Visualizzazione post con etichetta The Times. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta The Times. Mostra tutti i post

03/01/19

L'utopia di John Lennon non è un sogno, è un incubo

Il capodanno è passato da poco, con gli inviti a "essere buoni" e il sottofondo dell'immancabile colonna sonora delle feste. In quest'occasione, ci siamo sentiti di dare spazio ad una lettura alternativa della canzone che in tutto il mondo è diventata un inno alla pace universale: Imagine, di John Lennon. Si potrà essere d'accordo o meno con questa lettura, in toto o parzialmente; l'importante, crediamo, è avventurarci in nuove letture del presente, per smontare e andare oltre le ortodossie del pensiero che ci circonda, in ogni ambito della nostra vita. Questa è la nostra speranza, e anche il nostro augurio, per l’anno nuovo.

 

di Melanie Phillips, 1 gennaio 2019

 

 

L'altra sera, alla vigilia di capodanno in Times Square a New York, si è osservata ancora una volta una sacra tradizione. Bebe Rexha è stata l'ultima cantante a cantare la canzone di John Lennon, Imagine, immediatamente prima del conto alla rovescia dei 60 secondi per il rintocco di mezzanotte, scandito in modo pirotecnico.

 

La canzone è scelta per questo sacro spot annuale perché è ritenuta da molti un inno ad un mondo migliore. "Immagina che non ci siano frontiere", cantava Lennon, "Non è difficile da fare / Nessuno per cui uccidere o morire / E nessuna religione / Immagina tutta la gente vivere una vita in pace / Puoi darmi del sognatore / Ma non sono il solo / Spero che un giorno ti unirai a noi / E il mondo sarà unito".

 

C'è stato un tempo in cui sono stata trascinata da questo inno all'armonia universale, come lo sono stati molti della mia generazione, i baby-boomer. Niente più divisioni o conflitti, ma pace sulla Terra e fratellanza tra gli uomini. Cosa c’è di meglio? Ma poi sono cresciuta. Perché quello che ci veniva detto di immaginare non era una ricetta per amare l'intera razza umana, ma una negazione della nostra stessa umanità.

 

Amare tutti allo stesso modo non è soltanto impossibile, per quanto degno. Se fosse possibile, non sarebbe amore. Provate questo esperimento col pensiero. Pensate a quelli che amate più profondamente e più appassionatamente: potrebbero essere i vostri bambini, il vostro coniuge o qualcun altro d'importante. Ora immaginate di dir loro che li amate quanto il resto del mondo, e che quel che accade al resto del mondo per voi è importante quanto quel che accade a loro.

 

Come pensate che li farebbe sentire? Amati, speciali e preziosi per voi? Lo pensate davvero?

 

Perché l'amore richiede una gerarchia, un elemento di discriminazione o unicità. Questo è il motivo per cui proteggeremmo dai pericoli i nostri cari più amati, o ci cureremmo del loro benessere e dei loro interessi, prima di proteggere o occuparci di qualsiasi altra persona.

 

La disparità di trattamento è intrinseca nell'amore. Senza differenze non può esserci amore, soltanto l'uguaglianza nell'indifferenza. Per di più, soltanto imparando ad amare le persone più vicine si può iniziare ad amare gli altri.

 

Lo stesso vale per le culture e le nazioni come per gli individui. Se i leader amano la loro nazione (anziché amare soltanto l'esercizio del potere) è più probabile che rispettino l'amore che le altre nazioni nutrono per sé stesse. L'universalismo sostiene che l'affiliazione culturale è sospetta perché è esclusiva. Naturalmente alcune affiliazioni, che siano alla nazione, alla cultura, alla religione o alla tribù, portano al conflitto. Ma se non ci si associa a nient'altro che a se stessi, si esiste solo per se stessi.

 

Se non ci fossero culture che definiscono gruppi particolari, nessuno condividerebbe nulla con nessun altro. Non ci sarebbe nessun interesse comune in alcuna particolare società, e quindi nessuna armonia di valori o di obiettivi condivisi: soltanto una battaglia per la supremazia tra individui sradicati.

 

L'utopia di Lennon quindi non è un sogno, ma un incubo: una formula per una distopica guerra di tutti contro tutti.

 

La ricerca dell'utopia produce sempre risultati spaventosi. Anche se è impossibile da realizzare, i suoi seguaci credono che chiunque si opponga alla perfezione del mondo sia per definizione un nemico del bene e quindi vada schiacciato.

 

Lo abbiamo visto accadere molte volte: dai cristiani millenaristi medievali agli islamici apocalittici, con la loro fede comune che tutto ciò che si frappone alla perfezione del mondo va abbattuto; dalla rivoluzione francese al comunismo e al nazismo e da lì alla nostra era di autoritarismo culturale, con la caccia agli eretici e ai dissidenti delle ortodossie sessuali, etniche, intellettuali ed altre ancora.

 

Perché il mondo immaginario della canzone di Lennon è tutto intorno a noi. La nostra cultura cerca di eliminare tutte le divisioni. Non ci può essere una gerarchia di valori. Tutto è relativo. Non ci sono verità o bugie oggettive, soltanto narrazioni in competizione. Tutti i pareri sono sbagliati, tranne il parere che le attuali ortodossie sono sbagliate; nel qual caso la vostra carriera professionale o la vostra reputazione sociale sarà distrutta. Nessuna cultura è migliore o peggiore delle altre. Nessun gruppo ha il diritto di definirsi come una nazione o governarsi sulla base di una cultura condivisa.

 

Ci è stato detto qualche settimana fa da niente di meno che la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha affermato che gli stati nazionali dovrebbero essere disposti a cedere la propria sovranità. I loro popoli non hanno il diritto di obiettare, perché il popolo di un paese sono semplicemente quelli che vivono permanentemente in quel posto e non "un gruppo che definisce se stesso un popolo". Per la Merkel, sembra, non esiste qualcosa come "un popolo"; soltanto gente.

 

C'è un'alternativa a questa visione universalista. Un regime nel quale le persone aderiscono ad una particolare cultura che, a differenza di altri, li impegna a curarsi l'uno dell'altro e a trattare ognuno con rispetto; in cui aderiscono alla razionalità e all'evidenza; con il quale credono nella libertà individuale, nella giustizia e nella dignità di ciascun individuo.

 

Questi valori sono racchiusi in quei progetti comuni chiamati "un popolo" e una nazione, i cui membri li difenderanno per amore e lealtà contro tutti coloro che vogliono distruggere la loro indipendenza e le loro caratteristiche particolari e quindi minacciano la loro capacità di fare del bene non solo a quelli che appartengono alla loro comunità, ma al mondo in generale.

 

Immagina!

18/06/18

Il melting pot dell'Unione Europea sta crollando

Sul Times Niall Ferguson sostiene chiaramente che il problema dell’immigrazione si pone oggi in tutta la sua drammaticità a causa delle disastrose politiche passate, promosse dalla Merkel in Germania e dai governi mainstream in Italia, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi. Le conseguenti tensioni politiche dicono che il futuro dell’Europa non sarà di maggiore integrazione, ma di divisione, talmente esplosiva da far sembrare la Brexit solo un piccolo segnale premonitore.

 

 

Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018

 

 

Sull’immigrazione, i populisti italiani sono il futuro. La Merkel rappresenta il passato.

 

Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.

 

“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.

 

È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].

 

Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.

 

Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.

 

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.

 

Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. A sinistra si insiste nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).

 

Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare molte persone.

 

Politicamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.

 

I centristi europei hanno le idee molto confuse sull’immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.

 

In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia. La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.

 

In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.

 

E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.

 

Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.

 

Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.

 

Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.

 

Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.

 

La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.

 

 

Niall Ferguson è assistente anziano alla Milbank Family presso la Hoover Institution, Stanford