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14/10/19

Quando gli ambientalisti ignorano la storia

I cambiamenti climatici vengono oggi usati come strumento per imporre il controllo delle masse, non come un problema da risolvere. Si cerca di portare il dialogo pubblico sul terreno scivoloso della morale (“siamo colpevoli!”), della paura (“il paese X non esisterà più!”) e dell’urgenza (“abbiamo solo Y mesi!”), allontanandolo dallo scomodo confronto con i dati e annullando la possibilità di aprire un dialogo tra diverse opinioni. Nonostante questo argomento venga ciclicamente riproposto dalle élite per imporre agende “al riparo dal processo elettorale”, si trova sempre qualcuno disposto a sostenere che le iniziative ambientaliste del momento siano una svolta epocale e inedita nella storia dell’uomo. La strategia di creare false emergenze per imporre cambiamenti “giusti” (almeno per i padroni del vapore), rivela il pericoloso paternalismo che si nasconde dietro il movimento verde.

 

 

Di Martin Armstrong, 30 settembre 2019

 

 

Il clima è SEMPRE cambiato da un decennio all’altro. Ci sono state grandi oscillazioni durante gli anni ’30. Abbiamo avuto il dust bowl (serie di tempeste di sabbia, NdVdE) durante l’estate e nel 1936 un freddo record. Nel 1936 l’ondata di freddo del Nord America, che colpì anche il Giappone e la Cina, è ancora oggi una delle più intense mai registrate nella storia. Non possiamo dare la colpa di quanto avvenne alle mamme che portavano in macchina i ragazzini a giocare a calcio, bruciando combustibili fossili. Le automobili erano ancora un lusso negli anni ’30.

 

Semplicemente, non esiste alcuna prova di cambiamenti climatici causati dall’uomo. Nessuno è disposto a denunciare questa assurdità semplicemente mostrando le marcate oscillazioni di temperatura registrate nei secoli.

 

Ecco un articolo apparso su Weekend Australian a proposito dei temi nascosti dietro il sipario:

 



 

 

SI tratta di un segreto ben celato, ma il 95% dei modelli climatici che, come ci viene detto, provano il legame tra le emissioni umane di CO2 e il catastrofico riscaldamento globale si sono rivelati, dopo circa due decenni di stasi nelle temperature, sbagliati. Non dovrebbe sorprendere.

 

Ci siamo dovuti sorbire le stramberie dei catastrofisti climatici per circa 50 anni. Nel gennaio 1970, la rivista Life, basandosi su “solide prove scientifiche”, sosteneva che entro il 1985 l’inquinamento atmosferico avrebbe ridotto la luce del sole che raggiunge la terra della metà. Di fatto, in quel periodo, la luce del sole è diminuita tra il 3 e il 5%. In un discorso del 1971, Paul Ehrlich dichiarava: “Se fossi un giocatore d’azzardo, scommetterei che l’Inghilterra non esisterà più nel 2000”.

 

Spostiamoci velocemente al mese di marzo 2000 e a David Viner, scienziato ricercatore esperto presso l’Unità di Ricerca Climatica dell’Università East Anglia, che dichiarò a The Independent: “Le nevicate sono ormai una cosa che appartiene al passato”. Nel dicembre 2010 il Mail online riferiva del “dicembre più freddo mai registrato, con temperature scese a meno 10 °C portando il caos in tutta la Gran Bretagna”.

 

Anche noi (australiani, NdVdE) abbiamo avuto le nostre previsioni sbagliate. Forse la più assurda è stata la dichiarazione dell’allarmista climatico Tim Flannery del 2005: “Se i tabulati del computer sono corretti, le attuali condizioni di siccità diventeranno permanenti nell’Australia dell’Est”: Le precipitazioni successive e le gravi inondazioni hanno mostrato che i tabulati, o le sue analisi, erano sbagliati. Ci siamo bevuti una previsione sbagliata dopo l’altra. Inoltre, il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici è stato ripetutamente colto in flagrante per false rappresentazioni della realtà e metodi scadenti.

 

Gli uffici metereologici sembrano aver dato una “aggiustatina” ai dati per adattarsi alla narrazione prevalente. L’affermazione della NASA che il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato è stata rivista, dopo che era stata messa in discussione, a una probabilità di appena il 38%. Gli eventi meteorologici estremi, che una volta erano imputati al riscaldamento globale, non lo sono più, dal momento che la loro frequenza e intensità sono in diminuzione.

 

E allora perché, vista la mancanza di prove, le Nazioni Unite insistono perché il mondo spenda centinaia di miliardi di dollari all’anno in futili politiche che hanno come obiettivo i cambiamenti climatici? Forse Christiana Figueres, segretario esecutivo della struttura dell’ONU del cambiamento climatico, ha la risposta?

 

Lo scorso febbraio, la Figueres ha detto a Bruxelles: ”È la prima volta nella storia dell’umanità che ci stiamo ponendo il compito di cambiare intenzionalmente, entro un determinato periodo di tempo, il modello di sviluppo economico che regna da almeno 150 anni dalla rivoluzione industriale”.

 

In altre parole, la vera agenda si concentra sull’autorità politica. Il riscaldamento globale è [solo] l’amo.

 

Abbiamo anche avuto modo di ascoltare la Figueres affermare che la democrazia è un sistema di governo scadente per combattere il cambiamento climatico. La Cina comunista, ha detto, è il modello migliore. Non stiamo parlando di fatti o di logica. Parliamo di un nuovo ordine mondiale sotto il controllo dell’ONU. Quest’ordine si oppone al capitalismo e alla libertà e ha fatto del catastrofismo ambientale un argomento familiare per raggiungere il suo obiettivo.

 

La Figueres dice che, al contrario della Rivoluzione Industriale, “quella che sta avvenendo è una trasformazione centralizzata”. Dal suo punto di vista, la divisione nelle opinioni sul riscaldamento globale negli Usa è “molto deleteria”. Naturalmente. Nel suo mondo autoritario, non è ammesso spazio per la discussione o il disaccordo.

 

Capiamoci, il cambiamento climatico è il campo di una battaglia che i totalitaristi e i loro accoliti non possono perdere. Come dice Timothy Wirth, presidente della Fondazione ONU: “Anche se la teoria (del cambiamento climatico) è sbagliata, faremo la cosa giusta in termini di politica economica e ambientale”.

 

Dopo aver guadagnato così tanto terreno, gli eco-catastrofisti non ne cederanno un centimetro. Dopo tutto, hanno messo le mani sull’ONU e hanno a disposizione tanti soldi. Hanno un alleato enormemente potente alla Casa Bianca. Hanno arruolato con successo accademici conformisti e media mainstream obbedienti e ingenui (la ABC e Fairfax in Australia) per far loro portare avanti la narrazione a discapito delle prove.

 

Continueranno a dipingere il movimento sul cambiamento climatico come nato dal consenso spontaneo e indipendente di scienziati, politici e cittadini preoccupati, che credono che l’attività umana sia “in maniera estremamente probabile” la causa dominante del riscaldamento globale (“in maniera estremamente probabile” è un termine scientifico?).

 

E continueranno a mobilitare l’opinione pubblica, utilizzando la paura e gli appelli alla moralità. Il sostegno dell’ONU verrà assicurato attraverso la promessa di redistribuzione di ricchezza dall’Occidente, anche se le sue prescrizioni di politica anti-crescita prolungheranno inutilmente la povertà, la fame, le malattie e l’analfabetismo nei paesi più poveri del mondo.

 

La Figueres ha dichiarato a un recente summit sul clima a Melbourne che lei “contava veramente sulla leadership dell’Australia” perché si assicurasse che gran parte del carbone rimanesse nel suolo.

 

Speriamo che, come il Primo Ministro indiano Narendra Modi, Tony Abbot non la ascolti. L’India conosce l’importanza dell’energia a basso costo e si prevede che superi la Cina come il leader mondiale di importazione di carbone. Persino la Germania si accinge a mettere in marcia il maggior numero di centrali elettriche a carbone degli ultimi 20 anni.

 

Esiste la possibilità concreta che Figueres e coloro che condividono la sua ambizione di un potere centralizzato riusciranno nel loro intento. Mentre si avvicina la conferenza ONU di dicembre sul cambiamento climatico, verrà messa pressione sull’Australia perché firmi ulteriori trattati sul cambiamento climatico, che distruggeranno posti di lavoro.

 

Resistere sarà politicamente difficile. Ma resistere dovremmo. Stiamo già pagando un inutile prezzo sociale ed economico per gesti vuoti. Quando è troppo, è troppo.

 

22/09/19

L' "uscita dal carbone" della Germania: lenta e costosa

Contrariamente a quanto prevede l'immaginario collettivo italiano, che tende - nonostante i recenti scandali - a vederla come un paese dotato di particolari virtù ecologiche, la Germania produce ancora una notevole quantità di energia bruciando carbone, il sistema peggiore dal punto di vista di inquinamento ed emissioni di gas serra. Ora si accinge a cambiare. Un articolo dell'Economist mostra l'altro lato della medaglia del passaggio a fonti di energia più sostenibili: il prezzo pagato dalle regioni più povere e dai lavoratori più deboli.


 


19 settembre 2019


 

Problema del clima: il carbone bruno è il peggio


 

Sono arrivati, in giubbotti catarifrangenti e giacche a vento, battendo su tamburi e soffiando dentro fischietti sotto la pioggia scrosciante, lanciando una sfida in difesa della loro industria morente. Il 9 Settembre circa un migliaio di minatori e altri lavoratori sono arrivati ​​alla centrale a carbone di Schwarze Pumpe nella Germania orientale ad accogliere con un rumoroso benvenuto i partecipanti a una conferenza sul futuro della regione locale del Lausitz. Con una trovata intelligente hanno costretto chi voleva entrare a passare attraverso uno di due archi improvvisati, uno con l'indicazione "2030" e uno "2038", in riferimento a due possibili date per la fine dell'uso del carbone in Germania. Chiunque passava sotto al primo veniva fischiato.


 

L'anno prossimo la Germania mancherà i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni. Uno dei motivi principali è la sua perdurante dipendenza dal carbone. Nel mix di produzione dell'elettricità la quota legata al carbone bruno (lignite), il tipo più economico e inquinante, è rimasta la stessa per due decenni. Nessun paese ne brucia più della Germania. L'anno scorso il governo ha riunito una commissione che comprende politici, industriali, scienziati, attivisti e sindacati per tirarsi fuori dal problema.


 


 

Questo approccio è stato stabilito per garantire la condivisione di qualunque proposta fosse emersa. Il rapporto di 275 pagine della commissione, pubblicato a gennaio, impegna la Germania a porre fine all'uso del carbone entro il 2038 e promette sussidi per un valore fino a 40 miliardi di euro in 20 anni per le restanti aree di estrazione del carbone sul territorio nazionale. Revisioni periodiche determineranno quando le singole miniere dovranno chiudere, e i proprietari essere risarciti.


 

 

Questo compromesso, non ancora diventato legge, ha lasciato tutti un po' insoddisfatti. Le aziende di servizi si lamentano per l'incertezza dei rifornimenti; le lobby commerciali temono l'aumento del prezzo dell'energia. Le peggiori rampogne provengono dagli ambientalisti, che vogliono anticipare la chiusura, per aiutare la Germania a raggiungere l'obiettivo di ridurre le emissioni del 55%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030.


 

 

Un viaggio attraverso il Lausitz, dove viene estratto un terzo della lignite tedesca, aiuta a spiegare perché i lavoratori del carbone trovano la decisione difficile da ingoiare. Questa remota regione rurale, a cavallo tra gli stati orientali della Sassonia e del Brandeburgo, un tempo forniva alla Germania orientale il 90% della sua elettricità (oggi fornisce circa il 7% della potenza della Germania). Il paesaggio, altrimenti privo di caratteristiche particolari, è punteggiato dalle vaste miniere a cielo aperto da cui viene estratta la lignite e dai laghi che si formano quando vengono inondate quelle in disuso. I sostenitori della  squadra di calcio Energie, che ha sede a Cottbus, sostengono i giocatori con inni al carbone. Ma questo attaccamento sentimentale al carbone, osserva Johannes Staemmler dell'Institute for Advanced Sustainability Studies di Potsdam, è compagno della paura dei cambiamenti nata dalle devastazioni legate alla  deindustrializzazione che ha seguito la riunificazione tedesca nel 1990, quando la maggior parte delle miniere di Lausitz furono chiuse e decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro (a questo proposito si può rivedere questo video ispirato al saggio Anschluss di Vladimiro Giacché, ndVdE).





Oggi nel Lausitz non ci sono grandi datori di lavoro oltre alla Leag, il gestore di proprietà ceca delle miniere e delle centrali a carbone della regione. I tre impianti Leag di Lausitz, tra cui Schwarze Pumpe, sono tutti tra i primi dieci produttori di emissioni di carbonio nell'Ue, ma forniscono anche 8.000 posti di lavoro ben pagati in una regione che di certo non se ne lamenta, e indirettamente migliaia di altri. Questi argomenti hanno aiutato i politici locali a garantirsi 17 dei 40 miliardi di euro promessi. I progetti su come spendere i soldi sono proliferati, comprendendo trasporti e infrastrutture mobili, investimenti in ricerca e sviluppo nonché la creazione di posti di lavoro governativi. Christine Herntier, sindaco di Spremberg e membro della commissione del carbone, ha molto a cuore la realizzazione di un impianto di idrogeno all'avanguardia a Schwarze Pumpe. Eppure anche lei sta perdendo la fiducia, preoccupata che i fondi federali vengano distribuiti in modo troppo scarso, irritata dal fatto che comunità povere come la sua debbano fornire cofinanziamenti e infuriata con gli ecologisti voltagabbana.


 

Quando alcuni anni fa la concorrenza straniera ha devastato l'industria solare tedesca, osserva Felix Ekardt, capo dell'Unità di ricerca sulla sostenibilità e la politica climatica di Lipsia, i politici hanno semplicemente scrollato le spalle e puntato il dito verso le forze del mercato. Ma le decisioni delle aziende private provocano meno risentimento di quelle politiche. "La gente non perdona lo stato se sottrae posti di lavoro", afferma Jörg Steinbach, ministro dell'Energia del Brandeburgo. Due delle tre rimanenti regioni dove si estrae lignite si trovano nell'ex Germania orientale, dove le vecchie lamentele hanno trovato una nuova espressione politica. Nelle recenti elezioni statali, il partito populista Alternativa per la Germania (AfD) ha sgominato tutti nel Lausitz, dopo avere fatto una campagna elettorale contro le chiusure previste.




 

Steinbach rimane ottimista. "Ci sarà chi ci rimette", dice, "ma non molti". Due terzi dei lavoratori della lignite hanno già più di 45 anni, il che limiterà i licenziamenti forzati, mentre le competenze acquisite dai più giovani sono spesso trasferibili. Tuttavia, previsioni indipendenti hanno dimostrato quanto l'economia locale sia messa a rischio dalle chiusure. Nel Lausitz ci sono poche altre opportunità di lavoro, come nella zona di lignite della Renania. "Chi ha una buona formazione vedrà il suo futuro altrove", sospira Wolfgang Rupieper, capo del Pro Lausitzer Braunkohle, un'associazione pro-carbone di Cottbus. Come altri, si lamenta degli sforzi previsti per mettere fine al carbone, quando le emissioni di altri settori, come i trasporti, si sono spostate pochissimo dal 1990.

 

Simili preoccupazioni hanno portato a un ampio pacchetto di misure di protezione del clima che il governo avrebbe dovuto svelare il 20 settembre. In primis ci si aspetta una qualche forma di tassa sulle emissioni, necessaria per garantire che lo stop al carbone riduca effettivamente le emissioni complessive. L'approccio della commissione, costoso e complesso, si adatta malamente a strategie di riduzione delle emissioni più efficienti. Tuttavia gli altri paesi che tentano di camminare in equilibrio tra la protezione del clima e la difesa delle economie che arrancano seguiranno da vicino l'esperimento tedesco.


 

 

Questo articolo è apparso nella sezione Europa dell'edizione cartacea sotto il titolo "La costosa uscita dal carbone della Germania".

05/06/17

L'accordo sul clima di Parigi non è uno studio scientifico, è un documento politico


Al di là delle polemiche dell'ultimo periodo sulla decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi sul clima di Parigi, esistono motivazioni oggettive per essere alquanto scettici su un accordo opaco, di dubbio valore scientifico, che rischia di essere l'ennesimo strumento di austerità artificiale a detrimento della popolazione mondiale. Questo articolo, tratto da Zero Hedge  e suggerito nel post di Orizzonte 48 sul TINA dell'accordo di Parigi,  illustra alcuni tra i temi generalmente assenti dalle discussioni pubbliche sul clima e sull'opportunità ed il rapporto costi-benefici di adottare le misure prescritte dall'accordo. Qui un ulteriore approfondimento sulla pretestuosità dell'argomento ecologico, brandito a giustificazione di nuovi preoccupanti schieramenti geopolitici (da leggere con tutti i link).  

 

 

 

di Tyler Durden, 2 giugno 2017

 

Traduzione di Margherita Russo

 

Redatto da Ryan McMaken via The Mises Institute

 

A seguito della dichiarazione dell’amministrazione Trump a proposito della sua intenzione di tirarsi fuori dall’accordo di Parigi sul clima, alcuni critici hanno affermato che chiunque apprezzi la "scienza" avrebbe sostenuto l’accordo.

 

Non a caso, Neil deGrasse Tyson si è precipitato dire che Trump è a favore del ritiro perché la sua amministrazione "non ha mai imparato cos’è la Scienza né come e perché funziona.

 

 



 

 

 

Ma che c’entra la “Scienza” (che Tyson per qualche motivo scrive in maiuscolo) con tutto ciò?

 

Che Tyson ritenga il riscaldamento globale un problema è cosa ben nota. Sappiamo inoltre che molti altri fisici sono della stessa opinione.

 

Tuttavia, da ciò non consegue logicamente che trovarsi in accordo con Tyson sulla questione dei cambiamenti climatici debba necessariamente significare essere a favore dell’accordo di Parigi sul clima.

 

Dopo tutto, l’accordo di Parigi sul clima non è uno studio scientifico. È un documento politico che stabilisce una specifica agenda di politiche pubbliche.

 

Essere o meno d’accordo con il contenuto dell’accordo può essere un indizio sulle proprie opinioni sulla scienza del clima. Oppure no. Si può anche essere d’accordo sull’esistenza del cambiamento climatico e sul ruolo preponderante degli esseri umani nel fenomeno. Ma un consenso a tal proposito non implica necessariamente che si debba essere d’accordo anche con le politiche delineate nel documento di Parigi.

 

Si tratta di due fenomeni completamente indipendenti.

 


Scienza e politica non sono la stessa cosa


 

Questo punto può essere ulteriormente chiarito con un’analogia:

 

La ricerca scientifica ci dice che l’obesità fa male alla salute. Immaginiamo allora che, per contrastare l’aumento del tasso di obesità, un gran numero di politici si incontrino e firmino un accordo — chiamiamolo il Patto di Londra per Contrastare l’Obesità (London Obesity Avoidance Deal, o LOAD). I politici a favore sostengono che il patto ridurrà l’obesità e che il mancato rispetto dell’accordo comporterà una crisi sanitaria per l’umanità.

 

Allora vuol dire che qualsiasi politico che rifiuti di firmare l’accordo è un un “negazionista dell'obesità”? La mancata approvazione dell’accordo dimostra forse che i dissidenti non credano che l’obesità sia un problema?

 

Chiaro che no.

 

Chiunque rifiuti di firmare l’accordo potrebbe essere dell’idea che il LOAD faccia ben poco per ridurre effettivamente l’obesità. Oppure, i dissidenti potrebbero ritenere che, nell’imposizione delle sue direttive, il patto ometta di confrontare adeguatamente costi e benefici. Gli oppositori potrebbero ritenere che “la cura sia peggio del male.”

 

In ogni caso, dissentire dal patto non è lo stesso che negare l’esistenza dell’obesità o la scientificità degli studi in materia.

 

 

Il problema con Parigi


 

Lo stesso vale per l'accordo di Parigi. Coloro che non lo condividono potrebbero anche dissentire — e probabilmente dissentono — dalle specifiche disposizioni del patto che possano effettivamente risultare più costose per la gente, ma non dal presunto riscaldamento globale in sé.

 

Invece, fisici come Tyson — quelli, cioè, che non sanno nulla di economia o di scienze politiche — credono che le politiche pubbliche funzionino come i trucchi di un prestigiatore. Un gruppetto di politici si incontrano, dichiarano di voler risolvere il problema X, ed il problema X magicamente viene risolto, basta solo che tutti appoggino la “soluzione”.

 

E se le indicazioni politiche dei delegati di Parigi fossero sbagliate? Oppure, se la cura si rivelasse peggio della malattia?

 

L’accordo dovrebbe presumibilmente migliorare l’esistenza degli esseri umani del mondo reale, migliorando il loro tenore di vita.

 

Se ciò fosse vero, l’accordo di Parigi dovrebbe realizzare parecchie cose:

 

1. Essere scientificamente fondato.


2. Prevedere con accuratezza gli effetti dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.


3. Sostenere politiche pubbliche che agiscano per mitigare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.


4. Essere in grado di dimostrare che queste politiche pubbliche riescano a mitigare di fatto gli effetti del cambiamento climatico.


5. L’accordo deve dimostrare che i costi delle stesse politiche pubbliche auspicate siano inferiori ai costi del cambiamento climatico.


 

Se l’accordo di Parigi non consegue alcuni di questi risultati, è da rigettare. Se l’effetto netto dell’accordo consiste nel rendere le persone più povere, si tratta di un accordo senza valore.

 

Ora, senza in alcun modo voler giudicare la scienza del clima in sé stessa, si nota subito che basta dare un’occhiata all’accordo di Parigi per poterlo tranquillamente rigettare sulla base dei punti numero due, tre, quattro e cinque nella nostra lista. (ma anche la sua base di scientificità risulta controversa, ndVdE)

 

Dopo tutto, l’accordo si basa su previsioni politiche altamente speculative. Si cerca di fare previsioni sull’economia globale con decenni di anticipo (un’impresa notoriamente inaffidabile) e non si tiene seriamente conto dei costi reali dell’imposizione di costi energetici notevolmente superiori su gran parte delle classi meno abbienti e lavoratrici — che è proprio ciò che l’accordo farebbe.

 

In realtà, l’accordo non fa neanche menzione del costo che le famiglie si troverebbero ad affrontare in seguito ai maggiori costi energetici previsti dall’accordo. Gli unici costi menzionati sono i costi di adattamento ai cambiamenti climatici. In altre parole, l’accordo sembra dare per scontato che non vi siano svantaggi per le famiglie nelle disposizioni dell’accordo. E questo è un importante campanello d’allarme.

 

Si ignora anche il costo opportunità dell’adozione dell’accordo. Nel mondo reale l’adozione delle indicazioni politiche dell’accordo finirebbe per rallentare la crescita, poiché ridurrebbe l’accesso a risorse energetiche essenziali. Oltre a ridurre la ricchezza delle famiglie, si avrebbe una diminuzione delle entrate fiscali. I soldi spesi in maggiori costi energetici sono soldi che non possono essere spesi per altre cose — come le cure mediche, e la ricerca di tecniche di agricoltura più efficienti. Ciononostante, l’accordo prevede contemporaneamente una massiccia redistribuzione della ricchezza e ingenti somme di spesa pubblica in vari programmi come “preparazione alle emergenze” ed “assicurazioni” governative addizionali per coprire gli effetti dei disastri naturali.

 

Quindi l’accordo prevede maggiori spese, mentre riduce la capacità dei settori sia pubblico che privato di sostenere quelle stesse spese. Si tratta di un’impresa autolesionista.

 

Un altro costo opportunità consiste nell’impatto sulla produzione di acqua dolce. Come facevo notare in un articolo del 2015:

 

"Un secondo fattore del fabbisogno energetico è l’acqua dolce. La siccità in California ha riportato all’attenzione come l’acqua dolce sia una risorsa scarsa, anche se il governo preferisce non considerarla tale. Ma se una popolazione più numerosa ha bisogno di più acqua, l’acqua dolce può essere prodotta utilizzando energia tramite desalinizzazione ed acquedotti a pompa.


Oggi tali schemi sono in larga parte ancora anti-economici perché il problema della scarsità d’acqua si può generalmente risolvere con mezzi meno dispendiosi, come l’importazione di derrate alimentari da zone più umide, e con sistemi idrici più economici basati prevalentemente sulla gravità.


In futuro, però, quando l’acqua sarà sempre più scarsa per via della crescita demografica, la risposta più logica sarà certamente guardare a soluzioni a maggiore intensità energetica.


Centralizzando e limitando artificialmente l’utilizzo energetico, tuttavia, l’intenzione della lobby del riscaldamento globale sembra essere quella di aumentare i costi di trattamento dell’acqua, e, limitandone l’uso, di inibire anche il progresso tecnologico, impedendo l’esperienza pratica dell’utilizzo di tecniche di trattamento dell’acqua e di produzione di acqua dolce."


 

I sostenitori dell’accordo sul clima di Parigi potranno sicuramente controbattere che le disposizioni dell’accordo in qualche modo eviteranno magicamente la necessità di spendere di più per avere acqua pulita in futuro, grazie ad una riduzione delle temperature globali. Ma sulla base di quali prove? Forse in base ad un modello informatico di ciò che potrebbe accadere tra alcuni decenni?

 

Con delle prove talmente inconsistenti, è facile vedere come sarebbe più saggio continuare con le attuali politiche, che possono verosimilmente darci l’uovo oggi — piuttosto che la fantomatica gallina domani di cui l’accordo di Parigi si limita a vagheggiare.

 

Sappiamo già che possiamo aiutare i poveri oggi con energia a basso costo, una maggiore capacità produttiva, ed un’economia più robusta. L’accordo di Parigi promette soltanto di aiutare un’ipotetica popolazione futura sulla base di un regime di politiche pubbliche puramente teorico e mai testato.

 

La prudenza suggerirebbe quindi di scegliere la prima alternativa.

 

Per di più, molti tra gli stessi lobbisti del riscaldamento globale negano che l’accordo di Parigi possa in ogni caso avere un effetto significativo nel ridurre le temperature. La prudenza detterebbe dunque di rinnovare l’interesse negli investimenti tecnologici ed in misure per alleviare la povertà (come incoraggiare il commercio e gli investimenti) poiché si sa che queste possono aiutare i più poveri adesso. Adottare politiche che limitino la capacità di investire in tali misure — come prescrive l’accordo di Parigi — non farebbe che peggiorare le cose.

 

Tuttavia, nel fantastico mondo dei fisici e dei climatologi, che non sono in grado di comprendere la complicata realtà dell’economia e delle politiche pubbliche, basta desiderare qualcosa perché si avveri. Se i nostri desideri sono abbastanza intensi, tutti i problemi si risolveranno, dopo tutto quelle brave persone al governo esaudiranno sicuramente i nostri desideri.