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22/12/17

Shashi Tharoor - Il prezzo dell'impero

Proponiamo un commento di Shashi Tharoor, una delle voci più autorevoli dell'India moderna, sulla recente presa di coscienza dell'India riguardo i crimini perpetrati dalla Gran Bretagna nel sub-continente asiatico. Gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo, che nel 1700 rappresentava il 27% del PIL globale, e dopo due secoli di dominio coloniale lo ridussero ad uno dei più poveri al mondo. Oggi che l'India rappresenta nuovamente una superpotenza economica, davanti alla quale la stessa Gran Bretagna è costretta a chinarsi per ottenere necessari finanziamenti, gli indiani, che pur non hanno mai espresso sentimenti ostili verso gli ex padroni, ottengono la rivincita per le umiliazioni subite. Una lezione storica e morale da non sottovalutare, in un mondo che rimane sempre caratterizzato, anche in Europa, dalle tendenze espansionistiche e imperialistiche di paesi atavicamente coloniali, e che si riassume in un semplice concetto: i popoli oppressi non dimenticano mai le ingiustizie subite.

 

 

 

Di Shashi Tharoor, 20 febbraio 2017

 

 

NUOVA DELHI - Gli indiani tendono a non soffermarsi sul passato coloniale del paese. Forse a causa della loro forza come nazione, o forse per via della debolezza del senso civile, l'India ha a lungo rifiutato di nutrire rancore contro la Gran Bretagna per 200 anni di asservimento imperiale, saccheggio e sfruttamento. Ma l'equanimità degli indiani riguardo al passato non annulla ciò che è stato fatto.

 

 

Il ritiro simbolico della Gran Bretagna dall'India nel 1947, dopo due secoli di dominio imperiale, comportò una selvaggia spaccatura che diede origine al Pakistan. Ma curiosamente ciò non ha originato alcun rancore verso la Gran Bretagna. L'India scelse di stare nel Commonwealth come repubblica e mantenne relazioni cordiali con i suoi ex padroni.

 

 

Alcuni anni dopo, Winston Churchill chiese al primo ministro Jawaharlal Nehru, che aveva passato quasi un decennio della sua vita nelle carceri britanniche, la ragione della sua apparente assenza di rancore. Nehru rispose che "un grande uomo", Mahatma Gandhi, aveva insegnato agli indiani "a non temere né odiare mai".

 

 

Ma, nonostante le apparenze contrarie, le cicatrici del colonialismo non si sono del tutto rimarginate. L'ho imparato di persona nell'estate del 2015, quando ho pronunciato un discorso alla Oxford Union denunciando le iniquità del colonialismo britannico - un discorso che, con mia sorpresa, ha suscitato forti reazioni in tutta l'India.

 

 

Il discorso è diventato rapidamente virale sui social media, dove un post ha registrato più di tre milioni di visite in sole 48 ore, ed è stato ripubblicato su siti Web di tutto il mondo. Persino i miei avversari di destra hanno smesso di trollarmi sui social media per il tempo sufficiente a salutare il mio discorso. La portavoce del Lok Sabha, Sumitra Mahajan, si è sperticata a farmi i complimenti durante un evento a cui partecipava il Primo Ministro Narendra Modi, che poi si è congratulato pubblicamente con me per aver detto "le cose giuste nel posto giusto".

 

 

Scuole ed università hanno mostrato il discorso ai loro studenti. Un'università, la Central University of Jammu, ha organizzato un seminario di un giorno, durante il quale eminenti studiosi affrontavano specifici punti che avevo sollevato. Centinaia di articoli sono stati scritti in risposta, sia a sostegno che contro le mie dichiarazioni.

 

 

Due anni dopo, vengo ancora avvicinato in luoghi pubblici da sconosciuti che elogiano il mio "discorso di Oxford". Il mio libro sullo stesso tema, An Era of Darkness, è saldo nelle classifiche dei bestseller indiani fin dalla sua pubblicazione alcuni mesi fa. L'edizione inglese, Inglorious Empire: What the British Did to India, sarà pubblicata prossimamente.

 

 

Tenendo conto del tradizionale atteggiamento dell'India verso il colonialismo, non mi aspettavo una simile accoglienza. Ma forse avrei dovuto. Dopotutto, gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo - che rappresentava il 27% del PIL globale nel 1700 - e, in 200 anni di dominio coloniale, lo ridussero ad uno dei più poveri del mondo.

 

 

La Gran Bretagna distrusse l'India attraverso il saccheggio, l'esproprio ed il vero e proprio furto - tutti condotti con uno spirito di profondo razzismo e cinismo amorale. Gli inglesi giustificavano le loro azioni, compiute con la forza bruta, con un'ipocrisia e supponenza sconcertanti. Lo storico americano Will Durant definisce la sottomissione coloniale britannica dell'India "il più grande crimine di tutta la storia". Che si sia d'accordo o meno, una cosa è chiara: l'imperialismo non è stato, come hanno sostenuto alcuni insulsi apologeti britannici, un'impresa altruistica.

 

 

La Gran Bretagna ha sofferto di una sorta di amnesia storica sul colonialismo. Come recentemente sottolineava Moni Mohsin, uno scrittore pakistano, il colonialismo britannico è largamente assente dai programmi scolastici del Regno Unito. I due figli di Mohsin, nonostante frequentino le migliori scuole di Londra, non hanno mai seguito una sola lezione sulla storia coloniale.

 

 

I londinesi sono fieri della loro magnifica città, ma sanno ben poco della rapacità e del saccheggio che l'hanno resa tale. Molti britannici sono sinceramente inconsapevoli delle atrocità commesse dai loro antenati, e alcuni vivono nella beata illusione che l'impero britannico sia stato una sorta di missione civilizzatrice per elevare i selvaggi nativi.

 

 

Questo apre la strada alla manipolazione delle narrazioni storiche. Le soap opera televisive, con la loro stucchevole romanticizzazione del "Raj", forniscono un'immagine edulcorata dell'era coloniale. Diversi storici britannici hanno scritto libri di enorme successo esaltando le presunte virtù dell'impero. Nell'ultimo paio di decenni, in particolare, famosi resoconti sull'Impero britannico, scritti da storici del calibro di Niall Ferguson e Lawrence James, lo hanno descritto in termini entusiastici. Tali racconti non riconoscono l'atrocità, lo sfruttamento, il saccheggio e il razzismo che hanno sostenuto l'impresa imperiale.

 

 

Tutto questo spiega - ma non scusa - l'ignoranza dei britannici. Se il presente non può essere inteso in termini di semplici analogie storiche, è anche vero che le lezioni della storia non possono essere ignorate. Se non si è coscienti delle proprie origini, come si può apprezzare dove si è diretti?

 

 

Questo non vale solo per gli inglesi, ma anche per i miei connazionali indiani, che hanno dimostrato una straordinaria capacità nel perdonare e dimenticare. Ma, se è giusto perdonare, non dovremmo mai dimenticare. In questo senso, la formidabile reazione al mio discorso del 2015 alla Oxford Union è incoraggiante.

 

 

Le relazioni moderne tra la Gran Bretagna e l'India - due paesi sovrani e uguali - sono chiaramente molto diverse dalla relazione coloniale del passato. Quando il mio libro è apparso nelle librerie a Delhi, il primo ministro britannico Theresa May era attesa pochi giorni dopo in visita per cercare investitori indiani. Come ho spesso sostenuto, non è necessario cercare vendetta per la storia. È la storia stessa a vendicarsi.

 

 

 

 

 

Shashi Tharoor, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite ed ex ministro indiano per lo sviluppo delle risorse umane e ministro di Stato per gli affari esteri, è attualmente deputato al Congresso nazionale indiano e presidente della commissione parlamentare permanente per gli affari esteri. È l'autore di "Pax Indica: India and the World of the 21st Century".

14/10/17

Germania e separatismi: l'economia della secessione

Mentre in Catalogna e, di riflesso, in tutta la Spagna è in atto una vera e propria crisi politica e civile a seguito del referendum sull’indipendenza, il sito German Foreign Policy pubblica un'analisi dei rapporti economici della Germania con alcune delle regioni che in questo momento storico sono al centro di rivendicazioni per l'autonomia.  A emergere è un quadro in cui si evidenzia come il Paese guida dell'Unione Europea abbia prima spinto e poi consolidato una relazione di interdipendenza con le zone più ricche di alcuni Stati Europei, alimentandone gli squilibri e, di conseguenza, le tensioni secessioniste.

 

 

di redazione German Foreign Policy, 05 Ottobre 2017.

 

BERLINO/BARCELONA/MILANO/ANVERSA

 

In Europa occidentale la promozione mirata di una collaborazione esclusiva tra imprese tedesche e le regioni più ricche di nazioni ove ampie parti del paese sono in condizioni di impoverimento, ha sistematicamente favorito il rafforzamento dei movimenti autonomisti-secessionisti. Questa evidenza è frutto di un'analisi dei separatismi in Catalogna, Lombardia e Fiandre. Mentre giocavano un ruolo decisivo nell’espansione della più forte economia Europea, quella tedesca, due regioni economicamente rilevanti come Fiandre e Lombardia aumentavano il già consistente divario con le zone più povere di Belgio e Italia.

 

Attraverso un'esclusiva collaborazione con il Land del Baden-Württemberg, Catalogna e Lombardia hanno lasciato indietro le regioni più in difficoltà di Spagna e  Italia.

 

Ciò ha alimentato gli sforzi delle rispettive élite regionali per bloccare il flusso di redistribuzione nazionale dei fondi statali attraverso la strada di una maggiore autonomia o, in ultima analisi, della secessione. Le conseguenze di una cooperazione mirata non con interi Stati stranieri, ma solo con le regioni economicamente più avanzate, sono già note dall'esperienza dell’ex Jugoslavia.

 

"Forte Germania, forte Anversa"

 

La regione delle Fiandre, la parte olandese del Belgio, le cui spinte separatiste sono state per lungo tempo tra le più forti all’interno dell'UE, ha tratto particolare guadagno dalla sua stretta collaborazione con la Germania. La Repubblica Federale Tedesca è l’acquirente principale dell’export fiammingo; lo scorso anno, su un valore totale delle esportazioni di 302,4 miliardi di dollari, il contributo della Germania è stato di oltre 50 miliardi. Inoltre, le imprese tedesche sono tra i più importanti investitori del Paese. Il nucleo delle relazioni economiche tedesche-fiamminghe è il porto di Anversa, il secondo più grande d'Europa dopo il porto di Rotterdam. La sua importanza per l'economia delle esportazioni tedesca è evidente dal fatto che, di 214 milioni di tonnellate, quasi un terzo, ben 68 milioni, sono state spedite dalla Germania o trasportate nel Paese tedesco. Inoltre, numerose aziende tedesche, come BASF e Bayer, hanno investito miliardi in sedi o magazzini nei pressi del porto di Anversa.

 

"Senza una forte Germania non può esistere una forte Anversa", affermava con forza qualche anno fa il rappresentante del porto nella Repubblica federale. Considerato che l'economia tedesca prospera e gode di ininterrotti benefici grazie alla zona Euro, anche l’economia delle Fiandre sperimenta una crescita più rapida rispetto a quella della Vallonia – l’area meridionale è infatti maggiormente focalizzata sui rapporti con la Francia.

 

In questo modo in Belgio il divario di ricchezza tra regioni finisce per animare sempre più le rivendicazioni secessioniste.

 

"Allineati con la Germania"

 

Anche la Lombardia, la regione economicamente più ricca d'Italia, ha vantaggi considerevoli dai suoi rapporti con la Repubblica Federale tedesca. La Germania è il principale partner commerciale, con un volume di scambi pari a quasi 40 miliardi di euro. Secondo gli esperti, le imprese lombarde sono tradizionalmente "allineate per una stretta cooperazione con la Germania meridionale", che è "un gateway fondamentale per l'Europa settentrionale e orientale". In realtà è la regione a rappresentare il punto di snodo centrale per le aziende tedesche in Italia, raccogliendo circa un terzo delle esportazioni dalla Germania sul territorio nazionale. Di un totale di circa 3.000 aziende tedesche che hanno una filiale in Italia, circa la metà si sono stabilite in Lombardia. Società di primo piano come BASF, Bayer, Bosch, BMW, Deutsche Bank, SAP e Siemens hanno aperto la propria sede italiana a Milano o nei dintorni cittadini. Inoltre, si trova a Milano anche la sede di Unicredit, il più importante gruppo bancario italiano, che ha acquisito la Hypovereinsbank di Monaco di Baviera nel 2005.

 

La forza dell'economia tedesca contribuisce significativamente alla crescita della Lombardia, in particolare rispetto alle regioni più deboli del Paese.

 

Punto di appoggio principale

 

Il commercio con la Germania è di grande importanza anche per la Catalogna. Nel 2015 sono arrivate dalla Repubblica Federale il 18,3 % delle importazioni catalane, decisamente più che da qualsiasi altro Paese. Allo stesso tempo la Germania è il secondo più grande acquirente delle esportazioni catalane. In Catalogna oltre il 10% degli investimenti provengono dalla Repubblica Federale. La regione è poi il principale punto di appoggio per le aziende tedesche in Spagna. La metà delle 1.600 aziende spagnole con partecipazione tedesca hanno la sede in Catalogna, come ad esempio, BASF, Bayer, Boehringer, Henkel, Merck e Siemens. Anche Seat, la consociata di Volkswagen, ha sede a Martorell, vicino a Barcellona. Come Fiandre e Lombardia, la Catalogna trae benefici dalla prosperità del suo partner commerciale più importante, ovvero l'economia tedesca. Nonostante la crisi dei Paesi del Sud Europa, questa tendenza è diventata ancora più marcata negli ultimi anni per via della posizione dominante della Repubblica federale nell'UE.

 

A chi ha venga dato

 

Il fatto che le aziende tedesche cooperino esclusivamente con le regioni economicamente forti e, quindi, contribuiscano ad aumentare ulteriormente il divario di ricchezza nei Paesi in questione, non è soltanto la conseguenza di un processo naturale, quanto una dinamica incoraggiata da obiettivi politici. Un esempio è la comunità di lavoro "Quattro Motori per l'Europa", fondata nel 1988 e che comprende, oltre al Land tedesco del Baden-Wuerttemberg, le regioni della Catalogna, Lombardia e Rodano-Alpi (Francia). Il suo obiettivo è quello di estendere la cooperazione economica tra le aree coinvolte, concentrandosi, ad esempio, sul miglioramento delle infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, e promuovendo una stretta collaborazione in materia di ricerca e tecnologia. La finalità dell’accordo?

 

Aumentare notevolmente “la competitività” dei “quattro motori”.

 

I membri del gruppo accettano, almeno implicitamente, che in nazioni da regioni economicamente asimmetriche, come Spagna e Italia, crescano significativamente le differenze tra i membri dei "Quattro Motori", già relativamente benestanti, e le aree più povere dei rispettivi Paesi.

 

Come in Jugoslavia

 

Il fenomeno di una cooperazione economica con regioni selezionate e comparativamente ricche che incrementa ulteriormente le differenze interne esistenti nei singoli stati è tutt'altro che sconosciuto.

 

Un esempio passato è rappresentato dalla collaborazione tra alcune regioni di Germania occidentale, Italia ed Austria con la Jugoslavia nella "Comunità di lavoro Alpe Adria", fondata nel 1978 in collaborazione con il governo cristiano-democratico della Baviera.

 

L’accordo, oltre alla Baviera, ha raccolto diverse province austriache e regioni settentrionali italiane e le ha unite con le repubbliche jugoslave di Slovenia e Croazia. L'obiettivo dichiarato era quello di intensificare la cooperazione interregionale, migliorare le infrastrutture di trasporto e l'impegno comune in materia di ricerca.

 

A detta di un osservatore, a Belgrado l'esclusivo coinvolgimento delle due repubbliche benestanti del nord era considerato fin dal principio come una spinta esterna verso un "nuovo separatismo in veste europea".

 

In retrospettiva era stato proprio l'ex primo ministro bavarese Max Streibl a scrivere che la comunità di lavoro era servita a "legare con successo Slovenia e Croazia all'Europa centrale e occidentale".

"Il percorso verso l'indipendenza del 1990-1991 è stato sostenuto dalla solidarietà dei Membri della comunità di lavoro di Alpe Adria".

Lungi dall'essere la causa centrale della secessione slovena e croata, la comunità di lavoro interregionale ha però rafforzato le differenze esistenti in Jugoslavia, fornendo così un contributo significativo alla scissione finale del Paese.

 

 

03/10/17

Sapir - La Catalogna insanguinata


  1. Jacques Sapir scrive un equilibrato articolo sulla questione del referendum catalano tenuto questa domenica 1° ottobre. La violenza che è stata inflitta dalla polizia ai manifestanti e l'arroganza del governo di Rajoy, che si è rifiutato di considerare in qualsiasi modo la consultazione referendaria, sono stati gravissimi errori del governo centrale, in un paese la cui fragile unità era stata consolidata nel 20° secolo con difficili compromessi. Dopo ciò che è avvenuto, la questione di un referendum legittimato dal governo non è più eludibile, almeno da un punto di vista politico.

26/09/17

Perché l'indipendenza dei curdi e dei catalani va bene, ma quella dei britannici no?


  • Daniel Hannan, uno dei più noti promotori della Brexit, si chiede in un articolo caustico su ibtimes perché mai quegli stessi "progressisti" che oggi sono così favorevoli all'indipendenza dei curdi, dei catalani, degli scozzesi o dei tibetani, l'anno scorso fossero così ferocemente contrari all'indipendenza dei britannici. Ci possono essere ragioni emotive (i curdi sono visti come vittime, i britannici ovviamente no), e certamente c'è l'attaccamento alla UE. Ma se è progressista credere all'indipendenza dei popoli, dev'essere l'indipendenza di tutti i popoli, e di certo è antistorico e antiprogressista aggrapparsi a un conglomerato mostruosamente grande e disunito come la UE (cosa che già sostenne giustamente Alesina negli anni '90, come ci ha ricordato Goofynomics).


 

 

 

 

 

 

di Daniel Hannan, 25 settembre 2017

 

Gli scozzesi votano per rendersi indipendenti dal Regno Unito? È un esercizio di democrazia. I curdi votano per rendersi indipendenti dall'Iraq? È un esercizio di democrazia. I catalani votano per rendersi indipendenti dalla Spagna? È un esercizio di democrazia. I britannici votano per rendersi indipendenti dalla UE? Bigottismo, xenofobia, razzismo!

 

È strano, davvero. La tendenza globale è quella ad andare verso un numero sempre maggiore di piccole nazioni. Negli anni '50 c'erano 80 stati nel mondo. Oggi ce ne sono circa 200. Trenta di questi si sono formati dopo il 1990. Più recentemente è stata la volta del Montenegro, del Kosovo e del Sud Sudan. Nel loro insieme, questi sviluppi sono sia progressisti che liberali: implicano che le decisioni vengano prese sempre più vicino alle persone che ne sono riguardate, e implica anche che la fedeltà alla nazione sia più vicina ai vincoli elettorali, rendendo così più efficace la democrazia.

 

Eppure, per qualche ragione, le stesse persone che inneggiano all'indipendenza del popolo tibetano o di quello timorese sono quelle che reagiscono in modo del tutto opposto all'idea dell'indipendenza britannica. Sospetto che questo abbia qualcosa a che fare con la tendenza a classificare il mondo per gerarchie di privilegi, e a generare le proprie simpatie non sulla base criteri oggettivi, ma sulla base del sostegno a chi si percepisce essere il più debole. I catalani, ad esempio, e ancora di più i curdi, si presentano, in modo sicuramente plausibile, come vittime. Anche i separatisti scozzesi hanno cercato di presentarsi sotto questa luce – sebbene con minori giustificazioni storiche, e questa è una delle ragioni per le quali hanno perso.

 

Il Regno Unito, ad ogni modo, non riceverà mai molti voti di simpatia. Essendo stata la prima nazione industrializzata, tende ad avere un vantaggio tecnologico sui suoi rivali. Anche quando è stata manifestamente dalla parte della ragione, difficilmente poteva essere vista come debole o vittima. La sua dimensione geografica e la sua storia implicano che il suo euroscetticismo venga accolto con uno sdegno che non è mai toccato, per esempio, alla Norvegia o alla Svizzera. Quando i norvegesi o gli svizzeri hanno votato contro l'appartenenza alla UE la loro decisione è stata vista per quello che era: una democratica preferenza per l'autogoverno. Quando i britannici hanno votato allo stesso modo, però, una schiera di editorialisti diversamente intelligenti ha sciorinato ogni genere di cliché sull'impero britannico.

 

Nonostante ciò, la UE sta nuotando contro la corrente della Storia. La sua ossessione per le dimensioni è segno della sua età, sono i postumi di quella sua infanzia, negli anni '50. A quei tempi ciò che era grande era bello, sia nel business che nella politica, e le persone ragionevoli concordavano sul fatto che il futuro dovesse risiedere negli immensi conglomerati.

 

Ma le cose non sono andate in quel modo. Hong Kong ha finito col superare la Cina, Singapore ha sopravanzato l'Indonesia – la Svizzera, per quanto ci riguarda, ha superato la UE. I paesi con il più alto reddito pro capite del pianeta, secondo il factbook globale della CIA, sono il Liechtenstein, il Qatar e Monaco. A dire il vero il Qatar è l'unico paese nella top ten ad avere una popolazione che supera i 350.000 cittadini.

 

La UE non rinuncerà all'integrazione politica. Ha rifiutato di concedere a David Cameron di mantenere anche una sola competenza, e in questo modo si è assicurata di perdere il referendum sulla Brexit. In un mondo in cui i poteri diventano sempre più decentralizzati e diffusi, Bruxelles resta dogmaticamente attaccata a quel federalismo che Jean-Claude Juncker la scorsa settimana non ha mancato di predicare.

 

Questa differenza di visione spiega perché è nell'interesse di tutti che la Gran Bretagna sostituisca la sua condizione attuale [nei confronti della UE, NdT] con un accordo più libero e amichevole. Dopo la Brexit, secondo lo stesso principio, dovremo essere noi stessi a concedere quel potere che abbiamo ripreso da Bruxelles verso il basso e verso l'esterno, cioè verso le autorità locali o, meglio ancora, verso i singoli cittadini. Questa, però, è un'altra storia.