Jacques Sapir commenta a caldo sul suo blog Russeurope i risultati del G-20 di Amburgo. Secondo l’economista francese Stati Uniti, Russia e Cina ne escono più forti, grazie anche alla nuova intesa tra Putin e Trump. Mentre il vero perdente è l’Unione europea, campione del libero scambio più integrale, sconfitta dalla dichiarazione finale del summit, che riconosce ai singoli Stati la possibilità di reagire con misure autonome a comportamenti illeciti in campo commerciale. Secondo Sapir “è innegabile che l'incontro di Amburgo ha ufficialmente messo agli atti l'esistenza di un mondo multipolare, un mondo su cui nessun Paese può rivendicare il diritto di dettare legge né esercitare il potere”. Alla diplomazia francese, conclude, non resta che smaltire la sbornia mondialista.
Di Jacques Sapir – 9 luglio 2017
L'incontro del G-20, che si è tenuto dal 7 al 9 luglio ad Amburgo, ha dimostrato l’ attuale esplosione delle relazioni internazionali. Ha inoltre evidenziato la posizione più forte sia di Paesi come gli Stati Uniti, sia della Cina e della Russia. E ha messo agli atti l'incapacità dei paesi dell'Unione Europea di fare avanzare la loro agenda di una cosiddetta "governance globale" basata sulla negazione della sovranità dei singoli Stati.
Una vittoria di Vladimir Putin?
In particolare, tre punti di questo incontro sono significativi.
Il primo è senza dubbio l'incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump. L'incontro, che in parte ha finito col mettere in ombra gli altri incontri bilaterali, ha posto le basi per la futura cooperazione tra Stati Uniti e Russia. Se gli Stati Uniti hanno ottenuto dai russi l’accordo su un cessate il fuoco nel Sud-ovest della Siria - tregua di cui si può pensare che lasci presagire una divisione a breve del paese [ 1] - hanno anche ufficialmente accettato che Assad resti al potere, e che mantenga il controllo su una grande parte della Siria "utile". Il che significa concedere a russi e iraniani, questi ultimi non presenti al G-20, quello che chiedevano. Se questa divisione viene condotta fino in fondo, infatti, non riguarderà soltanto le forze che sostengono Assad e l'opposizione cosiddetta "moderata", ma includerà anche le forze curde del nord del Paese: la contrarietà della Turchia su questo punto è evidente e ben nota. È probabile dunque che una delle conseguenze di questa tregua sarà un riavvicinamento tra la Turchia e la Russia sull'idea dell'unità della Siria, una soluzione molto meno svantaggiosa per Ankara. Il cessate il fuoco è una soluzione temporanea, che garantisce solo una protezione minimale delle milizie sostenute dagli Stati Uniti in Siria. Questo è il motivo per cui è stato accettato dalla Russia, che sarà ora in grado, con l'aiuto dell'Iran e il sostegno forzato e costretto dei partiti curdi, di far avanzare progressivamente la sua idea di unità della Siria. La tregua è dunque un successo tattico, ma una sconfitta strategica per gli Stati Uniti [per meglio comprendere la tesi di Sapir, si veda la nota di approfondimento al termine dell'articolo, ndVdE]
Mette in evidenza invece il ruolo pienamente recuperato da Vladimir Putin, che al G-20 è stato al centro dell'attenzione. Non solo non ci sono più tentativi di "isolare" la Russia, ma Putin può contare su dichiarazioni, sia da parte del segretario di Stato Roy Tillerson sia di Donald Trump, che fanno appello a un rapporto costruttivo con la Russia.
Un successo di Donald Trump gli ayatollah del libero scambio?
È molto probabile che nel "grande accordo", che ha avuto luogo tra il presidente russo e quello degli Stati Uniti, questo sia stato compreso in pieno. In cambio di questa grande concessione, Trump ha chiesto a Putin di tenere a bada la Corea del Nord, e ha ottenuto il suo sostegno sia sulla questione commerciale sia su quella del clima.
In effetti, bisogna leggere attentamente il comunicato conclusivo. Sulla questione del commercio, l'America ha vinto la partita [2] . Dopo una notte di trattative tra gli sherpa, il G20 ha sì condannato il "protezionismo", ma allo stesso tempo ha anche riconosciuto agli Stati il diritto di difendersi sul terreno commerciale, in caso qualcuno attui pratiche illecite. Questo è importante, e da collegare con la posizione russa. Per questo paese sono da condannare le misure che impediscono a uno Stato di avere accesso a determinati beni e prodotti, come le sanzioni, e non le misure volte ad aumentare il costo di questi beni e prodotti per proteggere l’industria nazionale. Da questo, diventano importanti i termini usati nel comunicato finale:
"Noi (...) continueremo a combattere il protezionismo, comprese tutte le pratiche commerciali sleali, e a riconoscere il ruolo degli strumenti legittimi di difesa su questo punto".
Nessuno vuole, e questo è ovvio, un ritorno all’autarchia. Ma un numero crescente di Paesi accetta l’idea che una protezione tariffaria possa essere necessaria. Riconoscendo agli Stati il diritto di applicare mezzi legittimi di difesa, senza legarli ad alcun accordo internazionale, come ad esempio l’organismo per la risoluzione dei conflitti dell’OMC, l'Unione europea, che in questo G-20 è stata il campione della difesa del libero scambio totale, ha subito una sconfitta in campo aperto. In un certo senso, se Emmanuel Macron è sincero nella sua volontà di promuovere una "Europa che protegge", potrebbe appoggiarsi a questa sconfitta degli ayatollah del libero scambio di Bruxelles.
La sconfitta degli accordi di Parigi
Sulla questione dell'ambiente, benché Emmanuel Macron abbia cercato di utilizzare il G-20 come un nuovo palcoscenico per celebrare l’accordo sui cambiamenti climatici di Parigi, è chiaro che ora è in una posizione molto debole.
I Paesi del G-20 hanno trovato un compromesso per evitare la rottura definitiva con Washington, ma anche con la Russia e con la Cina, dopo che questa ha annunciato la sua uscita dall’accordo di Parigi. Il comunicato finale "ha preso atto" dell'uscita degli Stati Uniti. Ma l’accordo è descritto come "irreversibile" per tentare di isolare gli Stati Uniti su questo punto. Tuttavia, ci si può domandare chi isola chi, quando si ricorda che il testo dell'accordo di Parigi non è realmente vincolante, ed è già stato messo in discussione da molti altri Paesi. Certo, la cancelliera tedesca può dichiarare alla stampa di essere felicissima del fatto che tutti gli altri capi di Stato e di governo si attengano all’accordo di Parigi. Ma il processo che porta al suo sostanziale svuotamento è già in atto. La dichiarazione finale, infatti, dice che il G20 "si adopererà per lavorare a stretto contatto con altri partner per facilitare il loro accesso e un uso più pulito ed efficiente dei combustibili fossili, e contribuire a distribuire le energie rinnovabili e altre fonti di energia pulita".
In effetti, con il G-20 è stato possibile cominciare a vedere la realtà che si cela dietro l’altisonante retorica sul "rischio climatico": quella di un tentativo di aprire alle grandi aziende nuovi campi di azione, per esempio la sostituzione del motore a carburante delle automobili con un motore elettrico, benché la realizzazione della batteria necessaria per questi veicoli produca emissioni di anidride carbonica quanto otto anni di utilizzo di un veicolo diesel, trascurando in misura sempre maggiore i problemi reali di inquinamento con cui si confrontano le persone, sia che si tratti dell'inquinamento atmosferico [3], o dell'inquinamento dell’acqua e degli alimenti prodotti dall'agricoltura industriale.
Una sconfitta del globalismo?
Il bilancio complessivo di questo G-20 è quella di una sconfitta dei sostenitori di una forma di "globalismo" e del riconoscimento della legittimità di azione delle nazioni sovrane. Questo risultato, come è normale, è stato coperto con molti strati di zucchero per addolcire la pillola. Ma è innegabile che l'incontro di Amburgo ha ufficialmente messo agli atti l'esistenza di un mondo multipolare, un mondo su cui nessun paese può rivendicare il diritto di dettare legge né esercitare il potere. E in un certo senso, questo è un gran bene. Ma ora è necessario che la diplomazia francese torni alla realtà e si riprenda dalla sua ubriacatura globalista. Si può scommettere che sarà un passaggio doloroso, e accompagnato da postumi di sbornia permanenti…
Note
[1] https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-07-08/putin-s-endgame-in-syria-gains-traction-after-deal-with-trump
[2] http://www.lepoint.fr/monde/le-journal-de-trump/sommet-du-g20-trump-bataille-avec-ses-homologues-08-07-2017-2141610_3241.php
[3] Vedi N. Meilhan, "Sulfates or no sulfates" in http://leseconoclastes.fr/2017/07/sulfates-or-no-sulfates-that-is-the-question/
[Nota di approfondimento di Saint Simon,VdE - Per rendere più comprensibile la complicata situazione siriana, una piccola disamina degli schieramenti in campo.
Gli Stati Uniti vorrebbero mantenere il controllo del Sud-Ovest siriano, al confine con Giordania e Israele, per poter organizzare successivamente una eventuale nuova avanzata in Siria col supporto degli alleati sauditi e israeliani, e controllare le vie di approvvigionamento dall'Iraq. Tuttavia, poiché sul campo le fazioni sostenute dagli USA sono prossime alla sconfitta militare, l'unico modo per ottenere ciò è sedersi al tavolo coi vincitori, Siria e Russia, e trovare un accordo per dividere la Siria, in cambio del riconoscimento del controllo diretto di Assad su gran parte di essa. Se la Siria venisse divisa, tuttavia, i curdi dell'YPG, alleati degli USA, che hanno combattuto contro Assad e l'ISIS nel nord della Siria, spingerebbero per ritagliarsi il proprio stato indipendente. Questo sarebbe inaccettabile per la Turchia di Erdogan, il cui peggior incubo strategico è proprio la formazione di uno stato curdo indipendente alle sue frontiere, che rinfocolerebbe il secessionismo curdo nelle regioni orientali della Turchia. Di conseguenza Erdogan, pur essendo stato uno dei nemici irriducibili di Assad, troverebbe preferibile riavvicinarsi alla Russia e sostenere l'idea dell'unità della Siria. Messi di fronte a questo scenario, per non perdere il sostegno della Turchia nella regione, gli USA si troveranno costretti ad abbandonare l'idea di dividere la Siria, costringendo i curdi ad accettarne l'unità. Così, per gli USA, la vittoria tattica - il cessate il fuoco che consentirebbe di tenere militarmente le regioni che si vogliono staccare dalla Siria - si trasformerà appunto in una sconfitta strategica - l'accettazione forzata dell'unità della Siria e la rinuncia ad altre azioni militari.]
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31/03/17
Il mito della crescita attraverso il libero scambio
Il sito di analisi politica ed economica Makroskop, curato da Heiner Flassbeck e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povertà e disastri. Giungendo alla conclusione che un'analisi senza pregiudizi della storia economica degli ultimi due secoli permette di affermare l'opposto: il libero mercato non porta affatto vantaggi a tutti e un certo protezionismo può giovare allo sviluppo economico di un paese, come risulta in particolare se si esamina il periodo precedente alla Prima guerra mondiale, proprio quello solitamente usato come prova a sostegno delle tesi neoliberiste.
Ringraziamo per la segnalazione Beppe Vandai.
di Patrick Kaczmarczyk, 24 febbraio 2017
Traduzione di Michele Paratico
Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella è un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un’occhiata più attenta alla storia.
Da quando Donald Trump è diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all’unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe già apportato all’umanità.
A questo proposito sempre più spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell’IFO - Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto per la ricerca economica) di Monaco - sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo già prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 – 1918) (vedi qui). Il messaggio è chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.
Quando vengono effettuati confronti tanto arditi, vale la pena dare un’occhiata più approfondita alla storia, nel nostro caso allo sviluppo dell’economia mondiale nel 19° secolo. In questo modo due aspetti diventano particolarmente chiari: da una parte, alla tesi che il libero scambio porti a una maggiore crescita e il protezionismo alla catastrofe manca qualsiasi fondamento storico; dall’altra, la politica economica che fece emergere le nazioni industrializzate mostra con quale doppiezza si predica, nel mondo occidentale, la storia dei liberi mercati.

Commercio europeo nel periodo 1870 – 1913 (incluso il commercio intra-europeo)
Sebbene al commercio sia stato attribuito un sempre maggiore impatto sulla attesa crescente prosperità, è interessante però vedere che i flussi commerciali nel 1913 non si differenziano in maniera così marcata da quelli del 18° secolo. I paesi industrializzati occidentali (specialmente l’Europa occidentale e, alla fine del secolo, anche gli USA e il Giappone) esportavano soprattutto beni industriali, mentre il resto del mondo forniva prodotti agricoli per i lavoratori e materie prime per la produzione nei paesi industrializzati.
Le conseguenze di questi flussi commerciali furono pesanti. In primo luogo la dipendenza dalla esportazione di materie prime e la crescente importazione di prodotti industriali (specialmente tessili e abbigliamento) impedì nel Sud una propria industrializzazione. Per questo la distruzione dell’industria tessile indiana viene vista negli studi come il primo esempio di deindustrializzazione, ma anche in altre regioni, tra cui la Cina, l’America Latina e il Medio Oriente, si verificò un declino di importanti settori industriali. Complessivamente la quota di produzione mondiale di prodotti industriali dovuta ai paesi in via di sviluppo tra il 1860 e il 1913 scese da un terzo a un decimo.

Distribuzione percentuale nel mondo della produzione industriale
Una ulteriore conseguenza di questo sviluppo fu che la differenza di reddito tra il Nord industrializzato e il Sud esportatore di materie prime aumentò significativamente in questo periodo ( vedi figura in basso) – un processo che lo storico Kenneth Pommeranz ha definito “Great Divergence” (La grande divergenza) e che contribuì decisamente a porre le basi della situazione attuale di molti paesi poveri del Sud del mondo. Se il periodo precedente alla prima guerra mondiale viene visto come una prova che il libero scambio porta vantaggi a tutti i partecipanti, ci si può porre la domanda, allora come adesso, di chi si intenda con questi “tutti”.

PIL pro capite in alcuni paesi nel periodo 1820-1938
Fonte: Maddison (2001), WTO World Trade Report 2013 (p. 49)
Protezionismo nel bel mezzo del periodo d’oro del liberismo
La spinta liberalizzazione del commercio subì una importante battuta d’arresto dopo due decenni di accordi bilaterali, tanto che in Europa si delineò un crescente protezionismo. La problematica del libero commercio, dal quale in teoria alla fine tutti dovrebbero trarre vantaggi, si delineò già nel 19° secolo, quando la società si divise tra vincitori e sconfitti della globalizzazione. I primi furono principalmente i lavoratori delle città, in quanto i prezzi dei prodotti alimentari, grazie alla riduzione dei costi di trasporto, diminuirono significativamente. Così, in un periodo in cui la maggior parte del reddito doveva essere speso per i bisogni alimentari necessari per vivere, i redditi reali poterono salire del 43% (in Gran Bretagna) tra il 1870 e il 1913.
I perdenti invece furono principalmente i contadini che vivevano nelle campagne, poiché i prezzi dei prodotti agricoli calarono, a causa delle importazioni a prezzi bassi, e i loro redditi si ridussero significativamente. Sovvenzioni statali insufficienti e la politica deflazionistica dovuta al Gold Standard peggiorarono la situazione dei contadini. Come risposta alla crescente guerra dei prezzi e alla incombente depressione del 1870, i proprietari terrieri insieme a nuovi imprenditori emergenti dell’industria riuscirono a far accettare in vaste aree dell’Europa un più forte protezionismo, che è rimasto in vigore fino all’inizio della Prima guerra mondiale. L’impero austro-ungarico innalzò le tariffe doganali nel 1876, l’Italia seguì nel 1878 e la Germania si unì al trend nel 1879.
Anche dall’altra parte dell’Atlantico il forte sviluppo economico degli USA ebbe poco a che fare con il libero commercio. Dopo la vittoria degli stati del Nord nella guerra civile americana nel 1865, il governo cominciò a promuovere la propria economia attraverso interventi statali, con il suo programma di industrializzazione volto alla sostituzione delle importazioni (ISI, Import Substitution Industrialization). Negli anni dal 1866 al 1883 gli USA si trincerarono dietro a dazi doganali mediamente del 45% per l’importazione di prodotti industriali (i dazi inferiori furono del 25%, i superiori del 60%) e ottennero nonostante – o grazie a? – questa politica economica una crescita notevole e progressi tecnologici.
In questo contesto è ancora più incredibile che si associ il capitalismo anglosassone di oggi esattamente al contrario di ciò che ha posato la pietra angolare della prosperità degli USA.
Mentre tutti gli stati ricchi dal 1870 cominciarono a mettere così validamente in campo misure protezionistiche, fu imposta ai paesi in via di sviluppo, principalmente attraverso l’influsso coloniale, una radicale liberalizzazione dei mercati. Lo storico Paul Bairoch descrive in modo particolarmente efficace la situazione nell’anno 1913 con queste parole:
“Quando la politica commerciale fino al 1913 nel mondo industrializzato viene descritta come un’isola di liberismo, circondata da un mare di protezionismo, allora si dovrebbe caratterizzare al meglio il mondo industrializzato come oceano del liberismo con isole di protezionismo” (traduzione libera)
Questa situazione non risulta di certo sconosciuta oggi ad alcuni paesi in via di sviluppo, dove negli ultimi decenni al posto delle potenze coloniali sono stati i fondamentalisti del libero mercato del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale ad imporre ai governi una politica economica neoliberista.
Tra gli studiosi c’è una dibattuta discussione su fino a che punto l’imperialismo del 19° e 20° secolo possa essere visto come inevitabile conseguenza dell’ordine mondiale capitalista. Alcuni, tra cui in particolare l’economista britannico John Atkinson Hobson, hanno sostenuto la tesi che l’espansione coloniale fosse l’inevitabile conseguenza della ricerca di nuovi mercati e luoghi di produzione più economici. Si contrappone a questa tesi l’opinione che motivi economici da soli non possano costituire una spiegazione sufficiente, visto che spesso solo una minima parte degli investimenti andò nelle colonie.
Nel caso dell’impero britannico le colonie britanniche nel loro insieme (escluse Australia, Canada e Nuova Zelanda) ottennero il 16,9% di tutti i crediti e investimenti, mentre gli USA da soli ottennero una quota del 20,5%. Alle colonie tedesche (2,6%) e francesi (8,9%) similmente fu destinata solo una insignificante quota degli investimenti e crediti esteri dalle loro rispettive potenze di occupazione e amministrazione.
Oltre a questo, il prestigio politico di uno stato che si fosse affermato come potenza coloniale ebbe senza dubbio una certa rilevanza.
Contraddizioni neoliberiste dai tempi della prima era della globalizzazione
In considerazione dei contesti visti finora, la tesi che la liberalizzazione del commercio obbligatoriamente porti a un commercio maggiore e maggiori crescita e prosperità pone due domande decisive.
In primo luogo, come è possibile che eminenti economisti si riferiscano al periodo antecedente alla Prima guerra mondiale per mostrare che il “libero scambio” è un elemento essenziale per la crescita economica?
In secondo luogo, su quale fondamento si poggia l’opinione che il protezionismo emergente negli anni settanta del 19° secolo sfociò nella catastrofe del 1914?
In particolar modo i neoliberisti dovrebbero essere di fronte a un mistero per quanto riguarda la crescita nella fase finale del 19° secolo. Da una parte abbiamo visto che “l’Epoca d’oro del liberismo” ebbe una componente protezionistica molto forte e che una grossa parte del commercio mondiale ebbe luogo solamente tra i paesi ricchi. Dall’altra abbiamo visto la forte divergenza di reddito tra il Nord e il Sud, benché il libero scambio avrebbe dovuto condurre invece a una convergenza.
In aggiunta, dovrebbe essere posta un'altra domanda, su come gli USA – dove invece furono imposti alti dazi doganali a protezione dell’industria nazionale – poterono svilupparsi così positivamente. Questo sviluppo non sarebbe per niente sorprendente, se lo si comparasse con la politica economica che ha portato la Cina e le “Tigri asiatiche” ad ottenere una forte crescita verso la fine del 20° secolo, sebbene la loro politica economica fosse diametralmente opposta al dogma neoliberista del libero scambio.
Ancora più chiara diventa la problematicità di una relazione di causalità nel fatto che il libero scambio porterebbe a più commercio e con ciò a maggiore crescita, osservando i dati di crescita in relazione alle rispettive politiche economiche predominanti (vedi figura in basso). Sorprendentemente, con un crescente protezionismo aumentarono sia la crescita economica sia l’export.
Troviamo lo stesso modello se confrontiamo il periodo durante il sistema di Bretton Woods (1950 – 1970 nella tabella) con la fase immediatamente seguente della liberalizzazione (1970 – 1990), fase in cui la crescita sia nei paesi industrializzati sia nei paesi in via di sviluppo raggiunge solo la metà rispetto al periodo precedente. Spesso come motivazione viene riportato il bisogno di recuperare che i paesi industrializzati ebbero dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia di fronte alla condizione in cui si trovano oggi molti paesi in via di sviluppo e di fronte al bisogno enorme di recupero che la maggior parte dei paesi industrializzati ha nella formazione, nell’ecologia e nelle infrastrutture, a mio avviso l’argomento è insufficiente.
In ogni caso è chiaro che l’idea, che la liberalizzazione del commercio porti con sé necessariamente una crescita maggiore, non si lascia generalizzare. Questo concetto, specialmente in relazione al periodo precedente alla Prima guerra mondiale, rimane un’idea assurda della scuola neoliberista.

Tendenze della crescita economica 1830 – 1990
Molto più convincente sembra essere la tesi che il rapporto di causa-effetto vada nella direzione opposta: una maggiore crescita economica conduce a maggior commercio internazionale. Bairoch e Kozul-Wright corroborano questa linea di pensiero con gli sviluppi della seconda metà del 19° secolo. Nel periodo dal 1860 al 1879, quando il commercio era fortemente liberalizzato, sia la crescita della produzione sia l’export furono molto deboli. Invece durante la fase protezionistica immediatamente successiva il tasso di crescita della produzione aumentò di più del 100% e l’export aumentò del 35%.
Un’osservazione più ravvicinata dei singoli paesi chiarisce meglio questo concetto (vedi figura in basso). Con l’eccezione dell’Italia, ogni paese in seguito alla propria politica protezionistica vide una rapida crescita del reddito nazionale lordo. Anche il commercio, nella maggior parte dei casi, crebbe nel lungo periodo (20 anni), dopo un calo iniziale delle esportazioni nei primi dieci anni.

Quadro delle riforme della politica commerciale, export e crescita in alcuni paesi europei (*)
(*) tassi di crescita annuale basati sui valori medi di tre anni, media dei tre anni precedenti, incluso l’anno in cui è entrata in vigore la nuova politica commerciale.
Una distorsione dei fatti
L’argomento che il protezionismo prima del 1914 contribuì allo scoppio della Prima guerra mondiale non ha nessuna prova fondata. Da una parte le nazioni industrializzate già nel 1870 iniziarono ad adottare misure protezionistiche, dall’altra aumentarono, nel periodo seguente, sia la crescita economica che le esportazioni.
Al contrario, questa epoca chiarisce ciò che le ideologie neoliberiste non vogliono ammettere: che il “libero scambio” nel suo insieme ha arricchito solo pochi e che la crescita economica è possibile anche senza un radicale fondamentalismo del libero mercato. In effetti, considerando la storia, la difesa del libero scambio si mostra come un atto ipocrita. Coloro che oggi sostengono a gran voce il capitalismo anglosassone, gli USA e la Gran Bretagna, hanno essi stessi difeso all’inizio della loro industrializzazione le loro imprese e industrie attraverso alte tariffe doganali. Un simile attacco di amnesia storica lo ha avuto ultimamente anche il capo dello stato e del partito cinese Xi Jinping, che a Davos si è pronunciato fortemente contro il protezionismo (vedi: qui).
L’economista di Cambridge Ha-Joon Chang bolla giustamente questi modi di argomentare come “astorici”, poiché l’analisi del passato è stata rimossa grazie all’uso della matematica e a ipotesi assurde. Il fatto che “la maggior parte dei paesi benestanti, che attraverso una combinazione di protezionismo, sovvenzioni e altre misure di politica economica [sono diventati ricchi], […] sconsiglino ai paesi in via di sviluppo [esattamente queste misure]” viene descritto da Ha-Joon Chang come lo scalciare via la scala dopo essere saliti sull'albero.
Non si dimentichi che sono le attuali tariffe doganali e le sovvenzioni nel ricco Nord che rendono ancora più difficile per i paesi in via di sviluppo la commercializzazione dei loro prodotti.
Nell’insieme ci rimane da evidenziare che un certo protezionismo può essere molto utile per lo sviluppo economico di un paese, se applicato nel quadro di una intelligente strategia di politica commerciale, che corrisponda ogni volta al proprio stadio di sviluppo. E in effetti non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per i principali paesi industrializzati possono esserci vantaggi derivanti da misure protezionistiche. Soprattutto quando si tratta di difendersi da vantaggi commerciali sleali di altri paesi.
Così, lentamente, si fa largo l’idea che il nocciolo del problema sia qui. In Germania non si vuole ancora ammettere che l’enorme avanzo della bilancia commerciale è stato ottenuto con metodi sleali e a carico dei paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Perciò in Germania è ancora più facile che altrove condannare il protezionismo. Tuttavia, come abbiamo visto, il periodo antecedente il 1914 supporta con molta difficoltà le tesi di alcuni economisti e mass media tedeschi.
Non sarebbe più sensato che i noti opinion makers studiassero più attentamente le conseguenze del mercantilismo? È così difficile riconoscere quale logica seguono la politica economica e la politica commerciale tedesche?
"The ordinary means […] to encrease our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must ever observe this rule; to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value."
“I mezzi normali […] per la crescita della nostra prosperità e del nostro patrimonio sono il commercio con l’estero, dove dobbiamo sempre osservare queste regole: ogni anno dobbiamo vendere agli stranieri più della merce estera che consumiamo.”
Questa frase non è della Merkel o di Schäuble, come si può cogliere immediatamente dal modo di esprimersi.antiquato. Tanto meno è un estratto del programma della Troika, che ha propugnato questa politica nelle sue “riforme” per aumentare la “competitività” dell’Europa. Questa “strategia” di politica economica venne fissata da Thomas Mun, uno degli ex-direttori della Compagnia delle Indie Orientali, nella sua opera “Il patrimonio dell’Inghilterra attraverso il commercio estero”, nel 1664.
Da questo si può riconoscere quanto poco progredito sia l’atteggiamento mentale di alcuni politici, mass media e studiosi di oggi.
Bibliografia
Bairoch, P. (1982) ‘International industrialisation levels from 1750 to 1980’, The Journal of European History, 2, pp. 269-333
Bairoch, P. (1993) Economics and World History – Myths and Paradoxes. Harvester. London
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Chang, H.-J. (2002) Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective. Anthem Press.
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Edwards, S. (1993) ’Openness, Trade Liberalization, and Growth in Developing Countries’, Journal of Economic Literature, 31(3), pp. 1358-1393
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Maddison, A. (2001) The World Economy – A Millennial Perspective. Development Centre Studies. OECD
O’Rourke, K. and J. Williamson (1994) Late 19th Century Anglo-American Factor Price Convergence: Were Heckscher and Ohlin Right? Journal of Economic History, 54(4), pp. 892-916
Pomeranz, K. (2000) The Great Divergence: China, Europe, and the Making of the Modern World Economy. Princeton University Press.
Ravenhill, J. (2016) The Global Political Economy. Oxford University Press.
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Smith, A. (1776 / 1981) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations. Oxford University Press.
Trommer, S. and Capling, A. (2016) The Evolution of the Global Trade Regime. In: Global Political Economy. Ravenhill, J. (ed). Oxford University Press. Oxford
WTO (2013) World Trade Report – Factors Shaping the Future of World Trade.
Ringraziamo per la segnalazione Beppe Vandai.
di Patrick Kaczmarczyk, 24 febbraio 2017
Traduzione di Michele Paratico
Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella è un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un’occhiata più attenta alla storia.
Da quando Donald Trump è diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all’unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe già apportato all’umanità.
A questo proposito sempre più spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell’IFO - Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto per la ricerca economica) di Monaco - sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo già prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 – 1918) (vedi qui). Il messaggio è chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.
Quando vengono effettuati confronti tanto arditi, vale la pena dare un’occhiata più approfondita alla storia, nel nostro caso allo sviluppo dell’economia mondiale nel 19° secolo. In questo modo due aspetti diventano particolarmente chiari: da una parte, alla tesi che il libero scambio porti a una maggiore crescita e il protezionismo alla catastrofe manca qualsiasi fondamento storico; dall’altra, la politica economica che fece emergere le nazioni industrializzate mostra con quale doppiezza si predica, nel mondo occidentale, la storia dei liberi mercati.
Commercio europeo nel periodo 1870 – 1913 (incluso il commercio intra-europeo)
- Wachstum = crescita
- Gewichteter Durchschnitt = media ponderata
- Rest der Welt = resto del mondo
Sebbene al commercio sia stato attribuito un sempre maggiore impatto sulla attesa crescente prosperità, è interessante però vedere che i flussi commerciali nel 1913 non si differenziano in maniera così marcata da quelli del 18° secolo. I paesi industrializzati occidentali (specialmente l’Europa occidentale e, alla fine del secolo, anche gli USA e il Giappone) esportavano soprattutto beni industriali, mentre il resto del mondo forniva prodotti agricoli per i lavoratori e materie prime per la produzione nei paesi industrializzati.
Le conseguenze di questi flussi commerciali furono pesanti. In primo luogo la dipendenza dalla esportazione di materie prime e la crescente importazione di prodotti industriali (specialmente tessili e abbigliamento) impedì nel Sud una propria industrializzazione. Per questo la distruzione dell’industria tessile indiana viene vista negli studi come il primo esempio di deindustrializzazione, ma anche in altre regioni, tra cui la Cina, l’America Latina e il Medio Oriente, si verificò un declino di importanti settori industriali. Complessivamente la quota di produzione mondiale di prodotti industriali dovuta ai paesi in via di sviluppo tra il 1860 e il 1913 scese da un terzo a un decimo.
Distribuzione percentuale nel mondo della produzione industriale
Una ulteriore conseguenza di questo sviluppo fu che la differenza di reddito tra il Nord industrializzato e il Sud esportatore di materie prime aumentò significativamente in questo periodo ( vedi figura in basso) – un processo che lo storico Kenneth Pommeranz ha definito “Great Divergence” (La grande divergenza) e che contribuì decisamente a porre le basi della situazione attuale di molti paesi poveri del Sud del mondo. Se il periodo precedente alla prima guerra mondiale viene visto come una prova che il libero scambio porta vantaggi a tutti i partecipanti, ci si può porre la domanda, allora come adesso, di chi si intenda con questi “tutti”.
PIL pro capite in alcuni paesi nel periodo 1820-1938
Fonte: Maddison (2001), WTO World Trade Report 2013 (p. 49)
Protezionismo nel bel mezzo del periodo d’oro del liberismo
La spinta liberalizzazione del commercio subì una importante battuta d’arresto dopo due decenni di accordi bilaterali, tanto che in Europa si delineò un crescente protezionismo. La problematica del libero commercio, dal quale in teoria alla fine tutti dovrebbero trarre vantaggi, si delineò già nel 19° secolo, quando la società si divise tra vincitori e sconfitti della globalizzazione. I primi furono principalmente i lavoratori delle città, in quanto i prezzi dei prodotti alimentari, grazie alla riduzione dei costi di trasporto, diminuirono significativamente. Così, in un periodo in cui la maggior parte del reddito doveva essere speso per i bisogni alimentari necessari per vivere, i redditi reali poterono salire del 43% (in Gran Bretagna) tra il 1870 e il 1913.
I perdenti invece furono principalmente i contadini che vivevano nelle campagne, poiché i prezzi dei prodotti agricoli calarono, a causa delle importazioni a prezzi bassi, e i loro redditi si ridussero significativamente. Sovvenzioni statali insufficienti e la politica deflazionistica dovuta al Gold Standard peggiorarono la situazione dei contadini. Come risposta alla crescente guerra dei prezzi e alla incombente depressione del 1870, i proprietari terrieri insieme a nuovi imprenditori emergenti dell’industria riuscirono a far accettare in vaste aree dell’Europa un più forte protezionismo, che è rimasto in vigore fino all’inizio della Prima guerra mondiale. L’impero austro-ungarico innalzò le tariffe doganali nel 1876, l’Italia seguì nel 1878 e la Germania si unì al trend nel 1879.
Anche dall’altra parte dell’Atlantico il forte sviluppo economico degli USA ebbe poco a che fare con il libero commercio. Dopo la vittoria degli stati del Nord nella guerra civile americana nel 1865, il governo cominciò a promuovere la propria economia attraverso interventi statali, con il suo programma di industrializzazione volto alla sostituzione delle importazioni (ISI, Import Substitution Industrialization). Negli anni dal 1866 al 1883 gli USA si trincerarono dietro a dazi doganali mediamente del 45% per l’importazione di prodotti industriali (i dazi inferiori furono del 25%, i superiori del 60%) e ottennero nonostante – o grazie a? – questa politica economica una crescita notevole e progressi tecnologici.
In questo contesto è ancora più incredibile che si associ il capitalismo anglosassone di oggi esattamente al contrario di ciò che ha posato la pietra angolare della prosperità degli USA.
Mentre tutti gli stati ricchi dal 1870 cominciarono a mettere così validamente in campo misure protezionistiche, fu imposta ai paesi in via di sviluppo, principalmente attraverso l’influsso coloniale, una radicale liberalizzazione dei mercati. Lo storico Paul Bairoch descrive in modo particolarmente efficace la situazione nell’anno 1913 con queste parole:
“Quando la politica commerciale fino al 1913 nel mondo industrializzato viene descritta come un’isola di liberismo, circondata da un mare di protezionismo, allora si dovrebbe caratterizzare al meglio il mondo industrializzato come oceano del liberismo con isole di protezionismo” (traduzione libera)
Questa situazione non risulta di certo sconosciuta oggi ad alcuni paesi in via di sviluppo, dove negli ultimi decenni al posto delle potenze coloniali sono stati i fondamentalisti del libero mercato del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale ad imporre ai governi una politica economica neoliberista.
Tra gli studiosi c’è una dibattuta discussione su fino a che punto l’imperialismo del 19° e 20° secolo possa essere visto come inevitabile conseguenza dell’ordine mondiale capitalista. Alcuni, tra cui in particolare l’economista britannico John Atkinson Hobson, hanno sostenuto la tesi che l’espansione coloniale fosse l’inevitabile conseguenza della ricerca di nuovi mercati e luoghi di produzione più economici. Si contrappone a questa tesi l’opinione che motivi economici da soli non possano costituire una spiegazione sufficiente, visto che spesso solo una minima parte degli investimenti andò nelle colonie.
Nel caso dell’impero britannico le colonie britanniche nel loro insieme (escluse Australia, Canada e Nuova Zelanda) ottennero il 16,9% di tutti i crediti e investimenti, mentre gli USA da soli ottennero una quota del 20,5%. Alle colonie tedesche (2,6%) e francesi (8,9%) similmente fu destinata solo una insignificante quota degli investimenti e crediti esteri dalle loro rispettive potenze di occupazione e amministrazione.
Oltre a questo, il prestigio politico di uno stato che si fosse affermato come potenza coloniale ebbe senza dubbio una certa rilevanza.
Contraddizioni neoliberiste dai tempi della prima era della globalizzazione
In considerazione dei contesti visti finora, la tesi che la liberalizzazione del commercio obbligatoriamente porti a un commercio maggiore e maggiori crescita e prosperità pone due domande decisive.
In primo luogo, come è possibile che eminenti economisti si riferiscano al periodo antecedente alla Prima guerra mondiale per mostrare che il “libero scambio” è un elemento essenziale per la crescita economica?
In secondo luogo, su quale fondamento si poggia l’opinione che il protezionismo emergente negli anni settanta del 19° secolo sfociò nella catastrofe del 1914?
In particolar modo i neoliberisti dovrebbero essere di fronte a un mistero per quanto riguarda la crescita nella fase finale del 19° secolo. Da una parte abbiamo visto che “l’Epoca d’oro del liberismo” ebbe una componente protezionistica molto forte e che una grossa parte del commercio mondiale ebbe luogo solamente tra i paesi ricchi. Dall’altra abbiamo visto la forte divergenza di reddito tra il Nord e il Sud, benché il libero scambio avrebbe dovuto condurre invece a una convergenza.
In aggiunta, dovrebbe essere posta un'altra domanda, su come gli USA – dove invece furono imposti alti dazi doganali a protezione dell’industria nazionale – poterono svilupparsi così positivamente. Questo sviluppo non sarebbe per niente sorprendente, se lo si comparasse con la politica economica che ha portato la Cina e le “Tigri asiatiche” ad ottenere una forte crescita verso la fine del 20° secolo, sebbene la loro politica economica fosse diametralmente opposta al dogma neoliberista del libero scambio.
Ancora più chiara diventa la problematicità di una relazione di causalità nel fatto che il libero scambio porterebbe a più commercio e con ciò a maggiore crescita, osservando i dati di crescita in relazione alle rispettive politiche economiche predominanti (vedi figura in basso). Sorprendentemente, con un crescente protezionismo aumentarono sia la crescita economica sia l’export.
Troviamo lo stesso modello se confrontiamo il periodo durante il sistema di Bretton Woods (1950 – 1970 nella tabella) con la fase immediatamente seguente della liberalizzazione (1970 – 1990), fase in cui la crescita sia nei paesi industrializzati sia nei paesi in via di sviluppo raggiunge solo la metà rispetto al periodo precedente. Spesso come motivazione viene riportato il bisogno di recuperare che i paesi industrializzati ebbero dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia di fronte alla condizione in cui si trovano oggi molti paesi in via di sviluppo e di fronte al bisogno enorme di recupero che la maggior parte dei paesi industrializzati ha nella formazione, nell’ecologia e nelle infrastrutture, a mio avviso l’argomento è insufficiente.
In ogni caso è chiaro che l’idea, che la liberalizzazione del commercio porti con sé necessariamente una crescita maggiore, non si lascia generalizzare. Questo concetto, specialmente in relazione al periodo precedente alla Prima guerra mondiale, rimane un’idea assurda della scuola neoliberista.
Tendenze della crescita economica 1830 – 1990
- Industriestaaten = paesi industrializzati
- Entwicklungsländer = paesi in via di sviluppo
- Welt insgesamt = totale mondiale
Molto più convincente sembra essere la tesi che il rapporto di causa-effetto vada nella direzione opposta: una maggiore crescita economica conduce a maggior commercio internazionale. Bairoch e Kozul-Wright corroborano questa linea di pensiero con gli sviluppi della seconda metà del 19° secolo. Nel periodo dal 1860 al 1879, quando il commercio era fortemente liberalizzato, sia la crescita della produzione sia l’export furono molto deboli. Invece durante la fase protezionistica immediatamente successiva il tasso di crescita della produzione aumentò di più del 100% e l’export aumentò del 35%.
Un’osservazione più ravvicinata dei singoli paesi chiarisce meglio questo concetto (vedi figura in basso). Con l’eccezione dell’Italia, ogni paese in seguito alla propria politica protezionistica vide una rapida crescita del reddito nazionale lordo. Anche il commercio, nella maggior parte dei casi, crebbe nel lungo periodo (20 anni), dopo un calo iniziale delle esportazioni nei primi dieci anni.
Quadro delle riforme della politica commerciale, export e crescita in alcuni paesi europei (*)
(*) tassi di crescita annuale basati sui valori medi di tre anni, media dei tre anni precedenti, incluso l’anno in cui è entrata in vigore la nuova politica commerciale.
- Datum des Politikwechsels = data del cambio di politica (commerciale, ndt).
- 10-Jahres-Zeitraum vor Einführung der protektionistischen Maßnahme = periodo decennale antecedente l’introduzione delle misure protezionistiche.
- Zeiträume nach Einführung der protektionistischen Maßnahme = periodi dopo l’introduzione delle misure protezionistiche.
- Erste 10 Jahre = primi dieci anni
- Folgende 10 Jahre = dieci anni successivi
- BSP (Bruttosozialprodukt) = prodotto nazionale lordo
Una distorsione dei fatti
L’argomento che il protezionismo prima del 1914 contribuì allo scoppio della Prima guerra mondiale non ha nessuna prova fondata. Da una parte le nazioni industrializzate già nel 1870 iniziarono ad adottare misure protezionistiche, dall’altra aumentarono, nel periodo seguente, sia la crescita economica che le esportazioni.
Al contrario, questa epoca chiarisce ciò che le ideologie neoliberiste non vogliono ammettere: che il “libero scambio” nel suo insieme ha arricchito solo pochi e che la crescita economica è possibile anche senza un radicale fondamentalismo del libero mercato. In effetti, considerando la storia, la difesa del libero scambio si mostra come un atto ipocrita. Coloro che oggi sostengono a gran voce il capitalismo anglosassone, gli USA e la Gran Bretagna, hanno essi stessi difeso all’inizio della loro industrializzazione le loro imprese e industrie attraverso alte tariffe doganali. Un simile attacco di amnesia storica lo ha avuto ultimamente anche il capo dello stato e del partito cinese Xi Jinping, che a Davos si è pronunciato fortemente contro il protezionismo (vedi: qui).
L’economista di Cambridge Ha-Joon Chang bolla giustamente questi modi di argomentare come “astorici”, poiché l’analisi del passato è stata rimossa grazie all’uso della matematica e a ipotesi assurde. Il fatto che “la maggior parte dei paesi benestanti, che attraverso una combinazione di protezionismo, sovvenzioni e altre misure di politica economica [sono diventati ricchi], […] sconsiglino ai paesi in via di sviluppo [esattamente queste misure]” viene descritto da Ha-Joon Chang come lo scalciare via la scala dopo essere saliti sull'albero.
Non si dimentichi che sono le attuali tariffe doganali e le sovvenzioni nel ricco Nord che rendono ancora più difficile per i paesi in via di sviluppo la commercializzazione dei loro prodotti.
Nell’insieme ci rimane da evidenziare che un certo protezionismo può essere molto utile per lo sviluppo economico di un paese, se applicato nel quadro di una intelligente strategia di politica commerciale, che corrisponda ogni volta al proprio stadio di sviluppo. E in effetti non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per i principali paesi industrializzati possono esserci vantaggi derivanti da misure protezionistiche. Soprattutto quando si tratta di difendersi da vantaggi commerciali sleali di altri paesi.
Così, lentamente, si fa largo l’idea che il nocciolo del problema sia qui. In Germania non si vuole ancora ammettere che l’enorme avanzo della bilancia commerciale è stato ottenuto con metodi sleali e a carico dei paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Perciò in Germania è ancora più facile che altrove condannare il protezionismo. Tuttavia, come abbiamo visto, il periodo antecedente il 1914 supporta con molta difficoltà le tesi di alcuni economisti e mass media tedeschi.
Non sarebbe più sensato che i noti opinion makers studiassero più attentamente le conseguenze del mercantilismo? È così difficile riconoscere quale logica seguono la politica economica e la politica commerciale tedesche?
"The ordinary means […] to encrease our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must ever observe this rule; to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value."
“I mezzi normali […] per la crescita della nostra prosperità e del nostro patrimonio sono il commercio con l’estero, dove dobbiamo sempre osservare queste regole: ogni anno dobbiamo vendere agli stranieri più della merce estera che consumiamo.”
Questa frase non è della Merkel o di Schäuble, come si può cogliere immediatamente dal modo di esprimersi.antiquato. Tanto meno è un estratto del programma della Troika, che ha propugnato questa politica nelle sue “riforme” per aumentare la “competitività” dell’Europa. Questa “strategia” di politica economica venne fissata da Thomas Mun, uno degli ex-direttori della Compagnia delle Indie Orientali, nella sua opera “Il patrimonio dell’Inghilterra attraverso il commercio estero”, nel 1664.
Da questo si può riconoscere quanto poco progredito sia l’atteggiamento mentale di alcuni politici, mass media e studiosi di oggi.
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