19/08/17

Nassim Taleb - L’intolleranza vince sempre: il dispotismo della minoranza


  1. Proponiamo la traduzione integrale di un capitolo tratto dal Skin in the Game, l'ultimo libro di Nassim Nicholas Taleb. Con tipica irriverenza e lucidità, Taleb propone un'interpretazione provocatoria e contro-intuitiva delle dinamiche che regolano i comportamenti sociali: a determinate condizioni, i cambiamenti sociali, ben lungi dall'essere causati dalle azioni della maggioranza, sono il frutto dell'ostinata volontà di una minoranza intollerante. In quest'ottica le attuali retoriche di accoglienza, integrazione e tolleranza acquistano un significato inquietante e tendenzialmente auto-distruttivo. Come sempre il messaggio, però, può anche essere visto dalla prospettiva opposta: la consapevolezza di avere una "posta in gioco" nel cambiamento sociale potrebbe portare anche una minoranza virtuosa, purché motivata e determinata, a contrastare l'apparentemente inevitabile declino sociale, economico e cuturale.


 

 

 

 

 

 

 

di Nassim Nicholas Taleb - 14 agosto 2016

(Capitolo estratto da Skin in the Game)

 

Perché gli europei mangeranno Halal — Perché non è obbligatorio fumare nella zona fumatori — Le preferenze alimentari al funerale del re saudita–Come impedire ad un amico di ammazzarsi di lavoro – La conversione di Omar Sharif — Come causare un crack dei mercati

 

Per gettar luce sul funzionamento dei sistemi complessi, inizierei col portare qualche esempio. Se una minoranza intransigente – una minoranza di un certo tipo – raggiunge un livello percentuale anche minimo, diciamo il tre o quattro per cento della popolazione totale, l’intera popolazione dovrà sottostare alle sue preferenze. Inoltre, il dominio della minoranza causa una distorsione ottica: un osservatore sprovveduto potrebbe ritenere che le scelte e preferenze corrispondano a quelle della maggioranza. Se sembra assurdo, è perché le nostre percezioni scientifiche non sono calibrate per comprendere i sistemi complessi (inutile rifarsi a convinzioni scientifiche o accademiche e alle prime impressioni; nei sistemi complessi queste falliscono, e qualsiasi razionalizzazione, tranne la saggezza delle nonne, è destinata a fallire).

 

L’idea che sta alla base dei sistemi complessi è che l’insieme si comporta in modo non deducibile dalle sue componenti. Le interazioni sono più importanti della natura di ciascuna unità. Studiare le formiche prese singolarmente non potrà mai (e per situazioni di questo tipo si può tranquillamente dire “mai” senza tema di smentita) dare un quadro d’insieme sul funzionamento di una colonia di formiche. Per questo, è necessario studiare una colonia di formiche come una colonia di formiche, né più, né meno, e non come una collezione di formiche. Si ha così una qualità “emergente” del tutto, per la quale le parti e il tutto differiscono, perché ciò che conta è l’interazione tra queste parti. E l’interazione può obbedire a regole molto semplici. La regola discussa in questo capitolo è la regola della minoranza.

 

La regola della minoranza spiega come sia sufficiente un piccolo gruppo di persone virtuose ed intolleranti che non abbiano niente da perdere, e che abbiano coraggio, perché la società funzioni secondo le loro preferenze.

 

Questa spiegazione della complessità mi è venuta, inaspettatamente, durante una grigliata all'aperto offerta dal New England Complex Systems Institute. Mentre gli organizzatori apparecchiavano i tavoli e sistemavano le bevande, un mio amico molto osservante, che mangia soltanto Kosher, si avvicinò per salutarmi. Gli offrii un bicchiere di quel liquido giallo zuccherato con aggiunta di acido citrico altrimenti noto come limonata, nella quasi certezza che l’avrebbe rifiutato per via delle sue regole alimentari. Ma così non fu. Accettò e bevve il liquido detto limonata, ed un altro osservante Kosher commentò: “Tanto, tutte le bevande sono Kosher qui”. Diedi un’occhiata al cartone di limonata. In piccolo, stampigliato, c’era un simbolo, una U racchiusa in un cerchio, ad indicare che era Kosher. Il simbolo può essere facilmente identificato dagli interessati, che vanno espressamente a cercare questa minuscola stampigliatura. Tutti gli altri, incluso me, avevamo passato tutti questi anni a bere bevande Kosher senza rendercene conto.

 


Figura 1 Il cartone di limonata con la U cerchiata, ad indicare che è (letteralmente) Kosher.


 

 

Delinquenti allergici alle noccioline

 

Allora mi venne una strana idea. La popolazione Kosher rappresenta meno di tre decimi di punto percentuale dei residenti negli Stati Uniti. Nonostante questo, quasi tutte le bevande in commercio sono Kosher. Perché? Semplicemente perché produrre esclusivamente Kosher permette a produttori, distributori e ristoratori di non dover distinguere tra bevande Kosher e non-Kosher con etichette speciali, scaffali separati, inventari separati, magazzini differenti. E la discriminante di tutto ciò è questa:

 

Chi segue le regole Kosher (o Halal) non mangerà cibo non Kosher (o non Halal), ma chi non segue le regole Kosher può comunque consumare alimenti Kosher.

 

Oppure, trasposto in altri ambiti:

 

Un disabile non userà mai i bagni regolari ma un non-disabile può usare il bagno per i disabili.

 

Chiaro, a volte nei fatti si esita ad usare un bagno con il simbolo per disabili a causa di una certa confusione – si scambia questa regola con quella dei parcheggi, credendo che l’uso del bagno sia riservato esclusivamente ai disabili.

 

Chi ha un’allergia alle noccioline non può mangiare prodotti che siano entrati in contatto con arachidi, ma chi non ha questa allergia può tranquillamente mangiare cibi senza traccia di arachidi.

 

Il che spiega perché sia così difficile trovare noccioline in aereo e perché le noccioline siano vietate nelle scuole (contribuendo così ad aumentare il numero di persone con allergie da noccioline, dato che una delle cause di queste allergie è la ridotta esposizione).

 

Applichiamo ora la regola in ambiti in cui la cosa diventa divertente:

 

Una persona onesta non commetterà mai atti criminali, ma un criminale può sempre agire legalmente.

 

Chiamiamo la minoranza il gruppo intransigente, e la maggioranza quello flessibile. E la regola è quella della asimmetria nelle scelte.

 

Una volta ho fatto uno scherzo ad un amico. Anni fa, quando i produttori di tabacco nascondevano e minimizzavano le prove dei danni causati da fumo passivo, i ristoranti di New York avevano aree fumatori e non-fumatori (persino gli aerei, incredibilmente, avevano un'area fumatori). Un giorno andai a pranzo con un amico che era in visita dall’Europa: il ristorante aveva tavoli liberi solo nella zona fumatori. Io riuscii a convincere il mio amico che dovevamo comprare delle sigarette perché per stare nella zona fumatori si doveva fumare. E lui si conformò.

 

E ancora. Innanzi tutto conta parecchio la geografia del territorio, la sua organizzazione dello spazio; è molto diverso se gli intransigenti vivono tutti insieme o se sono distribuiti in mezzo al resto della popolazione. Se i seguaci della regola di minoranza vivessero in un ghetto, con la loro piccola economia separata, la regola della minoranza non si applicherebbe. Ma se la popolazione è distribuita nello spazio, se ad esempio la percentuale di tale minoranza in un quartiere equivale a quella nel villaggio, quella nel villaggio equivale a quella della provincia, quella della provincia a quella della regione, e quella della regione è la stessa che in tutto il paese, allora la maggioranza (flessibile) dovrà sottostare alla regola della minoranza. Inoltre, anche la struttura dei costi ha la sua importanza. Nel nostro primo esempio, si dà il caso che produrre limonata conforme alle regole Kosher non cambi molto il prezzo, almeno non abbastanza da giustificare inventari separati. Ma se la produzione di limonata Kosher costasse molto di più, la regola si indebolirebbe in una qualche proporzione non-lineare con la differenza di prezzo. Se produrre cibi Kosher costasse 10 volte tanto, la regola della minoranza non si applicherebbe, tranne forse in qualche quartiere molto ricco.

 

Anche i musulmani hanno il loro tipo di regole Kosher, ma queste sono più limitate e si applicano solo alla carne. Musulmani ed ebrei hanno infatti le stesse regole di macellazione (tutto ciò che è Kosher è anche Halal per i musulmani, o almeno così era nei secoli scorsi, ma non è sempre vero il contrario). Si noti come queste regole di macellazione siano motivate dalla posta in gioco, e tramandate da pratiche greche e semitiche del Mediterraneo Orientale, in base alle quali le divinità erano venerate solo investendoci qualcosa, come sacrificare animali alla divinità per poi mangiarne i resti. Gli dei non amano le cerimonie a buon mercato.

 

Ora si consideri questa manifestazione della dittatura della minoranza. Nel Regno Unito, dove la popolazione musulmana (praticante) è solo il tre o quattro per cento, gran parte della carne è Halal. Quasi il settanta per cento delle importazioni di agnello dalla Nuova Zelanda sono Halal. Circa il dieci per cento dei negozi della catena Subway sono Halal (cioè, non servono carne di maiale), nonostante le significative perdite commerciali derivanti dal non poter servire prosciutto. Lo stesso vale in Sudafrica, dove, con la stessa proporzione di musulmani, una quantità sproporzionata di polli sono certificati come Halal. Tuttavia, in UK e in altri paesi cristiani, Halal non è un concetto abbastanza neutro da diffondersi molto, poiché la gente potrebbe ribellarsi se costretta a seguire regole religiose estranee. Ad esempio Al-Akhtal, poeta arabo cristiano del VII secolo, ribadì la scelta di non consumare mai carne Halal in un noto poema provocatorio in cui si vantava del suo Cristianesimo: “Io non mangio carne sacrificale”. (Al-Akhtal si riferiva alla tipica reazione cristiana di tre o quattro secoli prima — i cristiani in epoca pagana venivano torturati obbligandoli a mangiare carne sacrificale, che per loro era sacrilegio. Diversi martiri cristiani morivano di fame.)

 

Ci si può attendere lo stesso rifiuto delle regole religiose in Occidente, man mano che la popolazione musulmana va crescendo.

 

Quindi la regola della minoranza potrebbe portare a una maggiore proporzione di alimenti Halal nei negozi rispetto a quanto giustificato dalla proporzione dei consumatori Halal nella popolazione, ma solo fino ad un certo punto, perché alcuni potrebbero sviluppare un’avversione al cibo musulmano.  Per certe regole Kashrut (concernenti i cibi Kosher, N.d.T.) senza connotazioni religiose, la percentuale può tranquillamente avvicinarsi al 100%. Negli USA e in Europa i produttori di cibo “biologico” vendono sempre di più proprio grazie ad un’applicazione della regola della minoranza, e perché i prodotti ordinari non etichettati come tali sono spesso percepiti come contenenti pesticidi, erbicidi ed organismi transgenici geneticamente modificati, “OGM”, che secondo alcuni presentano rischi sconosciuti. (In questo contesto OGM si riferisce al cibo transgenico, ottenuto trasferendo geni da un organismo o una specie estranea). Oppure la preferenza può essere dettata da motivi esistenziali, da un atteggiamento di prudenza, o da un'inclinazione (in stile Burke) verso i valori della tradizione – c’è chi preferisce non discostarsi troppo e troppo velocemente da ciò che mangiavano i nonni. L’etichettatura “biologico” è un modo per indicare che quell’alimento non contiene OGM.

 

Spingendo per gli alimenti geneticamente modificati con mezzi che andavano dalle lobby, alle mazzette  ai politici, fino alla palese propaganda scientifica (con campagne diffamatorie contro individui come il sottoscritto), le grandi aziende agricole si illudevano ingenuamente che bastasse avere la maggioranza dalla loro parte. Niente di più sbagliato. Come dicevo, il tipico ragionamento aridamente “scientifico” è troppo poco sofisticato per questo genere di decisioni. Teniamo presente che chi mangia OGM transgenici può mangiare anche non-OGM, ma non il contrario. Quindi basta che ci sia una piccola parte, non più del 5%, di popolazione che non mangia gli OGM, distribuita uniformemente nello spazio, per far sì che l’intera popolazione finisca con il consumare non-OGM. In che modo? Supponiamo che si debba organizzare un evento aziendale, un matrimonio, o una grande festa per celebrare la caduta del regime saudita, o il fallimento della banca di investimenti speculativi Goldman Sachs, o la pubblica umiliazione di Ray Kotcher, il presidente di Ketchum, l’agenzia di pubbliche relazioni specializzata nel diffamare scienziati e informatori scientifici in nome e per conto delle grandi multinazionali. C’è forse bisogno di mandare questionari per chiedere agli invitati se mangiano o no OGM transgenici e prenotare se è il caso pasti speciali? No. Basta ordinare tutto non-OGM, a meno che la differenza di prezzo non sia significativa. E la differenza di prezzo sembra essere irrilevante, perché il prezzo degli alimentari (freschi) in America è determinato in gran parte (fino all’80 o 90%) dalla distribuzione e stoccaggio, non dal costo di produzione agricola. E dato che la domanda di alimenti biologici (o designati come "naturali") da parte della minoranza è in continua crescita, i costi di distribuzione diminuiscono e la regola della minoranza finisce con l’accelerare anche questo effetto.

 

Le grandi imprese agricole industriali non hanno capito che, in questo gioco, per vincere non basta avere più punti dell’avversario, ma bisogna avere il 97% dei punti totali. Ancora una volta, stupisce che a queste grandi aziende, capaci di spendere milioni di dollari in campagne di ricerca e diffamazione, con centinaia di scienziati convinti di essere più intelligenti del resto della popolazione, sia potuto sfuggire un concetto talmente elementare come le scelte asimmetriche.

 

Un altro esempio: non si pensi che la diffusione di auto con il cambio automatico [negli USA, N.d.T.] sia dovuta necessariamente al fatto che la maggioranza preferisce guidare automatico; potrebbe essere semplicemente il caso che chi sa guidare con il cambio manuale può sempre guidare con quello automatico, ma non il contrario [1].

 

Il metodo di analisi qui utilizzato è noto come gruppo di rinormalizzazione, un potente apparato matematico che in fisica teorica permette di studiare i cambiamenti nel tempo. Vediamo di che si tratta – senza usare le formule.

 



 

Figura 2 Gruppo di rinormalizzazione: passaggi da uno a tre (partendo dall’alto): Quattro riquadri contenenti quattro riquadri, uno dei quali rosa nel primo passaggio, con successive applicazioni della regola di minoranza.


 

 

Gruppo di rinormalizzazione

 

La figura 2 mostra quattro riquadri che presentano la cosiddetta auto-similarità frattalica. Ciascun riquadro contiene quattro riquadri più piccoli. Ciascuno dei quattro riquadri contiene quattro riquadri, e così via, verso l’alto e verso il basso fino a raggiungere un certo livello. I due colori rappresentano: il giallo la scelta maggioritaria, il rosa quella minoritaria.

 

Immaginiamo che l’unità più piccola contenga quattro persone, una famiglia. Uno di questi è la minoranza intransigente e mangia solo alimenti no-OGM (inclusi quelli biologici). Il suo riquadro sarà in rosa mentre gli altri sono gialli. Con la “prima rinormalizzazione”, la figlia testarda riesce ad imporre le sue regole a tutti e quattro, ed il riquadro-famiglia diventa interamente rosa, ovvero tutti sceglieranno no-OGM. Nel terzo passaggio, la famiglia è invitata ad una grigliata cui partecipano altre tre famiglie. Poiché l’ospite sa che loro mangiano solo no-OGM, cucinerà esclusivamente biologico. Lo spaccio alimentare del quartiere, rendendosi conto che i suoi clienti ormai chiedono solo no-OGM, inizierà a vendere solo cibi no-OGM per semplificarsi la vita, il che avrà un impatto sul distributore locale, e così via di rinormalizzazione in rinormalizzazione.

 

Per caso, il giorno prima del barbecue di Boston, mi trovavo a zonzo per New York, e passai dall’ufficio di un amico cui volevo impedire di lavorare, ossia, svolgere quell’attività che, se abusata, causa perdita di lucidità mentale, nonché cattiva postura e perdita di definizione dei connotati facciali. Il fisico francese Serge Galam si trovava anche lui per caso di passaggio, e aveva deciso di bighellonare un po’ nell’ufficio del mio amico. Galam era stato il primo ad applicare le tecniche di rinormalizzazione alle scienze sociali e politiche; il suo nome non mi era nuovo perché si trattava dell’autore del più importante libro sull’argomento, che da mesi giaceva in una scatola di Amazon mai aperta nella mia cantina. Mi illustrò dunque le sue ricerche e mi mostrò un modello computerizzato di elezioni, in base al quale basta che una minoranza superi un certo livello perché le sue preferenze prevalgano.

 

Nelle analisi politiche esiste dunque la stessa illusoria convinzione, diffusa dagli “scienziati” politici: si pensa che se un determinato partito di estrema destra o sinistra ha, poniamo caso, il sostegno del 10% della popolazione, ne consegue che il suo candidato otterrà il 10% dei voti. No: gli elettori di riferimento devono essere classificati come “inflessibili” e voteranno sempre per la loro parte. Ma alcuni elettori flessibili possono anche votare per i partiti estremisti, esattamente come chi non osserva l’alimentazione Kosher può mangiare Kosher, e questi sono gli elettori su cui ci si deve concentrare perché possono gonfiare il numero di voti per un partito o l’altro. Il modello di Galan produceva una miriade di effetti contro-intuitivi per le scienze politiche – e le sue previsioni risultavano molto più vicine alla realtà di quanto lo sia un’interpretazione ingenua.

 

 

Il veto

 

Quando una persona è in grado di pilotare le scelte di un gruppo di rinormalizzazione, questo si chiama l’effetto “veto”. Rory Sutherland suggerisce che sia questo il motivo per cui certe catene di fast-food, come McDonald, hanno successo, nonostante la scarsa qualità dei loro prodotti, perché in un certo gruppo socio-economico non vi sono obiezioni a frequentarlo – e solo per una piccola parte di quel gruppo. Per dirla in termini tecnici, si tratta della migliore tra le peggiori ipotesi di divergenza dalle aspettative: quando la media e la varianza sono basse.

 

Quando ci sono poche scelte, il McDonald sembra l’opzione più sicura. Ed è un’opzione sicura anche in posti poco raccomandabili, con pochi clienti abituali, in cui la varianza del cibo rispetto alle aspettative può essere significativa – sto scrivendo queste righe alla stazione centrale di Milano e, per quanto possa essere offensivo per un visitatore che venga da lontano, il McDonald è uno dei pochi ristoranti frequentabili qui. Sembrerà strano, ma ci vanno anche gli italiani che cercano di salvarsi dai cibi più a rischio.

 

Lo stesso vale per la pizza: è un tipo di cibo comunemente accettato e, tranne che non ci si trovi in un ristorante di lusso, non c’è nulla di male ad ordinarla.

 

Rory mi scrisse anche a proposito dell’asimmetria birra-vino e di come questo influenza le scelte ai ricevimenti: “Se la percentuale di donne invitate supera il 10%, non è più possibile servire soltanto birra. Ma la maggior parte degli uomini beve anche vino. Quindi, se si serve solo vino, basta un solo set di bicchieri — il donatore universale, per usare la terminologia dei gruppi sanguigni.

 

La strategia del miglior limite inferiore è la stessa adottata dai Cazari per scegliere tra Islam, Giudaismo e Cristianesimo. Narra la leggenda che tre delegazioni di alto livello (vescovi, rabbini e sceicchi) cercarono di convertirli. Ai cristiani venne chiesto: se doveste scegliere tra Giudaismo e Islam, quale preferireste? Il Giudaismo, risposero questi. Poi fu chiesto ai musulmani: quale delle due, Cristianesimo o Giudaismo. Il Giudaismo, dissero i musulmani. Era dunque il Giudaismo, e la tribù si convertì.

 

 

Lingua Franca

 

Se ad un meeting che si svolge in Germania, in un’austera sala conferenze in stile teutonico di un’azienda sufficientemente internazionale o quantomeno europea, uno dei presenti non capisce il tedesco, l’intero meeting si terrà in...inglese, o almeno nell’inglese sgangherato parlato nelle aziende di tutto il mondo. Così si riesce ad oltraggiare sia gli antenati teutonici che la lingua inglese[2]. Tutto cominciò con la regola asimmetrica per cui coloro che non sono di madrelingua inglese parlano (male) l’inglese, ma il contrario (che gli anglofoni parlino altre lingue) è meno probabile. Il francese in passato era la lingua della diplomazia usata dai funzionari, che generalmente erano di estrazione aristocratica – mentre i loro connazionali più rozzi, occupandosi di commercio, si affidavano all’inglese. Nella rivalità tra le due lingue, l’inglese risultò vincitore man mano che il commercio acquisì prevalenza nella vita moderna; questa vittoria non ha nulla a che fare con il prestigio della Francia o gli sforzi dei loro funzionari nella promozione della loro più o meno gradevole ed ortograficamente coerente lingua latina rispetto a quella ortograficamente più confusa dei polpettoni d’oltre Manica.

 

Si può dunque intuire in che modo l’emergere di una lingua franca possa rispondere alle regole della minoranza – e questo è un aspetto che i linguisti ignorano. L’aramaico è una lingua semitica che soppiantò il canaita (ossia, l’ebraico-fenicio) nel Levante, e somiglia all’arabo; era la lingua parlata da Gesù Cristo. Il motivo per cui riuscì a prevalere nel Levante e in Egitto non è una particolare potenza imperiale semitica o il fatto che hanno una forma del naso interessante. Furono i Persiani – che parlano una lingua indoeuropea – a diffondere l’aramaico, la lingua di assiri, siriani e babilonesi. I Persiani insegnarono agli egiziani una lingua che non era la loro. Semplicemente, quando i Persiani invasero Babilonia, lì trovarono un’amministrazione con scribi che erano in grado di usare solo l’aramaico e non conoscevano il persiano, quindi l’aramaico divenne la lingua ufficiale. Se un segretario è capace di scrivere sotto dettatura solo in aramaico, gli si deve parlare aramaico. Ciò portò alla stranezza per cui l’aramaico si è diffuso fino in Mongolia, perché i registri di stato erano scritti in siriaco (un dialetto orientale dell’aramaico). Secoli dopo la storia si replicò al contrario, con gli arabi che usarono il greco nei loro primi governi del VII e VIII secolo. Infatti, durante l’epoca ellenistica, il greco aveva soppiantato l’aramaico quale lingua franca nel Levante, e gli scribi di Damasco tenevano i loro registri in greco. Ma non furono i Greci a diffondere il greco in tutto il Mediterraneo – non fu Alessandro (che comunque non era greco ma macedone e parlava un dialetto greco differente) a causare l’immediata e profonda ellenizzazione. Furono i Romani ad accelerare la diffusione del greco, che veniva usato nelle loro amministrazioni in tutto l’Impero orientale.

 

Un mio amico franco-canadese di Montreal, Jean-Louis Rheault, si lamentò una volta con me a proposito della perdita della lingua dei franco-canadesi fuori dai confini delle province. Disse queste parole: “In Canada, per bilingue si intende anglofono, e per “francofono” si intende bilingue.”

 

 

La strada a senso unico delle religioni

 

Allo stesso modo, la diffusione dell’Islam in Medio Oriente, dove il Cristianesimo era fortemente radicato (essendo nato lì) può essere attribuita a due semplici asimmetrie. In origine, i sovrani islamici non erano particolarmente interessati a convertire i Cristiani, dato che questi pagavano le tasse – il proselitismo dell’Islam non si rivolgeva alle cosiddette “genti del libro”, cioè individui di credo abramitico. In realtà, i miei antenati, che sopravvissero per tredici secoli sotto il dominio musulmano, trovavano vantaggioso non essere musulmani: in particolare, così evitavano la coscrizione obbligatoria.

 

Le due regole asimmetriche erano le seguenti. Primo, se un uomo non-musulmano sotto dominazione islamica sposa una donna musulmana, deve convertirsi all’Islam – e se uno dei genitori è musulmano, il figlio sarà musulmano[3]. Secondo, essere musulmani è irreversibile, e l’apostasia è il crimine più grave per la religione, punito con la morte. Il famoso attore egiziano Omar Sharif, nato Mikhael Demetri Shalhoub, era di origine cristiana libanese. Si convertì all’Islam per sposare una famosa attrice egiziana e dovette cambiare il nome con uno arabo. Più tardi divorziò, ma non tornò alla religione dei suoi antenati.

 

Con queste due regole asimmetriche è possibile fare delle semplici simulazioni e vedere come un piccolo gruppo islamico che occupi l’Egitto cristiano (Copto) possa, nel corso dei secoli, portare i Copti a diventare un’esigua minoranza. Basta soltanto una piccola percentuale di matrimoni interconfessionali. Si spiega egualmente perché il Giudaismo non si diffonda e tenda a restare in una minoranza, dato che questa religione segue la regola opposta: la madre deve essere ebrea, e i matrimoni interconfessionali abbandonano la comunità. Un’asimmetria ancora più estrema di quella del Giudaismo spiega la diminuzione in Medio Oriente di tre religioni gnostiche: i Drusi, gli Yazidi e i Mandei (le religioni gnostiche sono quelle in cui i misteri e la conoscenza sono tipicamente accessibili soltanto ad una minoranza di anziani, mentre il resto della comunità è all’oscuro delle questioni religiose). A differenza dell’Islam, dove uno qualsiasi dei genitori deve essere musulmano, e del Giudaismo, dove almeno la madre deve avere quella religione, queste tre religioni richiedono che entrambi i genitori siano della stessa fede, altrimenti la persona viene esclusa dalla comunità.

 

L’Egitto ha un territorio pianeggiante. La popolazione è distribuita in maniera omogenea, il che permette la rinormalizzazione (cioè permette la prevalenza della regola delle asimmetrie) – come spiegato precedentemente in questo capitolo, perché le regole Kosher diventino prevalenti è necessario che gli ebrei siano distribuiti abbastanza uniformemente nel paese. Ma in posti come il Libano, la Galilea e il nord della Siria, dove il territorio è montagnoso, cristiani e altri musulmani non sunniti sono rimasti isolati. Se i cristiani non vengono in contatto con i musulmani, non vi sono matrimoni interconfessionali.

 

I Copti d’Egitto hanno anche avuto un altro problema: l’irreversibilità delle conversioni islamiche. Molti Copti si convertirono all’Islam durante il dominio islamico quando si trattava di una procedura puramente burocratica, per poter accedere a determinate professioni o per risolvere un problema che richiedesse la giurisprudenza islamica. Non c’è bisogno di credere, perché l’Islam non è fondamentalmente diverso dal Cristianesimo Ortodosso. Con il passar del tempo una famiglia cristiana o ebrea convertita per convenienza diventa convertita sul serio, e un paio di generazioni più tardi i discendenti dimenticano che quello dei propri antenati era solo un accomodamento.

 

Quindi l’arma vincente dell’Islam è stata il suo essere più intollerante del Cristianesimo, il quale a sua volta si era imposto grazie alla sua intolleranza. Infatti, prima della nascita dell’Islam, la diffusione del Cristianesimo nell’Impero Romano si può considerare dovuta....alla cieca intolleranza dei cristiani, l’incondizionata, aggressiva resistenza del loro proselitismo. I pagani romani inizialmente tolleravano il Cristianesimo, era nella loro tradizione condividere le divinità con gli altri popoli dell’impero. Ma poi iniziarono a chiedersi perché questi Nazareni non fossero disposti a fare cambio con le loro divinità e ad inserire il loro Gesù nel pantheon romano in cambio di altri dei. Forse i nostri dei non valgono abbastanza per loro? Ma i cristiani erano intolleranti verso il paganesimo romano. Le “persecuzioni” dei cristiani furono causate molto più dall’intolleranza dei cristiani verso il pantheon e gli dei locali che non il contrario. Noi però leggiamo la storia scritta dai cristiani, non dai greco-romani. [4]

 

Non sappiamo abbastanza del lato dei Romani durante l’ascesa del Cristianesimo, perché il dibattito è stato monopolizzato dall’agiografia: ad esempio, conosciamo la storia di Santa Caterina martire, che continuò a convertire i suoi carcerieri finché non fu decapitata, se non che...probabilmente non è mai esistita. Esistono un’infinità di storie di martiri e santi cristiani – ma quasi nulla sull’altra parte, gli eroi pagani. Gli unici documenti che abbiamo sono quelli sul ritorno al Cristianesimo durante l’apostasia dell’imperatore Giuliano e gli scritti del suo seguito di pagani greco-siriani, come Libanio Antioco. Giuliano aveva inutilmente tentato di ritornare all’antico paganesimo, ma era come cercare di mantenere un pallone sott’acqua. E ciò non perché, come ritengono gli storici erroneamente, la maggioranza fosse pagana: ma perché la fazione cristiana era troppo intransigente. Il Cristianesimo poteva contare su menti brillanti come Gregorio Nazianzeno e San Basilio, ma nessuno che potesse paragonarsi, o almeno avvicinarsi, al grande oratore Libanio. (La mia ipotesi euristica è che più una mente è pagana, più è intelligente, con maggiori capacità di comprendere sfumature ed ambiguità. Religioni puramente monoteistiche come il Protestantesimo, il Salafismo o l’ateismo fondamentalista, riescono a soddisfare solo le menti capaci di ragionamenti letterali e mediocri, incapaci di tollerare le ambiguità.)

 

Si evidenzia infatti nella storia delle “religioni” mediterranee, o piuttosto dei rituali e sistemi di comportamento e di credenze, una cesura storica operata dagli intolleranti, che ha effettivamente portato a ciò che viene comunemente inteso come religioni. Il Giudaismo avrebbe potuto quasi estinguersi a causa della regola di successione materna e il suo confinamento su base tribale, ma il Cristianesimo poté imporsi, e lo stesso vale per l’Islam. E poi, quale Islam? Ne esistono molte varietà, e il risultato finale è molto diverso dalle versioni precedenti. Perché lo stesso Islam ha finito con l’essere monopolizzato dai puristi (nella sua parte sunnita), semplicemente perché questi erano più intolleranti degli altri: i Wahabbiti, fondatori dell’Arabia Saudita, erano quelli che distruggevano i templi, per imporre le regole più intolleranti, imitati recentemente dall’”ISIS” (l’Islamic State of Iraq and Syria/il Levante). Ogni derivazione successiva dell’Islam sunnita sembra essere concepita per compiacere il suo ramo più intollerante.

 

 

Imporre la virtù

 

Questa idea di unilateralità aiuta a sfatare un certo numero di altri equivoci. Perché i libri vengono messi all’indice? Certamente non perché offendono la gente comune – la maggior parte di loro è passiva e disinteressata, o non abbastanza motivata da richiederne la censura. Sembra piuttosto, sulla base delle esperienze passate, che bastino pochissimi (ma motivati) attivisti per censurare un libro, o includere certe persone in una lista nera. Il grande filosofo razionalista Bertrand Russell perse la sua cattedra alla City University of New York a causa di una lettera scritta da una madre furiosa – e ostinata – per il fatto che sua figlia potesse trovarsi nella stessa aula con una persona dallo stile di vita dissoluto e dalle idee sovversive. [5]

 

Lo stesso vale per i proibizionismi –  almeno negli Stati Uniti il proibizionismo dell’alcool ha originato una serie di storie di mafia davvero appassionanti.

 

Non illudiamoci che la formazione dei valori morali di una società avvenga come evoluzione del consenso. No, sono i più intolleranti ad imporre la virtù agli altri, proprio in base alla loro intolleranza. Lo stesso vale per i diritti civili.

 

Esempio questo perfetto per capire come i meccanismi della religione e della trasmissione di regole morali obbediscano alle stesse dinamiche di rinormalizzazione delle regole alimentari – e per mostrare che il senso morale comune non è altro che un’imposizione da parte di una minoranza. Abbiamo visto in precedenza l’asimmetria tra l’osservanza e l’infrazione delle regole: chi rispetta le leggi ( o le regole) seguirà sempre le regole, ma un delinquente, o una persona con una serie di principi più permissivi, non infrangeranno sempre tutte le regole. Analogamente si è discusso l’effetto fortemente asimmetrico delle regole alimentari Halal. Uniamo adesso i due concetti. In arabo classico, la parola Halal ha un suo contrario: Haram. La violazione di disposizioni legali e morali – di qualsiasi tipo – è Haram. La stessa interdizione disciplina sia l’alimentazione che tutti gli altri comportamenti umani, come giacere con la donna altrui, prestare ad usura (senza condividere il rischio del debitore) o uccidere il proprio proprietario di casa  per diletto. Haram è Haram, ed è una regola asimmetrica.

 

Da ciò consegue che, perché una regola morale si affermi, una minoranza intransigente di individui sparsi geograficamente è sufficiente a determinare le norme prevalenti in una società. La cattiva notizia è che chi osservi l’umanità in aggregato potrebbe erroneamente arrivare alla conclusione che il genere umano si stia spontaneamente evolvendo per essere migliore, più morale, più amabile, con un alito più profumato, quando invece questo vale solo per una piccola parte dell’umanità.

 

 

La persistenza della regola della minoranza, una tesi probabilistica

 

Una tesi probabilistica che conferma la prevalenza della regola della minoranza nel dettare i valori sociali è la seguente. Dall’osservazione di diverse società e della loro storia si evidenzia come siano sempre le stesse regole morali generali ad affermarsi, con alcune varianti non significative: non rubare (quanto meno, non dalla stessa tribù); non adescare gli orfani per il tuo piacere; non picchiare gratuitamente il primo venuto per allenarti, usa invece i sacchi da boxe (tranne se sei spartano, ma anche in quel caso sei autorizzato a uccidere solo un numero finito di iloti per allenarti), ed altre interdizioni di questo genere. Si nota anche che con il passare del tempo queste regole si evolvono per diventare sempre più universali, espandendosi in territori sempre più vasti, fino ad includere progressivamente gli schiavi, le altre tribù, le altre specie (gli animali, gli economisti), ecc. Ed una delle proprietà salienti di queste regole è il loro essere “o nero o bianco”, binarie, discrete, non ammettere gradazioni. Non è possibile rubare “un pochino” o uccidere “con moderazione”. Non è possibile osservare il Kosher e mangiare “solo un pezzettino” di maiale alla grigliata domenicale.

 

Per questo è molto più probabile che questi valori provengano da una minoranza che non dalla maggioranza. Perché? Consideriamo queste due tesi:

 

Paradossalmente, applicando la regola della minoranza i risultati sono molto più costanti—la varianza dei risultati è minore e la regola è più suscettibile di affermarsi indipendentemente tra la popolazione.

 

Ciò che emerge dalla regola della minoranza sarà probabilmente o  bianco o nero.

 

Un esempio. Immaginiamo che un malvagio voglia avvelenare una collettività aggiungendo delle sostanze alle lattine di soda. Ha due possibilità. La prima è il cianide, che segue la regola della minoranza: una goccia di veleno (oltre una certa soglia) rende velenosa la totalità del liquido. La seconda è un veleno che funzioni solo se è prevalente, che richiederebbe l’aggiunta di oltre metà di liquido velenoso per essere efficacemente mortale. Consideriamo adesso il problema inverso, in cui un gruppo di persone dopo aver cenato assieme muoiano tutte misteriosamente, e se ne debbano investigare le cause. Lo Sherlock Holmes del caso concluderebbe che una condizione per cui tutte le persone che hanno consumato la soda sono state ammazzate, è che il nostro malvagio abbia optato per la prima ipotesi, non per la seconda. In altre parole, la regola della maggioranza presenta ampie fluttuazioni sulla media, con un’alta percentuale di sopravvivenza.

 

Il carattere o-bianco-o-nero di tali regole sociali si può spiegare anche così. È come se, a certe condizioni, mescolando il bianco con il blu scuro in varie proporzioni il risultato non sia diverse gradazioni di celeste, ma sempre il blu scuro. A queste condizioni è infinitamente più probabile che il colore prodotto sia blu scuro che non con altre regole che permettano altre gradazioni di blu.

 

 

Il paradosso di Popper

 

Una volta mi trovai ad un ricevimento con tanti tavoli, la tipica situazione in cui si deve scegliere tra il risotto vegetariano e il menù non-vegetariano, quando notai che al mio vicino era stato servito il pasto (incluse le posate) in un vassoio simile a quello dei pasti in aereo. I piatti erano avvolti in carta stagnola. Si trattava evidentemente di un ultra-Kosher. Tuttavia, questi non appariva contrariato dal fatto di condividere il tavolo con mangiatori di prosciutto che, per di più, combinavano burro e carne nello stesso piatto. Lui voleva soltanto essere libero di seguire le sue preferenze.

 

Per gli ebrei e per minoranze islamiche come gli Shiiti, i Sufi, e religioni simili come i Drusi e gli Alawiti, l’obiettivo è di essere lasciati in pace nel seguire le loro preferenze alimentari – con rare eccezioni storiche qua e là. Ma se il mio vicino fosse stato un Salafita Sunnita, avrebbe preteso che l’intera sala fosse Halal. O forse l’intero palazzo. O l’intera città. Magari l’intero paese. Possibilmente l’intero pianeta. Infatti, data la totale assenza di separazione tra chiesa e stato, e tra sacro e profano, in quel caso Haram (il contrario di Halal) significa letteralmente illegale. L’intera sala sarebbe stata fuori legge.

 

Mentre scrivo queste righe, si discute se la libertà dell'Occidente può essere minacciata dalle politiche invasive necessarie per combattere i fondamentalisti salafiti.

 

In altre parole, può la democrazia – che per definizione è la regola della maggioranza – tollerare i suoi nemici? La domanda da porsi è: “Siete d’accordo sull’opportunità di negare la libertà di parola a qualsiasi partito politico che abbia tra i suoi obiettivi l’abolizione della libertà di parola?” Oppure, andando oltre, “Può una società che ha scelto la tolleranza essere intollerante con gli intolleranti?”

 

Questa è l'incoerenza  della Costituzione americana denunciata da Kurt Gödel (gran maestro del rigore logico) quando si presentò all’esame per la cittadinanza. Leggenda vuole che Gödel abbia iniziato a contestare l'esaminatore e che Einstein, che era suo testimone, sia dovuto intervenire per salvarlo.

 

Ho già scritto in precedenza di come persone carenti nella logica mi chiedano spesso se sia necessario essere “scettici sullo scetticismo”; in questi casi rispondo come fece Popper quando gli chiesero se fosse possibile "falsificare la falsificazione”.

 

Questi punti possono essere chiariti con la regola della minoranza. Sì, una minoranza intollerante può controllare e distruggere la democrazia. Anzi, come abbiamo visto, se le si dà corda alla fine distruggerà l’intero pianeta.

 

Quindi, con determinate minoranze intolleranti è necessario essere intolleranti. Non è ammissibile utilizzare “valori americani” o “principi occidentali” quando si ha a che fare con il Salafismo intollerante (che disconosce agli altri il diritto di avere la propria religione). L’Occidente è attualmente sulla via del suicidio.

 

 

L’irriverenza dei mercati e della scienza

 

Passiamo adesso al mercato. Possiamo affermare che il mercato non è la somma dei suoi partecipanti, ma che le variazioni di prezzo riflettono le azioni degli acquirenti e venditori più motivati. Sì, è il più motivato a comandare. Questa è una cosa che solo i trader capiscono: perché un prezzo può crollare del 10% a causa di un singolo venditore. Basta solo che sia un venditore intransigente. I mercati reagiscono in maniera sproporzionata rispetto all’impeto iniziale. Il mercato azionario globale rappresenta attualmente oltre trentamila miliardi di dollari, ma nel 2008 una singola transazione di soli cinquanta miliardi, meno di due decimi percentuali del totale, scatenò un crollo di quasi il dieci percento, causando perdite per circa tremila miliardi. Si trattava di una transazione avviata dalla banca parigina Société Générale, che aveva scoperto una truffa da parte di un trader disonesto e tentava di annullare così l’acquisto. Perché i mercati reagirono in modo così esagerato? Perché la transazione era unilaterale – rigida – ossia esisteva la volontà di vendere, ma non la possibilità di far cambiare idea a qualcuno. Il mio motto è:

 

Il mercato è come un grande cinema con un piccolo ingresso.

 

E il modo migliore per scovare un idiota (come il tipico giornalista economico) è vedere se la sua attenzione è focalizzata sulle dimensioni della porta o su quelle della sala. Se qualcuno, mettiamo, grida “al fuoco!” in un cinema, il panico si scatena proprio perché chi vuole uscire non ha nessuna intenzione di stare tranquillo, esattamente con la stessa intransigenza vista nel caso delle regole Kosher.

 

La scienza funziona in modo analogo. In un’altra occasione spiegherò perché la regola della minoranza è alla base dell’approccio di Popper alla scienza. Ma per adesso occupiamoci dell’assai più divertente Feynman. Che t'importa di cosa dice la gente? è il titolo di una raccolta di aneddoti del grande Richard Feynman, lo scienziato più insolente e irriverente dei suoi tempi. Come il titolo del libro suggerisce, Feynman illustra la sua idea della fondamentale irriverenza della scienza, che si comporta in modo analogo all’asimmetria Kosher. In che modo? La scienza non è la somma di ciò che pensano gli scienziati ma, proprio come il mercato, un processo fortemente asimmetrico. Quando un’ipotesi viene falsificata, da quel momento è falsa (questo almeno è il modus operandi della scienza, per adesso mettiamo da parte discipline come le scienze economiche o politiche, che sono poco più che pompose forme di svago). Se la scienza si basasse sul consenso della maggioranza staremmo ancora al Medio Evo, ed Einstein sarebbe finito laddove aveva iniziato, da impiegato dell'ufficio brevetti con degli strani, inutili hobby.

 

***

 

Alessandro diceva che era meglio avere un esercito di pecore guidate da un leone che un esercito di leoni guidati da una pecora. Alessandro (o senza dubbio chi inventò questo proverbio plausibilmente apocrifo) aveva capito il potere di una minoranza attiva, intollerante e coraggiosa. Annibale terrorizzò Roma per oltre quindici anni con un piccolo esercito di mercenari, vincendo ventidue battaglie contro i Romani, nelle quali questi ultimi avevano sempre la superiorità numerica. Si ispirava ad una versione dello stesso proverbio. Durante la battaglia di Canne, a Giscone che lamentava il fatto che i Cartaginesi fossero molto meno numerosi dei Romani, rispose: “Una sola cosa vale più del loro numero...fra tutti loro non c’è un solo uomo che si chiami Giscone.[6]”[i]

 

Unus sed leo: ne basta uno, ma che sia un leone.

 

Il vantaggio dato dal coraggio ostinato non vale solo negli affari militari. Tutto lo sviluppo della società, sia economico che morale, nasce da un piccolo gruppo di persone. Chiudo qui questo capitolo sull’importanza delle forze in gioco nelle condizioni della società. Una società non si evolve attraverso il consenso, con votazioni, maggioranze, comitati, riunioni prolisse, conferenze accademiche, e sondaggi; per spostare in modo significativo l’ago della bilancia sono sufficienti pochi individui molto motivati. Basta che esista, da qualche parte, una regola asimmetrica. E l’asimmetria è presente praticamente ovunque.

 

 

Note

[1] Grazie ad Amir-Reza Amini.

 

[2] Grazie ad Arnie Schwarzvogel.

 

[3] Vi sono minime varianti nelle diverse regioni e sette islamiche. La regola originale è che se una donna musulmana sposa un uomo non musulmano, l’uomo deve convertirsi. In pratica, in molti paesi devono farlo entrambi.

 

[4] I vari culti esistenti nel mondo Romano erano considerati, dal popolo, egualmente veri; dal filosofo, egualmente falsi; dal magistrati, egualmente utili. La tolleranza produceva dunque non soltanto la comprensione reciproca, ma anche la pace religiosa. Gibbon

 

[5] “Non dubitare mai che un piccolo gruppo di persone attente e impegnate possa cambiare il mondo. In realtà sono sempre e solo stati loro a cambiarlo.” — Margaret Mead

 

[6] I Cartaginesi presentano una penuria nelle varietà onomastiche: la frequenza dei nomi Amilcare e Asdrubale tende a confondere gli storici. Così come esistono una miriade di Gisconi, tra cui uno dei personaggi del Salambo di Flaubert.

 

[i] https://books.google.com/books?id=VzMGAAAAQAAJ&pg=PA269&lpg=PA269&dq=gisco+battle+of+cannae&source=bl&ots=2ybmCD6EaT&sig=lqU71NF46YOpnOSXDfZUsQco2O0&hl=en&sa=X&ved=0CC4Q6AEwAmoVChMI7vnU8-2tyAIVRjw-Ch3DhQkM#v=onepage&q=gisco%20battle%20of%20cannae&f=false

 

17/08/17

Foreign Affairs - La tesi contro l'immigrazione

Su Foreign Affairs, un'articolata spiegazione dei motivi a sostegno della limitazione dell'immigrazione nel dibattito pubblico americano: tra il fallimento del multiculturalismo e i problemi di integrazione, il drenaggio fiscale causato dalle condizioni di indigenza degli immigrati - e le loro scarse possibilità di miglioramento economico - e il risibile impulso demografico ad una popolazione che invecchia, viene smontato tutto l'armamentario argomentativo di quella strana ma formidabile coalizione tra imprese, gruppi etnici di pressione, progressisti e libertari che ha dominato il dibattito pubblico americano (e non solo) sull'immigrazione. I tempi sono pronti per un cambiamento?

 

di Steven Camarota, 31/03/2017

 

 

Delineando la sua posizione sull'immigrazione nell'agosto dello scorso anno, Donald Trump, allora candidato repubblicano alla presidenza americana, ha chiarito la filosofia che lo motiva: "Nel dibattito sull'immigrazione c'è un solo tema fondamentale, ed è il benessere del popolo americano". Anche se questo appello nazionalistico potrebbe colpire alcuni lettori sembrando conservatore, è molto simile alla posizione presa dall'icona dei diritti civili statunitensi e democratica Barbara Jordan, che prima della sua morte nel 1996 ha diretto la commissione del presidente Bill Clinton sulla riforma dell'immigrazione. "È sia un diritto che una responsabilità di una società democratica", ha sostenuto la Jordan, "gestire l'immigrazione in modo che serva l'interesse nazionale". La retorica di Trump ovviamente a volte è stata sovreccitata e priva di tatto, ma la sua visione sull'immigrazione - che dovrebbe essere concepita per beneficiare il paese ricevente - è ampiamente condivisa.

 

Negli Stati Uniti vi sono prove evidenti che l'interesse nazionale non è stato ben servito dalla politica nazionale sull'immigrazione negli ultimi cinque decenni. Anche se i livelli di immigrazione si sono avvicinati ai massimi storici, il dibattito sull'argomento è stato smorzato e i decisori politici e gli opinionisti di entrambi i partiti hanno teso a sovrastimare i benefici e a sottovalutare o ignorare i costi dell'immigrazione. Sarebbe molto importante che il paese riformasse le sue politiche di immigrazione applicando in modo più vigoroso le leggi esistenti e allontanandosi dall'attuale sistema, che fa entrare gli immigrati principalmente sulla base delle relazioni familiari, per andare verso uno basato sugli interessi degli americani.

 

UNA NAZIONE DI IMMIGRATI

 

Non è stato Trump a creare la forte insoddisfazione per l'immigrazione provata dai suoi sostenitori della classe operaia, ma di certo l'ha sfruttata. L'impressione degli elettori che lui avrebbe limitato l'immigrazione potrebbe essere il singolo fattore più importante che lo ha aiutato a vincere nella fortezza democratica di vecchia data del Midwest industriale, e quindi la presidenza. Ci sono due motivi principali per cui l'immigrazione è diventata così controversa e il messaggio di Trump ha trovato il favore di molti. La prima è il lassismo nell'applicazione della legge e la conseguente, grande popolazione di immigrati che vive illegalmente nel paese. Ma anche se l'immigrazione illegale si prende la maggior parte delle prime pagine dei giornali, è un secondo fattore a mettere a disagio molti americani sulla politica attuale. È il numero totale di immigrati, legali o meno. Gli Stati Uniti attualmente garantiscono ogni anno un milione di permessi legali di residenza permanente agli immigrati (o "carta verde"), il che significa che possono rimanere fino a quando desiderano e diventano cittadini dopo cinque anni, o tre se sono sposati con un cittadino statunitense. Annualmente arrivano anche circa 700.000 visitatori a lungo termine, soprattutto lavoratori ospiti e studenti stranieri.

 

Un così grande afflusso annuale si somma nel tempo: nel 2015 i dati del Census Bureau degli Stati Uniti indicano che nel paese vivevano 43,3 milioni di immigrati - il doppio del numero del 1990. I dati del censimento comprendono circa 10 milioni di immigranti clandestini, mentre circa un altro milione di persone non viene conteggiato. Contrariamente alla maggior parte dei paesi, gli Stati Uniti concedono la cittadinanza a chiunque nasca su suolo americano, inclusi i figli dei turisti o degli immigrati clandestini, per cui i dati sopra riportati non comprendono nessuno dei bambini di immigrati nati negli Stati Uniti.

 

[caption id="attachment_12412" align="alignnone" width="730"] Immigranti totali negli Stati Uniti (dati storici e proiezione), in milioni di persone[/caption]

 

I sostenitori dell'immigrazione negli Stati Uniti spesso argomentano che il paese è una "nazione di immigrati", e certamente l'immigrazione ha svolto un ruolo importante nella storia americana. Tuttavia, gli immigrati attualmente rappresentano il 13,5% della popolazione totale statunitense, la percentuale più alta in oltre 100 anni. Il Census Bureau prevede che entro il 2025 la percentuale di immigrati nella popolazione raggiungerà il 15%, superando il record di sempre negli Stati Uniti del 14,8%, raggiunto nel 1890. Senza una modifica della politica, questa percentuale continuerà ad aumentare per tutto il ventunesimo secolo. Conteggiando gli immigrati e i loro discendenti, il Pew Research Center stima che dal 1965, anno in cui gli Stati Uniti liberalizzarono le proprie leggi, l'immigrazione ha aggiunto 72 milioni di persone nel paese, un numero maggiore della popolazione attuale della Francia.

 

[caption id="attachment_12413" align="alignnone" width="730"] Percentuale di immigrati sulla popolazione degli USA (dati storici e proiezione)[/caption]

 

Tenuto conto di questi numeri, è sorprendente che i funzionari pubblici negli Stati Uniti si siano concentrati quasi esclusivamente sugli 11-12 milioni di immigrati clandestini del paese, che rappresentano solo un quarto della popolazione totale degli immigrati. L'immigrazione legale ha un impatto molto più grande sugli Stati Uniti, ma i leader del paese raramente si sono posti le grandi domande. Per esempio, qual è la capacità di assorbimento delle scuole e delle infrastrutture nazionali? Come se la caveranno gli americani meno qualificati nel mercato del lavoro, in concorrenza con gli immigrati? Oppure, forse la più importante, quanti immigrati gli Stati Uniti sono in grado di assimilare nella propria cultura? Trump non sempre ha approcciato queste domande con attenzione, o con molta sensibilità, ma va a suo merito averle almeno sollevate.

 

I TEMPI CAMBIANO

 

Per quanto riguarda l'assimilazione culturale, i sostenitori delle politiche aperte di immigrazione spesso sostengono che non esiste alcun problema. Durante l'ultima grande ondata di immigrazione, dal 1880 al 1920, gli americani temevano che i nuovi arrivati ​​non si sarebbero integrati, ma per la maggior parte essi finirono per essere assimilati. Pertanto, proseguendo questo ragionamento, tutti gli immigrati si assimileranno.

 

Sfortunatamente, tuttavia, le circostanze che hanno aiutato gli immigrati della Grande Ondata ad assimilarsi non sono presenti oggi. In primo luogo, la Prima Guerra Mondiale e poi la legislazione nei primi anni '20 ridussero notevolmente i nuovi arrivi. Nel 1970 meno del 5% della popolazione statunitense era straniera, dal 14,7% nel 1910. Questa riduzione ha aiutato le comunità di immigrati ad essere assimilate, poiché non erano più continuamente alimentate dai nuovi arrivati ​​del vecchio paese. Ma negli ultimi decenni la crescita marcata delle enclave di immigrati ha probabilmente rallentato il ritmo di assimilazione. In secondo luogo, molti immigrati di oggi, come quelli del passato, hanno modesti livelli di istruzione, ma a differenza del passato, la moderna economia americana ha meno buoni posti di lavoro per i lavoratori non qualificati. In parte per questo motivo, gli immigrati non migliorano nel tempo la loro situazione economica, come facevano in passato. In terzo luogo, la tecnologia consente agli immigrati di preservare i legami con la patria in modi che non erano possibili un secolo fa. Chiamare, scrivere, inviare e-mail, usare FaceTime e tornare per viaggio a casa sono tutte cose relativamente economiche e facili.

 

Quarto, l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dei nuovi arrivati ​​è cambiato. In passato, c'era un consenso più vasto sulla desiderabilità dell'assimilazione. Il giudice della Corte Suprema di Giustizia Louis Brandeis, figlio di immigrati ebrei, dichiarò in un discorso sul "vero americanismo" nel 1915 che gli immigrati dovevano fare semplicemente più che imparare l'inglese e le abitudini native. Piuttosto, sosteneva, "devono essere portati in completa armonia con i nostri ideali e le nostre aspirazioni". Questa era una convinzione ampiamente diffusa. Nel suo libro "The Unmaking of Americans" [Il disfacimento degli Americani, ndt], il giornalista John J. Miller ha descritto come al volgere del ventesimo secolo, organizzazioni come la Lega Civica Nordamericana per gli Immigrati pubblicavano opuscoli che celebravano gli Stati Uniti e aiutavano gli immigrati a comprendere e abbracciare la storia e la cultura del paese adottato.

 

[caption id="attachment_12417" align="alignnone" width="800"] Un nuovo cittadino statunitense durante la cerimonia di naturalizzazione a Ellis Island nel maggio 2015.[/caption]

 

Negli Stati Uniti oggi, come in molti paesi occidentali, questo genere di forte accento sull'assimilazione è stato sostituito con il multiculturalismo, che sostiene che non esiste una singola cultura americana, che gli immigrati e i loro discendenti dovrebbero mantenere la loro identità, e che il paese dovrebbe adattarsi alla cultura dei nuovi arrivati anziché il contrario. L'istruzione bilingue, i distretti legislativi disegnati lungo linee etniche e le schede elettorali in lingua straniera sono tutti sforzi per cambiare la società americana affinché ospiti gli immigrati in modo molto diverso dal passato. I nuovi arrivati ​​beneficiano inoltre di iniziative sull'azione positiva e la diversità, originariamente ideate per aiutare gli afro-americani. Tali misure basate sulla consapevolezza di razza e di etnia incoraggiano gli immigrati a considerarsi separati dalla società e bisognosi di un trattamento speciale a causa dell'ostilità degli americani comuni. John Fonte, studioso dell'Hudson Institute, ha sostenuto che tali politiche, che incoraggiano gli immigrati a mantenere la loro lingua e cultura, rendono meno probabile l'assimilazione patriottica.

 

Naturalmente, molti americani ancora sposano l'obiettivo dell'assimilazione. Un recente sondaggio Associated Press ha scoperto che la maggior parte degli americani pensa che il proprio paese dovrebbe avere una cultura fondamentale che gli immigrati adottano. Ma il tipo di assimilazione promosso da Brandeis e dalla Lega Civica del Nord America non ha più il sostegno dell'elite. Di conseguenza, anche le istituzioni apparentemente progettate per aiutare gli immigrati a integrarsi finiscono per dare loro messaggi misti. Come sottolinea lo psicologo politico Stanley Renshon, molte organizzazioni incentrate sugli immigrati oggi aiutano gli immigrati a imparare l'inglese, ma lavorano duramente anche per rafforzare i legami con il vecchio paese.

 

MOSTRAMI I SOLDI

 

Un'altra area di contesa nel dibattito sull'immigrazione è il suo impatto economico e fiscale. Molte famiglie immigrate prosperano negli Stati Uniti, ma una grande parte non ci riesce, aggiungendosi in modo significativo ai problemi sociali già esistenti. Quasi un terzo di tutti i bambini americani che vivono in povertà oggi hanno un padre immigrato, e gli immigrati e i loro figli rappresentano quasi un terzo dei residenti USA senza un'assicurazione sanitaria. Nonostante alcune restrizioni alla capacità dei nuovi immigrati di utilizzare programmi di assistenza basati sul reddito, circa il 51% delle famiglie dirette da immigrati usa il sistema previdenziale, rispetto al 30% delle famiglie native. Delle famiglie immigrate con figli, i due terzi rientrano in programmi di assistenza alimentare. Tagliare fuori gli immigrati da questi programmi sarebbe sciocco e politicamente impossibile, ma è giusto mettere in discussione un sistema che accoglie immigrati così poveri da non poter nutrire i propri figli.

 

Per essere chiari, la maggior parte degli immigrati arriva negli Stati Uniti per lavorare. Ma poiché il sistema legale dell'immigrazione statunitense privilegia le relazioni familiari sulle competenze professionali - e poiché il governo ha generalmente tollerato l'immigrazione clandestina - gran parte degli immigrati non è qualificata. Infatti, metà degli immigrati adulti negli Stati Uniti non hanno alcuna istruzione oltre la scuola superiore. Questi lavoratori hanno generalmente guadagni bassi, il che significa che si appoggiano alla previdenza sociale anche se stanno lavorando.

 

Lo scorso autunno, uno studio esaustivo delle Accademie Nazionali delle Scienze, dell'Ingegneria e della Medicina ha rilevato che gli immigrati e le loro famiglie utilizzano servizi pubblici per un valore notevolmente più alto di quante tasse pagano, e che il drenaggio fiscale netto potrebbe essere pari a 296 miliardi di dollari l'anno. Le Accademie hanno anche proiettato l'impatto fiscale nel futuro, con risultati misti: quattro dei loro scenari hanno mostrato un drenaggio fiscale netto anche dopo 75 anni e quattro hanno mostrato un utile fiscale netto. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che attualmente l'effetto fiscale è grande e negativo. Lo studio ha anche mostrato, non sorprendentemente, che gli immigrati istruiti a livello universitario rappresentano un beneficio fiscale netto, mentre quelli senza laurea in genere rappresentano un drenaggio fiscale netto. Sulla base delle scoperte delle Accademie, l'amministrazione Trump ha suggerito di muoversi verso un sistema di immigrazione "basato sul merito", che selezionerebbe gli immigrati in grado di sostenere se stessi.

 

L'immigrazione ha influenzato anche il mercato del lavoro statunitense. Uno dei principali economisti statunitensi dell'immigrazione, George Borjas di Harvard, ha recentemente scritto sul The New York Times che aumentando l'offerta di lavoratori, l'immigrazione riduce i salari per alcuni americani. Ad esempio, solo il 7% degli avvocati negli Stati Uniti sono immigrati, ma il 49% delle domestiche sono immigrate, così come un terzo dei lavoratori edili e dei lavoratori nelle costruzioni. I perdenti dell'immigrazione sono gli americani meno istruiti, molti dei quali neri e ispanici, che lavorano in queste occupazioni ad alto livello di immigrati. Il paese deve riflettere maggiormente sull'impatto dell'immigrazione sugli americani più poveri e meno istruiti.

 

Un altro argomento comune per l'immigrazione è che risolverà il principale problema demografico dei paesi occidentali - quello di una popolazione che invecchia. Gli immigrati, così prosegue l'argomentazione, forniranno la prossima generazione di lavoratori che col loro lavoro sosterranno i programmi previdenziali. Ma per aiutare le finanze pubbliche, gli immigrati dovrebbero costituire un ricavo fiscale netto, ma non è questo il caso. Inoltre, l'economista Carl Schmertmann ha mostrato più di due decenni fa che "l'afflusso costante di immigrati, anche in età relativamente giovane, non necessariamente ringiovanisce una popolazione a bassa fertilità ... [e] può anche contribuire all'invecchiamento della popolazione". Le analisi mie e dei colleghi sostengono questa conclusione. In breve, gli immigrati crescono come tutti gli altri, e negli Stati Uniti tendono a non avere famiglie molto grandi. Nel 2015 l'età mediana di un immigrato era di 40 anni, contro i 36 per i nativi. E il tasso di fertilità globale degli Stati Uniti, inclusi gli immigrati, è di 1,82 bambini per donna, che scende solo a 1,75 quando gli immigrati vengono esclusi dal conteggio. In altre parole, gli immigrati aumentano il tasso di fertilità di appena il quattro per cento. Gli Stati Uniti dovranno cercare altrove per affrontare l'invecchiamento della propria popolazione.

 

Un ultimo argomento a favore degli immigrati si concentra sui benefici per gli stessi immigrati, in particolare quelli più poveri, che vedono i loro salari aumentare sensibilmente quando si trasferiscono nel Primo Mondo. Ma data la portata della povertà del Terzo Mondo, l'immigrazione di massa non è la forma migliore di soccorso umanitario. Più di tre miliardi di persone nel mondo vivono in povertà, guadagnando meno di 2,50 dollari al giorno. Anche se l'immigrazione legale triplicasse a tre milioni di persone all'anno, gli Stati Uniti farebbero comunque entrare solo l'un per cento dei poveri del mondo ogni decennio. Al contrario, l'assistenza allo sviluppo potrebbe aiutare molte altre persone nei paesi a basso reddito.

 

L'ARTE DEL COMPROMESSO?

 

L'ultima volta che la limitazione dell'immigrazione è stata nell'agenda legislativa statunitense, a metà degli anni '90, la commissione di Barbara Jordan ha proposto di limitare l'immigrazione familiare e di eliminare la lotteria per i visti, che assegna visti a caso. Clinton inizialmente sembrava approvare le raccomandazioni, ma poi cambiò inclinazione dopo la morte della Jordan e il vento politico mutò direzione. Il tentativo di abbassare il livello di immigrazione è stato sconfitto nel Congresso dalla stessa strana ma formidabile coalizione tra imprese, gruppi etnici di pressione, progressisti e libertari che hanno dominato il dibattito pubblico sull'immigrazione da allora fino all'era Trump.

 

Con l'elezione di Trump, potrebbe essere possibile un compromesso politico negli Stati Uniti. Può comportare la legalizzazione di alcuni immigrati clandestini in cambio di una politica più restrittiva su chi entra. Dare precedenza all'immigrazione qualificata ridurrebbe il numero complessivo di immigrati e aumenterebbe la quota di immigrati con una buona istruzione, facilitando l'assimilazione. La legge RAISE, sponsorizzata dai senatori Tom Cotton e David Perdue, farebbe proprio questo. Forse abbinare la legge RAISE con la legalizzazione di una quota di immigrati clandestini potrebbe portare a un passo avanti.

 

Eppure, a prescindere dalla politica, l'immigrazione rimarrà controversa perché coinvolge compromessi e rivendicazioni morali in competizione. E per il futuro prevedibile, il numero di persone che vorranno venire nei paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, sarà molto più grande di quello che questi paesi sono disposti ad accettare o in grado di permettersi.

16/08/17

FT - Appaiono crepe nelle infrastrutture tedesche, a secco di investimenti

In Germania, strade e ponti su primarie vie di comunicazione vengono chiusi al traffico pesante per problemi strutturali, mentre la spesa pubblica per le infrastrutture da tempo ha raggiunto livelli bassissimi. Dopo anni di attenzione al pareggio di bilancio, e l'approvazione nel 2009 del "freno al debito", un emendamento costituzionale che impedisce alle amministrazioni di ogni livello di avere deficit strutturali (ricorda nulla?), la Germania, campione mondiale di surplus commerciali, si trova ad affrontare un serio problema di manutenzione e potenziamento delle proprie infrastrutture. Tutti sono concordi nel voler aumentare gli investimenti pubblici, ma molto diverse sono le ricette proposte, mentre il FMI spera che la maggiore spesa per le infrastrutture incoraggi gli investimenti privati, riduca l'enorme surplus di partite correnti del paese e reflazioni l'economia tedesca, disinnescando le guerre commerciali e valutarie prossime venture. Dal Financial Times.

 

di Guy Chazan, 04/08/2017

 

 

Mentre si attraversa il ponte sul Reno a Leverkusen, si nota qualcosa di strano. Questo è uno dei corridoi viari più importanti della Germania, vicino ad uno dei suoi maggiori centri industriali - eppure tra le migliaia di veicoli che lo utilizzano ogni giorno, non ci sono camion.

 

Il ponte è chiuso ai veicoli pesanti dal 2012, quando sono state scoperte crepe nel calcestruzzo. Un sostituto sarà aperto nel 2020. Ma fino ad allora, i camion dovranno trovare altri modi per attraversare il Reno.

 

Marcus Hover è il direttore del VVWL, un gruppo di lobby locale dei trasporti, ma dice di essere contento che il ponte sia inagibile, defininendolo "una sveglia per tutto il paese" e un monumento alla crisi infrastrutturale della Germania.

 

Agli stranieri, la Germania può sembrare una macchina ben oliata. Ma la sua reputazione di modello di efficienza oscura il fatto che molte strade, ponti ed edifici pubblici sono in uno sconvolgente pessimo stato. Private di investimenti per anni, molte infrastrutture si stanno lentamente sbriciolando.

 

Giovedì le autorità sono state costrette a chiudere un altro ponte sul Reno dopo che è stata trovata una crepa nell'armatura dei cavi. Normalmente, circa 100.000 veicoli al giorno attraversano il ponte a Neuenkamp, ​​che a circa 80 km a nord di Leverkusen è uno dei più importanti collegamenti viari tra la cintura industriale della Ruhr e i Paesi Bassi.

 

Hendrik Wüst, ministro dei trasporti del Nord Reno-Vestfalia, è preoccupato del disagio economico in tutta la sua regione. "Quando un uomo d'affari a Siegerland [nella Germania centrale] non può trasportare la sua turbina a vento o il trasformatore al suo cliente perché i ponti sono interrotti, allora abbiamo un vero problema", dice. "Rischiamo di perdere posti di lavoro nelle aree rurali in crescita più rapida".

 

[caption id="attachment_12325" align="alignnone" width="705"] Gli investimenti sono diminuiti in percentuale al PIL - La formazione di capitale fisso lordo (% del PIL) - autorità municipali, i 16 Lander e il governo federale[/caption]

 

Martin Schulz, leader del partito Social Democratico di centro sinistra (SPD), ha messo il tema delle infrastrutture al centro della sua campagna per le elezioni del Bundestag del prossimo mese. Schulz sostiene che i governi federali, regionali e locali della Germania dovrebbero spendere il loro surplus di bilancio di oltre 56 miliardi di euro per riparare i tetti delle scuole piuttosto che in riduzione delle tasse, come sta proponendo la CDU di Angela Merkel .

 

Secondo la KfW, la banca di sviluppo tedesca, i paesi, le città e i distretti rurali tedeschi hanno una "divergenza di investimenti" di 126 miliardi di euro, tra cui arretrati di 34 miliardi di euro di mancate spese per le strade e 33 miliardi di euro per le scuole.

 

"Per troppo tempo la Germania si è concentrata sul pareggio del proprio bilancio e sulla riduzione del disavanzo piuttosto che sugli investimenti e, nel tempo, gli effetti si sommano", afferma Henrik Enderlein, vicepresidente della Hertie School of Governance a Berlino, che ha contribuito a scrivere il programma economico della SPD.

 

Le statistiche mostrano che gli investimenti pubblici come percentuale del prodotto interno lordo sono scesi da quasi il 5% nel 1970 ad un livello minimo del 1,9% nel 2005. Si sono stabilizzati intorno al 2%. Il governo insiste sul fatto che gli investimenti pubblici sono "in aumento", con un tasso medio di crescita annuale del 3,8%, e che cresceranno di circa il 5% all'anno fino al 2020.

 

[caption id="attachment_12326" align="alignnone" width="694"] Il ponte sul Reno a Leverkusen, che è stato chiuso al traffico pesante nel 2012[/caption]

 

Ma il governo ammette anche che i fondi extra messi a disposizione delle autorità locali negli ultimi anni "non hanno provocato molti nuovi investimenti". Il denaro viene invece usato "per ridurre i disavanzi di bilancio e generare eccedenze", dice.

 

Alcuni economisti incolpano di questo il "freno al debito", un emendamento costituzionale approvato nel 2009 che impone una camicia di forza sui governi statali e locali della Germania, proibendo loro di avere deficit strutturali.

 

Marcel Fratzscher, capo del think-tank DIW a Berlino, afferma che le spese per le infrastrutture soffrono sia nei momenti buoni che in quelli cattivi. Quando i tempi sono difficili e aumentano disoccupazione e spese sociali, i governi regionali hanno scoperto che gli investimenti sono la "cosa più facile da tagliare". Quando l'economia migliora, i tedeschi preferiscono "concedersi qualche capriccio" piuttosto che investire.

 

[caption id="" align="alignnone" width="700"] Anche gli investimenti netti in Germania sono diminuiti (migliaia di miliardi di €) - Nel 2009, durante la crisi finanziaria il debito pubblico è aumentato e i nuovi investimenti sono stati posticipati[/caption]

 

Uno di questi "capricci" da lui citati è la controversa - e costosa - riforma delle pensioni del 2014 che ha tagliato l'età pensionabile a 63 anni per certi lavoratori di lungo impiego e ha aumentato le pensioni per le madri dei bambini nati prima del 1992.

 

Schulz ha proposto un "obbligo di investimento", una sorta di immagine speculare del freno al debito che richiederebbe ai governi di spendere i ricavi eccedenti sulle infrastrutture. In questo, fa causa comune con il Fondo Monetario Internazionale, che vuole che la Germania spenda di più sulle infrastrutture pubbliche per incoraggiare gli investimenti privati ​​e ridurre l'enorme surplus di partite correnti del paese.

 

La signora Merkel sostiene che il principale ostacolo alla maggiore spesa per le infrastrutture non è la mancanza di denaro, ma strozzature nella pianificazione. "Non possiamo spendere i soldi che abbiamo adesso", ha detto il mese scorso. Nel suo manifesto, il suo CDU promette di rimuovere la burocrazia, ridurre le restrizioni alla programmazione e dare una corsia veloce ai progetti ad alta priorità.

 

Infatti, raramente il denaro è il problema principale: nel caso del nuovo aeroporto di Berlino, che doveva aprire nel 2011 e non è ancora completo, i principali colpevoli sono stati i problemi tecnici, una pianificazione mediocre e frequenti cambi di direzione.

 

Il ponte di Leverkusen è l'epitome del problema infrastrutturale in Germania. Aperto nel 1965, entro il 2012 sosteneva 128.000 auto e 14.000 camion ogni giorno - un carico per il quale non è mai stato progettato.

 

[caption id="" align="alignnone" width="684"] Martin Schulz, leader del partito Social Democratico di centro sinistra (SPD), ha messo il tema delle infrastrutture al centro della sua campagna per le elezioni del Bundestag del prossimo mese[/caption]

 

La chiusura del ponte ha portato ad un pedaggio ambientale. Il signor Hover dice che la chiusura aggiunge 40 minuti e 30 km al lavoro medio di un camionista, il che significa che ogni giorno vengono consumati 126.000 litri di gasolio in più ed emessi altre 330 tonnellate di anidride carbonica. I camion hanno intasato il traffico di Leverkusen poiché trovano percorsi alternativi.

 

"Conosco una ditta con una piccola flotta di 30 veicoli che dice che tutto ciò gli sta costando € 15.000 al mese", dice Hover. Teme che appariranno più crepe e il ponte sarà completamente chiuso. "Allora avremo il caos totale".

 

Il signor Wüst afferma che solo in Nord Reno-Westfalia circa 300 ponti devono essere completamente ricostruiti. Le infrastrutture degli anni del boom della Germania, negli anni '60 e '70, non sono state progettate per il traffico di oggi, dice.

 

"Fa una grande differenza se il ponte viene attraversato da 1000 o 10.000 camion al giorno, o se pesano 22 o 44 tonnellate", dice. "Queste strutture stanno raggiungendo la fine della loro vita utile molto prima [di quel che ci si aspettava, ndt]".

 

Tuttavia, echeggiando la signora Merkel, afferma che più soldi non sono la soluzione: dopo anni di tagli, molti paesi e città non dispongono della capacità istituzionale di gestire grandi progetti. "È fondamentale che le autorità locali dispongano di sufficiente personale qualificato per il processo di pianificazione, ispezione e autorizzazione", afferma Wüst.

 

Anche gli atteggiamenti pubblici devono cambiare, dicono gli esperti. E' improbabile che i politici vengano eletti promettendo di investire in un ponte che potrebbe collassare tra 30 anni se non viene manutenuto, dice Hover. Per la maggior parte delle persone, dice, tali orizzonti temporali sono "come la fantascienza".

15/08/17

KTG - la Grecia e l'Italia sono tra i paesi con più lavoro schiavile nella UE

La crisi dei migranti investe soprattutto i paesi lungo le frontiere esterne dell'Unione Europea, che fungono da punto di accesso per essa: Italia, Grecia, Romania, Bulgaria e Cipro - l'Italia da sola nel 2017 ha intercettato l'80% degli oltre 100 mila arrivi. Niente affatto sorprendentemente, questi sono gli stessi paesi membri UE in cui il numero di eventi collegati a schiavitù e traffico di esseri umani è aumentato vertiginosamente nell'ultimo anno. Ma la crescita di questi fenomeni ha interessato quasi tutti gli altri paesi membri, in quella che sembra una risposta molto fosca alla domanda: cosa facciamo di tutti questi immigrati? Da KeepTalkingGreece.

 

10/08/2017

 

L'Unione Europea nel 2017 ha registrato il maggior aumento al mondo della schiavitù, con l'arrivo di più di 100.000 migranti, molti dei quali estremamente vulnerabili allo sfruttamento, hanno affermato gli analisti giovedì. Grecia, Italia, Cipro, Romania e Bulgaria sono i paesi con il maggior lavoro schiavile dentro la UE.

 

Il rischio di lavoro schiavile nell'agricoltura, nelle costruzioni e in altri settori è aumentato in tutta la regione, con 20 dei 28 Stati membri dell'UE che hanno avuto un peggioramento rispetto al 2016 in un indice globale di schiavitù a cura della società di analisi britannica Verisk Maplecroft.

 

"La crisi dei migranti ha aumentato il rischio che episodi di schiavitù appaiano nelle catene di approvvigionamento di tutta Europa", ha dichiarato Sam Haynes, analista esperto di diritti umani di Verisk Maplecroft.

 

Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), globalmente ci sono 21 milioni di persone a lavoro forzato, compresi i bambini, in un business di 150 miliardi di dollari all'anno.

 

[caption id="attachment_12430" align="alignnone" width="1024"] Rischio di schiavitù moderna nei paesi membri UE. In arancione i paesi dove il rischio è aumentato e in rosso i 5 paesi che hanno performato peggio sulla schiavitù. Romania: la situazione della schiavitù in Romania è ritenuta peggiorare più velocemente rispetto a tutti gli altri paesi del mondo, dato che il paese in un anno ha perso 56 posizioni portandosi al 66° posto tra i paesi più a rischio.[/caption]

 

L'indice, che ha valutato gli episodi di traffico di esseri umani o di schiavitù, nonché le leggi e l'applicazione delle leggi in 198 paesi, ha classificato la Romania, la Grecia, l'Italia, Cipro e la Bulgaria come i paesi con il maggior lavoro schiavile all'interno dell'UE.

 

Sono tutti paesi che fungono da punti chiave di accesso alla regione per i migranti, ha detto Verisk Maplecroft.

 

Secondo l'Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), finora nel 2017 circa 115.000 migranti e rifugiati hanno raggiunto l'Europa via mare, con oltre l'80% che arriva in Italia.

 

Molti acconsentono a pagare grandi quantità di denaro per il viaggio e finiscono per lavorare praticamente in modo gratutio, intrappolati dai debiti dovuti agli agenti che li hanno portati attraverso il confine, ha dichiarato Alexandra Channer, analista di diritti umani di Verisk Maplecroft.

 

"Molti migranti illegali che entrano nell'UE sono così indebitati verso qualche banda di trafficanti di esseri umani o verso agenti senza scrupoli che non hanno speranza di ripagare quel costo", ha detto alla Fondazione Thomson Reuters.

 

[caption id="" align="alignnone" width="1230"] I primi 10 paesi con più alto rischio di schiavitù moderna.[/caption]

 

Le autorità locali stanno lottando per gestire efficacemente la questione della schiavitù a causa del gran numero di arrivi, ha aggiunto.

 

Globalmente, la Corea del Nord ha mantenuto il primo posto avendo il peggior record di lavoro schiavile, mentre, al di fuori dell'UE, la Turchia è quella che ha perso più terreno in classifica, scivolando nella categoria "ad alto rischio".

 

L'India è quella che è migliorata maggiormente, saltando dal 15° al 49° posto, mentre anche la Thailandia ha ottenuto notevoli risultati nella lotta alla schiavitù, passando dal 21° al 48° posto.

 

Tuttavia entrambi i paesi sono rimasti classificati a "rischio estremo" con gravi abusi segnalati nelle costruzioni, nelle fornaci di mattoni, nella produzione di indumenti, nella manifattura, nella produzione agricola, nella pesca e nella produzione di gomma, secondo l'analisi.

 

Channer ha dichiarato che l'indice mira ad aiutare le aziende a individuare i paesi più a rischio di lavoro schiavile.

 

13/08/17

Eurostat - Un Europeo su tre non può permettersi una settimana di vacanza all'anno

Un breve articolo di Eurostat pubblicato sul sito della Commissione Europea riporta che una percentuale spaventosamente alta (mediamente un terzo) della popolazione europea non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza in un anno. In Italia la percentuale supera il 45%, meno del picco del 51% del 2013, ma più del 40% del 2010. L'articolo vorrebbe terminare su una nota positiva, mostrando che la percentuale di persone che non possono permettersi le vacanze è in diminuzione in gran parte della UE (ma non in alcuni paesi tra cui la Grecia). Tuttavia è da sottolineare che tale numero è elevato anche in molti paesi dell'Europa occidentale, e che il dataset è limitato al solo periodo di crisi (2010-2016), quindi non è possibile fare comparazioni col periodo precedente alla crisi.

 

Eurostat, 31 luglio 2017

 

 

Per molte persone nell'Unione Europea (UE) l'estate significa viaggi e vacanze. Tuttavia circa un terzo (32,9%) della popolazione UE non può permettersi una vacanza di una settimana all'anno lontano da casa. A trovarsi in questa situazione sono leggermente di più le famiglie con figli (34,6%) rispetto alle famiglie senza figli (31,3%).

 

La percentuale più bassa si trova in Svezia, quella più alta in Romania e in Croazia.

 

La Svezia (con l'8,2%), seguita dal Lussemburgo (13,1% nel 2015), Danimarca (13,7%), Finlandia (14,2%), Austria (15,4%) e Olanda (16,2%) sono i paesi membri della UE con le percentuali più basse di persone che non possono permettersi questa settimana di vacanza in un anno.

 

Sul lato opposto della classifica, più di 6 persone su 10 non possono permettersi la settimana di vacanza all'anno lontano da casa in Romania (66,6%) e Croazia (62,8%). A essere nella stessa situazione è oltre la metà della popolazione in Bulgaria (56,4%), Grecia (53,6%), Cipro (53,5% nel 2015) e Ungheria (50,7%).

 



 

Il dataset da cui sono presi questi dati può essere reperito qui.

 

Nel corso degli ultimi cinque anni la proporzione di popolazione che non può permettersi una settimana di vacanza è diminuita in tutti i paesi membri eccetto Cipro (dal 47,6% del 2011 al 53,5% del 2015), Danimarca (dal 10,5% del 2011 al 13,7% del 2016) e Grecia (dal 51,2% del 2011 al 53,6% del 2016).

 

La diminuzione più notevole si è registrata in Lettonia (dal 63,4% del 2011 al 37,1% del 2016, ovvero -26,3 punti percentuali), seguita da Polonia (-19,3 punti), Estonia (-18,6 punti), Bulgaria (-16,9 punti), Malta (-16,7 punti) e Ungheria (-15,6 punti).

 

A livello UE la percentuale di popolazione che non può permettersi la settimana di vacanza è diminuita di 5,1 punti percentuali tra il 2011 e il 2016, scendendo dal 38,0% al 32,9%.

 



 

11/08/17

Business Insider - Gli americani hanno il debito da carte di credito più alto di sempre

Qualche giorno fa, il debito derivante dalle carte di credito negli Stati Uniti ha toccato un nuovo record, superando il precedente registrato poco prima dell'inizio della crisi Lehman Brothers, come riportato da Business Insider. E assieme al debito stanno crescendo anche le insolvenze; "stranamente", se si considera che il tasso di disoccupazione è al minimo storico, ma coerentemente col fatto che la crescita del credito è andata ben oltre l'anemica crescita dei salari da lavoro, in una ripresa chiaramente guidata dal debito e non dai salari. L'arrivo della prossima stretta del credito o lo scoppio della prossima bolla troverà quindi gli USA con un'economia che, lungi dall'essere in boom come dicono le statistiche ufficiali, è già ampiamente sotto stress.

 

di Akin Odeyele, 08/08/2017

 

 

A giugno, il debito da carta di credito negli Stati Uniti è salito, superando il picco raggiunto prima della crisi finanziaria del 2008.

 

Il credito revolving, o rotativo, da rimborsare, che include il debito da carte di credito, è salito a 1,02 bilioni di dollari nel mese di giugno, secondo un rapporto mensile della Federal Reserve rilasciato lunedì.

 

I mancati pagamenti del debito sono diminuiti dall'epoca della recessione, quando diverse case sono state pignorate perché i loro proprietari avevano ottenuto prestiti per i quali non sarebbero stati qualificati con regole più severe.

 

Ma le insolvenze stanno aumentando di nuovo per carte di credito e prestiti auto. La Federal Reserve di New York ha osservato un aumento del 7,5% della quota dei saldi di carte di credito seriamente inadempienti, ovvero con debiti non pagati da almeno 90 giorni, nel primo trimestre.

 

"Semplicemente non possiamo continuare a sottoscrivere debiti da carte di credito per sempre, senza causare grossi problemi", ha detto Matt Schulz, analista senior di CreditCards.com. "E' probabile che il record attuale non sarà un serio punto di non ritorno, ma probabilmente questo non è troppo lontano dal presentarsi".

 

[caption id="attachment_12397" align="alignnone" width="1024"] Credito revolving al consumo da rimborsare (in miliardi di dollari)[/caption]

 

Oltre alla Fed di New York, molti fornitori di carte di credito stanno riferendo un aumento delle insolvenze. Synchrony Financial, uno dei maggiori fornitori delle carte fedeltà, ha dichiarato che i propri accantonamenti per le perdite sui prestiti - quelli che vengono usati per coprirsi dai pagamenti mancati - sono saliti del 30% anno su anno, a 1,33 miliardi di dollari nel secondo trimestre. Questo in parte perché ha prestato più dollari.

 

Ad American Express, gli accantonamenti per le perdite sui prestiti sono aumentati del 26% rispetto allo scorso anno. E Capital One ha dichiarato che il suo tasso di storno, o la percentuale di saldi che non è stata in grado di recuperare, è salito al 5,1% nel secondo trimestre, dal 4,07% dell'anno precedente.

 

"È preoccupante che si stiano cominciando a vedere tassi di insolvenza che iniziano ora a crescere, pure con il tasso di disoccupazione al minimo del ciclo", ha detto martedì in una nota David Rosenberg, il principale economista di Gluskin Sheff.

 

"Ciò mi dice che stiamo vedendo un crescente stress del credito che ha poco a che spartire con un'economia soltanto indebolita - prova che ancora una volta, in questo ciclo sono stati estesi prestiti molto rischiosi a mutuatari marginali se non sospetti".

 

Rosenberg ha dichiarato che la crescita del credito è andata ben oltre la crescita dei salari da lavoro. E se le banche stringono i loro standard per i prestiti, ciò potrebbe ridurre il contributo che i consumi danno alla crescita economica.

 

"Questo record dovrebbe servire da sveglia per gli americani, perché si concentrino sui loro debiti da carta di credito", ha detto Schulz.

 

10/08/17

Politico - Quel che Trump dovrebbe conoscere della storia della Corea del Nord

Lungi dall'essere governata da un folle irrazionale, nella recente crisi con gli USA la Corea del Nord non fa altro che continuare a perseguire il suo obiettivo principale: la riunificazione delle due Coree e la fine dei "principi di governo" che da secoli sottomettono la penisola agli equilibri tra le potenze straniere. Un obiettivo strumentale alla dinastia Kim per mettere in secondo piano i propri fallimenti economici, e irrealizzabile perché nessuna tra le grandi potenze nel resto del mondo e in Asia, nemmeno la Corea del Sud, lo vuole. Tuttavia, la via di uscita non è la guerra o il cambio di regime, che innescherebbero esiti imprevedibili, né un illusorio accordo di disarmo nucleare della Corea del Nord, ma consiste nell'incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione che caratterizza la penisola dal secondo dopoguerra, aiutandoli assieme alla Cina ad aver successo dentro di esso. Da Politico.

 

di Sheila Miyoshi Jager*, 09/08/2017

 

 

 

Se fino ad ora non fosse stato ufficiale, la Corea del Nord oggi è la più grande crisi di politica estera che l'amministrazione Trump sta affrontando. "La Corea del Nord farebbe meglio a non minacciare ulteriormente gli Stati Uniti. Sperimenteranno fuoco e furia come il mondo non ne ha mai viste", ha detto martedì il presidente Donald Trump durante un incontro sulla dipendenza dagli oppioidi, al suo campo da golf a Bedminster, New Jersey. Il regime di Pyongyang ha risposto con un'altra minaccia delle sue, dicendo che il suo esercito "sta esaminando il piano operativo" per un attacco missilistico nei pressi del territorio statunitense di Guam. Mentre il regime di Pyongyang continua a sfidare le sanzioni internazionali e persevera con i suoi test missilistici, nella penisola il problema della guerra e della pace diventa sempre più urgente. Gli Stati Uniti dovrebbero rischiare la guerra con la Corea del Nord, che in ultima analisi potrebbe portare a una guerra e un caos ancora maggiori nella regione? Dovrebbero perseguire una pace che mantenga intatto un regime dittatoriale, da combattere un altro giorno? Gli analisti, gli esperti e gli osservatori della Corea del Nord a Washington hanno girato intorno a questi punti negli ultimi 15 anni. L'escalation di ieri ci ha scosso dall'impressione che la questione potrebbe andare avanti indefinitamente, irrisolta.

 

Cosa vuole veramente il Nord? E come può Trump affrontare un leader apparentemente così irrazionale? Molti degli odierni commentatori della Corea del Nord possono essere suddivisi in tre campi principali: i Sostenitori del Cambio di Regime, che vogliono sbarazzarsi di Kim; i Grandi Contrattatori, che vogliono un trattato di pace in cambio della denuclearizzazione; e gli Incoraggiatori della Cina, che vogliono che la Cina si assuma il ruolo principale nello spingere la Corea del Nord verso un accordo. Ma tutte e tre le posizioni ignorano qualcosa di importante: una visione di lunga durata della storia della Corea del Nord che comprenda la posizione dei coreani nel mondo e il punto di vista del regime del Nord. Questo passato, rispetto al momento presente, può fornire una finestra più appropriata per comprendere la nostra attuale difficile situazione con la Corea del Nord, e se Trump o i suoi consiglieri non stanno considerando la Corea nel lungo periodo, sono destinati ad unirsi all'interminabile lista di leader che, non comprendendola, l'hanno pericolosamente offesa.

 

L'abbreviazione moderna per la Corea del Nord è il "regno eremita", ma questo non è un capriccio della famiglia Kim: la Corea si è tagliata fuori dal mondo e l'isolamento è diventato il principio cardinale della sua politica estera durante l'anno 1637. Quella data segna la fine delle invasioni Manchu dalla Cina, l'ultima di una serie di catastrofiche guerre straniere nella penisola. Nel 1254, ad esempio, i mongoli massacrarono 200.000 uomini, donne e bambini coreani, poiché si erano imbarcati nella loro politica di fare terra bruciata col fine di rendere la Corea uno stato tributario. Una catastrofe ancora peggiore arrivò dal Giappone alla fine del XVI secolo, quando quasi due milioni di coreani, uno sconcertante 20% dell'intera popolazione, perirono nel tentativo di fermare la campagna giapponese di sottomissione della penisola coreana. I coreani riuscirono a battere i giapponesi, ma solo pochi decenni dopo, furono costretti a sottomettersi alla dinastia cinese Qing, che ha imposto il proprio sistema diplomatico alla nazione coreana. In cambio della protezione militare dei Qing, il re coreano si sottomise al principio di governo del "Servire il Grande", per cui, come Stato tributario, abbandonava il controllo della politica estera del suo paese. Il sistema si rivelò notevolmente stabile: la pace ha regnato sulla penisola coreana per i successivi due secoli e mezzo.

 

Ma l'antico ordine mondiale confuciano cominciò a sgretolarsi alla fine del XIX secolo sotto la pressione delle cannoniere giapponesi e dell'espansione russa. I grandi vicini della Corea cercavano di neutralizzare la minaccia posta dalle altre grandi potenze, assicurandosi il predominio sulla penisola. La risposta della Corea fu di iniziare il pericoloso gioco di metterle l'una contro l'altra. Il gioco intensificò soltanto la reciproca diffidenza e la belligeranza tra le tre potenze che circondano la Corea: la Cina, il Giappone e la Russia. La paura era che, in ogni momento, la Corea avrebbe potuto minare la posizione di una potenza allineandosi con un'altra. Ne seguirono due grandi guerre, la prima guerra sino-giapponese e la guerra russo-giapponese. La "soluzione definitiva" del problema coreano del Giappone - l'eliminazione dell'indipendenza del paese, mettendo la penisola saldamente sotto il controllo giapponese - fu sancita con l'approvazione di una nuova potenza in ascesa: quella del presidente Theodore Roosevelt, gli Stati Uniti d'America.

 

La Corea moderna è il prodotto dell'ultimo grande scontro tra potenze sulla penisola: la guerra coreana. Dopo la seconda guerra mondiale, i leader sovietici e americani hanno accettato di dividere la penisola lungo il 38° parallelo, nella speranza che le due grandi potenze potessero giungere a degli accordi sulla penisola e garantire così una pace praticabile. Questo non avvenne, e ne seguì un'altra guerra. Ma dopo il 1953 l'incerta tregua ha retto. Così la Corea ha sofferto tre basilari "principi di governo" imposti da potenze esterne per assicurare la stabilità della penisola: il principio del "Servire il Grande" sotto i Qing, l'annessione diretta della Corea da parte del Giappone e la divisione della penisola tra gli americani e i sovietici. Sebbene nessuno di questi principi di governo fosse ritenuto soddisfacente dal punto di vista dei coreani, in ogni caso, non avevano altra scelta che accettarli.

 

Il sistema della divisione, legato alla guerra fredda, si è rivelato notevolmente stabile, con un problema fondamentale: ha funzionato molto meglio per il Sud che per il Nord. I coreani del sud hanno prosperato sotto un sistema che garantiva la sicurezza della nazione e la presenza militare degli Stati Uniti come scudo protettivo contro le tre grandi potenze asiatiche e contro le intenzioni aggressive della Corea del Nord. Questo è uno dei motivi per cui nel 1976 il piano del presidente Jimmy Carter per il ritiro delle truppe statunitensi dalla penisola trovò la ferma opposizione di tutti, anche dell'Unione Sovietica e della Cina. Pechino, paranoica sulla minaccia sovietica, vedeva la rimozione delle forze americane come una lusinga ai sovietici perché riaffermassero i loro interessi di lunga data sulla penisola. I sovietici volevano una continua presenza americana in Corea del Sud per impedire a Kim Il Sung di iniziare un'altra guerra.

 

La Corea del Nord, però, non se l'è passata bene sotto il sistema della divisione, per una serie di ragioni politiche ed economiche. Il sistema che ha assicurato una pace praticabile al resto dell'Asia e ha portato prosperità alla Corea del Sud è da lungo tempo considerato dai coreani del nord come il principale impedimento alla realizzazione del destino della loro nazione: l'unificazione della penisola. Da qui, l'interminabile impegno rivoluzionario della Corea del Nord per raggiungere la "vittoria finale" della nazione: una guerra per l'unificazione della patria e la fine dei "termini di pace" imposti dalla divisione.

 

Sembra strano, ma vederla a questo modo è rendersi conto che l'interruzione della pace è stata l'obiettivo strategico principale della Corea del Nord dal 1950, quando ha invaso la Corea del Sud. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Kim Il Sung ha avviato una serie di azioni provocatorie contro la Corea del Sud e gli Stati Uniti in un disperato tentativo di incoraggiare una rivoluzione sudcoreana, forzare il ritiro delle truppe americane e raggiungere la riunificazione sotto il suo controllo. I lanci di prova dei missili balistici intercontinentali da parte di Kim Jong Un sono perciò semplicemente un'estensione teatrale di una strategia tutt'ora in corso per portare il caos in un sistema contro cui la Corea del Nord ha inveito per decenni.

 

Non tutti gli esperti della Corea del Nord vedono l'unificazione come obiettivo primario del regime dei Kim, ma è uno che gli stessi coreani del nord si sono costantemente dati come obiettivo principale. Quello che il regime vuole e ha sempre voluto è un trattato di pace con gli Stati Uniti: un grande accordo che porterebbe all'eventuale ritiro delle truppe americane dalla penisola coreana e che potrebbe essere visto come un vero passo verso tale obiettivo. "Se le truppe statunitensi si allontanano dalla Corea del Sud e una figura democratica con coscienza nazionale arriva al potere", ha dichiarato Kim Il Sung durante un discorso nel 1970, "garantiremo fermamente una pace duratura in Corea e risolveremo con successo la questione della riunificazione della Corea tra noi coreani". La retorica del regime di Kim Jong Un non è diversa, quando il 28 luglio ha annunciato il test missilistico con una promessa di "ottenere la vittoria finale". La" vittoria finale" nella propaganda nord-coreana oggi significa la stessa cosa che significava quando Kim Il Sung usò l'espressione alla fine degli anni '40: l'unificazione in una sola Corea.

 

E così lo scontro continuerà. Il regime nordcoreano non sarà mai indotto a barattare le sue armi nucleari, la sua unica merce di scambio. Né sarà represso dalle minacce di un attacco militare o da pressioni economiche da parte di Pechino. L'idea è sempre stata quella di liberarsi dal giogo dei "principi di governo" delle grandi potenze - tutte - per raggiungere la riunificazione e l'indipendenza della Corea ai propri termini.

 

Il problema è che è nell'interesse del resto del mondo mantenere lo status quo: la divisione ha un record di stabilità di 70 anni, e uscirne mette a rischio destabilizzazione la penisola nei termini in cui i critici del piano di ritiro del presidente Carter si espressero 40 anni fa. Anche la Corea del Sud non ha alcun interesse reale nel riunirsi. E la denuclearizzazione della Corea del Nord con la forza - con i bombardamenti o il cambiamento del regime - innescherebbe la guerra su una penisola densamente popolata, le cui conseguenze sarebbero inconoscibili, e terrificanti.

 

Nonostante la posizione ideologica della Corea del Nord, il suo problema contemporaneo non è realmente l'influenza delle grandi potenze: la nazione ha perfino prosperato per un certo tempo come stato cliente dell'Unione Sovietica. Il problema è quanto se l'è passata male nel sistema della divisione, un imbarazzo che costringe il regime a gettare colpe ovunque e a dirigere la sua energia verso obiettivi irraggiungibili e una retorica selvaggia sulla sconfitta degli Stati Uniti. Il mantenimento del sistema della divisione dovrebbe essere il nostro obiettivo dichiarato in modo chiaro, e il modo più sereno per raggiungerlo è quello di lavorare con i cinesi nell'incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione e aiutarli ad aver successo dentro di esso. Non è impensabile: l'economia della Corea del Nord, con il tacito incoraggiamento della Cina, sta crescendo.

 

Per gli Stati Uniti, questo significa continuare a dimostrare il nostro costante impegno per la difesa della Corea del Sud, costruendo sistemi difensivi americani e sudcoreani, incluso la schieramento dei quattro elementi THAAD rimanenti in Corea del Sud. Purtroppo, la Corea del Nord è già uno stato nucleare e la prospettiva più ragionevole non è un disarmo violento, o un accordo illusorio, ma un allentamento delle sanzioni - sì, anche per un regime odioso - e il supporto alla guida della Cina nel riportare la Corea del Nord nella famiglia delle nazioni come parte di un paese diviso.

 

*Sheila Miyoshi Jager è professoressa di storia e studi est asiatici all'università di Oberlin e autrice di "Fratelli in guerra: il conflitto ininterrotto in Corea".