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14/05/23

Scott Ritter - Per la Russia l'Ucraina è un cancro, deve vincere al più presto.

 Scott Ritter  -ex ispettore ONU noto per aver pubblicamente dichiarato che le armi di distruzione di massa in Iraq non esistevano - ha recentemente fatto un viaggio in Russia per rendersi conto di prima mano della situazione e in questa intervista condivide le sue osservazioni.  In primo luogo sulla grande vitalità dell'economia russa, nonostante le sanzioni,  e quindi sulla forza dello Spirito Nazionale russo, cosa di cui gli americani non hanno idea e che dovrebbero comprendere e rispettare. Secondo Ritter la Russia dovrebbe risolvere al più presto la situazione, che è per lei un cancro che minaccia di distruggerla. Ma il pericolo più grande è che l'America crolli,  trascinando il mondo con sé.


21/01/20

EuroIntelligence – Il mondo ha scoperto come ricattare la Germania

Wolfgang Munchau in uno dei suoi “Briefing” su EuroIntelligence evidenzia come la Germania si trovi con le mani sempre più legate negli affari con l’estero, a causa della dipendenza del suo sistema economico da una ormai cristallizzata politica mercantilista. Gli Stati Uniti prima, e ora la Cina sulla questione dello sviluppo della rete 5G da parte di Huawei in Europa, possono sempre sollevare contro la Germania la minaccia dei dazi, particolarmente verso l’industria automobilistica, a causa della dipendenza del paese tedesco dalle esportazioni. E quello che vale per la Germania, vale sempre di più per la intera UE.

 

 

di Wolfgang Munchau - EuroIntelligence, 17 gennaio 2020

 

Dopo che l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre dazi sulle auto tedesche come conseguenza della questione Iran, adesso è la Cina che avanza la stessa minaccia con riferimento a Huawei. Il mondo ha scoperto che la Germania, e per estensione la UE, è vulnerabile alle minacce in chiave mercantilista. Questo è ciò che accade quando i surplus commerciali non si realizzano per caso, ma sono parte essenziale della propria strategia economica.

 

Il New York Times cita un membro della commissione per gli affari digitali del Bundestag, secondo il quale i cinesi avrebbero chiarito, durante conversazioni private con i funzionari tedeschi, che faranno rappresaglia proprio là dove fa male: contro l’industria automobilistica. Anche il precedente ambasciatore cinese in Germania aveva avvertito che ci sarebbero state conseguenze, ma senza specificarle. Le minacce manifestate in privato sembrano essere diventate uno strumento fondamentale della diplomazia internazionale. Il Washington Post questa settimana ha riportato che l’amministrazione statunitense avrebbe minacciato i funzionari UE di imporre dazi sulle automobili a meno che la UE non acconsentisse ad avviare una procedura di arbitrato sul nucleare iraniano.

 

Angela Merkel, come sempre, conduce l’affare da dietro le quinte. L’ultima decisione spetta al Bundestag. C’è forte opposizione contro Huawei da parte delle lobby pro-atlantiste nella CDU, e specialmente da parte di Norbert Rottgen, capo della commissione per gli Affari esteri. Uno degli argomenti degli Stati Uniti contro l’offerta di Huawei è che le compagnie automobilistiche in futuro raccoglieranno un’ampia quantità di dati personali sui conducenti, e la Germania renderebbe di fatto questi dati disponibili al Partito Comunista Cinese.

 

Rottgen ha sollevato un altro punto importante, secondo la nostra prospettiva. Se si permette a Huawei di entrare in Germania, si mina l’unità europea e si danneggiano indirettamente i due concorrenti nord-europei di Huawei. Da un punto di vista strategico è il classico caso in cui la UE dovrebbe unirsi, preferire la “opzione europea”, e accettare il fatto che questa potrebbe essere più costosa, più lenta e meno conveniente.

 

Riteniamo, comunque, che le chance siano a favore di Huawei. La politica estera tedesca è da sempre mercantilista, non strategica. La Germania e la Francia hanno sempre dato priorità ai propri ristretti interessi industriali rispetto al bene europeo.

 

Non dobbiamo nemmeno sovrastimare l’effettiva influenza e posizione di Rottgen. È uno di quei membri della CDU che viene citato nei media anglofoni, ma questo non riflette necessariamente la maggioranza del Bundestag, e forse nemmeno la maggioranza del suo stesso gruppo. La CSU è a favore di Huawei. La CDU è divisa. La SPD è tradizionalmente il partito delle auto e del carbone. I tedeschi potrebbero giungere alla conclusione che sarà comunque difficile evitare i dazi statunitensi sulle automobili.

 

E l’opinione pubblica è diventata incredibilmente anti-americana. Secondo un sondaggio di Deutschlandtrend, il 57% dei tedeschi non ha alcuna fiducia negli Stati Uniti, mentre solo il 25% esprime la stessa opinione rispetto alla Russia.

10/05/19

The Independent – Le sanzioni degli USA contro il Venezuela hanno causato decine di migliaia di morti

Il giornale britannico The Independent riassume i risultati di un report del CEPR, think tank statunitense, che alza coraggiosamente la voce contro l’illegalità delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno messo in atto da due anni contro il Venezuela per rovesciarne il governo, e che appaiono strettamente correlate con un forte aumento della mortalità e con la diffusione della miseria nel Paese. Simili posizioni erano state recentemente esposte anche dall’ONU. Sono affermazioni importanti, perché espresse all’interno dei paesi occidentali, e significative, perché contrastano con la visione continuamente propagandata dai nostri media, secondo i quali l’unico, esclusivo e indiscutibile responsabile di ogni emergenza umanitaria in Venezuela sarebbe il presidente Maduro.

 

 

di Andrew Buncombe, 26 aprile 2019

 

Potrebbe ammontare a 40.000 il numero delle persone morte in Venezuela a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno reso più difficile per la gente comune avere accesso al cibo, ai medicinali e alle apparecchiature mediche, secondo quanto descritto da un nuovo report.

 

Il rapporto, pubblicato dal Centre for Economic and Policy Research (CEPR), un centro studi di ispirazione progressista con sede a Washington, sostiene che queste morti sarebbero avvenute in seguito all’imposizione delle sanzioni a partire dall’estate del 2017. Sostiene inoltre che la situazione è probabilmente peggiorata con l’imposizione di ulteriori e più dure sanzioni all’inizio di quest’anno, sanzioni che hanno colpito l’industria del petrolio, di vitale importanza per il Venezuela, e che rappresentano parte dello sforzo compiuto dall’amministrazione Trump per cacciare il presidente Nicolas Maduro.

 

Le sanzioni stanno privando i venezuelani di medicinali salvavita, apparecchiature mediche, cibo e altri beni di importazione essenziali”, dice il report firmato da Jeffrey Sachs, noto economista della Columbia University, e Mark Weisbrot. “Questo è illegale sia secondo le leggi statunitensi sia secondo quelle internazionali, ed è illegale in base ai trattati firmati dagli stessi USA. Il Congresso dovrebbe decidersi a fermare tutto questo”.

 

Gli autori del report basano le loro stime sui dati relativi all’aumento della mortalità secondo l’indagine nazionale venezuelana sulle condizioni di vita, nota con la sigla “Encovi”. L’indagine sulle condizioni di vita viene condotta annualmente da tre diverse università del Venezuela. Da questa indagine si evince un aumento del 31 per cento nella mortalità generale tra il 2017 e il 2018, con un totale di oltre 40.000 morti in più.

 

Weisbrot, co-fondatore del CEPR, ha detto all’Independent che gli autori non possono dimostrare direttamente che queste morti “in eccesso” siano la conseguenza delle sanzioni. Tuttavia afferma che questo aumento è stato parallelo all’imposizione delle sanzioni e al crollo della produzione di petrolio, che da decenni è un pilastro dell’economia venezuelana.

 

Non è possibile dimostrare uno scenario controfattuale”, dice Weisbrot, “però queste morti in eccesso nel periodo considerato non hanno nessun'altra spiegazione identificabile”.

 

Le sanzioni dell’agosto 2017 hanno impedito al governo venezuelano di prendere denaro in prestito dai mercati finanziari statunitensi, e hanno impedito la ristrutturazione del debito estero, dice il report.

 

A seguito dell’ordine esecutivo dell’agosto 2017 la produzione di petrolio è crollata, diminuendo di oltre tre volte rispetto al tasso dei venti mesi precedenti”, ha aggiunto. “Questo è ciò che ci si può aspettare a seguito della perdita dell’accesso al credito e conseguentemente della possibilità di coprire le spese di manutenzione e le operazioni, e di attuare gli investimenti necessari a mantenere i livelli di produzione. Questo declino accelerato nella produzione di petrolio avrebbe causato una perdita di sei miliardi di dollari nei proventi petroliferi durante l'anno seguente”.

 

Il report afferma che dall’inizio dell’imposizione delle nuove sanzioni contro l’industria del petrolio, la situazione si è fatta più difficile per la gente comune.

 

Gli Stati Uniti hanno rapporti tesi col Venezuela da decenni, nonostante il paese sudamericano sia storicamente uno dei maggiori fornitori di greggio. Le relazioni si sono compromesse sempre di più dopo l’elezione di Donald Trump.

 

All’inizio dell’anno Trump ha riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidò come legittimo presidente del Paese e lo ha sostenuto nel tentativo di formare un governo parallelo.

 

Gli Stati Uniti hanno ammesso che le sanzioni dovevano servire alla cacciata di Maduro, che ha ottenuto un secondo mandato come presidente con le elezioni dello scorso anno, elezioni che però non sono state riconosciute da molti paesi occidentali, nonostante diversi osservatori indipendenti ne abbiano giudicato corretto e legittimo lo svolgimento.

 

I critici del leader venezuelano dicono che Maduro è stato a guardare mentre l’economia crollava e più di tre milioni di persone hanno abbandonato il paese per sfuggire alla mancanza di generi alimentari e al caos. Il governo Maduro è stato accusato di essere sempre più autocratico e di basarsi sulla lealtà politica in cambio di generi di sussistenza e altri beni.

 

Durante un comizio a Miami, in febbraio, Trump ha esortato i vertici dell’esercito venezuelano alla diserzione. “Maduro non è un patriota venezuelano, è un burattino di Cuba”, ha detto Trump.

 

Non è la prima volta che viene levata una voce di denuncia sull’impatto umanitario delle sanzioni USA. In gennaio un report speciale dell’ONU firmato da Idriss Jazairy aveva detto che le sanzioni “possono portare alla fame, alla mancanza di medicinali, e non sono la risposta alla crisi in Venezuela”.

 

La coercizione, sia essa militare o economica, non deve mai essere usata per cercare di cambiare un governo in uno stato sovrano”, ha detto. “L’uso delle sanzioni da parte di potenze esterne al fine di rovesciare un governo eletto è una violazione di tutte le norme del diritto internazionale”.

 

Nel frattempo Alfred de Zayas, ex relatore speciale dell’ONU, che ha finito il mandato in marzo, ha accusato gli USA di essersi impegnati in una “guerra economica” contro il Venezuela, che secondo lui ha danneggiato l’economia e ucciso molti venezuelani.

 

Alla richiesta di commentare il report secondo il quale le sanzioni di Washington avrebbero ucciso decine di migliaia di persone, il dipartimento di Stato USA ha dichiarato che “come gli stessi autori ammettono, il rapporto è basato su speculazioni e congetture”.

 

La situazione economica in Venezuela è in peggioramento da decenni, come gli stessi venezuelani confermano, a causa dell’inettitudine e della cattiva gestione di Maduro. Quest’ultimo assieme ai suoi amici corrotti sono gli unici responsabili delle sofferenze del popolo venezuelano e della fuga di oltre tre milioni di cittadini verso altri paesi, oltre agli innumerevoli morti”, ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato.

 

Le nostre sanzioni sono state una risposta alla corruzione, alla cattiva gestione, agli abusi, e stanno servendo a togliere al regime di Maduro i fondi che questo usa per reprimere il popolo del Venezuela”.

 

Il report del CEPR afferma che: “[Le sanzioni USA] rispecchiano esattamente la definizione di pena collettiva inflitta a una popolazione civile, così come descritta sia dalla convenzione internazionale di Ginevra che da quella dell'Aia, di cui gli Stati Uniti sono sottoscrittori. Queste sanzioni sono illegali secondo il diritto internazionale”.

 

12/04/19

I segreti delle elezioni americane: Julian Assange intervistato da John Pilger

Nella settimana dell’arresto di Julian Assange traduciamo questa sua intervista del noto giornalista e regista australiano John Pilger del 2016, in cui l’eroe della libera informazione parla delle elezioni americane, delle guerre della Clinton e di Obama, della politica estera degli Stati Uniti, e di come lui stesso, Assange, sia a tutti gli effetti un prigioniero politico, costretto per anni a un esilio forzato e illegale e come tutto questo sia stato confermato dalla stessa ONU. Nelle prossime settimane apprenderemo le novità sulla sua sorte, che comunque resta un emblema di  quanto si possa essere perseguitati, nel democratico Occidente, per avere divulgato la verità.

 

 

5 novembre 2016

 

Questa intervista è stata filmata presso l’ambasciata ecuadoregna a Londra il 30 ottobre 2016 – dove Julian Assange vive come rifugiato politico – ed è stata trasmessa il 5 novembre. La potete vedere per intero a questo link:

 

John Pilger: 

 

Qual è il significato dell’intervento dell’FBI in questi giorni di campagna elettorale americana, specialmente rispetto al caso contro Hillary Clinton?

 

Julian Assange:

 

Se guardate la storia dell’FBI, vi accorgerete che è diventata in effetti la polizia politica d’America. L’FBI lo ha dimostrato deponendo l’ex capo della CIA [il generale David Petraeus] a causa di informazioni riservate che avrebbe passato alla sua amante. Non c’è praticamente nessuno che sia intoccabile. L’FBI ha sempre cercato di dimostrare che nessuno le può resistere. Ma Hillary Clinton ha resistito a lungo alle investigazioni dell’FBI, per cui c’è questa rabbia all’interno dell’FBI perché questa situazione fa sembrare debole la stessa agenzia di intelligence. Abbiamo pubblicato circa 33.000 email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato. Queste email provengono da un insieme di oltre 60.000 mail delle quali la Clinton è riuscita a tenere riservate circa la metà – 30.000 –,  mentre noi abbiamo pubblicato l’altra metà.

 

Poi abbiamo pubblicato le email di Podesta. John Podesta è il principale manager della campagna elettorale di Hillary Clinton, per cui c’è un legame fra tutte queste email. C’è parecchio giro di denaro in cambio dell’accesso a informazioni su stati, individui e aziende. Combinate con l'insabbiamento delle email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato, tutto questo ha portato a un aumento della pressione sull’FBI.

 

John Pilger:

 

La campagna elettorale della Clinton è stata centrata sul fatto che la Russia sarebbe dietro a tutte queste vicende, che la Russia avrebbe manipolato la campagna e sarebbe la fonte di WikiLeaks e di tutte le email.

 

Julian Assange:

 

La campagna della Clinton è riuscita a proiettare questo tipo di isteria maccartista secondo cui la Russia sarebbe la responsabile di ogni cosa. Hillary Clinton afferma più volte, falsamente, che diciassette agenzie di intelligence americana avrebbero stabilito che la Russia era la fonte delle nostre pubblicazioni. Questo è falso. Possiamo affermare che il governo russo non è la nostra fonte.

 

WikiLeaks pubblica materiali da dieci anni, e in questi dieci anni abbiamo pubblicato dieci milioni di documenti, molte migliaia di pubblicazioni individuali, molte migliaia di fonti differenti, e non ci siamo mai sbagliati.

 

John Pilger:

 

Le email fornivano prove sulla possibilità di colloqui a pagamento con Hillary Clinton [denaro in cambio di informazioni], e di come lei stessa beneficiasse di questo, anche in termini politici, e in modo alquanto straordinario. Penso a quando il rappresentante del Qatar ha pagato un assegno di un milione di dollari per un colloquio di cinque minuti con Bill Clinton.

 

Julian Assange:

 

E dodici milioni di dollari dal Marocco...

 

John Pilger:

 

Dodici milioni dal Marocco, sì.

 

Julian Assange:

 

Perché Hillary Clinton partecipasse a un ricevimento.

 

John Pilger:

 

Soprattutto nel campo della politica estera degli Stati Uniti le email rivelano molte cose, mostrano la connessione diretta di Hillary Clinton con la costruzione dello Jihadismo, dell’ISIS in Medio Oriente. Potrebbe parlarci di come le email dimostrano che coloro che avrebbero dovuto combattere gli jihadisti dell’ISIS erano in effetti gli stessi che hanno contribuito a crearli?

 

Julian Assange:

 

C’è una email di Hillary Clinton dell’inizio del 2014, non molto tempo dopo che la Clinton aveva lasciato il Dipartimento di Stato, indirizzata al manager della sua campagna elettorale, John Podesta. In questa email la Clinton afferma che l’ISIS è finanziato dal governo di Arabia Saudita e Qatar. Questa è la mail più significativa dell’intera raccolta, forse perché i soldi provenienti dall’Arabia Saudita e dal Qatar finanziano abbondantemente la Fondazione Clinton. Anche il governo statunitense concorda che alcune figure rilevanti dell’Arabia Saudita hanno sostenuto l’ISIS. Ma si diceva che sì, si trattava solo di qualche principe saudita mascalzone che usava parte dei suoi proventi petroliferi per fare quello che voleva, con la disapprovazione del governo saudita.

 

Ma quella email lo nega, dice che erano proprio i governi di Arabia Saudita e Qatar a sostenere i finanziamenti all’ISIS.

 

John Pilger:

 

I sauditi, il Qatar, il Marocco, il Baharain, ma soprattutto i sauditi e il Qatar, danno tutti questi soldi alla Fondazione Clinton nel mentre che Hillary Clinton ricopre la carica di Segretario di Stato e il Dipartimento di Stato approva ingenti vendite di armi, specialmente verso l’Arabia Saudita.

 

Julian Assange:

 

Sotto Hillary Clinton è stato fatto il più grande accordo mondiale di vendita di armi con l’Arabia Saudita, per una cifra di oltre 80 miliardi di dollari. Durante il suo mandato come Segretario di Stato il totale delle esportazioni di armi dagli Stati Uniti, in termini di valore, è raddoppiato.

 

John Pilger:

 

Certo, la conseguenza di tutto questo è che il noto gruppo terrorista conosciuto come ISIS è stato costruito con una gran massa di denaro proveniente da quelle stesse persone che finanziano la Fondazione Clinton.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Straordinario.

 

Julian Assange:

 

Mi dispiace per Hillary Clinton come persona, perché la vedo divorata dalle sue ambizioni, letteralmente tormentata, al punto di ammalarsi. Queste persone crollano di fronte alle proprie ambizioni. Lei rappresenta un’intera rete di persone e un’intera rete di relazioni con specifici stati. La domanda è come Hillary Clinton si inserisca in questa rete più ampia. Lei è il perno centrale. Ci sono un sacco di ingranaggi diversi all’opera, da grandi banche come Goldman Sachs, a elementi importanti di Wall Street, dell’Intelligence, e personale del Dipartimento di Stato, oltre ai sauditi.

 

Lei è il centralizzatore che interconnette tutti questi ingranaggi. È al centro di tutto questo, e per “tutto questo”  va inteso ciò che è attualmente il potere negli Stati Uniti. È ciò che definiamo l’establishment o il “Washington consensus”. Una delle email più significative di Podesta che noi abbiamo pubblicato riguardava il modo in cui il gabinetto di Obama era formato, e come metà di questo gruppo fosse, essenzialmente, stato nominato da un rappresentante della City Bank. È abbastanza notevole.

 

John Pilger:

 

Quindi City Bank ha fornito una lista?

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

… che poi si è rivelata coincidere con buona parte del gabinetto di Obama.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Quindi Wall Street decide chi debbano essere i collaboratori del Presidente degli Stati Uniti?

 

Julian Assange: 

 

Se avete seguito la campagna di Obama dall’inizio, e da vicino, avrete visto come si sia avvicinata sempre di più agli interessi delle banche.

 

(…)

 

Julian Assange:

 

Quindi, non credo che possiate capire pienamente la politica estera di Hillary Clinton senza capire l’Arabia Saudita. Le connessioni coi sauditi sono molto profonde.

 

John Pilger:

 

Perché la Clinton si è dimostrata così entusiasta della distruzione della Libia? Può parlarci un po’ di quello che dicono le email, di quello che è successo là, e del perché la Libia sia la fonte di così tanto caos che oggi vediamo in Siria, dello jihadismo dell’ISIS, e così via? E perché si può dire quasi che questa sia stata l’invasione personalmente voluta da Hillary Clinton? Cosa ci dicono le email a questo proposito?

 

Julian Assange:

 

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton più di qualsiasi altra. Barack Obama inizialmente si era opposto. Chi era la persona che sosteneva la causa di quella guerra? Hillary Clinton. È ben documentato attraverso le sue email. Ha messo il suo agente preferito, Sidney Blumenthal, a occuparsi di questo. Ci sono più di 1.700 email, fra le 33.000 della Clinton che abbiamo pubblicato, che si riferiscono alla Libia. Il punto non è che la Libia ha il petrolio. La Clinton percepiva la caduta di Gheddafi e dello stato libico come qualcosa che avrebbe potuto usare a proprio favore nella corsa alle elezioni presidenziali.

 

Così, alla fine del 2011 troviamo un documento interno chiamato Libia Tick Tock, che era stato prodotto per la Clinton, ed è la descrizione cronologica di come lei sia in effetti la figura centrale nella distruzione dello stato libico e nella morte di 40.000 persone in Libia. Poi sono entrati gli jihadisti, è entrato l’ISIS, e questo ha portato alla crisi dei migranti e dei rifugiati verso l’Europa.

 

Non solo ci sono persone che fuggono dalla Libia, che fuggono dalla Siria, c’è la destabilizzazione di altri paesi africani in conseguenza dell’afflusso di armi, ma ora lo stato libico non è più in grado di controllare i movimenti di persone al proprio interno. La Libia si affaccia sul Mediterraneo ed è stato per così dire il tappo di quella bottiglia che è l’Africa. E così sono esplosi tutti i problemi, i problemi economici, le guerre civili in Africa – prima le persone che fuggivano da quei problemi non finivano in Europa, perché la Libia svolgeva il ruolo di polizia del Mediterraneo. Questo fu detto esplicitamente, a quel tempo, ancora all’inizio del 2011, da Gheddafi: “Cosa pensano di fare questi europei, vogliono bombardarci e distruggere lo stato libico? Ci saranno immensi flussi di migranti e di jihadisti dall’Africa verso l’Europa”. E questo è esattamente ciò che è successo.

 

John Pilger:

 

Ricevi lamentele da persone che dicono: “Ma cosa sta facendo WikiLeaks? Sta cercando di portare Trump alla Casa Bianca?”

 

Julian Assange:

 

La mia risposta è che a Trump non verrà permesso di vincere. Perché lo dico? Perché ha tutto l’establishment contro di sé. Trump non ha un establishment, forse con la sola eccezione degli Evangelici, se li volete chiamare establishment. Ma le banche, le agenzie di intelligence, le aziende produttrici di armi, il grande capitale estero, sono tutti uniti in favore di Hillary Clinton, e così pure i media, i proprietari dei media e gli stessi giornalisti.

 

John Pilger:

 

Si muove l’accusa che WikiLeaks sia in combutta coi russi. Alcuni dicono “Be’, perché WikiLeaks non fa indagini e non pubblica email anche sulla Russia?”

 

Julian Assange:

 

Abbiamo pubblicato circa 800.000 documenti di vario tipo che si riferiscono alla Russia. Molti di quelli sono critici. E sono stati anche scritti molti libri basati sulle nostre pubblicazioni riferite alla Russia, e anche la maggior parte di questi libri sono critici. I nostri documenti sulla Russia sono stati anche usati in un gran numero di casi giudiziari, casi di rifugiati che sostenevano di essere perseguitati in Russia, e che hanno usato i nostri documenti per dimostrarlo.

 

John Pilger:

 

Per quanto la riguarda, ha una posizione rispetto alle elezioni statunitensi? Preferisce la Clinton o Trump?

 

Julian Assange:

 

Parliamo di Donald Trump. Cosa rappresenta nella mentalità americana e in quella europea? Rappresenta il peggio dell’etnia bianca, quelli che Hillary Clinton ha chiamato “deplorevoli e irredimibili”. Questo è ciò che significa, per un establishment cosmopolita e istruito, dalla prospettiva della metropoli. Quei deplorevoli sono dei bifolchi e non ci potete fare nulla. Poiché Trump, in modo così evidente, attraverso le parole e le azioni e il tipo di persone che lo ascoltano durante i comizi, rappresenta gente che non è né la classe media, né la classe dirigente e istruita, tutti hanno paura di essere associati in qualche modo a quella gente. C’è un timore sociale di vedere il proprio status di classe diminuito per il fatto di avere assistito a un comizio di Trump o di essergli legato in qualche modo, o anche solo di muovere delle critiche contro Hillary Clinton. Se guardate al modo in cui la classe media ha guadagnato il suo potere economico e sociale, questo ha sicuramente senso.

 

John Pilger:

 

Vorrei parlare dell’Ecuador, il piccolo paese che le ha offerto rifugio e asilo politico presso la sua ambasciata a Londra. Ora l’Ecuador ha tagliato la linea internet qui dove stiamo facendo l’intervista, nella sua ambasciata, per la ragione ovvia che ha paura di sembrare coinvolto nella campagna elettorale americana. Potrebbe parlarci di questa decisione e di qual è la sua opinione rispetto al sostegno che l’Ecuador le sta dando?

 

Julian Assange:

 

Torniamo indietro di quattro anni. Ho fatto domanda di asilo politico all’Ecuador presso questa ambasciata, in seguito alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti. Il risultato è stato che dopo un mese la domanda è stata accolta. Da allora l’ambasciata è circondata dalla polizia. Si tratta di un’operazione di polizia abbastanza costosa, in cui il governo britannico ha ammesso di avere speso oltre 12,6 milioni di sterline. Lo hanno ammesso più di un anno fa. Ora c’è polizia sotto copertura qui intorno e sorveglianza computerizzata di vario tipo – per cui sembra esserci un conflitto abbastanza grave, proprio qui, nel cuore di Londra, tra l’Ecuador, un paese di sedici milioni di abitanti, e il Regno Unito, oltre ovviamente agli Stati Uniti che stanno dalla parte del Regno Unito. Quindi questa scelta è stata molto coraggiosa, e una scelta di principio, da parte dell’Ecuador. Ora ci sono le elezioni per la campagna elettorale americana, mentre le elezioni in Ecuador si terranno nel febbraio del prossimo anno. E c’è la Casa Bianca che sente il peso politico delle informazioni che vengono pubblicate.

 

WikiLeaks non pubblica nulla sotto la giurisdizione dell’Ecuador, da questa ambasciata o dal territorio dell’Ecuador. Tutto quello che pubblichiamo viene lanciato in Internet dalla Francia, o dalla Germania, dai Paesi Bassi e da alcuni altri stati. Stanno cercando di schiacciare WikiLeaks tramite il mio status di rifugiato. Questo è intollerabile. Significa che stanno cercando di schiacciare un’organizzazione di stampa. Stanno cercando di impedire la pubblicazione di informazioni reali che sono nel totale interesse del popolo americano e di altri, e tutto questo a causa delle elezioni.

 

John Pilger:

 

Ci spieghi cosa succederebbe se lei uscisse ora da questa ambasciata.

 

Julian Assange:

 

Verrei immediatamente arrestato dalla polizia britannica e verrei estradato subito verso gli Stati Uniti oppure in Svezia. In Svezia io non ho alcun capo di imputazione, sono già stato prosciolto. Non è del tutto chiaro cosa succederebbe a quel punto in Svezia, ma sappiamo che il governo svedese non ha voluto negare la mia eventuale estradizione verso gli Stati Uniti. Sappiamo che hanno già estradato il 100% di coloro che gli Stati Uniti volevano farsi estradare, almeno dal 2000 a questa parte. Per cui negli ultimi quindici anni qualsiasi persona di cui gli Stati Uniti abbiano chiesto l'estradizione dalla Svezia è stata effettivamente estradata, e infatti si rifiutano di dare delle garanzie.

 

John Pilger:

 

La gente mi chiede spesso come tu faccia a resistere in questo isolamento.

 

Julian Assange:

 

Guarda, uno degli attributi migliori degli esseri umani è che sono adattabili. Uno degli attributi peggiori degli esseri umani è, di nuovo, che sono adattabili. Si adattano e iniziano a tollerare gli abusi, si adattano e si lasciano coinvolgere negli abusi, si adattano alle avversità, e così via. Quindi nella mia situazione, francamente, sono un internato. Questa ambasciata è il mio mondo. Il mio mondo che io posso vedere.

 

John Pilger:

 

È il mondo senza la luce del sole, quantomeno, no?

 

Julian Assange:

 

È il mondo senza la luce del sole. Non vedo la luce del sole da così tanto tempo che non me la ricordo nemmeno più.

 

John Pilger:

 

Sì.

 

Julian Assange:

 

Quindi, sì, ti adatti. La sola cosa veramente irritante è pensare ai miei figli – anche loro si adattano. Si adattano a non avere un padre. Questo è un doversi adattare veramente duro, che loro non avevano chiesto.

 

 John Pilger:

 

È preoccupato per loro?

 

Julian Assange:

 

Sì, sono preoccupato per loro. E sono preoccupato per la loro madre.

 

John Pilger:

 

La gente dice: “Bene, e allora perché non metti fine a tutto questo, esci dalla porta e ti lasci estradare in Svezia?”

 

Julian Assange:

 

Il gruppo di lavoro dell’ONU per la detenzione arbitraria ha considerato la mia situazione. Per diciotto mesi si sono impegnati in contenziosi formali. Siamo io e l’ONU contro la Svezia e il Regno Unito. Chi ha ragione? L’ONU ha concluso che io sono detenuto arbitrariamente e illegalmente, privato della mia libertà, e quello che sta succedendo non rispetta le leggi del Regno Unito o della Svezia, e questi paesi dovrebbero obbedire all’ONU. Si tratta di un abuso illegale. Le Nazioni Unite stanno chiedendo: “Cosa sta succedendo? Qual è la vostra spiegazione legale per tutto questo? Assange dice che dovreste riconoscere il suo asilo”.

 

La Svezia ha formalmente ribattuto all’ONU dicendo: “No, non riconosceremo la giurisdizione dell’ONU, lasciamo aperta la possibilità di estradizione.”

 

Trovo sorprendente che questa storia, questa situazione, non venga diffusa dalla stampa, ma è perché non si allinea alla narrazione dell’establishment occidentale. E la verità è che sì, l’Occidente ha i suoi prigionieri politici, è la realtà, e non si tratta solo di me, c’è un mucchio di altra gente. L’Occidente ha i suoi prigionieri politici. Certo, nessuno stato accetta di ammettere che le persone vengono imprigionate o detenute per motivi politici, come prigionieri politici. Non si parla di prigionieri politici in Cina, non si parla di prigionieri politici in Azerbaijan, e non si parla di prigionieri politici negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Svezia. È assolutamente inammissibile avere questo tipo di auto-percezioni.

 

C’è il caso svedese, dove io non mi è mai stato imputato un crimine, dove sono già stato prosciolto dalle accuse e ritenuto innocente. Dove la stessa donna che mi avrebbe accusato ha in realtà sostenuto che è stata tutta un’invezione della polizia, dove l’ONU ha detto che l’intera storia è illegale, dove l’Ecuador ha investigato e ha trovato che mi si debba dare asilo. Questi sono i fatti, ma qual è la storia che viene narrata?

 

John Pilger:

 

Sì, la narrazione è diversa.

 

Julian Assange:

 

La retorica è fingere, fingere continuamente che io sia stato imputato di un crimine, non dire mai che sono già stato prosciolto dalle accuse, non dire mai che la donna stessa che doveva essere la mia accusatrice ha affermato che si è trattato di un’invenzione della polizia.

 

La retorica sta cercando di evitare di dire la verità, cioè che l’ONU stessa ha affermato formalmente che tutto questo è illegale, non menzionare mai il fatto che l’Ecuador ha fatto una sua valutazione formale, attraverso un processo formale, e ha concluso che sì, io sono soggetto a una persecuzione da parte degli Stati Uniti.

 

 

21/02/19

Wikileaks: FMI e Banca Mondiale sono usate dagli USA come armi "non convenzionali" (e Guaidò batte cassa)

Uno dei recenti "leaks" di Wikileaks getta luce su come istituzioni finanziarie internazionali teoricamente "indipendenti" come il FMI e la Banca Mondiale vengano utilizzate come armi di guerra non convenzionale, al servizio degli interessi imperiali americani. Sebbene a prima vista si tratti di fatti ben noti a tutti da decenni, il fatto di leggerli candidamente descritti in documenti ufficiali delle forze armate americane sortisce comunque un effetto notevole. Queste rivelazioni dovrebbero, se i media mainstream avessero ancora una qualsiasi credibilità, dissolvere una volta per tutte l'illusione che il complesso di istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods abbiano come missione il benessere e la stabilità economica dei paesi membri, come invariabilmente recitano i loro trattati istitutivi.

 

 

 

di Whitney Webb, 7 febbraio 2019

 

 

In un manuale militare sulla "guerra non convenzionale" recentemente svelato da WikiLeaks si legge che, secondo l'esercito americano, le principali istituzioni finanziarie globali - come la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale (FMI) e l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) - sono considerate come "armi finanziarie non convenzionali da usare in conflitti che possono includere guerre generali su larga scala", e per fare leva sulle "strategie e relazioni tra stati".

 

 

Il documento, il cui titolo letteralmente recita "Field Manual (FM) 3-05.130, Army Special Operations Forces Unconventional Warfare", originariamente redatto nel settembre 2008, è stato recentemente portato sotto i riflettori da WikiLeaks su Twitter in relazione ai recenti eventi in Venezuela e all'annoso assedio economico del paese guidato dagli Stati Uniti tramite sanzioni e altre modalità di guerra economica. Sebbene il documento abbia suscitato un rinnovato interesse solo negli ultimi giorni, originariamente era stato pubblicato da WikiLeaks nel dicembre 2008, ed è stato descritto come un "manuale militare sui cambi di regime".
I recenti tweet di WikiLeaks in proposito hanno attirato l'attenzione su un particolare capitolo del documento di 248 pagine, intitolato "Financial Instrument of US National Power and Unconventional Warfare". Questo particolare capitolo evidenzia come il governo USA applichi “un potere finanziario unilaterale e indiretto che esercita un'influenza persuasiva su istituzioni finanziarie internazionali e nazionali circa la disponibilità e i termini di prestiti, sovvenzioni o di altra assistenza finanziaria a entità statali e non statali”, e specifica che la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), nonché la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), sono le “sedi diplomatico-finanziarie dalle quali gli USA realizzano” tali obiettivi.

 

 

Il manuale elogia anche la "manipolazione governativa dei tassi di interesse e fiscali" insieme ad altre "misure legali e burocratiche" atte a "favorire, modificare o bloccare i flussi finanziari", e afferma inoltre che l'Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano [Ufficio del controllo dei beni esteri] (OFAC) - che supervisiona le sanzioni statunitensi sugli altri paesi, come il Venezuela - "ha una lunga esperienza nel condurre guerre economiche strumentali a qualsiasi campagna di guerra non convenzionale da parte di ARSOF [i reparti operativi speciali dell'esercito]".

 

 

Questa sezione del manuale nota poi che tali armi finanziarie possono essere utilizzate dall'esercito statunitense per creare "incentivi finanziari o disincentivi atti a persuadere avversari, alleati e governi fantoccio a modificare il proprio comportamento a livello strategico, operativo e tattico" e che le campagne di guerra non convenzionale sono strettamente coordinate con il Dipartimento di Stato e i servizi segreti per determinare "quali elementi del terreno umano [sic] nella UWOA [Area delle operazioni di guerra non-convenzionale] sono più vulnerabili da un attacco finanziario".

 

 

Il ruolo di queste istituzioni finanziarie internazionali "indipendenti" come estensioni del potere imperiale degli Stati Uniti è elaborato altrove nel manuale, e molte di queste istituzioni sono descritte in dettaglio in un'appendice del manuale intitolata "Lo strumento finanziario del potere nazionale". In particolare, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale sono elencati sia come strumenti finanziari e diplomatici del potere nazionale degli Stati Uniti, sia come parti integranti di ciò che il manuale definisce "l'attuale sistema di governance globale".

 

 

Inoltre, il manuale afferma che le forze armate americane "considerano che una manipolazione del potere economico correttamente integrata può e dovrebbe essere una componente della guerra non convenzionale", ossia che queste armi sono una caratteristica regolare consueta nelle campagne di guerra non convenzionale intraprese dagli Stati Uniti.

 

 

Un altro punto di interesse è che queste armi finanziarie sono in gran parte gestite dal Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC), attualmente guidato da John Bolton. Il documento rileva che l'NSC "è primariamente responsabile per l'integrazione degli strumenti economici e militari del potere nazionale all'estero".

 

 

"Indipendenti" ma controllati

 

 

E proprio come questo manuale di guerra non convenzionale afferma apertamente che istituzioni finanziarie "indipendenti" come la Banca Mondiale e il FMI sono essenzialmente estensioni del potere del governo degli Stati Uniti,  anche gli analisti ormai da decenni avvertono che queste istituzioni promuovono costantemente gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti all'estero.

 

 

In effetti, il mito dell’"indipendenza" della Banca Mondiale e del FMI si vanifica semplicemente osservando la struttura e il finanziamento di ciascuna istituzione. Nel caso della Banca Mondiale, l'istituzione si trova a Washington e il presidente dell'organizzazione è sempre stato un cittadino statunitense scelto direttamente dal Presidente degli Stati Uniti. Nell'intera storia della Banca Mondiale, il Board of Governors dell'istituzione non ha mai respinto la scelta di Washington.

 

 

Lo scorso lunedì [4 febbraio 2019, N.dT.] è stato reso noto che il presidente Donald Trump ha nominato alla guida della Banca Mondiale l'ex economista della Bear Stearns, David Malpass. Il punto forte nel CV di Malpass è il fatto di non aver saputo prevedere il fallimento del suo ex datore di lavoro durante la crisi finanziaria del 2008, ed è probabile che decida di limitare i prestiti della Banca mondiale alla Cina e ai paesi alleati o in procinto di allearsi con la Cina, vista la sua reputazione ben consolidata di falco nei confronti della Cina.

 

 

Oltre a scegliere il suo presidente, gli Stati Uniti sono anche il maggiore azionista della banca, il che ne fa l'unico paese membro a disporre del diritto di veto. In effetti, come si legge nel manuale, "Poiché le decisioni importanti richiedono una maggioranza dell'85%, gli Stati Uniti possono bloccare qualsiasi modifica sostanziale" alle regole della Banca Mondiale o ai servizi che offre. Inoltre, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ex banchiere di Goldman Sachs e "re dei pignoramenti", Steve Mnuchin, ha anche le funzioni di governatore della Banca Mondiale.

 

 

Sebbene il Fondo monetario internazionale sia diverso dalla Banca Mondiale sotto diversi aspetti, come la sua missione e il suo obiettivo, anch'essa è largamente dominata dall'influenza e dai finanziamenti del governo degli Stati Uniti. Ad esempio, anche il FMI ha sede a Washington e gli Stati Uniti ne sono il maggiore azionista - detengono il 17,46% delle azioni, di gran lunga la quota più consistente - e versano anche la quota maggiore per il mantenimento dell'istituzione, contribuendo ogni anno con 164 miliardi di dollari agli impegni finanziari del FMI. Sebbene gli Stati Uniti non scelgano l’alto dirigente del FMI, grazie alla posizione privilegiata come principale finanziatore dell'istituzione possono controllare le regole del FMI minacciando di trattenere i fondi se l'istituzione non si attiene alle richieste di Washington.

 

 

Come conseguenza della sproporzionata influenza degli Stati Uniti sul comportamento di queste istituzioni, queste hanno usato i loro prestiti e sovvenzioni per "sequestrare" le nazioni indebitate e imporre programmi di "aggiustamento strutturale" a questi governi oberati dal debito, che si traducono in privatizzazioni di massa di beni statali, deregolamentazione e austerità, tutte misure che generalmente avvantaggiano le multinazionali straniere rispetto alle economie locali. Spesso queste stesse istituzioni - facendo pressione sui paesi per deregolamentare il settore finanziario e attraverso rapporti di corruzione con gli attori statali - provocano gli stessi problemi economici che poi esse stesse sono chiamate a "riparare".

 

 

Guaidó batte cassa al FMI

 

Considerata la stretta relazione tra il governo degli Stati Uniti e queste istituzioni finanziarie internazionali, non dovrebbe sorprendere che - in Venezuela - il "presidente ad interim" sostenuto dagli Stati Uniti Juan Guaidó - abbia già fatto richiesta di fondi dal FMI, e quindi contratto un debito controllato dal FMI per finanziare il suo governo parallelo.

 

 

Ciò è molto significativo perché mostra che tra le priorità di Guaidó, oltre a privatizzare le enormi riserve petrolifere del Venezuela, c’è quella di incatenare nuovamente il paese alla macchina del debito controllata dagli Stati Uniti.

 

 

Come recentemente spiegato da Grayzone Project:

 

"Il precedente Presidente socialista venezuelano Hugo Chávez aveva rotto i legami con il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, che a suo parere erano "dominati dall'imperialismo USA". Come contrappeso all'FMI e alla Banca Mondiale, il Venezuela e altri governi di sinistra in America Latina stavano invece collaborando per istituire la Banca del Sud."

 

 

Tuttavia, il Venezuela non è affatto l'unico paese dell'America Latina a essere bersaglio di queste armi finanziarie mascherate da istituzioni finanziarie "indipendenti". Ad esempio, l'Ecuador - il cui attuale presidente sta cercando di riportare il paese nelle grazie di Washington - è arrivato al punto di condurre una "revisione" della sua decisione di offrire asilo al giornalista ed editore di WikiLeaks Julian Assange allo scopo di ottenere un salvataggio da $10 miliardi dal FMI. L'Ecuador ha concesso asilo ad Assange nel 2012, e da allora gli Stati Uniti continuano affannosamente a chiedere la sua estradizione per accuse ancora imprecisate.

 

 

Inoltre, lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno minacciato di colpire l'Ecuador con "misure commerciali punitive" se avesse proposto un provvedimento alle Nazioni Unite per sostenere l'allattamento al seno rispetto a quello con latte artificiale, una mossa che ha stupito la comunità internazionale ma ha anche messo a nudo la volontà del governo USA di usare "armi economiche" contro le nazioni latinoamericane.

 

 

Oltre all'Ecuador, altri recenti obiettivi della massiccia "guerra" del FMI e della Banca Mondiale comprendono l'Argentina, che proprio l'anno scorso ha ottenuto il più ingente prestito di salvataggio del FMI della storia. Questo pacchetto di prestiti era, come prevedibile, pesantemente sostenuto dagli Stati Uniti, come risulta da una dichiarazione del segretario al Tesoro Mnuchin, rilasciata lo scorso anno. In particolare, il FMI è stato determinante nel causare il completo collasso dell'economia argentina nel 2001,  un cattivo auspicio rispetto alla recente approvazione del nuovo pacchetto record di prestiti.

 

 

Sebbene sia stato pubblicato oltre un decennio fa, questo "Manuale dei colpi di stato” di recente divulgato da WikiLeaks è una conferma di come la cosiddetta "indipendenza” di queste istituzioni finanziarie sia un'illusione, e che in realtà esse non siano altro che “armi finanziarie”, abitualmente utilizzate dal governo degli Stati Uniti per piegare i paesi alla sua volontà e persino rovesciare i governi invisi a Washington.

05/02/19

La tesi di sinistra contro i confini aperti - II Parte

Il grande business e le lobby del libero mercato, per promuovere aggressivamente i propri interessi, hanno creato un culto fanatico a difesa delle tesi open border - un prodotto fatto proprio da una classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che fa i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e salvaguardare le proprie carriere. La sinistra liberale ha rivenduto il prodotto aggiungendovi il ricatto morale e la pubblica vergogna nei confronti dei popoli, accusati di atti inumani verso i migranti. Eppure, una vera sinistra dovrebbe tornare a guardare alle proprie tradizioni e cercar di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea impoverimento per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di cervelli in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri dell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri, riprendendo il controllo degli stati, delle politiche commerciali e del sistema finanziario globale. Da American Affairs.

 

Qua la prima parte.

 

 

di Angela Nagle

 

 

 

INTERESSI SOCIETARI E RICATTO MORALE

 

Le frontiere aperte non hanno un mandato pubblico, ma le politiche dell'immigrazione che pongono l'onere della loro applicazione sui datori di lavoro anziché sui migranti suscitano un sostegno travolgente. Secondo un sondaggio del Washington Post e di ABC News, il supporto all'utilizzo obbligatorio del sistema federale di verifica dell'occupazione (E-Verify), che impedirebbe ai datori di lavoro di sfruttare il lavoro illegale, è quasi all'80%, più del doppio del sostegno alla costruzione del muro lungo il confine messicano [11]. Allora perché le campagne presidenziali ruotano attorno alla costruzione di un lungo muro di confine? Perché gli attuali dibattiti sull'immigrazione ruotano intorno alle controverse tattiche dell'ICE per colpire i migranti, soprattutto quando il metodo più umano e popolare, imporre ai datori di lavoro l'onere di assumere in primo luogo forza lavoro legale, è anche il più efficace? [12]. La risposta, in breve, è che le lobby delle imprese hanno bloccato e sabotato i tentativi come E-Verify per decenni, mentre la sinistra dei confini aperti ha abbandonato qualsiasi seria discussione su questi temi.

 

Recentemente, la Western Growers Association e la California Farm Bureau Federation [associazioni di categoria degli agricoltori, in California e negli Stati Uniti sud-occidentali, ndr], tra gli altri, hanno bloccato una legge che avrebbe reso obbligatorio l'E-Verify, nonostante diverse concessioni a favore delle aziende [13]. I democratici sono stati totalmente assenti da questo dibattito. Di conseguenza, i lavoratori delle economie devastate dall'agricoltura statunitense continueranno a essere invitati nel paese con la promessa di lavorare, per essere sfruttati come lavoratori a basso costo e illegali. Mancando di pieni diritti legali, sarà impossibile sindacalizzare questi non-cittadini, che saranno tenuti nella costante paura di essere arrestati e criminalizzati.

 

"Non esiste una crisi migratoria" è diventato uno slogan comune adesso tra i sostenitori delle frontiere aperte - e tra molti commentatori tradizionali. Ma che piaccia o no, livelli così alti di migrazione di massa da essere radicalmente rivoluzionari sono impopolari in ogni parte della società e in tutto il mondo. E le persone tra le quali sono impopolari, i cittadini, hanno il diritto di voto. Quindi la migrazione produce sempre più una crisi fondamentale della democrazia. Qualsiasi partito politico che intenda governare dovrà accettare la volontà del popolo, o dovrà reprimere il dissenso per imporre l'agenda dei confini aperti. Molti nella sinistra libertaria sono tra i sostenitori più aggressivi di quest'ultima soluzione. E per cosa? Per fornire una copertura morale allo sfruttamento? Per garantire che i partiti di sinistra, che potrebbero effettivamente affrontare uno qualsiasi di questi temi più approfonditamente a un livello internazionale, rimangano senza potere?

 

Chi vuole diffondere l'immigrazione ha due armi chiave. Una è il grande business e gli interessi finanziari che lavorano tutti dalla loro parte, ma un'arma ugualmente potente - impugnata con più esperienza dai sostenitori dell'immigrazione a sinistra - è il ricatto morale e la vergogna pubblica. Le persone hanno ragione nel vedere come moralmente sbagliati i maltrattamenti ai migranti. Molte persone sono preoccupate per la crescita del razzismo e dell'indifferenza verso le minoranze, che spesso accompagna il sentimento anti-immigrazione. Ma la posizione dei confini aperti non è all'altezza del loro personale codice morale.

 

Ci sono molti vantaggi e svantaggi economici in alti livelli di immigrazione, ma è più probabile che abbiano un impatto negativo sui lavoratori indigeni poco qualificati e a basso salario, mentre se ne avvantaggiano i lavoratori nativi più ricchi e il settore delle imprese. Come ha sostenuto George J. Borjas, funziona come una sorta di redistribuzione della ricchezza verso l'alto [14]. Uno studio del 2017 dell'Accademia Nazionale delle Scienze intitolato "Le conseguenze economiche e fiscali dell'immigrazione" ha rilevato che le attuali politiche sull'immigrazione hanno provocato effetti negativi in misura sproporzionata sui poveri e le minoranze americane, una scoperta che non sarebbe stata una sorpresa per personaggi come Marcus Garvey o Frederick Douglass. Senza dubbio anche loro, in base agli attuali standard, dovrebbero essere considerati "anti-immigrati"  per il fatto di aver richiamato l'attenzione sulle conseguenze.

 

In un discorso pubblico sull'immigrazione, Hillary Clinton ha dichiarato: "Credo che quando avremo milioni di immigrati laboriosi che contribuiscono alla nostra economia, sarebbe controproducente e disumano cercare di cacciarli" [15]. In un discorso privato, tenuto per i banchieri latino-americani, è andata oltre: "Il mio sogno è un mercato comune emisferico, con scambi aperti e confini aperti, ad un certo punto nel futuro, con un'energia che sia il più sostenibile e verde possibile" [16] (anche se in seguito dichiarò che intendeva che i confini fossero aperti solo per l'energia). Queste affermazioni, naturalmente, hanno fatto impazzire la destra anti-immigrazione e pro-Trump. Forse più rivelatrice, tuttavia, è la convergenza tra la sinistra dei confini aperti e la "rispettabile" destra pro-business, che è stata incarnata nelle dichiarazioni della Clinton. In un recente articolo di National Review in risposta al "nazionalismo" di Trump, Jay Cost ha scritto: "Per dirla senza mezzi termini, non dobbiamo piacerci l'un l'altro, purché continuiamo a fare soldi l'uno con l'altro. Questo è ciò che ci manterrà uniti". In questo mostruoso sub-thatcherismo, i Buckleyiti [i conservatori americani - da William Buckley, intellettuale e scrittore americano, ritenuto uno dei padri della Nuova Destra, ndt] parlano esattamente come i "cosmopoliti" liberali - ma senza il fascino o l'estro dell'autoinganno morale.

 

Come figlia di migranti, e avendo trascorso la maggior parte della mia vita in un paese con livelli di emigrazione persistentemente elevati - l'Irlanda - ho sempre considerato la questione della migrazione in modo diverso rispetto ai miei benintenzionati amici di sinistra nelle grandi economie che dominano il mondo. Quando l'austerità e la disoccupazione hanno colpito l'Irlanda, dopo che miliardi di denaro pubblico sono stati utilizzati per salvare il settore finanziario nel 2008, ho visto il mio intero gruppo di amici andarsene e non tornare mai più. Questo non è solo un problema tecnico. Tocca il cuore e l'anima di una nazione, come una guerra. Significa la costante emorragia di giovani generazioni idealistiche ed energiche, che normalmente ringiovaniscono e ri-prefigurano una società. In Irlanda, come in ogni paese ad alta emigrazione, ci sono sempre state campagne e movimenti anti-emigrazione, guidati dalla sinistra, che chiedevano la piena occupazione in tempi di recessione. Ma raramente sono abbastanza forti da resistere alle forze del mercato globale. Nel frattempo, le élite al potere durante un periodo di rabbia popolare, colpevoli e nervose, sono fin troppo felici di vedere una generazione potenzialmente radicale disperdersi in tutto il mondo.

 

Sono sempre stupito dall'arroganza e dalla strana mentalità imperiale dei progressisti britannici e americani pro-open border che credono di compiere un atto di carità illuminata quando "accolgono" i dottori di ricerca provenienti dall'Europa orientale o dal Centro America, portandoli a giro e servendo loro cibo. Nelle nazioni più ricche, la difesa delle frontiere aperte sembra funzionare come un culto fanatico tra veri credenti - un prodotto del grande business e delle lobby del libero mercato fatto proprio da un gruppo più ampio della classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che sta facendo i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e intatte le proprie carriere, ripetendo a pappagallo l'ideologia istituzionale delle proprie aziende. La verità è che la migrazione di massa è una tragedia, e la classe medio-alta che ci moralizza sopra è una farsa. Forse gli ultra-ricchi possono permettersi di vivere in un mondo senza confini di cui sono aggressivi sostenitori, ma la maggior parte della gente ha bisogno - e vuole -  un'organizzazione politica coerente e sovrana per difendere i propri diritti di cittadini.

 

DIFENDERE GLI IMMIGRATI, OPPORSI ALLO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO

 

Se le frontiere aperte sono "una proposta dei fratelli Koch", a cosa somiglierebbe una autentica posizione di sinistra sull'immigrazione? In questo caso, invece di canalizzare Milton Friedman, la sinistra dovrebbe orientarsi sulla base delle sue antiche tradizioni. I progressisti dovrebbero concentrarsi sull'affrontare lo sfruttamento sistemico alla radice della migrazione di massa piuttosto che ritirarsi verso un moralismo superficiale che legittima queste forze di sfruttamento. Ciò non significa che la sinistra debba ignorare le ingiustizie nei confronti degli immigrati. Dovrebbe difendere vigorosamente i migranti dai trattamenti inumani. Allo stesso tempo, qualsiasi sinistra sincera deve prendere una linea dura contro gli attori societari, finanziari e di altro tipo che creano le circostanze disperate alla base della migrazione di massa (che, a sua volta, produce la reazione populista contro di essa). Solo una forte sinistra nazionale nei paesi piccoli e in via di sviluppo - agendo di concerto con una sinistra impegnata a porre fine alla finanziarizzazione e allo sfruttamento del lavoro globale nelle grandi economie - potrebbe avere qualche speranza di affrontare questi problemi.

 

Per cominciare, la sinistra deve smettere di citare la propaganda più recente del Cato Institute e ignorare gli effetti dell'immigrazione sul lavoro nazionale, in particolare sui lavoratori poveri che rischiano di soffrire in modo sproporzionato a causa dell'ampliamento dell'offerta di lavoro. Le politiche dell'immigrazione dovrebbero essere progettate per garantire che il potere contrattuale dei lavoratori non sia messo significativamente a repentaglio. Ciò è particolarmente vero in periodi di stagnazione salariale, sindacati deboli ed enorme disuguaglianza.

 

Per quanto riguarda l'immigrazione clandestina, la sinistra dovrebbe sostenere gli sforzi per rendere obbligatorio l'E-Verify e spingere per sanzioni severe ai datori di lavoro che non lo rispettano. I datori di lavoro, non gli immigrati, dovrebbero essere al centro delle attività di controllo. Questi datori di lavoro approfittano di immigrati privi dell'ordinaria protezione legale al fine di perpetuare una corsa al ribasso dei salari, evitando allo stesso tempo di pagare i contributi ed erogare altri benefici. Tali incentivi devono essere eliminati se tutti i lavoratori devono essere trattati in modo equo.

 

Trump si è lamentato in modo alquanto ignobile delle persone provenienti dai "cesso di paesi" del terzo mondo e ha portato i norvegesi come esempio di immigrati ideali. Ma i norvegesi venivano in America in gran numero una volta, quando erano poveri e disperati. Ora che hanno una democrazia sociale prospera e relativamente egualitaria, costruita sulla proprietà pubblica delle risorse naturali, non vogliono più venire [17]. In definitiva, la motivazione all'immigrazione di massa persisterà fino a quando i problemi strutturali che ne sono alla base rimarranno.

 

Ridurre le tensioni causate dalle migrazioni di massa richiede quindi di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea una corsa verso il basso per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di capacità e competenze in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri nell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema di globalizzazione progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri. Ciò comporta, per cominciare, cambiamenti strutturali delle politiche commerciali che impediscono il necessario sviluppo, guidato dallo stato, nelle economie emergenti. Si devono contrastare anche gli accordi commerciali anti-lavoro come il Nafta. È ugualmente necessario affrontare un sistema finanziario che incanala il capitale dai paesi in via di sviluppo nelle bolle patrimoniali nei paesi ricchi, che aumentano le diseguaglianze. Infine, sebbene le sconsiderate politiche estere dell'amministrazione di George W. Bush siano state screditate, sembra continuare a vivere la tentazione di impegnarsi in crociate militari. Ci si dovrebbe opporre. Le invasioni straniere guidate dagli Stati Uniti hanno ucciso milioni di persone in Medio Oriente, creato milioni di rifugiati e migranti e devastato infrastrutture basilari.

 

Oggi,  mentre assistiamo all'ascesa di vari movimenti identitari in tutto il mondo, dovrebbe risuonare l'argomentazione di Marx secondo cui la classe lavoratrice inglese dovrebbe vedere la nazione irlandese come un potenziale complemento alla sua lotta, piuttosto che come una minaccia alla sua identità. La confortante illusione che gli immigranti vengano qui perché amano l'America è incredibilmente naif - naif quanto sostenere che gli immigrati irlandesi del XIX secolo descritti da Marx amassero l'Inghilterra. La maggior parte dei migranti emigra per necessità economiche e la stragrande maggioranza preferirebbe avere migliori opportunità a casa propria, con la propria famiglia e coi propri amici. Ma tali opportunità sono impossibili all'interno dell'attuale forma di globalizzazione.

 

Proprio come nella situazione descritta da Marx dell'Inghilterra dei suoi tempi, politici come Trump galvanizzano la propria base suscitando sentimenti anti-immigrazione, ma raramente, se non mai, affrontano lo sfruttamento strutturale - sia in patria che all'estero - e cioè la causa che sta alla radice della migrazione di massa. Spesso, aggravano questi problemi, ampliando il potere dei datori di lavoro e del capitale contro il lavoro, mentre indirizzano la rabbia dei loro sostenitori - spesso le vittime di questi poteri - contro altre vittime, gli immigrati. Ma nonostante tutte le spacconate anti-immigrazione di Trump, la sua amministrazione non ha fatto praticamente nulla per espandere l'implementazione di E-Verify, preferendo invece vantarsi di un muro di confine che non sembra materializzarsi mai [18]. Mentre le famiglie vengono separate al confine, l'amministrazione chiude un occhio sui datori di lavoro che usano gli immigrati come pedine in un gioco di arbitraggio del lavoro.

 

D'altra parte, i fautori della sinistra dei confini aperti potrebbero cercare di convincersi che stanno adottando una posizione radicale. Ma in pratica stanno solo sostituendo la ricerca dell'eguaglianza economica con la politica del grande business, mascherata da virtuoso identitarismo. L'America, che è ancora uno dei paesi più ricchi del mondo, dovrebbe essere in grado non solo di giungere alla piena occupazione, ma a un salario dignitoso per tutti, compresi quei lavori che i sostenitori delle frontiere aperte dichiarano che "gli americani non vogliono fare". Dovrebbero essere condannati i datori di lavoro che sfruttano illegalmente i migranti per il lavoro a basso costo - con grande rischio per i migranti stessi - non i migranti che stanno semplicemente facendo ciò che le persone hanno sempre fatto quando affrontano le avversità economiche. Fornendo una involontaria copertura agli interessi della élite al potere, la sinistra rischia una significativa crisi esistenziale, poiché le persone comuni si orientano sempre di più verso i partiti di estrema destra. In questo momento di crisi, la posta in gioco è troppo alta per continuare a sbagliare.

 

 

NOTE

 

[11] Immigration, DACA, Congress, and Compromise,” Washington Post, Oct. 20, 2017.

 

[12] Pia M. Orrenius and Madeline Zavodny, “Do State Work Eligibility Verification Laws Reduce Unauthorized Immigration?,” IZA Journal of Migration 5, no. 5 (December 2016).

 

[13] Dan Wheat, “Ag Groups Split over Latest House Labor Bill,” Capital Press, July 17, 2018.

 

[14] George Borjas, “Yes, Immigration Hurts American Workers,” Politico, September/October 2016.

 

[15] Borjas.

 

[16] Chris Matthews, “What’s Important about the Clinton Campaign’s Leaked Emails on Free Trade,” Fortune, Oct. 11, 2016.

 

[17] Krishnadev Calamur, “Why Norwegians Aren’t Moving to the U.S.,” Atlantic, Jan. 12, 2018.

 

[18] Tracy Jan, “Trump Isn’t Pushing Hard for This One Popular Way to Curb Illegal Immigration,” Washington Post, May 22, 2018.

14/01/19

Counterpunch - Perché una società neoliberale non può sopravvivere

Da CounterPunch, un'altra denuncia dei risultati tragici di 40 anni di neoliberalismo, l'ideologia che ha conquistato il mondo occupando capillarmente ogni ambito accademico, istituzionale e culturale: mentre anche la sinistra è stata irrimediabilmente infettata dall'ideologia del mercato, gli economisti neoliberali hanno elevato l'egoismo a ideale normativo, improntandone la legislazione con norme anti-sindacali e tagli ai servizi sociali. Con risultati drammatici: crisi economiche, aumento delle diseguaglianze, declino della partecipazione popolare alla vita pubblica, del tenore e addirittura dell'aspettativa di vita, peggioramento delle condizioni sanitarie e aumento della mortalità infantile. 

 

di T.J. Coles, 30 ottobre 2018

 

 

Gli esseri umani sono creature complicate. Siamo sia collaborativi che faziosi. Tendiamo ad essere collaborativi all'interno dei gruppi (ad esempio, i sindacati), mentre competiamo con gruppi esterni (ad esempio, una confederazione di aziende). Ma società complesse come le nostre ci costringono anche a cooperare con gruppi esterni - nei vicinati, al lavoro, e così via. Nei sistemi sociali, la selezione naturale favorisce la cooperazione. Inoltre, siamo orientati ai comportamenti etici, così la cooperazione e la condivisione sono apprezzate nelle società umane.

 

Ma cosa succede quando siamo costretti all'interno di un sistema economico che ci fa competere ad ogni livello? Il risultato logico è il declino o il collasso della società.

 

Il dogma neoliberale nel XX secolo

 

In "L'individuo nella società", Ludwig con Mises, il maestro di Friedrich Hayek (il nonno del moderno neoliberalismo), scriveva che in una società basata sul contratto sociale, i datori di lavoro sono alla mercé della massa. Ma in un'economia di mercato guidata dall'interesse personale, "il coordinamento delle azioni autonome di tutti gli individui è realizzato dal funzionamento del mercato". Pertanto, in questo mondo di fantasia, i datori di lavoro possono licenziare i lavoratori e sostituirli con altri a minor costo senza incorrere nei costi sociali connessi alle società basate sul contratto sociale.

 

Dopo gli anni '70 del XX secolo in particolare, questo tipo di pensiero iniziò a permeare la cultura dei pianificatori del "libero mercato" nei corsi di economia della Ivy League.

 

Robert Simons dell'Harvard Business School nota che l'economia oggi è di gran lunga la disciplina accademica dominante negli Stati Uniti, e che molti laureati portano quell'ideologia acquisita, basata sull'interesse personale, sul loro posto di lavoro, nella gestione patrimoniale, negli hedge fund, nelle assicurazioni, nella liquidità e cosi via. Simons critica quella che chiama "l'incondizionata e universale accettazione, da parte degli economisti, dell'interesse personale - degli azionisti, dei manager e degli impiegati - come il fondamento concettuale del fare impresa e management". Simons nota che i lavoratori sono "tribù" egoiste, come lo sono i manager, nel senso che cercano di ottenere maggiori benefici. "Per porre rimedio a questa situazione potenzialmente catastrofica" connessa ai diritti dei lavoratori, "gli economisti di mercato tentano di incanalare i comportamenti devianti usando la teoria della risposta agli stimoli", sotto forma di legislazioni anti-sindacali, tagli ai servizi sociali, e la minaccia di delocalizzare i posti di lavoro. Gli economisti di mercato "hanno elevato l'egoismo a ideale normativo".

 

Infettare la sinistra

 

Nel 1988, l'allora Cancelliere Tory, Nigel Lawson, scrisse che negli anni '70, "il capitalismo, fondato sull'interesse personale, era ritenuto moralmente deplorevole" dalla maggioranza dei britannici. Ma per Lawson parimenti immorale era l'intervento statale: "non c'è niente di particolarmente morale in uno stato interventista", disse (a meno che lo stato interventista non salvasse le grandi aziende). Ma, fortunatamente per i Tories, "la marea delle idee cambiò", permettendo loro di tornare al potere e imporre ulteriori riforme neoliberali.

 

Forse l'aspetto peggiore del neoliberalismo è stata l'infezione del partito Labour. Per fare alcuni esempi: un neoliberale statunitense, Lawrence Summers (che più tardi sarebbe diventato Segretario del Tesoro di Bill Clinton), insegnò ad un giovane Ed Balls, che presto sarebbe divenuto il consigliere economico del futuro Cancelliere, Gordon Brown. Brown, allora ancora un parlamentare, si incontrò con il Presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan. Questo segnò l'inizio di un periodo di ulteriore liberalizzazione finanziaria nel Regno Unito, sotto il sedicente "New Labour".

 

Gli economisti, alla metà degli anni 2000, poco prima del crollo, iniziarono a vedere crepe nell'ideologia, constatando:

 

"Vediamo nell'opinione pubblica un disagio generalizzato riguardo le soluzioni di mercato. Il libero commercio e la globalizzazione, la privatizzazione della previdenza sociale, e la liberalizzazione dei mercati dell'energia, tutte suscitano l'opposizione di molti consumatori, a volte motivata ma spesso indefinita. Non è un caso che il sostegno alle soluzioni di mercato si concentri tra quelli che hanno avuto successo economicamente, mentre l'opposizione lo è tra quelli meno fortunati. La libertà di scelta ha un fascino morale, ma la fibra morale è più forte quando non viene tagliata dall'egoismo".


 

Nel 2008 l'economia americana, e conseguentemente globale, era al collasso. Greenspan testimoniò alla Camera dei Rappresentanti: "Ho sbagliato nel credere che l'interesse personale delle organizzazioni, nel caso specifico banche e altro, fosse tale che potessero proteggere al meglio i propri azionisti e le società di investimento". Ma egoismo significa egoismo. I CEO e top manager non hanno visto la necessità di onorare i loro supposti obblighi verso gli azionisti, figurarsi il pubblico in generale.

 

Le conseguenze sociali

 

Le conseguenze politiche di decenni di neoliberalismo hanno portato alla privazione del diritto di voto, particolarmente durante il periodo dell'espansione (dagli anni '70 al 2008), come indicato dall'affluenza alle urne, stagnante o in declino, e dall'ascesa della cosiddetta offerta politica estremista all'indomani del collasso (dal 2009 ad oggi). Ma l'ideologia ha radici profonde nella classe dirigente. Così, persino dopo l'inevitabile crollo del 2008, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d'Inghilterra hanno continuato col neoliberalismo imponendo l'austerità alle popolazioni d'Europa e del Regno Unito, rispettivamente.

 

In questo contesto, le istituzioni finanziare transnazionali e predatorie stanno guadagnando dal caos. Il crollo del gigante delle costruzioni Carillon ne è un esempio calzante. Alla società è stato permesso di fallire e del suo declino hanno approfittato diversi hedge fund, inclusi alcuni con sede negli Stati Uniti.

 

Le conseguenze del neoliberalismo per la società sono ancora più tragiche. La classe media americana è in declino dagli anni '70, poiché gli individui diventano o molto ricchi o molto poveri. Uno studio della Harvard Business Review ha notato che all'inizio degli anni '80, fino al 49% degli americani pensava che la qualità dei loro prodotti e dei loro servizi fosse diminuita negli ultimi anni. I suicidi maschili e femminili hanno continuato a crescere dalla metà degli anni '90. E uno studio recente suggerisce che l'aspettativa di vita sia scesa nei paesi ad alto reddito.

 

Nel Regno Unito, l'austerità voluta dai Tory ha creato più di centomila cadaveri in un periodo di 10 anni, secondo il BMJ [British Medical Journal, è considerata uno delle quattro riviste mediche generaliste più autorevoli al mondo, ndt]. Le popolazioni nei paesi più deboli hanno sofferto anche di più. Tra il 1990 e il 2005, i paesi sub-sahariani i cui governi hanno accettato i prestiti per gli aggiustamenti strutturali delle istituzioni neoliberali FMI e African Development Bank hanno sperimentato un incremento di 231 e 360 unità nella mortalità materna, rispettivamente. I paesi dell'America Latina che hanno provato soltanto una crescita del 1% della disoccupazione tra il 1981 e il 2010, hanno sperimentato "un deterioramento significativo delle condizioni sanitarie", secondo un altro rapporto del BMJ, incluso un aumento di 1,14 bambini morti ogni 1000 nascite. Tutto questo si traduce in milioni di morti.

 

Come ho documentato altrove, le società più vulnerabili, vale a dire le comunità indigene impegnate a mantenere i propri modi di vita tradizionali, si stanno letteralmente estinguendo, mentre la "civiltà" le invade.

 

Conclusioni

 

Se questo modello che dura da decenni continua ad essere imposto al mondo, specialmente nelle nazioni con grandi popolazioni come l'India e la Cina, che stanno sempre più adottando politiche neoliberali, la politica disgregante e le infrastrutture fatiscenti sembreranno un piccolo mal di testa, in particolar modo sullo sfondo di cambiamenti climatici e risorse in diminuzione. Se lo spostamento culturale a sfavore del neoliberalismo a cui stiamo assistendo oggi, che si esprime in tutto, dai movimenti sociali progressisti agli scioperi dei lavoratori, può sostenersi ed espandersi, potremmo semplicemente salvarci e piantare semi per un futuro più equo.

 

 

17/11/18

Il vaso di Pandora dell’olocausto nucleare: l'erosione del controllo degli armamenti

Al di là delle strategie economiche e politiche, gli Stati Uniti sono ormai da vari anni, già prima dell'amministrazione Trump, avviati su una traiettoria di strategia geopolitica che sembra mirata ad alzare l'asticella della corsa agli armamenti, accantonando gli obiettivi di disarmo che avevano fatto seguito alla caduta del bipolarismo USA-URSS, e quindi alla fine della Guerra Fredda. Questa lucida analisi fa chiarezza sulle recenti mosse della Casa Bianca e le reazioni degli altri paesi che nutrono ambizioni di egemonia globale o regionale, e sulle preoccupanti implicazioni di queste mosse sulla sicurezza globale.

 

Resta da chiedersi se a livello geopolitico, e quindi tralasciando per una volta l'analisi puramente economica e utilitaristica, tali sviluppi siano il frutto di una "stanchezza imperiale" da parte degli Stati Uniti nel rappresentare il polo unico di una potenza senza rivali, o se siano il tentativo di annichilire i potenziali rivali spingendoli verso una insostenibile corsa agli armamenti. Allo stato dei fatti, entrambe le ipotesi rivelerebbero un'analisi insufficiente, superficiale e di corto respiro delle dinamiche storiche che portano all'ascesa e al declino degli imperi, e che in quanto tale ci lascia insoddisfatti. Come si dice in linguaggio accademico, "sarabbero necessarie ulteriori ricerche".

 

 

di Conn Hallinan, 6 novembre 2018

 

La decisione dell'amministrazione Trump di ritirarsi dall'accordo Intermediate Nuclear Force (INF) sembra essere parte di una più ampia strategia volta a liquidare oltre 50 anni di accordi per il controllo e la limitazione delle armi nucleari, e tornare a un'era caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di armi di distruzione di massa.

 

La risoluzione del trattato INF, che vieta i missili balistici e da crociera terrestri con un raggio compreso tra 300 e 3400 miglia, non costituiusce, in sé e per sé, un colpo fatale all’insieme di trattati e accordi risalenti al trattato del 1963 che vietò i test di armi nucleari nell’atmosfera. Ma congiuntamente ad altri eventi, come la decisione di George W. Bush di ritirarsi dal Trattato anti-balistico dei missili (ABM) nel 2002 e il programma dell'amministrazione Obama di potenziamento delle infrastrutture nucleari, contribuisce a indebolire ulteriormente l’architettura di accordi che finora ha, almeno in parte, limitato queste terrificanti opere.

 

"L’abbandono dell'INF", afferma Sergey Rogov dell'Istituto di Studi statunitensi e canadesi, "potrebbe far crollare l'intera struttura del controllo degli armamenti".

 

Lynn Rusten, ex consigliere generale per il controllo degli armamenti nel National Security Agency Council, avverte che: "Ciò aprirà le porte a una corsa agli armamenti a tutto campo".

 

La giustificazione di Washington per uscire dal Trattato INF è che i russi avrebbero implementato il missile da crociera 9M729, che secondo gli Stati Uniti violerebbe l'accordo, anche se Mosca lo nega e le prove non sono state rese pubbliche. La Russia controbatte che il sistema ABM degli Stati Uniti - Aegis Ashore - schierato in Romania e pianificato per la Polonia, potrebbe essere utilizzato per lanciare missili simili a medio raggio.

 

Se questo fosse un mero disaccordo sulla gittata delle armi, basterebbero delle ispezioni per risolvere la questione. Ma la Casa Bianca, in particolare il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, si preoccupa meno delle ispezioni che di tirare fuori gli Stati Uniti da accordi che limitino in qualche modo il dispiegamento del potere americano, sia esso militare o economico. Quindi, Trump ha abbandonato l'accordo nucleare con l’Iran, non perché l'Iran stia costruendo armi nucleari o abbia violato l'accordo, ma perché l'amministrazione vuole usare sanzioni economiche per perseguire il cambio di regime a Teheran.

 

In un certo senso, l'accordo INF è un colpo basso. Il trattato del 1987 vietava solo i missili a medio raggio terrestri, non quelli lanciati dal mare o dall'aria, dove gli americani detengono un forte vantaggio, e riguardava solo gli Stati Uniti e la Russia. Altri paesi dotati di armi nucleari, in particolare Cina, India, Corea del Nord, Israele e Pakistan hanno dispiegato numerosi missili a medio raggio con armi nucleari. Uno degli argomenti portati da Bolton per uscire dall'INF è che così facendo gli Stati Uniti potrebbero contrastare i missili a medio raggio della Cina.

 

Ma se la preoccupazione fosse il controllo dei missili a raggio intermedio, il percorso ovvio sarebbe quello di estendere il trattato ad altre nazioni e includere armi lanciate via aria e mare. Non che ciò sia facile. La Cina dispone di molti missili a raggio intermedio, perché la maggior parte dei suoi potenziali antagonisti, come il Giappone o le basi statunitensi in Asia, sono all'interno del raggio di tali missili. Lo stesso vale per Pakistan, India e Israele.

 

Le armi a raggio intermedio - a volte chiamate missili "tattici" - non minacciano il continente americano come gli analoghi missili statunitensi minacciano la Cina e la Russia. Pechino e Mosca possono essere distrutti dai missili intercontinentali a lungo raggio, ma anche da missili tattici lanciati da navi o aerei. Una delle ragioni per cui gli europei sono così contrari al ritiro dall'INF è che, in caso di guerra nucleare, la presenza di missili a medio raggio sul loro territorio ne farebbe un bersaglio.

 

Ma supposte violazioni del trattato non sono il motivo per cui Bolton e i suoi collaboratori si oppongono all'accordo. Bolton aveva già chiesto di ritirarsi dal trattato INF tre anni prima che l'amministrazione Obama accusasse i russi di barare. Infatti, Bolton si è opposto a tutti gli sforzi per limitare le armi nucleari e ha già annunciato che l'amministrazione Trump non rinnoverà il Trattato di riduzione delle armi strategiche (START) alla sua scadenza nel 2021.

 

START stabilisce il tetto per le testate nucleari di Stati Uniti e Russia a 1550, un numero esiguo.

 

Il ritiro dell'amministrazione Bush dal trattato ABM del 1972 nel 2002 è stato il primo grande colpo alla struttura del trattato. I missili anti-balistici sono intrinsecamente destabilizzanti, perché il modo più semplice per sconfiggere tali sistemi è di sopraffarli espandendo il numero di lanciatori e testate. Bolton, nemico di lunga data dell'accordo ABM, si è vantato di recente che la risoluzione del trattato non ha avuto alcun effetto sul controllo degli armamenti.

 

Ma la fine del trattato ha accantonato i colloqui di START, ed è stato lo schieramento di ABM nell'Europa orientale - insieme all'espansione della NATO fino ai confini russi - a spingere Mosca a dispiegare il missile da crociera ora in discussione.

 

Sebbene Bolton e Trump siano più aggressivi sulla risoluzione degli accordi, è stata la decisione dell'amministrazione Obama di spendere 1,6 triliardi di dollari per aggiornare e modernizzare le armi nucleari degli Stati Uniti a compromettere ora uno dei pilastri centrali del trattato sul trattato nucleare, il Comprehensive Test Ban Treaty del 1996 (CTBT).

 

Quell'accordo poneva fine ai test sulle armi nucleari, rallentando lo sviluppo di nuove armi, in particolare la miniaturizzazione e le testate di minima portata. La prima consente di porre più testate su ciascun missile, le seconde aumentano la possibilità di usare armi nucleari senza avviare uno scontro nucleare su vasta scala.

 

I razzi sono difficili da progettare, ragion per cui non possono essere implementati senza un test preventivo. Gli americani hanno aggirato alcuni degli ostacoli creati dal CTBT usando simulazioni computerizzate come quelle della National Ignition Facility. La testata Mod 11 B-61, che sarà prossimamente dispiegata in Europa [principalmente in Italia, N.d.T.], era stata originariamente pensata per combattimenti urbani, ma i laboratori di Livermore, in California, e di Los Alamos e Sandia, in New Mexico, la hanno trasformata in un bunker buster, capace di attaccare i centri di controllo e comando nascosti nel sottosuolo.

 

Tuttavia, l'esercito e l'establishment nucleare - che vanno da aziende come Lockheed Martin e Honeywell International a centri di ricerca universitari - da tempo si sentivano ostacolati dal CTBT. A ciò si aggiunge l'ostilità dell'amministrazione Trump a tutto ciò che limita la potenza degli Stati Uniti, e il CTBT potrebbe essere il prossimo sulla lista.

 

Il ripristino dei test nucleari porrà fine ai controlli sulle armi di distruzione di massa. E poiché l'articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) prevede lo smantellamento di armi di distruzione di massa da parte delle potenze nucleari, anche questo accordo potrebbe fallire. In pochissimo tempo paesi come la Corea del Sud, il Giappone e l'Arabia Saudita si aggiungerebbero al club nucleare, seguite a ruota da Sud Africa e Brasile. Gli ultimi due paesi hanno studiato la produzione di armi nucleari negli anni '80, e il Sud Africa ne ha già testata una.

 

La fine dell'accordo INF spingerà il mondo più vicino alla guerra nucleare. Poiché i missili a medio raggio riducono il tempo di preavviso per un attacco nucleare da 30 minuti a 10 minuti o meno, i paesi si terranno pronti a rispondere al fuoco. "Se non si usano non servono" è la filosofia che spinge le tattiche della guerra nucleare.

 

Nell'ultimo anno, la Russia e la NATO hanno svolto esercitazioni militari molto estese ai rispettivi confini. I caccia russi, statunitensi e cinesi di solito giocano a braccio di ferro. Ma cosa succederebbe se uno di quei "giochi" andasse storto?

 

Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica sono arrivati ​​ai limiti di una guerra accidentale in almeno due occasioni e, con così tanti attori e così tante armi, sarà solo una questione di tempo prima che un paese interpreti un'immagine radar in modo errato e si posizioni in DEFCON 1 - imminente guerra nucleare.

 

Il Trattato INF è nato a causa della forte opposizione e delle grandi manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti. Questo tipo di pressioni, unite all'impegno dei paesi a non dispiegare tali armi, saranno nuovamente necessari per evitare che l’intero sistema di accordi che ha tenuto a bada l'orrore della guerra nucleare vada in pezzi.

09/08/18

Bloomberg - Trump non riuscirà a eliminare il surplus commerciale tedesco

Un articolo di Bloomberg aggiorna la descrizione dello scontro, solo apparentemente sospeso, tra Stati Uniti e Germania. Quest'ultima sta continuando ad accumulare surplus commerciali e surplus di bilancio da record, senza dare nessun ascolto alle lamentele. Lo squilibrio è destinato ad aggravarsi, da un lato con l'ottima ripresa economica degli Stati Uniti, dall'altro con le divergenti politiche monetarie della Fed vs BCE (la Fed aumenta i tassi, facendo rivalutare il dollaro, mentre la BCE continua con il programma di acquisto titoli che mantiene l'euro svalutato). Lo squilibrio del tasso di cambio viene finalmente e giustamente esplicitato come un nodo cruciale della disputa.

 

 

di Piotr Skolimowski e Catherine Bosley, 09 agosto 2018

 

Il surplus commerciale tedesco sembra destinato a restare elevato, per quanto Donald Trump faccia ogni sforzo per cercare di azzerarlo.

 

Il presidente americano ha accusato la sua “patria ancestrale” – suo nonno era un immigrato tedesco – di adottare pratiche commerciali sleali e ha minacciato la Germania di imporre dazi sulle importazioni di automobili. Se intende realizzare questa minaccia entro i quattro anni del suo mandato, il tempo sta per scadere.

 

Ad ogni modo i fondamentali economici che forniscono alle produzioni tedesche un vantaggio sull’export sembrano lì per restare, e in misura non secondaria questo è dovuto anche ai tagli alle tasse e al boom economico negli Stati Uniti, di cui Trump continua a vantarsi.

 

Se l’economia va bene, la gente compra automobili e altri prodotti esteri, e questo ovviamente aiuta le esportazioni tedesche”, ha detto Carsten Hesse, economista per Berenberg, a Londra.

 

Cosa significa un deficit  “gigantesco”?

 

In maggio Trump twittava che gli Stati Uniti avevano un “gigantesco deficit commerciale con la Germania”. Nel 2017 questo squilibrio era di 50 miliardi di euro, ovvero una parte cospicua del surplus globale dei paesi europei verso il resto del mondo, pari a 244 miliardi di euro.

 

In realtà la Germania non registra un deficit annuale con il resto del mondo dal 1951 (per gran parte di questo periodo, si intendeva la Germania Ovest), né un deficit mensile dal 1991. I dati di questa settimana mostrano che il surplus per quest’anno, fino a ora, è in linea con quello del 2017, e solo di poco inferiore a quello record del 2016.

 

In aumento

 

La Germania esporta più di quello che importa – da anni.

 



 

Acquistare tedesco

 

Nel secondo trimestre l’economia statunitense è cresciuta ad un tasso su base annua del 4,1%, superando di gran lunga la Germania, con un'espansione economica guidata dlla bassa disoccupazione e dai tagli fiscali di Trump.

 

Questo ha spinto verso l’alto la spesa per i consumi, e per i consumatori che vogliono spendere per automobili di lusso la Germania è un buon fornitore. I veicoli di case automobilistiche come Mercedes-Benz, BMW e Porsche hanno rappresentato il maggior valore di esportazione l’anno scorso. La BMW ha registrato un aumento del 2,8% delle unità vendute negli Stati Uniti nel corso della prima metà del 2018. La Germania è anche un importante fornitore di macchinari, prodotti chimici e apparecchi elettrici per gli Stati Uniti.

 

Un sacco di automobili

 

Nel 2017 le automobili hanno rappresentato la prima voce tra le categorie di export della Germania verso gli Stati Uniti.

 



 

Come è stato notato dal Fondo monetario internazionale in una dichiarazione di luglio, “nel breve termine il rimbalzo della domanda globale, parzialmente guidata dallo stimolo fiscale statunitense, sosterrà le esportazioni tedesche e l’elevato surplus commerciale della Germania”.

 

Una moneta debole

 

Il Ministero del Tesoro americano ha inserito la Germania – assieme alla Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e alla Svizzera – nella sua lista di monitoraggio dei paesi che hanno un elevato surplus commerciale, un elevato surplus di partite correnti, oppure che intervengono sul mercato valutario. Il consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro, aveva già accusato la Germania di beneficiare di un euro “ampiamente sottovalutato”.

 

La moneta unica si è svalutata di circa il 13% rispetto al dollaro nel corso degli ultimi cinque anni. Questo dato però riflette l’economia dei 19 paesi dell’eurozona. Il FMI stima che il tasso di cambio reale effettivo sia di circa il 10-20 percento più debole rispetto a quello che la Germania avrebbe con una propria moneta sovrana.

 

Non ci sono prospettive che questo vantaggio venga eroso nel breve termine, a causa del fatto che una economia statunitense più forte  implica una divergenza di politica monetaria tra Federal Reserve e Banca centrale europea, che andrebbe nella direzione di una rivalutazione del dollaro.

 

Le aspettative sono che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse per la terza volta in un anno, a seguito della riunione di settembre, con una ulteriore manovra anche a dicembre. La BCE non interromperà invece il suo programma di acquisto titoli prima della fine dell’anno, e si è impegnata a mantenere i tassi di interesse al livello minimo record almeno fino a tutta l’estate 2019.

 

Un ampio divario

 

I tassi di interesse USA sono destinati a rimanere più alti di quelli dell’eurozona.

 



 

Solo discorsi

 

Le minacce di Trump di imporre dazi all’Europa sono più retorica che realtà, per il momento. Lui e il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker hanno concordato, lo scorso mese, di evitare di imporre alcun dazio finché le trattative sono ancora in corso.

 

La scorsa settimana la BMW ha affermato di non voler calcolare alcun potenziale impatto dei dazi sulle proprie previsioni di bilancio fino a che la situazione non avrà avuto uno sviluppo più chiaro. La Siemens, il maggiore gruppo tecnologico europeo, ha avuto una lieve flessione negli ordinativi dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo trimestre, ma per ora non c’è stato nessun “terremoto”.

 

Juncker si è detto d’accordo a mantenere l’impegno dell’Europa di acquistare una maggiore quantità di gas naturale dagli Stati Uniti, ma ha anche detto che questo carburante è più costoso, per la Germania, rispetto alle forniture che vengono dalla Russia.

 

Gli altri surplus

 

La Germania sostiene da tempo di non poter imporre alle proprie aziende di ridurre le esportazioni o ai propri consumatori di aumentare le importazioni, come mezzo per ridurre il surplus commerciale. Questo però non vuol dire che non ci sia soluzione. Il FMI ha raccomandato al governo tedesco di usare “l’intero spazio di manovra fiscale” a disposizione per aumentare la produttività, aumentare l’offerta di posti di lavoro e incoraggiare gli investimenti, poiché questo avrebbe aiutato a riequilibrare l’economia.

 

Il governo sembra però concentrato più che altro sulla riduzione del debito. È preoccupato del finanziamento delle pensioni e dei servizi di cui la sua popolazione sempre più anziana avrà bisogno, e per quattro anni ha accumulato surplus del bilancio pubblico.

 

Costruirsi una riserva

 

La Germania accumula surplus di bilancio [pubblico] da quattro anni.

 



 

Molte delle scelte politiche da parte tedesca sono in qualche modo comprensibili, se si guarda la situazione interna”, ha detto Oliver Rakau, capo economista tedesco alla Oxford Economics di Francoforte. “A mio parere dovrebbero essere intraprese delle misure per ridurre il surplus delle partite correnti, anche semplicemente perché avrebbe senso spendere i soldi in più dell’avanzo di bilancio, o darli alla gente”.