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27/07/19

Negli Stati Usa con salario minimo elevato l'economia va a gonfie vele

Dopo l'approvazione all'inizio di luglio da parte della Camera USA del "Raise The Wage Act", una legge che intende portare il salario minimo a 15 dollari all'ora in tutta la nazione - e che ben difficilmente supererà lo scoglio del Senato - si è riacceso il dibattito sul tema. Sorpresa: un confronto tra i dati dei diversi Stati americani pubblicato da Bloomberg mostra che alzare il salario minimo non comporta né un aumento della disoccupazione né danni all'economia. Anzi, i dati degli ultimi dieci anni sembrano mostrare proprio il contrario: che pagare meglio i lavoratori giova all'economia in generale. E adesso andatelo a dire ai profeti europei dell'austerity e delle "riforme strutturali", che da anni propalano teorie sbagliate che danneggiano i lavoratori e affondano l'economia a spese di tutti. 

 

 

di Matthew A. Winkler, 26 luglio 2019

 

L'esperienza recente dimostra che l'innalzamento del minimo salariale non impedisce alle economie forti di espandersi.

 

Quando la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti all'inizio di questo mese ha votato con 231 voti a favore e 199 contro (hanno votato a favore tutti i democratici tranne sei e solo tre repubblicani) l'aumento graduale del salario minimo federale fino ad arrivare a 15 dollari all'ora entro il 2025, la misura è stata salutata come una vittoria a lungo inseguita dai liberals. Ma data per morta al successivo passaggio in Senato, dove i repubblicani in maggioranza restano contrari alla norma, che considerano un killer di posti di lavoro.

 

La politica sul salario minimo non sembra mai cambiare molto, con i liberals che si presume  parlino a nome del lavoro e i conservatori a favore del capitale.

 

Ma che cosa accadrebbe se un contesto e una prospettiva adeguati potessero dimostrare che la misura della Camera, intitolata "Raise the Wage Act" ed ispirata alla lotta del 2012 dei lavoratori dei fast-food di New York per portare a 15 dollari all'ora il salario minimo, potrebbe portare benefici sia al capitale sia al lavoro?

 

L'ultimo aumento del salario minimo federale  è stato nel 2009,  a 7,25 dollari  all'ora.

 

 

Andamento del salario minimo federale



 

Da allora, 29 stati hanno approvato salari minimi al di sopra del livello federale. California, New York e Washington sono stati tra i primi a iniziare gradualmente a passare a una tariffa oraria di 15 dollari, e secondo i dati raccolti da Bloomberg le loro economie si sono espanse, con maggiori incrementi del reddito pro-capite, crescita dell'occupazione e della spesa dei consumatori rispetto ai 21 stati rimasti fermi sui 7,25 dollari. Dal 2015, le economie con i salari minimi più elevati si sono dimostrate sostanzialmente più forti rispetto al resto degli Stati Uniti.

 

 

Regolamentazione del salario minimo nei diversi Stati (al 1° luglio 2019)



 

Anche dopo che l'ufficio di bilancio del Congresso (Congressional Budget Office - CBO) ha dichiarato  questo mese che la legge proposta dalla Camera avrebbe sollevato 1,3 milioni di americani dalla povertà e avrebbe dato a 27 milioni di lavoratori un livello di vita più elevato, i repubblicani si sono attaccati alla previsione dello stesso CBO, che 1,3 milioni di persone, ovvero lo 0,8% della forza lavoro, sarebbe stata ridotta alla disoccupazione. La rappresentante della Carolina del Nord Virginia Foxx, che ha gestito l'opposizione alla proposta di legge alla Camera, ha affermato che la legislazione è "socialista" e "estranea alla cultura americana". Autorità più moderate, incluso il mio collega di Bloomberg Karl W. Smith, hanno affermato che il calcolo del CBO "ignora la possibilità che siano limitate le opportunità per i lavoratori più emarginati" e che "praticamente tutti gli economisti" concordano sul fatto che "forti aumenti del salario minimo hanno grandi probabilità di tradursi in una riduzione dell'occupazione".

 

 

La storia recente però è stata più incoraggiante. Tra i dieci stati con i tassi di occupazione in più rapida crescita dal 2015, solo tre sono nel gruppo con salario minimo basso: Utah, Idaho e Carolina del Sud. Negli Stati con salari minimi più elevati i posti di lavoro stanno aumentando a un ritmo più elevato rispetto ai loro pari con salari minimi inferiori. Ciò si riflette nel precedente quinquennio, quando metà dei primi dieci erano stati con i salari minimi più bassi, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Dal 2015, sei dei dieci stati con la crescita dell'occupazione più lenta sono nel gruppo dei paesi con salario minimo basso: North Carolina, Wyoming, Louisiana, Oklahoma, Kansas e Iowa. Durante i cinque anni precedenti solo tre dei dieci stati a più lenta crescita erano tra quelli con salari minimi bassi. Questa dicotomia riflette l'andamento tendenziale degli stati a basso salario minimo, che soffrono di un mercato del lavoro in calo rispetto agli stati con salari minimi più alti, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

 

Niente di questo è sufficiente a dimostrare che l'innalzamento del salario minimo crei ricchezza, o anche che chi è contrario sbagli a preoccuparsi dei possibili svantaggi. Suggerisce, tuttavia, che gli stati con economie forti non subiranno effetti negativi abbastanza potenti da contrastare i benefici. Solo tre dei dieci stati in cui il reddito individuale sta crescendo più velocemente si trovano nel gruppo di quelli a basso salario minimo: Idaho, Utah e Carolina del Sud. Questi stati, che sono presenti anche tra i dieci stati dove l'occupazione è in più rapida crescita dal 2015, hanno il vantaggio di ospitare datori di lavoro multinazionali come Boeing, Goldman Sachs Group e Micron Technology, che offrono indennità e vantaggi a livello globale che superano di gran lunga qualsiasi salario minimo.

 

 

Dal 2009 al 2014, sei tra i primi dieci nella classifica dei redditi pro capite provengono dagli stati con salario minimo più basso, secondo i dati raccolti da Bloomberg. Dal 2015, invece, sette dei dieci stati in cui il reddito cresce più lentamente sono tra quelli con i salari minimi più bassi: Nord Dakota, Oklahoma, Wyoming, Louisiana, Kansas, Mississippi e Iowa. Gli Stati con salari minimi bassi hanno mostrato una tendenza, negli ultimi anni, a sottoperformare rispetto a quelli con salari minimi più elevati, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Quando la California ha stabilito il suo salario minimo di 15 dollari all'ora, tre anni fa, la previsione degli oppositori era che la nuova legge avrebbe aumentato la disoccupazione e danneggiato vendite al dettaglio e ristoranti. Invece, lo stato più grande, con quasi 40 milioni di persone, ha registrato un record di bassa disoccupazione, al 4,2%, e un aumento del reddito pro-capite maggiore di qualsiasi altro stato negli ultimi cinque anni. Il settore alberghiero e dei servizi di ristorazione è stato particolarmente vivace, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

Secondo i dati raccolti da Bloomberg, tra i dieci stati che negli ultimi cinque anni hanno visto la maggiore crescita delle società alberghiere e dei servizi di ristorazione, otto sono tra quelli con i salari minimi più elevati, guidati da California, Colorado, Massachusetts e New York. I dati di Bloomberg mostrano anche che le attività di vendita al dettaglio negli stessi stati con salari minimi alti hanno registrato una forte crescita dal 2015, con Washington che ha registrato il maggior aumento, 12,7 miliardi di dollari, seguito dai 12,4 miliardi di dollari della California.

 

 

Quattro anni fa Dave Regan, presidente di un sindacato di 85.000 lavoratori ospedalieri della California, ha dichiarato ai lettori di USA Today che gli oppositori del salario minimo di 15 dollari all'ora “ignorano il fatto che aumentare il salario rafforza le economie locali aiutando i lavoratori e le loro famiglie a salire lungo la scala del benessere". Salari minimi più elevati, ha affermato, "mettono più soldi nelle tasche dei lavoratori, soldi che questi spendono nelle imprese locali, a loro volta aiutando queste imprese a crescere e creare più posti di lavoro".

 

 

Forse questo rapporto di causa-effetto è corretto o forse no. Questa è una buona questione da porre agli economisti. Mentre aspettiamo le loro risposte, però, siamo già d'accordo sul fatto che l'aumento dei salari minimi e il miglioramento dell'andamento dell'economia possono sicuramente andare di pari passo.

 

25/05/18

Barron’s – Senza euro l’Italia non sarebbe l’Argentina o la Turchia, ma il Regno Unito

Un articolo molto chiaro e documentato su Barron's traccia un confronto tra l'economia italiana e quella britannica. Storicamente i fondamentali dei due paesi sono molto simili, con tassi di inflazione pressoché uguali e tassi di interesse reali largamente paragonabili. Entrambi i paesi hanno alcuni problemi strutturali e culturali, peraltro non troppo diversi. Londra è una metropoli globale, ma è anche un'eccezione nel contesto britannico. La grande differenza negli sviluppi economici recenti l'ha fatta il regime monetario, con una Gran Bretagna indipendente e un'Italia agganciata al marco tedesco (l'euro). Ridicolizzati i tentativi di confronto con i mercati emergenti (sullo stesso tema si veda anche questo articolo di Borghi e Bagnai sul Corriere), un buon termine di paragone per l'Italia è dunque il Regno Unito.

 

 

di Matthew C. Klein, 23 maggio 2018

 

Nel mio articolo economico della scorsa settimana sostenevo che i difetti dell’area euro spiegano molti dei problemi economici che l’Italia ha avuto nello scorso decennio. In particolare la moneta unica ha trasformato i titoli pubblici da prodotti con un tasso di rendimento in prodotti di credito. Questo costringe la politica fiscale ad essere troppo restrittiva, specialmente durante le fasi di contrazione dell’economia, e rende anche la politica monetaria più restrittiva di quello che dovrebbe essere.

 

Alcuni lettori erano in disaccordo. I costi di indebitamento dell’Italia, secondo loro, avrebbero avuto una componente di credito pro-ciclica anche se l’Italia avesse avuto la propria valuta e se la Banca d’Italia l’avesse potuta stampare. Il Brasile, per esempio, ha la sua propria valuta e un mercato di titoli pubblici denominati per lo più in valuta nazionale, e nonostante questo è stato costretto ad aumentare i suoi tassi di interesse e a praticare tagli di bilancio nel bel mezzo della peggiore recessione che fosse capitata da decenni. Jokesters ha disegnato dei diagrammi di Venn notando che l’Italia e l’Argentina hanno entrambe una vasta componente di etnia italiana nelle proprie popolazioni, mentre l’Italia e la Turchia hanno in comune una valuta locale tradizionale che si chiama lira. L’implicazione sarebbe che l’Italia è un caso disperato.

 

Questi argomenti però perdono di vista il punto fondamentale. L’Italia non è un mercato emergente, non più di quanto lo sia il Regno Unito, né storicamente né in questo momento.

 

Per prima cosa si considerino i tracciati di andamento dell’inflazione. È difficile distinguere quale tra le due sia l’economia “responsabile” e quale invece non lo sia:

 



 

Cosa ancora più importante dell’inflazione è la storia dei tassi di interesse. Il valore della sovranità monetaria è che il costo dei capitali segue le previsioni di crescita. Il grafico sotto confronta il tasso di interesse di riferimento del debito italiano rispetto a quello britannico dopo aver sottratto l’inflazione:

 



 

Come si può vedere, il governo italiano ha pagato tassi di interesse sostanzialmente uguali a quelli del Regno Unito nel corso degli ultimi quattro decenni, con due eccezioni da notare. Si tratta della crisi dello SME all’inizio degli anni ’90 e della crisi dell’euro negli anni recenti. Il Regno Unito avrebbe attraversato un’esperienza simile a quella dell’Italia, eccetto che il governo britannico, a differenza di quello italiano, ha deciso di abbandonare l’aggancio al marco tedesco durante la crisi dello SME, e di conseguenza ha perso l’opportunità di entrare nell’euro.

 

L’Italia ha molti altri problemi. Come ho scritto la settimana scorsa, l’Italia ha un andamento demografico eccezionalmente negativo, una contrapposizione molto netta tra il Nord e il Sud e una cultura aziendale anti-meritocratica. Ma anche il Regno Unito ha un sacco di problemi, se è per quello, tra cui una simile contrapposizione netta tra Nord e Sud e una cultura dell’istruzione che spesso premia il “bravo sportivo” e il “dilettante talentuoso” rispetto al rigoroso accademico. Entrambi i paesi hanno il problema delle banche gonfie (di crediti di dubbio valore, ndt). Togliete la metropoli londinese – la cui prosperità dipende in modo preoccupante dalla volontà di fornire servizi agli oligarchi del Medio Oriente e dell’ex Unione Sovietica – e il Regno Unito diventerà uno dei paesi più poveri dell’Europa Occidentale.

 

Tutto questo contribuisce a spiegare perché i lavoratori italiani sono stati, storicamente, più produttivi di quelli britannici, e anche ora sono circa allo stesso livello. Né l’Italia né il Regno Unito hanno avuto una gran crescita della produttività dal 2007 a oggi. Anche il governo britannico ha aumentato le tasse e tagliato le spese dopo le elezioni del 2010, e questo senza che ve ne fosse alcuna necessità o che i mercati dei capitali spingessero a farlo. Il fatto che la produzione economica nei due paesi sia stata notevolmente diversa [in questo contesto] è dipeso dal fatto che il Regno Unito gode della sovranità monetaria. Questo ha parzialmente compensato la debolezza delle sue istituzioni e l’incompetenza dei suoi politici. Come risultato il Regno Unito ha avuto una maggiore inflazione e più posti di lavoro.

 

Il grafico sotto mette a confronto i cambiamenti nel prodotto interno lordo pro-capite in Italia e nel Regno Unito assieme a due andamenti ipotetici:

 



 

La linea grigia tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se l’Italia avesse avuto lo stesso incremento in occupazione e in ore lavorate che c’è stato nel Regno Unito, mentre la linea gialla tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se il Regno Unito avesse avuto lo stesso andamento del mercato del lavoro che c’è stato in Italia.

 

Ricordate che il PIL è semplicemente il prodotto per ora lavorata (produttività) moltiplicato per il numero di ore lavorate. Poiché l’Italia e il Regno Unito hanno avuto livelli e tassi di crescita della produttività quasi identici negli ultimi dodici anni, la differenza in crescita del PIL pro-capite è dovuta quasi interamente ai cambiamenti nel numero di ore lavorate.

 

Il Regno Unito ha sempre avuto tassi di occupazione maggiori rispetto all’Italia, perché il suo mercato del lavoro è meno regolamentato e ci sono meno barriere culturali all’ingresso delle donne nella forza lavoro. Gli italiani storicamente hanno compensato questa differenza occupando meno posti di lavoro part-time. Nel 2007 il lavoratore italiano medio ha lavorato circa l’8,5% di ore in più all’anno rispetto al lavoratore britannico medio, mentre la proporzione di britannici con un posto di lavoro era circa del 13% più alta della proporzione di italiani con un posto di lavoro.

 

Ovviamente c’è ampio spazio per dei miglioramenti nelle leggi sul lavoro in Italia. Ma ciò che conta ai fini di questo confronto è come il tasso di occupazione e le ore lavorate per posto di lavoro siano cambiate in ciascun paese. Dal 2007 a oggi il tasso di occupazione britannico è cresciuto di tre punti percentuali, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è rimasto invariato. In Italia il tasso di occupazione è caduto di quasi un punto percentuale, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è crollato di quasi il 5%. Nessuno dei due paesi ha fatto dei gran cambiamenti negli incentivi a lavorare, il che suggerisce che le differenze siano dovuto per lo più alle differenze tra i rispettivi regimi monetari.

 

L’effetto combinato è sorprendente. Se l’Italia avesse avuto lo stesso (basso) costo dei capitali e la stessa flessibilità nel tasso di cambio di cui ha goduto il governo britannico, oggi andrebbe meglio di circa il 10%. Al contrario, se il Regno Unito fosse stato gravato dall’appartenenza all’euro come l’Italia, i suoi standard di vita oggi sarebbero del 10% inferiori.

 

Gli italiani non stanno vivendo nel migliore dei mondi possibili. Se non fossero mai entrati nell’euro i loro problemi attuali non sarebbero quelli dell’Argentina, del Brasile o della Turchia. Non se la starebbero passando bene – l’Italia è l’unico grande paese sviluppato ad aver fatto peggio del Regno Unito negli ultimi dieci anni – ma se la passerebbero sicuramente meglio di adesso.