24/09/20

I grafici del dott. Sventura e del dott. Sconforto

 


Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione di 50.000 al giorno”. Così il Daily Mail online del 22 settembre scorso intitola l’articolo che spiega le critiche mosse alla previsione presentata in televisione da Sir Patrick Vallance e dal prof. Chris Whitty, rispettivamente Capo Consulente Scientifico e Capo Consulente Medico del governo del Regno Unito.

Ai primi paragrafi dell’articolo del Daily Mail online aggiungiamo le critiche formulate in modo articolato dal prof. Paton, uno degli accademici intervistati nell’articolo, sul sito Unherd. I messaggi che emergono dalle sue considerazioni sono che le statistiche non debbono essere manipolate per fini politici e che, per non minare la fiducia del pubblico, i cittadini devono essere trattati con rispetto e devono essere forniti loro spiegazioni chiare e dati obiettivi.


Traduzioni di Rosa Anselmi

Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione  di 50.000 al giorno

di Sophie Borland e Vanessa Chalmers per il Daily Mail online, 22 settembre 2020

Gli scienziati si sono chiesti se il Regno Unito potrebbe davvero vedere 50.000 nuove infezioni da Covid-19 al giorno entro il mese prossimo come previsto dal capo consulente scientifico del Governo, che ha presentato lo scenario peggiore in un grafico terrificante. Ieri [N.d.T. 21 settembre] Sir Patrick Vallance ha dichiarato di credere che l’epidemia in Britannia stia raddoppiando ogni sette giorni ed ha affermato che, "se non si fa niente", i nuovi casi potrebbero aumentare esponenzialmente nel giro di un mese. Nel suo discorso televisivo alla nazione, ha avvertito che si potrebbe arrivare a 200 morti al giorno entro la metà di novembre, pur sottolineando le molte incognite dietro quelle allarmanti proiezioni.

Tuttavia alcuni esperti hanno criticato l'affermazione come “non plausibile'', insistendo sul fatto che finora né la Francia né la Spagna - i cui focolai si teme siano al pari con quelli del Regno Unito - hanno avuto un livello di infezione di tale portata, nonostante ci sia stata una chiara recrudescenza della malattia. I critici hanno accusato il n° 10 [N.d.T. di Downing Street] di aver cercato di "spaventare" le persone in vista della grande rivelazione serale da parte di Boris Johnson di politiche più severe per il controllo del Covid.

Altri accademici hanno affermato che Sir Patrick e il prof. Chris Whitty, apparso al suo fianco in televisione, hanno `”abusato'' dei dati, poiché è ``quasi certo'' che i casi non continueranno a raddoppiare ogni sette giorni ancora per molto tempo e hanno dichiarato che le proiezioni si riveleranno ”cupe e pessimistiche'' in confronto alla realtà che si manifesterà a metà ottobre. 

Il Prof. David Paton, economista industriale all’Università di Nottingham, ha suggerito che i dati forniti possono giustificare un'indagine da parte dell'Office for Statistics Regulation, ufficio che disciplina l'accuratezza dei dati forniti al pubblico. [...]


Riportiamo qui di seguito le considerazioni esposte dal prof. Paton su Unheard del 22 settembre scorso 


Whitty e Vallance stanno giocando a un gioco pericoloso

di David Paton, 22 settembre 2020

Negli ultimi 6 mesi le statistiche sono state usate spesso in modo così improprio da parte di coloro che dovrebbero essere i massimi esperti, da rimanerne veramente scioccati. Ringraziamo il Capo Consulente Medico (Chief Medical Officer - CMO) dell'Inghilterra e il Capo Consulente Scientifico (Chief Scientific Officer - CSO) del Regno Unito per esser riusciti a farlo nel loro briefing congiunto di ieri con così tanta facilità.

La presentazione è iniziata con il professor Chris Whitty e Sir Patrick Vallance che hanno mostrato come i casi di Coronavirus segnalati in Francia e Spagna siano aumentati di recente a una media giornaliera di 13 e 22 casi rispettivamente ogni 100.000 persone. Il suggerimento era che il Regno Unito potrebbe trovarsi su una traiettoria simile a quella di questi due paesi. 

Fin qui tutto ragionevole, ma poi è arrivata una diapositiva che pretendeva di mostrare che i casi nel Regno Unito potrebbero passare da 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre a 49.000 casi al giorno entro il 13 ottobre. Il CMO e il CSO sono stati attenti a dire che questo è ciò che potrebbe accadere "se" i casi nel Regno Unito dovessero raddoppiare ogni 7 giorni.



Avendo appena parlato di Francia e Spagna, un osservatore occasionale potrebbe aver pensato che stavano mostrando cosa sarebbe successo se i casi nel Regno Unito fossero aumentati a un ritmo simile.

In realtà, i casi segnalati in Francia e Spagna sono raddoppiati all'incirca ogni 3 settimane anziché ogni 7 giorni. Se Whitty e Vallance avessero utilizzato un tale periodo di raddoppio di 3 settimane come base per il loro scenario, ciò li avrebbe portati a meno di 10.000 casi al giorno entro metà ottobre, nemmeno vicino ai 49.000 visualizzati nella diapositiva.

Per aumentare la confusione, il CMO e il CSO hanno cambiato le loro unità di misura. Per la Spagna e la Francia, hanno fatto riferimento ai casi medi giornalieri ogni 100.000 persone, mentre per il Regno Unito sono passati al numero di casi al giorno. È facile capire il motivo: 50.000 casi al giorno nel Regno Unito raggiungono un tasso di circa 75 ogni 100.000 persone.

Il CMO e il CSO credono seriamente che lo scenario più probabile sia quello in cui il Regno Unito sperimenterà in sole tre settimane un tasso giornaliero pari a più di cinque volte l'attuale tasso in Francia ? Se avessero riportato il tasso per popolazione, giornalisti e politici si sarebbero immediatamente accorti che stava succedendo qualcosa di strano.

Ci sono ulteriori problemi sul modo in cui sono stati presentati i dati al briefing. Il Centro di Medicina basata sull’evidenza di Oxford ha dimostrato che, sebbene in Spagna i casi segnalati continuino ad aumentare, i dati in base alla data dei sintomi suggeriscono che le infezioni effettive hanno iniziato a stabilizzarsi alla fine di agosto. Allora perché il CMO e il CSO hanno scelto di mostrarci i casi spagnoli in base alla data di segnalazione?

Un'altra stranezza è che il grafico per il Regno Unito presentato nel briefing suggerisce che i 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre sono l'ultimo dato disponibile. In effetti, al momento della presentazione, erano stati denunciati i casi per altri 5 giorni, fino al 20 settembre. Quanto velocemente sono aumentati i casi segnalati? Ebbene, sulla base della media di 7 giorni (per appianare gli effetti dei rapporti su base giornaliera), nella settimana fino al 20 settembre i casi segnalati sono aumentati del 21%, a 3.679. Estrapolando il dato al 13 ottobre risulterebbero poco meno di 7.000 casi al giorno. Se si guardano i dati del Regno Unito per campione (piuttosto che per la data di segnalazione), il tasso di aumento è ancora più basso.

Problemi di capacità di test possono significare che i dati dei test positivi più recenti sottovalutano l'aumento delle infezioni, ma la media dei casi segnalati nel Regno Unito non è raddoppiata in un periodo di 7 giorni dall'impennata dei casi alla fine di agosto.

Naturalmente, nessuno sa con assoluta certezza cosa accadrà quanto a numero di casi che si verificheranno nel Regno Unito nelle prossime settimane. Indicare il probabile numero di casi se il Regno Unito seguisse la tendenza della Spagna o della Francia non sarebbe stato un approccio irragionevole da parte di Chris Whitty e Patrick Vallance. Allora perché non l'hanno fatto? L'ovvio sospetto è che 7.000-10.000 casi al giorno entro la metà di ottobre potrebbero non essere abbastanza spaventosi da consentire alle persone di accettare nuove imminenti restrizioni al loro stile di vita.

Chris Whitty e Patrick Vallance sono eminenti scienziati ed è inconcepibile che non sapessero cosa stavano facendo nel briefing. Da un lato, hanno raggiunto il loro obiettivo: i media stanno diligentemente riportando la spaventosa cifra di "50.000 casi entro il 13 ottobre" e sono state preparate le basi per il discorso del Primo Ministro in cui ci dice quali nuove restrizioni imporrà al paese.

Tuttavia, il prezzo della politicizzazione delle statistiche è che si rischia di minare la fiducia del pubblico nella scienza del governo. Se questo sarà l'effetto a lungo termine del briefing di ieri, mi chiedo se il professor Whitty e Sir Patrick continueranno a pensare che valesse la pena pagare quel prezzo.


20/09/20

Nature - Cinque modi per garantire che i modelli predittivi siano utili alla società: un manifesto


I modelli matematici predittivi sulla pandemia da COVID-19 hanno fortemente influenzato le decisioni dei governi e, a cascata, le vite di tutti noi. Nonostante i dati dei modelli presentino grandi incertezze, sono sovente utilizzati per giustificare le scelte politiche come dettate dalla scienza e sostenere agende predeterminate senza assumersene esplicita responsabilità, notano gli Autori di un lavoro pubblicato su Nature nel giugno scorso. Proprio per aiutare la società a esigere la qualità di cui ha bisogno dalla modellizzazione ed evitare che quest’ultima divenga ostaggio delle contese politiche, gli Autori propongono l’adesione a un insieme di regole condivise illustrate nel manifesto che traduciamo di seguito.


Nature | Vol 582 | 25 giugno 2020

di Andrea Saltelli, Gabriele Bammer, Isabelle Bruno, Erica Charters, Monica Di Fiore, Emmanuel Didier, Wendy Nelson Espeland, John Kay, Samuele Lo Piano, Deborah Mayo, Roger Pielke Jr, Tommaso Portaluri, Theodore M. Porter, Arnald Puy, Ismael Rafols, Jerome R. Ravetz, Erik Reinert, Daniel Sarewitz, Philip B. Stark, Andrew Stirling, Jeroen van der Sluijs, Paolo Vineis

Traduzione di Rosa Anselmi


La pandemia da COVID-19 illustra perfettamente come cambia il funzionamento della scienza quando le situazioni di emergenza, la posta in gioco, i valori e l'incertezza entrano in conflitto - nel regime "post-normale".

Ben prima della pandemia da coronavirus, gli statistici stavano discutendo su come prevenire pratiche scorrette  come il p-hacking [N.d.T. manipolazione del processo di raccolta dei dati o dell’analisi statistica per “addomesticare” i risultati], in particolare quando potrebbero influenzare la politica [1]. Ora la modellizzazione computazionale è sotto i riflettori, con i politici che presentano le loro politiche come dettate dalla "scienza"[2]. Eppure non vi è alcun aspetto sostanziale di questa pandemia per cui qualsiasi ricercatore possa attualmente fornire numeri precisi e affidabili. Le incognite note includono la prevalenza, la letalità e i tassi di riproduzione del virus nelle popolazioni. Esistono poche stime del numero di infezioni asintomatiche e sono molto variabili. Sappiamo ancora meno sulla stagionalità delle infezioni e su come funziona l'immunità, per non parlare dell'impatto degli interventi di distanziamento sociale in diverse e complesse società.

16/09/20

I casi di coronavirus stanno aumentando ma i decessi rimangono stabili. Perché?

 


Solitamente la diagnosi di Laboratorio dell’infezione da COVID-19 si basa sulla ricerca in un tampone delle alte vie aeree (naso-faringeo o oro-faringeo) dell’RNA virale con metodiche di biologia molecolare (PCR).  Tuttavia, come sostiene il prof. Heneghan, Direttore del Centro di Medicina basata sull’Evidenza [la pratica medica basata sull’uso esplicito e coscienzioso delle migliori prove scientifiche] dell’Università di Oxford, "annunciare semplicemente i nuovi positivi al test ci dice molto poco, mentre quello che dobbiamo sapere con un ragionevole grado di certezza è se un caso 'positivo' è contagioso oppure no",  anche per non correre il rischio di isolare persone non infettanti e mettere in quarantena i loro contatti o intere comunità. 

Alla luce di questi presupposti, di recente ha avuto ampia risonanza mediatica (si veda, ad esempio, qui  e qui ) la notizia di una possibile sovrastima al tampone dei casi effettivamente positivi e contagiosi, riportata in un lavoro del team di Oxford attualmente in corso di revisione tra pari. Una scoperta importante che aggiunge ulteriori elementi a un dibattito in corso nel mondo scientifico e con ampie ricadute nella pratica clinica (si veda ad esempio qui  oppure qui).

Il ragionamento sotteso è spiegato dal prof. Heneghan e dal suo collaboratore T. Jefferson in un articolo divulgativo pubblicato il 1° settembre su The Spectator, di cui presentiamo di seguito la traduzione. 


di Carl Heneghan* e Tom Jefferson*, 1 Settembre 2020

Traduzione di Rosa Anselmi


Sta accadendo qualcosa di alquanto strano nelle due nazioni europee più colpite dal Covid-19. Il Regno Unito e l'Italia registrano un numero crescente di casi ma un numero stabile e molto basso di decessi, anche settimane dopo che i casi hanno ripreso ad aumentare.

Al momento in cui scriviamo, il Regno Unito registra 1.750 nuovi casi al giorno e un decesso su una popolazione di 67 milioni. Con una popolazione più o meno simile e una media di 602 casi al giorno, l'Italia ha avuto poco più di quattro morti al giorno nell'ultimo mese. Il rapporto tra casi e morti non si avvicina nemmeno a quello che era al picco della pandemia. L'altra caratteristica degna di nota è che i casi riguardano una popolazione più giovane.

Ci possono essere diverse spiegazioni per questo andamento. In primo luogo, l'agente virale potrebbe essere mutato in una forma meno virulenta. Sebbene siano stati pubblicati alcuni studi che mostrano mutazioni minori, questo è ciò che ci si aspetterebbe da un virus a RNA che è intrinsecamente instabile (si pensi ai virus influenzali, che cambiano continuamente forma).

In secondo luogo, forse abbiamo imparato ad affrontare meglio il Covid-19. A parte il desametasone [un farmaco corticosteroide, n.d.t.] nell'esiguo numero di ricoverati in terapia intensiva, non ci sono trattamenti specifici per la malattia e dato che non si osserva un aumento sostanziale dei ricoveri o della gravità dei casi, anche questa sembra una spiegazione improbabile.

In terzo luogo, le nostre misure preventive potrebbero aver funzionato, facendo sì che si manifestino nuovi casi solo quando si verificano degli errori. Se così fosse, ci sarebbe da spettarsi un'efficacia contro tutte le forme di infezioni respiratorie acute, come le malattie invernali. Questo è effettivamente accaduto nell'emisfero australe, ma il cambiamento nell'età dei casi verificatisi non si adatta a questa teoria.

Una quarta possibile e molto più complessa spiegazione è ciò che chiamiamo il "problema di realtà". Si stanno rapidamente accumulando evidenze che i test utilizzati in tutto il mondo per identificare i casi in modalità binaria "Sì o No" vengono utilizzati in modo semplicistico e non coordinato. Abbiamo già spiegato i limiti della reazione a catena della polimerasi (PCR o Polymerase Chain Reaction) per eseguire test di massa.

La PCR è un test molto sensibile, il che significa che rileva i frammenti più piccoli del virus di cui si effettua la ricerca amplificando il campione milioni di volte. Tuttavia, un frammento non è un virus intero, capace di replicarsi e di infettare altri esseri umani. È una piccola parte della struttura virale che il primer della PCR sta cercando, non l'intero microrganismo [I primer costituiscono gli elementi di innesco della reazione di amplificazione, n.d.t.]. Solo virus interi possono infettarci.

Inoltre, raramente viene riportato il numero di cicli di amplificazione necessari per raggiungere un "test positivo". Ora sappiamo che questa è un'informazione cruciale per interpretare i risultati. Un numero molto alto di cicli può rilevare dei frammenti e dare un risultato positivo, ma un numero inferiore di cicli è molto più probabile che identifichi individui infettati e infettivi che richiedono la quarantena.

Ci si aspetterebbe che tutto questo venisse riportato nei risultati della PCR, ma di routine non viene fatto. E c'è di peggio. Un test molto sensibile è vulnerabile alla contaminazione con materiale genetico estraneo (da qui la necessità di preparare adeguatamente gli operatori). La rapida espansione dei test effettuati potrebbe aver eroso la nostra capacità di mantenere l'ambiente sterile, a causa della accresciuta produttività e delle condizioni di forte pressione in cui è avvenuta la formazione del personale di laboratorio. Abbiamo anche trovato studi che esaminano le diverse performance dei kit PCR sullo stesso campione e i risultati non sono incoraggianti, con un'ampia variazione dei cicli soglia [il numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il materiale genetico che si sta cercando, n.d.t.] per gli stessi risultati positivi, il che indica la necessità assoluta di test standardizzati in tutto il mondo, che confrontino continuamente procedure e prestazioni dei test rispetto all'unica vera regola aurea per misurare la contagiosità di una persona: la coltura virale.

Stanno aumentando le evidenze che una buona percentuale di "nuovi" casi lievi e di persone che risultano di nuovo positive al test dopo la quarantena o la dimissione dall'ospedale non sono contagiosi, ma stanno semplicemente eliminando particelle innocue di virus che il loro sistema immunitario ha gestito in modo efficiente. Le persone la cui immunità è più attiva sono esattamente nella fascia di età dei "positivi" osservati e hanno meno probabilità di accusare una malattia grave.

Quindi, sembra che vi sia una realtà della circolazione virale, probabilmente in rapido declino, e una realtà percepita di un simpatico test usato in modo improprio e interpretato in maniera semplicistica che può essere utilizzato con grande efficacia quando la circolazione virale è molto più alta (essendoci una maggior probabilità che un test positivo identifichi correttamente il virus) o allo scopo di trovare tracce di virus che sono bravi a nascondersi nel nostro corpo, o per trovarne dei frammenti nelle acque reflue che ne indicano la presenza in qualche momento nel passato.

Per evitare questa realtà duale e i pericoli di isolare persone non contagiose o intere comunità, abbiamo bisogno di uno sforzo internazionale per la standardizzazione dei test, la loro calibrazione periodica rispetto alla coltura [virale] o ad altre misure riconosciute di infettività e rigorosi protocolli e procedure di laboratorio, probabilmente con un'autorità centrale di rilascio delle licenze. È necessario fare molto di più per correlare i cicli soglia, le caratteristiche dei pazienti e le informazioni sulla circolazione del virus. La medicina e la sanità pubblica riguardano le persone, non i tabulati.

* Carl Heneghan è   Professore di Evidence-Based Medicine e Direttore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford

* Tom Jefferson è  Ricercatore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford


06/09/20

The Lancet - L’impatto psicologico della quarantena e come ridurlo: revisione rapida delle evidenze



I drastici interventi di sanità pubblica messi in campo per contrastare la diffusione del COVID-19 sono tutt’altro che privi di effetti avversi, come hanno ripetutamente ammonito gli esperti e la letteratura scientifica sta sempre più evidenziando. In particolare, le ripercussioni negative sulla sfera emozionale e psichica hanno un ruolo di primo piano. Si tratta di complicazioni non inaspettate, come evidenziato sin da febbraio scorso da una ricerca che ha esaminato i pregressi studi sulle conseguenze psicologiche della quarantena e, sulla base delle evidenze raccolte, ha fornito suggerimenti per mitigarle. Tuttavia, come è stato osservato (Butler D.J., 2020), gli obblighi di isolamento sociale imposti nell’epidemia da COVID-19 sono di gran lunga maggiori di qualunque intervento applicato in passato ed è prevedibile che le complicazioni psicologiche siano più rilevanti.

Il lavoro, a cura di un team di psicologici del King’s College di Londra, è stato pubblicato su The Lancet. Lo riassumiamo di seguito, traducendo integralmente le indicazioni fornite per contenere il disagio, i punti di forza e debolezza dello studio e le conclusioni. Le parti tradotte integralmente sono riportate in corsivo.


di Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin

Dipartimento di Medicina Psicologica, King’s College, Londra, UK

The Lancet 2020; 395: 912–20

(Traduzione di Rosa Anselmi)

Lo scopo della ricerca è fornire strumenti conoscitivi ai decisori politici poiché "le decisioni su come applicare la quarantena dovrebbero essere basate sulle migliori evidenze disponibili". Gli autori notano, infatti, che "la quarantena è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la sperimentano e che i potenziali benefici della quarantena di massa obbligatoria vanno soppesati attentamente rispetto ai possibili costi psicologici.  Il successo nell’applicazione della quarantena come misura di sanità pubblica – aggiungono - richiede che siano ridotti quanto più possibile gli effetti negativi ad essa associati".

La ricerca ha esaminato nel dettaglio 24 studi pubblicati in letteratura, condotti in dieci paesi e riguardanti persone poste in quarantena a seguito di diversi episodi epidemici: la SARS, l’Ebola, l’influenza H1N1 del 2009-2010, la sindrome respiratoria del Medio Oriente e l’influenza equina.  

La quarantena si associa spesso a ricadute psicologiche negative, alcune delle quali possono persistere per tre o più anni. L’elenco delle complicazioni è lungo e vede ai primi posti il disturbo da stress post-traumatico, la confusione e la rabbia, ma include anche altri effetti come, ad esempio, i disturbi d’ansia, la depressione, l’irritabilità e l’insonnia.

I fattori di stress sono stati suddivisi in quelli che agiscono durante la quarantena e successivamente ad essa. Tra i primi sono inclusi:  

-        la durata della quarantena, nel senso che più è lunga e più numerosi sono i disturbi

-        la paura dell’infezione per se stessi e per gli altri, in particolare per i propri cari

-        la frustrazione e il tedio, determinati dall’isolamento, dalla perdita della routine abituale e dalla riduzione dei contatti fisici e sociali

-        la mancanza di approvvigionamenti di base (ad es. cibo, acqua, vestiario), che causa frustrazione e continua ad essere associata ad ansia e rabbia anche dopo 4-6 mesi dalla fine della quarantena

-        l’inadeguatezza delle informazioni da parte delle autorità, descritte sovente come confuse e prive di trasparenza.

In secondo luogo vi sono le preoccupazioni finanziarie, che causano più disagi psicologici in coloro che hanno redditi bassi, e il timore di stigmatizzazione segnalato di frequente e potenzialmente influenzato dalla narrazione mediatica con il suo allarmismo e la drammaticità dei titoli.

 

"Cosa può essere fatto per mitigare le conseguenze della quarantena?

La quarantena può essere una misura preventiva necessaria durante gravi epidemie di malattie infettive. Tuttavia, questa revisione suggerisce che la quarantena è spesso associata a un effetto psicologico negativo. Ciò non è sorprendente durante il periodo di quarantena, mentre l’evidenza che un suo effetto psicologico può essere ancora riscontrato mesi o anni più tardi – seppur in base a un piccolo numero di studi – è più preoccupante e suggerisce la necessità che il processo di pianificazione della quarantena garantisca l’attuazione di misure efficaci volte a mitigarlo.

A questo riguardo i nostri risultati non forniscono una forte evidenza che particolari caratteristiche demografiche rappresentino fattori di rischio per esiti psicologici sfavorevoli dopo la quarantena e richiedano pertanto un’attenzione specifica. Tuttavia, la positività anamnestica per malattie mentali è stata presa in esame come fattore di rischio in un solo studio. La precedente letteratura suggerisce che una storia psichiatrica si associa a distress psicologico dopo aver sperimentato qualunque trauma legato a disastri ed è probabile che le persone con una salute mentale scadente già in precedenza necessitino di un sostegno aggiuntivo durante la quarantena. Sembrava anche esserci un'alta prevalenza di disagio psicologico negli operatori sanitari sottoposti a quarantena, sebbene ci fossero evidenze contrastanti sul fatto che questo gruppo avesse un rischio di disagio maggiore rispetto ai lavoratori non appartenenti all’area sanitaria soggetti a quarantena. Per i lavoratori della sanità è essenziale un sostegno da parte della dirigenza per facilitare il loro ritorno al lavoro e i dirigenti dovrebbero essere consapevoli dei potenziali rischi per il proprio staff sottoposto a quarantena in modo da prepararsi a un intervento precoce.

Mantenerla per il più breve tempo possibile

Le quarantene più lunghe sono associate a esiti psicologici peggiori, forse prevedibilmente dato che è plausibile che i fattori di stress riportati dai partecipanti [agli studi] potrebbero avere più di una conseguenza più a lungo sono stati sperimentati.

Limitare la durata della quarantena a quanto è scientificamente ragionevole in base ai periodi noti di incubazione e non adottare un approccio eccessivamente precauzionale sotto questo profilo minimizzerebbe l'effetto sulle persone. Inoltre, altre evidenze sottolineano l'importanza che le autorità rispettino la lunghezza della quarantena da loro stesse raccomandata e non la estendano.  Per le persone già in quarantena un'estensione, non importa quanto piccola, rischia di esacerbare qualsiasi senso di frustrazione o demoralizzazione. Imporre un blocco a tempo indeterminato di intere città senza un chiaro limite di tempo (come è stato visto a Wuhan, Cina) potrebbe essere più dannoso di procedure di quarantena rigorosamente applicate limitate al periodo di incubazione.

Dare alle persone più informazioni possibili

Le persone sottoposte a quarantena hanno spesso il timore di essere state infettate o di infettare gli altri. Sovente valutano anche in modo pessimistico qualunque sintomo fisico avvertito durante la quarantena. Questo timore è un evento comune per le persone esposte a una malattia infettiva preoccupante e potrebbe essere aggravato dalle informazioni spesso inadeguate che i partecipanti hanno riferito di aver ricevuto dai funzionari della sanità pubblica, lasciandoli incerti sulla natura dei rischi affrontati e sui motivi della quarantena imposta loro. Dovrebbe essere prioritario garantire che le persone in quarantena abbiano una buona conoscenza della malattia in questione e dei motivi della quarantena.

Fornire approvvigionamenti adeguati

I funzionari devono anche garantire che le famiglie in quarantena abbiano scorte sufficienti per i loro bisogni di base e, soprattutto, queste devono essere fornite il ​​più rapidamente possibile. Il coordinamento per l’erogazione degli approvvigionamenti dovrebbe idealmente avvenire in anticipo, con piani prestabiliti di conservazione e riallocazione per assicurare che le provviste non si esauriscano, come purtroppo è stato segnalato.

Ridurre il tedio e migliorare la comunicazione

Il tedio e l’isolamento causeranno angoscia; si dovrebbero dare consigli alle persone in quarantena su cosa possono fare per alleviare la noia e fornir loro suggerimenti pratici sulle tecniche di adattamento e di gestione dello stress. Avere un telefono cellulare funzionante è oggi una necessità, non un lusso, e quelli che scendono da un lungo volo per entrare in quarantena probabilmente accoglieranno un caricabatterie o un adattatore più volentieri di qualsiasi altra cosa. Attivare una rete sociale, anche se da remoto, non è soltanto una priorità fondamentale, ma l’impossibilità a farlo si associa non solo all'ansia immediata, ma all’angoscia a lungo termine. Uno studio suggerisce che la disponibilità di una linea telefonica di supporto, gestita da infermieri psichiatrici, fatta funzionare specificamente per le persone in quarantena potrebbe essere efficace per fornir loro una rete sociale. La possibilità di comunicare con i familiari e gli amici è parimenti essenziale. In particolare, i social media potrebbero avere un ruolo fondamentale per comunicare con le persone lontane, consentendo a chi è in quarantena di aggiornare le persone care sulla loro situazione e rassicurarle che stanno bene. Pertanto, fornendo a chi è in quarantena cellulare, telefoni, cavi e prese per dispositivi di ricarica e robuste reti WiFi con accesso a Internet per consentir loro di comunicare direttamente con i propri cari si potrebbero ridurre i sentimenti di isolamento, stress e panico. Anche se è questo obiettivo può essere raggiungibile in una quarantena forzata, potrebbe essere più difficile da conseguirsi in caso di diffusa quarantena in casa; paesi che impongono la censura sui social media e sulle applicazioni di messaggistica potrebbero anche avere difficoltà nel garantire le linee di comunicazione tra i soggetti in quarantena e i loro cari.

È anche importante che i funzionari della sanità pubblica diano indicazioni chiare alle persone in quarantena su cosa fare se presentano qualunque sintomo. Una linea telefonica o un servizio online predisposto specificamente per chi è in quarantena e con personale sanitario che possa fornire istruzioni sul da farsi nel caso manifestino sintomi della malattia aiuterebbe a rassicurare le persone che saranno assistite se si ammalano. Questo servizio dimostrerebbe a coloro che sono in quarantena che non sono stati dimenticati e che le loro esigenze di salute sono importanti quanto quelle del pubblico in generale. I vantaggi di una tale risorsa non sono stati studiati, ma è probabile che la rassicurazione possa successivamente ridurre sentimenti come paura, preoccupazione e rabbia.

Ci sono evidenze che suggeriscono che possono essere utili gruppi di sostegno dedicati specificamente alle persone sottoposte a quarantena domestica durante i focolai di malattia. Uno studio ha scoperto che disporre di un tale gruppo e sentirsi collegati ad altri che avevano vissuto la stessa situazione poteva essere un'esperienza valida, responsabilizzante e in grado di fornire quel supporto che potrebbero scoprire di non ricevere da altre persone.

I lavoratori della sanità meritano un’attenzione speciale

Gli operatori sanitari sono spesso messi in quarantena e questa revisione suggerisce che, come il grande pubblico, sono influenzati negativamente da atteggiamenti stigmatizzanti da parte di altri. Nessuno degli studi inclusi in questa revisione si è focalizzato sulle percezioni dei loro colleghi, ma questo sarebbe un aspetto interessante da indagare. Gli operatori sanitari in quarantena potrebbero anche essere preoccupati di causare una carenza di personale nel loro posto di lavoro e un sovraccarico ai colleghi e che le percezioni dei loro colleghi potrebbero essere particolarmente importanti. La separazione dal team con cui sono abituati a lavorare in stretto contatto potrebbe aggiungersi ai sentimenti di isolamento degli operatori sanitari in quarantena. Pertanto, è essenziale che si sentano sostenuti dai loro più vicini colleghi. E’ stato riscontrato che durante le epidemie di malattie infettive il supporto organizzativo protegge la salute mentale del personale sanitario in generale e i dirigenti dovrebbero prendere provvedimenti per assicurarsi che i componenti dello staff siano di supporto al loro colleghi in quarantena.

L’altruismo è meglio della costrizione

Forse per le difficoltà nel progettare uno studio appropriato, non abbiamo trovato alcuna ricerca che ha esaminato se la quarantena obbligatoria ha un impatto diverso sul benessere rispetto a quella volontaria. In altri contesti, tuttavia, sentire che gli altri trarranno beneficio dalla propria situazione può rendere le situazioni stressanti più facili da sopportare e sembra probabile che questo valga anche per la quarantena a domicilio. Rafforzare il concetto che la quarantena sta aiutando a mantenere gli altri al sicuro, comprese le persone particolarmente vulnerabili (come i giovanissimi, gli anziani o quelle con gravi patologie preesistenti) e che le autorità sanitarie sono sinceramente grate a loro può solo aiutare a ridurre l'effetto sulla salute mentale e l'adesione in coloro che sono in quarantena. Nella fattispecie, l'altruismo ha i suoi limiti se alle persone viene chiesto di restare in quarantena senza adeguate informazioni su come mantenere al sicuro le persone con cui vivono. È inaccettabile chiedere alle persone di auto-isolarsi a beneficio della salute della comunità, quando mentre lo fanno potrebbero mettere i loro cari a rischio.

Che cosa non sappiamo

La quarantena è una delle numerose misure di sanità pubblica per prevenire la diffusione di una malattia infettiva e, come mostrato in questa revisione, ha un notevole impatto psicologico sulle persone colpite. In quanto tale, bisogna domandarsi se altre misure di sanità pubblica che prevengono la necessità di imporre la quarantena (come il distanziamento sociale, la cancellazione di raduni di massa e la chiusura delle scuole) potrebbero essere più favorevoli. Sono necessarie future ricerche per stabilire l'efficacia di tali misure.

Vanno presi in considerazione i punti di forza e di debolezza di questa revisione. A causa dei vincoli di tempo data l'epidemia di coronavirus in corso, la letteratura considerata non è stata sottoposta a una valutazione formale della qualità. Inoltre, la revisione ha considerato solo le pubblicazioni peer reviewed e non ha esplorato la letteratura grigia potenzialmente rilevante. Le raccomandazioni fatte si applicano principalmente a piccoli gruppi di persone in strutture dedicate e in una certa misura in autoisolamento. Sebbene anticipiamo che molti dei fattori di rischio per gli esiti psicosociali sfaverevoli sarebbero gli stessi nei processi di contenimento più grandi (come di interi paesi o città), è probabile che vi siano differenze nette in tali situazioni, il che significa che le informazioni presentate in questa revisione dovrebbero essere applicate solo con cautela a tali situazioni. Inoltre, devono essere considerate le potenziali differenze culturali. Sebbene questa revisione non possa predire esattamente cosa accadrà o fornire raccomandazione utili per qualunque futura popolazione sottoposta a quarantena, ha offerto una panoramica delle questioni chiave e di come potrebbero essere corrette in futuro.

Sono da segnalare anche diverse limitazioni delle pubblicazioni esaminate: un solo studio ha seguito i partecipanti nel tempo, le dimensioni dei campioni erano generalmente piccole, pochi studi confrontavano direttamente i partecipanti sottoposti e non sottoposti a quarantena, le conclusioni basate su certi studi di popolazione (ad es. gli studenti) potrebbero non essere generalizzabili al grande pubblico e l’eterogeneità tra gli studi nelle misurazioni dei risultati rende difficili paragoni diretti. Vale anche la pena di puntualizzare che una minoranza degli studi ha valutato i sintomi dello stress post-traumatico con i metodi disegnati per misurare il disordine da stress post-traumatico nonostante la quarantena non sia definita un trauma nella diagnosi del disturbo da stress post-traumatico nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disordini Mentali.

I punti di forza di questa revisione includono l’analisi manuale degli elenchi bibliografici per individuare ogni lavoro non rintracciato nella ricerca iniziale, il contatto con gli autori che ci hanno fatto avere i testi integrali dei lavori non disponibili per intero online e la partecipazione di molti ricercatori allo screening [delle pubblicazioni] per migliorare il rigore della revisione.

 Conclusione

Nel complesso questa revisione indica che l’impatto psicologico della quarantena è di vasta portata, sostanziale e può durare a lungo. Non si intende suggerire che non si dovrebbe usare la quarantena; le conseguenze psicologiche del non usarla e di consentire la diffusione della malattia potrebbero essere peggiori. Tuttavia, privare le persone della loro libertà per il bene pubblico più ampio è spesso controverso e deve essere gestito con attenzione. Se la quarantena è essenziale, allora i nostri risultati indicano che le autorità debbono adottare tutte le misure per assicurare che l’esperienza sia sopportabile quanto più possibile. Ciò può essere conseguito: informando le persone di quanto sta accadendo e del perché, spiegandone la durata, offrendo attività pregnanti da fare durante la quarantena, fornendo informazioni chiare, assicurando la disponibilità degli approvvigionamenti essenziali (come cibo, acqua e medicinali) e rafforzando il senso di altruismo che le persone dovrebbero, giustamente, provare. I funzionari sanitari incaricati dell’attuazione della quarantena, che sono per definizione impiegati e di solito con un lavoro ragionevolmente sicuro, dovrebbero anche ricordare che non tutti sono nella medesima situazione. I risultati di questa revisione indicano che, se l’esperienza della quarantena è negativa, possono esservi conseguenze di lunga durata che colpiscono non solo le persone sottoposte alla quarantena, ma anche il sistema sanitario che l’ha gestita e i politici e le autorità sanitarie che l’hanno imposta."

 


28/08/20

I rischi derivanti dal non andare a scuola sono peggiori di quelli da Virus





Come riporta The Epoch Times, il Regno Unito (ormai sganciato dalla UE) prende una posizione decisa sulla riapertura delle scuole: è molto più rischioso per i bambini tenerle chiuse che riaprirle, pertanto a settembre i bambini britannici torneranno in classe, e in caso di future azioni di contenimento l’intenzione del governo è di chiudere le scuole per ultime e riaprirle per prime.


Di Alexander Zhang, 25 agosto 2020


I direttori sanitari del Regno Unito, in una dichiarazione congiunta a sostegno della decisione del governo di riaprire le scuole dopo le vacanze estive, hanno affermato che perdere l'opportunità di ricevere un'istruzione pone rischi molto più grandi per i bambini del contrarre il virus CCP

Con una mossa inusuale, i direttori e vicedirettori sanitari di Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, sabato hanno emesso una “dichiarazione congiunta” sui rischi e i benefici della riapertura delle scuole a seguito delle misure di lockdown imposte a marzo per contenere la diffusione del Virus CCP (ossia del Partito Comunista Cinese), noto anche come il nuovo Coronavirus.

“Concordiamo che, in confronto agli adulti, i bambini possono avere un rischio inferiore di contrarre il COVID-19 (il più basso nei bambini piccoli), un tasso di ricoveri  e di infezione grave molto inferiori, e un rischio eccezionalmente basso di morire per il COVID-19”, hanno detto i direttori sanitari nella dichiarazione congiunta.

“Questo va confrontato con la certezza di un danno di lungo termine per molti bambini e giovani derivante dal non frequentare la scuola” hanno detto, aggiungendo che “la mancanza di scolarizzazione aumenta le disuguaglianze, riduce le opportunità di vita dei bambini e può aggravare patologie fisiche e mentali”.

I dati del mondo reale su scala internazionale suggeriscono che la riapertura delle scuole di solito non è stata seguita dall'aumento del COVID-19 su una scala temporale che implichi che le scuole siano la ragione principale dell’aumento”, hanno sottolineato i direttori sanitari.

Domenica, in un’intervista rilasciata alla BBC, il professore Chris Whitty, principale consulente sanitario del Regno Unito e direttore sanitario dell’Inghilterra, ha detto che le probabilità per i bambini di morire di COVID-19 sono “incredibilmente piccole”, ma che non frequentare le lezioni “danneggia i bambini nel lungo termine”.

“Molti di più verrebbero probabilmente danneggiati dal non frequentare [le scuole] piuttosto che dal non frequentarle” ha dichiarato. 

Un nuovo studio pubblicato domenica dalla Sanità pubblica inglese mostra che focolai e infezioni del virus CCP sono rari nelle scuole.

Da quando i bambini di 1,2 e 6 anni sono ritornati a scuola a giugno in corrispondenza del primo allentamento delle misure di lockdown, solo lo 0,01% degli asili e delle scuole elementari hanno registrato un focolaio, e tutti sono stati contenuti con successo con solo 70 bambini e 128 operatori contagiati.

I bambini in età scolare presentano un rischio maggiore di contrarre l’influenza o di essere coinvolti in un incidente stradale rispetto al contrarre il virus CCP, secondo quanto dichiarato lunedì dal vice direttore sanitario inglese Jenny Harries  a Sky News.

Lunedì il Primo Ministro Boris Johnson ha fatto un appello diretto ai genitori di rimandare i loro figli nelle classi quando le scuole riapriranno la prossima settimana.

E’ di importanza vitale riportare i nostri bambini nelle classi per imparare e per stare con i loro amici” ha detto in una dichiarazione, perché “niente avrà un effetto maggiore sulle loro opportunità di vita del ritornare a scuola”.

All'inizio del mese, Johnson aveva dichiarato che la riapertura delle scuole a settembre era un “dovere morale” e una “priorità nazionale”.

Tenere chiuse le nostre scuole un attimo in più di quanto sia assolutamente necessario è socialmente intollerabile, economicamente insostenibile e moralmente indifendibile”, ha scritto domenica sul The Mail.

Inoltre il commissario inglese per l’infanzia ha detto che le scuole dovrebbero essere “le prime ad aprire e le ultime a chiudere in caso di futuri lockdown, anche alle spese di di altri settori".


23/08/20

Haaretz - Contrastare la seconda ondata con i fatti, non con le idee sbagliate



La scelta politica di molti governi di imporre un lockdown indiscriminato a fronte dell’epidemia da COVID-19 è stata oggetto di un limitato dibattito pubblico e, come osservato anche in ambito accademico, “molte voci critiche sono state soppresse, ignorate, bullizzate o accantonate come teorie cospirazioniste” (Georges e Romme, 2020). Eppure la discussione sui pro e contro di un lockdown dovrebbe essere intrinseca al dibattito scientifico, essenziale per la trasparenza delle decisioni politiche e andrebbe incoraggiata al fine di migliorare la nostra capacità di risposta a eventuali nuove ondate di virus patogeni.

Il giornale israeliano Haaretz ha dato voce a un gruppo di eminenti studiosi, tra i quali il premio Nobel Micheal Levitt, che esprimono una visione critica della strategia di contenimento del COVID-19 basata sul lockdown e invocano piuttosto un approccio differenziato in base alla vulnerabilità dei diversi segmenti della popolazione.

L’articolo originale è stato pubblicato in ebraico su Ha’aretz il 20 luglio 2020.  Riportiamo di seguito la traduzione della sua versione inglese.


di Udi Qimron*, Uri Gavish*, Eyal Shahar*, Michael Levitt* 

(Traduzione di Rosa Anselmi)

Nel marzo di quest’anno il governo del Regno Unito ha preso seriamente in considerazione di evitare un lockdown, ma ha cambiato repentinamente idea dopo che i modelli matematici presentati dal prof. Neil Ferguson avevano predetto, senza fondamento, degli scenari apocalittici. Lo stesso tipo di modelli avevano predetto che se il governo svedese avesse continuato a rifiutare di imporre il lockdown, entro giugno i morti da COVID-19 in Svezia avrebbero raggiunto il numero di circa 100.000. La Svezia ha rifiutato questi modelli e ha coraggiosamente adottato, seppur con alcuni fallimenti iniziali, una politica democratica che ha ampiamente consentito alla vita normale di andare avanti.

Nonostante le grandi residenze protette presenti in Svezia, e le insufficienti misure protettive iniziali,  in netto contrasto con le previsioni apocalittiche il numero di morti è risultato essere pari al 6% di quanto previsto, circa 6.000 persone con un’età media di 81 anni. Metà delle vittime erano residenti delle case protette che, in Svezia, hanno un’aspettativa mediana di vita di 9 mesi dopo l’ammissione. Se in Israele fosse stata adottata una politica simile, ad esempio, questa cifra di 6.000 corrisponderebbe a un massimo di 3.000 morti, dato che la popolazione anziana in Svezia è più del doppio di quella di Israele. Per raffronto, in Israele muoiono ogni anno oltre 4.000 persone che contraggono la polmonite – cioè una media di più di 10 persone al giorno.

La diffusione dell'epidemia di COVID-19 in Svezia ha raggiunto il suo punto di saturazione senza essere soddisfatta la ben nota, ma errata, soglia di infezione del 60% della popolazione totale - il presunto livello richiesto per l'immunità di gregge. Come è successo?

Contrariamente a quanto generalmente si crede, la politica svedese non aveva l'obiettivo di far infettare quante più persone possibili. Il suo obiettivo era, ed è tuttora, quello di rendere possibile un livello di vita normale, raccomandando alle persone vulnerabili di adottare particolari precauzioni e nel contempo consentendo agli altri di essere esposti al virus e sviluppare l'immunità. Questi ultimi, che costituivano meno del 20% della popolazione, hanno completato l'immunità naturale al virus già esistente nella popolazione, arrestando così la sua diffusione.

Israele e altri Paesi che fronteggiano una seconda ondata possono adottare una politica simile a quella della Svezia o persino migliore. Una siffatta politica può fornire una rapida uscita dalla crisi e ridurre il numero delle vittime. Elenchiamo per primi i contro-argomenti.

Tre argomenti contrari all’esposizione al virus della popolazione a basso rischio

1. L’immunità acquisita dopo l’infezione è di breve durata e pertanto non ci si può fare affidamento.

2. Per raggiungere il punto di saturazione della diffusione dell’infezione, deve essere infettato il 60% della popolazione – una percentuale intollerabile.

3. Il bilancio delle vittime di una tale politica sarà superiore al bilancio delle vittime dell'alternativa – ossia, il ciclico alternarsi di imposizione e di alleggerimento delle restrizioni, in accordo con i tassi osservati di infezione.

Respingiamo inequivocabilmente questi argomenti perché le evidenze scientifiche indicano che è vero l'esatto contrario. Tutti e tre si basano su idee sbagliate e coloro che hanno concepito questi errori continuano ad aggrapparvisi, portando molti paesi a catastrofi provocate dall'uomo. Confutiamo di seguito questi argomenti uno ad uno.

L’infezione da COVID-19 determina immunità a lungo termine

Il primo argomento – l’infezione non determina immunità duratura – origina da segnalazioni errate riguardanti la reinfezione in persone guarite dalla prima infezione.  Dozzine di casi di reinfezione sono stati scoperti in Corea del Sud diversi mesi fa e hanno causato molto panico. Tutti queste infezioni ricorrenti sono poi risultate essere errori del test (falsi positivi) dovuti all’incapacità del test PCR standard di distinguere tra un virus vivente e il suo residuo materiale genetico. Di oltre 20 milioni di persone infette, sono stati riportati solo pochi casi di reinfezione e la possibilità di un errore nel test non è mai stata correttamente esclusa. Che quasi nessuna reinfezione sia stata ancora accertata dopo milioni di infezioni indica in modo schiacciante che l'immunità è efficace per almeno 8 mesi dopo l’infezione (il tempo intercorso dall’emergenza virale). Non vediamo alcuna ragione per supporre che l’immunità al COVID-19 svanirà rapidamente, dato che tipicamente l’immunità dura per anni. Non c’è nulla che suggerisca che in questo particolare caso vi sarà qualche differenza.

Non è necessaria un'infezione diffusa per fermare l'epidemia

La tesi per cui il 60% della popolazione deve infettarsi e divenire immune prima che la diffusione dell’infezione si arresti è basata su un errato calcolo matematico. Il calcolo si fonda su due assunti principali:

1.      In una popolazione il tasso di contatto tra persone è lo stesso per ciascun individuo.

2.       Il COVID-19 è un virus completamente nuovo e pertanto non c’è immunità precedente. Qualunque esposizione al virus condurrà ad una infezione.

Di recente Science, uno dei più importanti giornali scientifici, ha pubblicato un articolo che sottolinea l’assurdità sottesa al calcolo della soglia del 60%. Gli Autori affermano un fatto ovvio: per quanto riguarda i tassi di contatto, le persone non interagiscono con gli altri in modo identico; alcune hanno più contatti di altre. Ad esempio, il cassiere di un supermercato e un guidatore di taxi incontrano molte più persone del pensionato medio. Dato che le persone con molti contatti sociali sono fattori chiave nella trasmissione virale, la loro immunità contribuirà a fermare la diffusione del virus più di quella delle persone con poche interazioni sociali. I primi si infettano più presto e diventano immuni più rapidamente delle persone con scarsi contatti sociali, cosicché la diffusione del virus raggiunge la saturazione a un livello che è significativamente più basso del 60%. Ribadendo il concetto, quest’ultimo è basato sull’assunto errato di contatti sociali uniformi per tutti i membri di una popolazione.

L’evidenza più significativa, che smentisce decisamente la necessità di un tasso di infezione del 60%, è quella della pre-immunità. Ad esempio, il COVID-19 ha diversi parenti (altri coronavirus) ai quali la popolazione è stata esposta e tale precedente esposizione può fornire l’immunità a un segmento significativo della popolazione. Nell’aprile scorso due di noi scrissero un articolo sulla presunta natura di questa immunità e sull’evidenza statistica che ne indicava l’esistenza. Notammo che in diverse comunità chiuse sottoposte a test il tasso di infezione si limitava sempre al 20%, che statisticamente si allinea con il tasso massimo di infezione in queste comunità piuttosto che con coincidenze ricorrenti. Circa un mese dopo un gruppo di ricercatori ha pubblicato evidenti conferme su Cell, uno dei giornali più prestigiosi nel campo delle scienze della vita. Circa il 60% della popolazione californiana che non era mai stata esposta al COVID-19 ha cellule della memoria immunitaria che riconoscono il virus ed è quindi probabile che conferiscano immunità. Inoltre, uno studio condotto in Germania ha mostrato che tale immunità potrebbe raggiungere un livello così alto fino all’81% della popolazione. Noi riteniamo che in Israele la situazione sia persino migliore – ad esempio, per la distribuzione delle classi di età (più giovane) e il numero di bambini per famiglia (più alto). La figura precedente implica che meno del 20% della popolazione israeliana è suscettibile a un’infezione del virus, mentre l’ampia maggioranza è immune. E’ necessaria urgentemente un'indagine sull'immunità cellulare per stimare il livello di questo tipo di immunità in Israele e in altri Paesi.

Questo tasso di pre-immunità al COVID-19 risulta evidente anche dai tassi globali di infezione. Il virus ha iniziato a infettare gli esseri umani da più di otto mesi fa e l’epidemia si è già diffusa nella maggior parte del mondo. Eppure in tutti i Paesi il tasso di infezione permane sotto il 20% della popolazione generale. Questo limitato tasso d’infezione è rimasto immodificato indipendentemente dalle misure di distanziamento sociale (se adottate) come la quarantena, il lockdown locale o esteso all’intero Paese, le mascherine e così via. In Svezia, ad esempio, il tasso d’infezione non ha superato il 20% e la percentuale di persone che sono sopravvissute all’epidemia supera il 99,9% (!) della popolazione. E’ analogo il caso del Belgio, il paese con il tasso di mortalità della popolazione più alto, dove meno del 20% delle persone è stato infettato e più del 99,9% della popolazione è sopravvissuta all’epidemia.

Presupponendo che circa l’80% della popolazione israeliana abbia qualche sorta di immunità cellulare – sia dovuta a una precedente esposizione ai coronavirus sia per ragioni genetiche o per altre cause – stimiamo che l’epidemia sparirà naturalmente quando dal 5 al 15% della popolazione si sarà infettata. Le implicazioni di questi risultati sono della massima importanza. Essi richiedono l’immediata rimozione della maggior parte delle restrizioni all’economia, l’immediato ritorno alla vita normale della popolazione a basso rischio, nel contempo aiutando i gruppi ad alto rischio a ridurre il tasso dei contatti sociali (ad es. controllando in modo continuo le residenze protette e consentendo agli insegnanti diabetici di lavorare da casa).

Il tentativo di “mitigare” la pandemia comporterà un pesante tributo in termini di vite umane

Il terzo argomento – la rimozione delle restrizioni comporterà una maggior mortalità rispetto a una politica di lockdown e di restrizioni – è parimenti sbagliato. Un virus si diffonde nella popolazione fino a quando un numero sufficiente di persone non è infettato e immune, o fintanto che non si trova un vaccino. I lockdown e le restrizioni possono solo rallentare la sua diffusione (“appiattire la curva”) ma non riducono il numero totale di infezioni né la mortalità complessiva. Se c’è un rischio di sovraccaricare gli ospedali, potrebbe essere necessario rallentare la diffusione dell’infezione. Altrimenti appiattire la curva può essere solo dannoso poiché l’infezione ritorna, una volta rimosse le restrizioni. Inoltre, la protezione efficiente dei gruppi ad alto rischio è possibile solo per un periodo limitato di tempo: più lungo è il tempo, più è difficile prevenire la loro esposizione al virus. Nel lungo periodo tale politica può portare a una eccessiva mortalità. Un’altra ragione per un urgente cambiamento di politica è che sembra che in Israele il tasso di mortalità della malattia in estate sia di molte volte inferiore di quello in inverno, persino dopo aver applicato le correzioni per fattori statistici come l’aumento del numero dei test.

L’evidenza più forte del fatto che un lockdown sospende soltanto l’infezione, più che abolirla, è che l’infezione riprende dopo la rimozione, come sta ora accadendo in Israele e altrove. In Svezia, d’altro canto, non c’è una seconda ondata perché non c’è stato il lockdown. Così, la politica di imporre e alleggerire le restrizioni prolunga solamente la crisi, distrugge l’economia ed eventualmente porta a un maggior numero di vittime. Può persino continuare per anni fintanto che non è disponibile un vaccino.

Deve essere presa seriamente in considerazione l’alternativa ai lockdown e alle restrizioni

Si può presumere che la gestione della crisi da COVID-19 sarà attentamente sviscerata – sia sotto il profilo degli aspetti sanitari, sia anche alla luce dell'indignazione pubblica sullo stato dell'economia. Così tante persone in tutto il mondo hanno perso le loro fonti di reddito, di sostentamento, di dignità e di futuro. La povertà è un fattore di rischio per la mortalità molto più severo del COVID-19 e colpisce i bambini tanto quanto gli adulti. Una domanda chiave che sarà sicuramente posta è se la leadership di ciascun paese abbia mai preso seriamente in considerazione per risolvere la crisi una degna alternativa che non costerà così tante vite umane o distruggerà l’economia. Paesi come la Norvegia, l’Irlanda e il Belgio hanno già dichiarato che non imporranno ulteriori lockdown dato che l’ovvio danno sopravanza ampiamente il dubbio beneficio. Per dissipare l'incertezza economica la stessa cosa deve essere dichiarata immediatamente in Israele e negli altri Paesi.

Israele ha condizioni ottimali per far fronte alla pandemia, ora

Vi è ora l’ultima possibilità per la leadership di Israele e degli altri Paesi di dichiarare che non sarà imposto un ulteriore lockdown, né completo né parziale. Nel contesto della pandemia Israele ha enormi vantaggi rispetto alla Svezia e ad altri Paesi. La popolazione è in media molto più giovane (solo circa l’11% della popolazione ha più di 65 anni). Israele ha eccellenti servizi medici e capacità logistiche per gestire pazienti ospedalizzati in condizioni severe. L’estate, che probabilmente ha anche un effetto positivo sulla diffusione del virus e sul suo tasso di mortalità, è particolarmente lunga. In aggiunta, nel Medio Oriente appare esservi un’alta immunità naturale, forse come risultato di un’alta esposizione ai comuni virus del raffreddore (mentre i Paesi dell’Europa occidentale potrebbero aver avuto punti privi di immunità a causa di una esposizione deficitaria a questi virus). Alla luce delle sue ottime condizioni di apertura, Israele può ora perseguire una politica che protegge le popolazioni vulnerabili, al contempo sforzandosi di completare il livello immunitario necessario ad arrestare la diffusione del virus, ben prima della soglia del 60%.  Così, Israele potrà arrivare alla fine della crisi nei prossimi mesi, prima dell’arrivo dell’inverno, dando così un esempio al resto del mondo.

 

Udi Qimron è il Direttore (eletto) del Dipartimento di Microbiologia clinica e Immunologia, Facoltà di Medicina, Università di Tel-Aviv

Uri Gavish è un Fisico, esperto di analisi algoritmica e consulente biomedico

 Eyal Shahar è professore emerito di epidemiologia, Università dell’Arizona

 Michael Levitt è vincitore del Premio Nobel (per la Chimica, 2013) e professore di Biologia Strutturale, Università di Stanford