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29/07/22

NYT - La caduta di Mario Draghi non è una minaccia alla democrazia, ma il suo trionfo



Un articolo sul New York Times manifesta finalmente una giusta sensibilità verso la legittimazione democratica dei governi, commentando le dimissioni di Draghi  come un successo per la democrazia italiana,  sinora messa all'angolo dalle istituzioni finanziarie e dalla pretesa dell'Unione europea di governare la politica economica del paese nella direzione liberista in cambio degli aiuti del PNRR. 


di Christopher Caldwell*

27 luglio 2022


Mario Draghi, che la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni da primo ministro italiano, ha un curriculum straordinario per uno statista contemporaneo: direttore esecutivo della Banca Mondiale negli anni '80; direttore generale del Tesoro italiano negli anni '90; governatore della Banca d'Italia negli anni 2000; e presidente della Banca centrale europea durante la crisi finanziaria iniziata nel 2010, durante la quale gli è stato attribuito il merito di aver salvato l'euro.

Per i sostenitori del governo Draghi, dell'Unione europea e dell'economia globalista, egli è diventato un simbolo di continuità democratica di fronte a sconvolgimenti economici ed estremismo partigiano. In quest'ottica, la caduta di Draghi, provocata dalla bocciatura del voto di fiducia da parte di tre partiti del suo governo, fa presagire una catastrofe. Il ministro degli esteri italiano, Luigi Di Maio, lo ha definito un "capitolo oscuro per l'Italia".

Per ora Draghi rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti e la favorita a sostituirlo dopo le elezioni di settembre è la politica nazional-populista Giorgia Meloni. In una delle sue newsletter, JPMorgan ha descritto le manovre parlamentari che hanno portato alla cacciata di Draghi come un "colpo di stato populista". Dal momento che Draghi ha appoggiato le sanzioni alla Russia per l'invasione dell'Ucraina, i giornalisti italiani condannano i suoi oppositori definendoli "filo-putiniani" o "amici di Putin".

Ma c'è qualcosa di strano nel ruolo di Draghi come simbolo di democrazia: nessun elettore ha mai votato per lui. È stato insediato per risolvere lo stallo politico all'inizio del 2021, su richiesta del presidente Sergio Mattarella, anche lui non eletto direttamente dal popolo. Per quanto Draghi possa essere autorevole e capace, le sue dimissioni sono invece un trionfo della democrazia, almeno per come la parola democrazia è stata tradizionalmente intesa.

Il problema dell'Italia è che i suoi governi ora servono due padroni: l'elettorato e i mercati finanziari globali. Forse questo è vero per tutti i paesi dell'economia globale, ma non è così che dovrebbe funzionare la democrazia, e l'Italia è soggetta a un vincolo particolare. Con il debito pubblico al di sopra del 150 per cento del prodotto interno lordo, la popolazione in calo e i tassi di interesse in aumento, l'Italia è intrappolata in una moneta unica europea che non può svalutare.

Più volte, negli ultimi decenni, la politica in Italia è stata sospesa e dei governi “tecnici”, come quello di Draghi, sono stati chiamati a prendere misure di emergenza. Ciò significa che il governo italiano non dà particolare ascolto ai cittadini, sebbene chieda loro grandi sacrifici e rispetto delle regole.

L'elettorato italiano sembra esser diventato decisamente populista. Le elezioni italiane del 2018 sono state il terzo grande sconvolgimento antisistema della metà dell'ultimo decennio, dopo la Brexit e l'elezione di Donald Trump nel 2016. Il Movimento populista di sinistra dei 5 stelle, fondato dal comico Beppe Grillo, in quella occasione ha ottenuto un terzo dei voti. Era un partito che si opponeva alla corruzione e all'inquinamento e chiedeva programmi sociali redistributivi, approvando persino una versione del reddito di cittadinanza. Ha governato in coalizione con la Lega, un partito populista di destra guidato da Matteo Salvini, che si è concentrato sulla chiusura delle coste italiane del Mediterraneo all'immigrazione africana. Il governo, guidato da Giuseppe Conte, era molto popolare.

Quando il Covid ha colpito, nel 2020, la Banca centrale europea ha promesso all'Italia 200 miliardi di euro in aiuti per la pandemia. Il primo ministro Conte, che in questo momento guidava un governo progressista più tradizionale, in coalizione con i socialdemocratici, era ancora molto popolare. Ma né l'Unione europea né l'establishment romano si fidavano di lui per la gestione di tutti quei soldi. Quando l'ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi è  uscito dalla coalizione, si è formato un governo di unità nazionale (che includeva tutti i partiti, eccetto la Meloni di estrema destra) attorno a Draghi, che, si diceva , aveva la "credibilità" per calmare i mercati.

Ma in cosa consiste la credibilità di Draghi? In democrazia, la credibilità deriva da un mandato popolare. In un "governo tecnico", la credibilità deriva dai rapporti con banchieri, autorità di regolamentazione e altri addetti ai lavori. Quando una persona nella posizione di Draghi prende il potere, non è chiaro se sia la democrazia che sta sollecitando l'aiuto delle istituzioni finanziarie o se siano le istituzioni finanziarie che hanno messo all’angolo la democrazia.

 La scorsa settimana, sulla scia delle dimissioni di Draghi, un consulente della banca italiana UniCredit ha posto un'ipotetica domanda alla Banca centrale europea: "E se i candidati di destra vincessero le elezioni e ci fosse una corsa alle vendite nel mercato obbligazionario - la Bce interverrebbe?" Il "rischio" che i tecnocrati della gestione del rischio vanno a gestire, potrebbe essere la democrazia stessa.

Il piano di aiuti per il Covid dell'Unione europea aveva lo scopo di spingere l'Italia verso delle riforme di libero mercato. In cambio degli aiuti, Bruxelles ha avuto una grossa voce in capitolo sul governo dell'Italia: l'Italia ha ricevuto solo 46 miliardi di euro delle somme promesse e saranno necessarie dozzine di riforme prima che l'Unione europea versi il resto.

Queste riforme sono diventate odiose per molti elettori. Ad esempio, l'Unione europea ha chiesto che le spiagge italiane fossero aperte alla concorrenza del mercato. La costa italiana è di proprietà pubblica e lo Stato dà le spiagge in concessione a delle piccole imprese che le gestiscono. Tali attività, spesso mantenute nella stessa famiglia per generazioni, danno lavoro a circa 100.000 italiani.

I sostenitori delle riforme, appoggiati da. Draghi, considerano le famiglie che gestiscono quelle antiche concessioni balneari come “monopolisti” che traggono profitto dalla proprietà pubblica. Gli oppositori delle riforme, il più attivo dei quali è stato Salvini, sostengono che l'epiteto di "monopolista" è più adatto alle catene alberghiere internazionali che spazzerebbero via quelle piccole imprese.

L'Unione europea chiede anche che l'Italia cambi le sue leggi sul trasporto automobilistico. Esiste in Italia uno speciale sistema di licenze per i conducenti automobilistici, distinto da quello per i taxi. Le licenze sono costose ed è difficile formare dei consorzi in cui un imprenditore possa gestire una scuderia di lavoratori autisti. Finora, Uber ha operato in Italia solo nel modo più limitato.

I sostenitori della riforma del mercato probabilmente considerano un vero e proprio furto che un taxi dal centro di Milano all’aeroporto di Malpensa debba costare 100 euro e probabilmente vedono la concorrenza di Uber come un modo per risolvere il problema. Per gli avversari, Uber è un problema, non una soluzione.

Molte di queste riforme avrebbero dovuto essere attuate entro la fine dell'anno. Il tempismo della caduta di Draghi non è quindi casuale. Quando la scorsa settimana è comparso davanti al Senato per verificare la fiducia, molti italiani erano risentiti per gli affronti alla loro democrazia, affronti non propriamente giustificati dall'interesse dell'Unione europea per la stabilità macroeconomica.

Questo è un interesse legittimo. Il debito dell'Italia potrebbe anche avere ripercussioni sui suoi cittadini e sull'Europa. Ma nessuno è ancora arrivato a un modo soddisfacente di affrontare il problema del debito in un paese fortemente indebitato. Risolvere tali problemi può richiedere l'immissione di denaro dall’esterno in un sistema politico, e questo risulta essere difficile da fare in modo imparziale.

Sostanzialmente agli italiani è stato detto: potete avere i soldi per salvare il vostro paese se il vostro primo ministro è Draghi, altrimenti no. Date le circostanze, non c'è nulla di irragionevole, di "populista" o filo-Putin nel preoccuparsi delle conseguenze per la democrazia.


*Christopher Caldwell è scrittore, opinionista e autore di "Riflessioni sulla rivoluzione in Europa: immigrazione, Islam e Occidente".

 

 

24/11/21

Benvenuti in Draghistan


Su Politico.eu una  presentazione disincantata del governo Draghi, con un'ampia rassegna delle importanti voci critiche da parte di una minoranza di intellettuali italiani sul modus operandi autoritario con il quale la leadership Draghi sta paralizzando la democrazia.  Tuttavia - osserva l'importante testata -  il prestigio che deriva al capo del governo dalla sua illustre carriera, unito alla speranza che il  governo Draghi possa portare a un superamento della lunga crisi che avviluppa il paese, fanno sì che la maggioranza degli italiani sia incline a considerare dopo tutto il problema democratico come un fatto secondario.  


di Hannah Roberts, 22 Novembre 2021

Un piccolo gruppo di intellettuali sta esprimendo con forza le proprie preoccupazioni democratiche  sulla leadership del primo ministro italiano.

 

ROMA — Il mese scorso, un gruppo di docenti universitari, attivisti per i diritti umani, politici e noti intellettuali si è riunito al Palazzo dei Normanni di Palermo, sede del parlamento regionale siciliano, per un convegno dal titolo “Dalla Democrazia alla Dittatura. Il ruolo della Memoria”.

Il vero oggetto del loro incontro: Mario Draghi.

I partecipanti al dibattito, che hanno paragonato le normative COVID-19 nell'Italia di oggi agli stati totalitari degli anni '30, condividevano quella che è finora in Italia un'opinione minoritaria: l'opposizione al presidente del Consiglio e a quello che descrivono come il suo atteggiamento sempre più autoritario.

Mentre i sondaggi attualmente stimano il consenso nei confronti del primo ministro al 65-70%, con la maggioranza degli italiani che confida nella sua credibilità personale e nella sua capacità di sbloccare i fondi europei e gestire la pandemia, un gruppo minoritario di resistenza - composto da liberali e intellettuali - sta esprimendo sempre più preoccupazioni per il declino dei diritti democratici del paese.

La principale critica riguarda le regole sulle vaccinazioni di Draghi, tra le più severe di qualsiasi democrazia. Tutti i lavoratori in Italia devono avere un passaporto sanitario digitale, noto come green pass, che dimostri la vaccinazione o un test negativo ogni due giorni, per la somma di 150 euro al mese. Chi si rifiuta viene sospeso dal lavoro senza retribuzione.

L'organizzatore della conferenza, Gandolfo Dominici, professore di marketing all'Università di Palermo,  alla luce di questi sviluppi e con orecchio musicale  ha ribattezzato l'Italia "Draghistan", e da allora manifestanti e politici dell'opposizione si sono appropriati del termine, usandolo come meme e hashtag su Internet.

Dominici ha detto a POLITICO che l’espressione Draghistan voleva alludere al Turkmenistan, uno dei pochi paesi con vaccini obbligatori, e all'Afghanistan, perché costringere le persone a ricevere i vaccini equivale a una teocrazia. "Stiamo chiaramente vivendo in un regime totalitario", ha detto.

Dominici ha anche organizzato una petizione che da allora è stata firmata da più di 1.000 professori universitari e ricercatori, i quali insistono sul fatto di non essere contro i vaccini, ma di rifiutare il green pass come incostituzionale, discriminatorio e divisivo.

Uno dei suoi firmatari, l'eminente storico Alessandro Barbero, ha sostenuto che il governo dovrebbe essere sincero su quella che nei fatti è una vaccinazione obbligatoria, invece di "ricattare" i suoi cittadini. "Dicono 'il vaccino non è obbligatorio, è solo che se non ce l'hai, non puoi vivere, non puoi andare a lavorare o all'università'. Dante avrebbe potuto riempire  il girone degli ipocriti dell'inferno con i politici di oggi”, ha detto Barbero durante un festival a Firenze.

Giuseppe Cataldi, professore di diritto internazionale all'Università degli Studi di Napoli “L'Orientale” ed esperto di diritti umani, ha affermato: “Se un lavoratore non vuole vaccinarsi, e almeno formalmente ha il diritto di non vaccinarsi, ma alla fine è costretto a farlo perché mantiene la sua famiglia e non può spendere il 10 percento del suo stipendio per i test, questo non va bene.

Alcuni firmatari sostengono che far pagare i test per poter lavorare è incompatibile con la Costituzione italiana, il cui primo articolo recita: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".

Il diritto costituzionale al lavoro non può dipendere dall'avere un certificato di obbedienza al governo”, ha detto Dominici.

Daniele Trabucco, un professore di diritto costituzionale che ha anche lui firmato la petizione, sostiene che creando un obbligo indiretto invece di legiferare per imporre l’obbligo vaccinale, il governo ha "aggirato surrettiziamente la costituzione".

Al di là del passaporto vaccinale, filosofi e intellettuali hanno anche iniziato a esprimere preoccupazione per l'effetto paralizzante che il modus operandi del governo sta avendo sulla democrazia - in particolare, la prassi del governo di agire per decreti, il prolungato stato di emergenza, il disprezzo per i diritti delle minoranze e la repressione del dissenso.

Nella città di Trieste, divenuta città simbolo della resistenza contro il lasciapassare verde a causa dei lavoratori portuali in sciopero, le manifestazioni sono state vietate per il resto dell'anno. Nelle università - istituzioni destinate per definizione allo scambio di opinioni - secondo questi accademici il pensiero di gruppo ha preso il sopravvento, e chiunque esprima le proprie preoccupazioni viene bloccato o demonizzato come no-vax sui social media.

È interessante notare che al centro di molte di queste preoccupazioni c'è proprio Draghi.

Data la doppia crisi, economica e sanitaria, è naturale che i cittadini si siano rivolti a un leader forte e capace. Ma dal punto di vista dei ribelli, la gente deve essere informata che la leadership di Draghi, oltre a rassicurare, ha anche portato alla concentrazione del potere sotto un unico individuo e all'emarginazione di partiti e Parlamento.

Dalla seconda guerra mondiale, il sistema elettorale proporzionale italiano ha portato a una successione di governi instabili e di breve durata, con tecnocrati non eletti, come Draghi, regolarmente chiamati a salvare la situazione.

Contrariamente al suo predecessore, Giuseppe Conte, che negoziava spesso tra i partiti di governo, Draghi fin dall'inizio ha preso decisioni in modo autonomo. Non ha nemmeno verificato con i partiti la decisione sulla composizione del suo governo, scegliendo invece i suoi ministri con l'approvazione del presidente Sergio Mattarella.

Inoltre, la grande maggioranza che sostiene Draghi, unita all'autorità personale che deriva dalla sua illustre carriera, fanno sì che i ministri siano riluttanti a sfidarlo, anche quando smantella i punti fondamentali dei loro programmi.

Questa grande coalizione con quasi tutti i partiti all'interno del governo "strangola il dibattito", ha detto Cataldi, e non lascia spazio a coloro che la pensano diversamente. Da quando Draghi ha preso il potere, i partiti hanno faticato a far arrivare i loro messaggi agli elettori, portando a sconvolgimenti della leadership sia nel Partito Democratico che nei 5 Stelle. Il Parlamento è stato ridotto al ruolo di approvazione dei decreti dell'esecutivo. “È come un notaio che mette il timbro su decisioni prese altrove”.

Il filosofo Giorgio Agamben è tra i critici più allarmisti: il suo lavoro si è concentrato a lungo sulla biopolitica e sulla negazione dei diritti durante gli stati di eccezione, compresa la creazione di istituzioni come il Guantanamo Bay Detention Camp. È stato ampiamente criticato l'anno scorso per aver suggerito che la pandemia fosse una comoda invenzione del governo. Il mese scorso si è rivolto alla Commissione per gli affari costituzionali del Senato, sostenendo che il passaporto vaccinale sia uno strumento per una maggiore sorveglianza da parte dello Stato.

Altri sono più misurati nelle loro critiche. Pur riconoscendo la necessità di azioni di emergenza da parte del governo durante la pandemia, si sono chiesti per quanto tempo sia giustificabile e necessario sospendere le libertà democratiche.

Il filosofo Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, ha osservato che le emergenze in successione – terrorismo, crisi economica e immigrazione – hanno giustificato governi nominati dal presidente invece che scelti dagli elettori.  La pandemia ha esacerbato questa situazione, ha affermato Cacciari, "soprattutto in Italia, che ha avuto un lockdown insolitamente severo ed è stata la prima a richiedere la vaccinazione per lavorare". E sebbene la pandemia abbia generalmente rafforzato i governi in carica, è probabile che un leader di "grande autorità" come Draghi rafforzi ulteriormente l'organo esecutivo.

Benché lo stato di emergenza ufficiale, dichiarato dal governo il 31 gennaio 2020, non possa essere prorogato oltre i due anni, il governo sta già segnalando l'intenzione di estenderlo, il che significherebbe probabilmente dichiarare una nuova, diversa emergenza, facendo quindi ripartire l'orologio.

Per Cataldi non c'è dubbio che il governo riuscirà a trovare una scusa per farlo. “Se i casi aumentano, possono dire che non abbiamo raggiunto il 90% di vaccinazioni, non abbiamo l'immunità di gregge, non abbiamo sconfitto il virus. . . Ma noi del gruppo [accademico] crediamo di non poter andare avanti così in un paese democratico, non siamo la Turchia in una dittatura". (Ironicamente, ad aprile, lo stesso Draghi ha accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di essere un dittatore.)

Il punto di vista opposto a tutte queste preoccupazioni è che in qualsiasi democrazia i diritti non sono assoluti e devono essere bilanciati rispetto ai diritti e agli interessi degli altri. Carla Bassu, professore associato all'Università di Sassari ed esperta di diritto costituzionale, sostiene che la tessera verde è “del tutto compatibile” con la costituzione.

La costituzione non è fondata solo sul diritto al lavoro, ma su diritti come la solidarietà e l'uguaglianza”, ha affermato. “Il green pass non è uno strumento punitivo, è uno strumento per prendersi cura della salute pubblica nell'interesse collettivo”.

Paragonare l'Italia a uno Stato autoritario "è offensivo", ha aggiunto. Gli stati autoritari prendono di mira l'identità di una persona, come etnia, razza, sesso e abilità, mentre il green pass non è discriminatorio. È un prerequisito, come la patente di guida, allo scopo di proteggere gli altri.

Certo, la democrazia rimane una preoccupazione minoritaria quando le cose vanno bene.

Poiché quest'anno l'economia sembra destinata a crescere al 7%, la stragrande maggioranza degli italiani alza le spalle di fronte a queste presunte minacce. Draghi ha già ottenuto con un semplice tratto di penna un accordo tra i partiti per le riforme e l'approvazione dell'UE per il piano economico dell'Italia, sbloccando miliardi di soldi dell'UE per investimenti, tagli alle tasse e migliaia di posti di lavoro. Ma come andrà a finire nei mesi a venire?

A gennaio i parlamentari dovranno votare per un nuovo presidente e Mattarella potrebbe – se verrà convinto a restare – garantire la continuità del governo Draghi e l'agognata ripresa dell'Italia fino alle elezioni del 2023. Alcuni, tra cui il democratico Andrea Marcucci e il centrista Carlo Calenda, hanno persino suggerito a Draghi di guidare un'altra coalizione di governo dopo le elezioni del 2023.

Tuttavia, se Mattarella rifiuta, come sembra quasi certo, lo stesso Draghi è il candidato più probabile alla presidenza e potrebbe potenzialmente nominare un nuovo primo ministro a sua immagine, come il ministro dell'economia e delle finanze Daniele Franco.

La buona notizia è che poiché il tasso di persone di età superiore ai 12 anni che hanno ricevuto almeno una dose del vaccino si avvicina al 90% e i nuovi casi di COVID-19 rimangono molto al di sotto di molti altri paesi europei, l'Italia è in una posizione migliore rispetto a molti altri paesi per evitare gravi lockdown, che danneggerebbero l'economia.

Per molti italiani, il Draghistan, nonostante le infervorate critiche, rischia di apparire come la migliore speranza per superare le crisi a lungo termine del Paese e avviarlo finalmente su un percorso costante di ripresa e crescita.

 

28/04/21

In Italia l’opposizione all’austerità supera il sostegno all’euro

 


Sul Blog European Politics and Policy della London School of Economics and Political Science è pubblicata una interessante analisi condotta da tre ricercatori del Max Planck Institute for the Study of Societies di Colonia, in Germania, secondo la quale se l'Italia, come già altri paesi del sud dell'eurozona, dovesse essere spinta in una crisi finanziaria e trovarsi a dover gestire una richiesta di salvataggio alle istituzioni UE, con i noti conseguenti programmi di austerità, la volontà popolare con molta probabilità si mostrerebbe favorevole a un'uscita dall'euro, compromettendo la sopravvivenza stessa dell'eurozona in maniera definitiva.   


di Lucio Baccaro, Björn Bremer, Erik Neimanns, 26 Aprile 2021 

(Traduzione dal Blog Giubbe Rosse) 


Il Covid-19 ha aumentato il rischio di una nuova crisi finanziaria nell’Eurozona. Questa volta l’epicentro sarebbe molto probabilmente l’Italia, dove il debito pubblico, già molto alto prima della pandemia, nel 2020 ha sfiorato il 160% del PIL, con una crescita che negli ultimi 25 anni è rimasta ferma . Se i mercati finanziari iniziassero ad avere dubbi sulla sostenibilità del debito italiano, spingerebbero al rialzo lo spread del tasso di interesse e costringerebbero il governo italiano a chiedere un piano di salvataggio europeo o a uscire dall’euro.

In base alle regole introdotte nella prima fase della crisi dell’euro, un paese che richiede un prestito dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) deve firmare un memorandum d’intesa che lo impegni all’austerità e a riforme strutturali. Un programma MES è una condizione preliminare necessaria per le transazioni monetarie definitive (OMT) da parte della Banca centrale europea (BCE), ovvero acquisti potenzialmente illimitati di titoli di Stato da parte della banca centrale.

Uno dei problemi di questa strategia di risoluzione delle crisi è che le misure di austerità imposte ai paesi in crisi sono altamente impopolari e portano a instabilità elettorale, a pubbliche proteste e all’emergere di forze anti-sistema. Tuttavia, la ricerca esistente mostra che nella maggior parte dei paesi in crisi gli elettori non sono disposti a uscire dall’euro, nonostante gli elevati costi sociali dell’austerità. Nel luglio 2015 in un referendum popolare gli elettori greci hanno respinto il pacchetto di salvataggio dell’Unione europea, tuttavia la ricerca mostra che i greci volevano rimanere nella moneta comune. Questa riluttanza all’uscita, nonostante i costi dell’austerità, ha rafforzato la posizione dei paesi “creditori” e durante la crisi dell’euro ha consentito loro di spostare il peso dell’aggiustamento suipaesi “debitori”.

Una crisi finanziaria in Italia, la terza più grande economia dell’Eurozona, avrebbe conseguenze pesanti per l’euro. Molti commentatori ritengono che la sopravvivenza o la fine dell’euro dipendano dall’Italia e che la possibilità di un’uscita sia tutt’altro che un’ipotesi puramente accademica. All’indomani della crisi dell’euro, il Movimento Cinque Stelle (M5S) aveva incluso nel suo programma elettorale del 2014 la promessa di un referendum sull’euro, mentre la Lega nel suo programma elettorale del 2018 e del 2019 proponeva un’uscita negoziata dall’eurozona. Inoltre, il sostegno all’euro, prima e dopo l’epidemia di Covid-19, è stato significativamente più basso in Italia che in quasi tutti gli altri Paesi. Tuttavia, poco sappiamo di come gli italiani valuterebbero i costi e i benefici di una permanenza nell’euro in caso di crisi finanziaria e come reagirebbero se un salvataggio finanziario fosse condizionato all’austerità e a riforme strutturali.

Un'indagine sperimentale

In un recente studio, abbiamo presentato a un ampio campione di italiani (n = 4.200) un ipotetico scenario di crisi finanziaria in stile greco. Abbiamo condotto la nostra indagine sperimentale nell’ottobre 2019, sulla scia di una situazione di stallo tra il governo italiano e la Commissione europea sul deficit pubblico del Paese. Abbiamo utilizzato un campionamento per quote al fine di garantire un campione rappresentativo basato su età, sesso e settore economico e un’indagine ponderata per correggere ulteriormente le deviazioni del nostro campione dalla popolazione reale su altre dimensioni. Tuttavia, i nostri risultati sono abbastanza robusti per l’uso di diversi tipi di pesi o di nessun peso.

A tutti gli intervistati viene sottoposto uno scenario in cui l’Italia si trova nel mezzo di una crisi finanziaria con congelamento delle immissioni di liquidità da parte della BCE, corse agli sportelli e fuga di capitali, un rapido aumento del premio di rischio sui titoli di Stato e l’incapacità del governo di adempiere ai propri impegni finanziari. Agli intervistati è stato quindi detto che il governo, prima di accettare un pacchetto di salvataggio europeo, voleva consultare i suoi cittadini attraverso un referendum, chiedendo loro se volevano rimanere nell’euro e, quindi, accettare il pacchetto di salvataggio, oppure rifiutare il pacchetto di salvataggio e di conseguenza uscire dall’euro. Infine, è stato chiesto ai partecipanti al sondaggio come avrebbero votato in questo ipotetico referendum.

Abbiamo aggiunto a questo scenario di base delle informazioni aggiuntive sul costo della permanenza nell’euro e sulla responsabilità della crisi. Ad alcuni cittadini selezionati a caso è stato detto che il piano di salvataggio europeo implicava austerità e riforme strutturali (regole più semplici per i licenziamenti, tagli alla spesa, privatizzazioni ecc.); altri cittadini non hanno ricevuto queste informazioni. Inoltre, alcuni intervistati selezionati in modo casuale hanno ricevuto informazioni che attribuivano la responsabilità della crisi a una procedura per disavanzo eccessivo avviata dall’Ue nei confronti dell’Italia; altri intervistati hanno ricevuto informazioni che attribuivano la responsabilità alla decisione del governo italiano di ignorare le regole fiscali europee; altri intervistati non hanno ricevuto informazioni su chi fosse il responsabile della crisi.

Risultati

I nostri risultati suggeriscono che l’opinione pubblica italiana è fortemente sensibile al costo della permanenza nell’euro. Se gli elettori vengono informati che la permanenza nell’Eurozona ha come prezzo da pagare l’austerità, il sostegno all’uscita aumenta del 15% e il sostegno alla permanenza diminuisce di quasi il 20%. Al contrario, non si registrano effetti significativi derivanti dall’attribuzione della responsabilità della crisi al governo italiano o a soggetti stranieri (Figura 1). A quanto pare, agli elettori italiani non interessa molto di chi sia la colpa della crisi, ma si oppongono fermamente a un’ulteriore austerità. 

Figura 1: Effetti di trattamento medio dell’austerità e dell’attribuzione di responsabilità sulla scelta di voto in un ipotetico referendum sull'”Italexit”



Nota: Gli effetti marginali e gli intervalli di confidenza al 95% dell'austerità e dell'attribuzione della responsabilità sono calcolati sulla base di modelli probit multinomiali.


È importante sottolineare che, quando agli intervistati non viene detto nulla in merito alle condizionalità associate a un salvataggio europeo, la maggioranza vuole rimanere nell’euro. Tuttavia, informare i partecipanti sulle condizionalità porta a una maggioranza relativa favorevole all'”Italexit” (Figura 2). Nel complesso, i nostri risultati suggeriscono che in Italia l’opposizione all’austerità prevale sul sostegno all’euro. Ciò implica che l’approccio alla risoluzione delle crisi finora seguito dalle autorità europee, basato sul consolidamento fiscale e sulle riforme strutturali in cambio del sostegno finanziario, potrebbe portare a una maggiore resistenza in Italia rispetto alla Grecia e ad altri paesi e, addirittura, a una rottura dell’Eurozona.

Figura 2: Previsioni sulle probabilità di voto in ipotetici referendum sull'”Italexit” in base al trattamento

 


Nota: Previsioni sulle probabilità di voto in un ipotetico referendum e intervalli di confidenza al 95% basati su modelli probit multinomiali.

Nel nostro studio non abbiamo presentato agli intervistati informazioni che evidenziassero i costi di un’uscita dall’euro e questo riduce i nostri risultati. È possibile che le preferenze per la permanenza nell’euro aumentino in modo significativo laddove si enfatizzino i costi dell’uscita e che ciò possa controbilanciare il calo dovuto all’enfasi sul costo della permanenza (austerità). Allo stesso tempo, il caso della Brexit suggerisce che i cittadini tendono a non dare peso al costo dell’uscita. Abbiamo in programma di analizzare in una prossima ricerca in che modo i cittadini valuterebbero il costo della permanenza rispetto al costo dell’uscita dall’euro.

 

 

05/02/21

A.E. Pritchard - Mario Draghi inaugura la controrivoluzione, ma non può salvare l'Italia

 


In questo articolo sul  Telegraph del 3 febbraio, Ambrose Evans Pritchard commenta l'incarico a Draghi per la formazione del nuovo governo in Italia in maniera molto realistica e disincantata, con un significativo sottotitolo:

"Draghi, sinonimo di difesa dell'euro, potrebbe essere l'uomo che sovrintende all’Italexit"

Innanzitutto Pritchard ricorda come la "disavventura dell'Italia con l'unione monetaria" abbia portato a due decenni perduti, a tassi di disoccupazione giovanile altissimi e ad una trappola di deflazione da debito, e come il Movimento Cinque Stelle, partendo da posizioni di rivolta contro l'establishment Ue, sia stato addomesticato e cooptato, seguendo la parabola di Syriza in Grecia. Pritchard descrive questo ultimo passaggio dell'incarico a Draghi come il completamento di un radicale cambio di marcia:

 "dalla rivolta democratica contro l'euro e le élite pro-UE, fino all'estremo opposto di un governo tecnico sotto il Mister Euro per eccellenza, senza passare per elezioni.

Una svolta da mozzare il fiato, anche per chi in Italia pensava di aver visto tutto. La nomina di Mario Draghi per navigare nelle pericolose acque economiche dei prossimi due anni è astuta - in un certo senso - ma quelli che nei circoli UE e nei mercati obbligazionari celebrano questa riconquista da parte di un insider, dovrebbero stare attenti a ciò che desiderano."

Con l'ultima crisi di governo e l'incarico a Draghi, la controrivoluzione sembra completata, insediando alla guida del paese una Troika cammuffata con lo scopo di garantire il corretto utilizzo dei fondi europei dal punto di vista dei finanziatori del nord. 

"Draghi è un operatore scaltro. Ha salvato l'unione monetaria dopo che era stata quasi distrutta dagli errori seriali di Jean-Claude Trichet: un aumento dei tassi da panico nelle prime fasi della crisi finanziaria globale del luglio 2008; e quindi misure restrittive premature che hanno innescato la crisi del debito sovrano.

Draghi, formatosi al MIT, si muove in ambienti economici ben al di sopra di questo provincialismo monetario. Ha riconosciuto i pericoli di un crollo strutturale. La sua abilità è stata di mettere ordine nel caos del consiglio direttivo della BCE, prevenendo un aperto dissenso nel mentre che si spingeva oltre i limiti: un blitz di prestiti ultra convenienti alle banche (LTRO), tagli dei tassi sotto zero, QE su larga scala e un salvataggio del mercato obbligazionario.

Ma Draghi non è un mago. L'euro non è stato salvato per la sua promessa di fare "whatever it takes". È stato salvato perché la Merkel ha tardivamente riconosciuto che la situazione stava sfuggendo di mano e che lasciare che la BCE acquistasse obbligazioni era politicamente meno pericoloso che chiedere denaro al Bundestag. Una volta presa questa decisione, la crisi del debito è svanita, evitando quattro anni di miseria.

Tuttavia, Draghi alla fine ha fallito. Il danno deflazionistico era troppo profondo. Il QE è arrivato troppo tardi per evitare la “giapponizzazione”. Le sue politiche hanno lasciato il "circolo vizioso" tra banche e debito sovrano in uno stato ancora peggiore.

Quello che è riuscito a fare è stato di trascinare la Germania ancora più a fondo nel Patto Faustiano. L'effetto collaterale del QE è stato un enorme squilibrio nel sistema di pagamenti Target2 della BCE. Le banche centrali meridionali hanno accumulato passività per 1.000 miliardi di euro verso la BCE e implicitamente verso la Bundesbank. Si potrebbe sostenere che la Germania ora c’è così tanto dentro che non potrà mai staccare la spina.

Presumendo che Draghi sia in grado di formare un governo, deve affrontare un compito odioso. Da marzo la pandemia ha innalzato il rapporto debito / PIL dell'Italia di 33 punti, al 160% del PIL, e il virus non è ancora stato sconfitto. I guai europei col vaccino hanno allontanato la ripresa di altri tre mesi. L'Italia potrebbe perdere la prima metà della stagione turistica di quest'anno, oltre a quella dell'anno scorso. Più a lungo va avanti questa situazione, maggiore sarà la successiva cascata di insolvenze delle imprese.

Il Recovery Fund da 750 miliardi di euro è stato propagandato dai leader italiani in maniera davvero eccessiva. 'L'idea che presto nel paese si riverseranno miliardi è pura propaganda. Il Recovery Fund non cambierà nulla', ha detto Claudio Borghi, presidente della commissione bilancio della Lega.

Il trasferimento fiscale netto verso l’Italia ammonta allo 0,7% del PIL annuo spalmato su tre anni. Si tratta di una modesta spinta all'equilibrio macroeconomico.

'Non lo vediamo come un accordo storico che preannuncia una rifondazione dell'UE o dell'area dell'euro', ha detto Arnaud Marès di Citigroup, ex braccio destro di Draghi alla BCE. 'Piuttosto che un punto di svolta, lo vediamo come un altro esempio dello stesso gioco che ha prevalso negli ultimi dieci anni sotto Angela Merkel. Ogni volta che la coesione dell'Europa deve affrontare un pericolo chiaro e attuale, i governi europei si accordano per dare una minima dimostrazione di unità allo scopo di contenere il rischio di una rottura'.

Quello che può fare Draghi è dare credibilità ai piani di spesa dell'Italia. La sua presenza rende più facile per il blocco tedesco accettare in seguito un Recovery Fund più ampio. Può attivare il meccanismo di salvataggio dell'UE per prestiti precauzionali (MES), creando un ulteriore cuscinetto di sicurezza per il giorno in cui la BCE dovrà smettere di acquistare il debito italiano.

Ma tutto questo non fa che guadagnare tempo. Gli strumenti tecnici non possono salvare l'Italia dal cattivo equilibrio, conseguenza di un quarto di secolo col cambio sbagliato.

Il governo di Draghi probabilmente cadrà entro pochi mesi. Se sopravvive, ci saranno elezioni entro due anni e probabilmente vincerà la destra euroscettica. Se dovesse resistere più a lungo, la montagna del debito proietterà la sua ombra gigantesca.

L'uomo che ha passato la sua vita pubblica cercando di portare l'Italia nell'euro e di mantenercela, potrebbe, per uno scherzo del destino, diventare l'uomo che deve supervisionare l'uscita purificatrice. Sarebbe perfettamente adatto al lavoro.

 

04/06/18

FT - L’acquisto di obbligazioni da parte della BCE messo sotto esame da Roma

Mentre lo spread scende, il sospetto che nei momenti caldi della crisi politica italiana la BCE abbia messo in atto manovre per aumentare l’instabilità del mercato obbligazionario arriva sul Financial Times: sotto esame c'è un brusco calo degli acquisti dei titoli di stato italiani all'interno del QE da parte dell'istituto di Francoforte. Come ricorda Claudio Borghi (e anche Zingales), l’andamento dei tassi d'interesse (e dello spread) dei titoli pubblici italiani non è più stabilito dai mercati ma dalla BCE, da quando Draghi ha pronunciato l'ormai celebre "whatever it takes" per salvare l'euro. Il punto non è tanto questo caso specifico, quindi, quanto il potere di un organismo non eletto di esercitare la sua influenza sui tassi e quindi sulla politica dei governi.

Post Scriptum. Dopo la nostra traduzione, l'articolo originale è stato tagliato e modificato in diverse parti. Abbiamo modificato di conseguenza anche la traduzione, evidenziando in corsivo le parti aggiunte o molto diverse rispetto alla prima versione. 

 

di Kate Allen, Claire Jones e Rachel Sanderson, 4 giugno 2018

 

 

Il taglio a maggio della quota del QE destinato all'acquisto di titoli italiani ha sollevato le critiche di un esperto di alto livello del governo italiano

 

La Banca centrale europea è stata messa sotto accusa dal nuovo governo populista italiano (in precedenza il governo era definito non "populista", ma "euroscettico", ndt) dopo avere rivelato di avere ridotto la quota di debito italiano acquistata come parte del suo programma di stimolo economico, durante la tempesta politica di Roma del mese scorso. 

 

[caption id="attachment_15152" align="alignnone" width="700"] Acquisto netto di debito italiano da parte della BCE in % sul totale del programma di acquisto di bond (Fonte: BCE)[/caption]

 

Secondo dati recenti, a maggio la BCE ha acquistato 3,6 miliardi di euro di debito pubblico italiano, nell'ambito del suo programma di acquisti a lungo termine. E sebbene l’importo in assoluto sia stato maggiore di quello acquistato in alcuni dei mesi più recenti, come marzo e gennaio, è stato inferiore se calcolato come percentuale sul totale degli acquisti.

 

La BCE ha insistito nel negare che questo calo abbia avuto a che fare con gli eventi politici, e ha affermato che era legato a motivi puramente pratici, ovvero la necessità per la banca di reinvestire in obbligazioni tedesche, dopo che ne era arrivata a scadenza una grossa parte.

 

Tuttavia membri dei nuovi partiti di governo italiani hanno colto l'occasione per fare riferimento a queste cifre, dopo avere sostenuto per settimane che i banchieri centrali dell'eurozona hanno esercitato pressioni perché adottassero politiche economiche più convenzionali. 

 

 

Claudio Borghi, il principale consigliere economico della Lega, partito di estrema destra, ha affermato che “non è una sorpresa" scoprire che la BCE ha acquistato più obbligazioni tedesche. "Da quando Draghi ha promesso di fare 'whatever it takes', il maggior player nel mercato obbligazionario italiano è stato la BCE ed è lei che stabilisce i prezzi", ha dichiarato al FT. "Non sono i mercati ad influenzare maggiormente i prezzi; è la BCE ad essere di gran lunga il fattore più importante".

 

La BCE ha fatto notare di avere comprato anche una quota più bassa di debito Francese, Austriaco e Belga a causa della necessità di comprare grandi quantità di debito tedesco.

 

"Questo è il risultato di regole concordate e comunicate sui tempi di reinvestimento", ha dichiarato la BCE. La quota di debito francese netto acquistata, il 17%, è stata la più bassa da sempre.

 

I prezzi delle obbligazioni del governo italiano sono crollati nelle ultime due settimane quando gli investitori hanno avuto timore della prospettiva di un governo di coalizione tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle, che si oppone all'establishment.

 

Lo spread tra il rendimento del debito pubblico italiano e il suo equivalente tedesco è salito ai livelli più alti da cinque anni, mentre sono aumentati per l’Italia i costi di emissione di nuovo debito, portando alcuni politici del paese a denunciare la prepotenza dei mercati obbligazionari.

 

"Sarebbe interessante conoscere quanti BTP BCE e Bankitalia hanno acquistato questa settimana rispetto al solito. Non saranno mica scesi? Qualcuno ci toglie il dubbio?”, ha twittato Carla Ruocco, parlamentare dei Cinque Stelle, all'apice della turbolenza del mercato la scorsa settimana.

 

Secondo i dati pubblicati dalla BCE, il 28% degli acquisti netti della BCE il ​​mese scorso sono andati in obbligazioni tedesche, mentre il 15% in debito italiano, ovvero la quota più bassa destinata all'Italia da quando è iniziato il programma di acquisto di obbligazioni, a marzo 2015.

 

 



Acquisti di bond da parte della BCE come % dell'acquisto netto mensile (Fonte: BCE). Blu: Germania; Rosso: Spagna; Azzurro: Francia; Verde: Italia. 

 

Il sistema utilizzato dalla BCE per eseguire il QE è una bizzarra peculiarità dell'economia politica della regione, con acquisti assegnati approssimativamente in base alle dimensioni di ciascuna economia e non all'ammontare del debito in circolazione di ciascun paese. Stando a questa regola, all'Italia spetterebbe circa il 17% degli acquisti di debito sovrano per tutta la durata del programma, anche se la cifra può variare da un mese all'altro.

 

 

La BCE prevede di spendere 30 miliardi di euro al mese per lo più in obbligazioni più fino a settembre, nell'ambito del programma da 2,5 trilioni di euro.

 

Guntram Wolff, direttore del think-tank Bruegel di Bruxelles, ha dichiarato che le cifre erano conseguenti alla necessità della BCE di reinvestire nel debito della Germania, e di bilanciare il precedente acquisto eccessivo di obbligazioni italiane rispetto alla regola.

 

"È veramente dovuto a ragioni tecniche", ha dichiarato. "Da un punto di vista puramente meccanico a un certo punto devi acquistare meno".

 

Ha collaborato in aggiunta Jim Brunsden, da Bruxelles.