14/04/19

Tom Luongo: Salvini prepara l’Italia allo scontro con l’UE

Tom Luongo spiega su Strategic Culture la strategia che intravede nelle mosse del governo italiano. Salvini punta a ottenere un successo alle elezioni europee unendo tutti gli euroscettici sotto la stessa bandiera, per poi sfidare Bruxelles: o cambia o l’Italia se ne va, forte delle sue riserve d’oro, nel frattempo messe al sicuro.

 

 

 

Di Tom Luongo, 10 aprile 2019

 

Al momento, l’italiano Matteo Salvini naviga a gonfie vele. Dopo avere mandato all’aria un paio di pretestuose azioni legali volte a pregiudicare il suo assalto al Parlamento Europeo del prossimo maggio, Salvini lavora per galvanizzare l’euroscetticismo in tutto il continente, per farne una forza politica rilevante.

 

Non si tratta di un lavoro facile.

 

Ma ha perlomeno due importanti alleati. Marine Le Pen del National Rally francese e Viktor Orban, leader ungherese. Salvini e Le Pen si sono incontrati la scorsa settimana per annunciare che faranno campagna elettorale congiunta per le elezioni europee, e per annunciare un grande incontro imminente a Milano.

 

Tuttavia, questo è solo l’inizio.

 

Ormai da un anno sostengo che Salvini dovrà essere la persona che pone le basi per una rivolta totale contro l’Unione europea e la partecipazione dell’Italia all’Eurozona.

 

Il suo partito, la Lega, è aumentato a dismisura nei sondaggi, ribaltando la dinamica con il partner di coalizione, il Movimento Cinque Stelle. Si tratta di una coalizione che spaventa l’establishment politico in Europa, perché non è formata dalla consueta falsa opposizione tra destra e sinistra.
È una coalizione populista con l’obiettivo comune di ribaltare il sistema corrotto e corporativo che molti governi occidentali rappresentano.

 

Da quando è arrivata al potere, lo scorso anno, ci sono stati numerosi tentativi di seminare zizzania tra questi compagni di strada apparentemente mal assortiti. Sono tutti falliti. In parte, questo è dovuto alla popolarità crescente della Lega e di Salvini.

 

Essendo sopravvissuti fino a questo punto e avendo spaventato la Ue diverse volte con “richieste provocatorie” in stile Trump sul bilancio e sulle riforme dell’immigrazione, Salvini e il suo partner populista Luigi di Maio guardano alle elezioni del Parlamento europeo come al primo test importante per il loro governo.

 

Riuscire a mettere insieme gruppi di tutta Europa che si accordano su una piattaforma comune per sfidare l’asse di potere franco-tedesco, li metterebbe in una buona posizione nella seconda metà del 2019 per spingere la situazione ancora più in là, specialmente per quello che riguarda la folle situazione fiscale italiana.

 

Mi sono reso conto da un po’ che Salvini ha due caratteristiche. È sia radicale che metodico. Non sta alimentando un fuoco di paglia di gloria. Sta costruendo la sua strategia contro la Ue lentamente, permettendo alla storia di spingere nella sua direzione.

 

È rimasto defilato dal disastro della Brexit, anche se sa di avere il potere di fermare il tradimento del voto e forzare il divorzio. Ma anziché farlo, è meglio lasciare che il processo prosegua da solo e che riveli interamente la sua dura verità, mentre lui prende nota e si organizza per il prossimo attacco alla Ue.

 

Se gli euroscettici vanno oltre gli attuali sondaggi che li vedono intorno al 30-32% dei seggi e Salvini riesce a trascinarli sotto un’unica bandiera, facendoli diventare il più grande partito del Parlamento europeo, allora manderebbe il giusto messaggio alla sua Italia.

 

C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola tra Salvini e Di Maio. In primo luogo, hanno firmato l’iniziativa cinese Belt and Road, il cui secondo incontro importante si terrà alla fine di questo mese. La cosa ha fatto arrabbiare sia Trump che Angela Merkel.

 

Tutto in un solo giorno di lavoro.

 

Ma la novità più grande, secondo me, è il Parlamento italiano che spinge per riprendersi le riserve d’oro della nazione dalla Banca d’Italia. Ci sono due leggi in previsione:

 

la prima, darebbe ordine agli azionisti della banca centrale, in gran parte banche private, di vendere le loro azioni al Tesoro Italiano ai prezzi del 1930.

 

L’altra legge dichiarerebbe il popolo italiano proprietario delle riserve della Banca d’Italia, pari a 2.451,8 tonnellate d’oro, che valgono circa 102 miliardi di dollari ai prezzi attuali.

 

Gli azionisti della Banca d’Italia sono per lo più le banche commerciali italiane che ora sono  insolventi, o a rischio di insolvenza, a causa delle regole bancarie Ue. Ciò le mette a rischio di vedere i propri depositanti espropriati e le banche ristrutturate forzatamente in una notte da parte della Banca centrale europea.

 

Non mi credete? Andate a vedere cosa è successo al Banco Popular spagnolo nel 2017. Venne ceduto a Santander per un dollaro dopo che la BCE lo aveva dichiarato insolvente. Nel giro di un weekend vennero azzerati gli azionisti e tutto continuò come se non fosse successo nulla.

 

Eppure è successo, e questo non ha certo rassicurato gli investitori che ci sia anche solo una minima speranza di riavere indietro i soldi investiti in una banca europea se la BCE può permettersi di agire così. In un certo senso, perché pensate sia così difficile per Deutsche Bank trovare il capitale necessario (da 6 a 10 miliardi di dollari) per fondersi con l’ugualmente insolvente Commerzbank?

 

Se doveste scegliere tra Deutsche e J.P. Morgan Chase, ora, cosa fareste? Il sistema bancario Usa sarà corrotto, ma non abbastanza stupido da buttare via l’unica cosa che assicura il flusso di capitali esteri in cerca di un “porto sicuro”, il fatto che gli investitori vengono per primi.

 

Chase potrà non piacermi, ma scommetterei su di lei e non su Deutsche tutti i giorni della settimana, e specialmente la domenica pomeriggio, quando Mario Draghi va in scena.

 

Se queste banche italiane vengono trattate in maniera analoga al Banco Popular dalla BCE, potremmo facilmente vedere la loro proprietà trasferita ai creditori e quindi, per estensione, il controllo della Banca d’Italia.

 

Ecco che cosa si intende quando si parla di minare la sovranità nazionale!

 

E qual è l’unica cosa di valore nel bilancio di Banca d’Italia? L’oro.

 

La spinta di Salvini e Di Maio sulla Banca d’Italia perché ceda l’oro al governo è una maniera di assicurarsi che le riserve auree italiane rimangano al sicuro e disponibili a garantire una nuova versione della Lira, se le cose dovessero arrivare a questo punto.

 

Come nelle negoziazioni per la Brexit l’opzione nucleare, un divorzio completo, deve essere una minaccia credibile, ossia una Brexit senza accordo e un ritiro unilaterale dall’euro.

 

Questa minaccia degli italiani bolle in pentola da un po’, e ogni volta che emerge la stampa di regime ripete sempre le stesse cose. Minaccia l’indipendenza della banca centrale. L’oro potrebbe venire usato per pagare i programmi di spesa populisti. E bla, bla bla.

 

No, il vero rischio è che con l’oro di proprietà del popolo, il governo italiano ricominciare con una nuova moneta.

 

E questo è il punto fondamentale.

 

Quindi, prima Salvini va al Parlamento europeo con una coalizione solida per sconvolgere le procedure e minare ulteriormente la base di potere di Angela Merkel. Poi, lui e Di Maio riportano questo successo a Roma e lo usano per avviare vere riforme al sistema finanziario Ue.

 

E se non ottengono ciò che vogliono, se la Merkel si impunta sulla sua politica basata su una Germania che depreda l’Europa attraverso l’austerità, allora passano all’offensiva, con 2.410 tonnellate d’oro in saccoccia. Sarebbe una partita vincente se l’economia europea dovesse ulteriormente implodere.

 

La Germania non è nella posizione di ingaggiare una battaglia dura, ora che la sua economia sta rapidamente sprofondando nella recessione.

 

Anche un piccolo shock a questo punto causerebbe una fuga di massa dagli asset europei. Abbiamo appena visto un’enorme fuga verso gli asset sicuri nel mese passato.

 

I mercati obbligazionari europei sono a rischio di una veloce inversione alla prima occasione.

 

Tuttavia, per attuare la sua “rivoluzione” al Parlamento europeo, Salvini e Le Pen dovranno fare i bravi con la Polonia riguardo alla Russia, aspettando a chiedere di togliere le sanzioni, per ora. Unire gli euroscettici nelle prossime sette settimane sarà difficile. Ma Salvini ha già dimostrato flessibilità fino ad oggi, con la sua coalizione.

 

Cosa vi fa pensare che non sia in grado di portare la Polonia dalla sua parte?

 

 

 

12/04/19

I segreti delle elezioni americane: Julian Assange intervistato da John Pilger

Nella settimana dell’arresto di Julian Assange traduciamo questa sua intervista del noto giornalista e regista australiano John Pilger del 2016, in cui l’eroe della libera informazione parla delle elezioni americane, delle guerre della Clinton e di Obama, della politica estera degli Stati Uniti, e di come lui stesso, Assange, sia a tutti gli effetti un prigioniero politico, costretto per anni a un esilio forzato e illegale e come tutto questo sia stato confermato dalla stessa ONU. Nelle prossime settimane apprenderemo le novità sulla sua sorte, che comunque resta un emblema di  quanto si possa essere perseguitati, nel democratico Occidente, per avere divulgato la verità.

 

 

5 novembre 2016

 

Questa intervista è stata filmata presso l’ambasciata ecuadoregna a Londra il 30 ottobre 2016 – dove Julian Assange vive come rifugiato politico – ed è stata trasmessa il 5 novembre. La potete vedere per intero a questo link:

 

John Pilger: 

 

Qual è il significato dell’intervento dell’FBI in questi giorni di campagna elettorale americana, specialmente rispetto al caso contro Hillary Clinton?

 

Julian Assange:

 

Se guardate la storia dell’FBI, vi accorgerete che è diventata in effetti la polizia politica d’America. L’FBI lo ha dimostrato deponendo l’ex capo della CIA [il generale David Petraeus] a causa di informazioni riservate che avrebbe passato alla sua amante. Non c’è praticamente nessuno che sia intoccabile. L’FBI ha sempre cercato di dimostrare che nessuno le può resistere. Ma Hillary Clinton ha resistito a lungo alle investigazioni dell’FBI, per cui c’è questa rabbia all’interno dell’FBI perché questa situazione fa sembrare debole la stessa agenzia di intelligence. Abbiamo pubblicato circa 33.000 email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato. Queste email provengono da un insieme di oltre 60.000 mail delle quali la Clinton è riuscita a tenere riservate circa la metà – 30.000 –,  mentre noi abbiamo pubblicato l’altra metà.

 

Poi abbiamo pubblicato le email di Podesta. John Podesta è il principale manager della campagna elettorale di Hillary Clinton, per cui c’è un legame fra tutte queste email. C’è parecchio giro di denaro in cambio dell’accesso a informazioni su stati, individui e aziende. Combinate con l'insabbiamento delle email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato, tutto questo ha portato a un aumento della pressione sull’FBI.

 

John Pilger:

 

La campagna elettorale della Clinton è stata centrata sul fatto che la Russia sarebbe dietro a tutte queste vicende, che la Russia avrebbe manipolato la campagna e sarebbe la fonte di WikiLeaks e di tutte le email.

 

Julian Assange:

 

La campagna della Clinton è riuscita a proiettare questo tipo di isteria maccartista secondo cui la Russia sarebbe la responsabile di ogni cosa. Hillary Clinton afferma più volte, falsamente, che diciassette agenzie di intelligence americana avrebbero stabilito che la Russia era la fonte delle nostre pubblicazioni. Questo è falso. Possiamo affermare che il governo russo non è la nostra fonte.

 

WikiLeaks pubblica materiali da dieci anni, e in questi dieci anni abbiamo pubblicato dieci milioni di documenti, molte migliaia di pubblicazioni individuali, molte migliaia di fonti differenti, e non ci siamo mai sbagliati.

 

John Pilger:

 

Le email fornivano prove sulla possibilità di colloqui a pagamento con Hillary Clinton [denaro in cambio di informazioni], e di come lei stessa beneficiasse di questo, anche in termini politici, e in modo alquanto straordinario. Penso a quando il rappresentante del Qatar ha pagato un assegno di un milione di dollari per un colloquio di cinque minuti con Bill Clinton.

 

Julian Assange:

 

E dodici milioni di dollari dal Marocco...

 

John Pilger:

 

Dodici milioni dal Marocco, sì.

 

Julian Assange:

 

Perché Hillary Clinton partecipasse a un ricevimento.

 

John Pilger:

 

Soprattutto nel campo della politica estera degli Stati Uniti le email rivelano molte cose, mostrano la connessione diretta di Hillary Clinton con la costruzione dello Jihadismo, dell’ISIS in Medio Oriente. Potrebbe parlarci di come le email dimostrano che coloro che avrebbero dovuto combattere gli jihadisti dell’ISIS erano in effetti gli stessi che hanno contribuito a crearli?

 

Julian Assange:

 

C’è una email di Hillary Clinton dell’inizio del 2014, non molto tempo dopo che la Clinton aveva lasciato il Dipartimento di Stato, indirizzata al manager della sua campagna elettorale, John Podesta. In questa email la Clinton afferma che l’ISIS è finanziato dal governo di Arabia Saudita e Qatar. Questa è la mail più significativa dell’intera raccolta, forse perché i soldi provenienti dall’Arabia Saudita e dal Qatar finanziano abbondantemente la Fondazione Clinton. Anche il governo statunitense concorda che alcune figure rilevanti dell’Arabia Saudita hanno sostenuto l’ISIS. Ma si diceva che sì, si trattava solo di qualche principe saudita mascalzone che usava parte dei suoi proventi petroliferi per fare quello che voleva, con la disapprovazione del governo saudita.

 

Ma quella email lo nega, dice che erano proprio i governi di Arabia Saudita e Qatar a sostenere i finanziamenti all’ISIS.

 

John Pilger:

 

I sauditi, il Qatar, il Marocco, il Baharain, ma soprattutto i sauditi e il Qatar, danno tutti questi soldi alla Fondazione Clinton nel mentre che Hillary Clinton ricopre la carica di Segretario di Stato e il Dipartimento di Stato approva ingenti vendite di armi, specialmente verso l’Arabia Saudita.

 

Julian Assange:

 

Sotto Hillary Clinton è stato fatto il più grande accordo mondiale di vendita di armi con l’Arabia Saudita, per una cifra di oltre 80 miliardi di dollari. Durante il suo mandato come Segretario di Stato il totale delle esportazioni di armi dagli Stati Uniti, in termini di valore, è raddoppiato.

 

John Pilger:

 

Certo, la conseguenza di tutto questo è che il noto gruppo terrorista conosciuto come ISIS è stato costruito con una gran massa di denaro proveniente da quelle stesse persone che finanziano la Fondazione Clinton.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Straordinario.

 

Julian Assange:

 

Mi dispiace per Hillary Clinton come persona, perché la vedo divorata dalle sue ambizioni, letteralmente tormentata, al punto di ammalarsi. Queste persone crollano di fronte alle proprie ambizioni. Lei rappresenta un’intera rete di persone e un’intera rete di relazioni con specifici stati. La domanda è come Hillary Clinton si inserisca in questa rete più ampia. Lei è il perno centrale. Ci sono un sacco di ingranaggi diversi all’opera, da grandi banche come Goldman Sachs, a elementi importanti di Wall Street, dell’Intelligence, e personale del Dipartimento di Stato, oltre ai sauditi.

 

Lei è il centralizzatore che interconnette tutti questi ingranaggi. È al centro di tutto questo, e per “tutto questo”  va inteso ciò che è attualmente il potere negli Stati Uniti. È ciò che definiamo l’establishment o il “Washington consensus”. Una delle email più significative di Podesta che noi abbiamo pubblicato riguardava il modo in cui il gabinetto di Obama era formato, e come metà di questo gruppo fosse, essenzialmente, stato nominato da un rappresentante della City Bank. È abbastanza notevole.

 

John Pilger:

 

Quindi City Bank ha fornito una lista?

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

… che poi si è rivelata coincidere con buona parte del gabinetto di Obama.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Quindi Wall Street decide chi debbano essere i collaboratori del Presidente degli Stati Uniti?

 

Julian Assange: 

 

Se avete seguito la campagna di Obama dall’inizio, e da vicino, avrete visto come si sia avvicinata sempre di più agli interessi delle banche.

 

(…)

 

Julian Assange:

 

Quindi, non credo che possiate capire pienamente la politica estera di Hillary Clinton senza capire l’Arabia Saudita. Le connessioni coi sauditi sono molto profonde.

 

John Pilger:

 

Perché la Clinton si è dimostrata così entusiasta della distruzione della Libia? Può parlarci un po’ di quello che dicono le email, di quello che è successo là, e del perché la Libia sia la fonte di così tanto caos che oggi vediamo in Siria, dello jihadismo dell’ISIS, e così via? E perché si può dire quasi che questa sia stata l’invasione personalmente voluta da Hillary Clinton? Cosa ci dicono le email a questo proposito?

 

Julian Assange:

 

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton più di qualsiasi altra. Barack Obama inizialmente si era opposto. Chi era la persona che sosteneva la causa di quella guerra? Hillary Clinton. È ben documentato attraverso le sue email. Ha messo il suo agente preferito, Sidney Blumenthal, a occuparsi di questo. Ci sono più di 1.700 email, fra le 33.000 della Clinton che abbiamo pubblicato, che si riferiscono alla Libia. Il punto non è che la Libia ha il petrolio. La Clinton percepiva la caduta di Gheddafi e dello stato libico come qualcosa che avrebbe potuto usare a proprio favore nella corsa alle elezioni presidenziali.

 

Così, alla fine del 2011 troviamo un documento interno chiamato Libia Tick Tock, che era stato prodotto per la Clinton, ed è la descrizione cronologica di come lei sia in effetti la figura centrale nella distruzione dello stato libico e nella morte di 40.000 persone in Libia. Poi sono entrati gli jihadisti, è entrato l’ISIS, e questo ha portato alla crisi dei migranti e dei rifugiati verso l’Europa.

 

Non solo ci sono persone che fuggono dalla Libia, che fuggono dalla Siria, c’è la destabilizzazione di altri paesi africani in conseguenza dell’afflusso di armi, ma ora lo stato libico non è più in grado di controllare i movimenti di persone al proprio interno. La Libia si affaccia sul Mediterraneo ed è stato per così dire il tappo di quella bottiglia che è l’Africa. E così sono esplosi tutti i problemi, i problemi economici, le guerre civili in Africa – prima le persone che fuggivano da quei problemi non finivano in Europa, perché la Libia svolgeva il ruolo di polizia del Mediterraneo. Questo fu detto esplicitamente, a quel tempo, ancora all’inizio del 2011, da Gheddafi: “Cosa pensano di fare questi europei, vogliono bombardarci e distruggere lo stato libico? Ci saranno immensi flussi di migranti e di jihadisti dall’Africa verso l’Europa”. E questo è esattamente ciò che è successo.

 

John Pilger:

 

Ricevi lamentele da persone che dicono: “Ma cosa sta facendo WikiLeaks? Sta cercando di portare Trump alla Casa Bianca?”

 

Julian Assange:

 

La mia risposta è che a Trump non verrà permesso di vincere. Perché lo dico? Perché ha tutto l’establishment contro di sé. Trump non ha un establishment, forse con la sola eccezione degli Evangelici, se li volete chiamare establishment. Ma le banche, le agenzie di intelligence, le aziende produttrici di armi, il grande capitale estero, sono tutti uniti in favore di Hillary Clinton, e così pure i media, i proprietari dei media e gli stessi giornalisti.

 

John Pilger:

 

Si muove l’accusa che WikiLeaks sia in combutta coi russi. Alcuni dicono “Be’, perché WikiLeaks non fa indagini e non pubblica email anche sulla Russia?”

 

Julian Assange:

 

Abbiamo pubblicato circa 800.000 documenti di vario tipo che si riferiscono alla Russia. Molti di quelli sono critici. E sono stati anche scritti molti libri basati sulle nostre pubblicazioni riferite alla Russia, e anche la maggior parte di questi libri sono critici. I nostri documenti sulla Russia sono stati anche usati in un gran numero di casi giudiziari, casi di rifugiati che sostenevano di essere perseguitati in Russia, e che hanno usato i nostri documenti per dimostrarlo.

 

John Pilger:

 

Per quanto la riguarda, ha una posizione rispetto alle elezioni statunitensi? Preferisce la Clinton o Trump?

 

Julian Assange:

 

Parliamo di Donald Trump. Cosa rappresenta nella mentalità americana e in quella europea? Rappresenta il peggio dell’etnia bianca, quelli che Hillary Clinton ha chiamato “deplorevoli e irredimibili”. Questo è ciò che significa, per un establishment cosmopolita e istruito, dalla prospettiva della metropoli. Quei deplorevoli sono dei bifolchi e non ci potete fare nulla. Poiché Trump, in modo così evidente, attraverso le parole e le azioni e il tipo di persone che lo ascoltano durante i comizi, rappresenta gente che non è né la classe media, né la classe dirigente e istruita, tutti hanno paura di essere associati in qualche modo a quella gente. C’è un timore sociale di vedere il proprio status di classe diminuito per il fatto di avere assistito a un comizio di Trump o di essergli legato in qualche modo, o anche solo di muovere delle critiche contro Hillary Clinton. Se guardate al modo in cui la classe media ha guadagnato il suo potere economico e sociale, questo ha sicuramente senso.

 

John Pilger:

 

Vorrei parlare dell’Ecuador, il piccolo paese che le ha offerto rifugio e asilo politico presso la sua ambasciata a Londra. Ora l’Ecuador ha tagliato la linea internet qui dove stiamo facendo l’intervista, nella sua ambasciata, per la ragione ovvia che ha paura di sembrare coinvolto nella campagna elettorale americana. Potrebbe parlarci di questa decisione e di qual è la sua opinione rispetto al sostegno che l’Ecuador le sta dando?

 

Julian Assange:

 

Torniamo indietro di quattro anni. Ho fatto domanda di asilo politico all’Ecuador presso questa ambasciata, in seguito alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti. Il risultato è stato che dopo un mese la domanda è stata accolta. Da allora l’ambasciata è circondata dalla polizia. Si tratta di un’operazione di polizia abbastanza costosa, in cui il governo britannico ha ammesso di avere speso oltre 12,6 milioni di sterline. Lo hanno ammesso più di un anno fa. Ora c’è polizia sotto copertura qui intorno e sorveglianza computerizzata di vario tipo – per cui sembra esserci un conflitto abbastanza grave, proprio qui, nel cuore di Londra, tra l’Ecuador, un paese di sedici milioni di abitanti, e il Regno Unito, oltre ovviamente agli Stati Uniti che stanno dalla parte del Regno Unito. Quindi questa scelta è stata molto coraggiosa, e una scelta di principio, da parte dell’Ecuador. Ora ci sono le elezioni per la campagna elettorale americana, mentre le elezioni in Ecuador si terranno nel febbraio del prossimo anno. E c’è la Casa Bianca che sente il peso politico delle informazioni che vengono pubblicate.

 

WikiLeaks non pubblica nulla sotto la giurisdizione dell’Ecuador, da questa ambasciata o dal territorio dell’Ecuador. Tutto quello che pubblichiamo viene lanciato in Internet dalla Francia, o dalla Germania, dai Paesi Bassi e da alcuni altri stati. Stanno cercando di schiacciare WikiLeaks tramite il mio status di rifugiato. Questo è intollerabile. Significa che stanno cercando di schiacciare un’organizzazione di stampa. Stanno cercando di impedire la pubblicazione di informazioni reali che sono nel totale interesse del popolo americano e di altri, e tutto questo a causa delle elezioni.

 

John Pilger:

 

Ci spieghi cosa succederebbe se lei uscisse ora da questa ambasciata.

 

Julian Assange:

 

Verrei immediatamente arrestato dalla polizia britannica e verrei estradato subito verso gli Stati Uniti oppure in Svezia. In Svezia io non ho alcun capo di imputazione, sono già stato prosciolto. Non è del tutto chiaro cosa succederebbe a quel punto in Svezia, ma sappiamo che il governo svedese non ha voluto negare la mia eventuale estradizione verso gli Stati Uniti. Sappiamo che hanno già estradato il 100% di coloro che gli Stati Uniti volevano farsi estradare, almeno dal 2000 a questa parte. Per cui negli ultimi quindici anni qualsiasi persona di cui gli Stati Uniti abbiano chiesto l'estradizione dalla Svezia è stata effettivamente estradata, e infatti si rifiutano di dare delle garanzie.

 

John Pilger:

 

La gente mi chiede spesso come tu faccia a resistere in questo isolamento.

 

Julian Assange:

 

Guarda, uno degli attributi migliori degli esseri umani è che sono adattabili. Uno degli attributi peggiori degli esseri umani è, di nuovo, che sono adattabili. Si adattano e iniziano a tollerare gli abusi, si adattano e si lasciano coinvolgere negli abusi, si adattano alle avversità, e così via. Quindi nella mia situazione, francamente, sono un internato. Questa ambasciata è il mio mondo. Il mio mondo che io posso vedere.

 

John Pilger:

 

È il mondo senza la luce del sole, quantomeno, no?

 

Julian Assange:

 

È il mondo senza la luce del sole. Non vedo la luce del sole da così tanto tempo che non me la ricordo nemmeno più.

 

John Pilger:

 

Sì.

 

Julian Assange:

 

Quindi, sì, ti adatti. La sola cosa veramente irritante è pensare ai miei figli – anche loro si adattano. Si adattano a non avere un padre. Questo è un doversi adattare veramente duro, che loro non avevano chiesto.

 

 John Pilger:

 

È preoccupato per loro?

 

Julian Assange:

 

Sì, sono preoccupato per loro. E sono preoccupato per la loro madre.

 

John Pilger:

 

La gente dice: “Bene, e allora perché non metti fine a tutto questo, esci dalla porta e ti lasci estradare in Svezia?”

 

Julian Assange:

 

Il gruppo di lavoro dell’ONU per la detenzione arbitraria ha considerato la mia situazione. Per diciotto mesi si sono impegnati in contenziosi formali. Siamo io e l’ONU contro la Svezia e il Regno Unito. Chi ha ragione? L’ONU ha concluso che io sono detenuto arbitrariamente e illegalmente, privato della mia libertà, e quello che sta succedendo non rispetta le leggi del Regno Unito o della Svezia, e questi paesi dovrebbero obbedire all’ONU. Si tratta di un abuso illegale. Le Nazioni Unite stanno chiedendo: “Cosa sta succedendo? Qual è la vostra spiegazione legale per tutto questo? Assange dice che dovreste riconoscere il suo asilo”.

 

La Svezia ha formalmente ribattuto all’ONU dicendo: “No, non riconosceremo la giurisdizione dell’ONU, lasciamo aperta la possibilità di estradizione.”

 

Trovo sorprendente che questa storia, questa situazione, non venga diffusa dalla stampa, ma è perché non si allinea alla narrazione dell’establishment occidentale. E la verità è che sì, l’Occidente ha i suoi prigionieri politici, è la realtà, e non si tratta solo di me, c’è un mucchio di altra gente. L’Occidente ha i suoi prigionieri politici. Certo, nessuno stato accetta di ammettere che le persone vengono imprigionate o detenute per motivi politici, come prigionieri politici. Non si parla di prigionieri politici in Cina, non si parla di prigionieri politici in Azerbaijan, e non si parla di prigionieri politici negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Svezia. È assolutamente inammissibile avere questo tipo di auto-percezioni.

 

C’è il caso svedese, dove io non mi è mai stato imputato un crimine, dove sono già stato prosciolto dalle accuse e ritenuto innocente. Dove la stessa donna che mi avrebbe accusato ha in realtà sostenuto che è stata tutta un’invezione della polizia, dove l’ONU ha detto che l’intera storia è illegale, dove l’Ecuador ha investigato e ha trovato che mi si debba dare asilo. Questi sono i fatti, ma qual è la storia che viene narrata?

 

John Pilger:

 

Sì, la narrazione è diversa.

 

Julian Assange:

 

La retorica è fingere, fingere continuamente che io sia stato imputato di un crimine, non dire mai che sono già stato prosciolto dalle accuse, non dire mai che la donna stessa che doveva essere la mia accusatrice ha affermato che si è trattato di un’invenzione della polizia.

 

La retorica sta cercando di evitare di dire la verità, cioè che l’ONU stessa ha affermato formalmente che tutto questo è illegale, non menzionare mai il fatto che l’Ecuador ha fatto una sua valutazione formale, attraverso un processo formale, e ha concluso che sì, io sono soggetto a una persecuzione da parte degli Stati Uniti.

 

 

08/04/19

Tom Luongo: l'economia tedesca è un morto che cammina

Luongo commenta i dati economici provenienti dalla Germania. L’economia tedesca è vicina a un tracollo, a causa dei problemi strutturali della UE. Gli espedienti con cui per anni sono stati tenuti insieme i cocci di un’unione economica disfunzionale sembrano ormai mostrare la corda: si avvicina il momento della verità. E la Merkel sembra aver già perso la guerra per tenere insieme la UE, qualunque sia l’esito finale della Brexit.

 

Di Tom Luongo, 6 aprile 2019

 

 

La Germania è decisiva per l’economia UE. Non è una novità.

 

La novità è che l’economia tedesca sta collassando. Non rallentando… nemmeno attraversando delle turbolenze.

 

I tedeschi sono una potenza industriale ed esportatrice. E il trend di queste due cose è in declino da più di un anno.

 

La bilancia commerciale degli ultimi due trimestri è stata la peggiore dal 2016. E l’euro si è deprezzato del 13% da gennaio 2018. Questo è possibile perché gran parte delle esportazioni tedesche sono dirette agli altri paesi UE e questi sono pieni di debiti fin sopra i capelli.

 

Inoltre, il dato di marzo del PMI tedesco (Indice gestionale per gli acquisti manifatturieri), ben al di sotto delle attese,  è stato confermato questa settimana dai numeri di aprile, che sono semplicemente orribili. La previsione del 22 marzo ha sbagliato di più di 3 punti, il dato è del 44,7 contro aspettative del 48,0 (qualunque dato sotto il 50 significa una contrazione). Una contrazione si è verificata (sorprendendo ancora una volta i mercati) anche a febbraio.

 

Infatti, non ci sono stati che dati in ribasso, alcuni dei quali analogamente orribili, a partire dall’inizio dello scorso anno.

 



 

Questo è soltanto il più drammatico tra gli gli indici economici tedeschi. Ma i dati sono tutti pessimi.

 



 

Ciò mette la Germania sulla via della recessione.

 



 

Di nuovo, non è una novità per chiunque stesse guardando attentamente i mercati. Ne parlo per smascherare la follia che circonda la Brexit e fornire un contesto sensato.

 

Ho definito la Brexit una minaccia esistenziale per la UE. Lo è, e anche di più. Questo è il motivo per cui tutti, su entrambe le sponde della Manica, stanno lavorando alacremente per sabotarla.

 

Nel mio ultimo articolo per Strategic Culture faccio i nomi dei responsabili.

 

L’UE non vuole la Brexit e se dovesse accadere, infliggerebbe un danno incredibile al sistema politico britannico e alla sua integrità.


 


Non c’è alcuna vera differenza rispetto a quanto accaduto in Grecia nel 2015. Tutto fu pilotato da Angela Merkel allora ed è pilotato dalla Merkel oggi.


 


L’intransigenza della UE nelle negoziazioni, a parte non avere altre alternative, è un bluff elaborato per separare e dividere la classe politica britannica, ora che il popolo ha votato per l’uscita.


 

Trovo patetico vedere la Merkel impegnata questa settimana in un affascinante tour in Irlanda per presentare il suo lato materno e contribuire ad alleviare il dolore dell'aperto tradimento del sistema politico britannico da parte di Theresa May.

 

Ora che la soluzione si avvicina, la Merkel e Donald Tusk stanno giocando la parte del poliziotto buono, mentre Guy Verhofstadt interpreta il poliziotto cattivo con la bava alla bocca.

 

La discesa tedesca nei guai economici è ora il principale problema per la Merkel, anche se dubito che lei sia pienamente consapevole delle implicazioni. Tutti tendono a giudicare erroneamente normale la situazione, e per lei il Progetto Europeo dovrebbe essere abbastanza forte da superare qualsiasi tempesta.

 

Ma se non dovesse esserlo?

 

L'opinione diffusa è che tenere il Regno Unito nella UE, nel ruolo di mucca da mungere, sia importante per assicurare il prolungarsi del dominio tedesco sull’Unione. E penso che questo sia quello di cui sono convinti a Bruxelles.

 

Tuttavia, inizio a credere che la realtà sia differente da quello che pensano i burattinai.

 

Quindi, sostengo che, di fatto, la Germania e la Merkel hanno già perso la guerra per tenere insieme la UE, a prescindere dalla Brexit. La distruzione del sistema politico britannico non renderà gli inglesi più facili da controllare, ma più difficili.

 

Non spaventerà i recalcitranti come l’italiano Matteo Salvini o Marine le Pen in Francia. Li farà infuriare.

 

Il fallimento dell’economia tedesca nel tenere insieme l’Unione colpirà molto velocemente e come un boomerang la leadership tedesca della UE. Già lo vediamo quando il Presidente francese Emmanuel Macron si discosta apertamente dalla Germania sulla Brexit.

 

Moltissime persone, inclusi i Remainer di Londra, sostengono di non poter sopravvivere contro un’economia più grande, più forte come quella della UE, ossia della Germania.

 

Molto di quello che tiene insieme la UE è la volontà di tutti gli altri di sopportate la visione tedesca dell'integrazione fino a quando la Germania è disposta a metterci i soldi.

 

Tuttavia, sembra sempre più che questo non avverrà in futuro. L’UE ha quasi raggiunto il limite sui trasferimenti interni, il che testimonia quanto deboli siano le prospettive economiche di lungo termine per la Germania sotto l’attuale agenda politica.

 

Arriverà un momento in cui una semplice ricaduta in recessione non sarà più un’altra fase ciclica di ribasso che può essere risolta dalla stampante e dalle magie della banca centrale.

 

Diventerà qualcosa che i politici non potranno imporre con la forza e i media non potranno addolcire.

 

La recessione tedesca è arrivata a causa dei problemi strutturali del buco nero fiscale che è la UE. Sta causando ovvie fughe di capitale verso gli asset USA – il dollaro, le azioni e le obbligazioni, tutte insieme.

 

Ha fatto alzare il prezzo degli asset sicuri in Europa a livelli oltre l’assurdo. E ancora, nessuno ha il coraggio di dire che c’è una crisi!

 

Siccome esiste ancora un po’ di margine nell’economia tedesca, ancora non si sono visti gli effetti sui consumatori. Pertanto, esiste sufficiente spazio per tutti per raccontare ancora frottole. Ma i risparmi stanno salendo rapidamente, mentre la spesa dei consumatori è in diminuzione.

 

Le notizie sono ancora sufficientemente contrastanti da non aver ancora iniziato a inguaiare ulteriormente la Merkel a livello politico.

 

Ma aspettate. Succederà.

 

Potere d'acquisto in Francia: le cifre e la percezione reale



Un articolo di Le Monde oppone all'elogio dell'euro - e dei suoi effetti apparentemente vantaggiosi sul potere d'acquisto dei francesi -, fatto recentemente dal governatore della Banca di Francia, dati che mostrano una realtà differente: un potere d'acquisto che negli ultimi vent'anni non ha fatto che declinare per le famiglie più povere, spaccando la Francia in ricchi che hanno guadagnato e deboli che hanno perso. Guarda caso, esattamente le motivazioni alla base delle contestazioni dei gilet gialli.


 

 





Di Assma Maad, 3 aprile 2019


 

 

Il Governatore della Banque de France ha annunciato in termini positivi l'aumento del potere d'acquisto negli ultimi venti anni. Alcune cifre contraddicono la sua osservazione statistica.


 

"L'euro ha aiutato a proteggere piuttosto bene il potere d'acquisto dei francesi." Lo ha dichiarato il governatore della Banque de France, su France Inter, il 2 aprile. Invitato in occasione della sua tradizionale "lettera al presidente", François Villeroy de Galhau ha tracciato un ritratto molto elogiativo della moneta europea e  delle sue conseguenze sul potere d'acquisto dei francesi:

"Credo che l'euro sia un successo. Ha portato a un aumento dei prezzi molto inferiore. I prezzi aumentano tre volte più lentamente rispetto al periodo precedente all'euro. L'euro ha portato costi di finanziamento che sono significativamente più bassi per i francesi."


Dopo aver ricordato che per il potere d'acquisto dei francesi il 2019 "dovrebbe essere un buon anno, con un aumento pro capite del 2%" e che il potere d'acquisto è "aumentato del 20%" in vent'anni, ha affermato che questo "è dovuto in particolare all'ottimo controllo dell'aumento dei prezzi, del costo della vita. Questo è uno dei contributi dell'euro al potere d'acquisto dei francesi".




 

Perché bisogna far notare alcune differenze


Il governatore della Banque de France è prudente. Nel corso della sua argomentazione, François Villeroy de Galhau precisa tuttavia di parlare "con molta misura, perché quello del potere d'acquisto è un argomento delicato" . Verissimo. Se le cifre mostrano che sulla carta il potere d'acquisto dei francesi dà segni di buona salute, la percezione dei francesi è molto diversa.


Un sondaggio pubblicato nel 2018 indica che il 66% dei francesi ritiene che il loro potere d'acquisto sia diminuito nel 2018 e il 57% degli intervistati pensa che continuerà a diminuire. Secondo l'economista François Bourguignon, "per la prima volta nel dopoguerra il potere d'acquisto dei francesi è diminuito o è rimasto uguale per un periodo molto lungo, specialmente per i redditi bassi e medi".


 

Quindi, come si spiega questa differenza di percezione?


 

Il movimento dei "gilet gialli", il cui fatto scatenante è stato l'aumento del prezzo del carburante, ha cristallizzato questa differenza di percezione. E l'aumento delle spese fisse, in particolare, lo conferma. Definite "spese preimpegnate" dall' INSEE (Ente pubblico francese che fornisce le statistiche ufficiali, ndt), sono le spese legate alla casa (affitto, elettricità, gas, acqua), abbonamenti (assicurazione, telefono, televisione, internet), pagamento della mensa ecc. Spese che sono aumentate significativamente negli ultimi decenni.

 

Secondo l'INSEE, il peso di queste spese è aumentato, passando dal 13% del reddito (reddito disponibile delle famiglie, tolti imposte e contributi ) nel 1960 a quasi il 30% nel 2016. Questo oggi lascia ai francesi soltanto il 70% delle spese disponibili, a cui vanno tolte le spese relative al cibo e ai trasporti, benzina inclusa. Spese che oscillano da un mese all'altro e pesano pesantemente sul portafoglio dei francesi.


 

Le spese fisse sono aumentata dal 12% al 29% in quasi 60 anni.


 


Peso delle spese "preimpegnate" nel reddito disponibile delle famiglie dal 1960


Fonte: INSEE

 

Tra i francesi più colpiti da questo aumento delle spese preimpegnate, troviamo le famiglie più modeste. "La quota delle spese preimpegnate nel reddito disponibile delle famiglie è maggiore quanto più è basso il loro tenore di vita: passa dal 61% per le famiglie povere al 23% per le famiglie ricche", afferma uno studio pubblicato nel 2018 dal Dipartimento di ricerca, studi, valutazione e statistica (Dress) del ministero della Solidarietà e della Salute.


Lo studio sostiene che il 10% delle famiglie più povere, dopo avere pagato i conti, mediamente resta con solo 180 euro in tasca, mentre ai più ricchi restano in media 1.890 euro al mese.


"L'aumento delle spese preimpegnate, soprattutto a partire dal 2003, ha potuto provocare tra le famiglie la sensazione di un certo impoverimento, rafforzando la percezione di un divario con la misurazione effettiva del potere d'acquisto", ha dichiarato l'INSEE nel 2017. Ed ecco che bisogna qualificare le affermazioni del governatore della Banca di Francia.


 


L'evoluzione del potere d'acquisto ha accelerato negli anni che hanno seguito l'instaurazione dell'euro


 

Evoluzione del potere d'acquisto dal 1960 (%)







05/04/19

Piers Morgan: perché ho votato contro la Brexit, ma ora sosterrei il “Leave”

Piers Morgan, noto giornalista e anchorman televisivo, spiega che gli “inglesi pentiti di aver votato Brexit” sono un’invenzione giornalistica. Lui al contrario, pur ritenendo la Brexit un errore, è disgustato dal tentativo delle élite inglesi di ribaltare con ogni mezzo l’esito di un referendum popolare. Se la scelta è tra una decisione che non si condivide e il calpestare la democrazia, non ci possono essere dubbi.

 

Di Piers Morgan, 6 aprile 2019

 

 

Ho votato “Remain” e penso ancora che la Brexit non sia una buona idea. Tuttavia, se ci fosse un secondo referendum sull’UE, voterei “Leave”. Non perché sia stato convertito sulla via di Damasco alla causa della Brexit – non ho incontrato nessuno che abbia cambiato idea sull’argomento, e sospetto che queste persone non esistano al di fuori della mente isterica di quel piagnone (nell’originale "Remoaner" : gioco di parole tra Remainer, ossia colui che vuole rimanere nella UE e moaner, ossia piagnucolone, NdVdE) di Alastair Campell – ma perché sarei furioso alla sola idea che si tenga un secondo referendum. Quello che oggi sta succedendo è una disgrazia: la Casa dei Comuni (un’ala del Parlamento Britannico, NdVdE), zeppa di parlamentari contrari alla Brexit, sta tentando tutto quanto è in suo potere per ribaltare il risultato del 2016 o diluire la Brexit al punto da farla apparire una cosa completamente diversa da quello per cui hanno votato i Leavers. Trovo che questo attacco alla democrazia sia più sinistro di qualsiasi cosa ci possa accadere in caso di un’uscita dall’UE senza accordi, se non altro perché coloro che più sbraitano di quale disastro sarebbe un’uscita senza accordi – come Campbell  e Tony Blair – sono gli stessi che a suo tempo mi assicuravano che se l’Inghilterra non avesse aderito all'euro sarebbe stato anche quello un disastro, e invece è stata la scelta migliore che abbiamo mai fatto. Inoltre, non dimentichiamoci che queste sono le stesse persone che ci hanno trascinato nella disastrosa guerra in Iraq – senza minimamente prendere in considerazione la nozione di “voto popolare”. Quanto all’idea paternalistica che nessuno di quelli che hanno votato “Leave” sapesse quello per cui votava, dirò semplicemente questo: che pensavano che votare “Leave” volesse dire “lasciare l’unione europea”, come diceva la scheda elettorale, non "rimanere parzialmente nell'Unione" . Per cui la tanto disprezzata opzione “andare a sbattere senza un accordo” è più in linea con quello che le persone probabilmente pensavano di ottenere.

 

Twitter mi manda regolarmente e-mail per riportarmi le denunce formali sporte per qualcosa che ho scritto. Questa settimana, riguardava un tweet in cui ho scritto: “Il Primo Ministro Theresa May dice che darà le dimissioni se il suo pessimo accordo sull’uscita dall’Unione Europea verrà approvato. In altre parole, l’accordo è talmente pessimo che deve licenziarsi per farlo passare. La sua umiliazione, l’umiliazione del Paese, è completa. Che fiasco penoso”.

 

Twitter ha deciso che non ho violato le sue regole, cosa non proprio sorprendente dato che ogni singola parola era vera. Sono più affascinato dall’identità di chi mi ha denunciato. Ho 6,6 milioni di followers, ma riesco a pensare a una sola persona al mondo che avrebbe potuto avere da ridire su quello che ho scritto – e questa è Theresa May.

 

Una delle miriadi di critiche all’infelice, impotente e ormai senza speranza May è che non sembra avere alcuna contezza del caos che esplode proprio sotto i suoi occhi. Ho personalmente assistito a questa sua strana inclinazione. Alla festa dello Spectator, nel luglio 2016,  l’ho presentata a mia moglie, ma stavo gesticolando un po’ troppo e ho urtato un bicchiere di champagne, rovesciandolo sulla testa e sul vestito di Celia. La May ha assistito a tutto questo senza cambiare espressione né commentare. Allora avevo pensato che possedesse un’invidiabile calma nel mezzo di qualunque tempesta. Ora penso che non si sia mai accorta di nulla.

 

Il Primo Ministro riguardo alla Brexit avrebbe dovuto adottare lo stesso atteggiamento che ha nel cuocere le focacce. L’ultima volta che ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain, le ho chiesto se le faceva con burro morbido o duro. “Se il burro è duro (in inglese "hard" , come "hard Brexit" con cui si intende un’uscita più netta dall’UE, NdVdE) è più facile” ha risposto. “Se è duro è possibile avere una buona presa, se è troppo molle (in inglese "soft" , come "soft Brexit" con cui si intende un’uscita solo parziale dalla UE, NdVdE), può diventare troppo scivoloso”.

 

In un numero di questa rubrica scritto nel settembre 2015, predissi che Donald Trump avrebbe vinto le elezioni presidenziali – e venni ridicolizzato dagli “esperti” politici per la mia presunta stupidità. Ora, predico che il Presidente Trump verrà rieletto nel 2020. Perché? In primo luogo, perchè i Democratici si stanno facendo trascinare così tanto a sinistra (???, NdVdE) da socialisti nuovi fiammanti come Alexandria Ocasio-Cortez, che non possono proprio battere un tizio che ha messo il turbo all’economia, ha aumentato i posti di lavoro, ha scacciato l’ISIS e ha fatto abbassare il capo alla Cina. In secondo luogo, dal momento che tutti i media mainstream USA che attaccano Trump hanno compromesso la loro credibilità collettiva parlando 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana del Consigliere speciale Robert Mueller, che avrebbe riconosciuto che Trump era colluso con la Russia nel pilotare le elezioni del 2016 – per poi vedere lo stesso Mueller scagionarlo. Il mio amico Donald non è un tipo per tutti i gusti. Ma è un oratore brillante che ha vinto tutti i duelli politici in cui si è cimentato, e quando i tuoi avversari tendono a farsi male da soli, vincere diventa molto più facile.

 

Il Telegraph ha ormai così tanti editorialisti dal nome trendy, da Sophia Money-Coutts e Hamish de Bretton-Gordon fino a Boudicca Fox-Leonard e Harry de Quetteville, che è nato un nuovo gioco sui social media: creare il proprio nome d’arte in stile Telegraph. Bisogna prendere il nome del primo animale da compagnia che si è avuto, la strada dove si è cresciuti, e un oggetto che si ha di fronte. Il mio è quindi diventato Rocky Oxbottom-Megaphone, così dannatamente esaltante che potrei davvero doverlo adottare come mio nuovo nome d’arte di giornalista.

 

 

04/04/19

Nella società del neoliberalismo (e della meritocrazia), sei tu il più tirannico padrone di te stesso

Un articolo su Jacobin descrive come il neoliberalismo (per alcuni, neoliberismo), già insinuatosi in tutti i meandri della società, dell’economia e della politica, stia diventando padrone delle nostre menti. I risultati di una recente meta-analisi su dati psicologici mostrano un continuo aumento dei livelli di perfezionismo nelle persone (specialmente nei giovani). La percezione (purtroppo non infondata) di dover essere eternamente competitivi e migliori esaspera il disagio emotivo e ostacola i legami di solidarietà e i valori collettivi. La cosiddetta “sinistra”, abdicato al suo ruolo tradizionale, ha abbracciato appieno l’individualismo meritocratico, e ora marcia sui temi che contrappongono le persone, anziché incentivare le battaglie comuni contro il potere neoliberale.

 

 

di Meagan Day, gennaio 2018

 

Un nuovo studio ha descritto l’allarmante crescita di una nuova forma di stress psicologico che possiamo chiamare “perfezionismo neoliberale”.

 

Un nuovo studio di Thomas Curran e Andrew Hill, pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Bulletin, ha mostrato che il perfezionismo è in crescita tra le persone. Gli autori, entrambi psicologi, concludono che “l’ultima generazione di giovani ha la percezione che gli altri siano più esigenti verso di loro, più esigenti verso gli altri, e più esigenti verso se stessi”.

 

Quando si cerca la causa di questa crescente sete di eccellenza, Curran e Hill non fanno tanti giri di parole: è il neoliberalismo. L’ideologia neoliberale esalta la competizione, scoraggia la cooperazione, promuove l’ambizione e vincola il valore personale al successo professionale. Non sorprende che le società governate da questi valori producano individui propensi alla critica severa e fortemente ansiosi del giudizio altrui.

 

Gli psicologi, tradizionalmente, parlavano del perfezionismo come di un costrutto unidimensionale: il perfezionismo diretto dal sé verso il sé. Questo è ancora l’uso colloquiale del termine, ovvero ciò che normalmente intendiamo quando diciamo che qualcuno è perfezionista. Ma degli ultimi due decenni i ricercatori hanno preferito ampliare il concetto. Curran e Hall si basano su una definizione multidimensionale, che include tre tipi di perfezionismo: orientato verso il sé, orientato verso gli altri e imposto dalla società.

 

Il perfezionismo orientato verso il sé è la tendenza ad attenersi a standard irrealisticamente elevati, mentre il perfezionismo orientato verso gli altri implica l’avere aspettative irrealistiche verso gli altri. Ma “il perfezionismo imposto dalla società è, fra le tre, la forma più debilitante”, affermano Curran e Hall. Esso descrive il senso di paranoia e di ansia prodotto dalla sensazione persistente – e non del tutto infondata – che gli altri siano sempre in attesa che facciamo uno sbaglio per cancellarci definitivamente. Questa iper-percezione delle impossibili aspettative altrui verso di noi provoca alienazione sociale, auto-osservazione nevrotica, sentimenti di vergogna e di svalutazione, e “un senso del sé sommerso dalla preoccupazione patologica, dalla paura di una valutazione sociale negativa, caratterizzata da un’esclusiva attenzione verso le mancanze, e sensibile alla critica e al fallimento”.

 

Nel tentativo di valutare quanto questo fenomeno del perfezionismo sia culturalmente determinato, Curran e Hall hanno svolto una meta-analisi sui dati psicologici disponibili, considerando come è cambiato di generazione in generazione. I risultati hanno mostrato che le persone nate negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada dopo il 1989 hanno avuto punteggi molto più elevati rispetto a quelli delle generazioni precedenti nei tre tipi di perfezionismo, e che questi punteggi sono aumentati linearmente nel tempo. La dimensione che ha visto l’aumento più drammatico è stata quella del perfezionismo imposto dalla società, che è cresciuto al doppio della velocità rispetto alle altre due dimensioni. In altre parole, i giovani sentono di essere giudicati più duramente dai loro pari, e questa sensazione si intensifica a ogni anno che passa.

 

Curran e Hall attribuiscono questo cambiamento all’ascesa del neoliberalismo e alla sua cugina, la meritocrazia. Il neoliberalismo favorisce metodi “di mercato” per assegnare valore ai beni, e include qualsiasi cosa possibile nella definizione di merce. A partire dalla metà degli anni ’70, i regimi politico-economici neoliberali hanno sostituito sistematicamente la proprietà pubblica e i contratti collettivi con la deregolamentazione e la privatizzazione, promuovendo, nel tessuto stesso della società, il valore dell’individuo al di sopra di quello del gruppo. Nel frattempo la meritocrazia – l’idea che lo status sociale e professionale sia la conseguenza diretta dell’intelligenza, della virtù e del duro lavoro del singolo individuo – ha convinto le persone che fallire la propria scalata sociale equivalga a non valere nulla.

 

La meritocrazia neoliberale, suggeriscono gli autori, ha creato un ambiente avvelenato nel quale ciascuno è l’ambasciatore di se stesso, l’unico portavoce del proprio prodotto (ovvero di se stesso) e il manager del proprio lavoro, in un mare di competizione senza confini. Come osservano Curran e Hall, questo stato di cose “pone l’esigenza continua di combattere, di esibirsi e di avere successo, come elemento centrale della vita moderna”, molto più che nelle generazioni passate.

 

Gli autori citano dati che mostrano come i giovani di oggi siano meno interessati di un tempo a impegnarsi in attività di gruppo per svago, preferendo invece dedicarsi a sforzi individuali che li facciamo sentire produttivi o che gli diano una sensazione di successo. Se il mondo ti richiede di dimostrare continuamente che vali, e non riesci a toglierti di dosso l’impressione che il rispetto dei tuoi simili sia sempre condizionato e provvisorio, avrai meno interesse a passare del tempo allegramente coi tuoi amici, e preferirai startene a curare meticolosamente il tuo profilo sui social media.

 

Una conseguenza di questa crescita del perfezionismo, sostengono Curran e Hall, è un’epidemia di gravi disturbi mentali. Il perfezionismo è fortemente correlato con l’ansia, i disturbi alimentari, la depressione e i pensieri suicidari. La compulsione costante a essere perfetti, e l’inevitabile impossibilità di riuscire in questo intento, esaspera i sintomi dei disturbi mentali nelle persone già vulnerabili. Ma anche i giovani senza alcun disturbo diagnosticabile tendono a sentirsi più spesso a disagio, perché l’aumentato senso di perfezionismo verso gli altri crea un clima di gruppo di ostilità, sospetto e disprezzo – nel quale la giuria sono tutte le persone che avete attorno, e sottostante sempre a un incombente giudizio del gruppo. Il perfezionismo imposto dalla società, poi, implica un acuto riconoscimento di questa alienazione. In breve, le ripercussioni del crescente perfezionismo vanno da un maggiore disagio emotivo a (letteralmente) la morte.

 

C’è poi un’altra ripercussione del crescente perfezionismo: è difficile costruire legami di solidarietà, che è proprio ciò di cui avremmo bisogno per cercare di resistere all’assalto del neoliberalismo. Senza delle auto-percezioni sane non possiamo costruire delle relazioni solide, e senza relazioni solide non possiamo unirci in numero sufficiente a scuotere, e tantomeno a cambiare, l’intero ordine politico-economico.

 

Non è difficile vedere i parallelismo fra le tre dimensioni del perfezionismo e la cosiddetta cultura del “call-out” [il clima di continua denuncia verso il razzismo, il sessismo, l’omofobia, e altri veri o presunti atteggiamenti sociali disdicevoli; un esempio è il fenomeno della chiamata al “me too”; NdT]. Questa cultura è diventata l’ultima tendenza egemone nella Sinistra: una condizione in cui ciascuno osserva gli altri aspettando una loro fatale scivolata, mentre spinge se stesso verso impossibili standard di virtuosa abnegazione ed è, al contempo, paralizzato dalla segreta (e anche stavolta non infondata) paura di essere perennemente sacrificabile, e che il proprio giorno del giudizio sia sempre dietro l’angolo. Questa situazione fa tutt’uno con altre manifestazioni del perfezionismo meritocratico neoliberale, dall’ammissione ai college all’ossessiva cura di Instagram. E poiché tutto questo ci divide, anziché unirci, non ci lascia modo di costruire un movimento che miri a colpire al cuore questo potere.

 

Il perfezionismo ci rende sprezzanti gli uni verso gli altri, preoccupati da chi abbiamo intorno e, nel migliore dei casi, insicuri di noi stessi. Ci vieta quel tipo di legami solidaristici e quel tipo di azioni collettive che sarebbero necessarie per rovesciare il capitalismo neoliberalista, cioè l’origine stessa del problema. L’unico possibile antidoto a questo perfezionismo atomizzante e alienante è il rifiuto assoluto dell’individualismo e la reintroduzione dei valori collettivi nella società. Si tratta di un compito gigantesco – ma stretti nella morsa del neoliberalismo che si chiude sopra le nostre menti, è l’unica strada percorribile.