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13/01/21

Zingales - Il colpo di stato silenzioso


Con un articolo su ProMarket, pubblicazione dello Stigler Center presso la University of Chicago-Booth School of Business, il professor Luigi Zingales apre a un utile dibattito sul vero e proprio potere politico manifestato dai TAGAF (Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook) con la loro azione coordinata di censura nei confronti del Presidente Trump e di blocco del social Parler, frequentato dalla destra americana. Pur non essendo un sostenitore di Trump, ma anzi condannando severamente quella lui chiama "sedizione", Zingales tuttavia considera l'estrema concentrazione del settore digitale una porta aperta alla deriva autoritaria e una pericolosa minaccia alla democrazia, e invita a rompere questo silenzio.


di Luigi Zingales, 11 gennaio 2021

Grazie a @GuiducciLuigi per segnalazione e traduzione

 

Le azioni eversive del presidente Donald Trump stanno mettendo in luce il potere politico nelle mani di Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook. Averlo bandito dalle loro piattaforme costituisce un pericoloso precedente.

Tutte le involuzioni autoritarie necessitano di un pretesto. Erdogan in Turchia usò il tentato colpo di stato del 2016, Mussolini il tentativo di assassinio da parte di uno studente quindicenne nel 1926, Hitler l’incendio del Reichstag. In alcuni casi i pretesti sono chiaramente costruiti, come nel caso di Hitler, in altri invece sono autentici, come per il tentativo di assassinare Mussolini, ma in tutti questi casi, la reazione emozionale al torto subito è utilizzata per giustificare qualcosa che, per lo meno nel lungo termine, è molto peggio.

Mi sembra che si tratti di quello che sta accadendo negli Stati Uniti in questo momento. Ciò che ha fatto Trump è sbagliato. Dovrebbe essere soggetto a impeachment. La punizione forse gli arriverebbe troppo tardi per fare per lui una differenza, ma creerebbe il giusto precedente. Il Senato, ed è nei suoi poteri, dovrebbe anche impedirgli di accedere alle cariche pubbliche in futuro. I suoi accoliti dovrebbero rispondere dei crimini commessi, dopo un giusto processo. Questo è il modo costituzionalmente corretto di affrontare il problema.

Le sue azioni sediziose, però, stanno rivelando il potere politico di cui godono i TAGAF (Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook). Facebook e Twitter hanno bandito il Presidente dalle loro piattaforme. Apple e Google hanno bloccato la possibilità di scaricare Parler - una applicazione social alternativa favorita dai conservatori - dai loro App Store, e Amazon l’ha espulsa dagli Amazon Web Services.

Molte persone hanno salutato con favore queste decisioni, considerandole necessarie per fermare il colpo di stato tentato da Trump. Io lo considero un precedente pericoloso, che concentra irreversibilmente il potere nelle mani di poche compagnie private. Tutti, ma specialmente le persone di sinistra, dovrebbero preoccuparsene: presto questo potere sarà usato contro di loro.

Se Trump ha violato la legge con i suoi tweet, dovrebbe essere perseguito secondo legge. Perché Twitter e Facebook si son fatti giustizia da soli, autodichiarandosi vigilantes? Se i suoi tweet non violavano la legge, perché Twitter e Facebook l’hanno cacciato?

Twitter e Facebook, diranno in molti, sono compagnie private, e hanno il diritto di decidere le regole da seguire nell’utilizzare i loro servizi. Questo è certamente vero. Ma queste regole dovrebbero essere fatte rispettare in modo coerente, e non è così. Secondo la dichiarazione di Twitter, Trump è stato definitivamente sospeso a causa dei due tweet seguenti, inviati l’8 Gennaio:

 “I 75 milioni di grandi Patrioti Americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT AGAIN, avranno una VOCE GIGANTESCA per molto tempo in futuro. Non ci sarà mancanza di rispetto per loro e non saranno trattati in modo ingiusto in nessun modo!!!”

 “A tutti quelli che l’hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione il 20 gennaio”

Questi due tweet”, scrive Twitter, “devono essere letti nel contesto più ampio degli eventi all’interno del paese e del modo in cui le dichiarazioni del Presidente possono essere usate da diversi tipi di pubblico per mobilitazioni, incluso l’incitamento alla violenza”. Il contesto a cui si riferisce Twitter sono i potenziali piani per un secondo attacco il 17 gennaio - anche se i tweet di Trump non menzionano questi piani.

Se Twitter dovesse applicare questa interpretazione estensiva del suo codice a tutti, dovrebbe aver sospeso migliaia di persone, molte di più di quanto non sia accaduto. In effetti avrebbe dovuto sospendere Trump stesso molte volte, prima delle elezioni, e non lo ha fatto.

Sarebbe stato diverso se Twitter e Facebook avessero smesso di promuovere i tweet e i post di Trump (come hanno fatto sistematicamente fino ad ora per attrarre più clienti sulle loro piattaforme). Questo farebbe parte della loro discrezionalità editoriale. Ma escludere qualcuno dall’accesso alle loro piattaforme equivale ad una compagnia telefonica che impedisce ad un individuo di accedere al telefono. È una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private. L’esempio del telefono non è scelto a caso. Twitter e Facebook non sono compagnie private qualsiasi, rappresentano (come il telefono nel passato) una fondamentale infrastruttura di comunicazione.

Sorprendentemente, la maggior parte dei media tradizionali, che dovrebbero controllare l’esercizio del potere, stanno plaudendo alle decisioni dei TAGAF, invece di opporsi. Non è chiaro se siano accecati dall’odio per Trump o se siano già parte integrante del nuovo ordine mondiale. Dopo tutto alcuni di loro sono di proprietà dei TAGAF (The Washington Post è di Bezos, The Atlantic è di Laurene Powell Jobs, la vedova di Steve Jobs) e tutti dipendono dai TAGAF per la propria sopravvivenza. Gli eventi di questo fine settimana dimostrano che un’azione coordinata dei TAGAF può mettere in ginocchio qualsiasi attività o azienda. Una volta che è stato dimostrato il principio, non c’è bisogno di ulteriori esibizioni muscolari. Da economisti sappiamo che la minaccia è sufficiente ad ottenere obbedienza.

Non discuto il diritto delle corporations di prendere una posizione morale o politica. Infatti, ho lanciato un appello affinché gli azionisti potessero avere più voce sulle questioni sociali. Se gli azionisti di ViacomCBS (proprietari di Simon & Schuster) odiano l’idea di essere associati al Senatore Josh Hawley al punto da preferire di pagargli i danni piuttosto che rispettare gli obblighi contrattuali, è loro diritto farlo. La loro libertà non danneggia quella del Senatore Hawley. In un mercato competitivo, ci sono tanti editori disposti a stampare il libro di Hawley, specialmente dopo la pubblicità gratuita che ha appena ricevuto. In un monopolio, però, questa libertà scompare. In un oligopolio, è fortemente ridotta, se non eliminata.

Il colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale. Facebook da solo conta quasi il 70 percento dell’utilizzo dei social media negli Stati Uniti, con Twitter che domina un altro 10 percento. Apple e Google controllano il 90 percento del mercato delle App, e Amazon controlla il 45 percento  dei servizi di cloud computing. La concentrazione favorisce coordinamento e collusione.

La maggior parte degli economisti - vedi ad esempio la mia discussione con Tyler Cowen - rifiuta le tradizionali misure per combattere le concentrazioni considerandole irrilevanti, dato che dovrebbe essere la minaccia di nuovi ingressi a limitare il potere degli operatori storici. A supporto della posizione di Cowen, dopo la sospensione di Trump molte persone hanno abbandonato Twitter e hanno provato a spostarsi su Parler. Le decisioni prese da Apple, Google e Amazon hanno reso questo passaggio semplicemente impossibile.

Dovremmo discutere di quale possa essere la corretta politica di moderazione delle piattaforme social, ma questa non può essere decisa da cinque compagnie private. Agendo in modo coordinato, i TAGAF hanno il potere di mettere un individuo all’equivalente degli arresti domiciliari (nel pieno di una pandemia, qual è la differenza tra gli arresti domiciliari e l’esclusione dai social media?). Quindi, Cowen aveva ragione a ritenere che la minaccia di nuovi ingressi potrebbe limitare il potere delle piattaforme digitali, ma gli eventi dello scorso weekend dimostrano che il Report dello Stigler Center era corretto: la concentrazione nel settore digitale è arrivata al punto da poter disinnescare la minaccia di ingresso. I TAGAF sono un power trust. Anche se non incide sul benessere dei consumatori, reprime la libertà dei cittadini.

In molte democrazie alle prime armi è impossibile governare senza il sostegno dell’esercito. È raro vedere i carri armati in mezzo alle strade, ma la minaccia è così presente che i rappresentanti eletti devono stare molto attenti all’interesse dell’esercito quando prendono le loro decisioni. Gli Stati Uniti si trovano in questa situazione, eccetto che il potere dell’esercito risiede nei TAGAF. La professione economica ha in gran parte ignorato questo rischio: ha ignorato le conseguenze politiche della concentrazione di potere economico nelle piattaforme digitali. Penso che sia giunto il momento di discutere questo problema. Con questo articolo vorrei aprire un dibattito su ProMarket per capire se i TAGAF stiano minacciando la nostra democrazia. Ogni opinione sarà benvenuta. A differenza della maggior parte delle testate, ci piacciono le opinioni dissenzienti.  

05/04/18

Zingales – I populisti italiani possono battere l’establishment europeo

In un articolo su Foreign Policy, Luigi Zingales, uomo dell'establishment ma anche suo critico, sembra sorprendentemente augurarsi che l'esito delle elezioni del 4 marzo possa portare finalmente a una contrapposizione vera tra ltalia e UE. Dichiarato senza giri di parole che i problemi della moneta unica erano ben noti fin dal principio, che la crisi degli spread è stata cinicamente manovrata dalla BCE per fini politici, e che l'establishment italiano finora ha preferito barricarsi dietro le istanze europee (anziché opporvisi) per aggirare così il processo democratico, Zingales sembra augurarsi che l'Italia possa finalmente voltare pagina. La presenza di due importanti partiti "populisti" in Italia, anziché di uno solo, secondo Zingales è un bene, a patto che i due non si uniscano in coalizione, perché così mentre uno dal ruolo di governo svolgerebbe delle trattative con l'Europa, l'altro potrebbe presentarsi come spauracchio per un'alternativa ancora più radicale in caso di fallimento. Quel che soprattutto lascia perplessi in questa analisi sono le priorità indicate da Zingales per la possibile intesa, da lui auspicata, tra Movimento 5 Stelle e PD. La prima - che conterebbe su una apertura di Macron alla revisione delle regole sulla immigrazione - pare già smentita sul nascere; le altre due, l'assicurazione europea sulla disoccupazione e la prospettiva di una ristrutturazione del debito pubblico italiano, non farebbero che portare avanti il disegno liberista di integrazione sovranazionale che sta rovinando il nostro paese, con buona pace del "populismo"  che, a parole, dovrebbe trionfare. (Inoltre, l'ostacolo al successo rappresentato dalla mancanza di persone qualificate a negoziare tra i populisti, per quanto riguarda la Lega andrebbe aggiornato...)

 

 

 

di Luigi Zingales, 3 aprile 2018

 

Le recenti elezioni italiane rappresentano per l’Europa un colpo più duro di quello della Brexit. I britannici, dopotutto, erano sempre stati euroscettici. Il Regno Unito aveva aderito all’allora Comunità Economica Europea tardi e con riluttanza, e per la maggior parte degli ultimi 45 anni la maggioranza dei britannici non ha visto l’Unione europea come qualcosa di vantaggioso. Il voto sulla Brexit è stato poco più che la legittimazione politica di un’avversione già presente e profondamente radicata.

 

Al contrario l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, è sempre stato un paese eurofilo. Storicamente più dell’80 percento degli italiani vedeva benefici nell’appartenenza all’UE. Quando il 4 marzo gli italiani hanno votato in massa per partiti euroscettici non lo hanno fatto perché detestano l’Europa, ma perché hanno sentito che l’Europa li stava rovinando. Una coalizione che includa almeno uno di questi partiti formerà, con ogni probabilità, il prossimo governo italiano.

 

Ora la questione critica – non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa – è cosa potrà realmente fare un nuovo governo italiano, con nuovi partiti e nuovi uomini politici. Ciò dipenderà dalla capacità della classe politica populista, non ancora messa alla prova, di trovare punti su cui fare leva per opporsi efficacemente al resto dell’Europa. E i populisti italiani, se saranno creativi, potranno farcela.

 

È l’economia, stupido!

 

Prima delle elezioni italiane il prestigioso giornale tedesco Der Spiegel pubblicava un pezzo che descriveva l’Italia come un paese di bambini che votano per dei clown. Era un articolo ovviamente offensivo. Ma ha anche dimostrato la completa mancanza di comprensione della situazione politica italiana. Per gli elettori italiani – per parafrasare James Carville, ex consigliere politico del presidente USA Bill Clinton – “è l’economia ed è l’immigrazione, stupido!”.

 

La crisi economica italiana inizia nel 2008 ed è confrontabile alla crisi degli anni ’30 in Germania: tre grosse banche sono crollate, il 30 percento delle aziende sono fallite, la disoccupazione ha raggiunto il 12 percento, quella giovanile il 35 percento, e centinaia di migliaia di persone brave e capaci sono costrette a lasciare il paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Dati questi numeri, ciò che sorprende non è il voto di protesta, ma semmai quanto questo voto di protesta sia stato contenuto. Il Movimento Cinque Stelle (che ha ottenuto circa il 32 percento dei voti) è più simile al partito mainstream tedesco dei Verdi che non all’estrema sinistra della Linke, ed è chiaramente più moderato dei partiti anti-establishment come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Al contempo la Lega (che ha ottenuto il 17 percento dei voti) è più moderata rispetto ad Alternativa per la Germania, che nelle scorse elezioni nel paese tedesco ha preso il 13 percento dei voti nonostante una disoccupazione ad appena il 3,6 percento e un reddito pro capite che negli ultimi due decenni è cresciuto del 30 percento.

 

Se l’Europa non è certamente l’unico colpevole della pessima situazione economica dell’Italia, non si può nemmeno dire che sia senza colpe. Il progetto di una moneta unica europea conteneva grossi difetti – tra cui la combinazione di rigide regole di bilancio e la mancanza di stabilizzatori automatici (come ad esempio l’assicurazione sulla disoccupazione negli USA, un sistema pagato in parte coi fondi federali) – e questi difetti erano ben noti ai suoi creatori, anche a quelli italiani. Nonostante questi ben noti difetti (e l’insorgere di una enorme crisi), nel corso degli ultimi 20 anni non è stato fatto nessun passo avanti per correggerli.

 

Altri problemi sono diventati evidenti solo durante la stessa crisi dell’euro – ad esempio la mancanza di un meccanismo per un intervento rapido volto a evitare il panico sul mercato dei titoli pubblici. Qualsiasi paese con una situazione fiscale precaria come quella italiana deve sapere che la banca centrale è pronta a intervenire per sostenere il debito pubblico in caso di una crisi di fiducia. Si vedano le differenze tra i rendimenti dei titoli del Regno Unito e quelli della Spagna dopo la crisi finanziaria. I due paesi avevano livelli di debito e di deficit molto simili. Ma il mercato ha preteso dalla Spagna, non dal Regno Unito, rendimenti maggiori dei titoli, per il fatto che c'erano incertezze sulla volontà della Banca centrale europea (BCE) di intervenire in caso di necessità.

 

A dire il vero la BCE alla fine è intervenuta, sia nel caso spagnolo che in quello italiano, ma solo dopo un lungo indugio. Il ritardo nell’intervento non era dovuto a incompetenza, ma all’esplicito desiderio di imporre la “disciplina di mercato” – sarebbe a dire, mettere pressione sul governo affinché migliorasse la sua situazione fiscale. È stata una sorta di waterboarding economico (una forma di tortura nota come "annegamento simulato" o "sottomarino", ndt) che ha lasciato l’economia italiana devastata e gli elettori italiani legittimamente infuriati verso le istituzioni europee.

 

… Ma c’è anche l’immigrazione

 

Nel frattempo l’immigrazione ha giocato un ruolo importante (e uno potrebbe dire sproporzionatamente importante) nelle elezioni USA del 2016 e nelle elezioni tedesche del 2017, e lo stesso ha fatto anche nelle elezioni italiane 2018. In Italia, però, il problema immigrazione è fondamentalmente diverso da quello degli Stati Uniti e della Germania. Molti degli immigrati non vogliono stabilirsi in Italia. Si trovano in Italia solo come paese di passaggio per raggiungere successivamente la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Ma allora perché gli italiani sono così risentiti sull’immigrazione? Perché le regole europee sono progettate affinché il paese di arrivo (che generalmente è l’Italia) sopporti tutti i costi dell’assistenza. È come se tutti gli immigrati degli Stati Uniti passassero per il New Mexico, e fosse questo stato ad essere il responsabile esclusivo della loro assistenza, tramite il proprio bilancio statale – con la differenza ulteriore che gli immigrati che arrivano nel New Mexico possono liberamente muoversi verso il resto della nazione, mentre gli immigrati che arrivano in Italia non possono. La scorsa settimana i media italiani hanno riportato il caso di una donna nigeriana incinta, che stava morendo di cancro e al contempo stava cercando di raggiungere la propria sorella in Francia per affidarle il bambini, ma è stata respinta dalla polizia francese verso l’Italia, dove è morta.

 

Per aggiungere al danno la beffa, la crisi migratoria italiana è un disastro di matrice europea. L’intervento europeo che ha distrutto il paese libico – paese che ora è terreno fertile del terrorismo e dell’immigrazione illegale – è stato voluto dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che intendeva accrescere il potere della Francia all'estero  e forse anche nascondere la provenienza del denaro che si dice abbia ricevuto dal leader libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale.

 

Certo, l’UE non è l’unica parte in causa nella crisi migratoria italiana. Il governo italiano ha firmato volontariamente la Convenzione di Dublino, che assegna il peso dell’immigrazione al paese di sbarco (sebbene la stessa Convenzione implichi anche che ciascun paese debba farsi carico di una quota di migranti, e la maggior parte dei paesi ha rifiutato), e ha, seppure in modo riluttante, seguito Sarkozy nell’avventura militare libica.

 

Dov’è la speranza?

 

Il quadro della situazione che ho tracciato finora è piuttosto desolante. C’è un lato positivo? Sì, e si trova nel senso di urgenza scatenato dal risultato delle elezioni italiane. Già prima che i voti italiani fossero scrutinati, il presidente francese Emmanuel Macron aveva iniziato ad ammettere che l’Italia era stata lasciata sola nella crisi dell’immigrazione. La settimana seguente Macron ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel per riaffermare la necessità di una riforma delle politiche europee e condividere meglio il peso dell’immigrazione in tutto il continente.

 

Ciò che sta spingendo l’attivismo di Macron non è solo la sua ambizione di scrivere la storia come demiurgo di una nuova Europa. È anche la consapevolezza che – se non ci sarà una opportuna reazione – il voto italiano potrebbe alla fine portare all’uscita dell’Italia dall’euro, un’uscita che la Francia non può permettersi. Se la forte economia tedesca potrebbe funzionare anche in una più ristretta unione monetaria dei paesi nordici, lo stesso non si può dire della Francia. Un’Italia con una moneta svalutata sottrarrebbe alla Francia quote di mercato in molti dei suoi più importanti settori economici, dall’agroalimentare al settore automobilistico, fino al settore dei servizi bancari, per non parlare del turismo. È già abbastanza difficile per la Francia mantenere il suo costoso stato sociale e al contempo competere alla pari con le aziende tedesche. Le diventerebbe impossibile continuare così se le aziende italiane riuscissero facilmente a prevalere su quelle francesi grazie a una moneta svalutata. Uno scenario di “Quitaly” [in italiano diremmo “UscITA”, NdVdE] sarebbe il più grande regalo politico che una indebolita Marine Le Pen potrebbe ricevere ora – ed è per questo che Macron intende fare tutto il possibile per evitarlo.

 

Il problema è che il suo potere può essere limitato. Qualsiasi riforma richiede il consenso del resto dell’Unione e, soprattutto, della Germania. Gli elettori tedeschi sono terrorizzati all’idea di diventare i finanziatori di ultima istanza di un’Europa in fallimento. Per questa ragione i politici tedeschi si oppongono a qualsiasi forma di accordo per una condivisione dei rischi, sia pure la più modesta e ragionevole, come quella di un deposito assicurativo comune per le banche supervisionato dalla BCE. È come se lo stato di New York avesse insistito che fosse la California a ripianare interamente le perdite che il fallimento di IndyMac ha inflitto alla Federal Deposit Insurance Corp.

 

Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo

 

Nonostante ciò la strategia di un nuovo governo italiano dovrebbe essere quella di fare leva sull’evidente interesse di Macron a riformare l’eurozona. E può farcela, se gioca le carte giuste.

 

Il primo passo dovrebbe essere quello di respingere la strategia negoziale aggressiva adottata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Lui pensava di poter ottenere concessioni sul debito dai suoi partner europei minacciando un default volontario sui titoli greci precedentemente acquistati dalla BCE, al fine di far saltare il quantitative easing e provocare un contagio in tutto il continente. Varoufakis non ha considerato che i politici tedeschi avrebbero preferito perdere dei miliardi piuttosto che cedere a una minaccia, perché in tal caso sarebbero stati certamente rimossi da un elettorato furioso nelle elezioni immediatamente seguenti.

 

Sebbene l’Italia abbia maggiore potere contrattuale rispetto alla Grecia, può essere soffocata finanziariamente proprio nello stesso modo – come la Grecia lo fu nel 2015 – se dovesse rendere esplicita la propria minaccia. Nel momento in cui il governo italiano dovesse minacciare di uscire dall’euro, i capitali inizierebbero immediatamente a defluire dal sistema bancario italiano. Per restare aperte, le banche italiane dovrebbero allora ottenere qualche forma di liquidità di emergenza dalla BCE. Se il governo italiano dovesse esplicitare le proprie considerazioni su una uscita dall’euro, la BCE avrebbe l’incentivo a negare tali prestiti, provocando una corsa agli sportelli.

 

Il governo italiano potrebbe bloccare temporaneamente la corsa agli sportelli imponendo dei controlli sui movimenti di capitali e dei limiti sul ritiro di contante agli sportelli, proprio come è avvenuto in Grecia. Ma queste misure impatterebbero gravemente sull’economia, minando il sostegno popolare a qualsiasi governo decidesse di imporle. Cosa più importante, causerebbero fratture in qualsiasi coalizione e nei partiti stessi. Alcuni osservatori – come Wolfgang Münchau sul Financial Times – hanno sostenuto che l’Italia sia troppo grande per fallire, implicando che il resto dell’Europa dovrebbe correrle in soccorso. Forse ha ragione, ma l’aiuto verrebbe eventualmente all’ultimo istante, dopo mesi se non anni di perdite sui depositi e di recessione economica. In una qualsiasi guerra di logoramento – indipendentemente da quale governo la porti avanti – l’Italia dovrebbe colpire per prima.

 

Ma anche il tradizionale metodo italiano di rinunciare a qualsiasi richiesta di riforma fondamentale dell’eurozona in cambio dell’ottenimento di un po’ di flessibilità sulle regole di bilancio europee (note anche come fiscal compact) non è una strategia vincente. Questo approccio finora ha ottenuto ben poco vantaggio per  l’Italia e ha causato una perdita di consenso di metà dell’elettorato del paese.

 

Sarebbe molto meglio se un nuovo governo italiano adottasse un approccio su due livelli: un grosso sforzo per rivedere i difetti delle regole europee con l’implicita minaccia (anziché esplicita) che se tale strategia dovesse fallire il governo in carica crollerebbe e quello successivo uscirebbe dall’euro. È su questo che la presenza di due grossi partiti euroscettici italiani può portare un vantaggio. Se i due non governeranno assieme, uno dei due potrebbe negoziare con l’Europa sostenendo che, se le trattative fallissero, l’altro salirebbe al potere e sarebbe peggio.

 

I primi ministri Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno già giocato a loro modo questa strategia dal 2014 al 2017, quando chiedevano maggiore flessibilità di bilancio al fine di evitare un'ulteriore crescita dei partiti populisti. Ma c’erano due grosse differenze rispetto ad ora: primo, erano alquanto isolati in Europa nella loro richiesta di maggiore flessibilità fiscale, ed erano incapaci di ispirare una coalizione più ampia. Oggi se l’Italia conduce la sua battaglia per le necessarie riforme, anziché per chiedere flessibilità sulle regole già esistenti, può contare sul sostegno della Francia di Macron, che ha a sua volta da ammorbidire il proprio elettorato sempre più euroscettico, col rischio di perdere le prossime elezioni.

 

La seconda differenza rispetto ai precedenti tentativi italiani di strappare qualche concessione all’Europa è che il resto del continente prima non credeva che la minaccia populista fosse una minaccia reale, specialmente dopo una serie di risultati rassicuranti nel corso del 2017, dalla Francia all’Olanda, all’Austria. Ora due partiti populisti in Italia avrebbero, assieme, la maggioranza dei seggi parlamentari alla Camera e al Senato, e la questione non è più se la minaccia populista sia reale, ma quale forma prenderà il populismo italiano.

 

Quale populismo?

 

Storicamente il populismo ha preso molte forme, alcune più a destra e altre più a sinistra. In questo l’Italia non è diversa dagli altri paesi. Da un lato c’è la Lega, che rappresenta una forma di nazionalismo economico un po’ come il Front National della Le Pen in Francia. Dall’altro lato c’è il Movimento Cinque Stelle, che enfatizza maggiormente le istanze progressiste come il reddito di cittadinanza, le questioni ambientali e la lotta alla corruzione.

 

Al momento presente una coalizione tra i due partiti populisti sembra la cosa più probabile, dato che le divisioni ideologiche ora sono meno forti del desiderio di sostituire l’attuale establishment. Da un lato una tale coalizione avrebbe la maggiore coerenza interna nel trattare una linea dura con l’Europa. Dall’altro lato però indebolirebbe la posizione negoziale italiana. Se la coalizione dovesse fallire, non ci sarebbe alcuna alternativa se non il ritorno al vecchio regime.

 

Un’altra possibilità sarebbe un governo della Lega con i suoi alleati di centrodestra (che assieme hanno ottenuto il 37 percento dei voti), con una benevola astensione da parte del Partito Democratico. In questa coalizione l’euroscetticismo della Lega sarebbe diluito dalle posizioni più moderate dei suoi alleati. Il problema è che il resto della coalizione (e specialmente il partito dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi) è poco propenso a riformare l’Europa. Sarebbe più o meno la stessa cosa di prima.

 

La terza opzione è una coalizione tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il grande perdente delle ultime elezioni. Al momento questa sembra una possibilità remota, dato che il PD rigetta categoricamente l’idea. Tuttavia questa proposta avrebbe molti vantaggi. Primo, legittimerebbe l’elettorato italiano dando al primo partito, il Movimento Cinque Stelle, la possibilità di governare, mentre la presenza del Partito Democratico garantirebbe i partner europei e i mercati dalle opzioni più radicali (come il tentativo di uscire dall’euro). Rappresenterebbe anche una minaccia credibile per l’Europa, perché il fallimento di una coalizione Movimento Cinque Stelle-PD consegnerebbe l’Italia nelle mani dei populisti nazionalisti pronti a uscire dall’euro.

 

Le tre priorità

 

La prima priorità di un nuovo governo dovrebbe essere quella di riformare la Convenzione di Dublino sull’immigrazione. Questo sarebbe un risultato comunque minore, visto che Macron ha già aperto degli spiragli su questo punto. Oggi i richiedenti asilo politico non possono entrare legalmente in Europa, ma una volta che sono entrati possono fare richiesta di asilo politico. Dovrebbe essere vero l’opposto. Quando sono verificate certe condizioni dovrebbe essere relativamente facile per un richiedente asilo fare domanda dal proprio paese di origine, ma dovrebbe essere impossibile farlo dopo essere entrato illegalmente nel continente. Secondo punto, il pattugliamento delle coste e delle frontiere europee dovrebbe essere a carico di tutte le forze europee e non solo di quelle di frontiera. Di conseguenza gli immigrati che vengono soccorsi dalla polizia di frontiera dovrebbero essere suddivisi automaticamente tra i paesi membri in ragione del numero dei propri cittadini, e non abbandonati tutti in Grecia o in Italia. Terzo punto, la stessa libertà di movimento che viene garantita ai cittadini dei paesi europei all’interno della UE dovrebbe essere garantita anche agli immigrati. Questo renderebbe l’immigrazione davvero un problema europeo e non un problema dei paesi di frontiera.

 

La seconda priorità è quella di creare una qualche forma di assicurazione europea per la disoccupazione. L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi nell’eurozona a non avere un ampio programma di assicurazione per la disoccupazione. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto una campagna molto insistente a favore di una qualche forma di assicurazione. Tutti gli altri hanno insistito sull’infattibilità di un tale piano alla luce degli attuali limiti di bilancio imposti dall’Europa. La soluzione potrebbe essere una forma di assicurazione su base europea, che si attiverebbe nel momento stesso in cui un paese affronta un’ampia recessione. Questa non sarebbe solo una vittoria per il governo che riuscisse a metterla in atto, ma sarebbe anche un primo aggiustamento dei difetti della moneta unica.

 

Infine, per rassicurare i tedeschi che non dovranno pagare per una bancarotta italiana, il governo italiano potrebbe accettare la proposta avanzata dalla Germania di permettere ai paesi in difficoltà finanziaria di ristrutturare il proprio debito sovrano a due condizioni. Primo, che ogni paese possa emettere titoli pubblici solo fino al 60 percento del PIL che siano esenti da qualsiasi forma di bail-in e che siano garantiti dagli altri paesi dell’eurozona. In questo modo qualsiasi paese potrebbe finanziarsi con degli “asset sicuri” a un tasso conveniente. Secondo, che solo i titoli di nuova emissione possano essere considerati “senior” e pertanto garantiti. Questo provvedimento allevierebbe parzialmente le preoccupazioni tedesche sul rischio di una propria sottoscrizione di passività italiane già esistenti. Inoltre renderebbe “junior” tutti i titoli già esistenti, aprendo la possibilità di una ristrutturazione volontaria dei debiti già esistenti nei paesi più indebitati, cosa che avrebbero dovuto fare quando sono entrati nell’euro.

 

I maggiori ostacoli

 

Arrivare a un tale accordo non sarebbe facile, eppure gli ostacoli maggiori non starebbero nei partner europei dell’Italia, ma nell’Italia stessa. Il primo problema è quello della qualità del personale italiano a Bruxelles. Ancora oggi i burocrati e il personale politico italiano non sono certo tra i negoziatori più competenti. È poco probabile che un partito populista riesca a identificare e a promuovere una nuova squadra di negoziatori più competenti, così dalla sera alla mattina.

 

Il secondo ostacolo viene dalla visione cinica che l’establishment italiano ha dell’Europa. Se l’Italia non è stata capace di ottenere accordi migliori non è solo colpa dei suoi governi deboli e dei suoi burocrati incompetenti. La maggior parte dell’establishment italiano ha accolto le rigide regole europee per costringere gli italiani ad accettare ciò che altrimenti non avrebbero mai approvato attraverso un processo democratico. Come mi ha confessato l’amministratore delegato di una grossa banca italiana: “L’Italia sarebbe gestita meglio se fosse gestita dalla Germania”. La maggior parte dell’establishment italiano, quindi, è riluttante a opporsi a qualsiasi revisione delle regole europee.

 

Le elezioni del 4 marzo, però, non hanno rappresentato solo un voto anti-europeo: sono state soprattutto un voto anti-establishment. Gli italiani si sono democraticamente ribellati contro un establishment che è incapace di guidarli. O l’establishment italiano impara rapidamente la lezione o sarà obbligato a farsi da parte – non solo per il bene dell’Italia, ma per il bene di tutta l’Europa.