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10/01/18

Come l’Europa si è costruita la sua pira funeraria, e poi ci è saltata sopra

Una documentata riflessione denuncia il disastro sociale a cui stanno conducendo l’Europa le élite globaliste. Puntando su un assurdo senso di colpa per le azioni passate, queste impongono agli europei un’immigrazione incontrollata di persone che spesso non si integrano nel nuovo tessuto sociale, ma anzi ne fanno terra di lotta e conquista. Questa immigrazione artificialmente imposta (perché dovuta perlopiù a guerre e miserie provocate dagli uomini) è stata prima dipinta come indispensabile, poi come piacevole, quindi inevitabile e infine come fatto compiuto. La conseguente rabbia delle popolazioni autoctone sta inevitabilmente montando e, visti i precedenti storici, non potrà che concludersi con una catastrofe sociale.

 

 

Di Robert W. Merry, 8 gennaio 2018

 

 

Immigrazione di massa, senso di colpa e un continente sull’orlo della catastrofe sociale

Il principale problema della nostra epoca non è la spinta nordcoreana allo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio. Non è nemmeno la minaccia all’Europa rappresentata dalla Russia o la minaccia al dominio americano sull’Asia rappresentata dalla potenza marittima cinese. Non è neppure la crescente influenza dell’Iran sul Medio Oriente, e nemmeno l’attuale indagine sul coinvolgimento russo nelle elezioni USA e la possibile “collusione” con la campagna di Trump.

 

No, il problema che definisce la nostra epoca è l’immigrazione di massa nelle nazioni occidentali. Il crescente influsso minaccia di rimodellare queste nazioni e travolgere la loro identità culturale. Questo è il tema che ha giocato il ruolo più importante nell’elezione di Donald Trump. Che ha spinto il voto sulla Brexit. Che sta intorbidendo il continente europeo, creando tensioni all’interno dell’UE ed erigendo una netta separazione tra le élite di queste nazioni e la loro popolazione.

 

Il campo di battaglia principale nella guerra dell’immigrazione è infatti l’Europa. Che ha accolto uno stillicidio di immigrati nell’era successiva alla guerra a causa della mancanza di manodopera. Ma negli anni lo stillicidio è divenuto un flusso, poi un fiume crescente, e infine una piena – al punto che gli uomini di etnia britannica sono ormai una minoranza nella loro stessa capitale, i flussi di immigrati in Germania sono passati da 49.589 nel 2010 a 1,5 milioni nel 2015 e l’Italia, uno dei principali punti di sbarco, ha ricevuto per un certo periodo flussi di 6.500 arrivi in media al giorno.

 

Nel frattempo, le élite europee festeggiavano, e imponevano una sorta di regime di costrizione del pensiero nei confronti di chi sollevava dubbi a riguardo. L’immigrazione è stata inizialmente osannata come un beneficio economico, poi come un necessario correttivo per una popolazione in via di invecchiamento; quindi come una maniera di vivacizzare la società attraverso la “diversità”; e infine come un fatto compiuto, un’onda inarrestabile portata dall’inarrestabile processo di globalizzazione. Inoltre, sostenevano le élite, i nuovi arrivati sarebbero stati assimilati alla cultura europea, prima o poi, quindi qual era il problema? Nel frattempo, i sondaggi di opinione pubblica nei decenni mostravano che una grande maggioranza degli europei aveva forti perplessità su questi cambiamenti.

 

Il giornalista e scrittore britannico Douglas Murray scrive che “dopo che era stato promesso loro per tutta la loro vita che i cambiamenti erano temporanei, che i cambiamenti non erano reali, o che i cambiamenti non significavano nulla, gli Europei hanno scoperto che, nel corso della loro vita, sarebbero diventati minoranze all’interno dei loro stessi paesi”.

 

Murray, condirettore dello Spectator di Londra, è l’autore di un breve testo che esplora questo fenomeno. È intitolato  “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità, islam” ed è stato pubblicato sei mesi fa da Bloomsbury. I toni sono misurati, ma inflessibili. Il quadro del futuro europeo che dipinge è desolante.

 

Uno dei temi centrali del libro, supportato da episodi reali e abbondante documentazione, è che gli immigrati musulmani non si sono affatto assimilati in maniera significativa nei paesi europei ospitanti. Infatti esiste un senso crescente tra molti dei nuovi arrivati che questi non siano affatto paesi ospitanti, bensì soltanto terre di conquista per l’inesorabile espansione dell’Islam. Un rifugiato diciottenne siriano che vive in Germania, Aras Bacho, ha scritto su Der Freitag e sull’Huffinghton Post tedesco riflettendo questo atteggiamento: sostiene che gli immigrati in Germania ne “hanno le scatole piene” dei tedeschi “arrabbiati” – descritti come “razzisti senza lavoro” – che “insultano e agitano”. E ha aggiunto che “noi rifugiati… non vogliamo vivere con voi nello stesso paese. Potete, e penso che dovreste, lasciare la Germania. Se non vi trovate bene in Germania, perché ci vivete? Cercatevi una nuova casa”.

 

Considerate anche l’importanza di questo dato: nel 2015 erano più i musulmani inglesi che combattevano per l’ISIS che quelli che combattevano per le forze armate britanniche. La volontà di molti europei musulmani di mantenere la propria cultura, sopraffacendo quella europea, non viene affatto tenuta nascosta. Durante una visita a Colonia nel 2008, l’allora primo ministro turco (poi divenuto presidente) Recep Tayyip Erdogan disse a una folla di 20.000 turchi residenti in Germania, Belgio, Francia e Olanda che l’assimilazione in Europa avrebbe costituito un “crimine contro l’umanità”. Aggiungendo che “capisco molto bene che voi siate contrari all’assimilazione. Nessuno può aspettarsi che voi vi assimiliate”. E, ancora, incoraggiò i cinque milioni di turchi residenti in Europa a esercitare un’influenza politica attraverso i mezzi democratici, al fine di utilizzare un “elemento costituzionale” per trasformare il continente.

 

Leggendo il libro di Murray, si capisce perché egli definisca l’atteggiamento dell’Europa come “strano”. L’abbraccio del continente alla sua morte culturale è infatti un’aberrazione storica. Le civiltà normalmente combattono per preservare la propria cultura, si uniscono per espellere gli invasori, rispettano le loro identità e gli elementi fondamentali della loro eredità culturale. Ma l’occidente è oggi impegnato in una strana forma generalizzata e progressiva di suicidio culturale. Murray la definisce la “tirannia del senso di colpa” e la identifica come una “patologia”. Il concetto di senso di colpa storico, scrive Murray, significa che l’eredità della colpa può ricadere sulle generazioni successive – proprio come gli stessi europei hanno ritenuto per generazioni gli ebrei responsabili della morte di Cristo. Alla fine questo concetto venne considerato ripugnante, e lo stesso Papa nel 1965 rimosse formalmente questo fardello storico.

 

Ma oggi questo concetto è tornato nell’Europa suicida, dove le persone lo applicano a se stesse. Un fatto davvero strano, in termini storici. Murray spiega le motivazioni di chi si cimenta in questi voli astratti di indignazione morale in questo modo: “Anziché ritenersi persone responsabili di sé e che rispondono a quelli che conoscono, si trasformano in auto-proclamati rappresentanti dei vivi e dei morti, che portano sulle spalle una storia terribile così come sono i potenziali redentori dell’umanità. In questo modo si passa dall'essere nessuno a essere qualcuno”.

 

E così succede che l’Occidente viene identificato, persino dagli occidentali, come una civiltà particolarmente brutale, dura, sfruttatrice e crudele, in un mare storico di vicini relativamente illuminati, sobri e benevoli. Ma naturalmente questa visione non ha alcuna base storica. Consideriamo gli ottomani, che hanno costruito un impero potente e in espansione attraverso politiche e programmi che prevedevano maggiore brutalità e durezza di quanto abbiano mai mostrato gli occidentali. Nei Balcani strappavano i ragazzini dalle braccia dei loro genitori per indottrinarli all’Islam e impiegarli come guerrieri di élite da utilizzare contro la loro stessa gente. Praticavano discriminazioni contro i non musulmani imponendo loro tasse più onerose – o con la morte per coloro che rifiutavano di pagarle. Impiegarono ogni strumento di dominio nella loro spinta a conquistare ampi territori, inclusa l’Europa (e furono fermati in due occasioni alle porte di Vienna, quando l’Europa considerava se stessa una civiltà degna di essere salvata).

 

Eppure nessuno suggerisce che gli odierni turchi siano responsabili dei crimini o degli abusi dell’era ottomana o che la Turchia sia una nazione illegittima, che merita di essere distrutta dall’arrivo di esterni. Di certo non esiste alcun filone di pensiero all’interno della società turca stessa che punti a diffondere una simile sensibilità o un simile sentimento di senso di colpa ed espiazione. E nessuno pensa che l’attuale Cina, o i cinesi, dovrebbero vergognarsi dei 40 milioni circa di persone uccise direttamente dall’azione e dalle brutali politiche dei leader cinesi dopo l’affermazione del leader comunista Mao Zedong. In realtà, oggi i cinesi si considerano vittime di forze esterne del passato e dedicano davvero poca attenzione alle gravi angherie perpetrate dai loro ex leader. Gli Aztechi messicani uccidevano persone e la mangiavano la loro carne in sacrifici religiosi rituali, ma nessuno ritiene che gli attuali messicani debbano per questo perdere il loro rango come nazione.

 

Invece in Occidente imperversa l’auto-elevazione attraverso l’auto-annientamento culturale. Questo accade a prezzo di un declino dell’autocoscienza occidentale. Murray scrive che “l’Europa ha perso la fede nelle sue credenze, nelle sue tradizioni e nella sua legittimità”. Abbandonando la religione cristiana con studiata convinzione - scrive - gli europei l’hanno sostituita con l’idea del progresso – un concetto laico che richiede, come nota l’intellettuale britannico John Gray, tanta fede quanta ne richiede una qualsiasi religione. Murray, come Gray, respinge il concetto che l’umanità sia su una traiettoria di costante miglioramento, illustrata dal liberalismo occidentale. Ma questo potente schema mentale lotta contro ogni senso di autopreservazione intellettuale all’interno di molti europei (e americani).

 

Gli europei in generale potrebbero non aver pensato granché  alla validità o meno dell’idea di progresso. Ma hanno coltivato per decenni crescenti preoccupazioni riguardo alla trasformazione dei loro paesi, riguardo a un'Europa che diventava la casa del mondo mentre ogni altra civiltà e paese rimaneva solo la casa dei propri popoli. Murray cita molti sondaggi, a cominciare dal primo dopoguerra, che mostrano una percentuale tra il 60 e l’80% degli europei contrari ai trend dell’immigrazione. Ma i trend si sono comunque rivelati inalterabili.

 

Come è potuto accadere? Murray dipinge un ritratto delle élite europee, all’apparenza globaliste e sprezzanti del nazionalismo e dell’eredità culturale occidentale, che calpestano la volontà popolare nella loro determinazione a trasformare l’Europa. Il primo ministro svedese nel 2006 ha  rappresentato bene l’opinione di molte élite europee quando ha detto che “solo la barbarie è davvero svedese. Ogni successivo progresso ci è stato portato dall’esterno”.

 

Quindi i leader europei, per rispondere ai sentimenti popolari, hanno iniziato a parlare duramente dell’immigrazione a partire dal 2000 circa – mentre comunque non facevano nulla per fermare la marea. Murray parla di un “trucco elettorale” per ammansire elettori sempre più agitati. In contemporanea le élite al governo, nei think tank e nei media hanno dato il via a una campagna di denigrazione contro chiunque osasse porre domande riguardo alle conseguenze di tutto ciò. Epiteti come “razzisti” e “islamofobi” sono stati distribuiti generosamente. C'è chi ha perso il lavoro, e chi ha resistito è stato confinato nel regno delle idee, quando alcuni ribelli hanno mostrato l’ardire di mettere in dubbio la narrazione mainstream.

 

Murray descrive così un congresso di professori universitari in Germania, convocato per discutere le relazioni dell’Europa con il Medio Oriente e il Nord Africa: “Divenne presto chiaro che non sarebbe stato possibile apprendere nulla, perché non si poteva dire nulla”, racconta, aggiungendo che “parole pertinenti venivano immediatamente segnalate e contestate”. Esempi di queste parole erano “nazione”, “storia” e - la madre del politicamente scorretto - “cultura”, riguardo alla quale la maggior parte dei partecipanti riteneva avesse “troppe diverse connotazioni e troppa discordia riguardo al suo uso per poterla adoperare”.

 

Murray riassume così: “E così gli Europei vengono accusati per quello che sta loro succedendo, viene loro negato ogni legittimo modo di obiettare, e il punto di vista della maggioranza viene dipinto non solo come pericoloso, ma anche marginale”.

 

Tutto questo non può finire bene. Come dice Murray “ogni giorno il continente europeo non solo sta cambiando, ma sta anche perdendo la possibilità di un aggiustamento graduale in risposta al cambiamento”. Forse la maggioranza rinuncerà semplicemente alla propria opinione per sposare quella delle élite globaliste, basata sulla loro fede nel trionfo finale dell’ethos liberale e sul loro odio dei confini nazionali. Ma forse no. Potrebbe attenderci una potente reazione. Prevale la sensazione, scrive Murray, “che l’Europa è a poco più che a un attacco terroristico di distanza dal cambiare completamente le regole del gioco. E a quel punto gli europei potrebbero eleggere più o meno chiunque come loro arbitro”.

 

L’America non è ancora arrivata al livello dell’Europa per quanto riguarda il problema dell’immigrazione. Ma, se consideriamo la stima di 11 milioni di immigrati illegali nel paese e la stessa direzione delle élite che domina il dibattito, anche gli Stati Uniti arriveranno alla fine a un analogo punto di crisi, a meno che gli attuali trend non vengano modificati o capovolti. Vale la pena sottolineare che la percentuale di Americani nata fuori dal paese è vicina al record storico del 14% - come avvenne negli anni ’20, l’ultima volta in cui il paese ridusse sia il numero degli immigrati, sia le nazioni da cui essi potevano arrivare. Ecco quello che potrebbe esserci sotto l’elezione di Trump.

 

Ma l’Europa rimane una lezione bruciante per chiunque voglia seguirla con attenzione. Murray, dopo aver esaminato la direzione delle politiche applicate, il montare di una rabbia sempre più grande rivolta a queste politiche, e il disprezzo mostrato verso coloro che le contestano, conclude: “Dire che nel lungo periodo questa situazione preannuncia una catastrofe sociale è un eufemismo “.

 

 

 

22/12/17

Shashi Tharoor - Il prezzo dell'impero

Proponiamo un commento di Shashi Tharoor, una delle voci più autorevoli dell'India moderna, sulla recente presa di coscienza dell'India riguardo i crimini perpetrati dalla Gran Bretagna nel sub-continente asiatico. Gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo, che nel 1700 rappresentava il 27% del PIL globale, e dopo due secoli di dominio coloniale lo ridussero ad uno dei più poveri al mondo. Oggi che l'India rappresenta nuovamente una superpotenza economica, davanti alla quale la stessa Gran Bretagna è costretta a chinarsi per ottenere necessari finanziamenti, gli indiani, che pur non hanno mai espresso sentimenti ostili verso gli ex padroni, ottengono la rivincita per le umiliazioni subite. Una lezione storica e morale da non sottovalutare, in un mondo che rimane sempre caratterizzato, anche in Europa, dalle tendenze espansionistiche e imperialistiche di paesi atavicamente coloniali, e che si riassume in un semplice concetto: i popoli oppressi non dimenticano mai le ingiustizie subite.

 

 

 

Di Shashi Tharoor, 20 febbraio 2017

 

 

NUOVA DELHI - Gli indiani tendono a non soffermarsi sul passato coloniale del paese. Forse a causa della loro forza come nazione, o forse per via della debolezza del senso civile, l'India ha a lungo rifiutato di nutrire rancore contro la Gran Bretagna per 200 anni di asservimento imperiale, saccheggio e sfruttamento. Ma l'equanimità degli indiani riguardo al passato non annulla ciò che è stato fatto.

 

 

Il ritiro simbolico della Gran Bretagna dall'India nel 1947, dopo due secoli di dominio imperiale, comportò una selvaggia spaccatura che diede origine al Pakistan. Ma curiosamente ciò non ha originato alcun rancore verso la Gran Bretagna. L'India scelse di stare nel Commonwealth come repubblica e mantenne relazioni cordiali con i suoi ex padroni.

 

 

Alcuni anni dopo, Winston Churchill chiese al primo ministro Jawaharlal Nehru, che aveva passato quasi un decennio della sua vita nelle carceri britanniche, la ragione della sua apparente assenza di rancore. Nehru rispose che "un grande uomo", Mahatma Gandhi, aveva insegnato agli indiani "a non temere né odiare mai".

 

 

Ma, nonostante le apparenze contrarie, le cicatrici del colonialismo non si sono del tutto rimarginate. L'ho imparato di persona nell'estate del 2015, quando ho pronunciato un discorso alla Oxford Union denunciando le iniquità del colonialismo britannico - un discorso che, con mia sorpresa, ha suscitato forti reazioni in tutta l'India.

 

 

Il discorso è diventato rapidamente virale sui social media, dove un post ha registrato più di tre milioni di visite in sole 48 ore, ed è stato ripubblicato su siti Web di tutto il mondo. Persino i miei avversari di destra hanno smesso di trollarmi sui social media per il tempo sufficiente a salutare il mio discorso. La portavoce del Lok Sabha, Sumitra Mahajan, si è sperticata a farmi i complimenti durante un evento a cui partecipava il Primo Ministro Narendra Modi, che poi si è congratulato pubblicamente con me per aver detto "le cose giuste nel posto giusto".

 

 

Scuole ed università hanno mostrato il discorso ai loro studenti. Un'università, la Central University of Jammu, ha organizzato un seminario di un giorno, durante il quale eminenti studiosi affrontavano specifici punti che avevo sollevato. Centinaia di articoli sono stati scritti in risposta, sia a sostegno che contro le mie dichiarazioni.

 

 

Due anni dopo, vengo ancora avvicinato in luoghi pubblici da sconosciuti che elogiano il mio "discorso di Oxford". Il mio libro sullo stesso tema, An Era of Darkness, è saldo nelle classifiche dei bestseller indiani fin dalla sua pubblicazione alcuni mesi fa. L'edizione inglese, Inglorious Empire: What the British Did to India, sarà pubblicata prossimamente.

 

 

Tenendo conto del tradizionale atteggiamento dell'India verso il colonialismo, non mi aspettavo una simile accoglienza. Ma forse avrei dovuto. Dopotutto, gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo - che rappresentava il 27% del PIL globale nel 1700 - e, in 200 anni di dominio coloniale, lo ridussero ad uno dei più poveri del mondo.

 

 

La Gran Bretagna distrusse l'India attraverso il saccheggio, l'esproprio ed il vero e proprio furto - tutti condotti con uno spirito di profondo razzismo e cinismo amorale. Gli inglesi giustificavano le loro azioni, compiute con la forza bruta, con un'ipocrisia e supponenza sconcertanti. Lo storico americano Will Durant definisce la sottomissione coloniale britannica dell'India "il più grande crimine di tutta la storia". Che si sia d'accordo o meno, una cosa è chiara: l'imperialismo non è stato, come hanno sostenuto alcuni insulsi apologeti britannici, un'impresa altruistica.

 

 

La Gran Bretagna ha sofferto di una sorta di amnesia storica sul colonialismo. Come recentemente sottolineava Moni Mohsin, uno scrittore pakistano, il colonialismo britannico è largamente assente dai programmi scolastici del Regno Unito. I due figli di Mohsin, nonostante frequentino le migliori scuole di Londra, non hanno mai seguito una sola lezione sulla storia coloniale.

 

 

I londinesi sono fieri della loro magnifica città, ma sanno ben poco della rapacità e del saccheggio che l'hanno resa tale. Molti britannici sono sinceramente inconsapevoli delle atrocità commesse dai loro antenati, e alcuni vivono nella beata illusione che l'impero britannico sia stato una sorta di missione civilizzatrice per elevare i selvaggi nativi.

 

 

Questo apre la strada alla manipolazione delle narrazioni storiche. Le soap opera televisive, con la loro stucchevole romanticizzazione del "Raj", forniscono un'immagine edulcorata dell'era coloniale. Diversi storici britannici hanno scritto libri di enorme successo esaltando le presunte virtù dell'impero. Nell'ultimo paio di decenni, in particolare, famosi resoconti sull'Impero britannico, scritti da storici del calibro di Niall Ferguson e Lawrence James, lo hanno descritto in termini entusiastici. Tali racconti non riconoscono l'atrocità, lo sfruttamento, il saccheggio e il razzismo che hanno sostenuto l'impresa imperiale.

 

 

Tutto questo spiega - ma non scusa - l'ignoranza dei britannici. Se il presente non può essere inteso in termini di semplici analogie storiche, è anche vero che le lezioni della storia non possono essere ignorate. Se non si è coscienti delle proprie origini, come si può apprezzare dove si è diretti?

 

 

Questo non vale solo per gli inglesi, ma anche per i miei connazionali indiani, che hanno dimostrato una straordinaria capacità nel perdonare e dimenticare. Ma, se è giusto perdonare, non dovremmo mai dimenticare. In questo senso, la formidabile reazione al mio discorso del 2015 alla Oxford Union è incoraggiante.

 

 

Le relazioni moderne tra la Gran Bretagna e l'India - due paesi sovrani e uguali - sono chiaramente molto diverse dalla relazione coloniale del passato. Quando il mio libro è apparso nelle librerie a Delhi, il primo ministro britannico Theresa May era attesa pochi giorni dopo in visita per cercare investitori indiani. Come ho spesso sostenuto, non è necessario cercare vendetta per la storia. È la storia stessa a vendicarsi.

 

 

 

 

 

Shashi Tharoor, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite ed ex ministro indiano per lo sviluppo delle risorse umane e ministro di Stato per gli affari esteri, è attualmente deputato al Congresso nazionale indiano e presidente della commissione parlamentare permanente per gli affari esteri. È l'autore di "Pax Indica: India and the World of the 21st Century".

07/11/17

I tedeschi orientali sono ancora vittime del colonialismo culturale

Dopo la riunificazione della Germania (sulla quale vi consigliamo un video che può aiutare a capire come è andata realmente), il divario tra Est e Ovest è ben lungi dall’essere sanato. In questo articolo tratto dal sito dell’emittente tedesca DW Thomas Krüger, uno dei pochissimi politici tedeschi di alto livello tra gli ex cittadini della Germania orientale, parla di un vero e proprio colonialismo culturale a danno degli ex cittadini della DDR.

 

 

 

 

Di Ben Knight, 1° novembre 2017

 

Il direttore dell'Agenzia federale per l’educazione civica ritiene che i tedeschi dell'Est si sentano ancora estranei al corpo della società. E sostiene che questo nella ex Germania orientale porta molti a diffidare del governo e persino della democrazia.

 

Ventisette anni dopo la riunificazione della Germania, le istituzioni politiche del paese stanno ancora lottando per abbattere ciò che i tedeschi chiamano "il muro in testa, secondo il direttore dell'Agenzia federale tedesca per l'educazione civica (Bundeszentrale für politische Bildung - bpb).

"Il dominio dei tedeschi occidentali nelle élite è ancora percepito come una forma di colonialismo culturale", ha dichiarato mercoledì al quotidiano Berliner Zeitung Thomas Krüger, che è l'unico ex tedesco orientale a dirigere un dipartimento governativo non direttamente associato agli affari della Germania orientale. "E questo, sì, è un problema."

Thomas Krüger, che ha 58 anni, ha aggiunto che il fatto che un ex cittadino della Germania orientale, Angela Merkel, occupi la più alta posizione politica nel paese serve solo a camuffare la mancanza di una rappresentanza tedesca orientale in tutti i livelli di governo - anche quelli della ex Germania orientale stessa.

 

 

Fiducia nella democrazia


Questo, secondo Krüger, sta contribuendo a un sentimento di crescente estraneità verso le istituzioni statali e la democrazia stessa in stati come la Sassonia e la Turingia. "La distanza quando si guarda dall'esterno aumenta ancora di più, se ci si aggiunge la sottorappresentazione di un determinato gruppo", ha detto. "C'è, semplicemente, una mancanza di persone in grado di mediare tra le differenze culturali, per questo un approccio positivo alle istituzioni diventa più difficile. E, per inciso, è esattamente lo stesso problema che colpisce i gruppi di immigrati".

 
L’assenza di una rappresentanza tedesca orientale in politica è un problema, ha dichiarato Thomas Krüger

Le affermazioni di Krüger sono supportate dai risultati delle elezioni nell'ex Repubblica democratica tedesca comunista (DDR), dove i partiti che si oppongono al sistema politico ed economico tedesco hanno spesso ottenuto buoni risultati. Fino a poco tempo fa ne ha tratto vantaggio la sinistra, con il partito socialista, ma nelle ultime elezioni di settembre il partito di estrema destra AfD è diventato il secondo più grande partito nell'ex Germania dell’Est, con il 21,9% dei voti, a fronte di un 12,6% in tutta la Germania.

 

Gero Neugebauer, politologo di Berlino che ha trascorso la sua infanzia in Germania orientale prima di trasferirsi in Occidente nel 1957, concorda con Krüger che "c'è una mancanza di accettazione e conseguente riconoscimento delle differenze culturali" che colpisce in particolare i cittadini dell'ex DDR". Aggiunge, tuttavia, che non è "la mediazione tra le differenze culturali" a essere necessaria, ma la loro "rimozione".

 

"Questo è più che un obiettivo generazionale: così come provenire da una classe socialmente più debole può spesso essere un ostacolo nell'ascesa sociale, allo stesso modo provenire dalla ex DDR può spesso rappresentare un ostacolo per raggiungere determinate posizioni", ha aggiunto Neugebauer. Dopo la riunificazione, sostiene, molti tedeschi occidentali hanno ricevuto posti di ruolo nelle Università della Germania orientale – e questo anche al di fuori del suo campo, Scienze politiche.

 

Non può sorprendere, quindi, che uno studio del 2016 dell'Università di Lipsia abbia dimostrato che i tedeschi orientali sono ancora sottorappresentati nella leadership politica e commerciale della Germania orientale. Lo studio, commissionato dall'emittente pubblica MDR, ha riscontrato che nel 2016, nei cinque governi locali degli stati tedeschi dell'Est, c'erano meno dirigenti di origine tedesca orientale, rispetto al 2004, con una percentuale crollata dal 75 al 70 percento.

 

Non solo: la quota di tedeschi orientali che sono dirigenti nelle 100 maggiori aziende della Germania orientale si è ridotta dal 35,1% al 33,5% nello stesso periodo. Nel 2016 in tutta la Germania, solo l’1,7 per cento delle posizioni di leadership in politica, nelle aziende o nelle università erano occupate da persone originarie  della Germania orientale.

 

 

Aiutare la Germania dell’Est a recuperare


I commenti di Krüger hanno anche toccato un nervo politico scoperto, perché arrivano nel mezzo dei nuovi negoziati per la coalizione governativa in cui uno dei potenziali partner - il partito filoaziendale liberaldemocratico (FDP) - vuole abolire alla prima opportunità che si presenta la "tassa di solidarietà".

 
La tassa di solidarietà doveva aiutare la Germania orientale

 

La tassa, introdotta in seguito al ricongiungimento allo scopo specifico di rinforzare l'economia dell'Est tedesco, rappresenta uno spinoso problema fiscale da molti anni. La tassa porta in cassa ogni anno 20 miliardi di euro allo Stato tedesco, anche se non è chiaro se tutti questi fondi siano investiti nella Germania orientale. Tuttavia, l'Unione Cristiano Democratica della Merkel (CDU) è favorevole ad abolire gradualmente questa tassazione fiscale a partire dal 2020, mentre l'altro partner nei colloqui in corso, i Verdi, è contrario all'abolizione della tassa.

 

Presentando una sorta di pro memoria, i leader dei governi della Germania orientale martedì hanno inviato una lettera alla Merkel, chiedendole, nella formazione del quarto governo, di tenere a mente gli interessi della regione. Scritta da Stanislaw Tillich, presidente uscente dello stato della Sassonia, per conto di tutti i cinque presidenti degli stati tedeschi orientali, la lettera afferma che la regione soffre ancora "di una debolezza strutturale quasi generalizzata".

 

"Una brusca fine del sostegno strutturale dato alla Germania orientale metterebbe in pericolo i successi del passato", ha scritto Tillich, che ha annunciato due settimane fa l’intenzione di andare in pensione. Ha invitato la cancelliera ad adoperarsi perché la Germania orientale ottenga miglioramenti sul fronte dei collegamenti ferroviari, dei trasporti aerei e delle reti telefoniche.

 

La lettera ha anche segnalato alla cancelliera il pericolo che la regione si ritrovi presa in mezzo tra le regioni altamente sviluppate della Germania occidentale e l'Europa orientale sovvenzionata dall'UE.

 

Circa 16 degli 83 milioni di abitanti della Germania attualmente vivono nell’ex Germania dell’Est. Nei primi 13 anni dopo la riunificazione, l'Oriente ha perso quasi il 9 % della sua popolazione, mentre gli Stati occidentali tedeschi sperimentano un continuo aumento. Sebbene tale effetto si sia attenuato nell'ultimo decennio, la Germania orientale nel suo complesso continua a registrare un declino della popolazione.