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15/05/18

Immigrazione e capitale

Riproponiamo per la sua attualità una approfondita riflessione dell'antropologo Maximilian Forte sulla ipocrisia di cui è permeata la difesa dell'immigrazione senza limiti da parte della "sinistra".

 

Pubblichiamo la traduzione dell'importante articolo di Maximilian Forte su Zero Anthropology - già segnalato da Alberto Bagnai su Goofynomics – in cui l'antropologo italo-canadese analizza impietosamente la svolta storica cui stiamo assistendo: la scomparsa della sinistra dal panorama del futuro. Concentrandosi sul caso degli Stati Uniti, egli fa un ritratto impietoso di una sinistra doppiamente ipocrita che rincorre i liberisti sul loro stesso piano abdicando totalmente ai suoi valori. Una sinistra che da un lato difende un'immigrazione senza limiti, dimenticando che questo significa generare una guerra tra poveri le cui prime vittime sono le classi locali meno abbienti assieme agli immigrati stessi. Dall'altro lato, una sinistra che tace sulle cause delle migrazioni: le invasioni e i bombardamenti dell'occidente. E' ora di porre il tema dell'immigrazione al centro del dibattito politico, senza ipocrisie.

 

 

 

di Maximilian Forte, 3 agosto 2016

 

Traduzione di A.C.

 

L'immigrazione, a torto o a ragione, è diventata uno dei temi più dibattuti nell'attuale scontro politico in Europa e Nord America. Forse esagerando, il ruolo dell'imigrazione è considerato un fattore centrale per la scelta del Brexit nel Regno Unito, e per l'ascesa del movimento "America First" di Trump negli Stati Uniti. Sembra oggi impossibile poter discutere serenamente sull'immigrazione, senza che nel dibattito entrino in gioco ogni sorta di ordini del giorno, preconcetti, insinuazioni e ricriminazioni. Attori e interessi di ogni tipo rivendicano una voce nel dibattito, dall'identità  e sicurezza nazionale al multiculturalismo, ai diritti umani, al cosmopolitismo globalista. Al contrario, ciò che viene generalmente ignorato nei dibattiti pubblici è una discussione della politica economica dell'immigrazione ed in particolar modo una critica del ruolo dell'immigrazione nel sostenere il sistema capitalista.

 

Prima di proseguire, dobbiamo innanzitutto smontare alcune tattiche di distrazione, spesso usate nel dibattito pubblico, che purtroppo confondono troppe persone. Primo: essere contrario all'immigrazione non rende una persona razzista. Le due cose non sono consequenzali. Essere razzista significa adottare una visione dell'umanità ordinata in base a delle differenze biologiche, che si immagina stabiliscano una gerarchia. Preferire "i propri simili" (qualsiasi cosa significhi) potrebbe essere la base di un certo etnocentrismo, ma non necessariamente del razzismo in quanto tale. E' importante non scattare sempre istericamente sui termini più provocatori e sconcertanti solo perché la vis polemica richiede una vittoria immediata. In realtà, non si vince nulla, si dà solamente l'impressione di non sapere di cosa si sta parlando. Similmente, la xenofobia non implica né razzismo né etnocentrismo, perché può andare oltre si l'uno che l'altro nell'essere una paura o una repulsione nei confronti di chiunque sia "straniero" o "diverso". Al contrario, uno può essere fermamente razzista ma allo stesso tempo a favore dell'immigrazione, a condizione che l'immigrazione sia consentita solamente ai membri della propria razza (politica ufficialmente seguita dall'Australia fino alla seconda guerra mondiale). Altre forme di politiche razziste favorevoli all'immigrazione includono la schiavitù propriamente detta, il lavoro forzato, fino al razzismo spicciolo di chi dice "facciamo venire i Messicani, sono così bravi come giardinieri". Bisogna aggiungere che alcuni sondaggi condotti negli Stati Uniti suggeriscono che "l'opposizione all'immigrazione negli Stati Uniti non sia legata al razzismo, bensì alla paura che gli immigrati meno qualificati non possano mantenersi senza usufruire di vari programmi assistenziali (Medicaid, SNAP [buoni pasto, ndT], crediti d'imposta,...). Reihan Salam aggiunge "credo che se la politica migratoria non fosse discussa in termini razziali, l'opposizione all'immigrazione sarebbe in realtà  molto più forte." Bisogna altresì distinguere tra opinioni anti-immigrati e politiche anti-immigrazione, anche se tra le due ci possono essere punti di contatto. In definitiva, tutte queste cose oscurano le domande essenziali che non vengono, in genere, mai poste: 1) Razzismo, identità  ed apertura sono le questioni più importanti in tema di immigrazione? 2) Perché i lavoratori dovrebbero essere a favore dell'immigrazione?

 

Se rivolgiamo la nostra attenzione all'attuale politica economica dell'immigrazione in Europa e Nord America, e prestiamo attenzione alla relazione fra immigrazione e capitale, potremmo scoprire due strane assenze. La prima è che coloro i quali, a sinistra, negli anni passati erano apertamente critici nei confronti dell'immigrazione di massa, in particolar modo quella illegale, ora non si pronunciano su questo tema, o hanno cambiato opinione senza spiegare perché. La seconda è che molti intellettuali Marxisti, pur avendo tutti gli strumenti concettuali ed empirici per farlo, non collegano immigrazione e capitale nei loro lavori, evitando di fornire delle basi per una critica all'immigrazione. La mia spiegazione per entrambe le assenze è la paura di essere stigmatizzati come xenofobi o, peggio ancora, razzisti, anche se, come detto prima, tale paura è illogica e dovrebbe essere superata.



La sinistra in passato: critica pubblica dell'immigrazione


 

In un passato non molto remoto, attivisti e politici di sinistra come Naomi Klein e Bernie Sanders si erano pronunciati pubblicamente contro l'immigrazione per il suo ruolo nella depressione dei salari, nell'aumento della disoccupazione e della miseria tra le classi meno abbienti, e nella promozione di una forma elitista di distacco cosmopolita da ogni luogo. Concentriamoci su questi due autori.

 

Naomi Klein sosteneva che le persone legate alle proprie origini fossero la piu grande minaccia per il capitalismo neoliberista, perché hanno "radici e storie alle spalle", mentre il capitalismo globale preferisce "assumere persone disposte a muoversi con facilità". Klein riconosceva anche che questo modello economico crea eserciti di "lavoratori in surplus" e che i lavoratori migranti sono utili "a tenere i salari molto, molto bassi." Naomi Klein si è pronunciata anche sulla ricostruzione di New Orelans in seguito all'uragano Katrina, in cui coloro che hanno perso le loro case, soprattutto afroamericani, non sono stati quelli che hanno ottenuto i lavori per ricostruirle, lavori per cui sono stati utilizzati invece "lavoratori immigrati".

 

Bernie Sanders, che avrebbe in seguito denunciato le politiche a favore delle frontiere aperte come un piano degli oligarchi di destra, dei fratelli Koch [famosi affaristi americani, ndT], nel 2007 dichiarava:

 

"Se la povertà aumenta e i salari diminuiscono, non capisco perché abbiamo bisogno di milioni di persone che entrano in questo paese come lavoratori temporanei, che lavoreranno per stipendi più bassi di quelli dei lavoratori americani e porteranno ad un ulterore abbassamento dei salari, più di quanto non stia già accadendo ora."

 

E l''intervistatore aggiungeva:

"E come sappiamo, le principali industrie che assumono la maggior parte degli immigrati illegali, industrie di costruzioni, di giardinaggio, dello svago, del turismo, sono tutte industrie in cui i salari stanno diminuendo... Questo punto non viene discusso al Senato da chi propone la regolarizzazione degli immigrati."

A cui Sanders rispondeva:

"E' vero, non hanno una risposta coerente a riguardo." [...]



Immigrazione: al servizio dei detentori del capitale.


 

[...] In "Diciassette contraddizioni" Harvey [celebre antropologo inglese, ndT] nota che, per molti Marxisti, la contraddizione tra capitale e lavoro è la principale contraddizione del capitalismo, ma, seppur egli stesso Marxista, non pensa che questa contraddizione possa spiegare da sola tutte le crisi del capitale. La sua definizione di capitale, e il modo in cui lo distingue dal capitalismo, lasciano molto a desiderare. Avendo fissato il ruolo del lavoro nello sviluppo storico del capitalismo (fondamentale o no, il lavoro rimane centrale), Harvey personifica il capitale dicendo che "il capitale si sforza di produrre un paesaggio geografico favorevole alla sua riproduzione e successiva evoluzione," anche se sono i capitalisti che lo fanno, e non il capitale in quanto tale. Avrebbe potuto aggiungere che rimaneggiare un paesaggio geografico implica considerare come gli esseri umani si inseriscono in questo paesaggio, e che spostare lavoratori in giro per il mondo significa senza dubbio rimaneggiare la geografia. Avendo stabilito la centralità della contraddizione capitale-lavoro, Harvey aggiunge il terzo elemento essenziale della sua analisi: "Che un'economia basata sulla spoliazione è il nocciolo di quello che davvero è il capitalismo." Come procede questa spoliazione dei lavoratori?

 

L'utilità dell'immigrazione nel sistema capitalistico sta nell'abilità, da parte dei capitalisti, di usarla per rompere il potere monopolistico del lavoro. Sostanzialmente, i lavoratori possono avere un monopolio virtuale sul loro lavoro, specialimente se il lavoro è specializzato e il numero dei lavoratori ridotto. Il flusso di migranti può spezzare questo monopolio, creando competizione tra i diversi lavoratori. Harvey spiega questo concetto in dettaglio, ma senza mai parlare esplicitamente di immigrazione, utilizzando un esempio che si rivela molto importante per la situazione americana odierna:

 

"Sull'agenda del capitale non c'è l'abolizione delle specializzazioni di per sé, ma l'abolizione delle specializzazioni monopolizzabili. Quando nuove competenze diventano importanti (ad esempio, il saper programmare al computer), allora il problema per il capitale non è necessariamente abolire queste abilità (cosa che alla fin fine potrebbe ottenere grazie all'intelligenza artificiale), ma minare il loro aspetto potenzialmente monopolizzabile finanziando una sovrabbondanza di opportunità per acquisire quella specializzazione. Quando, da un numero esiguo, la forza lavoro con competenze di programmazione cresce fino ad essere sovrabbondante, il potere del monopolio si rompe, facendo crollare il costo di quello specifico lavoro. Una volta che i programmatori possono essere pagati una pipa di tabacco, allora il capitale è certamente felice di riconoscere questa come forma di lavoro specializzato di cui si serve..."

 

Oggi possiamo aggiornare questa spiegazione in termini di immigrazione. Harvey sottolinea che l'aumento dell'accesso all'educazione porta ad un aumento del numero di lavoratori specializzati, ma non nota, e suona molto strano, dato che ha lavorato nell'università per gran parte della sua vita, che un altro metodo per aumentare quel numero è importare studenti stranieri perché seguano un corso di studi, e poi trattenere quegli studenti stranieri. In altre parole, importare specialisti dall'estero attraverso l'immigrazione. Questo è un punto cruciale del programma di Hillary Clinton in vista delle elezioni presidenziali del 2016, ma non se parla, proprio per quella tattica diversiva del politicamente corretto a cui accennavo precedentemente. Infatti, nel "Programma di Hillary Clinton su tecnologia e innovazione", si legge:

 

"Attirare e far restare i migliori talenti da tutto il mondo: Il nostro sistema di immigrazione è minato da visti, burocrazia e altre barriere che impediscono ai lavoratori specializzati e agli imprenditori di venire, restare, e creare lavoro negli Stati Uniti. Troppo spesso imponiamo a persone provenienti da altri Paesi e formate negli Stati Uniti di ritornare a casa, senza dare loro la possibilità di rimanere e di continuare a contribuire alla nostra economia. Nel contesto di una soluzione più ampia per l'immigrazione, Hillary garantirebbe il visto (green card) a tutti i laureati e i dottorati in discipline scentifiche presso istituzioni accreditate, permettendo agli studenti stranieri che hanno finito il loro percorso di studi di accedere alla "green card". Hillary sosterrà inoltre i visti "start-up", che permettono ai migliori imprenditori stranieri di venire negli Stati Uniti, costruire imprese nei settori tecnologici più competitivi a livello globale, e creare posti di lavoro e opportunità per i lavoratori americani. Prima di ottenere il visto, gli imprenditori immigrati dovranno ottenere un impegno di copertura finanziaria da parte di investitori americani, e per ottenere la green card dovranno creare un certo numero di posti di lavoro e ottenere determinati risultati."

 

A questo punto, per gli studenti americani, gravati di debiti contratti per ottenere i loro diplomi nelle discipline scientifiche, sarà sempre più difficile spuntarla quando dovranno competere con gli immigrati per un numero finito di posti di lavoro, oppure quando i loro stipendi diminuiranno, man mano che il numero di lavoratori dello stesso settore aumenterà. Quello che la Clinton sta proponendo, in effetti, non è niente di nuovo: formalizzerebbe e renderebbe più efficiente la competizione dei "colletti bianchi" stranieri che già esiste. (Munro, 2016)

 

La chiave del potere dei capitalisti di diminuire i salari sta nella diminuizione delle opportunità di lavoro. Nel caso degli Stati Uniti, non è solo il fatto che i lavoratori immigrati competono per i posti di lavoro, ma anche che si stanno appropriando di una fetta sproporzionata delle opportunità di lavoro disponibili. Infatti, anche se i lavoratori nati in un altro paese costituiscono solo il 15% della forza lavoro, si sono però accaparrati il 31% dei nuovi posti di lavoro (vedi Kummer, 2015).

 

Nell'analisi di Marx, i capitalisti sono interessati a possedere un vasto "esercito industriale di riserva" in modo tale da contenere le ambizione dei lavoratori. E, come aggiunge Harvey, "se tale surplus di lavoro non esistesse, il capitale dovrebbe crearlo." E come può farlo? Harvey identifica due modi per creare un surplus di lavoro: disoccupazione causata dalla tecnologia (automazione) e accesso a nuove fonti di lavoro (ad esempio delocalizzare in Cina). E' ancora una volta peculiare che Harvey non elenchi un'altra ovvia opzione: espandere l'offerta di lavoro interna importando lavoratori (immigrazione). Dato che l'immigrazione può avere un ruolo importante per la creazione di un surplus di lavoro, perché non dirlo?

 

Fino adesso abbiamo parlato di come l'immigrazione venga usata per rompere il potere monopolistico del lavoro, espandendo l'offerta interna di lavoro o attraverso la delocalizzazione. Harvey, a onor del vero, dice, di passaggio, che l'immigrazione serve da aggiustamento geografico del sistema capitalista, redistribuendo il surplus di lavoro dove è più necessario. Ma l'aggiustamento geografico odierno appare in due forme, una è quella che chiamiamo delocalizzazione o outsourcing. La delocalizzazione essenzialmente fa sovvenzionare il capitale ai lavoratori; è¨ una delle assurdità del "libero mercato" contemporaneo che qualsiasi sussidio governativo ai lavoratori sia vietato, mentre i lavoratori possono essere iper-sfruttati per salari atrocemente bassi che riflettono il basso prezzo dei loro prodotti dovuto alla competizione sul mercato globale. Questo è un sussidio, solo che non è volontario, e non è statale. In ogni caso, la delocalizzazione, con cui i posti di lavoro vanno all'estero, è solo uno dei modi in cui si può aumentare la competizione tra i lavoratori. Il secondo metodo lo potremmo chiamare "rilocalizzazione", con cui non sono i lavori che vanno incontro ai lavoratori all'estero, ma sono i lavoratori all'estero che migrano per trovare i lavori, l'immigrazione. Sfortunatamente, Harvey non fa riferimento alla rilocalizzazione come parte di una coppia di opzioni assieme alla delocalizzazione.

 

Storicamente, l'immigrazione è stata usata per deprimere i salari dei lavoratori nella nazione che li riceve. Questo è particolarmente vero nel caso degli Stati Uniti. Come Paul Street ha recentemente spiegato:

 

"Il fatto che la domanda e l'offerta di forza lavoro sia in continuo cambiamento è un fattore non trascurabile nei trionfi, difficoltà e tribolazioni delle classi lavoratrici americane presenti e passate. Come spiega uno dei massimi economisti di sinistra americani, Richard Wolff, la lunga crescita dei salari reali negli Stati Uniti è finita più di 30 anni fa grazie 'alla combinazione di computerizzazione, delocalizzazione, entrata delle donne nel mercato del lavoro, ed una nuova ondata migratoria... questa volta soprattutto dall'America Latina, specialmente dal Messico e dall'America Centrale... I capitalisti da Main Street a Wall Street capirono rapidamente che i datori di lavoro potevano rallentare o fermare l'aumento dei salari, perché l'offerta ora superava la domanda nel mercato del lavoro...'

 

'Se non credete che l'immigrazione sia usata dai datori di lavoro per ridurre gli standard di vita e di lavoro negli Stati Uniti, allora potete andare a lavorare in una qualsiasi fabbrica americana che ha un numero significativo di mansioni spiacevoli e che non richiedono qualificazioni. Vedrete il vostro capo-capitalista che mantiene i salari bassi e i lavoratori intimiditi ed oppressi assumendo, tra le varie cose, degli immigrati la cui esperienza di povertà estrema, violenza, e altre forme di miseria nei loro paesi di origine, rende disposti a lavorare in una "manifattura moderna" con obbedienza e senza proteste per 10$ all'ora o meno.'

 

Ciò nonostante, l'"opinione degli esperti" continua a creare il mito che l'immigrazione non abbia impatti negativi sui lavoratori.

 

Un altro modo importante in cui l'immigrazione sostiene il capitale è legato al potere d'acquisto dei salari. Come abbiamo visto, è nell'interesse del capitalista di tenere i salari più bassi possibili. La contraddizione che però sorge, e Harvey vi presta notevole attenzione, è che salari più bassi significano meno denaro per fare acquisti. Ciò riduce le dimensioni del mercato, e riduce i margini di profitto dei capitalisti. Quindi, se i lavoratori hanno tutti meno soldi, chi sostiene la domanda? Una opzione è aumentare gli stipendi: male. L'altra è aumentare il credito, cosa che si sta facendo. La terza opzione è aumentare la massa totale dei lavoratori, cosa che si sta anche facendo. I lavoratori possono anche avere meno denaro da spendere singolarmente ma, importando più lavoratori, ci saranno più persone che spendono (anche se poco). Quindi l'immigrazione può aiutare a sostenere o perfino aumentare la domanda, senza aumentare i salari.

 

"Un fenomenale aumento della forza lavoro totale," scrive Harvey, "potrebbe aumentare la massa di capitale che viene prodotta anche se il tasso di remunerazione individuale diminuisce." Ciò che però Harvey non dice è che un modo per ottenere un aumento fenomenale della forza lavoro totale è quello di promuovere l'immigrazione di massa, o consentire tacitamente che grandi numeri di persone entrino illegalmente. Ciò che Harvey invece dice è che l'immigrazione può aiutare a sostenere lo sviluppo economico futuro, ma non è chiaro come, perché poco dopo dice che, nel caso degli Stati Uniti, "la creazione di posti di lavoro dopo il 2008 non si è evoluta parallelamente all'espansione della forza lavoro" e che l'apparente declino del tasso di disoccupazione riflette invece "una riduzione della proporzione di cittadini attivi che cerca effettivamente lavoro". Nuovamente, non considera l'impatto di milioni di persone che entrano a far parte della forza lavoro arrivando dall'estero.

 

[...] Harvey avrebbe potuto trovare un approccio più fruttuoso, nel suo discorso, nel punto in cui scrive "gli affari più lucrativi del capitalismo contemporaneo" sono "il traffico di donne, lo spaccio di droga o la vendita clandestina di armi". Traffico di "donne"? Perché non traffico di lavoratori, com'è il caso dell'immigrazione clandestina, che è sfruttata da trafficanti di esseri umani in numero di gran lunga maggiore del traffico solamente di donne? In ogni caso, le frontiere aperte o permeabili sono una pacchia per i "tre affari più lucrativi" del capitalismo contemporaneo. Il miglior modo per massimizzare la crescita della forza lavoro totale è precisamente attraverso vie illegali, perché, com'è ovvio, essendo illegale implica che 1) non è regolata dallo stato, e non è soggetta a dibattito politico, 2) non è limitata in volume e 3) esclude che i lavoratori possano avvalersi dei diritti garantiti dalle leggi sul lavoro.

 

[...] Harvey fornisce anche una prospettiva interessante sul fatto che siamo testimoni di un conflitto tra "politica" ed "economia" sul tema dell'immigrazione. Con politica, intende lo stato, con il suo potere su di un determinato territorio, e con economia intende gli interessi del capitale. Come Harvey osserva: "la lealtà dei cittadini nei confronti dei loro Stati, costruita dagli Stati stessi, è fondamentalmente in conflitto con la peculiare lealtà del capitale nei confronti del fare soldi, e nient'altro". In quella che ancora una volta avrebbe potuto essere, per Harvey, un'occasione di riflettere sull'immigrazione, egli dice: "affetto e lealtà verso luoghi e forme culturali specifici sono visti come un anacronismo", aggiungendo poi: "non è forse questo quello che la diffusione dell'etica neoliberista poponeva e, alla fine, ha ottenuto?" Si potrebbero qui andare a rileggere i commenti di Naomi Klein di cui parlavamo all'inizio. [...]



Immigrazione: al servizio dei detentori dei voti


 

Se si è d'accordo con Marx, che sia nell'interesse dei capitalisti di possedere un vasto esercito di riserva di lavoratori disoccupati per tenere bassi i salari e magari per spezzare le organizzazioni collettive dei lavoratori, allora non si può in nessun modo pensare che la creazione di lavoratori usa-e-getta sia un fenomeno nuovo. (E non serve essere Marxisti per essere d'accordo con quella che è in effetti un'osservazione della realtà.) In ogni caso, dovrebbe essere chiaro che negli Stati Uniti, in Canada e parti dell'Europa, la deindustrializzazione causata dai trattati di libero scambio ha creato molti più disoccupati che in passato. Il fenomeno dell'aumento della disoccupazione a causa del libero scambio globalizzato è una peculiarità del capitalismo neoliberale. A quelli che beneficiano di questa situazione (le elites politiche ed economiche che governano il sistema a proprio vantaggio), risulta chiaro che una crisi è iniziata. Vedono oggi una reazione da parte di coloro che hanno espropriato. La democrazia liberale, come sistema di potere, era consentita nel momento in cui la politica era stata separata dall'economia, ed il voto non sembrava poter mettere in discussione il sistema economico. Quando, invece, i lavoratori sfruttati trovano un modo per far sentire le loro proteste attraverso le elezioni, allora quella separazione inizia a rompersi. Nessuno stupore, quindi, che le elite democratiche ora proclamino ad ogni occasione che assistiamo al "suicidio della democrazia", scrivendo perfino con tono apocalittico che"la fine è imminente" e che la "tirannia" si avvicina. Ciò che è al capolinea, perché deve esserlo, essendo stato così ovviamente irrazionale e insostenibile, è il sistema dell'elitismo democratico che i governanti avevano creato e che speravano avrebbe preservato il sistema economico esistente eliminando ogni forma di politica popolare. (Bachrach, 1980). Gli elettori, invece, ora realizzano che in casi eccezionali possono effettivamente esprimere un voto sulla globalizzazione, il libero mercato ed il neoliberismo, come nel caso del voto per il Brexit nel Regno Unito e come nel caso del movimento di Trump negli Stati Uniti.

 

(Ma chi l'avrebbe mai detto che le elite fossero così sensibili, ed isteriche? Ora che sono più ricche di sempre nella storia dell'uomo qualsiasi discorso di una riduzione della loro abilità di avere di più è visto come un suicidio ed un'apocalisse?)

 

Altrimenti, la democrazia liberale non sottopone mai a giudizio questioni che riguardino il libero mercato o l'immigrazoione. Non ha mai voluto farlo, perché i lavoratori sono tenuti in grande disprezzo (vedi Krugman, 2016Confessore, 2016). Nel caso del Brexit, vi è stato un aperto disdegno della democrazia da parte di quelli che hanno votato Remain, che è andato dall'esortare il Parlamento ad ignorare, semplicemente, il risultato del referendum, sino a chiedere un secondo referendum con una soglia più alta, necessaria a sancire una vittoria del Brexit. Entrambe le iniziative hanno fallito. Membri della sinistra metropolitana hanno voltato le spalle alle classi lavoratrici. Il fatto che alcun sostenitori del Remain fossero motivati dalla prospettiva di nuove quantità di lavoro a basso prezzo non è passato inosservato. Gli oligarchi sono profondamente preoccupati, e vorrebbero che noi altri li salvassimo.

 

Un sistema oligarchico in crisi cerca, ovviamente, rimedi. Avendo reso la maggioranza dei lavoratori superflui, la chiave sta nel trovare il modo per renderli superflui anche come elettori. Fortunatamente per gli oligarchi, la storia offre delle soluzioni. Sul sito del dipartimento degli Stati Uniti si trovano delle lezioni su come far sopravvivere un regime importando migranti che, per ringraziare, lo sosterranno. Uno di questi casi riguarda la Guyana sotto il governo di Forbes Burnham e del "People's National Congress" (PNC). Con una classe lavoratrice spaccata tra Afro-Guyanesi ed Indo-Guyanesi, questi ultimi sostenitori del partito d'opposizione e in maggioranza, quello che Burnham fece fu importare immigrati neri dalle vicine isole più piccole dei Caraibi, che avrebbero poi votato PNC per ringraziare Burnham del sostegno. Cose simili accaddero a Trinidad e Tobago, sotto il governo sostenuto da Washington di Eric Williams e del "people's National Movement (PNM). In questo caso vi furono sospetti diffusi che la grossa crescita della popolazione immigrata da Grenada e St. Vincent portasse ad un aumento della base del PNM.

 

Negli Stati Uniti, sembra che si provi un sollievo che sconfina in sollucchero quando i Democratici possono dichiarare il declino nel numero dei loro sostenitori tra i lavoratori bianchi, e la crescita del numero di voti dagli Ispanici, grazie all'immigrazione, sia legale che illegale, che le loro politiche hanno aiutato a promuovere. Non voglio sostenere che gli odierni governanti degli Stati Uniti abbiano preso suggerimento diretto da regimi che hanno usato l'immigrazione per costruire una nuova base demografica di sostegno, né penso che questa sia un logica così esotica da dover essere importata. Al contrario, il punto è capire come l'immigrazione sia usata come uno strumento per far sopravvivere un regime in una nazione divisa sul piano etnico. Un elemento di inusuale saggezza è emerso da un partecipante di destra ad un dibatitto radiofonico negli Stati Uniti che, volendo ironizzare sulla pratica politicamente corretta di chiamare gli immigrati illegali "lavoratori senza permesso", li ha invece chiamati "Democratici senza documenti".

 

Abbattere i confini offre l'opportunità di allungare la vita di un regime impopolare. Le elite dominanti capiscono che (a) i lavoratori a disposizione sono votanti a didposizione e (b) che possono sempre importare una nuova base di votanti che sarà riconoscente per l'appoggio, almeno finché il discorso pro-immigrazione rimane in piedi. Questo è il momento in cui si rivolgono alle politiche identitarie, al lobbismo neo-tribale ed al narcisismo morale che sfrutta calcolate espressioni di sdegno. Mentre gli oligarchi ci chiedono di salvarli, in molti rimangono affascinati dalla politica dell'identità e del moralismo, seducente e sfruttatrice. Alcuni lo fanno nell'illusione di essere in qualche eterna lotta al "fascismo" ed entrano nella lotta appropriatamente muniti di foto, postate sui social media, di testi classici del Marxismo dell'800 e inizi '900 che stanno orgogliosamente leggendo. Altri si fanno sedurre perché ancora una volta lasciano che reazioni emotive a caldo li guidino verso obiettivi che a malapena intuiscono.

 

E' istruttivo notare che il fascismo reale prese piede in una nazione che non aveva alti livelli di immigrazione. Era, invece, una delle più grandi produttrici di emigranti: l'Italia, dove l'idea stessa di fascismo fu inventata. In effetti, il fascismo, così come è realmente esistito nella storia, includeva un piano di colonizzazione per stabilire e impiegare a casa una popolazione in forte crescita. Nulla di tutto questo fa parte dell'agenda di Trump.

 

Mentre l'immigrazione può far sopravvivere un regime dentro i confini, può essere un fattore di destabilizzazione quando è causata da un cambio di regime all'estero. L'immigrazione è stata uno dei fattori determinanti che ha portato alla vittoria del Brexit (vedi Kummer, 2016). Come alcuni hanno osservato, "la società Britannica è stata trasformata du un'ondata migratoria senza precedenti nella sua storia": dall'avvento di Tony Blair al governo, "sono arrivati in Gran Bretagna circa due volte gli immigrati che erano arrivati nei cinquant'anni precedenti". Alcuni sostengono che, di conseguenza, la vittoria del Brexit sia una vittoria delle classi lavoratrici.



 



 

Nel caso dell'Europa, le conseguenze del forte afflusso, nel corso degli ultimi due anni, di rifugiati e migranti che hanno viaggiato attraverso Turchia, Grecia e Libia, non hanno portato stabilità alla classe politica dominante. Si vedono i governi europei, alcuni dei quali hanno attivamente sostenuto (o magari ancora sostengono) le campagne statunitensi per il cambio di regime in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, che fronteggiano ora il conseguente afflusso di rifugiati. Avendo indebolito, o reso praticamente inesistenti, le strutture statali dell'Afghanistan, dell'Iraq e della Libia, ed avendo severamente compromesso la Siria, il livello di violenza senza precedenti in queste nazioni ha generato un fortissimo afflusso di rifugiati. Per un po', è stato possibile scaricare il barile a paesi poco o pochissimo in grado di ospitare dei rifugiati, come la Giordania e la Turchia, o perfino la Grecia, già profondamente fragile. La stessa Siria ha ospitato centinaia di migliaia di Iracheni, dopo l'invasione statunitense. Una volta che una porzione dei rifugiati di queste regioni ha iniziato a spostarsi verso nord, dentro l'Unione Europea, le elite al governo hanno a tutti gli effetti trasferito i costi sulle classi più povere, sovraccaricando uno stato sociale già immiserito dall'austerità, ed esigendo un atteggiamento benevolente. Le proteste di questi strati sociali sono state bollate come "razziste" e "xenofobe", specialmente dai cosiddetti "progressisti". Il punto qui non dovrebbe essere se quelli che meno possono permetterselo debbano accogliere a braccia aperte o no i rifugiati ed i migranti. Il punto è innanzitutto che l'occidente non avrebbe dovuto creare quelle masse di rifugiati, come ha invece fatto con le sue invasioni, occupazioni e bombardamenti.

 


Conclusioni: la scomparsa della sinistra?


 

Abbiamo raccolto una serie di casi in cui la sinistra, a grandi linee, ha abbandonato qualsiasi tentativo di articolare una prospettiva critica sull'immigrazione. Lo vediamo in casi come:

 

  • - la ritirata di Naomi Klein e Bernie Sanders e, in generale, di politici ed attivisti di sinistra, che o si sono chiusi nel silenzio o hanno proprio cambiato posizione;

  • - la chiara riluttanza di accademici Marxisti, come David Harvey, a trarre le ovvie conclusioni dal loro stesso lavoro;

  • - esponenti della sinistra che rifiutano le rimostranze delle classi lavoratrici, nel momento in cui viene loro imposta un'ulteriore austerità dovuta al fatto che sanità, istruzione e servizi sociali devono occuparsi dei migranti;

  • - le elite politiche che cercano un appoggio da sinistra, fingendosi progressiste, mentre sostengono l'immigrazione dal Messico e dall'America Centrale.


 

 

 

 

 

 

Data, però, la stretta relazione tra immigrazione e capitalismo neoliberista, e dato l'attuale collasso dell'ordine neoliberale, la sinistra si sta condannando all'estinzione seguendo le tracce dei politici neoliberali. "Non voto per un razzista o un bigotto" si può facilmente tradurre con "sto salvando l'oligarchia". Nell'occidente, potremmo quindi essere di fronte ad un punto di svolta storico ancora più grande di quanto avremmo potuto immaginare: un futuro plasmato dall'assenza della sinistra dal futuro stesso. Volendo essere meno pessimisti, la sinistra potrebbe diventare poco più che un residuo, un'eredità, che a volte riappare in forma di apparizioni superficiali, o di frasi fatte, piuttosto che una vera forza sociale.

 

Senza una sinistra, l'attuale distinzione destra-sinistra (che sta già sfumando ed evaporando da entrambi i lati) perderà ancor più senso, in special modo nel momento in cui la destra inizia ad appropriarsi di tematiche e preoccupazioni che per la sinistra una volta erano cruciali. [...]

 

La cosa più importante da fare ora, in termini politici generali, è mettere le politiche migratorie al centro del dibattito democratico. Bisogna discuterne a fondo, e dovrebbe esserci una vasta consultazione pubblica. Biasimare semplicemente le persone per zittirle, con l'aiuto di facili e a volte ipocrite accuse di "razzismo", non può essere un sostituto della democrazia. Il pubblico deve sapere come l'immigrazione colpisce i salari, i prezzi, le opportunità di lavoro, i servizi sociali, le organizzazioni sindacali, dato che questo tema è così profondamente legato alla politica economica, commerciale, e dello stato sociale. Sospetto che, al momento, negli Stati Uniti, secondo troppe persone "di sinistra", il governo degli Stati Uniti dovrebbe rispondere più agli stranieri che ai cittadini americani, per quanto riguarda la politica migratoria. Questo è un approccio dannoso ed irrazionale. Oltre a ciò, troppo spesso le decisioni sull'immigrazione sono state prese a porte chiuse da comitati legati ad interessi privati, producendo programmi per l'immigrazione contorti e loschi, e deviando il dibattito fino al punto che le posizioni politiche sono così polarizzate che il discorso procede solo su posizioni che non ammettono alcuna obiezione. Infine, in termini di politica estera statunitense, serve un'inversione di rotta della pratica pluridecennale di promozione all'estero degli Stati Uniti come un faro, un modello, il punto più alto dello sviluppo e ricchezza umane, cosa che li rende la destinazione più ovvia per così tante persone che compiono delle scelte senza farsi troppe domande e senza sapere a cosa vanno incontro.

 

Note

 

Bachrach, Peter. (1980). The Theory of Democratic Elitism: A Critique. Lanham, MD: University Press of America.

 

Clinton, Hillary. (2016). Hillary Clinton’s Initiative on Technology & InnovationHillaryClinton.com, June 27.

 

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29/01/17

Gli Ultimi Giorni dell'Ideologia Liberal

In un articolo documentato quanto aspramente ironico, l'antropologo Maximilan Forte annuncia sul suo blog Zeroanthropology il crollo imminente dell'ideologia liberal progressista. E dei Democratici, che all'ideologia progressista hanno legato le loro fortune. Una minuziosa disamina degli errori commessi durante la campagna elettorale della Clinton, delle scomposte reazioni dei Democratici alla sconfitta, della complicità della grande stampa - che crea fake news sostenendo di lottare contro le fake news - e di una classe accademica elitista che si è trasformata in una sorta di nuova aristocrazia. Forte mostra i sedicenti campioni del pensiero progressista come una nuove élite devota alla meritocrazia - e di conseguenza indifferente alla solidarietà - che ha preteso di insegnare al popolo che cosa era buono e giusto, a dispetto di quello che il popolo stesso sperimenta nella propria vita: ed è quindi stata abbandonata dal popolo, che ha votato altrove. 

 

di Maximilian Forte, 18 gennaio 2017

traduzione di @gr_grim

Come l’ortodossia, il professionalismo e politiche indifferenti hanno definitivamente condannato un progetto del diciannovesimo secolo

Che spettacolo eccezionale. Questi sono gli ultimi giorni, presto inizierà il conto alla rovescia delle ultime ore per lo sconfitto progetto politico liberal, ereditato dal XIX secolo. Il centro – se ce n’è mai stato uno – alla fine non ha potuto reggere (citazione del “Secondo Avvento” di W.B.Yeats - NdT). Che meraviglia vedere una delle ideologie dominanti, colonna portante del sistema internazionale, portata in trionfo sin dalla fine della Guerra Fredda con una boria e una certezza sconfinate, precipitare a faccia in giù nella pattumiera della storia. È caduta di schianto, come se una folla inferocita l’avesse spinta da dietro, anche se i suoi difensori sosterranno che sono stati semplicemente commessi degli “errori”, come se fossero scivolati sulla più grande buccia di banana della storia. E che spettacolo: chi si sarebbe mai aspettato una simile mancanza di dignità, una così patetica isteria, insulti così infondati, minacce così vuote provenire da coloro che si auto-incensavano come valorosi statisti, che parlavano come se avessero il monopolio della “ragione”. E anche se questa rovinosa caduta avrebbe potuto essere ben peggiore, non sono mancate violenza, minacce, boicottaggi, e persino denunce di tradimento, fatte apposta per delegittimare la scelta degli elettori.

La democrazia liberal è stata ridotta a un guscio vuoto, più un mero nome che una realtà meritevole di questo nome. Per molti anni l'ideologia liberal si è identificata con l'autoritarismo liberale, o post-liberalismo, o neo-liberalismo, con un disprezzo elitista della democrazia e una diffusa paura delle masse, ovunque. Le promesse di inclusione, giustizia sociale e welfare sono state sostituite da trucchi retorici solo in apparenza sensibili e da concessioni puramente formali. Narcisismo morale, ostentazione di pubbliche virtù, politiche identitarie e costruzione di patchwork rattoppati di inclusività sono stati all’ordine del giorno. Le proteste venivano incoraggiate all’estero, contro nazioni-bersaglio, al fine di “promuovere la democrazia” – mentre in patria venivano represse da una polizia sempre più militarizzata. Si davano lezioni sulla trasparenza e sulla responsabilità in giro per il mondo, mentre in patria c’era solo sorveglianza di massa, spionaggio interno, e una stretta su chi denuncia da dentro quello che non va nelle istituzioni. I leader progressisti si dipingevano come difensori della pace e dell’ordine, mentre moltiplicavano le guerre. Lo stesso Obama è personalmente responsabile per l’omicidio di migliaia di persone, molte delle quali civili – nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato una media di 72 bombe al giorno, ogni giorno, in guerre combattute in sette Paesi. Obama ha supervisionato la rapida accelerazione del trasferimento della ricchezza (dai poveri agli ultra-ricchi, ovviamente - NdT) e dell’aumento della povertà nazionale, mentre veniva lodato da accademici e scrittori di pseudosinistra per aver “governato bene”, e averlo fatto con professionalità ed eleganza. La sinistra nordamericana ed europea, che ha fatto pace e si è accordata con l’imperialismo liberale, affonda assieme a quelli che, alla fine, l’hanno ricompensata così poco. Ancora una volta, l’imperialismo sociale sinistrorso si rivela un fallimento, mentre getta le fondamenta per chi lo rimpiazzerà.

E non è una cosa da poco quella che si è schiantata al suolo, non è stata la semplice sconfitta di Hillary Clinton e il rifiuto dell’“eredità” di Obama da parte degli americani. No, stiamo assistendo all’irreparabile sgretolamento di una serie di istituzioni, di una classe di “esperti” e di una rete di alleanze politiche e corporative. Ci troviamo nei primissimi giorni di una transizione di carattere storico, quindi non è ben chiaro che cosa ci aspetta dopo, e le etichette che stanno proliferando dimostrano solo confusione ed incertezza – populismo, nativismo, nazionalismo ecc. Avvicinandoci al mio campo professionale, stiamo iniziando a essere testimoni del fatto che, in coerenza con l’ignominiosa sconfitta della classe degli “esperti”, l’antropologia statunitense – esercitando la propria egemonia su scala internazionale – non verrà risparmiata dalla mattanza. Nel giro di pochi anni, l’antropologia professionista e istituzionale raggiungerà quella “linea zero” di cui questo sito (https://zeroanthropology.net/ - NdT) parla da molti anni ormai,  linea oltre la quale il potere e l’influenza scompaiono, mentre il supporto imperiale all’antropologia statunitense si indebolisce o crolla.

Di sicuro, il liberalismo progressista non scomparirà completamente, e nemmeno istantaneamente. Le idee non muoiono mai davvero, vengono solo archiviate. Il liberalismo progressista  rimarrà nei libri di testo sugli scaffali delle biblioteche, sarà ricordato e difeso dai suoi sostenitori viventi, ed elementi specifici del suo vocabolario potranno continuare a vivere. Alcuni cercheranno di resuscitare il progetto politico liberal, e in alcuni ambienti sembrerà persino ritornare in auge, ma questi sforzi saranno isolati e relativamente di breve durata.

Quella che Francis Fukuyama definiva “fine della Storia” si è rivelata essere più simile a un canto del cigno per il liberalismo progressista, anche se nemmeno lontanamente così splendido. Se, come la storiografia dominante ha sentenziato, “il comunismo ha fallito”, allora il liberalismo sarà il prossimo. Nonostante tutti gli sforzi affannosi per appropriarsi indebitamente del significato di “fascismo” per assegnarlo a Trump, nemmeno il fascismo rappresenta un movimento praticabile. Piuttosto che la fine dell’ideologia, sembra più l’aprirsi di qualcosa di nuovo – non c’è da stupirsi che molti di noi abbiano notato che il dibattito attuale trascende le dinamiche “destra contro sinistra”, e che la questione cruciale è ormai “globalismo contro nazionalismo”. Per ora, voglio semplicemente osservare il momento in cui ci troviamo, e provare a organizzare e analizzare le principali caratteristiche di questo collasso.

Un colossale fallimento nel convincere

I Democratici, un partito che ha legato le sue “fortune” a quelle dell'ideologia liberal, sembrano persi in una spirale di negazione di responsabilità per la loro sconfitta elettorale, accoppiata alla negazione della realtà. I leader del partito hanno accuratamente evitato le riflessioni su come sia stato possibile proporre e sostenere un candidato gravemente carente come Hillary Clinton – come se quest’ultima fosse una sorta di “scelta naturale”, in quanto apice di un processo evolutivo il cui punto terminale era stato predetto – e candidarla a prescindere dal fatto che l’elettorato la volesse o meno, come se non ci potessero essere obiezioni o alternative. Osservando come i Democratici hanno perso si capisce anche perché dovevano perdere. Improvvisamente, hanno fatto finta di ignorare che qualsiasi campagna presidenziale seria negli Stati Uniti, oltretutto orchestrata da consulenti ed “esperti” pagati profumatamente, è una campagna progettata per vincere il collegio elettorale, non il voto popolare. E infatti, durante i giorni dorati in cui i media parlavano soltanto dei sondaggi, ogni volta che Trump sembrava guadagnare terreno la replica immediata era “ma tanto non riuscirà mai a superare lo scoglio del collegio elettorale”, e la discussione finiva lì. Alcune delle previsioni più sconclusionate che assegnavano la vittoria alla Clinton, pronosticavano che avrebbe vinto il doppio dei voti del collegio elettorale di quelli che alla fine si è realmente aggiudicata nelle elezioni – ma il collegio elettorale in sé non è mai stato messo in discussione. Trump era considerato come destinato alla sconfitta proprio per via del collegio elettorale; ma quando ha vinto le doglianze erano tutte perché aveva vinto per via del collegio elettorale. La logica dei perdenti è una logica perdente.

Invece di affrontare i fatti che li avevano condotti alla sconfitta – e io avevo previsto che sarebbe andata così sin dal 9 novembre (il giorno dopo le presidenziali USA - NdT) – nel giro di pochi giorni i Democratici hanno iniziato a inventarsi la narrazione degli “hacker russi” e delle “notizie false” (“fake news”) orchestrate dai russi: loro non avevano perso contro Donald Trump, no, avevano perso contro Vladimir Putin! Ancora una volta: osservare come i Democratici hanno perso le elezioni rende evidente perché dovevano perderle. Una vera e propria escalation melodrammatica delle pericolose minacce contro la Russia già presenti nella campagna della Clinton, che ha comportato tra le altre cose la messa in moto di una nuova Guerra Fredda e la riproposizione della prospettiva di un olocausto nucleare (una cosa che i sostenitori della Clinton o hanno affrontato con leggerezza o magari consideravano un’alternativa più appetibile della sconfitta). I Democratici, nella loro caccia alle streghe per scovare “traditori”, creando una teoria del complotto dopo l’altra, si comportano come dei nuovi McCarthy, mentre i loro lacchè nei media si inventano un diluvio di menzogne e notizie false proprio mentre affermano di combattere le “fake news”.
Nel frattempo, Obama ci ha chiesto contemporaneamente di essere preso sul serio e di non essere preso sul serio: da un lato era furioso per l’“hacking dei russi”, mentre dall’altro lato faceva l’innocente, come se non si fosse accorto che questo evento certo (“lo fanno tutti”, diceva Obama riferendosi all’hacking) si stava per verificare, e in questo modo non ha dato alcuna spiegazione del perché il suo governo aveva fatto così poco per impedirlo, fermarlo o contrastarlo. Prima del giorno delle elezioni, Obama ha respinto le voci preoccupate di una votazione truccata, definendole “piagnistei” di quelli che riteneva sarebbero stati i perdenti – mentre dopo le elezioni, era lui il perdente che ha cominciato con i piagnistei. Da una parte, Obama afferma di avere informazioni sull’hacking russo; dall’altra, offre al pubblico solo asserzioni senza prove e pretese di credibilità che richiedono la fede degli astanti, invocando credito e fiducia,  senza offrire alcuna prova. E questi sarebbero i migliori rappresentanti della classe degli “esperti”, che fanno asserzioni scollegate dai fatti e ricorrono al “se non mi credete siete stupidi”?

Obama dichiarava orgogliosamente che la sua amministrazione era stata del tutto esente da scandali, eppure eccolo lì, a sostenere che un potere estero aveva interferito con un’elezione chiave e, che ci crediate o meno, per lui era stato impossibile impedirlo: abbastanza scandaloso. In una conferenza stampa cui ho assistito ai primi di dicembre, Obama faceva il suo predicozzo ai soliti “giornalisti” leccapiedi: una delle sue facce diceva agli astanti che le e-mail di John Podesta (Responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton - NdT) pubblicate da Wikileaks erano semplice gossip; poco dopo, l’altra faccia si lamentava che Wikileaks aveva alterato il corso delle elezioni.

Ma stiamo comunque parlando di Obama, con la sua coerente incoerenza, la sua comunicazione biforcuta, le sue due facce che si davano il cambio in quasi ogni discorso pubblico. Non è uno statista “sfaccettato”, la sua non è “complessità”, è semplicemente disonesto e falso. Fossi stato il solo ad accorgermene avrebbe avuto ben poca importanza, ma a quanto pare se ne sono accorti anche decine di milioni di elettori americani.

Hollywood e i PR

Questo colossale fallimento nel convincere gli elettori si è manifestato anche in altre aree critiche. I VIP di Hollywood sono stati coinvolti in almeno tre round di sfilze di video di personaggi celebri nelle quali gli elettori venivano esortati, con i toni più pressanti che degli impostori professionisti e pagati riuscissero a produrre, a fare l’unica scelta morale corretta: votare per la persona che aveva demonizzato milioni di elettori definendoli deplorevoli, bamboccioni e superpredatori sessuali, la stessa persona responsabile di aver favorito la distruzione dello stato libico e di tutte le conseguenze che ciò ha comportato – l’esplosione del terrorismo in tutto il Nord Africa, rifugiati in fuga, una guerra civile durata anni. Una persona dotata di un curriculum comprovato nella creazione di pericoli. L’intimidazione degli elettori da parte degli attori di Hollywood e, ancora peggio, delle loro controparti più giovani su MTV, ha fallito miseramente.

E non è stata solo Hollywood a fallire, ma anche la maggior parte dei media mainstream, che a loro volta si trovano di fronte a livelli di fiducia da parte del pubblico in crollo verticale. Hanno fallito in modo eclatante, tanto quanto i media, anche tutta una serie di istituti di sondaggi, agenzie per le relazioni pubbliche, pubblicitari professionisti e consulenti di comunicazione strategica, e questo nella medesima società che ha inventato i PR e le Relazioni Pubbliche. Hillary Clinton si è autodefinita una leader del “soft power”, della capacità di convincere: ed ecco qui l’intera architettura del “soft power” che va a picco, non (solo) all’estero ma, incredibilmente, in patria.

Il New York Times ha recentemente riportato che una conferenza dell’Associazione Internazionale dei Consulenti Politici “sembrava una sessione di terapia per un settore professionale psicologicamente in caduta libera”. Una delle conclusioni dell’articolo del NYT è che “l’esercito di consulenti della Clinton è stato sconfitto da un candidato scatenato, in apparenza privo di qualsivoglia coreografia che, secondo i dati più recenti, ha speso più soldi in magliette, cappelli, cartelloni e altri oggetti simili di quanti ne abbia spesi in consulenza sul campo, liste di elettori, e analisi di dati”.

E per quanto riguarda l’asserto “il sesso vende”, quest’elezione ha sconfitto anche questa ovvietà. Ogni giorno, settimana dopo settimana, ed eclissando quasi completamente qualsiasi altra notizia (incluse le pubblicazioni delle mail di John Podesta da parte di Wikileaks), la maggior parte dei media mainstream hanno martellato incessantemente Trump con storie sempre più scabrose di palpeggiamenti sessuali e commenti sessisti. Quando si sono scontrati in un dibattito faccia a faccia per la prima volta, la Clinton ha tentato immediatamente di screditare Trump riportando il racconto esagerato, unilaterale e farsesco di una ex Miss Venezuela. E i social media sono stati anche più gretti, diffondendo voci di incesto troppo disgustose per riportarle qui, anche in parafrasi. Tutto ciò, con che effetto?

Per coloro che si dedicano allo studio di media, pubbliche relazioni, propaganda ed imperialismo culturale, il risultato di queste elezioni avrà un significato duraturo, soprattutto perché hanno messo in discussione parecchie cose che venivano date per scontate.

Finanziatori corporate, supporto internazionale

Si è dibattuto a lungo durante le elezioni sul ruolo dei finanziatori, e del denaro che erogano ai candidati, nella politica elettorale statunitense. Hillary Clinton ha raccolto senza dubbio la maggior parte dei finanziamenti e delle donazioni, spendendo circa il doppio di Trump per la sua campagna elettorale, quasi il triplo in pubblicità televisiva. La “verità” consolidata che il denaro garantisce il raggiungimento dei risultati politici desiderati è stata spazzata via. Ciò non vuol dire che il denaro non conti più niente nel processo elettorale, significa invece che avere un sacco di soldi da spendere non garantisce affatto un risultato certo. La Clinton poteva anche contare sull’appoggio della maggioranza degli Amministratori Delegati delle Aziende nella Fortune 500 (lista delle 500 più grandi aziende americane per fatturato, pubblicata annualmente dalla rivista Fortune – NdT), alcuni dei quali, come l’AD di HP, sono arrivati a indire conferenze stampa nelle quali accusavano Trump di essere un “fascista”, paragonandolo ad Adolf Hitler e a Benito Mussolini. È di pubblico dominio, inoltre, che milioni di dollari sono entrati nelle casse della Clinton Foundation, versati da governi stranieri e corporation transnazionali. Ma anche se la Clinton si è dannata a raccogliere fondi e donazioni persino negli ultimi giorni della campagna elettorale, tutto ciò non è servito a niente. Nemmeno la miriade di endorsement subdoli, indiretti e talvolta espliciti da parte di leader stranieri e capi di istituzioni internazionali, dal Consiglio dell'Unione europea alla Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite fino alla NATO, ha avuto un impatto sufficiente. Neanche i moniti di “prudenza”, con ovvie implicazioni, da parte dei direttori delle principali istituzioni finanziarie multilaterali sono riusciti a spostare il risultato delle elezioni in favore della Clinton.

Libri venduti

Un’altra prova del fallimento di Hillary Clinton nel vendere il suo messaggio è nel fatto che il suo libro non è stato capace di vendere copie, e questo durante il picco della campagna elettorale, quando l’interesse pubblico avrebbe dovuto essere alle stelle. Il New York Times, una voce non certo ostile alla Clinton, ha riportato che il suo ultimo libro, Stronger Together, “ha venduto solo 2.912 copie nella sua prima settimana nelle librerie”, quando solitamente le vendite nella prima settimana dalla pubblicazione costituiscono un terzo del totale di copie vendute, e concludeva: “I dati di vendita... rendono il libro quello che l’industria editoriale chiamerebbe un flop”. La Clinton si è fermata un istante a riflettere, magari a considerare questo fatto un segno, tenendo conto anche dei suoi rendimenti decrescenti duranti gli anni? Stronger Together (2016) ha venduto meno copie di Hard Choices (2014), che deluse a sua volta le aspettative, e vendette anche esso meno copie del libro precedente, Living History (2003). Ogni libro pubblicato dalla Clinton ha venduto sempre meno copie del precedente. Negli uffici dei Democratici i grafici di vendita li fanno tutti con linee rosso fuoco che vanno solo verso l’alto?

Mondo Accademico, antropologia, e invenzione dell'opinione pubblica “Anti-conoscenza”

Molti accademici hanno scritto saggi via via più aspri e risentiti per lamentarsi dell’opinione pubblica, del popolo – ovvero, di coloro che costituiscono la loro clientela e da cui dipendono i loro finanziamenti. Un cosiddetto “stato d’animo anti-conoscenza” è la comoda invenzione usata per spiegare perché una larga parte della popolazione (una maggioranza, nel caso della Brexit e del referendum italiano) si rifiuta di ascoltare i loro oscuri moniti sull’inevitabile sventura derivante da soluzioni nazionali in un mondo ormai “inevitabilmente”, “irreversibilmente” globalizzato. Questo è il classico caso degli “esperti”, membri della quasi-casta dei professionisti, che rivendicano un monopolio speciale non solo sulla conoscenza, ma sulla verità. È già acclarato che costoro hanno tentato di monopolizzare la conoscenza, disincentivando l’istruzione superiore, con numerose barriere erette lungo tutto il cammino per accedervi. Ma ora sostengono non solo di sapere di più, ma di sapere cosa è meglio. Il sistema attuale, lo status quo che stavano difendendo, secondo loro andava bene per la maggior parte delle persone – anche se la maggior parte delle persone aveva accesso all’informazione, ed esperienze personali, che ridicolizzavano le cheerleader accademiche. E ancor peggio che ridicolizzarli, questa divisione rendeva evidente da che parte stavano gli accademici: “anti-conoscenza” è uno slogan elitista, ovvero anti-popolo.

Gli economisti, come al solito, sanno meglio di tutti cosa è vantaggioso per il popolo e tentano di convincerlo che la realtà che vive non è rilevante. Come una caricatura degli stalinisti, gli economisti neoliberisti partono da una semplice ipotesi: la teoria ha sempre ragione, è il popolo ad avere torto. Come potevano questi Soloni spiegare la bontà del progetto neoliberista di Obama, che ha prodotto i risultati riportati di seguito (come da rilevazioni della stessa Federal Reserve americana)? Questo è un riassunto dell’“eredità” socio-economica di Obama:

(1) Calo dei redditi delle famiglie



(2) Calo del tasso di partecipazione della popolazione civile alla forza lavoro



 

(3) Calo del tasso di chi vive in case di proprietà



(4) Aumento del numero di persone che percepiscono aiuti alimentari dal governo (food stamps)



 

(5) Aumento del prezzo delle polizze sanitarie

 



 

(6) Aumento del debito degli studenti universitari



 

(7) Aumento della disuguaglianza di reddito per gli afro-americani

 



 

(8) Aumento della stampa di denaro



(9) Massiccio aumento del debito pubblico



Quindi, mentre i giornalisti si inventavano lo spauracchio delle fake news – e producevano a loro volta notizie false per combattere la pericolosa minaccia che il costante calo della fiducia da parte dell’opinione pubblica comportava per i loro profitti – nel mondo accademico il concetto parallelo era l’“anti-conoscenza”. E il veicolo principale di questi punti di vista negli USA e nel Regno Unito sono stati i periodici scientifici The Times Higher Education, Inside Higher Ed, e The Conversation (l’ultimo dei quali è finanziato da una serie di banche e fondazioni).

L’antropologia statunitense continua a offrire testimonianze del suo fallimento nel convincere. A questo proposito, l’antropologia mainstream negli USA, considerato il suo allineamento al partito Democratico, ha qualcosa di abbastanza significativo in comune con il programma militare Human Terrain System (HTS) dell'esercito degli Stati Uniti (programma di supporto che reclutava esponenti delle scienze sociali per fornire ai comandanti militari una conoscenza delle popolazioni presenti nelle regioni in cui erano distaccati - NdT), criticato dai leader statunitensi della disciplina. Il primo indizio per i leader militari che il programma HTS era inutilizzabile come mezzo di contro-insurrezione e pacificazione avrebbe dovuto essere il fallimento dell’HTS nel convincere persino i suoi stessi componenti – e per “suoi stessi componenti” intendo i colleghi accademici tra i quali veniva effettuato il reclutamento. Se non sei in grado di “pacificare” i colleghi universitari, dei quali conosci bene linguaggio, usi e costumi, come puoi pretendere di sconfiggere i talebani? Allo stesso modo, se gli antropologi statunitensi comprendono così poco la loro stessa società di appartenenza che l’elezione di Trump li ha presi completamente alla sprovvista, come possono pretendere di insegnare a comprendere società diverse dalla loro? Invece, nel totale disprezzo della massa degli elettori della classe operaia, gli antropologi statunitensi si sono ri-dedicati con rinnovato vigore alle politiche di occultamento di classe. E quindi hanno proposto un “incontro di lettura antropologica” focalizzato in parte sui problemi del razzismo, per protestare contro l’insediamento di Trump.

Un altro esempio del fallimento nel convincere i loro stessi membri emerge dal voto tenuto tra i membri della Associazione Antropologica Americana, per approvare boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Dopo un primo ottimismo, il voto non ha raccolto un supporto sufficiente da parte dei membri dell’associazione. Quelli che avevano proposto la mozione e avevano spinto per la sua approvazione allora si sono messi a dare la colpa “a ingerenze esterne” (vi ricorda niente?). Nemmeno una volta si sono fatti la domanda se ci fosse qualcosa che non andava nel loro messaggio, o nel contesto in cui veniva promosso. Invece, dovevamo credere che qualche membro dell’intelligence israeliana dall’altro capo del mondo aveva avuto più successo nel convincere degli antropologi statunitensi, di altri antropologi statunitensi. Per quanto riguarda l’accusa di “ingerenza esterna”: è esilarante che essa provenga proprio dagli antropologi USA, dato che “ingerenza esterna” è esattamente quello che loro stanno facendo nei confronti di Israele.

L’attaccamento degli antropologi USA a Obama e Clinton, del tutto scollegato dal loro effettivo operato, caratterizzato dall’incremento della diseguaglianza e dall’aumento delle guerre, ha seguito la stessa politica di occultamento di classe. Uno di loro si è sperticato in lodi romantiche alla “coalizione dei diversi”, attribuendo al “meticciato” bellezza e valore sociale a scapito dei vituperati lavoratori bianchi (e prevedendo la vittoria della Clinton). Un altro antropologo statunitense dell’Università di Chicago ha pubblicato un lungo, verboso mattone esoticista che esaltava le virtù della “marronificazione” della società, esaltava le popolazioni importate rispetto agli autoctoni, e di fatto dichiarava che la maggioranza della classe lavoratrice è irrilevante, spregevole e sostituibile. Che questo articolo sia apparso in una pubblicazione finanziata in larga parte dall’Open Society Institute di George Soros non dovrebbe sorprendere nessuno.

Gli accademici che avevano avuto ben poco, o niente, da dire sul neoliberalismo adesso escono dalle loro tane – e scrivono saggi di critica concentrati esclusivamente su Trump. Hanno scoperto adesso lo “stato corporativizzato”. Quelli che si oppongono all’insediamento di Trump non si sono mai opposti all’insediamento di Obama, nonostante tutta la loro presunta consapevolezza teorica critica. Bruno Latour, il guru degli antropologi americani (dopo essere stato ridicolizzato in Europa), ha rimediato all’assenza della sua opinione nelle discussioni riguardanti le elezioni americane: ha aspettato che fossero finite in modo da tentare di sembrare saggio con uno sforzo minimo, mantenere felice la sua clientela americana, tenere alte le vendite dei suoi libri, e assicurarsi una continua presenza alle conferenze che contano. La Los Angeles Review of Books ha prontamente pubblicato il suo minuscolo “contributo”.

Diana Johnstone ha fatto ottime osservazioni riguardo il fallimento dell’establishment accademico, che vale la pena citare per intero.
“La triste immagine degli americani come cattivi perdenti, incapaci di affrontare la realtà, deve essere attribuita in parte al fallimento etico della cosiddetta generazione di intellettuali del 1968. In una società democratica il primo dovere di uomini e donne dotati di tempo, inclinazione e capacità di studiare la realtà in maniera seria, è condividere la loro conoscenza con chi non ha i loro stessi privilegi. La generazione di accademici la cui coscienza politica fu temporaneamente incrementata dalla tragedia della guerra del Vietnam avrebbe dovuto rendersi conto che era suo dovere utilizzare la sua posizione per educare il popolo americano, soprattutto sul mondo che Washington voleva ridisegnare e la sua storia. Invece, la nuova fase del capitalismo edonista ha offerto agli intellettuali le migliori opportunità per manipolare le masse, invece di educarle. Il marketing della società del consumo ha persino inventato una nuova fase delle politiche identitarie, creando il mercato dei giovani, il mercato dei gay, e così via. Nelle università, una massa critica di accademici ‘progressisti’ si è ritirata nel mondo astratto del postmodernismo, finendo per canalizzare l’attenzione della gioventù sul come reagire alla vita sessuale delle altre persone, o sulla ‘identità di genere’. Questa roba esoterica alimenta la sindrome ‘pubblica o muori’ ed evita agli accademici delle scienze sociali di dover insegnare qualsiasi cosa che possa essere considerata una critica alla spesa militare americana o agli sforzi falliti degli Stati Uniti per affermare il loro eterno dominio sul mondo globalizzato. L’argomento più controverso uscito dalle università americane è una discussione su chi dovrebbe usare quale toilette.

“Se gli snob intellettuali sulle fasce costiere degli USA possono deridere con così tanto autocompiacimento i poveri ‘deplorevoli’ dell’entroterra americano, è perché loro stessi hanno abdicato al loro principale dovere sociale: la ricerca e la condivisione della verità. Rimproverare il popolo per i suoi atteggiamenti ‘sbagliati’ mentre si dà un esempio sociale di sfrenata promozione personale produrrà solamente la reazione anti-élite chiamata ‘populismo’. Trump rappresenta la vendetta del popolo che si sente manipolato, dimenticato, e disprezzato”.

E questo ci porta alla sconfitta dei professionisti

La caduta della classe dei professionisti

Abi Wilkinson ha scritto su Jacobin: “Che nessuno sia fisicamente in grado di portare a termine un lavoro meglio dei professionisti è uno dei dettami cardine dell’élite liberal”, aggiungendo:
“Sospettosa sulla democrazia di massa e ringalluzzita dalla caduta dell’Unione Sovietica, l’élite liberal arrivò alla conclusione che eravamo giunti alla fine della Storia: ogni altro ordine sociale era stato tentato e si era rivelato inferiore. Si presumeva che la democrazia capitalista, supportata da esperti preparati, acuti e benintenzionati, fosse emersa dalla mischia come vincitrice incontestata. Queste persone non potevano spiegarsi il crescente rifiuto dello status quo politico ed economico   se non come un’improvvisa epidemia di irrazionalità e di autolesionismo. Certo, c’è sempre spazio per migliorare, dicevano, ma a chi mai verrebbe in mente di abbattere o alterare in maniera significativa un sistema eccellente come quello che già abbiamo?

“Se la politica altro non è che l’efficace amministrazione del sistema vigente – se non richiede altro che affidarsi all’abilità di un buon pilota – allora sono l’esperienza e la capacità tecnica i requisiti principali. Le differenze ideologiche sono immateriali, gli interessi contrapposti sono obsoleti”.

Wilkinson ha scritto queste parole per mettere in luce l’elitismo racchiuso in una recente, famosa vignetta del New Yorker, che (di nuovo) rappresenta l’elettore medio pro-Trump o pro-Brexit come “anti-conoscenza”, come non qualificato per governare.



(“Questi tronfi piloti hanno perso completamente il contatto con la realtà dei passeggeri come noi. Chi pensa che debba guidare io l’aereo?”)

Wilkinson quindi procede a smontare completamente la metafora dell’aeroplano:
“(nella vignetta) si dà per scontato che gli attuali piloti abbiano sempre fatto un buon lavoro. E se invece avessero fatto schiantare l’aereo a intervalli regolari, rifiutandosi di riparare i danni prima di decollare di nuovo? E se, per la negligenza degli addetti alla manutenzione, le persone in classe economica fossero costrette a reggersi ai sedili con tutta la loro forza per non essere spazzati via, dato che alcuni dei loro finestrini sono sfondati? E se, in altre parole, ai piloti non sembra importare granché del benessere e della sicurezza dei passeggeri in classe economica perché sono troppo occupati ad accontentare i passeggeri di prima classe? Questa descrizione è molto più vicina alla realtà dei fatti”.

Vale la pena leggere Listen Liberal (“Ascolta, Liberal”) di Thomas Frank, che ha attirato l’attenzione durante le elezioni USA, soprattutto per il capitolo dedicato alla “Teoria della Classe Liberal”, dove vengono riportati numerosi scritti di sociologi e scienziati politici. Il libro si apre con una citazione del libro di David Halberstam’s del 1972 “The Best and the Brightest” che parla di “un’élite speciale, una certa razza di uomini che si autoperpetua. Uomini legati l’uno all’altro piuttosto che legati allo Stato; nella loro testa costoro diventano responsabili dello Stato, ma non rispondono ad esso”.

Invece di concentrarsi sull’“un percento” degli ultra-ricchi, Frank ci chiede di osservare in maniera critica il “dieci percento”, che include “le persone al vertice della gerarchia nazionale dello status professionale”, dai cui ranghi proviene il laureato dell’Ivy League Obama (L’Ivy League è un gruppo di otto università del Nord-est degli USA considerate le migliori del Paese - NdT), nonché  la maggior parte dei laureati Ivy League che componevano il suo gabinetto, e che spiega la pletora di commenti autoassolutori e autoadulatori di Obama su coloro che hanno le “qualifiche”, che sono “qualificati” per  governare, quelli che “sanno di cosa parlano”. I professionisti apprezzano le competenze e i curriculum, e tendono ad ascoltarsi solo l’uno con l’altro. Esercitano un monopolio sul potere di diagnosticare e su quello di prescrivere, consultandosi a vicenda: “I professionisti sono autonomi; a loro non è richiesto di prestare attenzioni alle voci che provengono dall’esterno del loro raggio di esperienza” (Frank, 2016, pag.23). I professionisti enfatizzano la “cortesia” nei rapporti reciproci (da qui l’incessante richiamo a “moderare i toni”), e dimostrano un sommo disprezzo per le persone di rango inferiore, inclusi i professionisti precari. I tecnocrati post-industriali, quelli che osannano “l’economia della conoscenza” e “l'istruzionecome soluzione di tutti i problemi sociali, hanno generato la loro ideologia personale: il professionalismo. Frank nota che, come ideologia politica, il professionalismo è “intrinsecamente a-democratico, dato che assegna la priorità all’opinione degli esperti rispetto a quelle del pubblico” (pag. 24). Anche se di solito affermano di agire in nome dell’interesse pubblico, Frank osserva che i professionisti hanno abusato sempre più di frequente del loro potere monopolistico per tutelare i loro interessi, agendo sempre di più come una classe sociale (pag.25), una “classe di manager illuminati”, quasi un’aristocrazia (pag. 26). La critica di Frank delinea come i Democratici siano diventati il partito della classe dei professionisti, sbarazzandosi dei lavoratori lungo la strada (pag.28). E come conseguenza di ciò non si interessano minimamente della disuguaglianza, dato che è su di essa che si fonda il loro benessere. La disuguaglianza è essenziale per il professionalismo (pag.31). La meritocrazia si oppone alla solidarietà (pag.32).

Il Collasso dell'Ideologia Liberal

Tutto quanto fin qui detto si aggiunge alle ragioni in base alle quali sto sostenendo che non è stata solo Hillary Clinton, né solo i Democratici ad essere sconfitti, ma qualcosa di molto più vasto. Troppe “grandi” istituzioni hanno fallito i loro compiti fondamentali, troppo è caduto, con così tanto in palio, ad esempio: la globalizzazione, le basi militari USA, il commercio, le classi sociali, il sistema giudiziario, l’istruzione, la sanità ecc. Sì, i Democratici sono stati ridotti a un partito di sindaci, la cui “sopravvivenza” si registra solamente a livello comunale, dopo che hanno perso la Presidenza, il Senato, la Camera dei Rappresentanti, la maggior parte dei Governatori e la maggior parte dei Parlamenti statali. L’ampiezza e la profondità della sconfitta, e l’intera architettura utilizzata per diffondere e difendere la loro ideologia hanno fallito così miseramente, che non possiamo far altro che concludere che è stata la loro stessa ideologia a essere respinta, assieme al progetto sociale ed economico che essa sosteneva. Con questo rifiuto così assoluto, avvenuto contro tutte le aspettative, si deve supporre che il danno apportato sia irreparabile. I prodi difensori dell’attuale ordine globale che si esprimono sempre in termini di “irreversibilità” e “inevitabilità”, applicheranno questi medesimi concetti alla loro sconfitta? Un collasso di questa portata spalanca troppe porte che prima erano invisibili per essere liquidato come semplice singhiozzo momentaneo del sistema.

Qui in Canada, dove l’evoluzione politica va generalmente al traino degli Stati Uniti, assistiamo a un replay del collasso del progetto liberal che tenta di nascondere le differenze di classe e lo sfruttamento di classe sotto l’egida della “diversità” e delle politiche identitarie. Dal Gay Pride al Forum Economico Mondiale a Davos, l’itinerario del Primo Ministro Justin Trudeau rispecchia spesso quello che ormai è diventato lo standard dell’élite liberal. Questa non è una coincidenza: come abbiamo appreso dalle e-mail di Podesta, Trudeau è un surrogato della Clinton. Egli veniva identificato in questo modo: “Il Primo Ministro Trudeau è un alleato di vecchia data del CAP [Center for American Progress, alleato del Partito Democratico]...un partner attivo ed impegnato del nostro programma per il progresso globale”. Ad un’altra email era allegata una foto in cui John Podesta sussurrava nell’orecchio di Trudeau. Nell’oggetto della mail, Trudeau viene definito “Mr.Canada”. Mentre “Mr.Canada” dichiara di sostenere il “femminismo,” non ha avuto niente da offrire ad una madre lavoratrice in difficoltà che viene ridotta alla povertà e buttata in mezzo alla strada dalle tasse sulle emissioni, in un Paese ricco di materie prime che potrebbe essere energicamente indipendente per i prossimi due secoli, se la sua energia non fosse drenata per essere venduta sul mercato mondiale. Mr.Canada dichiara fiero di sostenere la “diversità,” eppure aderisce al monolinguismo in Quebec, con un arrogante disprezzo per una anglofona quebeckiana preoccupata per la sua tutela sanitaria. Si spertica in lodi per il suo nuovo Ministro per gli affari esteri, elogiandone la padronanza della lingua russa, mentre minimizza il fatto che a quello stesso ministro è vietato l’ingresso in Russia, grazie alle controsanzioni russe contro il Canada, che abbiamo inutilmente causato. Adesso, il Canada pretende di diventare il portabandiera del progetto imperialista liberal di Obama e Clinton, mettendosi sulla buona strada per diventare l’ultimo perdente a difendere la globalizzazione, nell’apparente convinzione di poter perseguire una globalizzazione composta da un unico Paese.

Oggi la classe dei professionisti, sostenitori del liberalismo morente, la trovate sui media a denunciare un’immaginaria ingerenza russa. Non che si siano improvvisamente uniti ai ranghi degli anti-imperialisti: non hanno detto una parola sulle più di 80 elezioni estere nelle quali gli Stati Uniti  hanno interferito, per non parlare delle dozzine di colpi di stato sostenuti e sponsorizzati dagli USA, e per non parlare del fatto che gli Stati Uniti hanno un’infrastruttura istituzionale (il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute, l’International Republican Institute, la  CIA, L’Ufficio per le Iniziative di Transizione) dedicata all’interferenza negli affari esteri, armata di decenni di politiche, leggi, e documenti strategici che guidano il corso e la profondità dell’intervento politico all’estero. È particolarmente ironico che un “hacker” (nel senso di apportatore di una tale ingerenza negli affari esteri-NdT) si lamenti così rumorosamente di essere stato, una volta tanto, hackerato a sua volta. In realtà, sono stati colpiti proprio nei campi che si rifiutano di riconoscere: che Putin è dieci volte più statista di un Obama; che i russi eccellono nella diplomazia; e che la Russia ha importanti lezioni antropologiche da insegnarci sulle relazioni internazionali…cose che ovviamente i nostri professionisti liberal hanno ignorato – e quindi hanno perso, punto e basta.