di rendita macroeconomica degli investimenti). Nel trentennio seguente, invece, sono stati quasi sempre più alti.

 

 

GRAFICO 1



USA: Tasso di crescita nominale e tasso di interesse su titoli di stato statunitensi (decennali a tasso fisso, dati Fed). Il tasso di crescita nominale del PIL è calcolato rispetto all’anno precedente. “BIP” = “PIL”. “Zins” = “Interesse.

 

Questo quadro vale, in modo simile, per tutte le economie nazionali occidentali – con l’eccezione della Gran Bretagna, che ai tempi di Bretton Woods non ebbe un miracolo economico e fu perciò considerata il “malato d’Europa”.

 

Ai tempi di Bretton Woods ci furono dunque condizioni favorevoli agli investimenti, poi di nuovo… solo dopo la grande crisi finanziaria del 2008/2009. Però il ritorno ad un rapporto normale – in un contesto di bassa inflazione e bassa crescita – evidentemente non ha più avuto lo stesso effetto di prima.

 

Se dividiamo i decenni in modo corrispondente, il risultato per la Germania è chiaro (vedi Grafico 2). Escludendo gli anni delle recessioni (1966/1967 e 1974/1975) vale sempre la regola  che il tasso di interesse della prima fase fu sempre nettamente inferiore al tasso di crescita.

 

 

GRAFICO 2



Germania: 1956 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato tedeschi (decennali a tasso fisso), dati dell’ufficio federale di statistica.

 

 

 

Nei decenni successivi il rapporto si è invertito. Si può anche affermare che i rapporti che dovrebbero regnare in un’economia di mercato siano stati messi a testa ingiù (vedi Grafico 3).

 

 

GRAFICO 3



Germania: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato tedeschi (decennali a tasso fisso), dati dell’ufficio di statistica federale.

 

A parte gli anni 1990 e 1991, quelli dell’unificazione tedesca, e un breve episodio nel 2006/2007, il tasso d’interesse fu sempre superiore a quello di crescita, e dunque – misurato  con il metro di “razionali rapporti economici da economia di mercato” – fu sempre troppo alto. Esattamente in questa fase vale la stessa cosa anche per la Francia e l’Italia (vedi Grafici 4, 5, 6 e 7).

 

 

GRAFICO 4



Francia: 1960 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente (fonte AMECO); tasso d’interesse su titoli di stato francesi (decennali a tasso fisso), fonte: FRED

 

 

GRAFICO 5



Francia: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente (fonte AMECO); tasso d’interesse su titoli di stato francesi (decennali a tasso fisso), fonte: FRED.

 

 

GRAFICO 6



Italia: 1960 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato italiani (decennali a tasso fisso). 

 

 

GRAFICO 7



Italia: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato italiani (decennali a tasso fisso). 

 

 

Particolarmente degno di nota è il caso italiano, in cui nel primo periodo non c’è alcun punto di contatto tra le due curve, nel secondo ci furono solo tre brevi fasi in cui il tasso d’interesse non fu più alto del tasso di crescita, in cui si ebbero punti di contatto.

 

 

(…) Avevo già fatto notare che la rivoluzione neo-liberale successiva al 1980, in Germania, non fu affatto una storia di successo (vedi grafico 8). Il risultato sarebbe stato ancora peggiore senza gli enormi effetti sulla domanda aggregata, esercitati dallo Stato per via dell’unificazione tedesca, i quali comportarono per alcuni anni tassi di crescita assai elevati.

 

 

GRAFICO 8



Germania: tasso di crescita reale del PIL (fonte: Bundesbank).

 

 

Dopo l’avvio della moneta unica europea ci furono anche gli effetti positivi del dumping salariale tedesco, che impedirono un indebolimento ancor maggiore nella crescita della performance economia.

 

In Francia non si ebbero questi due effetti positivi e perciò l’affievolimento fu decisamente maggiore. Dopo la grande recessione del 2008/2009 l’economia non si è più ripresa e la disoccupazione è rimasta elevata.

 

 

GRAFICO 9



Francia: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; il 2018 è per ora solo stimato).

 

 

Una debole dinamica degli investimenti

 

In Francia la quota degli investimenti (l’insieme degli investimenti lordi) [valore che comprende anche l’attività dell’edilizia privata, ndt] è caduta (vedi Grafico 10) e da allora non si è più ripresa. Si deve dedurre che gli investimenti delle imprese si siano sviluppati ancora peggio; nel merito, non disponiamo però, purtroppo, di dati affidabili.

 

 

GRAFICO 10



Francia: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

 

L’Italia soffre ancor più massicciamente che la Francia della preminenza del neoliberismo, nella sua variante europea. Poiché l’Italia porta con sé un alto indebitamento, le regole assurde del Fiscal compact costringono il Paese a praticare, contro ogni forma di ragionevolezza, l’austerità. Questo significa che, nonostante l’assenza di una dinamica degli investimenti trainata dall’indebitamento dei privati – e questo a tassi d’interesse vicini allo zero! – l’Italia deve rinunciare allo stimolo dello Stato. L’esito (vedi Grafico 11) è catastrofico.

 

 

GRAFICO 11



Italia: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; 2018   2019 per ora solo tassi stimati).

 

La quota degli investimenti ha raggiunto in Italia un livello storicamente infimo (vedi Grafico 12). E questo in un Paese che nel passato era caratterizzato come nessun altro da un’attività negli investimenti assai dinamica, soprattutto nel settore industriale.

 

 

 GRAFICO 12



Italia: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

Un Paese che non corrisponde dallo schema descritto sopra è il Giappone. Qui il boom durò ben più a lungo, cioè fino alla fine degli anni ’80, fu però scatenato da una grandiosa e irrazionale bolla immobiliare. Poi la crescita collassò e non si riprese più fino ad oggi (vedi Grafico 13). Tassi di crescita dell’ordine dell’1% poterono essere raggiunti solo con massicci interventi dello Stato. Contemporaneamente la situazione occupazionale del Paese è però migliore che nei Paesi industrializzati occidentali.

 

 

GRAFICO 13



Giappone: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; 2018 tasso per ora solo stimato).

 

La quota investimenti, che ancora negli anni ’60 e ’80 aveva raggiunto un livello enorme, oltre il 30%, oggi come oggi si è stabilizzata su un livello normale per i Paesi occidentali industrializzati e, dopo il 2010, quasi non è cresciuta (vedi Grafico 14).

 

 

GRAFICO 14



Giappone: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

 

Ma dipende tutto dalla tecnologia?

 

Orbene, molti argomentano così: nei Paesi ad economia matura l’indebolimento della crescita sarebbe meno da ascrivere ad una politica economica sbagliata che ad una generale tendenza ad una minore dinamica nell’innovazione; nessun Paese potrebbe sottrarvisi. Una pezza d’appoggio sarebbe da vedere nei tassi di crescita della produttività del lavoro calanti. Lo si può affermare, ma certamente non dimostrare.

 

Quanto osserviamo in termini di infiacchimento dei tassi di crescita nella produttività del lavoro è sempre una miscela di innovazioni tecnologiche e del ritmo con cui queste innovazioni si impongono, cioè si traducono in attività di investimento. Una debole attività negli investimenti impedisce un forte progresso nella produttività anche quando i ritmi di sviluppo nell’innovazione tecnologica sono elevati.

 

La grande eccezione

 

Per confutare quell’argomento dovremmo avere un “cigno nero”, cioè un Paese in cui la situazione è peggiorata assai meno. E in effetti, il Paese esiste. L’unico grosso Paese del mondo occidentale che ha potuto in buona parte sottrarsi al trend negativo sono gli USA. Invero anche qui la dinamica nella crescita si è indebolita, però molto meno che negli altri Paesi occidentali (vedi Grafico 15).

 

 

GRAFICO 15



USA: tasso di crescita reale del PIL (fonte: FRED).

 

 

La quota degli investimenti negli USA tendenzialmente non è calata, al contrario, dopo il 2008/2009 si è ripresa enormemente (vedi Grafico 16). Invero il grande aumento degli anni 2000 va anche qui chiaramente ascritto ad una irrazionale bolla immobiliare, ma per la ripresa, da allora, non c’è una spiegazione tanto facile.

 

 

 

GRAFICO 16



Usa: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

Se aggiungiamo che agli USA è riuscita anche in questo ciclo la riduzione della disoccupazione ad un livello che si può chiamare di “piena occupazione”, ci si deve seriamente chiedere che cosa gli USA abbiano fatto di diverso dagli altri Paesi. La risposta è: nel voler portare la disoccupazione in ogni fase di crescita al livello che chiamiamo di piena occupazione, gli USA hanno praticato una politica economica molto pragmatica.

 

Finché la dinamica privata, proveniente dall’economia di mercato – trainata da una politica monetaria espansiva – era sufficiente, lo Stato è stato a guardare. Però già a metà degli anni settanta questa fase era finita. In seguito, solo una volta, ci fu un ritorno alla  piena occupazione senza massicci impulsi provenienti dalla politica fiscale. Solo nella fase della cosiddetta bolla dot.com – nella seconda metà degli anni ’90 – le famiglie aumentarono talmente le loro uscite così da creare un indebitamento netto, anno dopo anno. Perciò lo Stato riuscì a cavarsela ancora una volta senza aggiungere un proprio indebitamento (vedi Grafico 17).

 

 

GRAFICO 17



USA: saldi finanziari settoriali (fonte AMECO) in % sul PIL nominale. Valori negativi della posizione “estero” significano un indebitamento dell’estero. Ausland = estero; private Haushalte = famiglie; Unternehmen = imprese; Staat = Stato. [Il fatto che la posizione “estero” sia sempre in zona positiva segnala un deficit commerciale-finanziario statunitense con l’estero. Le famiglie sono quasi sempre (tranne che nel 2000 etra il 2004 ed il 2008) in zona positiva, cioè risparmiano. Lo Stato è sempre in deficit (tranne che nel 2001). Le imprese in certe fasi si indebitano in termini netti, in altre accumulano risparmi netti, ndt]

 

 

Subito dopo le imprese tornarono a risparmiare, ovvero, a spendere meno di quanto incassavano. A questo punto non c’era più altra possibilità per lo Stato della più grande economia mondiale di affidarsi alle forze del mercato. Lo scarto tra entrate ed uscite statali aumentò sempre di più [generando sempre deficit, ndt]. Perfino adesso, con la piena occupazione, lo Stato aumenta i suoi deficit ancora una volta. Nello sorso anno fiscale si trattò (solo a livello federale) del 3,9% del PIL, ovvero 700 Miliardi di $. Secondo le stime più recenti, la somma totale in questo anno fiscale (che termina al 30 settembre) si aggirerà attorno ai 1.000 Miliardi di $.

   

 

GRAFICO 18



USA: quota dell’indebitamento totale dello Stato e dell’indebitamento annuo. 1) Debito pubblico in % sul PIL, anno per anno, depurato stagionalmente. Dati disponibili solo dal 1966. 2) Surplus o deficit annuo dello Stato in % sul PIL. La linea viola (debito pubblico totale) va letta sulla scala di sinistra. La linea arancione (deficit annuo) su quella di destra.

 

 

L’indebitamento totale sale (in percentuale sul PIL, anche se si non tratta del metro appropriato), salirà certamente verso il 110%. Una cifra in realtà non problematica – a differenza di quanto pensano liberisti e neo-liberisti – che mostra però come senza un impegno finanziario duraturo e rilevante dello Stato non esista uno sviluppo economico ragionevole.

 

Quali conseguenze?

 

In un mondo in cui – grazie al monetarismo e alla politica neoliberista del mercato del lavoro (“flessibilità del mercato del lavoro”) – la dinamica della domanda è sistematicamente inibita, solo lo Stato può agire in senso contrario. Mediante una propria aggressiva politica della domanda può procurare al sistema dell’economia di mercato una dinamica sufficientemente grande da raggiungere obiettivi occupazionali ambiziosi. Gli USA lo hanno capito e hanno sviluppato – aldilà delle differenze di partito – un pragmatismo impressionante quanto all’indebitamento statale. Anche in Giappone lo Stato ha compreso che imprese che risparmiano creano una situazione completamente nuova e obbligano lo Stato a intervenire direttamente nella gestione della domanda aggregata.

 

Con il dogma di una “sana” politica fiscale la Commissione europea e il Consiglio europeo hanno abbandonato da anni il club dei governi dotati di ragionevolezza – principalmente per la spinta tedesca. Il risultato: alta e cronica disoccupazione. Una nuova Commissione avrebbe potuto offrire una chance per cambiare le cose. Ma già la prima decisione, la scelta del presidente della Commissione, porta nella direzione sbagliata. È perciò inevitabile che i problemi economici e sociali metteranno in forse l’intero progetto europeo, visto che i “Populisti” potranno puntare l’indice su un grandioso fallimento di politica economica.

 

 

 

 

 

 

10/10/19

IL GRANDE PARADOSSO: il liberismo distrugge l’economia di mercato - Parte Prima

Segnalati da Giuseppe Vandai, che ne ha curato la traduzione, di recente sono apparsi su Makroskop tre articoli di Flassbeck che meritano di essere conosciuti e letti con attenzione. In breve, Flassbeck propone una riflessione, circostanziata e corroborata da dati da lui elaborati, in cui illustra e spiega il cambio di passo tra i "Trenta Gloriosi“ e l’età del neo-liberismo.  Dall'analisi risulta il paradosso che, pur in un contesto neo-liberista, senza l'intervento dello Stato che si indebita e sostiene gli investimenti  ci si caccia nei guai. Ovvero, un’iniezione di keynesismo è necessaria per tenere in vita il paziente malato di neo-liberismo. 

Gli articoli di Flassbeck sono stati sfrondati di alcuni specifici riferimenti alla Germania e divisi in due parti. 

 

 

del Prof. Heiner Flassbeck,  Makroskop, 19 luglio 2019

 

[ Traduzione di Beppe Vandai ]

 

Parte Prima

 

I liberisti festeggiano il capitalismo come una storia di successo. Eppure, proprio il dominio del liberismo ha spinto l’economia di mercato in una grande crisi. Una retrospettiva di 70 anni sull’ economia postbellica.

 

(…) Chiunque si occupi di questioni economiche lo sa bene: il capitalismo è unicamente una storia di successo. Per provarlo basta confrontare le condizioni di vita odierne con quelle di 200 anni fa. Proprio non si può seriamente negare che – nel corso degli ultimi 200 anni – ci siano stati enormi progressi. Nel contempo sappiamo però che questi progressi non si sono affatto avuti in modo uniforme e continuo, bensì con enormi choc e crisi che hanno scosso il sistema peggiorando le condizioni delle masse dei lavoratori.

 

Nei Paesi industrializzati le condizioni di vita per gran parte della gente non sono affatto migliorate in modo continuo. I lavoratori hanno dovuto duramente combattere per poter semplicemente partecipare alla crescita reddituale potenziale che l’economia capitalistica di mercato andava creando. Cento anni fa non era ancora affatto certo che i progressi raggiunti fino ad allora divenissero duraturi.

 

In grande misura la partecipazione delle masse al benessere è riuscita solo negli ultimi 70 anni, cioè dopo la Seconda Guerra Mondiale. E questo vale solamente per i Paesi occidentali industrializzati. Nei Paesi sottosviluppati una partecipazione sistematica delle masse lavoratrici alle performances produttive, fino ad oggi, è ancora l’eccezione (vedi Asia) e non la regola. Pertanto, questo sistema che ci appare così efficace convive con la povertà assoluta di miliardi di persone che vivono alla giornata e si tengono a malapena a galla a meri livelli di sussistenza.

 

30 anni di successo: Bretton Woods e il Keynesismo

 

È evidente che il periodo postbellico, cioè soprattutto i 20 anni dal 1950 al 1970, ha portato a risultati assolutamente straordinari in termini di crescita del reddito, occupazione e partecipazione da parte dei lavoratori dipendenti. In Germania questa fase viene chiamata “miracolo economico” e piace attribuirla alla “buona politica economica made in Germany” (sotto la direzione di Ludwig Erhard).  Tuttavia questo è uno dei tanti miti di cui ci si serve in Germania per glorificare i propri successi. Il periodo del sistema di Bretton Woods fu una fase di grande prosperità in tutti i Paesi industrializzati, alcuni dei quali ebbero successi ancora maggiori della Germania. Ma anche i Paesi sottosviluppati che erano associati al sistema ne trassero profitto sviluppandosi meglio di prima, e meglio del periodo successivo. Questo significa che dovevano esserci dei fondamenti per questa globale storia di successo, che andavano ben oltre la specificità tedesca e le persone che in Germania agivano e governavano.

 

Detto questo, i tassi reali di sviluppo della Germania di quegli anni – vedi Grafico 1 – guardati dal punto di vista di oggi, erano più che impressionanti. Nei primi 10 anni il tasso medio di crescita annua del reddito si attestò, in tutta l’economia, sull’ 8,3 %. E anche dal 1961 al 1970 si raggiunse un 4,5%, sebbene nel 1967 ci fu la prima recessione.

 

Grafico 1 


Germania: crescita reale del PIL in % rispetto all’anno precedente.


Crescita media 1951 – 1960 = 8,3%.   //    Crescita media 1961 – 1970 = 4,5%.


 

 

Questa fase viene spesso vista come il risultato di un irripetibile effetto di riscatto con cui si ricostruirono rapidamente le distruzioni della guerra e in cui si soddisfò il fabbisogno di riscatto della popolazione. Si tratta però di un punto di vista completamente sbagliato. “Riscatto” e “fabbisogno” non sono categorie che di per sé possano in qualche modo influenzare o spiegare concretamente la dinamica economica.

 

(…)

Cercherò di mostrare che il quadro politico-economico dei primi decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale spiega un tale risultato. Le condizioni di fondo, create con il Sistema di Bretton Woods erano soprattutto favorevoli agli investimenti; così si poté effettivamente sprigionare un’attività di mercato, chiaramente sostenuta dagli investimenti imprenditoriali.

 

Il tasso reale di crescita tedesco è poi, a partire dagli anni ’50, continuamente sceso (vedi Grafico 2). Poiché la Germania si trova in una situazione relativamente buona, a causa dei successi di competitività ottenuti con il dumping salariale, dobbiamo dare per scontato che la situazione in Europa sia ben peggiore. Questo non vale invece nella stessa misura per gli USA, come mostreremo più avanti.

 

GRAFICO 2


Germania: tasso di crescita annuo del PIL reale.


 

 

Se consideriamo l’attività di investimento delle imprese, quanto alla Germania, il referto è chiaro: a partire dagli anni ’70 si va giù. A parte una piccola ripresa verso la fine degli ’80 e le conseguenze della riunificazione, che ha fatto balzare ad un nuovo livello gli investimenti imprenditoriali (…) possiamo constatare, nel corso del tempo, solo un indebolimento. E ben si noti, il risultato è questo, sebbene la politica economica abbia fatto di tutto, a partire dalla svolta dell’inizio degli anni ’80, ma proprio di tutto, per stimolare e rendere costanti gli investimenti privati. La parola chiave più importante fu, in ciò, il dimezzamento delle tasse per le imprese.

 

GRAFICO 3


Germania: quota nominale degli investimenti del settore imprenditoriale in %


Investimenti lordi in impianti (nuovi) in rapporto al valore aggiunto lordo


Agricoltura, manifattura, servizi senza il settore edilizio, servizi pubblici esclusi


 

 

Devono dunque esserci state nel Sistema di Bretton Woods delle condizioni che – viste a posteriori – crearono irripetibili chance per gli investimenti privati. Queste condizioni, lo si disconosce completamente quasi sempre, erano di natura macroeconomica. Istituzioni (“l’ordine economico”) e mercati singolarmente efficienti sono una cosa, condizioni favorevoli agli investimenti per le imprese, sono invece un altro paio di maniche.

 

(…)

È pure fuori dubbio che la dinamica della crescita, con il Sistema di Bretton Woods, andò di pari passo con una notevole dinamica nei tassi di crescita dei salari dei lavoratori dipendenti (vedi grafico 4). Dal 1958 (il primo anno per cui abbiamo trovato dati confrontabili) al 1978 risultò un aumento salariale medio annuo del 7,9%. Il che significa che entrambe le parti, nelle trattative contrattuali, era pronte ad andare a tutta birra e che i datori di lavoro accettarono sempre che i lavoratori dipendenti, con tassi di crescita nominale così forti, avessero una buona chance, con i salari reali, di partecipare all’aumento della produttività (cioè di dividersi in modo paritetico la crescita).

 

GRAFICO 4


Germania: Aumenti contrattuali dei salari orari (nominali) del settore manifatturiero.


Medie geometriche:      Media 1958/1978: 7,9%.      Media 1979/1994: 4,4%.     Media 1996/2008: 2,2%.


Media 2009/2018: 2,6%.


 

 

 

La svolta spirituale e morale?

 

[ Flassbeck ironizza così con la parola d’ordine con cui Helmut Kohl giustificò il cambio di governo (da Schmidt a Kohl) del 1982, ndt ]

 

Già a partire dai primi anni ottanta si mise male con gli aumenti salariali e solo l’unificazione tedesca regalò ancora una volta una spinta alle imprese (…). Al più tardi dalla metà degli anni ’90 il vecchio modello tedesco della compartecipazione dei lavoratori dipendenti all’aumento della produttività è morto stecchito. A partire dall’ascesa al potere dei rosso-verdi, nel 1998, [governo Schröder-Fischer, ndt] e dalle successive grandi coalizioni la posizione dei sindacati e dei lavoratori dipendenti è talmente peggiorata che venne raggiunto – tra il 1996 ed il 2008 – il record negativo di aumenti salariali nominali del 2,2% per anno.

 

Anche questo è il portato di un atteggiamento mentale e di modelli economici mainstream il cui denominatore comune era il rifiuto di quello che allora si intendeva con il Keynesismo. Non solo si attribuiva al Keynesismo la responsabilità delle crisi inflattive e occupazionali conseguenti all’esplosione del prezzo del petrolio [degli anni ’70, ndt]. Si credeva anche che solo con un rinnovamento dalle fondamenta dell’economia di mercato – soprattutto con il ristabilimento di rapporti puramente concorrenziali nel mercato del lavoro [affidandosi cioè alle pure leggi delle domanda e dell’offerta, ndt] – si sarebbero potute affrontare le sfide di un’economia mondiale sempre più integrata.

 

La “svolta spirituale e morale“ di H. Kohl, del 1982, intendeva proprio queste cose. Nel contempo Ronald Reagan e Maggie Thatcher si apprestavano a imbastire un sistema che ai loro occhi (e a quelli degli economisti che li ispiravano, come F.A. von Hayek) era una vera economia di mercato. Che con ciò essi abbiano posto fine alla fase di gran lunga di maggior successo del capitalismo è la tragedia e il paradosso di questa storia.

 

L’opinione pubblica delle democrazie occidentali, ovvero la classe politica, i media e pure la maggioranza degli studiosi di scienze sociali tende ad interpretare eventi politici solo dal punto di vista politico. Perciò anche la grande svolta dell’inizio degli anni ’80, allorché R. Reagan, H. Kohl e M. Thatcher giunsero al potere, viene giudicata come un normale evento, attribuibile al fallimento politico della sinistra e con ciò del Keynesismo, in seguito alla crisi petrolifera, una svolta che perciò condusse ad una nuova politica economica.

 

Dal punto di vista strettamente politico questa è un descrizione corretta di quanto accadde. Dal punto di vista intellettuale fu invece semplicemente una involuzione, visto che il fondamento concettuale della svolta si basava sulle idee degli anni ’20 del secolo scorso, idee in fin dei conti confutate e fallite da tempo.

 

Politica dal lato dell’offerta

 

Semplicemente non c’era nulla di nuovo. Si chiamò “politica dell’offerta” la politica, che doveva rimpiazzare il Keynesismo, che sottolineava il ruolo della domanda. Ci si appellò alla Legge di Say, della fine del 18esimo secolo (“L’offerta crea la propria domanda”).

 

(…)

Se in fisica si ritornasse oggi alla meccanica newtoniana e si dichiarasse irrilevante il sapere più volte dimostrato e tutto quanto scoperto dopo, si passerebbe per pazzi. Nell’economia si poteva invece fare una carriera accademica riscoprendo vecchie teorie false e ignorando i progressi del Keynesismo, individuabili indiscutibilmente nella dimensione macroeconomica. Detto altrimenti, si tornava ad espungere il lato della domanda dalla situazione decisionale in cui si trova l’imprenditore che intende investire; questo, proprio dopo che si era scoperto negli anni ’30 che tale aspetto va assolutamente preso in considerazione per poter fare una qualsiasi previsione.

 

Nel merito, ho scritto quasi 20 anni fa in un articolo su tema “Domanda e offerta” quanto segue:

 

“Qui sussiste la differenza decisiva tra politica dell’offerta e politica della domanda. Mentre la prima spera in effetti “strutturali, efficaci nel medio periodo” senza considerare la situazione momentanea nel suo insieme, la politica della domanda punta sul miglioramento delle condizioni generali in cui le imprese agiscono, in un arco di tempo calcolabile. Questo è a tutti gli effetti “di breve periodo”. Nel mondo reale gli imprenditori non dispongono di un altro arco di tempo.

 

Quello che i sostenitori della politica dell’offerta chiamano “di medio periodo” significa solo: se tutto va bene e non ci sono imprevisti, la mia misura migliorerà ancora di un po’ il risultato finale. ‘Se andrà tutto bene’: su questo la politica dell’offerta non può tuttavia dire proprio nulla, essa si affida piuttosto a che tutto vada bene. Gli impulsi dunque giungono da altrove”.

 

Come si poteva sperare di poter fare della politica economica migliore sulla scorta di una teoria di tanto limitata perspicacia, invece che di una teoria che aveva di mira semplicemente un orizzonte più vasto [quello macroeconomico, ndt] e dunque più rilevante?

 

Gli aspetti più eclatanti della povertà intellettuale della svolta spirituale stavano e stanno comunque nella teoria monetaria e in quella del mercato del lavoro. Pur di togliere allo Stato a priori ogni giustificazione per intervenire nel mercato monetario si fece ricorso da un lato all’equazione quantitativa della moneta, vecchia di alcuni secoli, che mai aveva fornito la base per la politica monetaria, dall’altro si ricorse ad un modello del mercato del lavoro che di nuovo ignorava gli effetti sulla domanda, assimilando il mercato del lavoro a qualsiasi altro mercato.

 

I monetaristi attorno a Milton Friedman (in sé, un geniale piazzista) sostennero semplicemente che si potesse trovare una quantità di moneta la cui crescita fosse sempre gestibile dalla Banca centrale e che si potesse mostrare un legame stretto con la dinamica dell’inflazione, visto che la velocità di circolazione del denaro sarebbe ben calcolabile. Per queste tesi mai è stata fornita una giustificazione scientifica. Eppure queste tesi in Germania fornirono per 30 anni la base di una politica, che, con il pretesto di una  rigida lotta all’inflazione, condotta da una Banca centrale indipendente, limitava drasticamente le chance di sviluppo e comportava dunque enormi costi.

 

 

 

Seconda Parte

19/03/17

Può accadere di nuovo? Il campo di battaglia per una rivoluzione teorica in economia

Sul blog dell'Institute for New Economic Thinking l'economista italiana Antonella Palumbo strappa al neoliberismo - posizione teorica oggi dominante - l'abusata veste di unico metodo scientifico utilizzabile per l'analisi economica. Al contrario, questo quadro teorico, con la sua fede cieca nel mercato e l'orrore ideologico per ogni intervento dello Stato - è solo uno dei tanti possibili che si sono avvicendati nella storia ed è caratterizzato non da una presunta oggettività scientifica, ma da precise scelte politiche e sociali. Se oggi si mostra al capolinea, per gli evidenti disastri che ha provocato e l'incapacità di rispondere ai problemi più urgenti e gravi che affliggono la società, significa che è ora di trovare un nuovo quadro teorico, anche riprendendo idee del passato che possono servire come basi per un pensiero nuovo.

di Antonella Palumbo, 27 febbraio 2017 

 

 

Per la nostra serie ‘Experts on Trial’, Antonella Palumbo sostiene la necessità di liberarsi di trite parole d'ordine 'scientifiche' che mascherano in realtà scelte sociali e politiche.

In seguito al terremoto politico rappresentato dall'elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti e dal voto a favore della Brexit, si va sviluppando un dibattito intorno all’idea che le élite politiche e intellettuali abbiano perso la capacità di comprendere la direzione verso cui si muove la società, e che il loro rapporto con quest'ultima sia inficiato da una crisi di rappresentanza. I segnali di disagio e di insofferenza si moltiplicano, mentre cresce il timore che le elezioni francesi e tedesche diano luogo a ulteriori esiti traumatici.
I politici, ovviamente, sono i primi destinatari della disaffezione dell’opinione pubblica, che li considera sia incapaci di rendersi conto di quanto profondamente le trasformazioni economiche degli ultimi decenni abbiano inciso sulla vita quotidiana della gente comune, sia del tutto indifferenti alle sofferenze che ne derivano. Ma anche agli economisti si guarda con crescente scetticismo, visto che gran parte della professione si è mostrata più interessata a celebrare i vantaggi della globalizzazione che ad analizzare senza preconcetti le complesse trasformazioni che questa implicava  ̶  e le loro conseguenze.
Il ruolo degli esperti

Segnali di una simile diffidenza possono essere letti non solo nel voto a favore della Brexit (nonostante le fosche previsioni della maggior parte degli economisti in merito alle sue gravi conseguenze), ma anche, ad esempio, nella ribellione contro l'euro, che si va diffondendo in quote sempre maggiori dell'elettorato europeo.
L'opinione pubblica europea rappresenta tuttavia un caso interessante. Fino a tempi molto recenti, l’atteggiamento prevalente nei confronti degli economisti è stato infatti sostanzialmente di fiducia e rispetto, in contrasto con l'universale disprezzo per i politici. Si può addirittura affermare che una parte dell'élite intellettuale europea (con la complicità dei media) abbia di fatto contribuito, negli ultimi decenni, ad alimentare la sfiducia nella politica e nei politici, soprattutto nei paesi dell'Europa meridionale. Un esempio recente è rappresentato dalla spiegazione che gli economisti mainstream (e i giornalisti che hanno fatto loro eco) hanno offerto dell'improvviso aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato in Italia e in altri paesi europei nel 2010-2011, rinvenendone la causa nelle dimensioni stesse del debito pubblico. La colpa del peso del debito è stata quindi addossata sui politici corrotti, che non avrebbero dato ascolto alle analisi e alle ricette proposte dagli economisti (che prescrivevano invece l'austerità). In questa narrazione, i politici non sono solo stati dipinti come corrotti e interessati, ma anche come irresponsabili e inclini al populismo. Ai politici è stato dunque dato il ruolo dei ‘cattivi’, mentre gli economisti tendevano a rappresentarsi  come gli autentici difensori dell'interesse generale. [1]
La visione dell'economista come arbitro politicamente imparziale dell'interesse generale rimane tuttora prevalente tra le élite europee (soprattutto in Germania), ed è profondamente radicata nel cosiddetto 'Brussels Consensus'. Essa ha anzi innervato la progettazione stessa di molte istituzioni europee, che limitano il potere discrezionale e subordinano le istanze politiche alle decisioni di organismi tecnici (come la Banca centrale europea) o a una serie di regole, le une e le altre conformi alle presunte superiori conoscenze degli economisti. Se oggi il consenso popolare sulla saggezza degli economisti vacilla, questo è dovuto al disagio sociale causato dalle politiche di austerità e dalla crescente diseguaglianza dei redditi e delle opportunità che ha caratterizzato questi decenni di globalizzazione - con la grande quantità di ‘perdenti’ che tende a produrre.

La sfiducia nell'autorità degli esperti è venuta crescendo lentamente. Già qualche anno fa, l'esplosione della grande crisi finanziaria negli Stati Uniti e le sue conseguenze globali hanno iniziato a mettere a repentaglio la reputazione degli economisti. Il fatto che la dimensione e la profondità della crisi avessero colto di sorpresa la grande maggioranza degli economisti, e che tanti di loro non avessero la minima idea di come affrontarla, fu visto allora come una sorta di scandalo intellettuale. Nelle università il disagio ha preso anche la forma di protesta aperta, come è testimoniato da una serie di iniziative studentesche [2] e dalle discussioni ancora in corso sulla necessità di introdurre percorsi formativi alternativi, discussioni che hanno coinvolto anche molti studiosi di orientamento critico. [3] Allo stesso tempo,  per i settori più attivi e informati dell’opinione pubblica è del tutto chiaro che il desiderio di un cambiamento in politica implica anche un profondo ripensamento delle relazioni economiche e un riequilibrio dei poteri economici (questi temi sono stati al centro, per esempio, del movimento Occupy e del movimento degli Indignados).
Sia che si tratti di critica consapevole che di più istintivo disagio, l’obiettivo è il corpus di dottrine economiche che sono alla base dell'ideologia neoliberista. Deregolamentazione dei mercati, riduzione delle tutele dei lavoratori, abolizione delle barriere commerciali, ridimensionamento dello stato sociale e riduzione della spesa pubblica, sono tutte ricette politiche che derivano dalla premessa teorica che il libero mercato possieda la capacità di autoregolarsi, e sia in grado di assicurare automaticamente risultati ottimali, mentre la regolamentazione e l'intervento dello Stato sarebbero inefficaci, distorsivi o anche peggio. La professione economica ha giocato un ruolo non secondario nel favorire l'adozione generalizzata di queste politiche, i cui effetti sono sempre più percepiti come fallimentari e creatori di divisioni e iniquità. Del resto, è piuttosto singolare che indicazioni politiche così specifiche e lineari derivino in genere da modelli estremamente astratti. Un'accusa spesso rivolta all'economia è che essa si occupa di un mondo immaginario, invece di studiare e spiegare i reali processi economici che incidono sulla vita delle persone.

Tuttavia, se così tanti economisti negli ultimi quattro decenni hanno abbracciato questo atteggiamento e questo punto di vista, sarebbe ingiusto ritenere che ciò sia spiegabile (perlomeno interamente) in termini di conformismo intellettuale o di servilismo nei confronti degli interessi dei potenti. La convinzione neoliberista in merito alle virtù autoregolatrici del mercato trova infatti giustificazioni teoriche profonde nel cuore stesso della disciplina economica - è ciò che viene insegnato agli studenti in quasi tutti i corsi introduttivi di economia.

 
Neoliberismo e teoria economica

Nonostante il disagio che esso ha prodotto sia all'interno che all'esterno della professione economica, lo shock della crisi del 2007-2009 non ha provocato alcun cambiamento radicale del paradigma teorico dominante né nel campo della ricerca né dell'insegnamento. Ci sono state, è vero, riscoperte pragmatiche delle politiche keynesiane (negli Stati Uniti più che in Europa), mentre una certa attenzione, per un periodo di tempo limitato, è stata rivolta agli economisti che avevano dubitato della solidità dei mercati finanziari e pronosticato l'arrivo di importanti turbolenze. Ma il nucleo della teoria dominante non è cambiato molto. Oggi, come negli ultimi decenni, prevale un’unica struttura teorica di fondo, ben riconoscibile nonostante la grande pluralità di teorie, modelli e campi specifici di applicazione che caratterizzano la disciplina. Secondo questa impostazione, i problemi economici devono essere analizzati in termini delle scelte massimizzanti di individui razionali, che agiscono sulla base delle loro preferenze e delle loro risorse, interagendo nel mercato con altri individui che, in base a diverse preferenze e risorse, compiono scelte diverse. Questa interazione determina i prezzi di equilibrio, intesi come prezzi che uguagliano la domanda e l'offerta di ogni bene e di ogni fattore di produzione. Questa struttura di pensiero è così basilare, che di solito non è riconosciuta come espressione di un particolare punto di vista, ma identificata con il linguaggio economico tout court. Perfino i modelli macroeconomici si basano oggi su questa visione, che estrapola leggi economiche relative agli aggregati e le relative prescrizioni di politica economica da ipotesi e analisi che riguardano il comportamento individuale. [4]

Questa impostazione teorica, si sostiene, è abbastanza generale e flessibile da consentire risultati diversi e diverse implicazioni politiche, che possono essere ottenuti mediante opportune ipotesi quali, ad esempio, mercati imperfetti o incompleti, vincoli di liquidità, o rigidità di qualsiasi tipo. [5] In seguito alla crisi, infatti, in un numero crescente di modelli sono stati presi in considerazione vari tipi di shock finanziari e reali, e risultati non ottimali. Inoltre, alcuni temi, come la disuguaglianza, hanno ricevuto più attenzione. [6] Ma tutto ciò non ha comportato un vero cambiamento nel quadro teorico di riferimento.
In realtà, questa struttura teorica di base è meno flessibile e generale di quanto di solito la si dipinga. Una conseguenza rilevante del supporre che il comportamento economico sia il prodotto delle scelte massimizzanti di individui razionali (e liberi) è che la soluzione di mercato prevista dalla teoria risulta naturalmente dotata di proprietà ottimali. È del tutto logico assumere che gli agenti razionali scelgano la migliore allocazione possibile delle proprie risorse; se le forze di mercato sono libere di operare attraverso la flessibilità dei prezzi e dei tassi di remunerazione, ne segue che il sistema tende spontaneamente a raggiungere una soluzione complessivamente efficiente, il che implica anche assenza di spreco di risorse. Di conseguenza, qualsiasi risultato sub-ottimale, per esempio la presenza di disoccupazione involontaria, deve necessariamente essere spiegato con la presenza di ostacoli (come le imperfezioni e rigidità viste sopra), che frenano (o impediscono del tutto) l’azione dei meccanismi riequilibratori.
In ultima analisi, lo scopo della politica economica, secondo questo punto di vista, dovrebbe essere semplicemente quello di rimuovere tali ostacoli.
Dunque la fiducia nelle proprietà autoregolative del mercato è profondamente radicata nella teoria economica - perlomeno nell'impostazione teorica attualmente dominante.

 
Cambiamenti di paradigma nella teoria economica

Il quadro di riferimento concettuale appena descritto è proprio della teoria neoclassica, l'approccio che ha dominato l'economia dagli ultimi decenni del 19° secolo fino ad oggi. Come è noto, negli anni '30 Keynes mise in discussione questa impostazione, mostrando la cronica tendenza della domanda aggregata ad essere insufficiente ad assorbire la produzione di pieno impiego, e quindi la necessità di investimenti pubblici che correggano i risultati non ottimali del mercato.
L'impatto del keynesismo sulla professione economica e sulla politica economica fu così forte che esso divenne l’impostazione dominante nei decenni successivi, senza però soppiantare del tutto la teoria neoclassica. Questa, al contrario, continuò a predominare nel campo della microeconomia, mentre Keynes aveva concentrato l'attenzione sulle relazioni macroeconomiche, con la conseguenza che le due branche dell'economia spesso offrivano risultati divergenti (e persino contraddittori). Inoltre, le teorie di Keynes furono ben presto reinterpretate in direzione ‘imperfezionista’, di modo che, benché la sua tesi sulla tendenza sistematica alla disoccupazione e allo spreco di risorse fosse all’epoca generalmente accettata, questa fu però interpretata come il prodotto di rigidità, in particolare quella dei salari nominali. In questo modo la rivoluzione teorica di Keynes fu in parte depotenziata, mentre modelli ibridi hanno cercato in misura sempre maggiore di conciliare l'analisi keynesiana dei macro-aggregati con i fondamenti neoclassici, spesso giungendo alla conclusione che i meccanismi autoregolatori sarebbero stati comunque funzionanti nel lungo periodo.
Negli anni '60 e '70 il monetarismo ha duramente criticato questo compromessi teorici ed è riuscito a ristabilire il predominio della visione neoclassica, non solo nella parte più astratta della teoria, ma anche nei modelli e nelle politiche macroeconomiche, fondando così l’attuale consenso.
Lo sviluppo storico del pensiero economico mostra dunque non solo una successione di differenti paradigmi teorici dominanti (come accade in tutti i campi della conoscenza umana), ma anche, in questa successione, la temporanea scomparsa e il successivo riemergere di approcci precedentemente abbandonati. Può infatti accadere, nelle scienze sociali, che un particolare approccio teorico venga abbandonato non perché il progredire delle conoscenze lo abbia reso obsoleto, ma per altri motivi, quali le sue implicazioni politiche o la visione della società che esso comporta. Lo stesso approccio può così essere riscoperto in un diverso momento storico, quando il suo potenziale di analisi torna a essere apprezzato. Allo stesso tempo, data la ben nota impossibilità, in economia, di confermare o confutare una teoria attraverso esperimenti controllati, l’apparire di nuovi dati di fatto non è mai sufficiente, di per sé, a indurre un cambiamento nel paradigma intellettuale dominante.
Perfino quando i fatti sono molto difficili da conciliare con la teoria e sembrano porre ineludibili questioni teoriche, un buon teorico può sempre invocare la categoria dell'eccezione, oppure può sostenere che sono intervenuti altri fattori a modificare le condizioni osservate nella realtà rispetto alle ipotesi della teoria, spiegando così la mancanza di coerenza tra i fatti e le previsioni teoriche.
D'altra parte, un disagio diffuso verso lo stato attuale dell'economia, anche quando prende la forma di protesta cosciente e organizzata, può sì alimentare filoni di pensiero eterodossi, ma è generalmente considerato troppo ideologico per mettere seriamente in discussione il paradigma ‘scientifico’ dominante.
I cambiamenti di paradigma teorico avvengono, e sono sempre avvenuti, nei momenti in cui si manifestino contemporaneamente una percezione diffusa che la teoria dominante non sia in grado di affrontare quelli che sono sentiti come i problemi economici più urgenti dalla società e una proposta alternativa teorica che sorga all'interno dell'economia stessa - come è avvenuto sia per la rivoluzione keynesiana sia per quella monetarista.
Una prima implicazione di quanto detto è che l'economista critico non può contare sulla pura forza dei fatti per veder prevalere il suo punto di vista; ma dovrà combattere la battaglia teorica. Una seconda implicazione è che, nel ricercare nuovi paradigmi teorici che possano seriamente mettere in discussione il consenso attualmente prevalente in economia, non è improprio guardare alla storia passata della disciplina.

 
In cerca di alternative

Perché avvenga un profondo cambiamento nella teoria economica è necessario ricorrere a una struttura di pensiero radicalmente diversa.
L'enfasi sulle preferenze e scelte individuali al centro del paradigma neoclassico riflette l'ambizione di quello che, negli ultimi decenni del 19° secolo, era un sistema di pensiero nuovo, che proponeva di basare la spiegazione dei fenomeni economici interamente sulle forze psichiche della mente umana, interpretandoli dunque come fenomeni naturali piuttosto che sociali. Insieme all'uso del linguaggio matematico (calcolo differenziale), questo implicò che l'economia politica  ̶  che proprio in quell’epoca cambiava il suo nome in ‘scienza economica’ [7]  ̶  poteva rivendicare uno status teorico analogo a quello delle scienze naturali. Oggetto di questa nuova scienza era il comportamento dell'individuo astratto e indifferenziato, che interagisce con altri individui nel mercato, anch’esso concepito in modo astratto. Questo implica una concezione astorica del processo economico, che inoltre è visto come lineare, cioè che procede dalle dotazioni dei fattori originari alla produzione, allo scambio e al consumo, con quest'ultimo visto come il fine ultimo dell'attività economica. [8] I prezzi di equilibrio garantiscono automaticamente l'equilibrio tra domanda e offerta sul mercato riflettendo in ultima analisi la scarsità relativa delle risorse; anche la distribuzione del reddito tra salari e profitti è governata dai meccanismi del mercato e riflette l'equilibrio naturale del sistema.
Questa concezione del processo economico, tuttavia, non è affatto l'unica possibile. In realtà, dal punto di vista storico, essa sostituì un approccio completamente diverso, quello dell'economia politica classica di Adam Smith e David Ricardo, che aveva avuto la sua maggiore fioritura fino ai primi decenni del 19° secolo.
Al centro del sistema di pensiero classico c'è la nozione di surplus, definito come quella parte del prodotto dell'economia che può essere liberamente destinata a qualsiasi uso (consumo, accumulazione o perfino spreco) senza pregiudicare la possibilità dell’economia di riprodursi. [9] La teoria classica della distribuzione analizza il modo in cui tale surplus è diviso tra i partecipanti alla produzione: si basa sull'idea che una variabile distributiva sia determinata, indipendentemente dall’altra, da regole sociali, mentre l’altra emerge residualmente. Gli economisti classici consideravano il salario reale la variabile distributiva indipendente, e generalmente lo concepivano come determinato dal livello delle sussistenze. Questa determinazione era il risultato del conflitto sociale e rifletteva lo squilibrio di potere tra le classi, che consentiva al profitto (e alla rendita) di appropriarsi dell'intero surplus. [10]
La teoria classica mette in luce così il carattere sociale (vale a dire, arbitrario) della distribuzione e la sua natura conflittuale. Storicamente, questa teoria della distribuzione era basata su una teoria del valore che concepiva il valore (prezzo relativo) della merce come indipendente dalla distribuzione stessa, e come determinato dalle condizioni tecniche di produzione. Di conseguenza, in contrasto con la teoria neoclassica, l'economia politica classica vede i prezzi relativi non come indici di scarsità, determinati dall'equilibrio tra domanda e offerta. Al contrario, i prezzi rappresentano il costo al quale un bene può essere prodotto.
La teoria classica concepisce il processo economico come circolare, piuttosto che lineare; l'accento è posto sulla produzione (e quindi sull'accumulazione e sullo sviluppo), piuttosto che sullo scambio. Il centro dell'analisi non è il comportamento dell'individuo astratto e indifferenziato, ma l'interazione tra individui, gruppi, classi sociali, che agiscono in un determinato contesto storico.
Le implicazioni di tutto questo sono meno astratte di quanto possa apparire a prima vista, se - seguendo il suggerimento di uno dei più grandi economisti del secolo scorso, Piero Sraffa - il nucleo analitico dell'economia politica classica viene preso come la base su cui fondare una visione teorica moderna del funzionamento del sistema economico. Il sistema dei prezzi relativi individuato nell'approccio classico dipende dalle condizioni tecniche e dalla regola distributiva socialmente determinata; esso assicura la compatibilità e la riproducibilità del sistema, ma non ha caratteristiche di ottimalità. [11] Questo significa che l'intervento pubblico non deve necessariamente essere visto come distorsivo di un equilibrio altrimenti ‘naturale’.
Allo stesso tempo, nell'approccio classico l'indipendenza tra i fattori che determinano i prezzi e quelli che determinano la quantità costituisce una struttura teorica ideale per riproporre l'intuizione fondamentale di Keynes riguardo alla potenziale pluralità di livelli di produzione che un sistema economico è in grado di raggiungere partendo da determinate risorse, e per fondare un'analisi dei processi di accumulazione e crescita nella quale non vi sia alcuna tendenza automatica alla piena occupazione. La rilevanza dei fattori sociali e storici, che secondo l'approccio classico sono determinanti essenziali delle grandezze economiche, implica anche che l'economia, se rifondata su basi classiche, non farebbe più un uso così massiccio del tipo di modelli astratti e astorici che attualmente dominano la disciplina.

 
Nuove basi teoriche per la politica economica

Se si conviene che un cambiamento profondo e radicale del paradigma teorico dominante sia auspicabile, quanto sopra discusso mostra che tale cambiamento è anche possibile. Per quanto l'idea che la radice dei fenomeni economici sia da cercare nelle libere scelte di individui indipendenti, e che le grandezze economiche siano determinate dall'interazione tra domanda e offerta, sia profondamente radicata nelle nostre abitudini di pensiero, essa non rappresenta affatto l'unico modo di analizzare il funzionamento interno del sistema economico. Sono esistiti ed esistono approcci diversi, e ne possono essere concepiti di completamente nuovi, senza che si debba dare per scontato che l'unica concezione ‘scientifica’ dell'economia sia quella oggi dominante.
Ovviamente, una simile rivoluzione teorica non è facile da realizzare. A parte le difficoltà di conquistare la professione alle nuove modalità di pensiero (e al nuovo linguaggio che esse comportano), vi è la questione di quale capacità abbia qualsiasi paradigma alternativo di pensiero economico critico di fornire ai decisori di politica economica un insieme pienamente sviluppato di misure di politica atte ad affrontare i diversi problemi e le diverse circostanze.
Per quanto riguarda i principi generali, il paradigma alternativo ha un grande potenziale nel fornire solide basi teoriche per una politica economica attiva. Se il libero dispiegarsi delle forze del mercato non ottiene automaticamente alcun risultato ottimale, e se non vi è alcuna tendenza spontanea al pieno impiego, l'intervento pubblico è non solo possibile, ma anche desiderabile. Lo Stato può fornire la domanda necessaria per garantire la piena occupazione della forza lavoro; può guidare il processo di innovazione; può incentivare settori e prodotti specifici o disincentivare la produzione di particolari beni attraverso la tassazione e la regolamentazione; il tutto senza violare alcun presunto principio economico ‘naturale’.
Un'altra questione, tuttavia, è se un simile approccio alternativo sia in grado di fornire indicazioni politiche specifiche per affrontare i diversi problemi possibili. La questione ha sia una dimensione qualitativa sia una quantitativa. Dal primo punto di vista, la concezione del processo economico come profondamente influenzato dalle circostanze sociali e storiche e la visione conflittuale della distribuzione implicano la consapevolezza che qualsiasi decisione politica, in linea generale, favorisce alcuni gruppi danneggiandone altri, e che quindi è virtualmente impossibile definire oggettivamente qualsiasi sorta di interesse ‘collettivo’. Così, in aperto contrasto una visione ‘tecnocratica’, nessuna decisione politica può essere presa in nome di principi economici astratti, senza fare una scelta chiara su quali gruppi sociali favorire. Dal secondo punto di vista, la concezione del processo economico come influenzato da un insieme complesso di forze, tra cui i fattori sociali e storici, implica la difficoltà, se non l'impossibilità, di valutare con precisione l'effetto quantitativo di qualsiasi misura di politica (anche se, in generale, non il suo segno).
Quindi, rispetto alla visione della politica economica che deriva dalla teoria dominante, qualcosa si perde in termini di indicazioni chiare e ricette semplici. Allo stesso tempo, tuttavia, l'approccio critico consente di tenere nella dovuta considerazione le interrelazioni complesse che formano il sistema economico. Esso richiede una concezione ‘umile’ della politica economica - fatta di un continuo tentativo di ottenere il risultato socialmente desiderato, mettendo in conto la necessità di continui adeguamenti e correzioni delle misure scelte. Ciò che è importante è che un simile approccio apre la possibilità di considerare sia i risultati economici di un paese sia i loro effetti sociali (per esempio in termini di disuguaglianze) come l’esito di scelte sociali deliberate.
Tornando alla situazione politica attuale, e al possibile ruolo del pensiero economico critico nell'influenzare i cambiamenti che si stanno manifestando, è del tutto evidente che le difficoltà delle élite neoliberali non significano necessariamente il definitivo declino dell'ideologia neoliberista, né che le società stiano necessariamente scegliendo vie d'uscita dalla crisi che vadano in senso progressista. Tuttavia, il pensiero economico critico può svolgere un ruolo importante, sia nell'esporre le conclusioni ingiustificate e le false verità del pensiero dominante, sia nel fornire ai settori progressisti della società gli strumenti analitici necessari per comprendere le complessità della realtà e cercare di governarle.

Note

Aspromourgos, T. (2014), Thomas Piketty, the Future of Capitalism and the theory of Distribution: a Review Essay, Centro Sraffa Working Paper  7.

Garegnani, P. (1987), Surplus Approach to Value and Distribution, in The New Palgrave: A Dictionary of Economics, (a cura di J. Eatwell, M. Milgate e P. Newman), Palgrave Macmillan.

Kurz, H.D. (1987), Capital Theory: Debates, in The New Palgrave: A Dictionary of Economics, (a cura di J. Eatwell, M. Milgate e P. Newman), Palgrave Macmillan.

Piketty, T. (2014), Capital in the Twenty-First Century, Harvard University Press.

Romer, P. (2016), The Trouble With Macroeconomics, disponibile al link https://paulromer.net/wp-content/uploads/2016/09/WP-Trouble.pdf

Serrano, F. e Melin, L.E. (2015), Political Aspects of Unemployment: Brazil's Neoliberal  U-Turn, disponibile al link http://www.excedente.org/artigos/political-aspects-of-unemployment-brazils-neoliberal-u-turn/

Sraffa, P. (1960), Production of Commodities by Means of Commodities, Cambridge University Press.

Stirati, A. (2016), Piketty and the increasing concentration of wealth: some implications of alternative theories of distribution and growth, Centro Sraffa Working Paper  18 .

[1] Non sto sostenendo, naturalmente, che i politici siano generalmente esenti da arrivismo e corruzione. La sistematica campagna mediatica contro la classe politica nel suo insieme, tuttavia, spesso prende la forma di un attacco indiscriminato contro l'intervento pubblico nell'economia in quanto tale. Si veda l'illuminante analisi di Serrano e Melin (2015), relativa al caso del Brasile.

[2] Come, ad esempio, la International Student Initiative for Pluralist Economics e Rethinking Economics, che coinvolgono studenti di economia provenienti da diversi paesi (v. https://www.theguardian.com/education/2014/may/04/economics-students- overhaul-subject-teaching ).

[3] Come ad esempio il progetto CORE (v. http://www.core-econ.org/).

[4] Anche se ci sono filoni di pensiero che mettono in discussione la nozione tradizionale di razionalità e propongono una visione più complessa del comportamento umano, il mainstream teorico è interamente dominato dall'individualismo metodologico.

[5] I modelli macroeconomici sono attualmente dominati dai cosiddetti ‘modelli di equilibrio generale dinamico stocastico', basati sulla rappresentazione (mediante equazioni) di scelte individuali in condizioni di incertezza. Data l'evidente difficoltà di rappresentare il comportamento di una moltitudine di agenti diversi, i risultati macroeconomici in questi modelli sono generalmente ottenuti in base a ipotesi semplificatrici alquanto eroiche, come ad esempio l'esistenza di un singolo agente immortale (vedi la discussione critica in Romer 2016). Nella versione cosiddetta ‘keynesiana’ di questi modelli, alcuni tipi di rigidità o particolari valori di alcuni parametri implicano il risultato che il sistema vada incontro a fluttuazioni non ottimali.

[6] Si può forse sostenere che il diffuso interesse suscitato dal libro di Piketty sia uno degli effetti della crisi. A parte la novità del tema, però, il discorso di Piketty è interamente svolto nei termini della teoria economica standard (vedi ad esempio Aspromourgos 2014, Stirati, 2016).

 

[7] [n.d.t.: ci si riferisce al passaggio da political economy a economics].

[8] Proprio questa concezione lineare del processo economico, vale la pena notare, è alla base delle difficoltà analitiche che minano la validità della teoria neoclassica da un punto di vista logico. Come è noto, queste sono collegate alla impossibilità di un trattamento analitico coerente del capitale, che la teoria neoclassica tende a considerare alla stregua dei fattori originari di produzione, mentre esso è fatto di mezzi di produzione a loro volta prodotti (il tema è stato ampiamente trattato nelle controversie sul capitale degli anni ’60; si veda Kurz 1987, per una breve esposizione).

[9] Un’esposizione molto sintetica della teoria classica si trova in Garegnani (1987).

[10] La sussistenza stessa aveva nell'analisi degli economisti classici una determinazione storica, dato che la sua misura è influenzata dalle norme e istituzioni sociali che concorrono a definire lo standard di vita minimo in ogni specifico contesto storico. E’ opportuno sottolineare che non solo l’esito del conflitto sociale può essere un salario reale superiore al livello di sussistenza, ma anche che, analiticamente, è possibile considerare il tasso di profitto come variabile indipendente e il salario reale come residuo, come avviene ad esempio nel sistema di Sraffa (1960).

[11] La soluzione di Sraffa al problema del valore implica, a differenza che negli autori classici, una determinazione simultanea dei prezzi relativi e della variabile distributiva residuale. Questa soluzione, che dà coerenza analitica al sistema classico, conserva tuttavia la caratteristica di base che la determinazione dei prezzi relativi avviene interamente in base alle condizioni tecniche di produzione e alla regola sociale che governa la distribuzione, senza alcun riferimento all’interazione tra domanda e offerta.

 

25/01/17

Trump e l'attualità di Keynes: il nostro futuro è nel protezionismo.

Proponendoci una riflessione sull'attualità del testo di J.M. Keynes "National Self-Sufficiency", del 1933 - con la sua tripla esortazione ad adottare politiche protezioniste per motivi economici, politici ed etici - l'economista Jacques Sapir sul suo blog Russeurope smantella definitivamente il mito della superiorità del libero scambio, mostrando come già negli anni 30, dopo la Grande Crisi, i suoi immensi limiti fossero ben chiari a Keynes, soprattutto dal punto di vista degli effetti sociali. Quello che oggi è sotto i nostri occhi - la moltiplicazione dei conflitti, l'accumulo crescente di ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della democrazia - conferma la lucidità della visione di Keynes e mostra come le politiche protezioniste di Trump e tanti altri siano molto più sensate di quanto la stampa mainstream ci voglia fare credere. Al contrario, conclude Sapir: è nel protezionismo il nostro futuro.

 

Di Jacques Sapir, 18 gennaio 2017

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, e la sua politica di pressione sui grandi gruppi industriali attraverso messaggi inviati via Twitter; ma anche dichiarazioni "molto francesi", come quelle di Arnaud Montebourg sul "produrre francese" hanno riproposto la questione delle moderne forme di protezionismo. Nel dibattito che si apre oggi intorno alla campagna per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, è chiaro che questo problema occuperà una posizione di primo piano. Un certo numero di candidati dichiarati - o di candidati alla candidatura - hanno preso posizione su questo tema. Ma in realtà, questo dibattito c'è già stato.

Nel 1930, dopo la Grande Depressione, un certo numero di economisti sono passati da posizioni tradizionaliste a favore del "libero scambio" verso una visione più protezionista. John Maynard Keynes era uno di questi, e certamente quello che ha esercitato l'influenza più significativa. Può essere utile quindi tornare a questo dibattito, e alla conversione di un uomo che comunque credeva nel libero scambio, per cercare di capire che cosa gli fece cambiare idea.

L'importanza del contesto

Il saggio di J.M. Keynes sulla necessità di una autosufficienza nazionale di cui vogliamo occuparci è stato pubblicato nel giugno 1933 sulla Yale Review. Si può pensare che questo testo sia stato scritto tra la fine del 1932 e i primi mesi del 1933. È quindi perfettamente contemporaneo alla elezione di Franklin Delano Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti.

Questo testo si rivela di lettura stranamente attuale e inquietante [1]. Oggi, come nel 1933, le ragioni per dubitare del libero scambio si accumulano. Gli esperti della Banca mondiale hanno drasticamente rivisto al ribasso le loro stime sui "guadagni" derivanti dalla liberalizzazione del commercio internazionale [2] , benché siano stati calcolati senza tenere conto dei possibili costi. Allo stesso modo, uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development, UNCTAD)  dimostra che il 'Doha Round' dell'Organizzazione mondiale del commercio (Quarta conferenza interministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, tenuta a Doha nel novembre del 2001, ndT) potrebbe costare ai Paesi in via di sviluppo fino a 60 miliardi di dollari, mentre porterebbe loro solo 16 miliardi di guadagni [3]. Lungi dal promuovere lo sviluppo, l'Organizzazione mondiale del commercio potrebbe quindi contribuire alla povertà globale.
Perfino gli investimenti diretti esteri, a lungo considerati come una panacea per lo sviluppo, sono ora messi in discussione [4]. I meccanismi di concorrenza cui si affidano molti paesi per cercare di attirarli hanno evidentemente effetti negativi in materia di protezione sociale e ambientale [5] .

In questo contesto, le proposte del Primo Ministro francese Dominique de Villepin sul "patriottismo economico" nell'inverno 2005-2006 non appaiono più come un'aberrazione ideologica. Queste proposte affondano le loro radici in una lunga tradizione di pensiero economico, che è attualmente oggetto di una importante ripresa, sia nelle proposte di diversi esponenti politici francesi (da Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon, passando per Arnaud Montebourg e la sua campagna sul "made in France") sia del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Queste proposte si dimostrano realmente vicine al pensiero di Keynes nel 1933.

Il testo di Keynes deve essere letto nel suo contesto. Probabilmente scritto nelle ultime settimane del 1932, nella produzione di Keynes si situa quindi tra due grandi opere, il Treatise on Money e la General Theory, che segna la rottura definitiva di Keynes con il pensiero economico allora dominante. Coincide con un punto di svolta nel pensiero dell'autore. Si può considerare che il Keynes degli anni '20, anche se è perfettamente lucido sui limiti della teoria economica dominante del suo tempo, e questo in particolare per quanto riguarda la moneta, resta un liberale [6] nel significato dato a questo termine alla fine del XIX secolo. Fino alle disastrose elezioni del 1924, che vedono il crollo del partito liberale, resta anche affiliato ai Whigs, per i quali anima la Summer School nel 1923 [7] . La sua adesione al libero scambio è profonda. La sua radicale evoluzione intellettuale non incomincia prima della fine degli anni '20, ed è ben lungi dall'essere completata nel 1932-33. Del resto, questo testo è destinato a una rivista americana, che lo pubblicherà solo pochi mesi dopo l'assunzione della carica da parte di Franklin Delano Roosevelt. Keynes quindi non solo scrive in un momento di grave crisi economica e di evoluzione personale. Scrive anche per lettori che vivono in mezzo a un'economia che sta crollando e che devono mettere a confronto le loro convinzioni più sacre, soprattutto sulle virtù del libero scambio, con la drammatica realtà della Grande Depressione.

 

Le argomentazioni di Keynes

Le argomentazioni sviluppate da Keynes meritano la massima attenzione. Bisogna sottolineare che non si limita a discutere la questione delle protezioni tariffarie, ma parla dell'autosufficienza nazionale. Di fatto, qui si arriva ai confini dell'autarchia. Un secondo punto importante è che Keynes si concentra sul movimento dei capitali più che su quello delle merci. È dalla questione della internazionalizzazione del capitale che affronta la sua sfida all'internazionalismo economico. L'approccio può sembrare strano, perché il protezionismo è legato principalmente alla questione degli scambi di beni e servizi.

In questo testo Keynes non mette in discussione la virtù economica teorica del libero scambio, anche se pensa che si stia rapidamente esaurendo. Ritiene invece che i suoi effetti sociali siano ormai insopportabili. Il cuore del suo argomento è molto vicino alle tesi di Veblen sugli effetti sociali e politici dell'emergere di una classe di capitalisti passivi [8] . Si deve qui notare che si era già sperimentato alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX secolo un processo di accumulo accentuatissimo di ricchezza. Infatti i dati sulla distribuzione di reddito o di ricchezza mostrano che l' "1%" più ricco della popolazione accumula una quota maggioritaria del reddito e della ricchezza, una situazione a cui si tende anche oggi. È nella contrapposizione tra la realtà sociale dei produttori, inseriti all'interno di un contesto nazionale specifico,  e la dimensione apolide dei capitalisti che Keynes identifica la contraddizione principale. Oggi potremmo riformulare la sua posizione sia nel vocabolario marxista sia in quello di un istituzionalismo basato sui recenti progressi della psicologia sperimentale. Nel primo, si direbbe che la alienazione propria dei lavoratori salariati diventa particolarmente insopportabile quando i salariati e i capitalisti si muovono in spazi politici diversi. Nel secondo, analizzeremmo come la separazione tra il contesto dei produttori e quello dei proprietari sia suscettibile di determinare un conflitto insolubile di preferenze, poiché queste sono costruite proprio dai contesti [9] .

Keynes d'altra parte vede in questa contrapposizione il rischio di una guerra. Il suo parere è che ciò che noi oggi chiameremmo globalizzazione non è favorevole alla pace. Questa non può essere garantita se non con un ritorno alle strutture nazionali. La proliferazione dei conflitti armati e degli interventi militari, a partire dalla fine della guerra fredda, e le tensioni crescenti sempre più violente nell'Unione europea sembrano dargli tragicamente ragione.

La difesa dell'autosufficienza per Keynes non si giustifica solo in nome della pace. Il libero scambio, in particolare la libera circolazione dei capitali, toglie alle nazioni la libertà delle loro scelte sociali. Per Keynes, è interessante notarlo, il libero scambio col tempo condanna l'esistenza della proprietà privata e impedisce il funzionamento delle istituzioni democratiche. Questo è un punto che oggi possiamo condividere pienamente [10].

Egli vi vede anche un ostacolo alla nascita della necessaria diversificazione dei percorsi all'interno del capitalismo. Perché Keynes non parla in nome di una rivoluzione anticapitalista. Al contrario, si pone come difensore dei valori di una società aperta e pluralista. Robert Skidelsky lo considerava "l'ultimo dei grandi liberali inglesi" [11] . Ma è chiaro che Keynes non vedeva un futuro diverso da caos, dittatura e guerra, se si fosse continuato a perseguire il libero scambio. Quest'ultimo porta ad accettare come valori solo quelli della finanza. Il suo rifiuto del libero scambio è anche il rifiuto della tendenza a ridurre tutto a merce, un processo in cui si mostra la distruzione finale della cultura umanistica occidentale. Da molte prospettive Keynes si pone allora come il padre spirituale di tutti i movimenti di protesta che oggi sostengono che "il mondo non è una merce".

 

Come valutare oggi le argomentazioni di Keynes

Le argomentazioni di Keynes, per quanto da molti punti di vista siano brillanti e moderne, non sono prive di problemi. Tuttavia, questi tenderebbero a rafforzare le sue argomentazioni sull'autosufficienza.

Non si può che essere sorpresi, leggendo il testo, per la sua difesa unilaterale del libero scambio nello sviluppo economico del XIX secolo. Si vede bene che si tratta di una lettura quantomeno anglo-centrica della storia, a meno che non si tratti di una misura precauzionale per evitare di offendere il potenziale lettore, presumibilmente liberale. Infatti, a parte la Gran Bretagna, tutti i paesi si sono sviluppati grazie al protezionismo. Il "blocco continentale" napoleonico ha svolto un ruolo importante nel formarsi delle condizioni necessarie alla rivoluzione industriale in Francia. Gli Stati Uniti sono emersi come una potenza industriale attraverso il protezionismo, in particolare la "McKinley tariff". Le traiettorie di sviluppo di Giappone, Germania e Russia, in particolare, con le tariffe protezioniste attuate da Vyshnegradsky (Ministro delle Finanze in Russia tra 1887 e 1892) e rafforzate da Sergej Witte (suo successore) [12 ] e nel XX secolo in Corea del Sud e Taiwan sono perfetti esempi a sostegno delle tesi protezionistiche di F. List [13].

Dal punto di vista teorico, oggi sappiamo che l'introduzione di ipotesi realistiche inverte i risultati dei modelli che dovrebbero "dimostrare" la superiorità del libero scambio. Lo stesso Paul Krugman ammette che l'unica cosa che possiamo dimostrare è che il libero scambio è meglio della totale assenza di commercio [14] . Ormai è impossibile dimostrare che il libero scambio è migliore del protezionismo, e si può dimostrare invece che quest'ultimo è superiore al libero scambio in molte situazioni. Siamo quindi molto lontani dalle certezze teoriche di Keynes nel 1933. In realtà, se si combina l'introduzione dei concetti delle strutture di preferenza contestualizzate a quella delle asimmetrie informative e dell'incertezza sistemica, si può supporre che sul medio periodo i sistemi chiusi non siano inferiori a quelli in cui c'è libero scambio (ma lo sarebbero senza dubbio se confrontati a sistemi di scambio regolati da un protezionismo messo al servizio di una vera politica industriale).

L'introduzione di ipotesi realistiche fa saltare incontrovertibilmente il quadro teorico marshalliano al quale Keynes nel 1932 continua ad aderire. Infatti, è nel 1944/45 che Keynes si sarà liberato dalle catene di questo pensiero economico obsoleto e svilupperà quella che può essere considerata come la base di un'analisi macroeconomica realistica dell'economia internazionale [15]. Purtroppo, quando profonde le sue ultime energie nella negoziazione di Bretton Woods, per strappare all'arroganza americana un sistema che tenesse conto della lezione della crisi esplosa tra le due guerre, non gli restano che pochi mesi di vita.

Gli avanzamenti teorici recenti, proprio quelli che i sostenitori dell'economia standard liberale rifiutano di riconoscere, confermano le più radicali intuizioni keynesiane. Lo si è già visto per quanto riguarda il concetto di illusione nominale, un aspetto centrale nella teoria keynesiana dell'inflazione [16]. Domani lo si vedrà nella teoria del commercio internazionale.

 

L'attualità di Keynes oggi

È quindi utile oggi leggere queste righe, pubblicate nel 1933. Siamo di fronte a una triplice esortazione ad abbandonare il libero scambio e adottare politiche protezionistiche in nome di argomenti economici, politici e morali.

Economicamente, il libero scambio non è la soluzione migliore e comporta considerevoli rischi di crisi e di accrescimento delle disuguaglianze. Mette in competizione diversi territori non in base alle attività umane che vi sono messe in atto, ma di scelte sociali e fiscali di per sé molto discutibili [17] . La liberalizzazione degli scambi non ha beneficiato i paesi più poveri, come dimostrano gli studi più recenti. Un confronto tra benefìci e costi, in particolare per quanto riguarda il crollo della capacità di investimento pubblico nella sanità e nell'istruzione dovuto al brusco calo delle entrate fiscali, suggerisce che il saldo è negativo.

Politicamente, il libero scambio è pericoloso. Mette a rischio la democrazia e la libertà di scegliere le proprie istituzioni sociali ed economiche. Dato che favorisce l'indebolimento delle strutture statali, incoraggia l'ascesa del comunitarismo e di fanatismi transfrontalieri, come il jihadismo. Lungi dall'essere una promessa di pace, l'internazionalismo economico ci conduce in realtà alla guerra.

Dal punto di vista morale, il libero scambio è indifendibile. Non ha altri orizzonti che la riduzione di qualsiasi aspetto della vita sociale a merce. Impone come valore morale l'oscenità sociale della nuova "classe agiata" globale [18] .

Se Keynes aveva chiaramente visto gli ultimi due punti, possiamo ora aggiungere il primo.

Il futuro è quindi nel protezionismo. Quest'ultimo prima si imporrà come mezzo per evitare il dumping sociale ed ecologico di alcuni paesi. Prenderà allora la forma di una politica industriale coerente, in cui si cercherà di stimolare lo sviluppo di settori con un ruolo strategico per un progetto di sviluppo. Questo porterà a ridefinire una politica economica globale che potrebbe includere la regolamentazione dei flussi di capitale, al fine di reimpadronirci degli strumenti di sovranità economica, politica e sociale. Da questo punto di vista, anche se si può pensare che la sua presentazione sia stata maldestra e la sua relazione con una politica a lungo termine assente, la nozione di patriottismo economico avanzata da Dominique de Villepin non è assurda.

Una politica di questo tipo prevede la definizione di un quadro di riferimento. Oggi, considerata la sua eterogeneità economica e sociale, l'Europa dei 28 (ora 27) non può più essere considerata uno spazio coerente a questo scopo. Restano da trovare le forme della politica futura. Sul suo senso generale però restano pochi dubbi.

 

Note

[1] John Maynard Keynes, "National Self-Sufficiency," The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (giugno 1933), pp. 755-769.

[2] Per un'analisi accurata e autorevole delle diverse regolazioni: F. Ackerman, The Shrinking Gains from Trade: A Critical Assessment of Doha Round Projections, Global Development and Environment Institute, Tufts University, WP n° 05-01. Vedi anche « Doha Round and Developing Countries: Will the Doha deal do more harm than good » RIS Policy Brief, n°22, aprile 2006, New Delhi.

[3] S Fernandez de Cordoba et D. Vanzetti, « Now What? Searching for a solution to the WTO Industrial Tariffs Negociations », Coping with Trade Reform, CNUCED, Genève, 2005. Voir table 11.

[4] T.H. Moran, ForeignDirect Investment and Development, The New Policy Agenda for Developing Countries and Economics in Transition, Institute for International Economics, Washington D.C., 1998.

[5] C. Oman, Policy Competition for ForeignDirect Investment,OCDE, Centre du Développement, Paris, 2000. Vedi anche, L. Zarsky, « Stuck in the Mud? Nation-States, Globalization and the Environment » in K.P. Gallagher et J. Wierksman (edits.) International Trade and Sustainable development, Earthscan, Londres, 2002, pp. 19-44.

[6] Vedi R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two. The Economist as Saviour, 1920-1937, Macmillan, Londres, 1992.

[7] Si coglie bene la posizione politica e intellettuale di Keynes dalla sua corrispondenza con la sua futura moglie, la ballerina Lydya Lopokova, tra il 1922 e il 1925. Vedi P. Hill e R. Keynes (edits.), Lydia & Maynard – The letters of Lydia Lopokova and John Maynard Keynes, André Deutsch, Londra, 1989.

[8] Vedi T. Veblen, Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times: The case of America, Allen & Unwin, Londres, 1924. Vedi anche, T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, Macmillan, New York, 1899.

[9] Sull’importanza fondamentale dell' «effetto contesto» e dell'«effetto dotazione» nei comportamenti umani, J. Sapir, Quelle économie pour le XXIè Siècle, Odile Jacob, Paris, 2005, chap. 1.

[10] J. Sapir, La Fin de l’Euro-Libéralisme, Le Seuil, Paris, 2006.

[11] R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two., op.cit. p. xv.

[12] Wcislo, Francis W., Tales of Imperial Russia: The Life and Times of Sergei Witte, 1849-1915. New York, 2011, Oxford University Press

[13] Vedi la sua recente riedizione in francese: F. List, Système national d’économie politique, Gallimard, coll. »Tel », Paris, 2000.

[14] P. Krugman, « Is Free Trade Passé? », in Journal of Economic Perspectives, Vol. 1, n°2/1987, pp. 131-144.

[15] D. Vines, « John Maynard Keynes 1937-1946: The creation of International Macroeconomics » in Economic Journal, vol. 118, 2003, pp. 338-361.

[16] Voir, G.A. Akerlof et J.L. Yellen, « Can Small Deviations from rationality Make Significant Difference to Economic Equilibria ? » in American Economic Review, vol. 75, n°4/1985, pp. 708-720 et G.A. Akerlof, W.T. Dickens et G.L. Perry, « The Macroeconomics of Low Inflation » in Brookings Papers on Economic Activity, n°1/1996, pp. 1-59.

[17] Sapir J., voir Ch. 8 et Ch. 9 de D. Colle (edit.), D’un protectionnisme l’autre – La fin de la mondialisation ?, Coll. Major, Presses Universitaires de France, Paris, Septembre 2009.

[18] Voir A. Wolfe, « Introduction » in T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, The Modern Library, New York, 2001 (nuova edizione dell'opera del 1899).