09/01/21

L’élite americana dichiara la sua indipendenza dall’America


Su Tabletmag un articolo interessante segnalato e tradotto dai nostri lettori propone un'ampia chiave di lettura sulla transizione di governo in atto negli USA e il ritorno al globalismo che Trump si era impegnato a contenere.  Le élite globaliste non hanno tanto l'obiettivo di competere con la Cina, quanto di importare il modello sociale autoritario cinese da imporre al proprio popolo come un inevitabile vincolo esterno derivante dalla forte concorrenza sul mercato globale.


di Lee Smith, 5 Gennaio 2011

Segnalato da @littleboypc e tradotto da @GuiducciLuigi

Un articolo di dieci anni fa di Tom Friedman può essere considerato una chiave di lettura per capire l’abbraccio delle élite verso la Cina; con un commento di Tom Friedman

Perché l’establishment politico, industriale e culturale americano è così impaziente di imitare e abbracciare la Cina, un paese che i nostri (uscenti) capi dell’intelligence considerano una minaccia gravissima per gli interessi americani? Consideriamo la risposta al coronavirus. È stata Pechino a inventare i lockdown, ora implementati da sindaci e governatori, come Gavin Newsom in California e Andrew Cuomo a New York. Il fatto che i lockdown non siano mai stati parte delle regole della salute pubblica, e siano ora applicati diffusamente, con modalità che sono state respinte dalla Corte Suprema, sembra solo averli resi ancora più attraenti per coloro che guardano alla Cina come a un modello da imitare.

Con la disoccupazione al 6.7% e la più grande economia del mondo devastata, chissà cosa potrebbe avere in serbo per noi la classe dirigente americana, dopo aver utilizzato i lockdown per facilitare il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana. Dopo tutto, non è stato il coronavirus, che ha un tasso di sopravvivenza del 99.7%, ad aver gettato nella povertà quasi otto milioni di americani negli ultimi nove mesi, e ad aver al contempo distrutto più del 40% dei negozi locali e dei ristoranti, persino in stati ricchi come il New Jersey. Questi numeri sono il risultato di un’offensiva scatenata dall’élite politica e industriale americana, che mira a legittimare la distruzione della ricchezza privata in nome della salute pubblica.

Ma dove sono finiti i soldi? Chiedetelo al proprietario del giornale di Washington DC, Jeff Bezos, che in quanto fondatore di Amazon ha aumentato di 80 miliardi di dollari il suo conto corrente, grazie ai rifornimenti ai cittadini confinati nelle loro case da editti incostituzionali che hanno distrutto le piccole attività e impedito ai bambini di andare a scuola, mentre i dati della CIA venivano risucchiati dai servizi cloud di Amazon. Facebook, Twitter e Google hanno fatto la loro parte, impedendo che le brutte storie sugli affari della famiglia Biden con la Cina arrivassero all’opinione pubblica prima delle elezioni - guadagnando incarichi e poltrone per i loro dirigenti nella squadra di transizione al governo di Biden. Dopotutto, sembra corretto dire che la fusione top-down tra le grandi imprese monopolistiche e gli interessi di partito che si sta verificando a Washington assomiglia molto più alla Cina che all’America.

L’entusiamo con cui gran parte dell’élite industriale e della politica americana a quanto pare hanno abbracciato il modello Cinese a partito unico - compreso un appetito sempre più grande per il controllo statale dell’informazione e per la sorveglianza senza garanzie - in opposizione al caos di una repubblica democratica sottoposta allo stato di diritto, era stato preannunciato in un articolo scritto dall’editorialista per gli affari esteri del New York Times, Thomas Friedman, più di dieci anni fa. In un articolo del 9 Settembre 2009, “Our One-Party Democracy” - “La nostra democrazia a partito unico” - esprimeva disappunto per l’ostruzionismo Repubblicano. “C’è solo una cosa peggiore di una autocrazia a partito unico”, scriveva Friedman, “ed è una democrazia a partito unico, che è quella che abbiamo noi oggi in America.”

Continuava: “L’autocrazia a partito unico ha certamente degli svantaggi. Ma quando è guidata da un gruppo di persone ragionevolmente illuminate, come accade oggi in Cina, può avere anche dei grandi vantaggi.

Perché l’urgenza, per l’America, di essere più simili alla Cina, già nel 2009? Perché, secondo Friedman, “un solo partito può semplicemente imporre le soluzioni politicamente difficili, ma di importanza cruciale per l’avanzamento della società nel ventunesimo secolo.”

Friedman non voleva elogiare i dittatori. Al tempo in cui scriveva queste colonne, gli Americani dovevano ancora capire che le merci di alta gamma, prodotte in Cina, che stavano consumando - computer Apple, scarpe Nike, eccetera - erano spesso fabbricate in campi di lavoro forzato. Non era ancora noto l’orrore di espiantare gli organi ai prigionieri politici. Invece, l’establishment politico e industriale americano vedeva l’enorme forza lavoro Cinese e il crescente mercato di consumatori come un perno del nuovo ordine economico - il globalismo, il mondo piatto e senza confini di cui l’editorialista del New York Times ed altri avevano scritto con grande ottimismo. Quello che avevano immaginato era una Cina che desiderava diventare più simile all’America - e un’America che poteva imparare una o due cose dal suo entusiasta partner minoritario.

Ho parlato recentemente con Friedman di quell’articolo e di questioni ad esso collegate. “Se guardi ai miei libri e ai miei scritti da quando ho lasciato il Medio Oriente, gran parte della mia attenzione si è indirizzata al problema di come l’America possa realizzare il suo pieno potenziale nel ventunesimo secolo”, mi ha detto. “Non sono interessato alla Cina. Sono interessato all’America. Penso che la Cina abbia il peggior sistema politico del mondo. Penso che l’America abbia il miglior sistema politico del mondo. Ma penso che oggi la Cina stia sfruttando all’80% il potenziale del suo cattivo sistema e l’America stia utilizzando il suo buon sistema solo al 20%. E questo mi preoccupa molto.

Eppure, nonostante Friedman non stesse proponendo l’autocrazia cinese come un modello, altri la vedevano come tale. I Repubblicani al Congresso si erano rifiutati di far passare due delle questioni interne fondamentali per Obama, l’assistenza sanitaria universale e la “tecnologia pulita” - due proposte in apparenza pragmatiche e orientate al futuro, che soltanto ideologi dalle vedute limitate potevano rifiutare. L’editoriale di Friedman era una risposta all’evidente incapacità del sistema di giungere a una riforma di buon senso.

Comunque, il misero fallimento delle iniziative ambientalistiche di Obama mette in evidenza i considerevoli svantaggi che ha nella pratica il modello statalista e di buon senso di Friedman. La cosa più eclatante: il Dipartimento dell’Energia di Obama diede a Solyndra, un produttore californiano di pannelli solari, garanzie sui prestiti per più di mezzo miliardo di dollari, solo per vedere gli investimenti andare in fumo quando il prezzo di un ingrediente chiave dei concorrenti di Solyndra crollò  drammaticamente. Allo stesso tempo, il fracking ha inaugurato l’era del gas naturale a buon mercato, trasformando gli Stati Uniti in un esportatore netto di energia e creando posti di lavoro per milioni di americani. Non sono state le terribili energie fossili dei Repubblicani a ostacolare le lungimiranti iniziative verdi di Obama; è stata la realtà.

Friedman mi ha detto che vuole che l’America resti al top. “Dato che ho paura che l’America non stia realizzando il suo pieno potenziale di avanguardia e di innovazione, non disdegno - spudoratamente - di usare la Cina per spaventare e indurre le persone ad agire. A tal fine uso spesso la Cina come lo ‘Sputnik’ di oggi”, ha detto, riferendosi al programma spaziale sovietico che ispirò, e spaventò, una generazione di Americani, spingendoli a cercare di raggiungere le stelle. “Farò tutto quello che serve per far capire agli Americani che non possiamo semplicemente far gli stupidi quanto ci pare e continuare ad essere la più grande economia del mondo, e la maggiore superpotenza”.

Ma alla maggior parte degli americani non risulta chiaro perché sia importante, come Friedman scriveva  nel 2009, che “la Cina è impegnata a superarci sulle auto elettriche, l’energia solare, l’efficienza energetica, le batterie, l’energia nucleare ed eolica.” Gli americani tendono a non fidarsi della sapienza dei burocrati del governo che credono di poter decidere quali tecnologie avranno successo meglio di quanto possano fare i mercati. Forse i burocrati di paesi come la Cina o la Germania sono bravi in queste cose; i burocrati americani sono stati storicamente pessimi, almeno nell’ultimo mezzo secolo. Se l’America un tempo poteva permettersi grandi tentativi di ingegneria sociale, poi falliti, come la “Great Society” di Lyndon Johnson, ora non può.

I californiani hanno visto cosa sia nella pratica l’idea di una pianificazione centrale in stile americano - scarsità di energia elettrica, abbassamenti di tensione, persino blackout, nello stato più ricco e popoloso del paese. La Cina nel frattempo, operando nel quadro di vincoli più pragmatici, sembra aver compreso i limiti della tecnologia pulita, motivo per cui lo scorso anno ha aumentato la produzione di carbone - ora pari alla capacità totale dell’Unione europea - mentre tagliava gli investimenti in energia rinnovabile. E altrettanto è accaduto alla flotta cinese di auto elettriche a energia solare e a guida autonoma.

Friedman sarà interessato a politiche innovative che ispirino gli Americani a sognare, costruire ed essere i primi, ma non è questo a galvanizzare le élite politiche, industriali e culturali che riportano le sue parole. Per loro, l’obiettivo non è competere con la Cina, ma cambiare l’America. Allora qual è esattamente la loro visione del futuro? Il cento per cento di energia pulita e rinnovabile - con metà del paese sotto la soglia di povertà? La pace nel mondo - con le potenze Occidentali che implementano lockdown ideati dagli apparati del partito comunista?

Niente di tutto ciò ha alcun senso, ma l’architettura delle loro utopie è irrilevante, fintanto che coloro che elaborano i piani hanno il potere di premiare i loro amici e punire chiunque identifichino come nemico.

A confronto dell’élite americana, gli autocrati del partito unico cinese almeno sono chiari sui loro obiettivi: vogliono distruggere noi, non la loro stessa gente. Dunque non è al modello cinese che il nostro establishment si sta ispirando. Ecco come sono le democrazie quando le élite diventano troppo potenti e si rivoltano contro il popolo che credono di poter governare di diritto.

Pechino non ha costretto Washington a firmare un accordo sul clima più pesante per l’industria e i consumatori americani che non per la Cina. È stata una decisione di Barack Obama. Ha scelto di farlo per lo stesso motivo per il quale l’amministrazione di Biden pianifica di rientrare nell’accordo sul clima di Parigi e considera una priorità tornare all’accordo sul nucleare con l’Iran di Obama. L’establishment politico americano usa gli accordi internazionali per obbligare il popolo che governa a fare cose contro la propria volontà. Gli americani erano contrari all’accordo con l’Iran con un margine di due a uno, così come i loro rappresentanti di Camera e Senato. Nel reintrodurre le sanzioni all’Iran, la campagna di massima pressione messa in atto dall’amministrazione Trump ha dimostrato che gli americani avevano ragione, e Obama torto - gli stati terroristici sono meno pericolosi per l’America e i suoi alleati quando hanno meno denaro da spendere per il terrorismo e per costruire armi nucleari. Ma i risultati ottenuti nel mondo reale non impediscono a Joe Biden e collaboratori di promettere di reintrodurre l’accordo con l’Iran non appena possibile; il punto è cacciare l’accordo in gola a tutti - americani, israeliani, sauditi, emiratini, l’80% degli iraniani che odiano il loro stesso governo teocratico - per dimostrare chi ha davvero il potere.

Allo stesso modo, anche se Obama aveva semplicemente torto riguardo alle tecnologie pulite, il mandato di Biden inizia con la promessa che il Green New Deal creerà in qualche modo milioni di nuovi posti di lavoro. Eppure è certo che se lui e Kamala Harris manterranno la promessa di fermare il fracking, elimineranno milioni di posti di lavoro reali, nel bel mezzo di una crisi economica. “Giustizia ambientale”, come la chiama il team di Biden, significa rottamare un settore economico vitale al fine di trasformare l’America - in cosa? In un posto dove le persone che dicono parole come “Green New Deal” conducono le danze, e le altre persone perdono il lavoro perché sono dalla parte sbagliata della storia.

L’articolo del 2009 di Friedman è importante oggi perché definisce il momento storico, all’inizio del primo mandato di Obama, in cui un pezzo dell’establishment del paese ha scelto di uscire in massa dal partito Repubblicano, per entrare nel partito Democratico - così unificando l’élite americana sotto un’unica bandiera politica, consentendole di dichiarare guerra al resto del paese. Il pezzo di Friedman si conclude con una citazione da un “consulente per il commercio globale”, che spiega: “La globalizzazione ha neutralizzato il partito Repubblicano, lasciandogli la rappresentanza non dei perdenti della recessione ma dei perdenti dell’America globalizzata, le persone che sono state lasciate indietro, che sia nella realtà o nelle loro paure. La necessità di competere in un mondo globalizzato ha obbligato la meritocrazia, il manager di azienda multinazionale, il finanziere orientale e l’imprenditore tecnologico a riconsiderare ciò che il partito Repubblicano ha da offrire. In sostanza, hanno abbandonato la festa.” E infatti, questo è esattamente quello che è successo.

La democrazia ha sempre avuto i suoi scontenti, anche prima di Platone. Il nostro è spesso davvero un disordine caotico. Quello che ha protetto il nostro fragile esperimento di convivenza in tutti questi anni, nonostante non siano mancati leader politici e imprenditoriali senza scrupoli in entrambi i partiti, non è il sistema bipartitico né la serie di pesi e contrappesi iscritti nella Costituzione. Piuttosto, ciò che ha mantenuto la pace, quando c’è stata pace, è un tacito accordo sui simboli nazionali, su storie eroiche e miti sentimentali. Ed ecco perché questi sono stati presi di mira in una campagna di dissacrazione che è iniziata anche prima del progetto 1619 del New York Times, i lockdown per il COVID e le rivolte per George Floyd.

L’America non è un faro di libertà, per quanto imperfetto e quindi a volte debole e tremolante - piuttosto, la sua storia, da George Washington a Donald Trump, non è altro che una cronaca di razzismo sistemico. Quindi cosa importa se i negozi di vicinato, i ristoranti a conduzione familiare e le piccole fattorie vengono rovinate dalle pratiche monopolistiche di Amazon, sotto la copertura delle norme per il COVID? Gli americani si meritano quello che sta accadendo - e i grandi magazzini di Jeff Bezos assumono sempre. Forse che Google, Twitter e Facebook stanno usando i loro monopoli protetti dal governo per censurare le idee? Sì, e dovreste ringraziarli per ciò che stanno facendo per proteggervi dalla disinformazione russa.

E in cambio della distruzione di grosse parti dell’economia, insieme a grandi pezzi della Costituzione degli Stati Uniti, quali questioni vitali per lo stato e la società sono state affrontate da questo establishment? Quali grandi innovazioni avrebbe ispirato? Quali povertà avrebbe combattuto, facendo la guerra agli americani, spedendo i posti di lavoro oltreoceano e mandando i loro figli a morire e uccidere in campagne militari insensate, e spalancando i confini del paese agli immigrati, legali o clandestini, perché si prendessero i posti di lavoro rimasti, in un momento di radicale sconvolgimento economico e sociale? A quali interessi va incontro una nuova ondata di immigrazione? La risposta non è i lavoratori o le famiglie americane. La risposta è le grandi aziende, che vogliono manodopera qualificata e non qualificata a buon mercato.

Secondo Joe Biden, la nostra leadership politica e industriale non è nemmeno capace di proteggere gli americani da una malattia respiratoria con una sopravvivenza del 99.7%, anche con due vaccini già in distribuzione. Ma ancora i giorni peggiori della pandemia, dice il presidente-eletto, devono arrivare. Non è possibile che stia parlando del coronavirus - mentre aumentano i casi, aumenta il tasso di sopravvivenza. No, ciò che renderà i giorni che verranno ancora peggiori sta nelle risposte sempre più draconiane, pensate per ulteriormente impoverire e spaventare gli Americani.

È più facile controllare le persone quando hanno paura e sono povere. Se l’obiettivo è la trasformazione sociale, che è il termine utilizzato da Biden e Harris, allora ha un senso che più ci sono persone povere e disperate, meglio è. Che ne dici di un assegno di 600 dollari dal governo, e in cambio noi ci prendiamo la tua attività e il tuo diritto di lavorare, senza alcuna autorità legislativa o giudiziaria? E basta con le domande sul motivo per cui centinaia di pazienti anziani affetti da COVID sono stati sbattuti di nuovo nelle case di cura su ordine del governatore di New York,  Andrew Cuomo.

Essere trattati come animali da autocrati dittatoriali e burocrati, senza possibilità di appello, è una normale condizione di vita nella maggior parte del mondo. Ma non in America. Non fino a che le élite politiche, industriali, culturali ed accademiche della più ricca e potente nazione della terra non hanno deciso che non erano ricche e potenti a sufficienza, rompendo il patto non scritto con il resto della società, nella speranza di diventare ancora più ricche e potenti.

Il problema non è la Cina. Siamo noi.

 

Lee Smith è autore del libro appena pubblicato “The Permanent Coup: How Enemies Foreign and Domestic Targeted the American President”.

 

 

04/01/21

Verso una unione sempre più stretta? Seconda parte - La Commissione



La seconda parte dello studio di Perry Anderson, pubblicato recentemente sulla London  Review of Books, prende in esame un altro fondamentale organo della Ue, la Commissione europea, sin dai primi anni partner fondamentale della Corte di giustizia nel percorso di affermazione della supremazia del diritto comunitario rispetto ai Parlamenti nazionali, in quanto contesto più funzionale ai principi dell'ordoliberismo promosso dai suoi dirigenti e funzionari, pur se in modo diverso durante le tre principali fasi della sua storia. Dopo Maastricht  la Commissione ha perso parte del suo potere in favore del Consiglio europeo, e tuttavia Anderson  descrive come essa mantenga una grande importanza, sia per le enormi dimensioni del suo apparato burocratico, che per lo strumento di allineamento degli stati rappresentato dal formidabile monumento dell'acquis comunitario, che infine per il suo potere di dispensare premi o punizioni attraverso i flessibili fondi di coesione.  

Qui la prima parte sulla Corte di giustizia europea

Qui la terza parte su Parlamento, Banca centrale  e Consiglio europeo 

di Perry Anderson, 

London Review of  Books, gennaio 2021

La Commissione europea, la cui evoluzione è stata più tortuosa, è stata nei suoi primi anni il partner fondamentale della Corte. La sua storia può essere divisa approssimativamente in tre fasi, corrispondenti alle tre figure che terranno la sua presidenza per un intero decennio, ciascuna con due mandati: Walter Hallstein (1958-67), Jacques Delors (1985-95) e José Manuel Barroso (2004- 14). Hallstein, un avvocato e diplomatico tedesco - un democristiano noto soprattutto per la dottrina della Guerra Fredda a cui diede il suo nome, secondo la quale il riconoscimento della Germania occidentale da parte di qualsiasi stato era condizionata al rifiuto di riconoscere la Germania orientale - era un federalista dichiarato, che concepiva la Commissione come un proto-governo della Comunità e la sovranità nazionale una "dottrina del passato", assegnandosi lo status di "primo ministro d'Europa". Nel 1965 De Gaulle mise bruscamente fine alle sue pretese e l’immagine di Bruxelles perse ogni autorità e vigore. Tuttavia, nel suo periodo di massimo splendore, tra il 1958 e il 1964, Hallstein presiedette una Commissione che era un vulcano di energia indirizzata a trovare modi e mezzi per aggirare il Trattato di Roma nell'interesse superiore dell'unità europea.

Come ha dimostrato lo studioso francese Antoine Vauchez, Bruxelles divenne rapidamente una calamita che attirava dall’America avvocati aziendali e investitori alla ricerca di opportunità di mercato, i quali agivano con le aspettative e i modi di fare tipici di una potente federazione. Ben presto strinsero stretti rapporti con un numero considerevole di giuristi belgi esperti in diritto commerciale di alto livello, e questo ambiente comune offriva una facile intermediazione tra le multinazionali che arrivavano e la Commissione, e un ambiente propizio per lo scambio di idee con i dipartimenti chiave, come la Concorrenza e il Servizio giuridico. La Comunità economica europea creata dal Trattato di Roma non era stata concepita come un mercato da far west, e aveva dato vita a una politica agricola comune fortemente sovvenzionata e regolamentata, un anatema per gli economisti liberali, tanto da spingere l’intellettuale collega di Hayek, Wilhelm Röpke, a denunciarla come come nient'altro che un miserabile "Spaakistan", prendendo di mira il fondatore belga della politica agricola. Fin dall'inizio, tuttavia, la Direzione generale per la concorrenza della Commissione era una fortezza popolata da ordo-liberali tedeschi, la cui devozione ai principi di mercato e determinazione dei prezzi, che non dovevano essere ostacolati da ingerenze improprie da parte di alcuno Stato, li rendeva naturali fautori del federalismo, come lo era stato Hayek prima della guerra. In questo campo, il servizio giuridico ha aperto la strada, fornendo alla Corte di giustizia la stragrande maggioranza dei casi su cui le sue sentenze avrebbero potuto edificare una sempre più ampia costruzione del diritto europeo al di sopra dei parlamenti nazionali. Tra il 1954 e il 1978 i dieci più frequenti ricorrenti dinanzi alla Corte hanno proposto un totale di 1381 casi: di questi, 1082 provenivano dalla Commissione o da suoi collaboratori - poco meno dell'80%. Il circuito della collusione era intessuto strettamente. Nel 1964, Hallstein poté annunciare trionfante che l'Europa aveva raggiunto "l'inizio di una vera e piena’unione politica’".

Un anno dopo egli venne neutralizzato e la Commissione ha impiegato altri vent'anni per ritrovare il suo dinamismo. Quando l’ha fatto, è accaduto sotto altri colori. Delors, dal passato giovanile nella confederazione sindacale cattolica francese, a tempo debito si unì al Partito socialista, e lì sostenne una "Europa sociale". Ma se c'era un conflitto tra l'aggettivo e il nome, il nome veniva prima. Come ministro delle finanze sotto Mitterrand, fu Delors che si assicurò che il programma socialista su cui Mitterrand era stato eletto e a cui aveva inizialmente dato attuazione, fosse abbandonato con la famosa inversione a U del 1983 verso l'austerità, al fine di mantenere il franco nel Sistema monetario europeo. A capo della Commissione, Delors si profondeva in dichiarazioni sulla necessità di solidarietà sociale e verso la fine assicurò i fondi di coesione per aiutare le regioni più svantagiate della Comunità. I suoi principali risultati, tuttavia, furono l'approvazione dell'Atto unico europeo - elaborato durante il suo incarico da un emissario della Thatcher – che unificava e deregolamentava i mercati in tutta la Comunità e preparava l'Unione monetaria che sarebbe divenuta il fulcro del Trattato di Maastricht. Nella sua mente, queste erano le necessarie premesse per una solidarietà sociale a livello europeo. Non solo erano economicamente efficienti di per sé, capaci di promuovere una crescita che alla fine sarebbe stata di vantaggio per tutti; senza di esse, i governi non si sarebbero persuasi della necessità di redistribuire la ricchezza tra classi e regioni, aspetto essenziale per un'Europa che volesse ottenere la piena adesione dei suoi cittadini. Figura molto più carismatica e autorevole di Hallstein, uomo politico che trattava alla pari con tutti i leader nazionali dell'epoca, Delors li condusse alla moneta unica, ma non riuscì a raggiungere quegli obiettivi sociali che con essa pensava di poter conquistare. Tutti i governi, tranne Gran Bretagna e Danimarca, aderirono al primo, l'Atto unico. Pochi erano convinti del secondo. Delors fece inserire nel Trattato di Maastricht i fondi di coesione - aiuti per regioni svantaggiate, non per classi - ma queste erano solo le briciole della solidarietà, non il piatto forte: rispetto all'impatto successivo della moneta unica, poco più che l'elemosina di un ente di beneficenza.

Barroso, insediatosi quattro anni prima della crisi finanziaria globale del 2008 ed uscito alla fine del 2014, poco prima che Syriza andasse al governo, è stato il secondo primo ministro in carica di uno stato membro a diventare presidente della Commissione. Un politico della destra portoghese, noto in precedenza soprattutto per aver ospitato il vertice delle Azzorre, cui parteciparono Bush, Blair e Aznar, durante il quale fu lanciata la guerra in Iraq. La sua nomina a Bruxelles l'anno successivo dimostrò quanto fosse vuota l'opposizione nominale di Francia e Germania all'Operazione Iraqi Freedom. Messaggero dell'austerità nel suo stesso paese, il suo mandato ha segnato l'apogeo della spinta neoliberista che seguì l'introduzione della moneta unica, con la promulgazione della direttiva Bolkestein sui servizi del 2004 e la firma del trattato di Lisbona nel 2010. Benché personalmente fosse ambizioso e tenesse al suo ruolo come Hallstein o Delors, le idee che egli rappresentava erano saggezza convenzionale nel nuovo secolo, dato che sin da Maastricht il potere del Consiglio europeo era cresciuto in modo significativo a spese della Commissione, e durante il secondo mandato di Barroso il Consiglio europeo ebbe come suo presidente Van Rompuy, suo rivale davanti alle luci della ribalta con cui i suoi rapporti non furono mai buoni. Il suo mandato è stato meno significativo di quello dei suoi predecessori.

Oggi, 27 commissari, uno per Stato membro, con un portafoglio per ciascuno - naturalmente, di importanza molto diversa, dove la Concorrenza da tempo rappresenta il primo premio - formalmente godono dello stesso status del presidente, attualmente il politico della CDU Ursula von der Leyen. In realtà, come ha sottolineato nel 2012 l'ex direttore generale del Servizio giuridico, il tuttofare di Bruxelles Jean-Claude Piris (22 anni in sella), poiché ciò significherebbe che i quattordici commissari dei paesi più piccoli dell'Unione, che rappresentano solo il 12,65% della popolazione complessiva, potrebbero facilmente battere coi voti i sei commissari dei paesi più grandi, che rappresentano il 70% della sua popolazione, le decisioni sono sempre prese per  “consenso'', ovvero dietro una facciata di unanimità, sotto l'impulso o il veto dei sei stati principali. Allo stesso modo, il presidente della Commissione, responsabile dei rapporti con i capi di governo degli Stati membri, normalmente conferisce soltanto con quelli di quel gruppo selezionato, o forse solo col vertice di Berlino e Parigi: fare altrimenti ‘richiederebbe troppo tempo'. Così composta, la Commissione è formalmente investita del monopolio dell'iniziativa legislativa per l'Unione, ma qui la realtà è diversa: più di due terzi delle sue proposte sono ora elaborate insieme ai rappresentanti degli Stati membri nel fitto sottobosco di Bruxelles - in cui il COREPER,  che riunisce i rappresentanti permanenti degli Stati nell'UE, occupa un posto d'onore - e poi sono automaticamente approvate dal competente Consiglio dei ministri quando gli vengono trasmesse.

Sotto i commissari, nominati per cinque anni, si trova la burocrazia permanente dell'UE, composta da circa 33.000 persone: gli “eurocrati'', come definiti dall'Economist nel 1961, espressione poi divulgata senza intenti peggiorativi da un libro di Altiero Spinelli nel 1966. Nelle sue alte sfere, dove si trovano i capi e gli assistenti delle 32 direzioni generali della Commissione, fino alla metà degli anni '80 le assunzioni sono state fortemente orientate verso funzionari con un background giuridico; sotto di loro, nel corpo dell'amministrazione, era incoraggiato un orientamento umanistico generale, con un Master in studi europei, preferibilmente del Collegio d'Europa a Bruges. Successivamente, e con il successivo allargamento dell'Unione a est, il modello è cambiato. Sotto Romano Prodi (presidenza 1999-2004), il compito di modernizzare il sistema di retribuzione e reclutamento è stato affidato a Neil Kinnock, portando a Bruxelles la lieta novella del New Labour, con esiti prevedibili. Nel 2014, i due terzi dei direttori generali erano formati in economia, con stipendi proporzionalmente più alti per competere con il settore privato; più in basso, in nome della democratizzazione delle future assunzioni, la conoscenza delle lingue straniere o di qualsiasi cultura generale come requisito si è persa, lasciando il posto ai Master in Business Administration.

Per gli osservatori del percorso dell'UE a partire da Maastricht, tali cambiamenti potrebbero essere abbastanza logici - i neoliberisti venivano neoliberalizzati - ma non furono apprezzati da molti di coloro che li subirono, la loro origine anglosassone gettava sale sulle ferite post-Brexit. "Dopo aver spezzato l'Europa dall'interno per anni, la stanno spezzando dall'esterno distruggendone la legittimità politica", dice uno di loro citando Didier Georgakakis. Un altro, con meno rabbia: 'È folle se ci pensi. Se ne escono dopo averci imposto il loro modello amministrativo?" Ancora un altro:"Il nuovo modello è quello di Procter & Gamble". L'ascesa di Barroso, dalla presidenza della Commissione a presidente della divisione internazionale di Goldman Sachs, è stata una naturale conseguenza di queste riforme. Ma il cambiamento delle prospettive e dei costumi nella Commissione deve essere compresa anche nel suo contesto. Ci sono ora circa 30.000 lobbisti registrati a Bruxelles. Più del doppio del numero di lobbisti che infesta Washington, stimato a soli 12.000. A Bruxelles, il 63% sono lobbisti aziendali e consulenti, il 26% provengono da ONG, il 7% da think tank e il 5% da municipalità. Che l'esecutivo europeo possa resistere al contagio dei vapori di questa palude non è plausibile.

Dopo Delors, la Commissione ha dovuto fare il secondo violino rispetto al Consiglio europeo, che difficilmente nominerà di nuovo alla sua guida una figura di tale statura politica. Il sospetto popolare contemporaneo che considera la Commissione il demiurgo burocratico dell'Unione è in questo senso fuori luogo. Ma rimane un potere considerevole all'interno del complesso meccanismo dell'UE, in ragione di tre attributi ad esso peculiari. Il primo è semplicemente la sua dimensione, come corpo di funzionari permanenti, in confronto a quella di qualsiasi altra istituzione dell'Unione, e la roccaforte inespugnabile del suo funzionamento: 34 diverse "procedure" che nessun laico è in grado di comprendere. Il secondo sta nella incredibile vastità del regolamento, che brandisce come uno strumento di potere all'interno dell'Unione: l'acquis comunitario, impenetrabile per i suoi cittadini, ma inevitabile per i suoi stati, che costituisce il mezzo principale della Gleichschaltung dell'Europa orientale alle norme dell'UE, su cui presiedevano i commissari come proconsoli di Bruxelles. Originariamente messo insieme come una codificazione dei regolamenti CEE a cui il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda avrebbero dovuto adeguarsi all'ingresso nella Comunità nel 1973, quando era già arrivato a 2800 pagine, l'acquis ora arriva a 90.000 pagine, il più lungo e il più formidabile monumento scritto dell'espansione burocratica nella storia umana (il famigerato codice fiscale degli Stati Uniti è un mero documento di 6500 pagine). L'identificazione eccessiva della conoscenza con il potere di Foucault qui trova la sua incarnazione letterale.

"Questa attrezzatura tecnica e cognitiva", scrive Vauchez, citando Joseph Weiler, non è solo lo strumento che ufficialmente definisce e autentica quell '"Europa" a cui i candidati chiedono di aderire nelle fasi di allargamento; essa si inserisce anche nelle operazioni più ordinarie dell'UE, trasformandosi nel “sistema operativo costituzionale dell'Europa ... assiomatico, fuori discussione, aldilà di ogni dibattito, come le regole del discorso democratico, o anche le stesse regole della razionalità, che sembrano condizionare il dibattito ma non farne parte”.

Né, ovviamente, è istituzionalmente neutro.

Poiché formalizza una figura stabile dell'Europa (le sue fondamenta, le sue missioni) e dei suoi oggetti di valore (il suo corpo legislativo), l'acquis individua implicitamente la capacità e la responsabilità di una “guida razionale'' degli affari europei in particolari istituzioni (qui: la Commissione e la Corte) e gruppi professionali (legali e funzionari dell'UE), espropriandone altri (qui: Stati membri, corti costituzionali, diplomatici nazionali, burocrati, ecc.).

Allo stesso tempo, insieme all'acquis come strumento disciplinare, la Commissione possiede uno strumento di potere capace di ammorbidire le posizioni, che consiste nella ripartizione e nell'erogazione dei suoi fondi di coesione, l'annona della strategia romana di van Middelaar per assicurarsi i clienti. Questi costituiscono una fonte significativa di clientela, un mezzo per indurre all’obbedienza o premiare la lealtà, la cui promessa potrebbe essere fondamentale per conquistare le élite locali alla volontà dell'Unione, dato che le condizioni possono anche essere mitigate laddove la politica richieda di trascurare la corruzione nell'interesse dell’inclusione ideologica, come in Romania e altri paesi candidati all'adesione. Poco notato all'epoca, l'allargamento geografico dell'Unione ad est ha prodotto anche il più grande allargamento operativo della Commissione dai tempi di Hallstein, che si è fatto carico del compito. Che alcuni dei suoi frutti siano diventati da allora delle spine nel fianco, poiché gli stati più avanzati dell'Europa orientale, una volta che le loro élite si sono sentite al sicuro all'interno dell'Unione, sono diventati meno sottomessi, è un'altra delle conseguenze non intenzionali, o contro-finalità, che sono state tante nella storia dell'integrazione.

02/01/21

Verso una unione sempre più stretta? Prima parte - La Corte di Giustizia europea


Perry Anderson, storico accademico e saggista britannico, sulla London  Review of Books propone una distaccata e lucida analisi delle istituzioni europee sin dalle loro origini, molto distante dal dilagante e superficiale conformismo del politicamente corretto, dalla quale emerge che tra i principali protagonisti dell'integrazione europea furono accolti con tutti gli onori importanti esponenti del partito nazionalsocialista tedesco o personalità ad esso vicine.  All'interno delle diverse istituzioni europee  essi continuarono a perseguire, pur in forme nuove e diverse,  quel disegno di unificazione dell'Europa sotto l'egemonia tedesca già tentato durante il terzo Reich.  In questa prima parte si prende in esame l'azione di uno degli organi più decisivi e meno trasparenti dell'Unione europea, la Corte di Giustizia. 

Qui la seconda parte sulla Commissione europea 

Qui la terza parte su Parlamento, Banca centrale e Consiglio europeo

di Perry Anderson, 

London Review of  Books, gennaio 2021

Quantitivamente parlando, lo spostamento del centro di gravità del lavoro sull'UE dall'America alla stessa Europa è stato il prodotto di un'industria accademica ormai vasta: circa cinquecento cattedre Jean Monnet sono attualmente presenti in tutta l'Unione. In mezzo a un mare di conformismo, è emerso un gruppo di pensatori le cui opere rappresentano un progresso qualitativo nella comprensione critica dell'Unione. Animati da un'indipendenza di spirito più vicina ad intellettuali "tradizionali" come Gramsci, che non alla variante "organica" rappresentata da Luuk van Middelaar, costoro non si trovano a coprire incarichi nelle posizioni ufficiali; non formano una scuola di pensiero collettiva; e sono di diversa estrazione nazionale e generazionale. Un breve elenco includerebbe Giandomenico Majone (Italia), teorico della amministrazione pubblica; i giuristi Dieter Grimm (Germania) e Thomas Horsley (Gran Bretagna); i sociologi Claus Offe e Wolfgang Streeck (Germania); gli scienziati politici Christopher Bickerton (Gran Bretagna), Morten Rasmussen (Danimarca) e Antoine Vauchez (Francia); gli storici Kiran Klaus Patel (Germania) e Vera Fritz (Lussemburgo). Nel lavoro di questi e altri studiosi, le dinamiche dell'integrazione europea emergono in una luce più fredda e più indagatrice rispetto ai panegirici di van Middelaar, rivelando ciò che questi omettono e scrutandone i contenuti con una lente più precisa.

L'Unione, come la conosciamo oggi, è una organizzazione complessa composta da cinque istituzioni principali: la Commissione europea, la Corte di giustizia europea, il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e la Banca centrale europea. Si può iniziare l’analisi prendendo in considerazione l’espressione che convenzionalmente definisce la storia del suo sviluppo, "integrazione europea". Questa espressione, come ha mostrato Patel, proviene dall’America ed è stata adottata per evitare un altro termine troppo caratterizzato dagli scopi tattici della politica degli anni '50.  La parola che ha sostituito era "federazione", termine rifiutato dai governi e dai centri di interessi esistenti allora, anche se sostenuto con ardore da una piccola ma impegnata minoranza di attivisti. Per i governi e per i loro simpatizzanti accademici, "integrazione" era un termine più neutro per indicare il progresso verso un ideale, per il momento, mantenuto in pectore. In nessun campo è stato più utile che nel lavoro della Corte di giustizia, che è stata, come sottolinea van Middelaar, la prima promotrice del "passaggio all'Europa" dopo il Trattato di Roma.

Oggi la Corte resta, tra tutte le istituzioni dell'Unione, la più nascosta al pubblico. Situata con discrezione in Lussemburgo, non esattamente un crocevia europeo, e composta da giudici nominati - uno per paese - dagli Stati membri, i suoi procedimenti sono nascosti agli occhi del pubblico; le sue decisioni non consentono la menzione dell’opinione dissenziente; i suoi archivi garantiscono un accesso minimo ai ricercatori. Nel suo modus operandi, la Corte di giustizia europea è l'antitesi della Corte Suprema degli Stati Uniti, i cui emolumenti supera largamente - il suo presidente riceve uno stipendio di 400.000 dollari, oltre a molte indennità; il presidente della Corte suprema a Washington un misero stipendio di $ 277.000. Le sue origini risalgono alla prima fase dell’integrazione: la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) nata dal Piano Schuman era stata dotata di una Corte di Giustizia, poi estesa alla Comunità Economica Europea istituita dal Trattato di Roma cinque anni dopo, e poi all'Unione europea creata a Maastricht.

Grazie al lavoro pionieristico di una giovane storica lussemburghese, Vera Fritz, abbiamo ora uno studio accademico dettagliato sulla composizione della Corte nei primi vent'anni della sua esistenza. Le sue scoperte sono illuminanti. C'erano sette giudici fondatori e due avvocati generali. Chi erano? Il presidente del tribunale, l’italiano Massimo Pilotti, era stato vice segretario generale della Società delle Nazioni negli anni '30. Lì aveva operato come longa manus del regime fascista di Roma, consigliando a Mussolini quali contromisure adottare per proteggere l'Italia dalla condanna della Società delle Nazioni per i suoi interventi in Etiopia. Dimessosi dal suo incarico nel 1937, Pilotti prese parte ai festeggiamenti a Genova per la conquista dell'Etiopia; e durante la seconda guerra mondiale diresse l'Alta corte di Lubiana occupata dopo l'annessione della Slovenia all'Italia, dove la resistenza fu debellata con deportazioni di massa, campi di concentramento e repressione militare e poliziesca. Il giudice tedesco della corte, Otto Riese, era un nazista così devoto che senza alcuna costrizione - trascorse la guerra come accademico in Svizzera - mantenne la sua appartenenza al Partito nazionalsocialista fino al 1945. Il suo connazionale Karl Roemer, avvocato generale della corte, trascorse la guerra nella Parigi occupata gestendo società e banche francesi per il Terzo Reich; dopo la guerra, sposò la nipote di Adenauer, e agì come avvocato difensore delle Waffen SS imputate del massacro degli occupanti del villaggio francese di Oradour. L'altro avvocato generale, Maurice Lagrange, era stato un alto funzionario del governo di Vichy, pienamente impegnato nell'ideologia di una "rivoluzione nazionale" al fine di spazzare via l'eredità della Terza Repubblica. Agendo come uomo di collegamento tra l'apparato giudiziario del Conseil d'Etat e l'apparato politico del Consiglio dei ministri, Lagrange fu incaricato di coordinare la prima ondata di persecuzioni degli ebrei francesi. Quando Laval prese le redini di Vichy nel 1942, trasferendo Lagrange al Conseil d'État, Pétain lo ringraziò per la sua "rara abnegazione'' verso la funzione legislativa e amministrativa del regime, e Lagrange rispose "per me è stato un grande privilegio essere così strettamente coinvolto nell’opera di rinnovamento nazionale da lei intrapresa per la salvezza del nostro paese. Sono convinto che ogni francese possa e debba prendere parte a quest’opera." Dopo la guerra fu scelto dagli americani per aiutare a democratizzare la pubblica amministrazione in Germania e da Monnet per contribuire alla stesura del trattato che istituisce la Comunità del carbone e dell'acciaio.

Il fatto che personaggi come questi diventassero figure di spicco della prima Corte di giustizia europea rifletteva, naturalmente, la serrata dei ranghi della politica dopo l'inizio della Guerra Fredda, quando ciò che contava non erano i misfatti del passato fascista quanto la minaccia del presente comunista. Erano tempi in cui l'ultimo comandante della divisione Charlemagne delle SS, che aveva combattuto fino all'ultimo per difendere Hitler nel suo bunker, è potuto emergere come scelta migliore per il Premio Robert Schuman per i servizi all'unità europea.  Perché non avrebbe dovuto, anche la giustizia europea, dimenticare il passato e metterci una pietra sopra? Più in generale, le nomine al tribunale avevano poco o nulla a che fare con i titoli in campo giuridico. Quasi tutti erano politici. Il giudice belga era una figura di spicco del partito cattolico del suo paese; uno dei giudici olandesi era il fratello di un ministro degli esteri prebellico; il giudice francese, Jacques Rueff, ex vicegovernatore della Banque de France, era stato uno dei fondatori del Centre National des Indépendants et Paysans; un sindacalista cattolico dei Paesi Bassi e un magistrato socialista del Lussemburgo completavano l’organico.

Tra gli altri componenti della Corte vi erano uno dei fondatore dell'Unione Democratica Cristiana (CDU) a Berlino, in seguito deputato del partito al Bundestag; il figlio di un leader del Partito Anti-Rivoluzionario (Calvinista) nei Paesi Bassi; un ex assistente di Dino Grandi, ministro della giustizia del Duce e fratello dell'allora ministro delle finanze italiano; un co-fondatore del Partito sociale cristiano in Belgio; un ex nazista e sostenitore delle SA (annata 1933), poi entrato nel partito socialdemocratico tedesco; un funzionario di lunga data nella colonizzazione italiana di Rodi; un ex capo di gabinetto del governatore civile e militare dell'Algeria. La "giustizia all'europea" non è mai stata bendata: aveva gli occhi ben aperti, con una benda colorata sul capo, coi colori dei partiti dell'establishment dell'epoca.

La seconda ondata di nominati includeva anche un personaggio che, nelle parole di un ammiratore, era l'equivalente europeo di John Marshall, il patriarca della Corte suprema degli Stati Uniti, responsabile di garantire la autorità della corte in tutto il paese. Robert Lecourt era un politico di spicco della versione francese dei partiti cristiano-democratici di Italia e Germania, il Mouvement Républicain Populaire (MRP), che ha fatto parte di ogni governo della Quarta Repubblica, nel secondo e nel penultimo dei quali Lecourt occupava anche la poltrona di primo ministro. La differenza più significativa tra il MRP e i suoi equivalenti a Roma e Bonn era che la Francia possedeva un grande impero coloniale, di cui il partito era zelante difensore, molto risoluto nel portare avanti le guerre del paese in Indocina e Algeria. Entrando a far parte nel 1958 del governo De Gaulle, durante la Quinta Repubblica,  il MRP uscì dalla coalizione in seguito all'annuncio di un referendum sull'autodeterminazione dell’Algeria. Il leader di lunga data del partito, Georges Bidault, fece parte dell'OAS paramilitare che promosse la resistenza armata contro de Gaulle in nome dell'Algérie française e per poco non riuscì ad assassinarlo, mentre i suoi colleghi del partito si piegavano a De Gaulle. Lecourt, che come Bidault e altri membri del partito erano stati attivi nella Resistenza, aveva un dottorato in legge ed era stato ministro della giustizia nel 1948, 1949 e 1957. Sotto de Gaulle, aveva avuto l’incarico per le colonie francesi in Africa e altrove. Nel maggio 1962 fu nominato alla Corte di giustizia europea.

Lecourt arrivò in Lussemburgo con un particolare insieme di appartenenze e convinzioni. Oltre al suo ruolo di deputato e ministro per l'MRP, era stato attivista dalla fine degli anni Quaranta nelle Nouvelles Équipes Internationales (NEI), l'internazionale non dichiarata della Democrazia Cristiana in Europa, partecipando a congressi annuali dedicati a temi come la ``fermezza della Democrazia cristiana di fronte alla crisi del comunismo”, e diventando in seguito capo della sezione francese. Continuò senza remore a dirigerla durante il congresso NEI del 1962 a Vienna, già dopo la sua nomina alla Corte di giustizia. Il NEI era a favore dell'unità europea, e Lecourt era egli stesso un membro del Comitato di azione di Monnet per gli Stati Uniti d'Europa, costituito nel 1955. Era un ardente federalista.

Con queste premesse, l'arrivo di Lecourt in Lussemburgo non avrebbe potuto essere più felicemente programmato. Perché sui registri della Corte giaceva il caso che avrebbe prodotto la sua prima decisione storica, Van Gend en Loos, una causa intentata da una piccola azienda di trasporti contro il governo olandese per aver imposto un dazio doganale sulla sua importazione di una vernice collante dalla Germania occidentale. In apparenza, una controversia di minore importanza. Nell'ombra, tuttavia, potenti forze si erano raccolte intorno ad essa. Una era la Commissione europea a Bruxelles. Là, a capo del suo servizio giuridico, c'era il francese Michel Gaudet. Già quando lavorava nella stessa veste per la CECA, prima del Trattato di Roma, era determinato a garantire che la futura Corte di giustizia europea non fosse un tribunale internazionale secondo linee convenzionali, ma una corte suprema federale sul modello americano. Nel 1957,  in una sua corrispondenza con Donald Swatland, un avvocato di Wall Street che era stato collaboratore di Monnet in tempo di guerra, Gaudet spiegava che "le idee federali sono ancora molto nuove nell'Europa continentale" e cercava una guida per promuoverle. Sviluppò anche uno stretto rapporto con lo studioso di diritto americano Eric Stein, la prima persona al mondo a salutarlo come promettente futuro giudice della corte lussemburghese. Nel 1959 Stein invitò Gaudet per un viaggio di sei settimane negli Stati Uniti per conoscere in prima persona il federalismo. In cambio, mentre nel 1962 Stein era in anno sabbatico, Gaudet lo inserì negli uffici del Servizio giuridico con una scrivania tutta sua, invitandolo a partecipare a riunioni informative con gli avvocati che preparavano per la Commissione il caso Van Gend en Loos presso la Corte di giustizia delle Comunità europee. Stein, fautore di una serie di assiomi fondamentali per un ordine costituzionale in Europa, potrebbe essere considerato un fanatico transatlantico del federalismo per il Vecchio Mondo.

Nel frattempo, in ciascuno dei paesi dei Sei erano sorte associazioni di giuristi impegnati a promuovere il diritto europeo, di cui la tedesca Wissenschaftliche Gesellschaft für Europarecht (WGE) era la più grande e importante, seguita dall'Association Française des Juristes Européens. In stretto contatto con queste organizzazioni, la Commissione fornì sostegno finanziario alle loro riunioni e nel 1961 Gaudet creò un gruppo di coordinamento, la Fédération Internationale pour le Droit Européen (FIDE), con l'obiettivo esplicito di facilitare gli scambi oltre confine tra politici, burocratici e accademici. Nelle parole del suo primo presidente, la FIDE agiva come "un esercito privato delle comunità europee". "In Europa intorno al 1950", ha ricordato un membro della sua filiale tedesca, "l'idea dell'unificazione europea era capace di suscitare un entusiasmo quasi religioso tra i giovani avvocati. Noi credevamo negli Stati Uniti d'Europa." La sezione olandese della FIDE era particolarmente attiva. Uno dei suoi membri agì come consulente legale per il caso Van Gend en Loos e si può supporre con una certa sicurezza che il caso sia stato avviato da questa lobby. Comunque sia, sostenuta dalla Commissione, ha trovato il relatore giusto in Lussemburgo, dove Lecourt, giunto in fretta e furia da Parigi, scrisse lo storico verdetto di ribaltamento di una legge nazionale.

Un anno dopo, nel 1964, arrivò il secondo atto decisivo. In Italia, due avvocati ritenutisi offesi per la nazionalizzazione dell'industria elettrica, sollevarono una questione di costituzionalità sull’emissione di una bolletta di 1925 lire. Quando la Corte costituzionale italiana stabilì che la nazionalizzazione non era costituzionalmente illegittima e non poteva essere impugnata con riferimento al Trattato di Roma, in quanto approvata successivamente ad esso, essi fecero ricorso alla Corte europea. Due settimane dopo che il suo avvocato generale aveva sostenuto che il tribunale italiano non poteva essere ignorato, sebbene dovesse essere incoraggiato a trovare le modalità per integrare il diritto europeo nel diritto nazionale, la WGE tenne una riunione in Assia alla quale erano presenti tre giudici della Corte di giustizia. Lì, ha ricordato un partecipante, si sedettero con grande imbarazzo ad ascoltare una delle principali autorità del WGE, Hans Peter Ipsen, che li istruiva sulla supremazia del diritto europeo sul diritto nazionale di qualsiasi stato membro. L'opinione di Ipsen avrebbe prevalso: cinque giorni dopo Lecourt emise la sentenza della Corte di giustizia europea sul caso Costa contro Enel. La pietra angolare della giustizia europea era stata posta.

Chi era Ipsen? Un giurista di Amburgo entrato a far parte della SA nel 1933 e del Partito Nazionalsocialista Tedesco nel 1937, diventando professore ordinario all'età di 32 anni sulla base di un dottorato da cui scaturì un libro successivamente pubblicato dal titolo Politik und Justiz, che trattava di "atti sovrani" dallo Stato che in quanto tali non dovevano essere sottoposti a considerazioni di giustizia. Esaltandone la versione tedesca, basata sul 'Führergewalt' del potere nazista - che aveva trovato espressione dal 1933 con arresti, epurazioni, espropri, e la abolizione dei sindacati - in quanto superiore alla precedente legislazione meramente 'governativa' in Francia, e alla variante fascista italiana, che si basava sull'autorità legislativa in un sistema di divisione dei poteri, il libro aveva comprensibilmente attirato l'interesse della Cancelleria centrale del partito nazista. Durante la guerra, Ipsen prestò servizio come commissario di Hitler, occupandosi delle università del Belgio occupato. Lì nel 1943 esaltava "l'amministrazione esterna" del Terzo Reich, che ora copriva Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Francia, Ucraina, Stati baltici, governo generale della Polonia, aree occupate di Serbia e Grecia, per non parlare dell'Alsazia, della Lorena, del Lussemburgo, della Stiria meridionale e dei protettorati di Boemia e Moravia - un'area che comprende circa 2.865.000 chilometri quadrati e 154 milioni di abitanti, oltre ai quasi 700.000 chilometri quadrati e 90 milioni di abitanti dell'ampliato 'Reich interno', e ammontava in tutto al 46 per cento della popolazione del continente. Queste terre costituivano la promessa di una futura Grossraumordnung dell'Europa sotto il comando nazista. Prima che la guerra finisse, Ipsen divenne preside della facoltà di giurisprudenza presso l'Università di Amburgo e consigliere del Ministero della giustizia a Berlino. Nel 1945 fu privato per breve tempo dell’incarico, ma presto lo recuperò. Con una carriera nazista superiore alla media, nel dopoguerra fu ricoperto di onori divenendo il decano del diritto europeo, autore nel 1972 di una monumentale summa sull’argomento.  

Nel 1967 Lecourt divenne presidente della Corte. In questa posizione, corteggiava i giudici nazionali con regolari inviti a imparare dal Lussemburgo: una sistematica "campagna di seduzione" assortita con champagne brunch, volta a disarmare la resistenza alla supremazia rivendicata dalla Corte. Alla fine del suo mandato, circa 2500 magistrati di tutti gli Stati membri avevano goduto della sua ospitalità. Nella direzione opposta, i giudici della corte erano incoraggiati a fare visite cerimoniali ai governi della Comunità, dove solitamente venivano ricevuti, con le parole di un assistente, "come imperatori". Poiché molti di loro provenivano da ambienti politici, o erano rampolli di dinastie familiari ben posizionate, potevano prendere queste visite come opportunità per scambi di notizie e opinioni di tipo informale, oliando gli ingranaggi della presenza e dell'influenza della Corte di giustizia. Lecourt, con una lunga esperienza di giornalismo e politica, incoraggiò anche i suoi colleghi a tenere conferenze e scrivere articoli per diffondere la lieta parola della corte, cosa di cui dava egli stesso un energico esempio.

Dal 1967 in poi gli succedette nell’incarico Pierre Pescatore, altra nomina familista, cognato del primo ministro del Lussemburgo e schietto e prolifico campione del federalismo, anche più di Lecourt - le sue opinioni legali, nelle parole di un testimone, funzionavano come "truppe d'assalto" dell'avanzata sovranazionale. Insieme hanno spinto in avanti la giustizia europea in quella che in seguito sarebbe stata considerata la sua epoca eroica: un audace giudizio dopo l'altro che suggellavano l'autorità della corte su sempre nuovi aspetti della vita della Comunità. Il bilancio di Lecourt come presidente, ha dichiarato Pescatore dopo che il suo capo si era ritirato, è stato nientemeno che "un miracolo giurisprudenziale". Il  contributo di Pescatore è stato quello di sostenere ancora più saldamente una lettura "teleologica", piuttosto che semplicemente letterale, del Trattato di Roma. Qualunque cosa dicessero o meno le sue clausole, esso era ispirato dagli ideali insiti nelle "tradizioni liberali e democratiche comuni dei popoli dell'Europa occidentale", e questi avrebbero acquisito forza giuridica. Dopo che Lecourt se ne fu andato, fu Pescatore a emettere l'ultima cruciale sentenza della corte come motore dell'unità europea, il verdetto di livellamento del mercato di Cassis de Dijon nel 1979, stabilendo che qualsiasi prodotto legalmente in vendita in un paese della Comunità era vendibile in qualsiasi altro. La strategia di Lecourt era sempre stata quella di muoversi gradualmente, evitando qualsiasi sfacciata provocazione dei governi nazionali, distogliendo la loro attenzione da importanti dichiarazioni giuridiche collegandole a questioni di importanza commerciale apparentemente minima. In questo caso, la merce era un liquore al ribes nero.

Dopo Cassis de Dijon, l'iniziativa strategica passò al Consiglio europeo, che aveva gradualmente preso forma dopo la sua creazione da parte di Giscard d'Estaing, a metà degli anni '70, e alla Commissione, passata sotto la direzione di Jacques Delors, a metà degli anni '80. La Corte gestiva un numero crescente di casi e il suo attivismo giudiziario non diminuiva. Ma ora rafforzava, piuttosto che guidare, la svolta hayekiana della Comunità, che si era già concretizzata nell'Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987.  Nel nuovo secolo, con l'arrivo in Lussemburgo dall'Europa orientale di nuovi membri convertiti ai principi del libero mercato, ha poi goduto di una dose extra di adrenalina neoliberista, che portò a due sentenze - Viking e Laval del 2007, che contrapponevano i corsari baltici ai sindacati nordici - che minarono i diritti dei lavoratori. Si trattava di un allontanamento dai precetti tattici di Lecourt, in quanto si suscitava un'attenzione sfavorevole da parte dell’opione pubblica del tipo che la corte aveva sempre cercato di evitare, ma non seguirono ulteriori passi evidenti. Dopo Maastricht un compito importante sarebbe ancora spettato alla corte, ma di carattere diverso. La sua opera pionieristica - celebrata da van Middelaar come il colpo di stato su cui si fonda essenzialmente l'Unione di oggi - era stata compiuta.

Di quale compito si trattava? I due giuristi che l'hanno enunciato con la massima chiarezza sono Dieter Grimm, per dodici anni giudice della corte costituzionale tedesca, e Thomas Horsley, di due generazioni più giovane, docente senior all'Università di Liverpool. Le decisioni della Corte negli anni '60, ha osservato Grimm, erano "rivoluzionarie, perché i principi che annunciavano non erano concordati nei trattati'' che avevano creato la CECA e la CEE, e  "quasi certamente non sarebbero stati concordati se le questioni fossero state sollevate"'. La Corte era un tribunale con un'agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori, non considerandosi "né come il guardiano dei diritti degli Stati firmatari, né come un arbitro neutrale tra gli Stati e la Comunità, ma piuttosto comela forza trainante dell'integrazione". La sua affermazione della supremazia della Comunità sulle leggi nazionali, per non parlare delle leggi costituzionali, osserva Horsley, non aveva alcun fondamento nel Trattato di Roma, che le concedeva solo diritti di controllo giurisdizionale "rispetto agli atti delle istituzioni dell'Unione, non rispetto agli atti degli stati membri". "Eppure, in effetti, questo è esattamente quello che ora la corte intraprende regolarmente", procedendo come se "il quadro del trattato, pietra miliare della costituzionalità interna di tutta l'attività istituzionale dell'UE, non abbia mai effettivamente significato ciò invece vi è chiaramente affermato" .

Ma c'è qualcosa di particolarmente insolito in questo? L'interpretazione creativa delle leggi da parte dei giudici non è abituale quasi quanto l’interpretazione creativa delle cifre da parte dei contabili? Da un punto di vista alternativo e meno cinico, non è il risultato ciò che conta? Ankersmit o van Middelaar lo vedrebbero come un esempio del carattere sublime dell’opera giuridica. Senza andare così lontano, è ragionevole chiedersi cosa c'è che non va nel risultato. La risposta sta a livello sia dei principi che delle conseguenze. Per quanto riguarda i principi, Horsley apre il suo studio con la seguente grave affermazione: “Tra le istituzioni dell'UE, la Corte resta un attore unico nel processo di integrazione. È l'unica istituzione dell'Unione le cui attività non sono regolarmente sottoposte a controllo (dalla stessa istituzione o da altri) sul rispetto dei trattati dell'UE.  Tuttavia il quadro del trattato non fornisce alcuna base per giustificare la differenziazione tra la Corte e le altre istituzioni riguardo al rispetto delle regole. La Corte è formalmente designata come istituzione dell'Unione ai sensi dell'articolo 13 TUE. In quanto tale, insieme alle istituzioni politiche dell'Unione, è irrefutabilmente soggetta al rispetto dei trattati dell'UE.'' Ma una volta che la Corte, dal momento del colpo di stato, si era autorizzata da sé stessa ad essere custode di una costituzione, cosa che non aveva alcun fondamento nei trattati, ma presumibilmente corrispondeva al loro "scopo ultimo", quale altra istituzione avrebbe potuto richiamarla all’ordine? La sua auto-convalida circolare escludeva qualsiasi sfida del genere.

La Corte divenne così non solo un'istituzione unica all'interno della Comunità, ma unica tra le corti supreme o costituzionali, dotata di poteri che non hanno mai avuto pari in nessuna democrazia. In tutti gli altri casi, le sentenze di tali tribunali sono soggette a modifica o abrogazione da parte di legislatori eletti. Quelle della Corte di giustizia non lo sono. Sono irreversibili. A parte la modifica dei trattati stessi, che richiede l'accordo unanime di tutti gli Stati membri, "che, come tutti sanno, è del tutto fuori questione", come scrive Grimm, non si può ricorrere contro le sentenze della CGUE. Non sono scolpite nella pietra, ma nel granito, e hanno un effetto tutt'altro che neutro. Scritte in "un linguaggio tecnico spesso opaco", le decisioni della corte spesso mascherano questioni altamente politiche in modo apolitico; cadono “al di sotto della soglia dell'attenzione pubblica”, rendendo i loro effetti difficili da percepire ex ante; ma se successivamente dovessero essere contestate, vengono considerate come fatti compiuti per i quali ai cittadini viene detto che è troppo tardi per fare qualcosa - "ora non c'è alternativa". Poiché queste sentenze hanno forza costituzionale, gran parte di quella che sarebbe la legislazione ordinaria a livello nazionale è stata integrata nelle versioni successive del Trattato di Roma originale – Maastricht, Amsterdam, Nizza, Lisbona - risultando in documenti di tale "epica lunghezza'' che il commissario irlandese dell'UE ha dichiarato, a proposito dell'ultima versione, che “nessuna persona sana e ragionevole'' poteva leggerla, e il suo stesso primo ministro ha ammesso, dopo averlo firmato, di non averlo fatto: si tratta, in effetti, di enormi crittogrammi al di là della pazienza o della comprensione di qualsiasi pubblico democratico.

L'effetto di 'costituzionalizzare' (le virgolette sono necessarie, perché i trattati rimangono patti internazionali, non carte federali) questioni come l'ammissibilità degli aiuti di Stato alle industrie, o dei sussidi ai servizi pubblici, è di immunizzare gli ukase giudiziari contro qualsiasi esercizio ordinario della volontà popolare. Come scrive Grimm, "più forte è il contenuto sostanziale della costituzione, più stretto è il margine di manovra per la politica". Generalmente, "tutto ciò che è regolamentato nella costituzione viene rimosso dal regno del processo decisionale politico". Non è più un oggetto, ma una premessa della politica. Nell'UE  non può essere influenzato nemmeno dal risultato di un'elezione. "Il fatto che i giudici che emettono le decisioni della Corte di giustizia europea siano essi stessi non eletti è, ovviamente, pratica comune anche se non invariabile delle corti costituzionali. Ciò che non lo è, è "l'insaziabile appetito giurisdizionale" della Corte europea. Il suo attuale presidente, il belga Koen Lenaerts, ha spiegato la portata di quella fame. Nelle sue parole: "Non c'è semplicemente nessun nucleo fondamentale di sovranità che gli Stati membri possano invocare, in quanto tale, contro la Comunità". La Corte mira a "lo stesso risultato pratico che si otterrebbe attraverso una diretta invalidazione della legge dello Stato membro'.

A tale presunzione autoesaltante non corrisponde nessuna competenza, né giudiziaria, né politica. Anche mettendo da parte il suo sistematico disprezzo per i limiti al suo campo di applicazione nei trattati, scrive Horsley, "la corte se la cava male, rispetto alle sue controparti, sulle misure classiche dell'analisi istituzionale comparativa: legittimità democratica e competenza tecnica. I suoi giudici non sono eletti, le sue deliberazioni sono segrete e, in quanto tribunale di giurisdizione generale, non gode di alcuna competenza speciale nella vasta gamma di settori politici sui quali interviene per giudicare. "Ma se non ha competenze speciali, ha avuto sin dall'inizio un particolare orientamento, una politica costante e coerente di promozione del federalismo europeo", e dopo la fine degli anni Ottanta, una decisa inclinazione sociale, che ha perseguito, secondo Grimm, con "zelo missionario". Interpretando i "divieti di discriminazione nei confronti delle società straniere in modo così ampio" che "quasi ogni normativa nazionale potrebbe essere intesa come un ostacolo all'accesso al mercato" e spingendo la "privatizzazione a prescindere dalle ragioni di affidare determinati compiti ai servizi pubblici", la Corte ha effettivamente privato gli Stati membri del "potere di determinare il confine tra settore pubblico e privato, Stato e mercato".

Tali giudizi non derivano da un punto di vista euroscettico, ma da autorità fedeli a ciò che vedono essere i risultati dell'integrazione europea. Per Grimm, ciò che è necessario per ripristinare la legittimità del processo è essenzialmente la decostituzionalizzazione delle decisioni politiche, per consentire la loro discussione da parte degli elettori e la revisione da parte dei legislatori. Horsley, dopo aver spiegato quelli che a suo avviso sono stati i benefici dell'intervento giudiziario insieme ai suoi costi, rassicura i lettori di non voler minare la Corte di giustizia, tanto meno aggiungersi alla 'denigrazione dell'Unione', ma al contrario accrescere la legittimità della sua legislazione. Eppure, se i loro resoconti sulla Corte di giustizia sono resoconti da amici della corte, non è chiaro cosa resterebbe da dire ai suoi nemici. La verità è che, secondo ogni ragionevole stima, sarebbe difficile concepire un'istituzione giudiziaria occidentale che, sin dalle sue tenebrose origini, sia stata altrettanto priva di una qualsiasi traccia di responsabilità democratica.

05/12/20

Telegraph - La Brexit impallidisce di fronte all'antropologia culturale europea e alle guerre del debito

 


Ambrose Evans Pritchard in questo suo articolo sul Telegraph del 1 Dicembre 2020 fa un confronto tra la situazione in cui è maturata la Brexit e la attuale crisi con Polonia e Ungheria.

Allora, fu proprio la rigidità dei leader europei a porre le premesse per la Brexit, quando le modeste richieste del governo inglese, di ottenere delle clausole di salvaguardia come condizione per approvare il Fiscal Compact, furono respinte e il governo inglese pose il suo veto sul Trattato.

Aggirando il veto britannico, il Fiscal Compact venne surrettiziamente imposto facendo ricorso al “metodo intergovernativo”, nel senso che il patto fu ugualmente sottoscritto, ma non come trattato europeo, che avrebbe richiesto l'unanimità, bensì come semplice trattato intergovernativo tra i paesi aderenti. La valanga di accuse e di invettive a cui fu sottoposto il governo britannico in quella occasione ebbe come risposta il referendum sulla Brexit.

Ora l’Ungheria e la Polonia, che hanno messo il veto al bilancio della UE e al Recovery Fund sulla cosiddetta “rule of law”, rischiano di subire una variante dello stesso trattamento, mentre Bruxelles sta vagliando le modalità per aggirare il veto ed escludere i due paesi dalla ripartizione dei finanziamenti.

A proposito di questo scontro nella UE, Pritchard osserva:  

"Non desidero soffermarmi sulle accuse mosse all'Ungheria e alla Polonia, se non per notare che diversi organismi non UE - l'OCSE, il Consiglio d'Europa, e altri - hanno lanciato l’allarme sulla deriva autoritaria di questi regimi. 

Ma sono assolutamente certo che questa controversia intra-UE sarebbe gestita in modo diverso se i leader ungheresi e polacchi non fossero anche euroscettici. Chi decide esattamente cosa costituisce una violazione della libertà di stampa o dell'indipendenza dei giudici?

Il francese Emmanuel Macron ha cercato di far passare una legge sorprendente che limita la copertura mediatica delle azioni di polizia, sebbene questa settimana le manifestazioni di massa e le critiche generalizzate lo abbiano costretto a fare un passo indietro. Macron non tollera le critiche e ha l'abitudine di intervenire per far censurare i commenti, anche sulla stampa anglosassone.

In un certo numero di stati dell'UE regna la corruzione, o sono collusi con la criminalità organizzata, o mancano di un'autentica democrazia. La Carta dei diritti fondamentali è applicata in modo selettivo dalla Corte europea.

Amnesty International afferma che la condanna a nove anni per sedizione di due attivisti catalani impegnati in una manifestazione di disobbedienza pacifica rappresenta un grave abuso del potere giudiziario. A loro parere la corte suprema spagnola ha legittimato la repressione politica e ha "criminalizzato atti di protesta legittimi". L'UE ha guardato dall'altra parte, perché Madrid non mette in discussione il progetto europeo.

Anche i signori che hanno trasformato Malta nel loro feudo personale hanno molto a che fare con l'omicidio del giornalista che ha denunciato i loro abusi. Nel suo sondaggio globale sulla libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere classifica diversi paesi dell'UE al di sotto della Polonia, ad esempio Grecia (65) e Bulgaria (111)."

Ricordando quel che è successo in Italia con lo scandalo del CSM e del processo a Salvini per un atto compiuto nell'esercizio dei suoi poteri, cosa che se fosse accaduta in Polonia o Ungheria avrebbe suscitato senza ombra di dubbio enorme indignazione, non possiamo che concordare su quanto osserva Pritchard in conclusione di questo argomento:  

"In breve, le violazioni dei criteri di Copenaghen dell'UE in materia di governance democratica e diritti umani sono usate come un bastone che colpisce solo coloro che resistono alle ambizioni centralizzanti di Bruxelles."

Proseguendo nelle sue argomentazioni, Pritchard commenta la seconda profonda scissione che divide la UE: la guerra del debito nord-sud, problema che ora sembra in apparente remissione, ma cova sotto la cenere pronto a esplodere non appena la BCE dovrà smettere il suo continuo acquisto titoli e torneranno in scena i vincoli di bilancio. Per Pritchard, entrambe queste profonde scissioni sono impossibili da ricomporre.

"Il divario Nord-Sud è ora peggiore che mai. Bruxelles afferma che il debito pubblico in Germania è balzato di 11 punti al 71% del PIL nell'ultimo anno, ma nel Sud è arrivato a più del doppio, raggiungendo il 116% in Francia, il 120% in Spagna, il 135% in Portogallo, il 160% in Italia e il 201% nel Grecia. Queste cifre peggioreranno quasi certamente dopo la seconda ondata di Covid.

Il Fondo monetario internazionale ha avvertito questa settimana che l'UE potrebbe dover aumentare il "sostegno alla solvibilità" per evitare una cascata di insolvenze, sottintendendo che il Recovery Fund è troppo piccolo e lento per sostenere il sistema e che i paesi ad alto debito potrebbero dover affrontare "reazioni avverse di mercato", a meno che non si metta in atto un bazooka fiscale di maggiori dimensioni.

Gli acquisti di obbligazioni da parte della Banca centrale europea spiegano l'attuale calma illusoria. Francoforte sta assorbendo i deficit del Covid e tenendo a bada i bond vigilantes. 'In definitiva, l'intero edificio dipende dalla stessa BCE, dalla sua volontà di sostenere il mercato del debito sovrano', afferma lo storico dell'economia Adam Tooze.

Ad un certo punto la BCE dovrà smettere di acquistare obbligazioni italiane, portoghesi e spagnole, perché altrimenti ci saranno ulteriori sentenze ostili da parte della Corte costituzionale tedesca e in Germania il consenso politico all'unione monetaria verrà meno. Qualsiasi scintilla di inflazione porterà la situazione a un punto critico.


Il fatto è che la zona euro non è come il Giappone, o il Regno Unito, o gli Stati Uniti, dove la politica monetaria sosterrà sempre il sistema. Gli stati dell'UEM sono legalmente e costituzionalmente appesi al proprio debito separato.

Quando i mercati inizieranno ad anticipare la fine del 'put' della BCE, l'insolvenza implicita dell'Italia diventerà esplicita. Gli obbligazionisti sconteranno la futura ristrutturazione del debito e torneremo agli scenari di contagio del 2012.

Comunque lo si guardi, non si può colmare il divario economico tra Nord e Sud, così come non si può colmare il divario culturale tra un Occidente laico post-cristiano e un Oriente post-comunista che sta ritrovando con entusiasmo la sua identità cristiana. Non possono coesistere tutti in un’unica Unione, a meno che non sia una libera confederazione che lasci ogni paese libero di gestire i propri meccanismi economici e politici sovrani.

Procedendo con un'ideologia ostinata e un atteggiamento di disprezzo per le politiche nazionali europee, l'UE è finita col diventare un'idra a due teste che è in parte federale e in parte confederale, e intrinsecamente instabile. La resa dei conti con Polonia e Ungheria non è un evento unico. Sono le scosse delle placche tettoniche che vanno sempre più divergendo.

Gli storici avranno una visione molto diversa della Brexit dopo che l'antropologia culturale europea si sarà imposta con la sua forza irresistibile.

30/11/20

Eurointelligence - Dobbiamo parlare del debito dell'Italia


Wolfgang Munchau, il prestigioso editorialista del Financial Times direttore del sito Eurointelligence, auspicando una discussione franca e aperta, dice esplicitamente ciò che il governo italiano tenta maldestramente di nascondere, e cioè che i lavori per la riforma del MES hanno il preciso obiettivo di apparecchiare la prossima risttrutturazione del debito italiano, quando le regole di bilancio verranno ripristinate mentre l'economia italiana ancora si troverà al palo. Suggerisco in proposito l'ottimo commento di Liturri su Startmag e aggiungo un caloroso augurio al Governo che avremo nel 2023, di condurre con successo la nave Italia in queste acque pericolose.   


Newsbriefing, 27 November 2020

Quando David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, ha lanciato l'idea che la BCE cancellasse il debito pubblico contratto a seguito delle misure di sostegno economico del Covid-19, in Germania c'è stata una prevedibile reazione di indignazione. Ora la proposta è stata raccolta da Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Giuseppe Conte, in un'intervista a Bloomberg che rilancia la questione in maniera importante, pur se la proposta non arriva direttamente da Conte. Ma le reazioni negative sono state immediate. Christine Lagarde ha rifiutato di rispondere a una domanda in proposito, dicendo che la proposta è chiaramente illegale. Siamo d'accordo. Ma la proposta italiana nasce da un giustificato timore delle conseguenze che si avranno per l'Italia quando la Bce ritirerà il sostegno ai titoli di Stato della zona euro, e soprattutto quando verranno ripristinate le regole fiscali. Sembra probabile che ciò accadrà entro il 2023. Sembra inevitabile che il debito pubblico italiano finirà per dover essere ristrutturato. Una delle proposte di Fraccaro era quella di trasformare il debito pandemico in obbligazioni perpetue. Sarebbe di per sé una forma di ristrutturazione del debito.

Per dare alcune cifre, il parere della Commissione europea sul documento programmatico di bilancio dell'Italia, pubblicato la scorsa settimana, prevede che il rapporto debito pubblico / PIL si stabilizzi nel 2021 appena al di sotto del 160% del PIL, in aumento di 25 punti percentuali rispetto alla fine del 2019. Le previsioni del bilancio italiano sono un po' più ottimistiche e prevedono che il debito scenderà ai livelli del 2019 entro il 2031. Si tratta in realtà di un ritmo sostenuto di riduzione del debito, di circa 2,5 punti percentuali all'anno, che però non sarà sufficiente a rispettare il limite dell'indebitamento.

Il Fiscal Compact prevede che il debito superiore al 60% del PIL dovrebbe essere portato a quel livello nell'arco di 20 anni. Partendo da un rapporto debito / PIL del 160%, ciò significa una riduzione del debito del 5% all'anno per 20 anni. È il doppio del ritmo previsto dal governo italiano, per il doppio del tempo. È molto probabile che sia impraticabile. La crescita del PIL nominale dell'Italia non è superiore al 3% da oltre 10 anni, quindi una riduzione del debito annuo di 5 punti percentuali richiede che il governo abbia un avanzo di bilancio del 2% del PIL con un'economia che cresce alla stessa velocità registrata in un qualsiasi anno dalla crisi finanziaria globale ad oggi, quando si sono avuti deficit superiori al 2% del PIL. Qualsiasi percorso di riduzione del debito del governo italiano per il prossimo decennio, anche il più agevole, richiederebbe al governo di mantenere un avanzo di bilancio nominale.

Quindi, non appena le regole fiscali saranno ripristinate, l'Italia si ritroverà in violazione dei vincoli di debito e soggetta a una procedura per disavanzo eccessivo, con la necessità di effettuare un aggiustamento strutturale di forse 4 punti percentuali del PIL. Anche se fosse possibile, con ogni probabilità questo ridurrebbe la crescita e allontanerebbe ulteriormente l'obiettivo del debito. Senza gli acquisti di titoli della BCE, che la banca centrale non potrebbe giustificare con la pandemia ormai sotto controllo, i rendimenti dei titoli italiani potrebbero aumentare di nuovo, aggravando il servizio del debito e rendendo più difficile per il governo italiano raggiungere i suoi obiettivi di riduzione del debito.

Come abbiamo già osservato, anche il governo italiano sta valutando una ristrutturazione del debito con la proposta di Fraccaro di trasformare il debito pandemico in obbligazioni perpetue. Nella zona euro una ristrutturazione del debito pubblico è avvenuta solo in Grecia, con un procedimento ad hoc. Da allora il Consiglio ha lavorato alla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) per creare un meccanismo per la ristrutturazione del debito. Ad esempio, nelle emissioni del debito pubblico europeo sono state introdotte delle clausole di azione collettiva. Queste prevedono le cosiddette clausole “single limb”, che consentono con un singolo voto di ristrutturare tutto il debito per tutti i creditori,  piuttosto che avere voti separati per emissioni di debito separate. Il significato  sotteso a tutti questi sforzi è stato quello di gettare le basi per una ristrutturazione del debito italiano, senza dirlo esplicitamente. Il governo italiano lo sa, e ha ritardato il più possibile i lavori, a volte bloccando l'accordo sulla riforma del MES sfruttando le divergenze politiche, ad esempio sull'unione bancaria.

La ristrutturazione del debito italiano è una delle questioni politiche più spinose che non solo l'Italia, ma la zona euro e l'UE nel suo insieme, si trovano davanti. Un programma del MES in Italia sarebbe un anatema. Per quanto queste questioni siano difficili, è ora che si svolga una discussione politica onesta, preferibilmente senza toni moralistici. Ma non stiamo col fiato sospeso....

 

 

23/11/20

Facebook nega la "scienza": bloccato lo studio danese che mette in dubbio l'efficacia delle mascherine


Incredibilmente le più note piattaforme dei social media continuano ad arrogarsi il diritto di censura, contrassegnando come "false informazioni" tutte le tesi o notizie considerate politicamente scorrette, su un numero crescente di argomenti.  Andando avanti così, il rischio è che si crei l'abitudine e si ritenga anche giusto lasciar spazio solo a quei ragionamenti che confermano il pregiudizio, negando come pericolosa e destabilizzante ogni possibilità di pensiero critico. Qui Zero Hedge denuncia Facebook, che addirittura segnala come "falsa informazione" un articolo che riporta uno studio basato sull'evidenza scientifica. 


Zero Hedge, 21 Novembre 2020

Mercoledì degli scienziati danesi hanno pubblicato uno studio "rivoluzionario" che dimostra che indossare la mascherina fa molto poco per ridurre la diffusione del COVID-19. Venerdì, un professore dell'Università di Oxford, citando lo studio in un articolo pubblicato su The Spectator, ha riferito di essere stato segnalato da Facebook per "false informazioni" mentre tentava di ripubblicare l'articolo sulla piattaforma del social media. 

Prima di iniziare, vogliamo ricordare ai lettori che, poche ore dopo la pubblicazione dello studio su Annals of Internal Medicine, intitolato "Efficacia della raccomandazione sull’uso della mascherina in aggiunta alle altre misure di sanità pubblica per prevenire l'infezione da SARS-CoV-2", ci samo posti subito una domanda diretta su come le società dei social media avrebbero risposto a questi nuovi sviluppi.

Bene, la risposta è arrivata molto presto, quando il direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'Università di Oxford, Carl Heneghan, venerdì ha twittato che il suo articolo intitolato "Importante studio danese non evidenzia effetti significativi dall’uso delle mascherine" è stato contrassegnato da Facebook come false informazioni.

Ecco il tweet di Heneghan che spiega cosa è successo:

 


“Ecco cos’è successo quando ho postato su Facebook l’ultimo articolo di @spectator – so che succede anche ad altri – che cosa accade alla libertà accademica e alla libertà di parola? In questo articolo non c’è niente che sia “falso”.”

Nell'articolo pubblicato su The Spectator, Heneghan parla del nuovo studio:

"Ieri è stato pubblicato un trial danese, a lungo procrastinato, che vuole rispondere proprio a questa domanda. Il 'trial Damask-19' è stato condotto in primavera, con oltre 6.000 partecipanti, in un periodo in cui al pubblico non veniva richiesto di indossare mascherine, ma erano in atto altre misure di salute pubblica. A differenza di altri studi che prendono in esame le mascherine, lo studio Danmask era uno studio controllato randomizzato, di conseguenza con una evidenza scientifica della massima qualità".

E continua:

"Circa la metà di coloro che hanno partecipato allo studio ha ricevuto 50 mascherine chirurgiche usa e getta, con la consegna di cambiarle dopo otto ore di utilizzo. Dopo un mese, i partecipanti allo studio sono stati testati utilizzando sia PCR che anticorpi e test a flusso laterale, e i risultati sono stati confrontati con i partecipanti all’esperimento che non indossavano mascherine."

"Alla fine, non è risultata alcuna differenza statisticamente significativa tra coloro che indossavano mascherine e quelli che non le utilizzavano. L'1,8% di coloro che indossavano mascherine ha contratto il Covid, rispetto al 2,1% del gruppo di controllo. Di conseguenza, sembra che l’effetto delle mascherine nel prevenire la diffusione della malattia nella comunità sia stato minimo".

RT News sottolinea che Heneghan è stato anche messo "sotto attacco" da studiosi accademici, come Thomas Conti del Brasile, il quale ha affermato che lo studio è stato progettato male e sostiene che le mascherine funzionano.

Dopo la pubblicazione dello studio e dell’articolo di Heneghan, che mette in discussione l'efficacia delle mascherine, il governatore dell'Iowa Kim Reynolds (un repubblicano) ha detto che "entrambi i campi" del dibattito sulle mascherine hanno validità scientifica. Tuttavia, mentre i casi di COVID-19 aumentavano in tutto il paese, e il Midwest risultava essere la regione più colpita, Reynolds ha proceduto con l’imposizione obbligatoria della mascherina nel suo stato, oltre ad altre misure.

"C'è scienza da entrambe le parti, e questo si sa", ha detto Reynolds, senza entrare nei dettagli. "Se si cerca bene, si può sempre trovare una prova a supporto della propria posizione."

La maggior parte dei media che hanno riportato queste osservazioni hanno notato che la dichiarazione del governatore contraddiceva le linee guida ufficiali del CDC. Ma vale la pena ricordare che prima o dopo  la FDA, il CDC, il Surgeon General, ecc., hanno tutti suggerito che le mascherine fanno poco per fermare la diffusione del COVID-19. Il CDC ha ammesso che l'80% dei nuovi infetti indossava la mascherina seguendo tutte le restrizioni.

Il CDC ha recentemente pubblicato un nuovo studio che pretende di dimostrare che le mascherine proteggono sia chi le indossa che il pubblico in generale. Tuttavia, come hanno notato i ricercatori danesi nel loro studio, le connessioni scientifiche in realtà non sono affatto ben solide. I ricercatori hanno anche avvertito che i loro risultati non sono certo conclusivi e i responsabili politici non dovrebbero basarsi su di essi.

Ciò che è chiaro è che i moderatori di Facebook non consentono di ascoltare entrambe le parti del dibattito sulle mascherine.