29/09/20

J. Pisani-Ferry - La scommessa della ripresa europea



L'autorevole economista francese Jean Pisani-Ferry, pur essendo un sostenitore dell'unione fiscale tra i paesi europei e quindi di decisioni economiche strettamente indirizzate e controllate dai burocrati a livello sovranazionale, in questo suo articolo su Project Syndicate esprime grossi dubbi sulla reale efficacia del Recovery Fund europeo, sul quale si fondano tutte le ambizioni e le prospettive di gran parte dei politici italiani con l'appoggio della grande stampa. 


JEAN PISANI-FERRY*, 25 settembre 2020

Se il nuovo programma di ripresa dell'Unione europea avrà successo, potrebbe aprire definitivamente la strada alla creazione di un'unione fiscale. Ma se i fondi dell'UE non riusciranno a raggiungere gli obiettivi dichiarati del piano, o se gli interessi politici prevarranno sulla necessità economica, le aspirazioni federali saranno deluse per una intera generazione.

 

PARIGI - Per aiutare le loro economie colpite dalla pandemia, i leader dell'Unione europea hanno deciso a luglio di prendere in prestito 750 miliardi di euro per finanziare 390 miliardi di sovvenzioni e 360 ​​miliardi di prestiti agli Stati membri dell’Unione. Il programma, denominato Next Generation EU, è stato giustamente salutato come un importante passo avanti: mai prima d’ora l'UE aveva raccolto prestiti per finanziare spese, o addirittura trasferimenti, a favore degli Stati membri.

Ma il programma, e il suo Recovery and Resilience Facility  che erogherà la maggior parte dei fondi, rappresentano una scommessa ad alto rischio. Se il piano avrà successo, aprirà sicuramente la strada a ulteriori iniziative e forse alla fine a un'unione fiscale accanto all'unione monetaria istituita due decenni fa. Ma se il programma non riuscirà a raggiungere gli obiettivi dichiarati, se gli interessi politici prevarranno sulla necessità economica, le aspirazioni federali saranno deluse per una intera generazione.

27/09/20

È un errore pensare che tutti i test positivi al COVID siano uguali


In un articolo pubblicato il 21 agosto scorso su TheSpectator 
il prof. Heneghan, Direttore del Centro di Medicina basata sull’evidenza dell’Università di Oxford, e il suo Collaboratore Tom Jefferson ripercorrono succintamente l’esperienza italiana con il COVID-19 ed esortano a seguire un cammino basato sulle evidenze scientifiche. Non tutti i test positivi al COVID, sostengono, hanno il medesimo significato e ciò che dobbiamo conoscere per orientare in modo convincente le decisioni non è semplicemente il numero dei positivi, bensì il numero di quelli che sono contagiosi. Un concetto  ulteriormente chiarito  in questo articolo già presentato nel nostro blog.

di Carl Heneghan*   e Tom Jefferson*

Traduzione di Rosa Anselmi  

The Spectator, 21 agosto 2020

L’Italia è stato il primo paese in Europa a implementare il lockdown, così cosa possiamo imparare dal tentativo del Paese di imporre restrizioni per sconfiggere il COVID-19? E l’esperienza dell’Italia nel trovare una via d’uscita dal lockdown cosa insegna alla Gran Bretagna, mentre essa stessa sta emergendo dal lockdown?

Il 23 febbraio 2020 dieci città nella provincia di Lodi, in Lombardia, e una città nel Veneto sono state designate aree o “zone rosse”: due giorni dopo il primo decesso da COVID-19 e tre giorni dopo l’identificazione del primo caso autoctono di Covid-19 (vale a dire un caso che non ha potuto essere correlato a contatti con estranei). Quando il premier italiano Giuseppe Conte annunciò il lockdown nazionale completo – la “zona arancione” - l'11 marzo, c’erano 12.482 casi e 827 decessi. In una forma progressivamente attenuata il lockdown continua tuttora.

La mancanza di preparazione alla pandemia, in un contesto di isteria alimentata dai media dovuta alla natura inizialmente esplosiva della pandemia europea, ha avuto una ripercussioni sulle decisioni prese. Qualunque cosa possiamo pensare della saggezza e dell'impatto di tali drastiche misure, ora non è il momento di puntare il dito e biasimare i politici per aver preso decisioni difficili in tempi di crisi imprevista. Dovremmo guardare cosa è cambiato. E domandarci se un altro lockdown generalizzato o locale possa essere giustificato dalla nostra situazione attuale e quanto siamo preparati per una futuro scoppio epidemico.

Dopo otto settimane di restrizioni, in Italia il lockdown è stato alleggerito il 4 maggio. Gli italiani ne sono emersi con cautela. Pochi per volta hanno visitato i loro congiunti; le industrie e i cantieri hanno riaperto, ma le scuole e le chiese sono rimaste chiuse.  La maggior parte delle persone ha vissuto con preoccupazione il primo caffè al bar dopo mesi. A giugno le ansie hanno cominciato ad allentarsi: i casi erano diminuiti fino a soli 200 al giorno. Tuttavia l'abitudine sociale di abbracciare e stringere la mano agli amici, fondamentale per lo stile di vita italiano, si è persa in poco tempo.

Durante l'estate i casi “debolmente positivi” (cioè in cui era rilevata solo una piccola quantità di virus) sono aumentati, ma i ricoveri e i decessi hanno continuato a diminuire. È emerso che coloro che risultavano positivi avevano meno virus nei loro organismi. In Lombardia, la percentuale di debolmente positivi era attorno al 50 per cento dei casi totali e la proporzione è in aumento. I ricoveri nella Regione erano pochi e sporadici e i decessi fortunatamente ancora più rari.

Comprendere il ruolo dei “debolmente positivi” e il rischio che pongono è cruciale per rispondere alla domanda su cosa accadrà dopo. Evidenze italiane non pubblicate suggeriscono che meno del tre per cento sia contagioso. Quattordici altri studi sulla relazione tra infettività e risultati della PCR [N.d.T la tecnica molecolare con cui si cerca l’RNA virale nei tamponi] puntano nella stessa direzione. Tuttavia l'impatto dell'annuncio del numero di nuovi “positivi” continua a infondere paura nell'opinione pubblica.

I casi importati e il ruolo delle persone asintomatiche spiegano in parte la continua circolazione di virus endemici. Annunciare semplicemente i nuovi "positivi" ci dice molto poco. Un test affidabile ci informerebbe se un caso "positivo" è contagioso con un ragionevole grado di certezza.

Ad agosto i casi sono aumentati, i test sono in crescita. Il governo, segnato dagli effetti dei primi di marzo, ha rapidamente promosso nuove restrizioni. I locali notturni hanno chiuso, le mascherine per il viso sono obbligatorie nelle aree affollate. Eppure, in mezzo a queste decisioni affrettate di reimporre le restrizioni, c’è poco che sappiamo con certezza. Non c'è una definizione universalmente accettata dei casi di Covid-19, dato che la malattia di una persona può essere diversa da quella di un'altra (come indicano i risultati dei "debolmente positivi", il livello del virus rilevato può variare sostanzialmente).

Di conseguenza, il numero di casi non dovrebbe essere il motore principale di futuri lockdown. Il vino italiano è stato trasformato in gel per le mani; i turisti sono scomparsi; le chiese, sebbene aperte, sono quasi deserte. Lo stile di vita italiano potrebbe essere cambiato per sempre. I nostri ricordi svaniscono presto, ma dobbiamo tenere a mente il contesto in cui i lockdown sono stati utilizzati per la prima volta. Una situazione del tipo Lombardia potrebbe ripresentarsi, ma decisioni valide e convincenti possono essere prese solo se sappiamo cosa stiamo facendo.


Un approfondimento sul 'problema di realtà' dei test utilizzati in tutto il mondo per identificare i casi è svolto dal prof. Heneghan in questo articolo (qui tradotto da Vocidallestero)




* Professore di Medicina basata sull’evidenza e Direttore del Centro di Medicina basata sull’evidenza dell’Università di Oxford

* Ricercatore del Centro di Medicina basata sull’evidenza dell’Università di Oxford


24/09/20

I grafici del dott. Sventura e del dott. Sconforto

 


Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione di 50.000 al giorno”. Così il Daily Mail online del 22 settembre scorso intitola l’articolo che spiega le critiche mosse alla previsione presentata in televisione da Sir Patrick Vallance e dal prof. Chris Whitty, rispettivamente Capo Consulente Scientifico e Capo Consulente Medico del governo del Regno Unito.

Ai primi paragrafi dell’articolo del Daily Mail online aggiungiamo le critiche formulate in modo articolato dal prof. Paton, uno degli accademici intervistati nell’articolo, sul sito Unherd. I messaggi che emergono dalle sue considerazioni sono che le statistiche non debbono essere manipolate per fini politici e che, per non minare la fiducia del pubblico, i cittadini devono essere trattati con rispetto e devono essere forniti loro spiegazioni chiare e dati obiettivi.


Traduzioni di Rosa Anselmi

Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione  di 50.000 al giorno

di Sophie Borland e Vanessa Chalmers per il Daily Mail online, 22 settembre 2020

Gli scienziati si sono chiesti se il Regno Unito potrebbe davvero vedere 50.000 nuove infezioni da Covid-19 al giorno entro il mese prossimo come previsto dal capo consulente scientifico del Governo, che ha presentato lo scenario peggiore in un grafico terrificante. Ieri [N.d.T. 21 settembre] Sir Patrick Vallance ha dichiarato di credere che l’epidemia in Britannia stia raddoppiando ogni sette giorni ed ha affermato che, "se non si fa niente", i nuovi casi potrebbero aumentare esponenzialmente nel giro di un mese. Nel suo discorso televisivo alla nazione, ha avvertito che si potrebbe arrivare a 200 morti al giorno entro la metà di novembre, pur sottolineando le molte incognite dietro quelle allarmanti proiezioni.

Tuttavia alcuni esperti hanno criticato l'affermazione come “non plausibile'', insistendo sul fatto che finora né la Francia né la Spagna - i cui focolai si teme siano al pari con quelli del Regno Unito - hanno avuto un livello di infezione di tale portata, nonostante ci sia stata una chiara recrudescenza della malattia. I critici hanno accusato il n° 10 [N.d.T. di Downing Street] di aver cercato di "spaventare" le persone in vista della grande rivelazione serale da parte di Boris Johnson di politiche più severe per il controllo del Covid.

Altri accademici hanno affermato che Sir Patrick e il prof. Chris Whitty, apparso al suo fianco in televisione, hanno `”abusato'' dei dati, poiché è ``quasi certo'' che i casi non continueranno a raddoppiare ogni sette giorni ancora per molto tempo e hanno dichiarato che le proiezioni si riveleranno ”cupe e pessimistiche'' in confronto alla realtà che si manifesterà a metà ottobre. 

Il Prof. David Paton, economista industriale all’Università di Nottingham, ha suggerito che i dati forniti possono giustificare un'indagine da parte dell'Office for Statistics Regulation, ufficio che disciplina l'accuratezza dei dati forniti al pubblico. [...]


Riportiamo qui di seguito le considerazioni esposte dal prof. Paton su Unheard del 22 settembre scorso 


Whitty e Vallance stanno giocando a un gioco pericoloso

di David Paton, 22 settembre 2020

Negli ultimi 6 mesi le statistiche sono state usate spesso in modo così improprio da parte di coloro che dovrebbero essere i massimi esperti, da rimanerne veramente scioccati. Ringraziamo il Capo Consulente Medico (Chief Medical Officer - CMO) dell'Inghilterra e il Capo Consulente Scientifico (Chief Scientific Officer - CSO) del Regno Unito per esser riusciti a farlo nel loro briefing congiunto di ieri con così tanta facilità.

La presentazione è iniziata con il professor Chris Whitty e Sir Patrick Vallance che hanno mostrato come i casi di Coronavirus segnalati in Francia e Spagna siano aumentati di recente a una media giornaliera di 13 e 22 casi rispettivamente ogni 100.000 persone. Il suggerimento era che il Regno Unito potrebbe trovarsi su una traiettoria simile a quella di questi due paesi. 

Fin qui tutto ragionevole, ma poi è arrivata una diapositiva che pretendeva di mostrare che i casi nel Regno Unito potrebbero passare da 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre a 49.000 casi al giorno entro il 13 ottobre. Il CMO e il CSO sono stati attenti a dire che questo è ciò che potrebbe accadere "se" i casi nel Regno Unito dovessero raddoppiare ogni 7 giorni.



Avendo appena parlato di Francia e Spagna, un osservatore occasionale potrebbe aver pensato che stavano mostrando cosa sarebbe successo se i casi nel Regno Unito fossero aumentati a un ritmo simile.

In realtà, i casi segnalati in Francia e Spagna sono raddoppiati all'incirca ogni 3 settimane anziché ogni 7 giorni. Se Whitty e Vallance avessero utilizzato un tale periodo di raddoppio di 3 settimane come base per il loro scenario, ciò li avrebbe portati a meno di 10.000 casi al giorno entro metà ottobre, nemmeno vicino ai 49.000 visualizzati nella diapositiva.

Per aumentare la confusione, il CMO e il CSO hanno cambiato le loro unità di misura. Per la Spagna e la Francia, hanno fatto riferimento ai casi medi giornalieri ogni 100.000 persone, mentre per il Regno Unito sono passati al numero di casi al giorno. È facile capire il motivo: 50.000 casi al giorno nel Regno Unito raggiungono un tasso di circa 75 ogni 100.000 persone.

Il CMO e il CSO credono seriamente che lo scenario più probabile sia quello in cui il Regno Unito sperimenterà in sole tre settimane un tasso giornaliero pari a più di cinque volte l'attuale tasso in Francia ? Se avessero riportato il tasso per popolazione, giornalisti e politici si sarebbero immediatamente accorti che stava succedendo qualcosa di strano.

Ci sono ulteriori problemi sul modo in cui sono stati presentati i dati al briefing. Il Centro di Medicina basata sull’evidenza di Oxford ha dimostrato che, sebbene in Spagna i casi segnalati continuino ad aumentare, i dati in base alla data dei sintomi suggeriscono che le infezioni effettive hanno iniziato a stabilizzarsi alla fine di agosto. Allora perché il CMO e il CSO hanno scelto di mostrarci i casi spagnoli in base alla data di segnalazione?

Un'altra stranezza è che il grafico per il Regno Unito presentato nel briefing suggerisce che i 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre sono l'ultimo dato disponibile. In effetti, al momento della presentazione, erano stati denunciati i casi per altri 5 giorni, fino al 20 settembre. Quanto velocemente sono aumentati i casi segnalati? Ebbene, sulla base della media di 7 giorni (per appianare gli effetti dei rapporti su base giornaliera), nella settimana fino al 20 settembre i casi segnalati sono aumentati del 21%, a 3.679. Estrapolando il dato al 13 ottobre risulterebbero poco meno di 7.000 casi al giorno. Se si guardano i dati del Regno Unito per campione (piuttosto che per la data di segnalazione), il tasso di aumento è ancora più basso.

Problemi di capacità di test possono significare che i dati dei test positivi più recenti sottovalutano l'aumento delle infezioni, ma la media dei casi segnalati nel Regno Unito non è raddoppiata in un periodo di 7 giorni dall'impennata dei casi alla fine di agosto.

Naturalmente, nessuno sa con assoluta certezza cosa accadrà quanto a numero di casi che si verificheranno nel Regno Unito nelle prossime settimane. Indicare il probabile numero di casi se il Regno Unito seguisse la tendenza della Spagna o della Francia non sarebbe stato un approccio irragionevole da parte di Chris Whitty e Patrick Vallance. Allora perché non l'hanno fatto? L'ovvio sospetto è che 7.000-10.000 casi al giorno entro la metà di ottobre potrebbero non essere abbastanza spaventosi da consentire alle persone di accettare nuove imminenti restrizioni al loro stile di vita.

Chris Whitty e Patrick Vallance sono eminenti scienziati ed è inconcepibile che non sapessero cosa stavano facendo nel briefing. Da un lato, hanno raggiunto il loro obiettivo: i media stanno diligentemente riportando la spaventosa cifra di "50.000 casi entro il 13 ottobre" e sono state preparate le basi per il discorso del Primo Ministro in cui ci dice quali nuove restrizioni imporrà al paese.

Tuttavia, il prezzo della politicizzazione delle statistiche è che si rischia di minare la fiducia del pubblico nella scienza del governo. Se questo sarà l'effetto a lungo termine del briefing di ieri, mi chiedo se il professor Whitty e Sir Patrick continueranno a pensare che valesse la pena pagare quel prezzo.


20/09/20

Nature - Cinque modi per garantire che i modelli predittivi siano utili alla società: un manifesto


I modelli matematici predittivi sulla pandemia da COVID-19 hanno fortemente influenzato le decisioni dei governi e, a cascata, le vite di tutti noi. Nonostante i dati dei modelli presentino grandi incertezze, sono sovente utilizzati per giustificare le scelte politiche come dettate dalla scienza e sostenere agende predeterminate senza assumersene esplicita responsabilità, notano gli Autori di un lavoro pubblicato su Nature nel giugno scorso. Proprio per aiutare la società a esigere la qualità di cui ha bisogno dalla modellizzazione ed evitare che quest’ultima divenga ostaggio delle contese politiche, gli Autori propongono l’adesione a un insieme di regole condivise illustrate nel manifesto che traduciamo di seguito.


Nature | Vol 582 | 25 giugno 2020

di Andrea Saltelli, Gabriele Bammer, Isabelle Bruno, Erica Charters, Monica Di Fiore, Emmanuel Didier, Wendy Nelson Espeland, John Kay, Samuele Lo Piano, Deborah Mayo, Roger Pielke Jr, Tommaso Portaluri, Theodore M. Porter, Arnald Puy, Ismael Rafols, Jerome R. Ravetz, Erik Reinert, Daniel Sarewitz, Philip B. Stark, Andrew Stirling, Jeroen van der Sluijs, Paolo Vineis

Traduzione di Rosa Anselmi


La pandemia da COVID-19 illustra perfettamente come cambia il funzionamento della scienza quando le situazioni di emergenza, la posta in gioco, i valori e l'incertezza entrano in conflitto - nel regime "post-normale".

Ben prima della pandemia da coronavirus, gli statistici stavano discutendo su come prevenire pratiche scorrette  come il p-hacking [N.d.T. manipolazione del processo di raccolta dei dati o dell’analisi statistica per “addomesticare” i risultati], in particolare quando potrebbero influenzare la politica [1]. Ora la modellizzazione computazionale è sotto i riflettori, con i politici che presentano le loro politiche come dettate dalla "scienza"[2]. Eppure non vi è alcun aspetto sostanziale di questa pandemia per cui qualsiasi ricercatore possa attualmente fornire numeri precisi e affidabili. Le incognite note includono la prevalenza, la letalità e i tassi di riproduzione del virus nelle popolazioni. Esistono poche stime del numero di infezioni asintomatiche e sono molto variabili. Sappiamo ancora meno sulla stagionalità delle infezioni e su come funziona l'immunità, per non parlare dell'impatto degli interventi di distanziamento sociale in diverse e complesse società.

16/09/20

I casi di coronavirus stanno aumentando ma i decessi rimangono stabili. Perché?

 


Solitamente la diagnosi di Laboratorio dell’infezione da COVID-19 si basa sulla ricerca in un tampone delle alte vie aeree (naso-faringeo o oro-faringeo) dell’RNA virale con metodiche di biologia molecolare (PCR).  Tuttavia, come sostiene il prof. Heneghan, Direttore del Centro di Medicina basata sull’Evidenza [la pratica medica basata sull’uso esplicito e coscienzioso delle migliori prove scientifiche] dell’Università di Oxford, "annunciare semplicemente i nuovi positivi al test ci dice molto poco, mentre quello che dobbiamo sapere con un ragionevole grado di certezza è se un caso 'positivo' è contagioso oppure no",  anche per non correre il rischio di isolare persone non infettanti e mettere in quarantena i loro contatti o intere comunità. 

Alla luce di questi presupposti, di recente ha avuto ampia risonanza mediatica (si veda, ad esempio, qui  e qui ) la notizia di una possibile sovrastima al tampone dei casi effettivamente positivi e contagiosi, riportata in un lavoro del team di Oxford attualmente in corso di revisione tra pari. Una scoperta importante che aggiunge ulteriori elementi a un dibattito in corso nel mondo scientifico e con ampie ricadute nella pratica clinica (si veda ad esempio qui  oppure qui).

Il ragionamento sotteso è spiegato dal prof. Heneghan e dal suo collaboratore T. Jefferson in un articolo divulgativo pubblicato il 1° settembre su The Spectator, di cui presentiamo di seguito la traduzione. 


di Carl Heneghan* e Tom Jefferson*, 1 Settembre 2020

Traduzione di Rosa Anselmi


Sta accadendo qualcosa di alquanto strano nelle due nazioni europee più colpite dal Covid-19. Il Regno Unito e l'Italia registrano un numero crescente di casi ma un numero stabile e molto basso di decessi, anche settimane dopo che i casi hanno ripreso ad aumentare.

Al momento in cui scriviamo, il Regno Unito registra 1.750 nuovi casi al giorno e un decesso su una popolazione di 67 milioni. Con una popolazione più o meno simile e una media di 602 casi al giorno, l'Italia ha avuto poco più di quattro morti al giorno nell'ultimo mese. Il rapporto tra casi e morti non si avvicina nemmeno a quello che era al picco della pandemia. L'altra caratteristica degna di nota è che i casi riguardano una popolazione più giovane.

Ci possono essere diverse spiegazioni per questo andamento. In primo luogo, l'agente virale potrebbe essere mutato in una forma meno virulenta. Sebbene siano stati pubblicati alcuni studi che mostrano mutazioni minori, questo è ciò che ci si aspetterebbe da un virus a RNA che è intrinsecamente instabile (si pensi ai virus influenzali, che cambiano continuamente forma).

In secondo luogo, forse abbiamo imparato ad affrontare meglio il Covid-19. A parte il desametasone [un farmaco corticosteroide, n.d.t.] nell'esiguo numero di ricoverati in terapia intensiva, non ci sono trattamenti specifici per la malattia e dato che non si osserva un aumento sostanziale dei ricoveri o della gravità dei casi, anche questa sembra una spiegazione improbabile.

In terzo luogo, le nostre misure preventive potrebbero aver funzionato, facendo sì che si manifestino nuovi casi solo quando si verificano degli errori. Se così fosse, ci sarebbe da spettarsi un'efficacia contro tutte le forme di infezioni respiratorie acute, come le malattie invernali. Questo è effettivamente accaduto nell'emisfero australe, ma il cambiamento nell'età dei casi verificatisi non si adatta a questa teoria.

Una quarta possibile e molto più complessa spiegazione è ciò che chiamiamo il "problema di realtà". Si stanno rapidamente accumulando evidenze che i test utilizzati in tutto il mondo per identificare i casi in modalità binaria "Sì o No" vengono utilizzati in modo semplicistico e non coordinato. Abbiamo già spiegato i limiti della reazione a catena della polimerasi (PCR o Polymerase Chain Reaction) per eseguire test di massa.

La PCR è un test molto sensibile, il che significa che rileva i frammenti più piccoli del virus di cui si effettua la ricerca amplificando il campione milioni di volte. Tuttavia, un frammento non è un virus intero, capace di replicarsi e di infettare altri esseri umani. È una piccola parte della struttura virale che il primer della PCR sta cercando, non l'intero microrganismo [I primer costituiscono gli elementi di innesco della reazione di amplificazione, n.d.t.]. Solo virus interi possono infettarci.

Inoltre, raramente viene riportato il numero di cicli di amplificazione necessari per raggiungere un "test positivo". Ora sappiamo che questa è un'informazione cruciale per interpretare i risultati. Un numero molto alto di cicli può rilevare dei frammenti e dare un risultato positivo, ma un numero inferiore di cicli è molto più probabile che identifichi individui infettati e infettivi che richiedono la quarantena.

Ci si aspetterebbe che tutto questo venisse riportato nei risultati della PCR, ma di routine non viene fatto. E c'è di peggio. Un test molto sensibile è vulnerabile alla contaminazione con materiale genetico estraneo (da qui la necessità di preparare adeguatamente gli operatori). La rapida espansione dei test effettuati potrebbe aver eroso la nostra capacità di mantenere l'ambiente sterile, a causa della accresciuta produttività e delle condizioni di forte pressione in cui è avvenuta la formazione del personale di laboratorio. Abbiamo anche trovato studi che esaminano le diverse performance dei kit PCR sullo stesso campione e i risultati non sono incoraggianti, con un'ampia variazione dei cicli soglia [il numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il materiale genetico che si sta cercando, n.d.t.] per gli stessi risultati positivi, il che indica la necessità assoluta di test standardizzati in tutto il mondo, che confrontino continuamente procedure e prestazioni dei test rispetto all'unica vera regola aurea per misurare la contagiosità di una persona: la coltura virale.

Stanno aumentando le evidenze che una buona percentuale di "nuovi" casi lievi e di persone che risultano di nuovo positive al test dopo la quarantena o la dimissione dall'ospedale non sono contagiosi, ma stanno semplicemente eliminando particelle innocue di virus che il loro sistema immunitario ha gestito in modo efficiente. Le persone la cui immunità è più attiva sono esattamente nella fascia di età dei "positivi" osservati e hanno meno probabilità di accusare una malattia grave.

Quindi, sembra che vi sia una realtà della circolazione virale, probabilmente in rapido declino, e una realtà percepita di un simpatico test usato in modo improprio e interpretato in maniera semplicistica che può essere utilizzato con grande efficacia quando la circolazione virale è molto più alta (essendoci una maggior probabilità che un test positivo identifichi correttamente il virus) o allo scopo di trovare tracce di virus che sono bravi a nascondersi nel nostro corpo, o per trovarne dei frammenti nelle acque reflue che ne indicano la presenza in qualche momento nel passato.

Per evitare questa realtà duale e i pericoli di isolare persone non contagiose o intere comunità, abbiamo bisogno di uno sforzo internazionale per la standardizzazione dei test, la loro calibrazione periodica rispetto alla coltura [virale] o ad altre misure riconosciute di infettività e rigorosi protocolli e procedure di laboratorio, probabilmente con un'autorità centrale di rilascio delle licenze. È necessario fare molto di più per correlare i cicli soglia, le caratteristiche dei pazienti e le informazioni sulla circolazione del virus. La medicina e la sanità pubblica riguardano le persone, non i tabulati.

* Carl Heneghan è   Professore di Evidence-Based Medicine e Direttore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford

* Tom Jefferson è  Ricercatore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford


06/09/20

The Lancet - L’impatto psicologico della quarantena e come ridurlo: revisione rapida delle evidenze



I drastici interventi di sanità pubblica messi in campo per contrastare la diffusione del COVID-19 sono tutt’altro che privi di effetti avversi, come hanno ripetutamente ammonito gli esperti e la letteratura scientifica sta sempre più evidenziando. In particolare, le ripercussioni negative sulla sfera emozionale e psichica hanno un ruolo di primo piano. Si tratta di complicazioni non inaspettate, come evidenziato sin da febbraio scorso da una ricerca che ha esaminato i pregressi studi sulle conseguenze psicologiche della quarantena e, sulla base delle evidenze raccolte, ha fornito suggerimenti per mitigarle. Tuttavia, come è stato osservato (Butler D.J., 2020), gli obblighi di isolamento sociale imposti nell’epidemia da COVID-19 sono di gran lunga maggiori di qualunque intervento applicato in passato ed è prevedibile che le complicazioni psicologiche siano più rilevanti.

Il lavoro, a cura di un team di psicologici del King’s College di Londra, è stato pubblicato su The Lancet. Lo riassumiamo di seguito, traducendo integralmente le indicazioni fornite per contenere il disagio, i punti di forza e debolezza dello studio e le conclusioni. Le parti tradotte integralmente sono riportate in corsivo.


di Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin

Dipartimento di Medicina Psicologica, King’s College, Londra, UK

The Lancet 2020; 395: 912–20

(Traduzione di Rosa Anselmi)

Lo scopo della ricerca è fornire strumenti conoscitivi ai decisori politici poiché "le decisioni su come applicare la quarantena dovrebbero essere basate sulle migliori evidenze disponibili". Gli autori notano, infatti, che "la quarantena è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la sperimentano e che i potenziali benefici della quarantena di massa obbligatoria vanno soppesati attentamente rispetto ai possibili costi psicologici.  Il successo nell’applicazione della quarantena come misura di sanità pubblica – aggiungono - richiede che siano ridotti quanto più possibile gli effetti negativi ad essa associati".

La ricerca ha esaminato nel dettaglio 24 studi pubblicati in letteratura, condotti in dieci paesi e riguardanti persone poste in quarantena a seguito di diversi episodi epidemici: la SARS, l’Ebola, l’influenza H1N1 del 2009-2010, la sindrome respiratoria del Medio Oriente e l’influenza equina.  

La quarantena si associa spesso a ricadute psicologiche negative, alcune delle quali possono persistere per tre o più anni. L’elenco delle complicazioni è lungo e vede ai primi posti il disturbo da stress post-traumatico, la confusione e la rabbia, ma include anche altri effetti come, ad esempio, i disturbi d’ansia, la depressione, l’irritabilità e l’insonnia.

I fattori di stress sono stati suddivisi in quelli che agiscono durante la quarantena e successivamente ad essa. Tra i primi sono inclusi:  

-        la durata della quarantena, nel senso che più è lunga e più numerosi sono i disturbi

-        la paura dell’infezione per se stessi e per gli altri, in particolare per i propri cari

-        la frustrazione e il tedio, determinati dall’isolamento, dalla perdita della routine abituale e dalla riduzione dei contatti fisici e sociali

-        la mancanza di approvvigionamenti di base (ad es. cibo, acqua, vestiario), che causa frustrazione e continua ad essere associata ad ansia e rabbia anche dopo 4-6 mesi dalla fine della quarantena

-        l’inadeguatezza delle informazioni da parte delle autorità, descritte sovente come confuse e prive di trasparenza.

In secondo luogo vi sono le preoccupazioni finanziarie, che causano più disagi psicologici in coloro che hanno redditi bassi, e il timore di stigmatizzazione segnalato di frequente e potenzialmente influenzato dalla narrazione mediatica con il suo allarmismo e la drammaticità dei titoli.

 

"Cosa può essere fatto per mitigare le conseguenze della quarantena?

La quarantena può essere una misura preventiva necessaria durante gravi epidemie di malattie infettive. Tuttavia, questa revisione suggerisce che la quarantena è spesso associata a un effetto psicologico negativo. Ciò non è sorprendente durante il periodo di quarantena, mentre l’evidenza che un suo effetto psicologico può essere ancora riscontrato mesi o anni più tardi – seppur in base a un piccolo numero di studi – è più preoccupante e suggerisce la necessità che il processo di pianificazione della quarantena garantisca l’attuazione di misure efficaci volte a mitigarlo.

A questo riguardo i nostri risultati non forniscono una forte evidenza che particolari caratteristiche demografiche rappresentino fattori di rischio per esiti psicologici sfavorevoli dopo la quarantena e richiedano pertanto un’attenzione specifica. Tuttavia, la positività anamnestica per malattie mentali è stata presa in esame come fattore di rischio in un solo studio. La precedente letteratura suggerisce che una storia psichiatrica si associa a distress psicologico dopo aver sperimentato qualunque trauma legato a disastri ed è probabile che le persone con una salute mentale scadente già in precedenza necessitino di un sostegno aggiuntivo durante la quarantena. Sembrava anche esserci un'alta prevalenza di disagio psicologico negli operatori sanitari sottoposti a quarantena, sebbene ci fossero evidenze contrastanti sul fatto che questo gruppo avesse un rischio di disagio maggiore rispetto ai lavoratori non appartenenti all’area sanitaria soggetti a quarantena. Per i lavoratori della sanità è essenziale un sostegno da parte della dirigenza per facilitare il loro ritorno al lavoro e i dirigenti dovrebbero essere consapevoli dei potenziali rischi per il proprio staff sottoposto a quarantena in modo da prepararsi a un intervento precoce.

Mantenerla per il più breve tempo possibile

Le quarantene più lunghe sono associate a esiti psicologici peggiori, forse prevedibilmente dato che è plausibile che i fattori di stress riportati dai partecipanti [agli studi] potrebbero avere più di una conseguenza più a lungo sono stati sperimentati.

Limitare la durata della quarantena a quanto è scientificamente ragionevole in base ai periodi noti di incubazione e non adottare un approccio eccessivamente precauzionale sotto questo profilo minimizzerebbe l'effetto sulle persone. Inoltre, altre evidenze sottolineano l'importanza che le autorità rispettino la lunghezza della quarantena da loro stesse raccomandata e non la estendano.  Per le persone già in quarantena un'estensione, non importa quanto piccola, rischia di esacerbare qualsiasi senso di frustrazione o demoralizzazione. Imporre un blocco a tempo indeterminato di intere città senza un chiaro limite di tempo (come è stato visto a Wuhan, Cina) potrebbe essere più dannoso di procedure di quarantena rigorosamente applicate limitate al periodo di incubazione.

Dare alle persone più informazioni possibili

Le persone sottoposte a quarantena hanno spesso il timore di essere state infettate o di infettare gli altri. Sovente valutano anche in modo pessimistico qualunque sintomo fisico avvertito durante la quarantena. Questo timore è un evento comune per le persone esposte a una malattia infettiva preoccupante e potrebbe essere aggravato dalle informazioni spesso inadeguate che i partecipanti hanno riferito di aver ricevuto dai funzionari della sanità pubblica, lasciandoli incerti sulla natura dei rischi affrontati e sui motivi della quarantena imposta loro. Dovrebbe essere prioritario garantire che le persone in quarantena abbiano una buona conoscenza della malattia in questione e dei motivi della quarantena.

Fornire approvvigionamenti adeguati

I funzionari devono anche garantire che le famiglie in quarantena abbiano scorte sufficienti per i loro bisogni di base e, soprattutto, queste devono essere fornite il ​​più rapidamente possibile. Il coordinamento per l’erogazione degli approvvigionamenti dovrebbe idealmente avvenire in anticipo, con piani prestabiliti di conservazione e riallocazione per assicurare che le provviste non si esauriscano, come purtroppo è stato segnalato.

Ridurre il tedio e migliorare la comunicazione

Il tedio e l’isolamento causeranno angoscia; si dovrebbero dare consigli alle persone in quarantena su cosa possono fare per alleviare la noia e fornir loro suggerimenti pratici sulle tecniche di adattamento e di gestione dello stress. Avere un telefono cellulare funzionante è oggi una necessità, non un lusso, e quelli che scendono da un lungo volo per entrare in quarantena probabilmente accoglieranno un caricabatterie o un adattatore più volentieri di qualsiasi altra cosa. Attivare una rete sociale, anche se da remoto, non è soltanto una priorità fondamentale, ma l’impossibilità a farlo si associa non solo all'ansia immediata, ma all’angoscia a lungo termine. Uno studio suggerisce che la disponibilità di una linea telefonica di supporto, gestita da infermieri psichiatrici, fatta funzionare specificamente per le persone in quarantena potrebbe essere efficace per fornir loro una rete sociale. La possibilità di comunicare con i familiari e gli amici è parimenti essenziale. In particolare, i social media potrebbero avere un ruolo fondamentale per comunicare con le persone lontane, consentendo a chi è in quarantena di aggiornare le persone care sulla loro situazione e rassicurarle che stanno bene. Pertanto, fornendo a chi è in quarantena cellulare, telefoni, cavi e prese per dispositivi di ricarica e robuste reti WiFi con accesso a Internet per consentir loro di comunicare direttamente con i propri cari si potrebbero ridurre i sentimenti di isolamento, stress e panico. Anche se è questo obiettivo può essere raggiungibile in una quarantena forzata, potrebbe essere più difficile da conseguirsi in caso di diffusa quarantena in casa; paesi che impongono la censura sui social media e sulle applicazioni di messaggistica potrebbero anche avere difficoltà nel garantire le linee di comunicazione tra i soggetti in quarantena e i loro cari.

È anche importante che i funzionari della sanità pubblica diano indicazioni chiare alle persone in quarantena su cosa fare se presentano qualunque sintomo. Una linea telefonica o un servizio online predisposto specificamente per chi è in quarantena e con personale sanitario che possa fornire istruzioni sul da farsi nel caso manifestino sintomi della malattia aiuterebbe a rassicurare le persone che saranno assistite se si ammalano. Questo servizio dimostrerebbe a coloro che sono in quarantena che non sono stati dimenticati e che le loro esigenze di salute sono importanti quanto quelle del pubblico in generale. I vantaggi di una tale risorsa non sono stati studiati, ma è probabile che la rassicurazione possa successivamente ridurre sentimenti come paura, preoccupazione e rabbia.

Ci sono evidenze che suggeriscono che possono essere utili gruppi di sostegno dedicati specificamente alle persone sottoposte a quarantena domestica durante i focolai di malattia. Uno studio ha scoperto che disporre di un tale gruppo e sentirsi collegati ad altri che avevano vissuto la stessa situazione poteva essere un'esperienza valida, responsabilizzante e in grado di fornire quel supporto che potrebbero scoprire di non ricevere da altre persone.

I lavoratori della sanità meritano un’attenzione speciale

Gli operatori sanitari sono spesso messi in quarantena e questa revisione suggerisce che, come il grande pubblico, sono influenzati negativamente da atteggiamenti stigmatizzanti da parte di altri. Nessuno degli studi inclusi in questa revisione si è focalizzato sulle percezioni dei loro colleghi, ma questo sarebbe un aspetto interessante da indagare. Gli operatori sanitari in quarantena potrebbero anche essere preoccupati di causare una carenza di personale nel loro posto di lavoro e un sovraccarico ai colleghi e che le percezioni dei loro colleghi potrebbero essere particolarmente importanti. La separazione dal team con cui sono abituati a lavorare in stretto contatto potrebbe aggiungersi ai sentimenti di isolamento degli operatori sanitari in quarantena. Pertanto, è essenziale che si sentano sostenuti dai loro più vicini colleghi. E’ stato riscontrato che durante le epidemie di malattie infettive il supporto organizzativo protegge la salute mentale del personale sanitario in generale e i dirigenti dovrebbero prendere provvedimenti per assicurarsi che i componenti dello staff siano di supporto al loro colleghi in quarantena.

L’altruismo è meglio della costrizione

Forse per le difficoltà nel progettare uno studio appropriato, non abbiamo trovato alcuna ricerca che ha esaminato se la quarantena obbligatoria ha un impatto diverso sul benessere rispetto a quella volontaria. In altri contesti, tuttavia, sentire che gli altri trarranno beneficio dalla propria situazione può rendere le situazioni stressanti più facili da sopportare e sembra probabile che questo valga anche per la quarantena a domicilio. Rafforzare il concetto che la quarantena sta aiutando a mantenere gli altri al sicuro, comprese le persone particolarmente vulnerabili (come i giovanissimi, gli anziani o quelle con gravi patologie preesistenti) e che le autorità sanitarie sono sinceramente grate a loro può solo aiutare a ridurre l'effetto sulla salute mentale e l'adesione in coloro che sono in quarantena. Nella fattispecie, l'altruismo ha i suoi limiti se alle persone viene chiesto di restare in quarantena senza adeguate informazioni su come mantenere al sicuro le persone con cui vivono. È inaccettabile chiedere alle persone di auto-isolarsi a beneficio della salute della comunità, quando mentre lo fanno potrebbero mettere i loro cari a rischio.

Che cosa non sappiamo

La quarantena è una delle numerose misure di sanità pubblica per prevenire la diffusione di una malattia infettiva e, come mostrato in questa revisione, ha un notevole impatto psicologico sulle persone colpite. In quanto tale, bisogna domandarsi se altre misure di sanità pubblica che prevengono la necessità di imporre la quarantena (come il distanziamento sociale, la cancellazione di raduni di massa e la chiusura delle scuole) potrebbero essere più favorevoli. Sono necessarie future ricerche per stabilire l'efficacia di tali misure.

Vanno presi in considerazione i punti di forza e di debolezza di questa revisione. A causa dei vincoli di tempo data l'epidemia di coronavirus in corso, la letteratura considerata non è stata sottoposta a una valutazione formale della qualità. Inoltre, la revisione ha considerato solo le pubblicazioni peer reviewed e non ha esplorato la letteratura grigia potenzialmente rilevante. Le raccomandazioni fatte si applicano principalmente a piccoli gruppi di persone in strutture dedicate e in una certa misura in autoisolamento. Sebbene anticipiamo che molti dei fattori di rischio per gli esiti psicosociali sfaverevoli sarebbero gli stessi nei processi di contenimento più grandi (come di interi paesi o città), è probabile che vi siano differenze nette in tali situazioni, il che significa che le informazioni presentate in questa revisione dovrebbero essere applicate solo con cautela a tali situazioni. Inoltre, devono essere considerate le potenziali differenze culturali. Sebbene questa revisione non possa predire esattamente cosa accadrà o fornire raccomandazione utili per qualunque futura popolazione sottoposta a quarantena, ha offerto una panoramica delle questioni chiave e di come potrebbero essere corrette in futuro.

Sono da segnalare anche diverse limitazioni delle pubblicazioni esaminate: un solo studio ha seguito i partecipanti nel tempo, le dimensioni dei campioni erano generalmente piccole, pochi studi confrontavano direttamente i partecipanti sottoposti e non sottoposti a quarantena, le conclusioni basate su certi studi di popolazione (ad es. gli studenti) potrebbero non essere generalizzabili al grande pubblico e l’eterogeneità tra gli studi nelle misurazioni dei risultati rende difficili paragoni diretti. Vale anche la pena di puntualizzare che una minoranza degli studi ha valutato i sintomi dello stress post-traumatico con i metodi disegnati per misurare il disordine da stress post-traumatico nonostante la quarantena non sia definita un trauma nella diagnosi del disturbo da stress post-traumatico nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disordini Mentali.

I punti di forza di questa revisione includono l’analisi manuale degli elenchi bibliografici per individuare ogni lavoro non rintracciato nella ricerca iniziale, il contatto con gli autori che ci hanno fatto avere i testi integrali dei lavori non disponibili per intero online e la partecipazione di molti ricercatori allo screening [delle pubblicazioni] per migliorare il rigore della revisione.

 Conclusione

Nel complesso questa revisione indica che l’impatto psicologico della quarantena è di vasta portata, sostanziale e può durare a lungo. Non si intende suggerire che non si dovrebbe usare la quarantena; le conseguenze psicologiche del non usarla e di consentire la diffusione della malattia potrebbero essere peggiori. Tuttavia, privare le persone della loro libertà per il bene pubblico più ampio è spesso controverso e deve essere gestito con attenzione. Se la quarantena è essenziale, allora i nostri risultati indicano che le autorità debbono adottare tutte le misure per assicurare che l’esperienza sia sopportabile quanto più possibile. Ciò può essere conseguito: informando le persone di quanto sta accadendo e del perché, spiegandone la durata, offrendo attività pregnanti da fare durante la quarantena, fornendo informazioni chiare, assicurando la disponibilità degli approvvigionamenti essenziali (come cibo, acqua e medicinali) e rafforzando il senso di altruismo che le persone dovrebbero, giustamente, provare. I funzionari sanitari incaricati dell’attuazione della quarantena, che sono per definizione impiegati e di solito con un lavoro ragionevolmente sicuro, dovrebbero anche ricordare che non tutti sono nella medesima situazione. I risultati di questa revisione indicano che, se l’esperienza della quarantena è negativa, possono esservi conseguenze di lunga durata che colpiscono non solo le persone sottoposte alla quarantena, ma anche il sistema sanitario che l’ha gestita e i politici e le autorità sanitarie che l’hanno imposta."

 


28/08/20

I rischi derivanti dal non andare a scuola sono peggiori di quelli da Virus





Come riporta The Epoch Times, il Regno Unito (ormai sganciato dalla UE) prende una posizione decisa sulla riapertura delle scuole: è molto più rischioso per i bambini tenerle chiuse che riaprirle, pertanto a settembre i bambini britannici torneranno in classe, e in caso di future azioni di contenimento l’intenzione del governo è di chiudere le scuole per ultime e riaprirle per prime.


Di Alexander Zhang, 25 agosto 2020


I direttori sanitari del Regno Unito, in una dichiarazione congiunta a sostegno della decisione del governo di riaprire le scuole dopo le vacanze estive, hanno affermato che perdere l'opportunità di ricevere un'istruzione pone rischi molto più grandi per i bambini del contrarre il virus CCP

Con una mossa inusuale, i direttori e vicedirettori sanitari di Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, sabato hanno emesso una “dichiarazione congiunta” sui rischi e i benefici della riapertura delle scuole a seguito delle misure di lockdown imposte a marzo per contenere la diffusione del Virus CCP (ossia del Partito Comunista Cinese), noto anche come il nuovo Coronavirus.

“Concordiamo che, in confronto agli adulti, i bambini possono avere un rischio inferiore di contrarre il COVID-19 (il più basso nei bambini piccoli), un tasso di ricoveri  e di infezione grave molto inferiori, e un rischio eccezionalmente basso di morire per il COVID-19”, hanno detto i direttori sanitari nella dichiarazione congiunta.

“Questo va confrontato con la certezza di un danno di lungo termine per molti bambini e giovani derivante dal non frequentare la scuola” hanno detto, aggiungendo che “la mancanza di scolarizzazione aumenta le disuguaglianze, riduce le opportunità di vita dei bambini e può aggravare patologie fisiche e mentali”.

I dati del mondo reale su scala internazionale suggeriscono che la riapertura delle scuole di solito non è stata seguita dall'aumento del COVID-19 su una scala temporale che implichi che le scuole siano la ragione principale dell’aumento”, hanno sottolineato i direttori sanitari.

Domenica, in un’intervista rilasciata alla BBC, il professore Chris Whitty, principale consulente sanitario del Regno Unito e direttore sanitario dell’Inghilterra, ha detto che le probabilità per i bambini di morire di COVID-19 sono “incredibilmente piccole”, ma che non frequentare le lezioni “danneggia i bambini nel lungo termine”.

“Molti di più verrebbero probabilmente danneggiati dal non frequentare [le scuole] piuttosto che dal non frequentarle” ha dichiarato. 

Un nuovo studio pubblicato domenica dalla Sanità pubblica inglese mostra che focolai e infezioni del virus CCP sono rari nelle scuole.

Da quando i bambini di 1,2 e 6 anni sono ritornati a scuola a giugno in corrispondenza del primo allentamento delle misure di lockdown, solo lo 0,01% degli asili e delle scuole elementari hanno registrato un focolaio, e tutti sono stati contenuti con successo con solo 70 bambini e 128 operatori contagiati.

I bambini in età scolare presentano un rischio maggiore di contrarre l’influenza o di essere coinvolti in un incidente stradale rispetto al contrarre il virus CCP, secondo quanto dichiarato lunedì dal vice direttore sanitario inglese Jenny Harries  a Sky News.

Lunedì il Primo Ministro Boris Johnson ha fatto un appello diretto ai genitori di rimandare i loro figli nelle classi quando le scuole riapriranno la prossima settimana.

E’ di importanza vitale riportare i nostri bambini nelle classi per imparare e per stare con i loro amici” ha detto in una dichiarazione, perché “niente avrà un effetto maggiore sulle loro opportunità di vita del ritornare a scuola”.

All'inizio del mese, Johnson aveva dichiarato che la riapertura delle scuole a settembre era un “dovere morale” e una “priorità nazionale”.

Tenere chiuse le nostre scuole un attimo in più di quanto sia assolutamente necessario è socialmente intollerabile, economicamente insostenibile e moralmente indifendibile”, ha scritto domenica sul The Mail.

Inoltre il commissario inglese per l’infanzia ha detto che le scuole dovrebbero essere “le prime ad aprire e le ultime a chiudere in caso di futuri lockdown, anche alle spese di di altri settori".