27/10/20

FT - La minaccia incombente di una lunga Covid economica


Martin Wolf sul Financial Times, commentando le previsioni del FMI sull'impatto economico della pandemia, avverte che i politici devono evitare di ritirare troppo presto gli aiuti all'economia, i quali dovranno essere modulati in diverse fasi se non si vuole che il costo del mancato aiuto superi di gran lunga il costo degli stimoli economici che i governi, in queste circostanze, hanno il preciso dovere di assicurare, pena un duro giudizio della storia. (Quale potrà essere dunque il giudizio sul governo italiano, che coi suoi aiuti insufficienti e tardivi sta abbandonando il paese a se stesso, nell'attesa di una mitica pioggia di miliardi dalla UE?) 


I governi devono concentrarsi sul costo dell'inerzia, non sul costo del sostegno alle economie

di Martin Wolf,  20 Ottobre 2020

Molti pazienti che hanno superato l'infezione da Covid-19 hanno ancora dei sintomi debilitanti che perdurano nel tempo. Questo è il "lungo Covid". Ciò che è vero per la salute è probabile che valga anche per l'economia. È probabile che la pandemia provochi nel mondo non solo una profonda recessione, ma anni di debolezza. Per affrontare la minaccia di una "lunga Covid economica", i politici devono evitare di ripetere l'errore di ritirare troppo presto il sostegno all’economia, come avvenuto dopo la crisi finanziaria del 2008.

Questo pericolo è reale, anche se rimane molta incertezza su come si svilupperà la crisi. Non meno importante, non sappiamo nemmeno quanto tempo ci vorrà per riportare il Covid-19 sotto controllo.

Eppure sappiamo già molte cose sull'impatto economico della pandemia. Sappiamo che ha provocato un'enorme recessione globale; che i costi economici sono stati maggiori per i giovani, i non qualificati, le minoranze e le madri lavoratrici; e che ha provocato una grave interruzione dell'istruzione. Sappiamo anche che "quest'anno quasi 90 milioni di persone potrebbero scendere al di sotto della soglia di reddito di estrema privazione di 1,90 dollari al giorno", come ha affermato il FMI.

Sappiamo che molte aziende hanno subito gravi danni, poiché la domanda è crollata o perché sono state bloccate. La seconda ondata della malattia che si sta abbattendo su molte economie peggiorerà la situazione. Come mostra il Rapporto sulla stabilità finanziaria globale del FMI, la fragilità finanziaria è in aumento nei settori già fortemente indebitati delle economie ad alto reddito, nonché nei paesi emergenti e in via di sviluppo.

 Ma sappiamo anche che le cose sarebbero potute andare molto peggio. L'economia mondiale ha beneficiato del sostegno straordinario delle banche centrali e dei governi. Secondo il Fiscal Monitor dell'FMI, il sostegno fiscale all'11 settembre 2020 ammonta a "11,7 trilioni di dollari, o quasi il 12 per cento del PIL globale". Molto di più del sostegno offerto dopo la crisi finanziaria globale.

Sappiamo, tuttavia, che ciò che è già accaduto lascerà profonde cicatrici, che saranno tanto più profonde quanto più a lungo durerà la pandemia.  Per il 2022-23 il FMI prevede già un forte calo dell'attività economica rispetto al potenziale, cosa che sicuramente ridurrà molto gli investimenti privati. Non sorprende che il fondo ora preveda anche, tra il 2019 e il 2025, una crescita del prodotto interno lordo reale pro-capite significativamente inferiore rispetto a quanto previsto a gennaio.




In una crisi di questa portata, c'è solo un soggetto in grado di agire sia come assicuratore che come sostenitore della domanda. Sfortunatamente, la capacità dei governi di agire varia enormemente. Ma quelli con valute accettate a livello globale hanno un enorme spazio di manovra. Lo hanno già usato; dovranno continuare a farlo.

La politica fiscale deve svolgere un ruolo centrale, poiché essa sola può fornire il necessario sostegno mirato. I banchieri centrali sono stati chiari su questo. Il Fiscal Monitor divide utilmente il supporto necessario in tre fasi: lockdown; graduale riapertura; e ripresa post-Covid.

Durante il lockdown, l'onere deve riguardare trasferimenti di denaro, indennità di disoccupazione, sostegni per il lavoro a tempo ridotto, differimento temporaneo delle tasse e dei contributi previdenziali e liquidità per le imprese.

Durante la riapertura, il sostegno deve essere più mirato, con incentivi focalizzati al riportare le persone al lavoro. Si dovrebbero fare piani per maggiori investimenti pubblici. Nel frattempo, il sostegno alle aziende deve essere focalizzato su quelle con prospettive discrete, ma con controlli sui dividendi e sulla paga dei dirigenti.

Nel periodo post-Covid, bisognerà riformare i sistemi di protezione sociale che la pandemia ha dimostrato essere carenti. Nel frattempo, l'attenzione deve spostarsi verso politiche attive del mercato del lavoro e grandi impulsi agli investimenti pubblici. Ciò, sostiene il Fiscal Monitor, stimolerà fortemente gli investimenti privati. Saranno necessari anche meccanismi per una ristrutturazione accelerata del debito.

Realizzare tutto questo nel modo giusto, in particolare per quanto riguarda la tempistica incerta e forse non esattamente così sequenziale tra le varie fasi della malattia, sarà difficile. I responsabili politici devono essere flessibili, ma non parsimoniosi.

Tutta questa spesa aumenterà sostanzialmente il deficit pubblico e il debito. Si prevede che il disavanzo di bilancio delle amministrazioni pubbliche mondiali raggiungerà il 12,7% del PIL quest'anno; nelle economie ad alto reddito raggiungerà il 14,4 per cento. Si prevede che il rapporto globale tra debito delle amministrazioni pubbliche e PIL salirà dall'83 al 100 per cento del PIL tra il 2019 e il 2022, mentre quello dei paesi ad alto reddito passerà dal 105 al 126 per cento.



Non importa. Per i paesi ad alto reddito, i tassi di interesse reali sull'indebitamento a lungo termine sono pari o inferiori a zero. Le banche centrali sono anche impegnate in maniera credibile a mantenere politiche monetarie molto espansive. I governi possono permettersi di spendere. Quello che non possono permettersi è di non farlo, lasciando che l’economia crolli, le persone si sentano abbandonate, le conseguenze diventino irreversibili e le economie a rimangano intrappolate in una bassa crescita permanente.

I governi devono spendere. Ma, nel tempo, devono spostare la loro attenzione dal salvataggio alla crescita sostenibile. Se, in ultima analisi, le tasse dovranno aumentare, dovranno ricadere sui vincitori. Questa è una necessità politica. È anche una cosa giusta.

Siamo solo all'inizio. Non possiamo sapere come andrà a finire, anche perché non sappiamo cosa faranno i governanti al potere. Ma sappiamo che la storia giudicherà duramente i politici se coloro che hanno spazio per farlo non saranno all'altezza dell'occasione.

Dobbiamo prevenire un lungo Covid economico. Ciò non significa abbandonare gli sforzi per tenere sotto controllo la malattia, ma piuttosto il contrario. Per gli anni a venire si richiederà anche una politica economica attiva, creativa e coraggiosa. Senza preoccuparsi di quanto costerà intervenire. Preoccupandosi molto di più di quanto costerebbe non farlo.

 


23/10/20

Politico - Trump, Biden e i "f ****** tedeschi



Su Politico si disegna un ampio quadro delle relazioni difficili tra USA e Germania, e delle narrazioni che da tempo alimentano le pubbliche opinioni dei due paesi. Da questo punto di vista sembra non sia tanto rilevante chi vincerà le elezioni presidenziali americane, perché le divergenze sono profonde e di lunga data, e coinvolgono in maniera bipartisan entrambi gli schieramenti della politica USA. 


di MATTHEW KARNITSCHNIG, 20 ottobre 2020

La stretta alleanza degli Stati Uniti con Berlino sarà messa in discussione chiunque vinca le elezioni presidenziali.

John McCain era di umore malinconico.

 Era la primavera del 2017 e stavo rendendogli quella che sarebbe stata l'ultima visita, nel suo ufficio del Senato a Capitol Hill.

Dopo avermi aggiornato sulle ultime novità nel nostro stato, l'Arizona, McCain si rivolse ad un'altra delle sue passioni: l'Europa. Il senatore era appena tornato da un viaggio nei Balcani (ove, tra gli altri luoghi, aveva trascorso un po’ di tempo in uno dei padiglioni di caccia di Tito) ed era preoccupato che né Washington né gli europei stessero prestando sufficiente attenzione alla situazione della sicurezza in quella regione, in particolare per quanto riguarda la minaccia rappresentata dalla Russia. Feci una domanda sui tedeschi, sapendo quanto McCain fosse stato frustrato nel corso degli anni per la posizione di Berlino sulla Russia. (Nel 2015 McCain, infuriato per il rifiuto di Berlino di aiutare ad armare l'Ucraina, disse che la linea di Angela Merkel gli ricordava "le politiche degli anni '30", un riferimento alla sfortunata strategia di pacificazione del Regno Unito nei confronti di Hitler).

McCain, che non aveva mai abbandonato la parlata colorita di quando era pilota di caccia, sfoderò un malizioso sorriso.

"I fottuti tedeschi," rise. "Cosa c'è da dire?"

Se fosse ancora vivo, McCain avrebbe senza dubbio molto da dire sulla linea di politica estera del governo della Merkel negli ultimi anni.

Dalla morte di McCain nel 2018, la Germania non ha mai sostenuto gli Stati Uniti su quasi nessuno dei principali fronti di politica estera, sia nei riguardi della Cina, che della Russia, dell’Iran, di Israele o del Medio Oriente in generale.

Inoltre, Berlino continua a non essere all'altezza degli obiettivi di spesa per la difesa della NATO e del ministero della Difesa - negli ultimi giorni ha dovuto rinunciare al progetto di acquisto di un nuovo fucile d'assalto standard per una controversia sui brevetti – è tutta una commedia degli equivoci.

Si è tentati di incolpare Donald Trump di questa nuova divisione transatlantica, per la sua messa in discussione degli obiettivi della NATO e per la sua bizzarra ossessione di amore-odio sia verso la Merkel che verso la Germania in generale, la terra dei suoi antenati.

McCain, non certo un fan di Trump, si sarebbe unito senza dubbio a quel coro. Ma probabilmente avrebbe anche sottolineato che le divisioni di cui si parla sono anteriori a Trump e avrebbe puntato dritto a una domanda fondamentale: da che parte sta la Germania?

Nessuno, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sta neanche tentando di nascondere le profonde divergenze nella relazione tra i due paesi. Di recente ho chiesto a Christian Lindner, il leader dei Liberi Democratici tedeschi, un partito ufficialmente filoamericano, quali fossero le sue aspettative per il partenariato tedesco-americano. La sua risposta: "A quale relazione transatlantica si sta riferendo?"

Con le relazioni tedesco-americane al loro livello più basso dalla seconda guerra mondiale, la frustrazione di McCain per la politica tedesca ci ricorda che l'esasperazione dell'establishment transatlantico americano nei confronti della Germania è profonda ed è bipartisan. Le stravaganti provocazioni di Trump hanno spinto molti tedeschi a dimenticare che anche Barack Obama ha fatto pressioni su Berlino perché spendesse di più nella difesa. In effetti, il primo presidente a criticare gli europei come "profittatori" è stato Obama.

Questa storia suggerisce che le speranze di molti a Berlino, che i rapporti USA-Germania tornino in qualche modo alla normalità precedente, nel caso Joe Biden (un caro amico di McCain per decenni) vincesse la presidenza, non sono solo esagerate: sono una fantasia.

Non si torna indietro

Una delle ragioni principali per cui non si può tornare indietro è l'attenzione di Washington sulla Cina, una delle poche aree di consenso bipartisan negli schieramenti della politica americana.

"Poiché la politica estera degli Stati Uniti si concentra sempre di più sulla concorrenza strategica con la Cina e subordina le relazioni con gli alleati di lunga data a quella priorità assoluta, l'Europa dovrà affrontare scelte difficili, chiunque sia il presidente", ha osservato recentemente Hans Kundnani di Chatham House.

Eppure c'è una spiegazione più prosaica del perché l'orologio transatlantico non può tornare indietro nel tempo: trent'anni dopo la fine della Guerra Fredda, è diventato sempre più difficile spiegare agli americani perché il paese ha bisogno di rimanere in Europa.

Ciò è particolarmente vero per la presenza militare americana in Germania, dove gli Stati Uniti hanno basato il loro impegno europeo per decenni. Gli attacchi di Trump alle modeste spese militari di Berlino possono scatenare indignazione in Germania, ma negli Stati Uniti sono considerate, tra le sue esplosioni, le meno controverse.

Potrebbe essere perché, come Obama prima di lui, ha delle ragioni. Perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a sostenere il peso finanziario di proteggere il paese più ricco d'Europa? A questa domanda diventa ancora più difficile rispondere se si considera il continuo impegno della Germania con la Russia, ad esempio tramite il gasdotto Nord Stream 2, nonostante le forti obiezioni degli Stati Uniti e di altri alleati.

Il mese scorso, Wolfgang Ischinger, un ex ambasciatore tedesco negli Stati Uniti che ora è presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’incontro annuale dell'alleanza transatlantica, ha messo in guardia contro l'annullamento del Nord Stream 2 sulla scia del sospetto avvelenamento da parte della Russia del leader dell'opposizione Alexei Navalny con un agente nervino.

Fermare il progetto "scatenerebbe un urlo di trionfo nell'amministrazione Trump", ha detto Ischinger a un pubblico in prima serata alla televisione tedesca.

In altre parole, era più importante mantenere la parola della Germania con la Russia che concedere a Trump di apparire vittorioso, soprattutto dopo le minacce di sanzioni che Washington aveva lanciato per mesi verso chiunque fosse collegato al progetto. Non importa che gli Stati Uniti siano presumibilmente il più stretto alleato di Berlino, con truppe e armi nucleari di stanza in Germania per proteggerla, tra tutti i paesi, dalla Russia.

Finora, il governo tedesco ha seguito il consiglio di Ischinger e ha mostrato poca disponibilità ad abbandonare il gasdotto, una mossa che preoccupa Berlino perché provocherebbe ulteriormente Vladimir Putin.

Il calcolo dei tedeschi nel resistere alla pressione degli Stati Uniti si fonda in parte sulla convinzione che gli Stati Uniti abbiano bisogno della Germania quasi quanto la Germania ha bisogno degli Stati Uniti.

L'approccio di Trump "ha conseguenze dannose, più per gli Stati Uniti che per la Germania", mi ha detto di recente Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli affari esteri del Parlamento tedesco ed esponente conservatore candidato a sostituire la Merkel, riferendosi alla decisione di Trump di ridurre il numero delle truppe statunitensi nel paese di circa un terzo. "È difficile lavorare con quel tipo di irrazionalità."

Calcolo discutibile

Eppure il nucleo centrale di questo argomento - che gli Stati Uniti hanno bisogno della presenza dei tedeschi per il loro "progetto di potere" e per condurre guerre senza fine in Medio Oriente – ha le sue radici più nelle realtà dell'amministrazione di George W. Bush che nella probabile strategia degli Stati Uniti negli anni a venire, quando Washington focalizzerà la sua attenzione e le sue risorse sull'Indo-Pacifico.

Nonostante questo cambiamento strategico e le profonde tensioni nelle relazioni tedesco-americane, dire "Auf Wiedersehen" è tutt'altro che semplice. La lobby transatlantica - una sorta di combinazione di think tank tedeschi e americani popolata da un assortimento eterogeneo di accademici, generali in pensione e ambasciatori, alcuni a libro paga del "complesso militare-industriale" - è decisa a preservare la relazione, qualunque cosa accada. Lo stesso vale per molti membri del Congresso, compresi i repubblicani.

Alcuni osservatori ritengono che il modo migliore per procedere sarebbe quello di "ridefinire" la NATO, trasferendo una parte maggiore dell'onere sull'Europa. Benché Washington abbia compiuto alcuni progressi su questo fronte negli ultimi anni, spronando gli altri paesi membri a destinare più risorse ai loro militari, gli Stati Uniti rappresentano ancora circa il 70% della spesa totale per la difesa dei membri della NATO.

"Bisogna uscire dalla mentalità che questa sia una relazione sul tipo di un protettorato ... è distruttivo per entrambe le parti", ha detto Dan Hamilton, una voce americana di spicco negli affari transatlantici che ha trascorso decenni tra mondo accademico e diplomazia, da entrambe le sponde dell'Atlantico. "Dà agli americani questo tipo di atteggiamento paternalistico nei confronti degli europei e significa che gli europei non sono tenuti a fare molto".

Sebbene molti europei accetterebbero senza dubbio questo tipo di partnership, è tutt'altro che chiaro se i tedeschi lo accoglierebbero. La Germania, sebbene più di recente abbia cominciato a spendere, si muove a rilento su una linea di difesa. In effetti, l'esercito del paese è così gravemente disfunzionale dopo anni di abbandono, che è difficile vedere un miglioramento fondamentale all'orizzonte. Secondo un recente studio della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, meno della metà dei tedeschi pensa che la spesa militare dovrebbe aumentare,.

La percezione degli Stati Uniti da parte dell’opinione pubblica tedesca raramente è stata peggiore. Secondo uno studio di Pew pubblicato il mese scorso, solo il 26 per cento dei tedeschi ha una visione "positiva" degli Stati Uniti, il tasso più basso tra tutti i paesi ad esclusione del Belgio. Ciò contrasta con le valutazioni più favorevoli verso gli Stati Uniti in Spagna, Italia e Regno Unito, tra il 40 e il 45 per cento.

Uno studio della Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha rilevato una percentuale altrettanto bassa di tedeschi (27%) che considera gli Stati Uniti il ​​più importante alleato militare del paese. Circa la metà dei tedeschi afferma che l'alleato più importante del paese è la Francia.

Su una base puramente oggettiva, i risultati sono sbalorditivi. Che piaccia o no ai tedeschi, la dipendenza del paese dagli Stati Uniti per la sua sicurezza è a tutti gli effetti totale.

Anche se gli Stati Uniti dovessero procedere con il ritiro delle truppe, il paese continuerà ad avere più truppe in Germania che in quasi tutti gli altri paesi del mondo. La loro presenza - se il loro scopo principale è proteggere la Germania, direttamente o meno - si aggiunge all'ombrello di sicurezza garantito anche dall'arsenale nucleare americano.

Sebbene la dipendenza economica della Germania dagli Stati Uniti sia in qualche modo diminuita con l'ascesa della Cina, l'America rimane il più grande mercato di esportazione della Germania e un centro di produzione chiave per aziende come BMW e Siemens.

La maggior parte dei commentatori attribuisce la scarsa opinione dei tedeschi nei confronti degli Stati Uniti alla loro viscerale avversione per Trump. Ma questa è solo una parte della storia. Gli americani che credono che la maggior parte dei tedeschi senta di dover ancora gratitudine agli Stati Uniti per la riabilitazione del paese dopo la seconda guerra mondiale e per aver aperto la strada alla riunificazione, si stanno illudendo. Anche le élite del paese vedono l'America come un "amico-nemico", nella migliore delle ipotesi. Il recente sconvolgimento sociale negli Stati Uniti ha convinto anche molti tedeschi istruiti che il paese a cui una volta guardavano con considerazione è tutt'altro che un modello, specialmente quando si tratta di democrazia.

"È un sistema profondamente ingiusto e per certi versi antidemocratico", ha concluso Michael Butter, professore tedesco di letteratura americana, durante un recente dibattito con me sulla campagna presidenziale statunitense alla radio tedesca.

Il panorama dei media tedeschi è diventato una cassa di risonanza dell'idea che l'America è uno stato profondamente imperfetto, razzista e semi-democratico, di fanatici religiosi armati. Al momento, il Paese è sull'orlo del collasso e / o di una guerra civile. Il messaggio di fondo: Trump è solo un sintomo di una disfunzione molto più profonda.

Sebbene quella narrazione abbia preso piede in altri paesi (compresi gli stessi Stati Uniti), raramente viene raccontata con tale fervore o mancanza di sfumature come in Germania.

Per un americano, a volte può sembrare che i tedeschi desiderino quasi che Trump venga rieletto, semplicemente per il fattore "ve l’avevamo detto". Che alla radice del perdurante senso di superiorità culturale del paese vi sia la schadenfreude (malignità, compiacimento per le disgrazie altrui, ndt), o l'umiliazione subita per mano degli Stati Uniti in due guerre mondiali, o una combinazione di entrambe, nessuno lo sa.

"La nostra amicizia con l'America non è mai stata veramente sentita", mi ha confidato recentemente un eminente esponente filoamericano dei Democratici Cristiani della Merkel, davanti ad alcuni boccali di birra.

Impazziti e catastrofici

Un recente bestseller tedesco che riesce a canalizzare lo stato d'animo attuale si intitola “Crazed, The American Catastrophe” (“Impazziti, la Catastrofe Americana”, ndt). Il libro (e un documentario con lo stesso titolo che uscirà alla fine di questa settimana) sostiene che gli Stati Uniti si sono trasformati in "una nazione arrabbiata unita da nient'altro che odio". Klaus Brinkbäumer, il coautore, è un ex editore di Der Spiegel ed è il  responsabile della famosa copertina del 2017 che rappresentava Trump che decapita la Statua della Libertà, in stile ISIS. "Crazed" è il sequel della sua opera del 2018, "America’s Obituary". (Brinkbäumer era anche il capo dell'ex reporter di Der Spiegel, Claas Relotius, il quale è andato avanti per anni ad affascinare i lettori con storie fantasiose che alimentavano i cliché tedeschi sulla vita americana, fino a quando  non è stato tutto smascherato come frode giornalistica, con storie risultate piene di invenzioni.)

Alimentati da una costante copertura mediatica anti-americana, non sorprende che molti tedeschi abbiano espresso più sollievo che allarme per la decisione di Trump di ritirare le truppe americane. Secondo un sondaggio di YouGov condotto ad agosto, quasi la metà dei tedeschi approva questa mossa. Mentre un quarto dei tedeschi vuole vedere gli Stati Uniti ritirare tutte le truppe, meno di un terzo sostiene il mantenimento degli attuali livelli di truppe, per un totale di circa 36.000 uomini.

Mentre l'antiamericanismo tedesco ha una lunga storia di alti e bassi, il sentimento attuale è fondato su profondi disaccordi politici che sarà difficile ignorare, indipendentemente da chi occuperà la Casa Bianca.

Analogamente al suo approccio morbido verso la Russia, Berlino è stata anche riluttante a prendere misure che potrebbero mettere a repentaglio le sue relazioni economiche con la Cina, un partner commerciale chiave.

Anche se Biden vincesse - come sta pregando la maggior parte dei tedeschi - non c'è motivo di aspettarsi che la posizione della Germania sulla Cina cambierà, date le realtà economiche in gioco. E anche se i consiglieri di politica estera di Biden, la maggior parte dei quali hanno prestato servizio nell'amministrazione Obama, notoriamente ammirano la Merkel, la cancelliera non sarà ancora in giro per molto, avendo dichiarato che si dimetterà alla fine del suo attuale mandato, il prossimo autunno.

L'unico candidato in corsa per sostituirla, che probabilmente devierà dalla sua linea di politica estera - Röttgen - è considerato un outsider.

Un'altra questione che incombe sulle relazioni a lungo termine tra i due paesi è cosa succederà dopo che Biden se ne sarà andato, specialmente se verrà sostituito da un repubblicano. L'establishment politico tedesco si è effettivamente alleato con il partito democratico. Questo fatto non sfuggirà ai repubblicani una volta che torneranno al potere.

Ciò che preoccupa gli strateghi di Berlino è anche che la Germania non si è praticamente preparata su cosa fare se Trump sorprenderà tutti e riuscirà a essere rieletto.

Tutti sanno che la Germania rimarrebbe esposta, il futuro della NATO sarebbe in dubbio.

Maximilian Terhalle, analista e studioso strategico tedesco, afferma che la reazione della Germania sarà quella di rivolgersi a Parigi, abbracciando la visione francese di una "autonomia strategica" europea e un'architettura di sicurezza "che si estenda da Lisbona agli Urali".

Ciò comporterebbe anche un ulteriore riavvicinamento (leggi concessioni) verso la Russia, cosa a cui la Polonia e i Paesi baltici resisterebbero con le unghie e con i denti. L'Europa sarebbe divisa sulla sicurezza, con alcuni paesi che si affretterebbero ad assicurarsi accordi bilaterali con gli Stati Uniti.

Ma ci sarebbe un chiaro vincitore.

"Il mantra di Putin, che la fine della Guerra Fredda non è stato il verdetto finale della storia, alla fine potrebbe rivelarsi giustificato", ha detto Terhalle.

In altre parole, McCain, che ha sempre voluto sbagliarsi sulla Germania, potrebbe ancora avere ragione.

 

20/10/20

El Paìs - Perché la Spagna non chiederà la sua quota di 70 miliardi del Recovery Fund


Dopo che il Ministro dell'economia Gualtieri e il Presidente del Consiglio Conte hanno finalmente deciso di rigettare il MES, per le stesse ragioni già da molto tempo denunciate dagli economisti dell'opposizione, ora sarebbe il caso di esercitare un ragionamento critico anche nei confronti dei prestiti del Recovery Fund, che recentemente la Spagna ha dichiarato di voler rifiutare. Le 'potenti ragioni per farlo' sono esposte in questo articolo di El Paìs.  


di Claudi Perez,  19 Ottobre 2020

Con tassi di interesse prossimi allo zero e un debito pubblico in forte aumento, il governo spagnolo preferisce limitarsi alle sovvenzioni piuttosto che chiedere alla UE i prestiti a cui avrebbe diritto - e non è l'unico paese a pensarla così.

Nel luglio di quest'anno, la Spagna ha annunciato con orgoglio che avrebbe ricevuto una quota significativa del Recovery Fund da 750 miliardi di euro concordato dai 27 membri dell'Unione europea dopo un lungo vertice a Bruxelles.

"Questo è un grande accordo: ci siamo assicurati 140 miliardi di euro per la Spagna, di cui 72,7 miliardi di euro in sovvenzioni", aveva detto il primo ministro Pedro Sánchez, del Partito socialista (PSOE), dopo la conclusione dello storico accordo volto a tirar fuori l'economia europea dal suo coma da Covid.

La Spagna conta sui fondi dell'UE per alimentare un bilancio ultra-espansivo in uno dei paesi più colpiti dalla pandemia da coronavirus, sia in termini sanitari che economici. Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha previsto che nel 2020 l'economia spagnola vedrà una contrazione maggiore della maggior parte degli altri paesi (ma meno di Grecia e Italia, ndt) e che il paese si dirigerà verso livelli record di deficit e debito.

[...] Eppure è molto probabile che la Spagna non riceverà mai tutti i 140 miliardi di euro. Lo stesso esecutivo spagnolo sta rinunciando a metà della somma, almeno per il momento, secondo fonti del ministero dell'Economia e della Moncloa, la sede del governo.

Per ora, la Spagna richiederà per il periodo 2021-2023 solo la parte dei fondi in forma di sovvenzioni, ma non è interessata ai quasi 70 miliardi di euro di prestiti, che alla fine si tradurrebbero in un aumento del debito. “La Commissione Europea consente ai membri di richiedere i prestiti fino a luglio 2023. Che senso avrebbe chiederli adesso? Lo faremo, se necessario, per il periodo 2024-2026", hanno dichiarato fonti governative.

La Spagna non è l'unico paese a trovarsi in questa congiuntura: il Portogallo e l'Italia, e anche la Francia, potrebbero considerare di rinunciare ad alcuni dei prestiti che sono stati loro assegnati dal fondo.

Ci sono alcune potenti ragioni per farlo. 

Per prima cosa il piano d'emergenza di acquisto titoli da parte della Banca centrale europea (BCE) ha ridotto al minimo i tassi di interesse pagati dai paesi per il prestito: proprio questa settimana, le tesorerie di Spagna e Italia hanno emesso obbligazioni con rendimento negativo, il che significa che effettivamente ricevono soldi per indebitarsi. Di conseguenza, ci sono meno incentivi a chiedere prestiti all'UE, indipendentemente da quanto possano essere economici.

In secondo luogo, la condizionalità che potrebbe derivare dai fondi, e che deve ancora essere ben definita, continua a fungere da deterrente. Così come il sospetto che, prima o poi, Bruxelles richiederà aggiustamenti ai paesi con livelli di debito pubblico in aumento - e tutte le nazioni dell'Europa meridionale sono già al di sopra del 100% del PIL. 

In terzo luogo, non è nemmeno chiaro se i governi abbiano la capacità amministrativa di spendere quell’ammontare di denaro.

 [...]

Giocando con il fuoco

Le fonti consultate da questo giornale hanno evitato di fornire spiegazioni sui motivi della decisione. Ma sembra ovvio che il programma di finanziamento europeo, noto pomposamente come Next Generation EU, potrebbe finire vittima del suo stesso successo.

 I tassi di interesse in tutta la periferia sono scesi a causa dell'azione combinata del programma di acquisto della BCE e delle prospettive di ripresa fornite dal forte stimolo fiscale concordato dai 27: ci sono meno incentivi a chiedere prestiti se i paesi emettono debito a tassi di interesse stracciati ”, osserva Lorenzo Codogno, ex segretario al Tesoro in Italia. "Il rischio reale è che il macro-stimolo europeo finisca per essere molto più piccolo di quanto concordato a luglio, e che questo peggiori le prospettive economiche".

Questo rischio arriva nel momento peggiore possibile, con focolai di coronavirus che si verificano in tutta Europa - e la Spagna guida ancora queste statistiche - che potrebbero creare ulteriori disastri sotto forma di maggiore disoccupazione, maggiore contrazione del PIL e maggiore debito pubblico.

Nel frattempo, lo stesso piano europeo subisce ritardi. Non c'è ancora un accordo tra la Commissione Ue, il Parlamento Ue e la presidenza tedesca dell'UE sui dettagli del pacchetto, e questo potrebbe ritardare i primi trasferimenti di denaro fino alla seconda metà del 2021.

Vale anche la pena notare che il programma di acquisti di emergenza per la pandemia della BCE non sarà sempre presente, e che i vincoli di bilancio dell'UE che stabiliscono obiettivi di debito e deficit non saranno sospesi per sempre - in effetti, quel dibattito tornerà in cima all'agenda non appena la Germania inizierà a sperimentare una ripresa, ed è un dato di fatto che ciò accadrà molto prima che l'Europa meridionale ne veda i primi segnali.

L'economista francese Jean Pisani-Ferry diceva che "gli errori di politica economica dell'Europa saranno studiati sui libri di storia", alludendo alla gestione disastrosa della recessione del 2008. Bruxelles e i governi nazionali hanno imparato la lezione questa volta, o almeno questa è la narrazione. Ma l'Europa è ancora in tempo a spararsi sui piedi.


 


 

15/10/20

Il Guardian sta pianificando un attacco contro gli scienziati di Great Barrington?


Dopo la Dichiarazione Great Barrington, nella quale eminenti scienziati sostengono il vantaggio di un approccio meno ansiogeno e coercitivo alla pandemia da parte dei Governi, come purtroppo spesso accade si è messa in moto la macchina del fango, che all'improvviso si adopera per delegittimare persone sino ad allora considerate autorevoli e stimate, solo perché hanno aderito a una posizione scomoda per il governo e della quale si vuole scongiurare la diffusione. Questa intolleranza verso le idee critiche e questo rifiuto di prenderle apertamente in considerazione - per magari poi cercare di confutarle con argomenti adeguati e razionali, come si converrebbe a un sistema democratico che abbia al suo centro il valore del pluralismo delle idee e del loro confronto - rischia di degenerare verso la psicopolizia di orwelliana memoria e non contribuisce a rinsaldare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni nei momenti più difficili.

Su Unherd un articolo sull'attacco che si sta preparando al Prof. Martin Kulldorf  e sulla campagna diffamatoria già in atto verso il prof. Ioannidis (cui ha contribuito in Italia anche il giornale Il Manifesto, al quale  è stata data una esauriente risposta


Unherd, 9 ottobre 2020

di Freddie Sayers

Traduzione di Rosa Anselmi

Ieri notte il Guardian ha mandato l’email che segue al Professor Martin Kulldorff di Harvard, uno dei primi tre firmatari della Dichiarazione di Great Barrington che sollecita un approccio diverso alla pandemia da COVID-19.

Salve Dr Kulldorff,

sono un giornalista del Guardian e la sto contattando in quanto abbiamo intenzione di pubblicare un articolo sulla sua comparizione nel Richie Allen Show il 6 ottobre.

L’articolo affermerà che il Dr Martin Kulldorff, uno dei coautori della Dichiarazione di Great Barrington, è apparso in un programma radiofonico internet che in precedenza ha ospitato molteplici antisemiti e negazionisti dell’Olocausto, così come altri complottisti.

L’articolo esaminerà anche i dati di Facebook relativi alla dichiarazione di Barrington e ricorderà che la dichiarazione è stata sostenuta e condivisa da un certo numero di politici scettici sul lockdown,  da pagine Facebook contro i vaccini e da complottisti.

Vogliamo darle l’opportunità di fare dei commenti su ciascuno dei punti sopra riportati per includerli nel nostro articolo.

Se desidera commentare, cortesemente ci risponda entro le 5 di domani (9 ottobre)

Molte grazie


L’articolo deve ancora essere pubblicato, ma appare molto simile a una mossa per delegittimare le idee di un eminente scienziato, screditandole tramite un meccanismo associativo. Come il prof. Kulldorff  ha detto al Guardian, non aveva mai sentito parlare del “Richie Allen Show” prima di essere invitato in quell’occasione, e in qualità di esperto di sanità pubblica ritiene che sia suo dovere parlare in ogni caso a tutti gli ascoltatori, indipendentemente dalle loro convinzioni.

Neppure io avevo mai sentito parlare dello show (il sito web assomiglia a una serie di teorie cospirazioniste), ma il fatto che Kulldorff vi sia comparso è davvero la grande notizia? Di certo la cosa giusta da fare per un giornale è dedicarsi in buona fede agli argomenti presentati, piuttosto che mettere in dubbio l’integrità della persona usando le condivisioni su Facebook come una sorta di prova.

Questo genere di cose accadono sempre più spesso. Il Professor John Ioannidis di Stanford è stato oggetto di una straordinaria campagna diffamatoria dopo il suo studio sulla sieroprevalenza nella “Contea di Santa Clara” [N.d.T. lo studio riguardava la prevalenza nel siero di anticorpi contro il SARS-COV-2]. Buzzfeed è addirittura arrivato fino a insinuare un illecito finanziario sulla base di un contributo di $ 5.000 da parte del titolare di una compagnia di trasporto aereo. L’idea che un accademico rinomato a livello mondiale possa gettar via la sua carriera per una donazione di $ 5.000 è assurda, e la stessa indagine condotta da Stanford ha concluso che non c’era assolutamente alcun conflitto di interesse. Ma le voci rimangono – il fango è stato gettato e la sua reputazione è stata macchiata.

Non credo in nessuna delle teorie cospirazioniste sulla pandemia - né 5G, né Bill Gates, né “Plandemic” [N.d.T. “Piano della pandemia”, un libro divenuto rapidamente un bestseller]. Penso che siamo finiti in questo pasticcio con molte persone spaventate che cercano di fare la cosa giusta sulla base di una cattiva informazione e con molti leader politici deboli, privi di chiari valori, che cercano di proteggere la loro reputazione. È più banale di un qualsiasi complotto, ma, secondo me, altrettanto allarmante.

Sarebbe certamente meglio se potenti organizzazioni come il Guardian accettassero che questi scienziati sono persone sincere, esperti, e hanno semplicemente una visione diversa del modo migliore di difendere il bene comune. L'approccio diffamatorio è un modo debole per tentare di avere ragione.

 

 

 

10/10/20

L'immunità di gregge è ancora la chiave di volta nella lotta contro il COVID-19



In questo articolo di agosto su The Spectator, il prof. Martin Kulldorf di Harvard, primo firmatario della Dichiarazione di Great Barrington da noi pubblicata qui (e di cui ha dato conto il giorno successivo anche il Corriere della Sera), spiega la sua posizione a favore di una migliore gestione della pandemia:  la protezione deve essere mirata verso i soggetti più a rischio, gli anziani, mentre ai giovani deve essere permesso di condurre una vita normale e di tenere a galla la società, nel mentre che si sviluppa una immunità di gregge. 


The Spectator, 8 agosto 2020

di Martin Kulldorff*

Traduzione di Rosa Anselmi


Aprire o chiudere? Aprire le scuole e chiudere i pub? Aprire le sale da bowling ma non le piste di pattinaggio? Consentire l’apertura dei ristoranti ma non i ricevimenti di nozze? La Gran Bretagna sta facendo il gioco delle sedie con diversi servizi e attività  [NdT si riferisce al noto gioco in cui si dispongono in cerchio delle sedie  in numero corrispondente al totale dei giocatori meno uno. Si avvia la musica e i bambini girano attorno alla sedie, per correre a sedersi una volta che la musica viene interrotta. Chi non riesce a sedersi è eliminato e così via finché non rimane che un solo bambino], ma l’intero gioco è fuorviante e privo di qualunque base epidemiologica scientifica. Aprire gradualmente la società è di certo saggio, ma come scegliamo l'uno rispetto all'altro?

Il Covid-19 è una malattia terribile e l'obiettivo principale dovrebbe essere quello di ridurre al minimo le morti. Come si fa? La chiave è l'età. Il rischio di mortalità da Covid-19 varia più di mille volte  tra i componenti più anziani e quelli più giovani della società.

La pandemia non finirà finché non raggiungeremo l'immunità di gregge o tramite un vaccino o attraverso infezioni naturali. L'immunità di gregge non è una strategia, ma un fenomeno scientifico provato e negarlo è sciocco come negare la gravità. Con la giusta strategia, possiamo persino usarla per salvare delle vite.

Nello scenario del vaccino, la strategia giusta è proteggere gli anziani e altri gruppi ad alto rischio fino a quando non sono protetti dall'immunità di gregge, mentre le giovani generazioni tengono a galla la società. Nel secondo scenario dell'immunità naturale, la strategia giusta è proteggere gli anziani e altri gruppi ad alto rischio finché non sono protetti dall'immunità di gregge, mentre le giovani generazioni tengono a galla la società. Se queste due strategie sembrano più o meno la stessa cosa, lo sono.

Come funziona l'immunità di gregge? Man mano che più persone ottengono l'immunità, diventa più difficile per il virus trovare nuove persone da infettare e l'epidemia alla fine si estinguerà prima che tutti siano infettati. Non si sa quanto grande debba essere il gruppo di persone infette affinché l'immunità di gregge possa entrare in gioco, ma è una certa percentuale della popolazione. Se ci sono molte persone anziane in questo gruppo, la mortalità sarà alta. Se la maggior parte di loro è giovane, ci saranno pochi morti. In effetti, come affermato dal più importante epidemiologo mondiale di malattie infettive, l'immunità di gregge è "l'unico modo per ridurre il rischio per le persone vulnerabili della popolazione".

Torniamo al gioco delle sedie. Con questo in mente, potremmo aprire le piste di pattinaggio che sono utilizzate principalmente dai giovani, ma non le sale da bowling con la loro clientela più anziana. Sarebbe un piccolo passo nella giusta direzione, ma per ridurre al minimo la mortalità bisogna puntare tutto sulla strategia basata sull'età. Dobbiamo fare l'opposto di quanto fatto la scorsa primavera, quando le scuole erano chiuse mentre i malati venivano mandati in residenze protette.

Quindi sì, possiamo aprire le scuole, ma gli insegnanti di età superiore ai 60 anni dovrebbero lavorare da casa, dove possono aiutare valutando esami e saggi. Sì, teniamo aperti i pub, ma chi ha più di 70 anni dovrebbe starne alla larga per un po'. Sì, apriamo le sale da bowling, ma lasciamo perdere la senior league.  Sì, lasciamo che i bambini pattinino con i genitori, ma filmiamo le loro piroette affinché i nonni possano guardarle da casa. E sì, apriamo tutti i ristoranti, ma alle persone anziane offriamo solo cibo da asporto. Il punto è apriamo la società per le giovani generazioni, e quando avranno prodotto l'immunità di gregge correndo solo modesti rischi per se stessi, anche le persone anziane potranno uscire.

È discriminazione basata sull'età quando agli anziani viene chiesto di rinunciare alla società per un po’, mentre i giovani continuano la loro vita? Forse, ma salva vite. È discriminazione basata sull'età quando i giovani si assumono i piccoli rischi necessari per proteggere i membri più anziani e più vulnerabili della società? Sì, certo, ma le generazioni precedenti hanno corso rischi molto maggiori. Come società dovremmo apprezzare i giovani adulti che aiutano a determinare l'immunità di gregge vivendo una vita normale e mantenendo la società a galla. Grazie, grazie, grazie. Quando le persone ti lanciano accuse errate, affermando falsamente che stai mettendo in pericolo gli altri, ricorda che è vero il contrario. E pensa  a tuo nonno. Mentre rischiava la sua vita combattendo nella seconda guerra mondiale, gli venivano lanciate contro delle cose molto peggiori.

E i bambini? Sebbene i giovani adulti possano decidere quali rischi correre, non è etico imporre rischi ingiustificati ai bambini. Sono al sicuro se le scuole riaprono? La risposta è sì.

Nel mezzo di veementi discussioni sull'apertura delle scuole, è bene fare un passo indietro, fare un respiro profondo ed esaminare ciò che ci dice la scienza. Per conoscere l'effetto del fumo, studiamo i fumatori. Per conoscere gli effetti dei vaccini, studiamo le persone vaccinate. Allo stesso modo, per conoscere gli effetti del mantenere aperte le scuole durante la pandemia da Covid-19, dobbiamo studiare l'unico luogo che ha tenuto aperte le scuole durante il culmine della pandemia. Quel posto è la Svezia.

La Svezia non ha mai chiuso gli asili nido o le scuole per i suoi 1,8 milioni di bambini di età compresa tra uno e 15 anni. Di questi bambini, zero sono morti a causa del Covid-19.  Il numero totale dei casi non è noto, ma il numero segnalato è 468, ovvero 25 su 100.000. Di questi 468 bambini, otto sono stati ricoverati in un reparto di terapia intensiva. Ciò significa che, indipendentemente dal fatto che le scuole siano aperte o meno, i bambini sono meno a rischio a causa del Covid-19 che dell’influenza, che uccide una media di 40-50 bambini in Inghilterra e Galles ogni anno. A differenza di ciò che accade con l'influenza, le scuole non guidano la classifica della pandemia da Covid-19, e in Svezia gli insegnanti avevano lo stesso rischio di contrarre il Covid-19  delle altre professioni, in media.

Non è opportuno né esagerare né ignorare la gravità della pandemia da Covid-19. È ancora impossibile sapere quale percentuale è necessaria per raggiungere l'immunità di gregge o quante persone alla fine moriranno, e nessun epidemiologo rispettabile farà tali affermazioni. Non sappiamo neppure quanto tempo occorrerà per avere un vaccino, potrebbe essere un tempo qualsiasi da sei mesi a mai. L'unica cosa importante che sappiamo è l'enorme differenza di rischio per età. Il Covid-19 è un nemico formidabile e in ogni guerra bisogna sfruttare le debolezze dell'avversario. Questa debolezza è la quasi incapacità del virus di uccidere i giovani. Quindi, sono i giovani adulti tra di noi che devono stare in prima linea mentre combattiamo questo nemico. In caso contrario, avremo molte più vittime del necessario.

 

Professore di Medicina all’Università di Harvard. Studia le epidemie di malattie infettive e la sicurezza dei vaccini. Account twitter @MartinKulldorff

08/10/20

Dichiarazione Di Great Barrington: per una “Protezione Focalizzata”


Dal 1 al 4 ottobre di quest’anno 2020, l’American Institute for Economic Research ha ospitato uno straordinario convegno a cui hanno partecipato autorevoli epidemiologi, economisti e giornalisti, per discutere della situazione di emergenza a livello globale creatasi in seguito all’uso senza precedenti da parte degli Stati di politiche coercitive nella gestione della pandemia da Covid-19. Il risultato di questo incontro è stata la  "Dichiarazione di Great Barrington", con la quale si sollecitano con urgenza i governi ad adottare una strategia di “Protezione Focalizzata”.


Dott. Martin Kulldorff, Dott. Sunetra Gupta, Dott. Jay Bhattacharya , 4 Ottobre 2020

In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai Governi in materia di COVID-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo “Protezione Focalizzata” (Focused Protection).

Provenendo da diverse parti del mondo e sia da destra che da sinistra del panorama politico, come epidemiologi abbiamo dedicato la nostra carriera alla protezione delle persone. Le attuali politiche di blocco stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo. I risultati (solo per citarne alcuni) includono tassi di vaccinazione infantile più bassi, peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale – con la conseguenza che questo porterà negli anni a venire a un aumento della mortalità, con la classe operaia e i membri più giovani della società che ne soffriranno il peso maggiore.

Tenere gli studenti fuori dalle scuole è una grave ingiustizia.

Mantenere queste misure fino a quando non sarà disponibile un vaccino, causerà danni irreparabili con conseguenze sproporzionate per i meno fortunati.

Con il passare del tempo, la nostra comprensione del virus sta crescendo. Sappiamo che l’incidenza della mortalità da COVID-19 è più di mille volte superiore negli anziani e nei malati rispetto ai giovani. Infatti, per i bambini, COVID-19 è meno pericoloso di molte altre patologie, tra cui l’influenza.

Con l’aumento dell’immunità nella popolazione, il rischio di infezione per tutti, compresi i più vulnerabili, diminuisce. Sappiamo che tutte le popolazioni alla fine raggiungeranno l’immunità di gregge – cioè il punto in cui il tasso di nuove infezioni diventerà stabile – e che questa immunità può essere aiutata (ma non dipende) da un vaccino. Il nostro obiettivo dovrebbe quindi essere quello di ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l’immunità di gregge.

L’approccio più umano, che bilancia i rischi e i benefici nel raggiungimento dell’immunità di gregge, è quello di permettere a coloro che sono a minimo rischio di morte di vivere normalmente la loro vita per costruire l’immunità al virus attraverso l’infezione naturale, proteggendo al meglio coloro che sono a più alto rischio. Noi chiamiamo questa strategia “Protezione Focalizzata”.

L’adozione di misure per proteggere le persone vulnerabili dovrebbe essere l’obiettivo centrale delle risposte di salute pubblica a COVID-19. A titolo di esempio, le case di cura dovrebbero utilizzare personale con immunità acquisita ed eseguire frequenti test PCR su il resto del personale e su tutti i visitatori. La rotazione del personale dovrebbe essere ridotta al minimo. I pensionati che vivono in casa dovrebbero farsi consegnare a domicilio generi alimentari e altri beni di prima necessità. Quando possibile, dovrebbero incontrare i familiari all’esterno piuttosto che all’interno. Un elenco completo e dettagliato di misure, compresi gli approcci alle famiglie multigenerazionali, può essere implementato ed è alla portata e delle capacità di tutti i professionisti della sanità pubblica.

A coloro che non sono vulnerabili dovrebbe essere immediatamente consentito di riprendere la vita come normale. Semplici misure igieniche, come il lavaggio delle mani e la permanenza a casa quando si è malati, dovrebbero essere praticate da tutti per abbassare la soglia di immunità di gregge. Le scuole e le università dovrebbero essere aperte all’insegnamento in presenza. Le attività extrascolastiche, come lo sport, dovrebbero essere riprese. I giovani adulti a basso rischio dovrebbero lavorare normalmente, piuttosto che da casa. Dovrebbero essere aperti i ristoranti e le altre attività commerciali. Arte, musica, sport e tutte attività culturali dovrebbero riprendere normalmente.

Le persone più a rischio possono partecipare se lo desiderano, mentre la società nel suo insieme gode della protezione conferita ai più vulnerabili da coloro che hanno costruito l’immunità di gregge.

Questa dichiarazione è stata redatta e firmata a Great Barrington, negli Stati Uniti d’America il 4 ottobre 2020, da parte di:

Dott. Martin Kulldorff, professore di medicina all’Università di Harvard, biostatistico ed epidemiologo con esperienza nell’individuazione e nel monitoraggio delle epidemie di malattie infettive e nella valutazione della sicurezza dei vaccini.

Dott. Sunetra Gupta, professore all’Università di Oxford, epidemiologo con esperienza in immunologia, sviluppo di vaccini e modellazione matematica delle malattie infettive.

Dott. Jay Bhattacharya, professore alla Stanford University Medical School, medico, epidemiologo, economista sanitario ed esperto di politica sanitaria pubblica, con particolare attenzione alle malattie infettive e alle popolazioni vulnerabili.

04/10/20

Telegraph - La deflazione spinge l'Europa del sud verso una spirale del debito


In questo articolo del 2 ottobre sul Telegraph il noto giornalista economico A.E. Pritchard dipinge un generale quadro deflazionistico per i paesi europei, dove in particolare i paesi del sud rischiano una prolungata depressione e di essere spinti al rallentatore in una generalizzata crisi di insolvenza. A quanto sostiene Pritchard, né gli interventi della BCE - banca centrale anomala non sostenuta da una adeguata volontà di politica fiscale - né il sopravvalutato Recovery Fund  riusciranno ad evitare, a fine anno, un duro scontro con la realtà.

Anche il prof. Ashoha Mody, ex vicedirettore del Fondo monetario internazionale per l’ Europa, citato da Pritchard, sostiene che la situazione è molto grave e che “la BCE ha perso completamente il controllo dell’inflazione”.

Questi sono i dati: a settembre l’inflazione core (che esclude dal conteggio i beni tipicamente soggetti a forte volatilità di prezzo, come energia e generi alimentari, ndt) è scesa al minimo storico dello 0,2%, mentre l'inflazione complessiva è già negativa:  - 2,3% in Grecia, -1,1% in Irlanda, -0,9% in Italia e -0,6% in Spagna.

 Per ironia della sorte, i paesi con il rapporto debito/PIL più elevato hanno subito il maggiore shock economico dal Covi-d-19, e le dinamiche del debito sono spinte verso un punto di non ritorno. 'La nostra preoccupazione è che l'Italia e la Spagna vengano lasciate indietro', ha detto David Owen di Jefferies.

Ampie aree della zona euro sono a rischio di deflazione da debito, un termine usato da Irving Fisher negli anni '30 per indicare quando il calo del livello dei prezzi provoca un aumento degli oneri del debito reale, in un circolo vizioso che si autoalimenta. È estremamente difficile uscire da una simile spirale. Finisce con un default di massa.”

Lo scenario peggiore dell'OCSE prevede che il rapporto debito / PIL il prossimo anno raggiunga il 229% in Grecia, il 192% in Italia, il 158% in Portogallo, il 152% in Francia e il 150% in Spagna. 'Sfortunatamente, questo scenario sta diventando plausibile', ha detto Owen.

 'Stiamo assistendo a una tempesta che potrebbe arrivare al culmine nei prossimi sei mesi', sostiene Mody. 'I debiti devono essere ripagati e molti nuovi debiti sono stati garantiti da governi che non potranno pagare'."

È pur vero che la Bce continua ad acquistare il debito italiano e spagnolo. Secondo quanto sostiene Pritchard nel suo articolo, accadrà che entro la metà del prossimo anno la BCE avrà già in possesso praticamente la metà del debito italiano e benché come sappiamo non vi sia alcun limite tecnico all’acquisto di titoli del debito pubblico da parte di una banca centrale, tuttavia non si può dimenticare che la BCE non è una normale banca centrale: “è una banca per una confederazione di stati, quindi c'è un limite politico".

Come andrà a finire? Probabilmente per la fine dell'anno ci sarà uno scontro con la realtà. Secondo Robert Sierra di Fitch, la pandemia ha provocato un crollo del Pil rispetto al suo potenziale pari a circa quattro volte lo shock della crisi Lehman, con conseguenze permanenti nel mercato del lavoro e una deflazione complessiva a fine anno del -0,6%.

Se inizialmente lo stimolo fiscale del Recovery Fund poteva ispirare una certa fiducia nella possibilità di una ripresa, tuttavia le notizie trapelate mostrano che questo stimolo molto probabilmente si rivelerà deludente e tardivo, dato che il denaro sarà distribuito in 27 paesi e i pagamenti verranno dilazionati fino al 2026. Per l'Italia le sovvenzioni nette saranno di soli 10 miliardi di euro nel 2021 e di 15 miliardi di euro l'anno successivo. E non è nemmeno chiaro se veramente il Fondo vedrà la luce, dal momento che Polonia e Ungheria hanno minacciato di bloccarne l'approvazione e Finlandia e Paesi Bassi potrebbero sottoporlo a referendum.

In questa situazione le agenzie di rating avvertono che potrebbe esserci un'ondata di insolvenze quando i debiti giungeranno a scadenza e la cassa integrazione terminerà. La maggior parte delle coperture scadranno a dicembre.

[…] Desta preoccupazione l'aumento degli "angeli caduti": aziende degradate allo status di spazzatura con rating B o inferiore. I numeri sono raddoppiati dall'inizio del 2019 e alla fine di agosto hanno raggiunto il livello record del 32,6%. 

Un numero preoccupante di imprese è entrato nella pandemia sia con uno scarso flusso di cassa che con un rapporto debito/utili di cinque o sei volte. Paul Watters di Standard & Poors ha affermato che i tassi negativi non potranno più proteggere questi morti viventi una volta che i loro utili si saranno ulteriormente ridotti. La deflazione li spingerà con le spalle al muro ancora prima.”