13/01/21

Zingales - Il colpo di stato silenzioso


Con un articolo su ProMarket, pubblicazione dello Stigler Center presso la University of Chicago-Booth School of Business, il professor Luigi Zingales apre a un utile dibattito sul vero e proprio potere politico manifestato dai TAGAF (Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook) con la loro azione coordinata di censura nei confronti del Presidente Trump e di blocco del social Parler, frequentato dalla destra americana. Pur non essendo un sostenitore di Trump, ma anzi condannando severamente quella lui chiama "sedizione", Zingales tuttavia considera l'estrema concentrazione del settore digitale una porta aperta alla deriva autoritaria e una pericolosa minaccia alla democrazia, e invita a rompere questo silenzio.


di Luigi Zingales, 11 gennaio 2021

Grazie a @GuiducciLuigi per segnalazione e traduzione

 

Le azioni eversive del presidente Donald Trump stanno mettendo in luce il potere politico nelle mani di Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook. Averlo bandito dalle loro piattaforme costituisce un pericoloso precedente.

Tutte le involuzioni autoritarie necessitano di un pretesto. Erdogan in Turchia usò il tentato colpo di stato del 2016, Mussolini il tentativo di assassinio da parte di uno studente quindicenne nel 1926, Hitler l’incendio del Reichstag. In alcuni casi i pretesti sono chiaramente costruiti, come nel caso di Hitler, in altri invece sono autentici, come per il tentativo di assassinare Mussolini, ma in tutti questi casi, la reazione emozionale al torto subito è utilizzata per giustificare qualcosa che, per lo meno nel lungo termine, è molto peggio.

Mi sembra che si tratti di quello che sta accadendo negli Stati Uniti in questo momento. Ciò che ha fatto Trump è sbagliato. Dovrebbe essere soggetto a impeachment. La punizione forse gli arriverebbe troppo tardi per fare per lui una differenza, ma creerebbe il giusto precedente. Il Senato, ed è nei suoi poteri, dovrebbe anche impedirgli di accedere alle cariche pubbliche in futuro. I suoi accoliti dovrebbero rispondere dei crimini commessi, dopo un giusto processo. Questo è il modo costituzionalmente corretto di affrontare il problema.

Le sue azioni sediziose, però, stanno rivelando il potere politico di cui godono i TAGAF (Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook). Facebook e Twitter hanno bandito il Presidente dalle loro piattaforme. Apple e Google hanno bloccato la possibilità di scaricare Parler - una applicazione social alternativa favorita dai conservatori - dai loro App Store, e Amazon l’ha espulsa dagli Amazon Web Services.

Molte persone hanno salutato con favore queste decisioni, considerandole necessarie per fermare il colpo di stato tentato da Trump. Io lo considero un precedente pericoloso, che concentra irreversibilmente il potere nelle mani di poche compagnie private. Tutti, ma specialmente le persone di sinistra, dovrebbero preoccuparsene: presto questo potere sarà usato contro di loro.

Se Trump ha violato la legge con i suoi tweet, dovrebbe essere perseguito secondo legge. Perché Twitter e Facebook si son fatti giustizia da soli, autodichiarandosi vigilantes? Se i suoi tweet non violavano la legge, perché Twitter e Facebook l’hanno cacciato?

Twitter e Facebook, diranno in molti, sono compagnie private, e hanno il diritto di decidere le regole da seguire nell’utilizzare i loro servizi. Questo è certamente vero. Ma queste regole dovrebbero essere fatte rispettare in modo coerente, e non è così. Secondo la dichiarazione di Twitter, Trump è stato definitivamente sospeso a causa dei due tweet seguenti, inviati l’8 Gennaio:

 “I 75 milioni di grandi Patrioti Americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT AGAIN, avranno una VOCE GIGANTESCA per molto tempo in futuro. Non ci sarà mancanza di rispetto per loro e non saranno trattati in modo ingiusto in nessun modo!!!”

 “A tutti quelli che l’hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione il 20 gennaio”

Questi due tweet”, scrive Twitter, “devono essere letti nel contesto più ampio degli eventi all’interno del paese e del modo in cui le dichiarazioni del Presidente possono essere usate da diversi tipi di pubblico per mobilitazioni, incluso l’incitamento alla violenza”. Il contesto a cui si riferisce Twitter sono i potenziali piani per un secondo attacco il 17 gennaio - anche se i tweet di Trump non menzionano questi piani.

Se Twitter dovesse applicare questa interpretazione estensiva del suo codice a tutti, dovrebbe aver sospeso migliaia di persone, molte di più di quanto non sia accaduto. In effetti avrebbe dovuto sospendere Trump stesso molte volte, prima delle elezioni, e non lo ha fatto.

Sarebbe stato diverso se Twitter e Facebook avessero smesso di promuovere i tweet e i post di Trump (come hanno fatto sistematicamente fino ad ora per attrarre più clienti sulle loro piattaforme). Questo farebbe parte della loro discrezionalità editoriale. Ma escludere qualcuno dall’accesso alle loro piattaforme equivale ad una compagnia telefonica che impedisce ad un individuo di accedere al telefono. È una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private. L’esempio del telefono non è scelto a caso. Twitter e Facebook non sono compagnie private qualsiasi, rappresentano (come il telefono nel passato) una fondamentale infrastruttura di comunicazione.

Sorprendentemente, la maggior parte dei media tradizionali, che dovrebbero controllare l’esercizio del potere, stanno plaudendo alle decisioni dei TAGAF, invece di opporsi. Non è chiaro se siano accecati dall’odio per Trump o se siano già parte integrante del nuovo ordine mondiale. Dopo tutto alcuni di loro sono di proprietà dei TAGAF (The Washington Post è di Bezos, The Atlantic è di Laurene Powell Jobs, la vedova di Steve Jobs) e tutti dipendono dai TAGAF per la propria sopravvivenza. Gli eventi di questo fine settimana dimostrano che un’azione coordinata dei TAGAF può mettere in ginocchio qualsiasi attività o azienda. Una volta che è stato dimostrato il principio, non c’è bisogno di ulteriori esibizioni muscolari. Da economisti sappiamo che la minaccia è sufficiente ad ottenere obbedienza.

Non discuto il diritto delle corporations di prendere una posizione morale o politica. Infatti, ho lanciato un appello affinché gli azionisti potessero avere più voce sulle questioni sociali. Se gli azionisti di ViacomCBS (proprietari di Simon & Schuster) odiano l’idea di essere associati al Senatore Josh Hawley al punto da preferire di pagargli i danni piuttosto che rispettare gli obblighi contrattuali, è loro diritto farlo. La loro libertà non danneggia quella del Senatore Hawley. In un mercato competitivo, ci sono tanti editori disposti a stampare il libro di Hawley, specialmente dopo la pubblicità gratuita che ha appena ricevuto. In un monopolio, però, questa libertà scompare. In un oligopolio, è fortemente ridotta, se non eliminata.

Il colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale. Facebook da solo conta quasi il 70 percento dell’utilizzo dei social media negli Stati Uniti, con Twitter che domina un altro 10 percento. Apple e Google controllano il 90 percento del mercato delle App, e Amazon controlla il 45 percento  dei servizi di cloud computing. La concentrazione favorisce coordinamento e collusione.

La maggior parte degli economisti - vedi ad esempio la mia discussione con Tyler Cowen - rifiuta le tradizionali misure per combattere le concentrazioni considerandole irrilevanti, dato che dovrebbe essere la minaccia di nuovi ingressi a limitare il potere degli operatori storici. A supporto della posizione di Cowen, dopo la sospensione di Trump molte persone hanno abbandonato Twitter e hanno provato a spostarsi su Parler. Le decisioni prese da Apple, Google e Amazon hanno reso questo passaggio semplicemente impossibile.

Dovremmo discutere di quale possa essere la corretta politica di moderazione delle piattaforme social, ma questa non può essere decisa da cinque compagnie private. Agendo in modo coordinato, i TAGAF hanno il potere di mettere un individuo all’equivalente degli arresti domiciliari (nel pieno di una pandemia, qual è la differenza tra gli arresti domiciliari e l’esclusione dai social media?). Quindi, Cowen aveva ragione a ritenere che la minaccia di nuovi ingressi potrebbe limitare il potere delle piattaforme digitali, ma gli eventi dello scorso weekend dimostrano che il Report dello Stigler Center era corretto: la concentrazione nel settore digitale è arrivata al punto da poter disinnescare la minaccia di ingresso. I TAGAF sono un power trust. Anche se non incide sul benessere dei consumatori, reprime la libertà dei cittadini.

In molte democrazie alle prime armi è impossibile governare senza il sostegno dell’esercito. È raro vedere i carri armati in mezzo alle strade, ma la minaccia è così presente che i rappresentanti eletti devono stare molto attenti all’interesse dell’esercito quando prendono le loro decisioni. Gli Stati Uniti si trovano in questa situazione, eccetto che il potere dell’esercito risiede nei TAGAF. La professione economica ha in gran parte ignorato questo rischio: ha ignorato le conseguenze politiche della concentrazione di potere economico nelle piattaforme digitali. Penso che sia giunto il momento di discutere questo problema. Con questo articolo vorrei aprire un dibattito su ProMarket per capire se i TAGAF stiano minacciando la nostra democrazia. Ogni opinione sarà benvenuta. A differenza della maggior parte delle testate, ci piacciono le opinioni dissenzienti.  

12/01/21

J. Turley - Una crisi di fiducia, più che una insurrezione. Di questo dovremmo preoccuparci



Jonathan Turley, professore presso la George Washington University Law School e più volte audito dal Congresso  degli Stati Uniti su questioni costituzionali e statutarie, interviene sul suo sito con grande equilibrio sulla questione dell'assalto al Campidoglio,  prendendo atto che si tratta di una vera e propria crisi di fiducia che scuote il paese già da anni.  Propone quindi - in un secondo articolo di cui proponiamo un estratto - una commissione federale che lavori in modo realmente trasparente, per dare quelle risposte che non possono rimanere in sospeso se si ha a cuore il proprio paese.  

 

Una crisi di fiducia: perché dovremmo preoccuparci più della profanazione che di un'insurrezione

Tutte le immagini dei manifestanti che scalano i muri del Campidoglio e occupano anche se per poco il Congresso rimarranno impresse nella nostra memoria collettiva per decenni. Alcuni l'hanno definita una rivolta. Altri l'hanno definita un'insurrezione. Comunque la si chiami, è stata una profanazione. I rivoltosi hanno profanato il momento più sacro del nostro sistema costituzionale, quando la nazione si riunisce per certificare il nostro prossimo presidente. Ecco perché è troppo facile trattare questa situazione come una crisi insurrezionale. È qualcosa di molto più pericoloso. È una crisi di fiducia.

C'erano alcune persone veramente pericolose in questo mix, agitatori che avevano bombe rudimentali e corde. Gruppi come i Proud Boys e gli Antifa sono stati protagonisti di violente rivolte, sia a sinistra che a destra, per anni. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei manifestanti mercoledì era non violenta. In effetti, se questo è stato un vero tentativo di insurrezione, possiamo trarre grande conforto dal fatto che molti dei rivoluzionari nostrani sembravano ispirati più a Groucho Marx che a Karl Marx. In Campidoglio c’era gente che copriva tutto lo spettro, dal beffardo al minaccioso. C'erano vari personaggi mascherati, ma anche uomini in mimetica con zaini sospetti. E il ragazzo che si è fatto un selfie con i piedi sulla scrivania della presidente della Camera Nancy Pelosi sembrava più interessato a Instagram che all'insurrezione.

La facilità con cui i manifestanti sono entrati in Campidoglio è stata scioccante. Nonostante ci fossero dei rapporti sui loro piani di manifestare in marcia fin lì, la polizia del Campidoglio è sembrata a corto di personale e impreparata. Una volta dentro, i manifestanti pareva avessero la gestione dell'edificio. Molti di loro sembravano scioccati quanto i membri del Congresso, in fuga dalle aule della Camera e del Senato. Una cosa simile era già successa in passato, anche se non fino a questo punto. Quando ero giovane, una protesta dei camionisti portò all'abbattimento di un portone del Campidoglio, e in seguito a una furia che saliva attraverso le sale del Congresso.

I media hanno descritto i disgraziati rivoltosi come un qualcosa di inimmaginabile. Eppure era fin troppo immaginabile. Abbiamo avuto quattro anni di proteste violente,  attacchi a edifici federali, a membri del Congresso e a simboli della nostra democrazia. L'ex procuratore generale William Barr è stato pesantemente criticato per aver sgomberato Lafayette Square lo scorso anno, dopo che i manifestanti avevano ferito numerosi agenti delle forze dell'ordine, erano stati feriti a loro volta, dopo aver bruciato un edificio storico, causato danni alla proprietà e minacciato di fare irruzione alla Casa Bianca. Ci sono state rivolte violente durante l'inaugurazione di Donald Trump e un attacco letale contro alcuni deputati repubblicani che giocavano a softball. In effetti, quest'anno è iniziato come è finito lo scorso anno, con attacchi contro edifici federali a Portland e in altre città.

Diverse persone hanno visto quelle violente proteste contro la polizia e la Casa Bianca come atti sediziosi, compreso Barr. Io ho criticato tale etichettatura di Black Lives Matter o delle rivolte antifa come sedizione o terrorismo. Considero queste etichette come una minaccia alla libertà di parola. Come per il movimento Black Lives Matter, non credo che la maggior parte dei manifestanti di questa settimana fossero rivoltosi, figuriamoci parte di un'insurrezione. Come per le proteste dello scorso anno, alcuni istigatori hanno spinto per arrivare agli scontri. Ma la maggior parte delle persone era al Campidoglio per esprimere la propria opposizione alla certificazione dei voti, in un'elezione che ritengono gli sia stata rubata. Non condivido questo punto di vista, ma è sostenuto da circa il 40% degli americani.

Chi sono queste persone se non sono ribelli o terroristi? La risposta è che sono persone sfiduciate. Siamo di fronte a una crisi di fiducia, piuttosto che a una rivoluzione. La nostra Costituzione è un articolo di fede. Questa repubblica è stata fondata su un patto di fede condiviso da persone di diversa estrazione e credo. Eppure la Costituzione, per quanto ben realizzata, è inefficace se le persone perdono fiducia nel suo sistema o, altrettanto importante, perdono fiducia l'una nell'altra.

Il nostro sistema è progettato per dare a tutti la possibilità di far parte del gioco. Ha lo scopo di portare alla luce gli interessi di parte. A differenza di quelle che li ignorano, la nostra Costituzione li costringe allo scoperto al Congresso, dove possono essere espressi e affrontati. I sistemi che ignorano tutte queste divisioni esplodono dall'interno, come nella storia francese. Nel nostro sistema quelle pressioni sono dirette all’interno del Congresso, dove gli interessi delle fazioni vengono trasformati in compromessi di maggioranza.

La violenza di questa settimana non è ciò che James Madison sperava a proposito degli interessi delle fazioni al Congresso. È stata un po' troppo diretta, per un sistema basato sulla democrazia rappresentativa. Tuttavia, è proprio questo il punto. L’ azione intrapresa riflette la stessa crisi di fiducia che era evidente a Lafayette Park e per le strade di Portland. Molto più pericolosa di alcuni agitatori che usano una protesta per creare caos. Non è l'anarchia, ma piuttosto l'alienazione che dovremmo temere di più nella nostra nazione.

Da anni, l'opinione pubblica mostra una mancanza di fiducia nel nostro sistema politico. C'è anche un grande rifiuto dei media, che una volta erano una risorsa condivisa di informazioni. I media hanno distrutto la loro credibilità in anni di pregiudizi, incluso il silenzio totale su storie considerate dannose per i democratici. Senza fiducia nei nostri leader o nei media, più della metà di questa nazione sembra essere svincolata dal sistema politico. Quel distacco è pericoloso per un governo rappresentativo.

Dobbiamo ritenere responsabili tutti coloro che hanno commesso violenze in Campidoglio. Tuttavia, dopo aver individuato chi ha preso d'assalto il Congresso e come abbia potuto riuscirci, abbiamo un compito molto più difficile da affrontare. Dopo tutto, un'insurrezione può essere semplicemente repressa, ma una profanazione è molto più insidiosa e pericolosa per la nostra democrazia.


Odio le commissioni federali, ma gli americani hanno bisogno di una commissione sulle elezioni del2020

Odio le commissioni federali. Ho sempre odiato le commissioni federali. Le commissioni federali sono il modo di Washington di gestire gli scandali. Funzionano come i placebo per le febbri politiche, convincendo gli elettori che le risposte e il cambiamento sono in arrivo. Ecco perché è così difficile per me pronunciare queste parole: abbiamo bisogno di una commissione elettorale federale. Non quella proposta da alcuni repubblicani del Senato. E non come le passate commissioni placebo. Una commissione federale autentica, che indaghi senza esclusione di colpi per esaminare le elezioni presidenziali del 2020.

[...]

La commissione elettorale del 1876

La commissione fu costituita dopo le elezioni presidenziali contestate del 1876 tra il democratico Samuel Tilden e Rutherford Hayes. Tilden aveva vinto il voto popolare ed aveva solo un voto in meno rispetto ai voti necessari per vincere la Casa Bianca. L'elezione era stata segnata da frodi aperte, inclusa la Carolina del Sud che certificava la votazione del 101% degli aventi diritto.

Frutto di un compromesso, venne  insediata auna commissione composta da 15 membri: cinque giudici della Corte Suprema e cinque membri per ciascuna camera del Congresso. La chiave era che doveva essere composta da sette democratici, sette repubblicani e uno indipendente. Tuttavia, con una mossa che sembrava calcolata per garantire il suo voto per Tilden, i legislatori dell'Illinois decisero di nominare l'indipendente, il giudice David Davis, al Senato. Se volevano comprare il suo voto, fu un colossale fallimento, perché Davis decise di prendere posto e lasciare la commissione. Fu sostituito da un repubblicano, e la commissione votò seguendo la linea strettamente di partito per eleggere Hayes, non Tilden.

Per molti aspetti, questa Commissione Elettorale è stata un modello per la maggior parte delle commissioni federali, che sono progettate per una buona politica e non per un buon governo.

Un esempio è la Commissione sull'11 settembre, che è stata messa su con alleati affidabili per garantire che nessuno - e nessun partito - sarebbe stato incolpato per la negligenza che ha portato agli attacchi.

La commissione ha speso due anni e milioni di dollari. È andata in quasi una dozzina di paesi, ha intervistato più di 1.000 persone e archiviato oltre 2,5 milioni di pagine di documenti. Il risultato è stato un rapporto che non ha individuato nessun responsabile in modo specifico e ha concluso che i presidenti Bill Clinton e George W. Bush non erano stati "ben serviti", nelle parole del presidente della commissione, dall'FBI e dalla CIA.

Se tutti sono responsabili, nessuno è responsabile. Nonostante fosse stato dimostrato che gli attacchi avrebbero potuto essere prevenuti in base alle leggi e ai poteri esistenti, i bilanci e i poteri di entrambe le agenzie furono poi notevolmente aumentati.

Non è quello che ci serve. Ci sono tre ragioni per cui una commissione reale è necessaria:

►In primo luogo, e più importante, questa è stata un'elezione senza precedenti per l’uso del voto per corrispondenza e dei nuovi sistemi e procedure di voto. Dobbiamo rivedere come ha funzionato fino ai più piccoli distretti e frazioni.

►In secondo luogo, forse decine di milioni di elettori credono che queste elezioni siano state truccate e rubate. Non sono di questo parere. Tuttavia, l'integrità delle nostre elezioni dipende dalla fiducia dell'elettorato.

Circa il 40% di quell'elettorato rimane con un dubbio sulla reale importanza del proprio voto. La maggior parte delle cause in cui si contestavano le elezioni non sono state decise nel merito. In effetti, sembra che non sia stato nemmeno permesso loro di esibire le prove. Invece, sono state in gran parte respinte per vizi giurisdizionali o di competenza o in base alla dottrina della "prescrizione" secondo cui erano state avanzate troppo tardi. Queste accuse, invece, devono essere definitivamente provate o confutate, nell'interesse del paese.

►In terzo luogo, ci sono stati dei problemi. Non ci sono prove di frodi o irregolarità sistemiche, ma ci sono stati problemi di voti non conteggiati, perdita di informazioni chiave sulla custodia delle schede e differenze fondamentali nelle regole che disciplinano il voto e le tabulazioni.

Abbiamo speso miliardi per ottenere maggiore sicurezza e affidabilità dopo le precedenti controversie elettorali. In effetti, abbiamo avuto una commissione elettorale precedente che non è riuscita a raggiungere questi obiettivi fondamentali.

L'importanza di insediare una commissione

Una vera commissione impiegherà un paio d'anni per affrontare appieno queste accuse. Non avrebbe senso se fosse messa su con gli stessi politici affidabili storicamente nominati nelle commissioni federali. Dovrebbe essere formata sulla base di un impegno alla assoluta trasparenza, con audizioni pubbliche e archiviazione pubblica del materiale prima dell'emissione di qualsiasi relazione finale. In questo modo, il pubblico in generale avrebbe la possibilità di analizzare queste prove e contribuire alla loro revisione.

[...]

 

11/01/21

Decenni di austerità hanno reso il sistema sanitario italiano incapace di combattere l'epidemia di COVID-19

Questo articolo, segnalato a Vocidallestero da  Thomas Muntzer, fa parte del più ampio studio pubblicato su Intereconomics, La risposta europea alla crisi del Coronavirus, e testimonia, con una ampia serie di dati, la sistematica riduzione delle risorse della sanità avvenuta in Italia nel corso di trent'anni, in particolare dei servizi ospedalieri e di pneumologia, che ha lasciato il paese incapace di offrire ai suoi cittadini una adeguata protezione nei confronti della pandemia.  Un prezzo pesante pagato dall'Italia - e da altri paesi periferici - alla attenzione monotematica e maniacale verso il consolidamento dei conti pubblici derivante dai fallimentari vincoli europei.

 


di Alessandro Bramucci, Franz Prante, Achim Truger

Traduzione di @MPaperoga



La pandemia di Sars-CoV-2 e la conseguente malattia covid-19 sta travolgendo alcuni sistemi sanitari europei in maniera inedita. La situazione resta particolarmente grave in Italia. Nelle regioni più colpite, il sistema sanitario nazionale non è stato in grado di far fronte alle cure dei pazienti covid-19. Questo articolo esamina più da vicino il legame tra assistenza sanitaria e forte consolidamento del bilancio nel caso dell'Italia. Sebbene l'austerità sia stata particolarmente forte all'indomani della crisi economica del 2008 e delle sue conseguenze nell'area dell'euro, le politiche di bilancio italiane sono state caratterizzate da periodi di consolidamento difficili sin dagli anni '90. Nel corso degli anni, il SSN ha subito una profonda trasformazione volta a contenere i costi e aumentare l'efficienza. La questione ora è se le conseguenze di queste misure abbiano lasciato l'SSN impreparato ad affrontare il flagello del COVID-19.

Il SSN italiano è stato fondato nel 1978. Sulla base della Costituzione nazionale (articolo 32), lo Stato garantisce il diritto universale e in gran parte il libero accesso ai servizi sanitari. (1) Nel corso degli anni '90 è stata attuata una prima serie di riforme di vasta portata nel tentativo di contenere i costi a fronte delle crescenti esigenze sanitarie di una popolazione che invecchia e di migliorare rapidamente le tecnologie (Pavolini e Vicarelli, 2013). Queste riforme erano in gran parte in linea con l'approccio liberale mercatista del "New Public Management" e il loro obiettivo primario era quello di limitare i disavanzi pubblici e il debito dell'Italia (Pavolini e Vicarelli, 2013). Il contenimento dei costi era quindi motivato dal contesto macroeconomico dell'epoca, caratterizzato dagli sforzi dell'Italia per soddisfare i criteri di Maastricht e i requisiti del Patto di stabilità e di crescita, che hanno portato a una stretta generale della spesa pubblica. Più recentemente, la crisi finanziaria globale e la risposta politica alla crisi dell'euro hanno messo a dura prova l'economia italiana e significative restrizioni alla spesa sanitaria sono tornate nell'agenda nazionale (De Belvis et al., 2012). Dall'inizio degli anni '90, il governo italiano ha registrato quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari di bilancio (figura 1). Ciò indica che per quasi tre decenni il governo ha estratto dall'economia nazionale in termini di tasse più di quanto le persone hanno ricevuto da parte dei servizi pubblici. La figura 1 mostra inoltre che i periodi di tagli alla spesa sanitaria reale tendono a corrispondere o a seguire ai periodi di forte consolidamento del bilancio, nella prima metà degli anni '90 e nella crisi dell'euro dopo il 2010.
Figura 1

Spese pubbliche obbligatorie per l'assistenza sanitaria pro capite e saldo primario in Italia 


prezzi costanti (2010) e percentuale del PIL potenziale

Note: l'OCSE classifica nella stessa categoria le spese sanitarie finanziate dal governo e finanziate dalle assicurazioni obbligatorie. Fonti: OCSE; Fmi.


L'evoluzione della spesa sanitaria italiana è riportata nella figura 2 insieme ai dati relativi a determinati paesi europei e alla media dell'eurozona. Si possono osservare tre fasi nell'evoluzione della spesa italiana. Negli anni '90, a differenza della maggior parte degli altri paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica e obbligatoria (misurata in euro costanti pro-capite). Solo alla fine degli anni '90 è iniziata una leggera tendenza all'aumento, quando la spesa è aumentata parallelamente agli altri paesi europei fino alla fine degli anni 2000. Dal 2010 in poi è iniziata una nuova fase di contenimento della spesa, durata fino al 2015. In questo periodo, la spesa per l'assistenza sanitaria pubblica è stata colpita in modo analogo anche in Portogallo e Spagna e in misura maggiore in Grecia, vale a dire nei paesi più colpiti dalla crisi dell'euro e dalle successive politiche di austerità. Per contro, in questo periodo si è registrato un rapido aumento della spesa sanitaria pubblica obbligatoria pro-capite in Germania, Francia e Belgio.


Figura 2

Spese pubbliche obbligatorie per l'assistenza sanitaria pro capite in alcuni paesi


prezzi costanti (2010)

Note: i dati relativi a Malta e Cipro non sono disponibili e non sono inclusi nella media dell'eurozona. Adesioni all'euro a data 2020. Interruzioni presenti nei dati. Per il 2018, dati provvisori o stime OCSE.

Fonti: OCSE; calcoli degli autori.



La figura 3 mostra la variazione percentuale dell'assistenza sanitaria pubblica e obbligatoria pro-capite per queste tre diverse fasi e per l'intero periodo tra il 1990 e il 2018. Dal 1990 al 2000 si è svolta in Italia una prima fase di contenimento della spesa, in cui la spesa pubblica è aumentata solo dell'8,7 per cento. Dopo una seconda fase leggermente espansiva dal 2000 al 2010, in cui la spesa pro capite in Italia è aumentata del 27,1%, la crescita della spesa sanitaria pubblica ha registrato una riduzione nel terzo intervallo di tempo (come è avvenuto in Portogallo, Grecia e Spagna). In questo periodo, caratterizzato dall'ultima serie di tagli di bilancio, la spesa pro-capite in Italia è diminuita dell'8,2 per cento – meno fortemente che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Per contro, il gruppo dei paesi del Nord ha registrato un aumento. Complessivamente, dal 1990 al 2018, la spesa sanitaria pubblica obbligatoria pro-capite in Italia è aumentata di meno del 26,8%, che è di gran lunga il valore più basso tra i Paesi europei riportato nel grafico 3.


Figura 3

Variazione percentuale della spesa pubblica obbligatoria per l'assistenza sanitaria pro capite in alcuni paesi



euro costanti (2010)

Note: Per il Belgio manca il valore per il 1990 ed è stato sostituito con il valore per il 1993. 
Fonti: OCSE; calcoli degli autori. 


Nell'ultimo decennio, l'entità dei tagli al SSN è stata particolarmente drammatica. Sulla scia della crisi finanziaria ed economica del 2008, la spesa sanitaria pubblica totale in Italia (compresi investimenti, consumi intermedi, ricerca e sviluppo e altre componenti) ha subito una drastica battuta d'arresto. Dal 2008 al 2018, la spesa totale per l'assistenza sanitaria pubblica in termini nominali (compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8% (figura 4a). Inoltre, i dati COFOG (2) dimostrano l'entità dei tagli ai servizi ospedalieri (3). A differenza dei paesi dell'Europa settentrionale, l'Italia (insieme al Portogallo e ancor più alla Grecia) ha ridotto la spesa pubblica per i servizi ospedalieri.

Dal 2011 al 2018, i tagli ai servizi ospedalieri pubblici hanno contribuito in modo sostanziale alla dinamica negativa del tasso di crescita percentuale della spesa pubblica totale per l'assistenza sanitaria (figura 4b). Sebbene la politica di austerità abbia gravato pesantemente sul sistema sanitario, la quota delle spese sanitarie nella spesa pubblica totale è aumentata dal 10 per cento nel 1995 al 14,7 per cento nel 2008 ed è rimasta al di sopra del 14 per cento dopo il 2008, secondo i dati COFOG. Ciò può indicare che l'assistenza sanitaria era importante per il governo nonostante i vincoli di spesa generale. Tuttavia, ciò non ha impedito che le spese italiane scendessero al di sotto dell'andamento internazionale.


Figura 4a

Variazione percentuale della spesa pubblica totale per l'assistenza sanitaria e per i servizi ospedalieri, 2008-2018 






Fonti: EUROSTAT COFOG; calcoli degli autori. 


Figura 4b

Composizione del tasso di crescita della spesa pubblica totale per l'assistenza sanitaria in Italia, valori nominali

Nota: COFOG di secondo livello. 

Fonti: EUROSTAT COFOG; calcoli degli autori. 


Nell'UE, quasi un terzo della spesa pubblica per l'assistenza sanitaria viene utilizzato per coprire le spese di funzionamento delle istituzioni ospedaliere curative (Federazione europea degli ospedali e dell'assistenza sanitaria, 2018). Nel corso degli anni, gli ospedali sono stati soggetti a crescenti pressioni e sono stati spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli ai sistemi sanitari pubblici (vedi McKee, 2004; Popic, 2020). Le strategie di contenimento dei costi hanno rivisto l'uso e la fornitura di cure ospedaliere a favore dei servizi ospedalieri diurni e ambulatoriali, sacrificando così costantemente la capacità ospedaliera. I dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) mostrano che dall'inizio degli anni '90 il numero di ospedali è stato drasticamente ridotto in tutta Europa, ma in particolare in Belgio e in Italia. Gli ospedali per terapie intensive sono attualmente un elemento centrale nella lotta contro il COVID-19. Un maggior numero di ospedali per terapie intensive avrebbe anche potuto facilitare l'isolamento dei pazienti infetti, riducendo il rischio di contagio. La figura 5 mostra che, dopo essere partita da un livello simile a quello della Germania nel 1990, l'Italia ha ridotto la capacità ospedaliera pro capite molto più di molti altri paesi nel giro di due decenni. Dal 2010 in poi, il numero di ospedali per terapie intesive in Italia è sceso al di sotto della media UE. La tendenza ha continuato a diminuire nel corso degli anni della crisi dell'euro.


Figura 5 Ospedali

Ospedali per terapie intensive ogni 100.000 abitanti, otto maggiori paesi dell'UEM e media UE 




Fonti: OMS; calcoli degli autori. 


La disponibilità di posti letto per terapie intensive è stata ridotta in modo ancora più drastico rispetto alla capacità ospedaliera (figura 6). Sebbene in molti paesi europei si possa osservare una tendenza pronunciata verso la riduzione dei letti di terapia intensiva, pochi paesi europei hanno ridotto il numero di posti letto disponibili tanto quanto l'Italia. Nel 1990, l'Italia aveva sette posti letto ogni 1.000 abitanti, un valore vicino alla Germania e superiore alla media UE. Nel 2017, il numero di posti letto per terapie intensive era sceso a 2,6 ogni 1.000 abitanti, significativamente inferiore rispetto alla Germania con sei posti letto disponibili ogni 1.000 persone e molto più vicino al valore storicamente basso della Spagna. Così, in un periodo di tempo piuttosto breve, l'Italia si è trovata all'estremità inferiore dello spettro in Europa.


Figura 6

Letti per terapie intensive per 1.000 abitanti, otto maggiori paesi dell'UEM e media UE 



Nota: Adesioni all'UE a data 2020 con i dati per paese disponibili. 

Fonti: OCSE; calcoli degli autori. 


C'è anche una notevole differenza nell'offerta di posti letto di terapia intensiva, con l'Italia di nuovo in coda in Europa (Rodi et al., 2012; OCSE, 2020). Sebbene negli ultimi anni il numero di posti letto di terapia intensiva in Italia sia rimasto relativamente costante (figura 7), la capacità di terapia intensiva non è stata ampliata (a differenza, ad esempio, della Germania) nonostante gli avvertimenti di possibili strozzature nella capacità ricettiva dei pazienti in terapia intensiva (Rhodes et al., 2012).


Figura 7

Numero totale di posti letto di terapia intensiva e letti pneumologici in Italia e Germania 




Fonti: Ministero della Salute; Destatis. 


L'Italia, così come altri paesi europei, sarebbe stata meglio preparata per un trattamento adeguato dei pazienti covid-19 in condizioni gravi e critiche se la capacità di terapie intensive e di emergenza non fosse stata ridotta. I letti assistiti da ossigeno sono particolarmente rilevanti per il trattamento ospedaliero del COVID-19. Per alcuni pazienti, le difficoltà respiratorie peggiorano nel corso della malattia, rendendo necessaria un'assistenza medica intensiva. La discussione pubblica si concentra quindi principalmente sulla disponibilità di capacità di terapia intensiva e di attrezzature di ventilazione meccanica. Tuttavia, la velocità con cui dovrebbe essere fornita la ventilazione della macchina è oggetto di controversie tra specialisti polmonari e medici di terapia intensiva (Gattinoni et al., 2010). L'attuale divario di ricerca sul COVID-19 potrebbe quindi richiedere anche una diagnosi completa dei pazienti da parte di specialisti polmonari, che potrebbe portare a migliori risultati terapeutici (vedi anche Begley, 2020). In questo contesto, la sostanziale riduzione del numero di posti letto pneumologici durante la fase di intensificazione dell'austerità dopo il 2010 in Italia è particolarmente tragica. Secondo i dati del Ministero della Salute, il numero di posti letto pneumologici è sceso da 4.414 nel 2010 a 3.573 nel 2018 – una riduzione del 19%.

La riduzione delle risorse nel sistema sanitario pubblico e in particolare nel funzionamento degli ospedali pubblici in Italia va avanti da quasi 30 anni. La popolazione italiana sta attualmente pagando il prezzo di prolungate politiche di bilancio restrittive nel SSN. L'attenzione unilaterale ai vincoli fiscali e alla riduzione del debito ha privato il settore sanitario italiano di una parte importante della sua capacità di offrire un'adeguata protezione alla popolazione. La forte riduzione delle risorse ha causato gravi difficoltà al SSN nell'affrontare efficacemente le conseguenze del COVID-19. Lo scoppio della crisi sanitaria ha dato un campanello d'allarme che non può rimanere inascoltato.

* Questo contributo si basa su parti preliminari di un progetto di ricerca in corso sull'economia italiana finanziato da Friedrich-Ebert-Stiftung in Germania.

1. La Commissione Europea (2019) nel Suo Rapporto Paese Italia 2019 ritiene che il SSN sia generalmente efficiente e il suo esito in termini di indicatori sanitari buoni, anche se con disparità regionali nella fornitura di servizi sanitari che incidono sull'equità e sull'efficienza.

2. La classificazione delle funzioni dell'aggregato sanitario governativo (COFOG) (GF07 e gruppi relativi) classifica tutti i tipi di spesa pubblica a fini sanitari (comprese le spese per i dipendenti, i consumi intermedi, la spesa pubblica per gli investimenti lordi, ecc.). La delimitazione della spesa pubblica nella classificazione COFOG differisce dal Sistema dei conti sanitari.

3. Secondo la classificazione COFOG, il ricovero in day hospital è classificato sotto i servizi ospedalieri.


Bibliografia

Begley, S. (2020, 8 aprile), Con le macchine per la ventilazione assistita che si esauriscono, i medici dicono che le macchine sono sovrautilizzate per il Covid-19, STAT, https://www.statnews.com/2020/04/08/doctors-say-ventilators-overused-for-covid-19/ (14 aprile 2020).

De Belvis, A. G., F. Ferrè, M. L. Specchia, L. Valerio, G. Fattore e W. Ricciardi (2012), La crisi finanziaria in Italia: implicazioni per il settore sanitario, Politica sanitaria,106, 10-16.

Gattinoni, L., S. Coppola, M. Cressoni, M. Busana e D. Chiumello (2020), Il Covid-19 non porta a una sindrome da distress respiratorio acuto "tipica", American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, pubblicazione online anticipata.

Commissione Europea (2019), Rapporto paese Italia 2019: compresa una revisione approfondita sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici, SWD(2019) 1011 def.

Federazione europea degli ospedali e dell'assistenza sanitaria (2018), Ospedale in Europa, dati sanitari 2018.

McKee, M. (2004), Riduzione dei letti ospedalieri: Quali sono le lezioni da imparare?, European Observatory on Health Systems and Policies Policy brief,6.

OCSE (2020), oltre il contenimento: Risposte dei sistemi sanitati al COVID-19 nell’OCSE, https://read.oecd-ilibrary.org/view/?ref=119_119689-ud5comtf84&Title=Beyond%20Containment:Health%20systems%20responses%20to%20COVID-19%20in%20the%20OECD (2 aprile 2020).

Pavolini E. e G. Vicarelli (2013), Italia: Uno strano SSN con i suoi paradossi, in: E. Pavolini e A.M. Guillén (a cura di), Sistemi sanitari in Europa sotto austerità, lavoro e welfare in Europa, Palgrave Macmillan.

Popic, T. (2020), Sistemi sanitari europei e COVID-19: Alcune lezioni precoci, blog EUROPP, https://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2020/03/20/european-health-systems-and-covid-19-some-early-lessons/ (29 marzo 2020).

Rhodes, A., P. Ferdinande, H. Flatten, B. Guidet, P. G. Metniz e R. P. Moreno (2012), La variabilità dei numeri dei letti di terapia intensiva in Europa, Medicina intensiva,38, 1647-1653.

09/01/21

L’élite americana dichiara la sua indipendenza dall’America


Su Tabletmag un articolo interessante segnalato e tradotto dai nostri lettori propone un'ampia chiave di lettura sulla transizione di governo in atto negli USA e il ritorno al globalismo che Trump si era impegnato a contenere.  Le élite globaliste non hanno tanto l'obiettivo di competere con la Cina, quanto di importare il modello sociale autoritario cinese da imporre al proprio popolo come un inevitabile vincolo esterno derivante dalla forte concorrenza sul mercato globale.


di Lee Smith, 5 Gennaio 2011

Segnalato da @littleboypc e tradotto da @GuiducciLuigi

Un articolo di dieci anni fa di Tom Friedman può essere considerato una chiave di lettura per capire l’abbraccio delle élite verso la Cina; con un commento di Tom Friedman

Perché l’establishment politico, industriale e culturale americano è così impaziente di imitare e abbracciare la Cina, un paese che i nostri (uscenti) capi dell’intelligence considerano una minaccia gravissima per gli interessi americani? Consideriamo la risposta al coronavirus. È stata Pechino a inventare i lockdown, ora implementati da sindaci e governatori, come Gavin Newsom in California e Andrew Cuomo a New York. Il fatto che i lockdown non siano mai stati parte delle regole della salute pubblica, e siano ora applicati diffusamente, con modalità che sono state respinte dalla Corte Suprema, sembra solo averli resi ancora più attraenti per coloro che guardano alla Cina come a un modello da imitare.

Con la disoccupazione al 6.7% e la più grande economia del mondo devastata, chissà cosa potrebbe avere in serbo per noi la classe dirigente americana, dopo aver utilizzato i lockdown per facilitare il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana. Dopo tutto, non è stato il coronavirus, che ha un tasso di sopravvivenza del 99.7%, ad aver gettato nella povertà quasi otto milioni di americani negli ultimi nove mesi, e ad aver al contempo distrutto più del 40% dei negozi locali e dei ristoranti, persino in stati ricchi come il New Jersey. Questi numeri sono il risultato di un’offensiva scatenata dall’élite politica e industriale americana, che mira a legittimare la distruzione della ricchezza privata in nome della salute pubblica.

Ma dove sono finiti i soldi? Chiedetelo al proprietario del giornale di Washington DC, Jeff Bezos, che in quanto fondatore di Amazon ha aumentato di 80 miliardi di dollari il suo conto corrente, grazie ai rifornimenti ai cittadini confinati nelle loro case da editti incostituzionali che hanno distrutto le piccole attività e impedito ai bambini di andare a scuola, mentre i dati della CIA venivano risucchiati dai servizi cloud di Amazon. Facebook, Twitter e Google hanno fatto la loro parte, impedendo che le brutte storie sugli affari della famiglia Biden con la Cina arrivassero all’opinione pubblica prima delle elezioni - guadagnando incarichi e poltrone per i loro dirigenti nella squadra di transizione al governo di Biden. Dopotutto, sembra corretto dire che la fusione top-down tra le grandi imprese monopolistiche e gli interessi di partito che si sta verificando a Washington assomiglia molto più alla Cina che all’America.

L’entusiamo con cui gran parte dell’élite industriale e della politica americana a quanto pare hanno abbracciato il modello Cinese a partito unico - compreso un appetito sempre più grande per il controllo statale dell’informazione e per la sorveglianza senza garanzie - in opposizione al caos di una repubblica democratica sottoposta allo stato di diritto, era stato preannunciato in un articolo scritto dall’editorialista per gli affari esteri del New York Times, Thomas Friedman, più di dieci anni fa. In un articolo del 9 Settembre 2009, “Our One-Party Democracy” - “La nostra democrazia a partito unico” - esprimeva disappunto per l’ostruzionismo Repubblicano. “C’è solo una cosa peggiore di una autocrazia a partito unico”, scriveva Friedman, “ed è una democrazia a partito unico, che è quella che abbiamo noi oggi in America.”

Continuava: “L’autocrazia a partito unico ha certamente degli svantaggi. Ma quando è guidata da un gruppo di persone ragionevolmente illuminate, come accade oggi in Cina, può avere anche dei grandi vantaggi.

Perché l’urgenza, per l’America, di essere più simili alla Cina, già nel 2009? Perché, secondo Friedman, “un solo partito può semplicemente imporre le soluzioni politicamente difficili, ma di importanza cruciale per l’avanzamento della società nel ventunesimo secolo.”

Friedman non voleva elogiare i dittatori. Al tempo in cui scriveva queste colonne, gli Americani dovevano ancora capire che le merci di alta gamma, prodotte in Cina, che stavano consumando - computer Apple, scarpe Nike, eccetera - erano spesso fabbricate in campi di lavoro forzato. Non era ancora noto l’orrore di espiantare gli organi ai prigionieri politici. Invece, l’establishment politico e industriale americano vedeva l’enorme forza lavoro Cinese e il crescente mercato di consumatori come un perno del nuovo ordine economico - il globalismo, il mondo piatto e senza confini di cui l’editorialista del New York Times ed altri avevano scritto con grande ottimismo. Quello che avevano immaginato era una Cina che desiderava diventare più simile all’America - e un’America che poteva imparare una o due cose dal suo entusiasta partner minoritario.

Ho parlato recentemente con Friedman di quell’articolo e di questioni ad esso collegate. “Se guardi ai miei libri e ai miei scritti da quando ho lasciato il Medio Oriente, gran parte della mia attenzione si è indirizzata al problema di come l’America possa realizzare il suo pieno potenziale nel ventunesimo secolo”, mi ha detto. “Non sono interessato alla Cina. Sono interessato all’America. Penso che la Cina abbia il peggior sistema politico del mondo. Penso che l’America abbia il miglior sistema politico del mondo. Ma penso che oggi la Cina stia sfruttando all’80% il potenziale del suo cattivo sistema e l’America stia utilizzando il suo buon sistema solo al 20%. E questo mi preoccupa molto.

Eppure, nonostante Friedman non stesse proponendo l’autocrazia cinese come un modello, altri la vedevano come tale. I Repubblicani al Congresso si erano rifiutati di far passare due delle questioni interne fondamentali per Obama, l’assistenza sanitaria universale e la “tecnologia pulita” - due proposte in apparenza pragmatiche e orientate al futuro, che soltanto ideologi dalle vedute limitate potevano rifiutare. L’editoriale di Friedman era una risposta all’evidente incapacità del sistema di giungere a una riforma di buon senso.

Comunque, il misero fallimento delle iniziative ambientalistiche di Obama mette in evidenza i considerevoli svantaggi che ha nella pratica il modello statalista e di buon senso di Friedman. La cosa più eclatante: il Dipartimento dell’Energia di Obama diede a Solyndra, un produttore californiano di pannelli solari, garanzie sui prestiti per più di mezzo miliardo di dollari, solo per vedere gli investimenti andare in fumo quando il prezzo di un ingrediente chiave dei concorrenti di Solyndra crollò  drammaticamente. Allo stesso tempo, il fracking ha inaugurato l’era del gas naturale a buon mercato, trasformando gli Stati Uniti in un esportatore netto di energia e creando posti di lavoro per milioni di americani. Non sono state le terribili energie fossili dei Repubblicani a ostacolare le lungimiranti iniziative verdi di Obama; è stata la realtà.

Friedman mi ha detto che vuole che l’America resti al top. “Dato che ho paura che l’America non stia realizzando il suo pieno potenziale di avanguardia e di innovazione, non disdegno - spudoratamente - di usare la Cina per spaventare e indurre le persone ad agire. A tal fine uso spesso la Cina come lo ‘Sputnik’ di oggi”, ha detto, riferendosi al programma spaziale sovietico che ispirò, e spaventò, una generazione di Americani, spingendoli a cercare di raggiungere le stelle. “Farò tutto quello che serve per far capire agli Americani che non possiamo semplicemente far gli stupidi quanto ci pare e continuare ad essere la più grande economia del mondo, e la maggiore superpotenza”.

Ma alla maggior parte degli americani non risulta chiaro perché sia importante, come Friedman scriveva  nel 2009, che “la Cina è impegnata a superarci sulle auto elettriche, l’energia solare, l’efficienza energetica, le batterie, l’energia nucleare ed eolica.” Gli americani tendono a non fidarsi della sapienza dei burocrati del governo che credono di poter decidere quali tecnologie avranno successo meglio di quanto possano fare i mercati. Forse i burocrati di paesi come la Cina o la Germania sono bravi in queste cose; i burocrati americani sono stati storicamente pessimi, almeno nell’ultimo mezzo secolo. Se l’America un tempo poteva permettersi grandi tentativi di ingegneria sociale, poi falliti, come la “Great Society” di Lyndon Johnson, ora non può.

I californiani hanno visto cosa sia nella pratica l’idea di una pianificazione centrale in stile americano - scarsità di energia elettrica, abbassamenti di tensione, persino blackout, nello stato più ricco e popoloso del paese. La Cina nel frattempo, operando nel quadro di vincoli più pragmatici, sembra aver compreso i limiti della tecnologia pulita, motivo per cui lo scorso anno ha aumentato la produzione di carbone - ora pari alla capacità totale dell’Unione europea - mentre tagliava gli investimenti in energia rinnovabile. E altrettanto è accaduto alla flotta cinese di auto elettriche a energia solare e a guida autonoma.

Friedman sarà interessato a politiche innovative che ispirino gli Americani a sognare, costruire ed essere i primi, ma non è questo a galvanizzare le élite politiche, industriali e culturali che riportano le sue parole. Per loro, l’obiettivo non è competere con la Cina, ma cambiare l’America. Allora qual è esattamente la loro visione del futuro? Il cento per cento di energia pulita e rinnovabile - con metà del paese sotto la soglia di povertà? La pace nel mondo - con le potenze Occidentali che implementano lockdown ideati dagli apparati del partito comunista?

Niente di tutto ciò ha alcun senso, ma l’architettura delle loro utopie è irrilevante, fintanto che coloro che elaborano i piani hanno il potere di premiare i loro amici e punire chiunque identifichino come nemico.

A confronto dell’élite americana, gli autocrati del partito unico cinese almeno sono chiari sui loro obiettivi: vogliono distruggere noi, non la loro stessa gente. Dunque non è al modello cinese che il nostro establishment si sta ispirando. Ecco come sono le democrazie quando le élite diventano troppo potenti e si rivoltano contro il popolo che credono di poter governare di diritto.

Pechino non ha costretto Washington a firmare un accordo sul clima più pesante per l’industria e i consumatori americani che non per la Cina. È stata una decisione di Barack Obama. Ha scelto di farlo per lo stesso motivo per il quale l’amministrazione di Biden pianifica di rientrare nell’accordo sul clima di Parigi e considera una priorità tornare all’accordo sul nucleare con l’Iran di Obama. L’establishment politico americano usa gli accordi internazionali per obbligare il popolo che governa a fare cose contro la propria volontà. Gli americani erano contrari all’accordo con l’Iran con un margine di due a uno, così come i loro rappresentanti di Camera e Senato. Nel reintrodurre le sanzioni all’Iran, la campagna di massima pressione messa in atto dall’amministrazione Trump ha dimostrato che gli americani avevano ragione, e Obama torto - gli stati terroristici sono meno pericolosi per l’America e i suoi alleati quando hanno meno denaro da spendere per il terrorismo e per costruire armi nucleari. Ma i risultati ottenuti nel mondo reale non impediscono a Joe Biden e collaboratori di promettere di reintrodurre l’accordo con l’Iran non appena possibile; il punto è cacciare l’accordo in gola a tutti - americani, israeliani, sauditi, emiratini, l’80% degli iraniani che odiano il loro stesso governo teocratico - per dimostrare chi ha davvero il potere.

Allo stesso modo, anche se Obama aveva semplicemente torto riguardo alle tecnologie pulite, il mandato di Biden inizia con la promessa che il Green New Deal creerà in qualche modo milioni di nuovi posti di lavoro. Eppure è certo che se lui e Kamala Harris manterranno la promessa di fermare il fracking, elimineranno milioni di posti di lavoro reali, nel bel mezzo di una crisi economica. “Giustizia ambientale”, come la chiama il team di Biden, significa rottamare un settore economico vitale al fine di trasformare l’America - in cosa? In un posto dove le persone che dicono parole come “Green New Deal” conducono le danze, e le altre persone perdono il lavoro perché sono dalla parte sbagliata della storia.

L’articolo del 2009 di Friedman è importante oggi perché definisce il momento storico, all’inizio del primo mandato di Obama, in cui un pezzo dell’establishment del paese ha scelto di uscire in massa dal partito Repubblicano, per entrare nel partito Democratico - così unificando l’élite americana sotto un’unica bandiera politica, consentendole di dichiarare guerra al resto del paese. Il pezzo di Friedman si conclude con una citazione da un “consulente per il commercio globale”, che spiega: “La globalizzazione ha neutralizzato il partito Repubblicano, lasciandogli la rappresentanza non dei perdenti della recessione ma dei perdenti dell’America globalizzata, le persone che sono state lasciate indietro, che sia nella realtà o nelle loro paure. La necessità di competere in un mondo globalizzato ha obbligato la meritocrazia, il manager di azienda multinazionale, il finanziere orientale e l’imprenditore tecnologico a riconsiderare ciò che il partito Repubblicano ha da offrire. In sostanza, hanno abbandonato la festa.” E infatti, questo è esattamente quello che è successo.

La democrazia ha sempre avuto i suoi scontenti, anche prima di Platone. Il nostro è spesso davvero un disordine caotico. Quello che ha protetto il nostro fragile esperimento di convivenza in tutti questi anni, nonostante non siano mancati leader politici e imprenditoriali senza scrupoli in entrambi i partiti, non è il sistema bipartitico né la serie di pesi e contrappesi iscritti nella Costituzione. Piuttosto, ciò che ha mantenuto la pace, quando c’è stata pace, è un tacito accordo sui simboli nazionali, su storie eroiche e miti sentimentali. Ed ecco perché questi sono stati presi di mira in una campagna di dissacrazione che è iniziata anche prima del progetto 1619 del New York Times, i lockdown per il COVID e le rivolte per George Floyd.

L’America non è un faro di libertà, per quanto imperfetto e quindi a volte debole e tremolante - piuttosto, la sua storia, da George Washington a Donald Trump, non è altro che una cronaca di razzismo sistemico. Quindi cosa importa se i negozi di vicinato, i ristoranti a conduzione familiare e le piccole fattorie vengono rovinate dalle pratiche monopolistiche di Amazon, sotto la copertura delle norme per il COVID? Gli americani si meritano quello che sta accadendo - e i grandi magazzini di Jeff Bezos assumono sempre. Forse che Google, Twitter e Facebook stanno usando i loro monopoli protetti dal governo per censurare le idee? Sì, e dovreste ringraziarli per ciò che stanno facendo per proteggervi dalla disinformazione russa.

E in cambio della distruzione di grosse parti dell’economia, insieme a grandi pezzi della Costituzione degli Stati Uniti, quali questioni vitali per lo stato e la società sono state affrontate da questo establishment? Quali grandi innovazioni avrebbe ispirato? Quali povertà avrebbe combattuto, facendo la guerra agli americani, spedendo i posti di lavoro oltreoceano e mandando i loro figli a morire e uccidere in campagne militari insensate, e spalancando i confini del paese agli immigrati, legali o clandestini, perché si prendessero i posti di lavoro rimasti, in un momento di radicale sconvolgimento economico e sociale? A quali interessi va incontro una nuova ondata di immigrazione? La risposta non è i lavoratori o le famiglie americane. La risposta è le grandi aziende, che vogliono manodopera qualificata e non qualificata a buon mercato.

Secondo Joe Biden, la nostra leadership politica e industriale non è nemmeno capace di proteggere gli americani da una malattia respiratoria con una sopravvivenza del 99.7%, anche con due vaccini già in distribuzione. Ma ancora i giorni peggiori della pandemia, dice il presidente-eletto, devono arrivare. Non è possibile che stia parlando del coronavirus - mentre aumentano i casi, aumenta il tasso di sopravvivenza. No, ciò che renderà i giorni che verranno ancora peggiori sta nelle risposte sempre più draconiane, pensate per ulteriormente impoverire e spaventare gli Americani.

È più facile controllare le persone quando hanno paura e sono povere. Se l’obiettivo è la trasformazione sociale, che è il termine utilizzato da Biden e Harris, allora ha un senso che più ci sono persone povere e disperate, meglio è. Che ne dici di un assegno di 600 dollari dal governo, e in cambio noi ci prendiamo la tua attività e il tuo diritto di lavorare, senza alcuna autorità legislativa o giudiziaria? E basta con le domande sul motivo per cui centinaia di pazienti anziani affetti da COVID sono stati sbattuti di nuovo nelle case di cura su ordine del governatore di New York,  Andrew Cuomo.

Essere trattati come animali da autocrati dittatoriali e burocrati, senza possibilità di appello, è una normale condizione di vita nella maggior parte del mondo. Ma non in America. Non fino a che le élite politiche, industriali, culturali ed accademiche della più ricca e potente nazione della terra non hanno deciso che non erano ricche e potenti a sufficienza, rompendo il patto non scritto con il resto della società, nella speranza di diventare ancora più ricche e potenti.

Il problema non è la Cina. Siamo noi.

 

Lee Smith è autore del libro appena pubblicato “The Permanent Coup: How Enemies Foreign and Domestic Targeted the American President”.

 

 

04/01/21

Verso una unione sempre più stretta? Seconda parte - La Commissione



La seconda parte dello studio di Perry Anderson, pubblicato recentemente sulla London  Review of Books, prende in esame un altro fondamentale organo della Ue, la Commissione europea, sin dai primi anni partner fondamentale della Corte di giustizia nel percorso di affermazione della supremazia del diritto comunitario rispetto ai Parlamenti nazionali, in quanto contesto più funzionale ai principi dell'ordoliberismo promosso dai suoi dirigenti e funzionari, pur se in modo diverso durante le tre principali fasi della sua storia. Dopo Maastricht  la Commissione ha perso parte del suo potere in favore del Consiglio europeo, e tuttavia Anderson  descrive come essa mantenga una grande importanza, sia per le enormi dimensioni del suo apparato burocratico, che per lo strumento di allineamento degli stati rappresentato dal formidabile monumento dell'acquis comunitario, che infine per il suo potere di dispensare premi o punizioni attraverso i flessibili fondi di coesione.  

Qui la prima parte sulla Corte di giustizia europea

di Perry Anderson, 

London Review of  Books, gennaio 2021

La Commissione europea, la cui evoluzione è stata più tortuosa, è stata nei suoi primi anni il partner fondamentale della Corte. La sua storia può essere divisa approssimativamente in tre fasi, corrispondenti alle tre figure che terranno la sua presidenza per un intero decennio, ciascuna con due mandati: Walter Hallstein (1958-67), Jacques Delors (1985-95) e José Manuel Barroso (2004- 14). Hallstein, un avvocato e diplomatico tedesco - un democristiano noto soprattutto per la dottrina della Guerra Fredda a cui diede il suo nome, secondo la quale il riconoscimento della Germania occidentale da parte di qualsiasi stato era condizionata al rifiuto di riconoscere la Germania orientale - era un federalista dichiarato, che concepiva la Commissione come un proto-governo della Comunità e la sovranità nazionale una "dottrina del passato", assegnandosi lo status di "primo ministro d'Europa". Nel 1965 De Gaulle mise bruscamente fine alle sue pretese e l’immagine di Bruxelles perse ogni autorità e vigore. Tuttavia, nel suo periodo di massimo splendore, tra il 1958 e il 1964, Hallstein presiedette una Commissione che era un vulcano di energia indirizzata a trovare modi e mezzi per aggirare il Trattato di Roma nell'interesse superiore dell'unità europea.

Come ha dimostrato lo studioso francese Antoine Vauchez, Bruxelles divenne rapidamente una calamita che attirava dall’America avvocati aziendali e investitori alla ricerca di opportunità di mercato, i quali agivano con le aspettative e i modi di fare tipici di una potente federazione. Ben presto strinsero stretti rapporti con un numero considerevole di giuristi belgi esperti in diritto commerciale di alto livello, e questo ambiente comune offriva una facile intermediazione tra le multinazionali che arrivavano e la Commissione, e un ambiente propizio per lo scambio di idee con i dipartimenti chiave, come la Concorrenza e il Servizio giuridico. La Comunità economica europea creata dal Trattato di Roma non era stata concepita come un mercato da far west, e aveva dato vita a una politica agricola comune fortemente sovvenzionata e regolamentata, un anatema per gli economisti liberali, tanto da spingere l’intellettuale collega di Hayek, Wilhelm Röpke, a denunciarla come come nient'altro che un miserabile "Spaakistan", prendendo di mira il fondatore belga della politica agricola. Fin dall'inizio, tuttavia, la Direzione generale per la concorrenza della Commissione era una fortezza popolata da ordo-liberali tedeschi, la cui devozione ai principi di mercato e determinazione dei prezzi, che non dovevano essere ostacolati da ingerenze improprie da parte di alcuno Stato, li rendeva naturali fautori del federalismo, come lo era stato Hayek prima della guerra. In questo campo, il servizio giuridico ha aperto la strada, fornendo alla Corte di giustizia la stragrande maggioranza dei casi su cui le sue sentenze avrebbero potuto edificare una sempre più ampia costruzione del diritto europeo al di sopra dei parlamenti nazionali. Tra il 1954 e il 1978 i dieci più frequenti ricorrenti dinanzi alla Corte hanno proposto un totale di 1381 casi: di questi, 1082 provenivano dalla Commissione o da suoi collaboratori - poco meno dell'80%. Il circuito della collusione era intessuto strettamente. Nel 1964, Hallstein poté annunciare trionfante che l'Europa aveva raggiunto "l'inizio di una vera e piena’unione politica’".

Un anno dopo egli venne neutralizzato e la Commissione ha impiegato altri vent'anni per ritrovare il suo dinamismo. Quando l’ha fatto, è accaduto sotto altri colori. Delors, dal passato giovanile nella confederazione sindacale cattolica francese, a tempo debito si unì al Partito socialista, e lì sostenne una "Europa sociale". Ma se c'era un conflitto tra l'aggettivo e il nome, il nome veniva prima. Come ministro delle finanze sotto Mitterrand, fu Delors che si assicurò che il programma socialista su cui Mitterrand era stato eletto e a cui aveva inizialmente dato attuazione, fosse abbandonato con la famosa inversione a U del 1983 verso l'austerità, al fine di mantenere il franco nel Sistema monetario europeo. A capo della Commissione, Delors si profondeva in dichiarazioni sulla necessità di solidarietà sociale e verso la fine assicurò i fondi di coesione per aiutare le regioni più svantagiate della Comunità. I suoi principali risultati, tuttavia, furono l'approvazione dell'Atto unico europeo - elaborato durante il suo incarico da un emissario della Thatcher – che unificava e deregolamentava i mercati in tutta la Comunità e preparava l'Unione monetaria che sarebbe divenuta il fulcro del Trattato di Maastricht. Nella sua mente, queste erano le necessarie premesse per una solidarietà sociale a livello europeo. Non solo erano economicamente efficienti di per sé, capaci di promuovere una crescita che alla fine sarebbe stata di vantaggio per tutti; senza di esse, i governi non si sarebbero persuasi della necessità di redistribuire la ricchezza tra classi e regioni, aspetto essenziale per un'Europa che volesse ottenere la piena adesione dei suoi cittadini. Figura molto più carismatica e autorevole di Hallstein, uomo politico che trattava alla pari con tutti i leader nazionali dell'epoca, Delors li condusse alla moneta unica, ma non riuscì a raggiungere quegli obiettivi sociali che con essa pensava di poter conquistare. Tutti i governi, tranne Gran Bretagna e Danimarca, aderirono al primo, l'Atto unico. Pochi erano convinti del secondo. Delors fece inserire nel Trattato di Maastricht i fondi di coesione - aiuti per regioni svantaggiate, non per classi - ma queste erano solo le briciole della solidarietà, non il piatto forte: rispetto all'impatto successivo della moneta unica, poco più che l'elemosina di un ente di beneficenza.

Barroso, insediatosi quattro anni prima della crisi finanziaria globale del 2008 ed uscito alla fine del 2014, poco prima che Syriza andasse al governo, è stato il secondo primo ministro in carica di uno stato membro a diventare presidente della Commissione. Un politico della destra portoghese, noto in precedenza soprattutto per aver ospitato il vertice delle Azzorre, cui parteciparono Bush, Blair e Aznar, durante il quale fu lanciata la guerra in Iraq. La sua nomina a Bruxelles l'anno successivo dimostrò quanto fosse vuota l'opposizione nominale di Francia e Germania all'Operazione Iraqi Freedom. Messaggero dell'austerità nel suo stesso paese, il suo mandato ha segnato l'apogeo della spinta neoliberista che seguì l'introduzione della moneta unica, con la promulgazione della direttiva Bolkestein sui servizi del 2004 e la firma del trattato di Lisbona nel 2010. Benché personalmente fosse ambizioso e tenesse al suo ruolo come Hallstein o Delors, le idee che egli rappresentava erano saggezza convenzionale nel nuovo secolo, dato che sin da Maastricht il potere del Consiglio europeo era cresciuto in modo significativo a spese della Commissione, e durante il secondo mandato di Barroso il Consiglio europeo ebbe come suo presidente Van Rompuy, suo rivale davanti alle luci della ribalta con cui i suoi rapporti non furono mai buoni. Il suo mandato è stato meno significativo di quello dei suoi predecessori.

Oggi, 27 commissari, uno per Stato membro, con un portafoglio per ciascuno - naturalmente, di importanza molto diversa, dove la Concorrenza da tempo rappresenta il primo premio - formalmente godono dello stesso status del presidente, attualmente il politico della CDU Ursula von der Leyen. In realtà, come ha sottolineato nel 2012 l'ex direttore generale del Servizio giuridico, il tuttofare di Bruxelles Jean-Claude Piris (22 anni in sella), poiché ciò significherebbe che i quattordici commissari dei paesi più piccoli dell'Unione, che rappresentano solo il 12,65% della popolazione complessiva, potrebbero facilmente battere coi voti i sei commissari dei paesi più grandi, che rappresentano il 70% della sua popolazione, le decisioni sono sempre prese per  “consenso'', ovvero dietro una facciata di unanimità, sotto l'impulso o il veto dei sei stati principali. Allo stesso modo, il presidente della Commissione, responsabile dei rapporti con i capi di governo degli Stati membri, normalmente conferisce soltanto con quelli di quel gruppo selezionato, o forse solo col vertice di Berlino e Parigi: fare altrimenti ‘richiederebbe troppo tempo'. Così composta, la Commissione è formalmente investita del monopolio dell'iniziativa legislativa per l'Unione, ma qui la realtà è diversa: più di due terzi delle sue proposte sono ora elaborate insieme ai rappresentanti degli Stati membri nel fitto sottobosco di Bruxelles - in cui il COREPER,  che riunisce i rappresentanti permanenti degli Stati nell'UE, occupa un posto d'onore - e poi sono automaticamente approvate dal competente Consiglio dei ministri quando gli vengono trasmesse.

Sotto i commissari, nominati per cinque anni, si trova la burocrazia permanente dell'UE, composta da circa 33.000 persone: gli “eurocrati'', come definiti dall'Economist nel 1961, espressione poi divulgata senza intenti peggiorativi da un libro di Altiero Spinelli nel 1966. Nelle sue alte sfere, dove si trovano i capi e gli assistenti delle 32 direzioni generali della Commissione, fino alla metà degli anni '80 le assunzioni sono state fortemente orientate verso funzionari con un background giuridico; sotto di loro, nel corpo dell'amministrazione, era incoraggiato un orientamento umanistico generale, con un Master in studi europei, preferibilmente del Collegio d'Europa a Bruges. Successivamente, e con il successivo allargamento dell'Unione a est, il modello è cambiato. Sotto Romano Prodi (presidenza 1999-2004), il compito di modernizzare il sistema di retribuzione e reclutamento è stato affidato a Neil Kinnock, portando a Bruxelles la lieta novella del New Labour, con esiti prevedibili. Nel 2014, i due terzi dei direttori generali erano formati in economia, con stipendi proporzionalmente più alti per competere con il settore privato; più in basso, in nome della democratizzazione delle future assunzioni, la conoscenza delle lingue straniere o di qualsiasi cultura generale come requisito si è persa, lasciando il posto ai Master in Business Administration.

Per gli osservatori del percorso dell'UE a partire da Maastricht, tali cambiamenti potrebbero essere abbastanza logici - i neoliberisti venivano neoliberalizzati - ma non furono apprezzati da molti di coloro che li subirono, la loro origine anglosassone gettava sale sulle ferite post-Brexit. "Dopo aver spezzato l'Europa dall'interno per anni, la stanno spezzando dall'esterno distruggendone la legittimità politica", dice uno di loro citando Didier Georgakakis. Un altro, con meno rabbia: 'È folle se ci pensi. Se ne escono dopo averci imposto il loro modello amministrativo?" Ancora un altro:"Il nuovo modello è quello di Procter & Gamble". L'ascesa di Barroso, dalla presidenza della Commissione a presidente della divisione internazionale di Goldman Sachs, è stata una naturale conseguenza di queste riforme. Ma il cambiamento delle prospettive e dei costumi nella Commissione deve essere compresa anche nel suo contesto. Ci sono ora circa 30.000 lobbisti registrati a Bruxelles. Più del doppio del numero di lobbisti che infesta Washington, stimato a soli 12.000. A Bruxelles, il 63% sono lobbisti aziendali e consulenti, il 26% provengono da ONG, il 7% da think tank e il 5% da municipalità. Che l'esecutivo europeo possa resistere al contagio dei vapori di questa palude non è plausibile.

Dopo Delors, la Commissione ha dovuto fare il secondo violino rispetto al Consiglio europeo, che difficilmente nominerà di nuovo alla sua guida una figura di tale statura politica. Il sospetto popolare contemporaneo che considera la Commissione il demiurgo burocratico dell'Unione è in questo senso fuori luogo. Ma rimane un potere considerevole all'interno del complesso meccanismo dell'UE, in ragione di tre attributi ad esso peculiari. Il primo è semplicemente la sua dimensione, come corpo di funzionari permanenti, in confronto a quella di qualsiasi altra istituzione dell'Unione, e la roccaforte inespugnabile del suo funzionamento: 34 diverse "procedure" che nessun laico è in grado di comprendere. Il secondo sta nella incredibile vastità del regolamento, che brandisce come uno strumento di potere all'interno dell'Unione: l'acquis comunitario, impenetrabile per i suoi cittadini, ma inevitabile per i suoi stati, che costituisce il mezzo principale della Gleichschaltung dell'Europa orientale alle norme dell'UE, su cui presiedevano i commissari come proconsoli di Bruxelles. Originariamente messo insieme come una codificazione dei regolamenti CEE a cui il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda avrebbero dovuto adeguarsi all'ingresso nella Comunità nel 1973, quando era già arrivato a 2800 pagine, l'acquis ora arriva a 90.000 pagine, il più lungo e il più formidabile monumento scritto dell'espansione burocratica nella storia umana (il famigerato codice fiscale degli Stati Uniti è un mero documento di 6500 pagine). L'identificazione eccessiva della conoscenza con il potere di Foucault qui trova la sua incarnazione letterale.

"Questa attrezzatura tecnica e cognitiva", scrive Vauchez, citando Joseph Weiler, non è solo lo strumento che ufficialmente definisce e autentica quell '"Europa" a cui i candidati chiedono di aderire nelle fasi di allargamento; essa si inserisce anche nelle operazioni più ordinarie dell'UE, trasformandosi nel “sistema operativo costituzionale dell'Europa ... assiomatico, fuori discussione, aldilà di ogni dibattito, come le regole del discorso democratico, o anche le stesse regole della razionalità, che sembrano condizionare il dibattito ma non farne parte”.

Né, ovviamente, è istituzionalmente neutro.

Poiché formalizza una figura stabile dell'Europa (le sue fondamenta, le sue missioni) e dei suoi oggetti di valore (il suo corpo legislativo), l'acquis individua implicitamente la capacità e la responsabilità di una “guida razionale'' degli affari europei in particolari istituzioni (qui: la Commissione e la Corte) e gruppi professionali (legali e funzionari dell'UE), espropriandone altri (qui: Stati membri, corti costituzionali, diplomatici nazionali, burocrati, ecc.).

Allo stesso tempo, insieme all'acquis come strumento disciplinare, la Commissione possiede uno strumento di potere capace di ammorbidire le posizioni, che consiste nella ripartizione e nell'erogazione dei suoi fondi di coesione, l'annona della strategia romana di van Middelaar per assicurarsi i clienti. Questi costituiscono una fonte significativa di clientela, un mezzo per indurre all’obbedienza o premiare la lealtà, la cui promessa potrebbe essere fondamentale per conquistare le élite locali alla volontà dell'Unione, dato che le condizioni possono anche essere mitigate laddove la politica richieda di trascurare la corruzione nell'interesse dell’inclusione ideologica, come in Romania e altri paesi candidati all'adesione. Poco notato all'epoca, l'allargamento geografico dell'Unione ad est ha prodotto anche il più grande allargamento operativo della Commissione dai tempi di Hallstein, che si è fatto carico del compito. Che alcuni dei suoi frutti siano diventati da allora delle spine nel fianco, poiché gli stati più avanzati dell'Europa orientale, una volta che le loro élite si sono sentite al sicuro all'interno dell'Unione, sono diventati meno sottomessi, è un'altra delle conseguenze non intenzionali, o contro-finalità, che sono state tante nella storia dell'integrazione.

02/01/21

Verso una unione sempre più stretta? Prima parte - La Corte di Giustizia europea


Perry Anderson, storico accademico e saggista britannico, sulla London  Review of Books propone una distaccata e lucida analisi delle istituzioni europee sin dalle loro origini, molto distante dal dilagante e superficiale conformismo del politicamente corretto, dalla quale emerge che tra i principali protagonisti dell'integrazione europea furono accolti con tutti gli onori importanti esponenti del partito nazionalsocialista tedesco o personalità ad esso vicine.  All'interno delle diverse istituzioni europee  essi continuarono a perseguire, pur in forme nuove e diverse,  quel disegno di unificazione dell'Europa sotto l'egemonia tedesca già tentato durante il terzo Reich.  In questa prima parte si prende in esame l'azione di uno degli organi più decisivi e meno trasparenti dell'Unione europea, la Corte di Giustizia. 

Qui la seconda parte sulla Commissione europea 

di Perry Anderson, 

London Review of  Books, gennaio 2021

Quantitivamente parlando, lo spostamento del centro di gravità del lavoro sull'UE dall'America alla stessa Europa è stato il prodotto di un'industria accademica ormai vasta: circa cinquecento cattedre Jean Monnet sono attualmente presenti in tutta l'Unione. In mezzo a un mare di conformismo, è emerso un gruppo di pensatori le cui opere rappresentano un progresso qualitativo nella comprensione critica dell'Unione. Animati da un'indipendenza di spirito più vicina ad intellettuali "tradizionali" come Gramsci, che non alla variante "organica" rappresentata da Luuk van Middelaar, costoro non si trovano a coprire incarichi nelle posizioni ufficiali; non formano una scuola di pensiero collettiva; e sono di diversa estrazione nazionale e generazionale. Un breve elenco includerebbe Giandomenico Majone (Italia), teorico della amministrazione pubblica; i giuristi Dieter Grimm (Germania) e Thomas Horsley (Gran Bretagna); i sociologi Claus Offe e Wolfgang Streeck (Germania); gli scienziati politici Christopher Bickerton (Gran Bretagna), Morten Rasmussen (Danimarca) e Antoine Vauchez (Francia); gli storici Kiran Klaus Patel (Germania) e Vera Fritz (Lussemburgo). Nel lavoro di questi e altri studiosi, le dinamiche dell'integrazione europea emergono in una luce più fredda e più indagatrice rispetto ai panegirici di van Middelaar, rivelando ciò che questi omettono e scrutandone i contenuti con una lente più precisa.

L'Unione, come la conosciamo oggi, è una organizzazione complessa composta da cinque istituzioni principali: la Commissione europea, la Corte di giustizia europea, il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e la Banca centrale europea. Si può iniziare l’analisi prendendo in considerazione l’espressione che convenzionalmente definisce la storia del suo sviluppo, "integrazione europea". Questa espressione, come ha mostrato Patel, proviene dall’America ed è stata adottata per evitare un altro termine troppo caratterizzato dagli scopi tattici della politica degli anni '50.  La parola che ha sostituito era "federazione", termine rifiutato dai governi e dai centri di interessi esistenti allora, anche se sostenuto con ardore da una piccola ma impegnata minoranza di attivisti. Per i governi e per i loro simpatizzanti accademici, "integrazione" era un termine più neutro per indicare il progresso verso un ideale, per il momento, mantenuto in pectore. In nessun campo è stato più utile che nel lavoro della Corte di giustizia, che è stata, come sottolinea van Middelaar, la prima promotrice del "passaggio all'Europa" dopo il Trattato di Roma.

Oggi la Corte resta, tra tutte le istituzioni dell'Unione, la più nascosta al pubblico. Situata con discrezione in Lussemburgo, non esattamente un crocevia europeo, e composta da giudici nominati - uno per paese - dagli Stati membri, i suoi procedimenti sono nascosti agli occhi del pubblico; le sue decisioni non consentono la menzione dell’opinione dissenziente; i suoi archivi garantiscono un accesso minimo ai ricercatori. Nel suo modus operandi, la Corte di giustizia europea è l'antitesi della Corte Suprema degli Stati Uniti, i cui emolumenti supera largamente - il suo presidente riceve uno stipendio di 400.000 dollari, oltre a molte indennità; il presidente della Corte suprema a Washington un misero stipendio di $ 277.000. Le sue origini risalgono alla prima fase dell’integrazione: la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) nata dal Piano Schuman era stata dotata di una Corte di Giustizia, poi estesa alla Comunità Economica Europea istituita dal Trattato di Roma cinque anni dopo, e poi all'Unione europea creata a Maastricht.

Grazie al lavoro pionieristico di una giovane storica lussemburghese, Vera Fritz, abbiamo ora uno studio accademico dettagliato sulla composizione della Corte nei primi vent'anni della sua esistenza. Le sue scoperte sono illuminanti. C'erano sette giudici fondatori e due avvocati generali. Chi erano? Il presidente del tribunale, l’italiano Massimo Pilotti, era stato vice segretario generale della Società delle Nazioni negli anni '30. Lì aveva operato come longa manus del regime fascista di Roma, consigliando a Mussolini quali contromisure adottare per proteggere l'Italia dalla condanna della Società delle Nazioni per i suoi interventi in Etiopia. Dimessosi dal suo incarico nel 1937, Pilotti prese parte ai festeggiamenti a Genova per la conquista dell'Etiopia; e durante la seconda guerra mondiale diresse l'Alta corte di Lubiana occupata dopo l'annessione della Slovenia all'Italia, dove la resistenza fu debellata con deportazioni di massa, campi di concentramento e repressione militare e poliziesca. Il giudice tedesco della corte, Otto Riese, era un nazista così devoto che senza alcuna costrizione - trascorse la guerra come accademico in Svizzera - mantenne la sua appartenenza al Partito nazionalsocialista fino al 1945. Il suo connazionale Karl Roemer, avvocato generale della corte, trascorse la guerra nella Parigi occupata gestendo società e banche francesi per il Terzo Reich; dopo la guerra, sposò la nipote di Adenauer, e agì come avvocato difensore delle Waffen SS imputate del massacro degli occupanti del villaggio francese di Oradour. L'altro avvocato generale, Maurice Lagrange, era stato un alto funzionario del governo di Vichy, pienamente impegnato nell'ideologia di una "rivoluzione nazionale" al fine di spazzare via l'eredità della Terza Repubblica. Agendo come uomo di collegamento tra l'apparato giudiziario del Conseil d'Etat e l'apparato politico del Consiglio dei ministri, Lagrange fu incaricato di coordinare la prima ondata di persecuzioni degli ebrei francesi. Quando Laval prese le redini di Vichy nel 1942, trasferendo Lagrange al Conseil d'État, Pétain lo ringraziò per la sua "rara abnegazione'' verso la funzione legislativa e amministrativa del regime, e Lagrange rispose "per me è stato un grande privilegio essere così strettamente coinvolto nell’opera di rinnovamento nazionale da lei intrapresa per la salvezza del nostro paese. Sono convinto che ogni francese possa e debba prendere parte a quest’opera." Dopo la guerra fu scelto dagli americani per aiutare a democratizzare la pubblica amministrazione in Germania e da Monnet per contribuire alla stesura del trattato che istituisce la Comunità del carbone e dell'acciaio.

Il fatto che personaggi come questi diventassero figure di spicco della prima Corte di giustizia europea rifletteva, naturalmente, la serrata dei ranghi della politica dopo l'inizio della Guerra Fredda, quando ciò che contava non erano i misfatti del passato fascista quanto la minaccia del presente comunista. Erano tempi in cui l'ultimo comandante della divisione Charlemagne delle SS, che aveva combattuto fino all'ultimo per difendere Hitler nel suo bunker, è potuto emergere come scelta migliore per il Premio Robert Schuman per i servizi all'unità europea.  Perché non avrebbe dovuto, anche la giustizia europea, dimenticare il passato e metterci una pietra sopra? Più in generale, le nomine al tribunale avevano poco o nulla a che fare con i titoli in campo giuridico. Quasi tutti erano politici. Il giudice belga era una figura di spicco del partito cattolico del suo paese; uno dei giudici olandesi era il fratello di un ministro degli esteri prebellico; il giudice francese, Jacques Rueff, ex vicegovernatore della Banque de France, era stato uno dei fondatori del Centre National des Indépendants et Paysans; un sindacalista cattolico dei Paesi Bassi e un magistrato socialista del Lussemburgo completavano l’organico.

Tra gli altri componenti della Corte vi erano uno dei fondatore dell'Unione Democratica Cristiana (CDU) a Berlino, in seguito deputato del partito al Bundestag; il figlio di un leader del Partito Anti-Rivoluzionario (Calvinista) nei Paesi Bassi; un ex assistente di Dino Grandi, ministro della giustizia del Duce e fratello dell'allora ministro delle finanze italiano; un co-fondatore del Partito sociale cristiano in Belgio; un ex nazista e sostenitore delle SA (annata 1933), poi entrato nel partito socialdemocratico tedesco; un funzionario di lunga data nella colonizzazione italiana di Rodi; un ex capo di gabinetto del governatore civile e militare dell'Algeria. La "giustizia all'europea" non è mai stata bendata: aveva gli occhi ben aperti, con una benda colorata sul capo, coi colori dei partiti dell'establishment dell'epoca.

La seconda ondata di nominati includeva anche un personaggio che, nelle parole di un ammiratore, era l'equivalente europeo di John Marshall, il patriarca della Corte suprema degli Stati Uniti, responsabile di garantire la autorità della corte in tutto il paese. Robert Lecourt era un politico di spicco della versione francese dei partiti cristiano-democratici di Italia e Germania, il Mouvement Républicain Populaire (MRP), che ha fatto parte di ogni governo della Quarta Repubblica, nel secondo e nel penultimo dei quali Lecourt occupava anche la poltrona di primo ministro. La differenza più significativa tra il MRP e i suoi equivalenti a Roma e Bonn era che la Francia possedeva un grande impero coloniale, di cui il partito era zelante difensore, molto risoluto nel portare avanti le guerre del paese in Indocina e Algeria. Entrando a far parte nel 1958 del governo De Gaulle, durante la Quinta Repubblica,  il MRP uscì dalla coalizione in seguito all'annuncio di un referendum sull'autodeterminazione dell’Algeria. Il leader di lunga data del partito, Georges Bidault, fece parte dell'OAS paramilitare che promosse la resistenza armata contro de Gaulle in nome dell'Algérie française e per poco non riuscì ad assassinarlo, mentre i suoi colleghi del partito si piegavano a De Gaulle. Lecourt, che come Bidault e altri membri del partito erano stati attivi nella Resistenza, aveva un dottorato in legge ed era stato ministro della giustizia nel 1948, 1949 e 1957. Sotto de Gaulle, aveva avuto l’incarico per le colonie francesi in Africa e altrove. Nel maggio 1962 fu nominato alla Corte di giustizia europea.

Lecourt arrivò in Lussemburgo con un particolare insieme di appartenenze e convinzioni. Oltre al suo ruolo di deputato e ministro per l'MRP, era stato attivista dalla fine degli anni Quaranta nelle Nouvelles Équipes Internationales (NEI), l'internazionale non dichiarata della Democrazia Cristiana in Europa, partecipando a congressi annuali dedicati a temi come la ``fermezza della Democrazia cristiana di fronte alla crisi del comunismo”, e diventando in seguito capo della sezione francese. Continuò senza remore a dirigerla durante il congresso NEI del 1962 a Vienna, già dopo la sua nomina alla Corte di giustizia. Il NEI era a favore dell'unità europea, e Lecourt era egli stesso un membro del Comitato di azione di Monnet per gli Stati Uniti d'Europa, costituito nel 1955. Era un ardente federalista.

Con queste premesse, l'arrivo di Lecourt in Lussemburgo non avrebbe potuto essere più felicemente programmato. Perché sui registri della Corte giaceva il caso che avrebbe prodotto la sua prima decisione storica, Van Gend en Loos, una causa intentata da una piccola azienda di trasporti contro il governo olandese per aver imposto un dazio doganale sulla sua importazione di una vernice collante dalla Germania occidentale. In apparenza, una controversia di minore importanza. Nell'ombra, tuttavia, potenti forze si erano raccolte intorno ad essa. Una era la Commissione europea a Bruxelles. Là, a capo del suo servizio giuridico, c'era il francese Michel Gaudet. Già quando lavorava nella stessa veste per la CECA, prima del Trattato di Roma, era determinato a garantire che la futura Corte di giustizia europea non fosse un tribunale internazionale secondo linee convenzionali, ma una corte suprema federale sul modello americano. Nel 1957,  in una sua corrispondenza con Donald Swatland, un avvocato di Wall Street che era stato collaboratore di Monnet in tempo di guerra, Gaudet spiegava che "le idee federali sono ancora molto nuove nell'Europa continentale" e cercava una guida per promuoverle. Sviluppò anche uno stretto rapporto con lo studioso di diritto americano Eric Stein, la prima persona al mondo a salutarlo come promettente futuro giudice della corte lussemburghese. Nel 1959 Stein invitò Gaudet per un viaggio di sei settimane negli Stati Uniti per conoscere in prima persona il federalismo. In cambio, mentre nel 1962 Stein era in anno sabbatico, Gaudet lo inserì negli uffici del Servizio giuridico con una scrivania tutta sua, invitandolo a partecipare a riunioni informative con gli avvocati che preparavano per la Commissione il caso Van Gend en Loos presso la Corte di giustizia delle Comunità europee. Stein, fautore di una serie di assiomi fondamentali per un ordine costituzionale in Europa, potrebbe essere considerato un fanatico transatlantico del federalismo per il Vecchio Mondo.

Nel frattempo, in ciascuno dei paesi dei Sei erano sorte associazioni di giuristi impegnati a promuovere il diritto europeo, di cui la tedesca Wissenschaftliche Gesellschaft für Europarecht (WGE) era la più grande e importante, seguita dall'Association Française des Juristes Européens. In stretto contatto con queste organizzazioni, la Commissione fornì sostegno finanziario alle loro riunioni e nel 1961 Gaudet creò un gruppo di coordinamento, la Fédération Internationale pour le Droit Européen (FIDE), con l'obiettivo esplicito di facilitare gli scambi oltre confine tra politici, burocratici e accademici. Nelle parole del suo primo presidente, la FIDE agiva come "un esercito privato delle comunità europee". "In Europa intorno al 1950", ha ricordato un membro della sua filiale tedesca, "l'idea dell'unificazione europea era capace di suscitare un entusiasmo quasi religioso tra i giovani avvocati. Noi credevamo negli Stati Uniti d'Europa." La sezione olandese della FIDE era particolarmente attiva. Uno dei suoi membri agì come consulente legale per il caso Van Gend en Loos e si può supporre con una certa sicurezza che il caso sia stato avviato da questa lobby. Comunque sia, sostenuta dalla Commissione, ha trovato il relatore giusto in Lussemburgo, dove Lecourt, giunto in fretta e furia da Parigi, scrisse lo storico verdetto di ribaltamento di una legge nazionale.

Un anno dopo, nel 1964, arrivò il secondo atto decisivo. In Italia, due avvocati ritenutisi offesi per la nazionalizzazione dell'industria elettrica, sollevarono una questione di costituzionalità sull’emissione di una bolletta di 1925 lire. Quando la Corte costituzionale italiana stabilì che la nazionalizzazione non era costituzionalmente illegittima e non poteva essere impugnata con riferimento al Trattato di Roma, in quanto approvata successivamente ad esso, essi fecero ricorso alla Corte europea. Due settimane dopo che il suo avvocato generale aveva sostenuto che il tribunale italiano non poteva essere ignorato, sebbene dovesse essere incoraggiato a trovare le modalità per integrare il diritto europeo nel diritto nazionale, la WGE tenne una riunione in Assia alla quale erano presenti tre giudici della Corte di giustizia. Lì, ha ricordato un partecipante, si sedettero con grande imbarazzo ad ascoltare una delle principali autorità del WGE, Hans Peter Ipsen, che li istruiva sulla supremazia del diritto europeo sul diritto nazionale di qualsiasi stato membro. L'opinione di Ipsen avrebbe prevalso: cinque giorni dopo Lecourt emise la sentenza della Corte di giustizia europea sul caso Costa contro Enel. La pietra angolare della giustizia europea era stata posta.

Chi era Ipsen? Un giurista di Amburgo entrato a far parte della SA nel 1933 e del Partito Nazionalsocialista Tedesco nel 1937, diventando professore ordinario all'età di 32 anni sulla base di un dottorato da cui scaturì un libro successivamente pubblicato dal titolo Politik und Justiz, che trattava di "atti sovrani" dallo Stato che in quanto tali non dovevano essere sottoposti a considerazioni di giustizia. Esaltandone la versione tedesca, basata sul 'Führergewalt' del potere nazista - che aveva trovato espressione dal 1933 con arresti, epurazioni, espropri, e la abolizione dei sindacati - in quanto superiore alla precedente legislazione meramente 'governativa' in Francia, e alla variante fascista italiana, che si basava sull'autorità legislativa in un sistema di divisione dei poteri, il libro aveva comprensibilmente attirato l'interesse della Cancelleria centrale del partito nazista. Durante la guerra, Ipsen prestò servizio come commissario di Hitler, occupandosi delle università del Belgio occupato. Lì nel 1943 esaltava "l'amministrazione esterna" del Terzo Reich, che ora copriva Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Francia, Ucraina, Stati baltici, governo generale della Polonia, aree occupate di Serbia e Grecia, per non parlare dell'Alsazia, della Lorena, del Lussemburgo, della Stiria meridionale e dei protettorati di Boemia e Moravia - un'area che comprende circa 2.865.000 chilometri quadrati e 154 milioni di abitanti, oltre ai quasi 700.000 chilometri quadrati e 90 milioni di abitanti dell'ampliato 'Reich interno', e ammontava in tutto al 46 per cento della popolazione del continente. Queste terre costituivano la promessa di una futura Grossraumordnung dell'Europa sotto il comando nazista. Prima che la guerra finisse, Ipsen divenne preside della facoltà di giurisprudenza presso l'Università di Amburgo e consigliere del Ministero della giustizia a Berlino. Nel 1945 fu privato per breve tempo dell’incarico, ma presto lo recuperò. Con una carriera nazista superiore alla media, nel dopoguerra fu ricoperto di onori divenendo il decano del diritto europeo, autore nel 1972 di una monumentale summa sull’argomento.  

Nel 1967 Lecourt divenne presidente della Corte. In questa posizione, corteggiava i giudici nazionali con regolari inviti a imparare dal Lussemburgo: una sistematica "campagna di seduzione" assortita con champagne brunch, volta a disarmare la resistenza alla supremazia rivendicata dalla Corte. Alla fine del suo mandato, circa 2500 magistrati di tutti gli Stati membri avevano goduto della sua ospitalità. Nella direzione opposta, i giudici della corte erano incoraggiati a fare visite cerimoniali ai governi della Comunità, dove solitamente venivano ricevuti, con le parole di un assistente, "come imperatori". Poiché molti di loro provenivano da ambienti politici, o erano rampolli di dinastie familiari ben posizionate, potevano prendere queste visite come opportunità per scambi di notizie e opinioni di tipo informale, oliando gli ingranaggi della presenza e dell'influenza della Corte di giustizia. Lecourt, con una lunga esperienza di giornalismo e politica, incoraggiò anche i suoi colleghi a tenere conferenze e scrivere articoli per diffondere la lieta parola della corte, cosa di cui dava egli stesso un energico esempio.

Dal 1967 in poi gli succedette nell’incarico Pierre Pescatore, altra nomina familista, cognato del primo ministro del Lussemburgo e schietto e prolifico campione del federalismo, anche più di Lecourt - le sue opinioni legali, nelle parole di un testimone, funzionavano come "truppe d'assalto" dell'avanzata sovranazionale. Insieme hanno spinto in avanti la giustizia europea in quella che in seguito sarebbe stata considerata la sua epoca eroica: un audace giudizio dopo l'altro che suggellavano l'autorità della corte su sempre nuovi aspetti della vita della Comunità. Il bilancio di Lecourt come presidente, ha dichiarato Pescatore dopo che il suo capo si era ritirato, è stato nientemeno che "un miracolo giurisprudenziale". Il  contributo di Pescatore è stato quello di sostenere ancora più saldamente una lettura "teleologica", piuttosto che semplicemente letterale, del Trattato di Roma. Qualunque cosa dicessero o meno le sue clausole, esso era ispirato dagli ideali insiti nelle "tradizioni liberali e democratiche comuni dei popoli dell'Europa occidentale", e questi avrebbero acquisito forza giuridica. Dopo che Lecourt se ne fu andato, fu Pescatore a emettere l'ultima cruciale sentenza della corte come motore dell'unità europea, il verdetto di livellamento del mercato di Cassis de Dijon nel 1979, stabilendo che qualsiasi prodotto legalmente in vendita in un paese della Comunità era vendibile in qualsiasi altro. La strategia di Lecourt era sempre stata quella di muoversi gradualmente, evitando qualsiasi sfacciata provocazione dei governi nazionali, distogliendo la loro attenzione da importanti dichiarazioni giuridiche collegandole a questioni di importanza commerciale apparentemente minima. In questo caso, la merce era un liquore al ribes nero.

Dopo Cassis de Dijon, l'iniziativa strategica passò al Consiglio europeo, che aveva gradualmente preso forma dopo la sua creazione da parte di Giscard d'Estaing, a metà degli anni '70, e alla Commissione, passata sotto la direzione di Jacques Delors, a metà degli anni '80. La Corte gestiva un numero crescente di casi e il suo attivismo giudiziario non diminuiva. Ma ora rafforzava, piuttosto che guidare, la svolta hayekiana della Comunità, che si era già concretizzata nell'Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987.  Nel nuovo secolo, con l'arrivo in Lussemburgo dall'Europa orientale di nuovi membri convertiti ai principi del libero mercato, ha poi goduto di una dose extra di adrenalina neoliberista, che portò a due sentenze - Viking e Laval del 2007, che contrapponevano i corsari baltici ai sindacati nordici - che minarono i diritti dei lavoratori. Si trattava di un allontanamento dai precetti tattici di Lecourt, in quanto si suscitava un'attenzione sfavorevole da parte dell’opione pubblica del tipo che la corte aveva sempre cercato di evitare, ma non seguirono ulteriori passi evidenti. Dopo Maastricht un compito importante sarebbe ancora spettato alla corte, ma di carattere diverso. La sua opera pionieristica - celebrata da van Middelaar come il colpo di stato su cui si fonda essenzialmente l'Unione di oggi - era stata compiuta.

Di quale compito si trattava? I due giuristi che l'hanno enunciato con la massima chiarezza sono Dieter Grimm, per dodici anni giudice della corte costituzionale tedesca, e Thomas Horsley, di due generazioni più giovane, docente senior all'Università di Liverpool. Le decisioni della Corte negli anni '60, ha osservato Grimm, erano "rivoluzionarie, perché i principi che annunciavano non erano concordati nei trattati'' che avevano creato la CECA e la CEE, e  "quasi certamente non sarebbero stati concordati se le questioni fossero state sollevate"'. La Corte era un tribunale con un'agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori, non considerandosi "né come il guardiano dei diritti degli Stati firmatari, né come un arbitro neutrale tra gli Stati e la Comunità, ma piuttosto comela forza trainante dell'integrazione". La sua affermazione della supremazia della Comunità sulle leggi nazionali, per non parlare delle leggi costituzionali, osserva Horsley, non aveva alcun fondamento nel Trattato di Roma, che le concedeva solo diritti di controllo giurisdizionale "rispetto agli atti delle istituzioni dell'Unione, non rispetto agli atti degli stati membri". "Eppure, in effetti, questo è esattamente quello che ora la corte intraprende regolarmente", procedendo come se "il quadro del trattato, pietra miliare della costituzionalità interna di tutta l'attività istituzionale dell'UE, non abbia mai effettivamente significato ciò invece vi è chiaramente affermato" .

Ma c'è qualcosa di particolarmente insolito in questo? L'interpretazione creativa delle leggi da parte dei giudici non è abituale quasi quanto l’interpretazione creativa delle cifre da parte dei contabili? Da un punto di vista alternativo e meno cinico, non è il risultato ciò che conta? Ankersmit o van Middelaar lo vedrebbero come un esempio del carattere sublime dell’opera giuridica. Senza andare così lontano, è ragionevole chiedersi cosa c'è che non va nel risultato. La risposta sta a livello sia dei principi che delle conseguenze. Per quanto riguarda i principi, Horsley apre il suo studio con la seguente grave affermazione: “Tra le istituzioni dell'UE, la Corte resta un attore unico nel processo di integrazione. È l'unica istituzione dell'Unione le cui attività non sono regolarmente sottoposte a controllo (dalla stessa istituzione o da altri) sul rispetto dei trattati dell'UE.  Tuttavia il quadro del trattato non fornisce alcuna base per giustificare la differenziazione tra la Corte e le altre istituzioni riguardo al rispetto delle regole. La Corte è formalmente designata come istituzione dell'Unione ai sensi dell'articolo 13 TUE. In quanto tale, insieme alle istituzioni politiche dell'Unione, è irrefutabilmente soggetta al rispetto dei trattati dell'UE.'' Ma una volta che la Corte, dal momento del colpo di stato, si era autorizzata da sé stessa ad essere custode di una costituzione, cosa che non aveva alcun fondamento nei trattati, ma presumibilmente corrispondeva al loro "scopo ultimo", quale altra istituzione avrebbe potuto richiamarla all’ordine? La sua auto-convalida circolare escludeva qualsiasi sfida del genere.

La Corte divenne così non solo un'istituzione unica all'interno della Comunità, ma unica tra le corti supreme o costituzionali, dotata di poteri che non hanno mai avuto pari in nessuna democrazia. In tutti gli altri casi, le sentenze di tali tribunali sono soggette a modifica o abrogazione da parte di legislatori eletti. Quelle della Corte di giustizia non lo sono. Sono irreversibili. A parte la modifica dei trattati stessi, che richiede l'accordo unanime di tutti gli Stati membri, "che, come tutti sanno, è del tutto fuori questione", come scrive Grimm, non si può ricorrere contro le sentenze della CGUE. Non sono scolpite nella pietra, ma nel granito, e hanno un effetto tutt'altro che neutro. Scritte in "un linguaggio tecnico spesso opaco", le decisioni della corte spesso mascherano questioni altamente politiche in modo apolitico; cadono “al di sotto della soglia dell'attenzione pubblica”, rendendo i loro effetti difficili da percepire ex ante; ma se successivamente dovessero essere contestate, vengono considerate come fatti compiuti per i quali ai cittadini viene detto che è troppo tardi per fare qualcosa - "ora non c'è alternativa". Poiché queste sentenze hanno forza costituzionale, gran parte di quella che sarebbe la legislazione ordinaria a livello nazionale è stata integrata nelle versioni successive del Trattato di Roma originale – Maastricht, Amsterdam, Nizza, Lisbona - risultando in documenti di tale "epica lunghezza'' che il commissario irlandese dell'UE ha dichiarato, a proposito dell'ultima versione, che “nessuna persona sana e ragionevole'' poteva leggerla, e il suo stesso primo ministro ha ammesso, dopo averlo firmato, di non averlo fatto: si tratta, in effetti, di enormi crittogrammi al di là della pazienza o della comprensione di qualsiasi pubblico democratico.

L'effetto di 'costituzionalizzare' (le virgolette sono necessarie, perché i trattati rimangono patti internazionali, non carte federali) questioni come l'ammissibilità degli aiuti di Stato alle industrie, o dei sussidi ai servizi pubblici, è di immunizzare gli ukase giudiziari contro qualsiasi esercizio ordinario della volontà popolare. Come scrive Grimm, "più forte è il contenuto sostanziale della costituzione, più stretto è il margine di manovra per la politica". Generalmente, "tutto ciò che è regolamentato nella costituzione viene rimosso dal regno del processo decisionale politico". Non è più un oggetto, ma una premessa della politica. Nell'UE  non può essere influenzato nemmeno dal risultato di un'elezione. "Il fatto che i giudici che emettono le decisioni della Corte di giustizia europea siano essi stessi non eletti è, ovviamente, pratica comune anche se non invariabile delle corti costituzionali. Ciò che non lo è, è "l'insaziabile appetito giurisdizionale" della Corte europea. Il suo attuale presidente, il belga Koen Lenaerts, ha spiegato la portata di quella fame. Nelle sue parole: "Non c'è semplicemente nessun nucleo fondamentale di sovranità che gli Stati membri possano invocare, in quanto tale, contro la Comunità". La Corte mira a "lo stesso risultato pratico che si otterrebbe attraverso una diretta invalidazione della legge dello Stato membro'.

A tale presunzione autoesaltante non corrisponde nessuna competenza, né giudiziaria, né politica. Anche mettendo da parte il suo sistematico disprezzo per i limiti al suo campo di applicazione nei trattati, scrive Horsley, "la corte se la cava male, rispetto alle sue controparti, sulle misure classiche dell'analisi istituzionale comparativa: legittimità democratica e competenza tecnica. I suoi giudici non sono eletti, le sue deliberazioni sono segrete e, in quanto tribunale di giurisdizione generale, non gode di alcuna competenza speciale nella vasta gamma di settori politici sui quali interviene per giudicare. "Ma se non ha competenze speciali, ha avuto sin dall'inizio un particolare orientamento, una politica costante e coerente di promozione del federalismo europeo", e dopo la fine degli anni Ottanta, una decisa inclinazione sociale, che ha perseguito, secondo Grimm, con "zelo missionario". Interpretando i "divieti di discriminazione nei confronti delle società straniere in modo così ampio" che "quasi ogni normativa nazionale potrebbe essere intesa come un ostacolo all'accesso al mercato" e spingendo la "privatizzazione a prescindere dalle ragioni di affidare determinati compiti ai servizi pubblici", la Corte ha effettivamente privato gli Stati membri del "potere di determinare il confine tra settore pubblico e privato, Stato e mercato".

Tali giudizi non derivano da un punto di vista euroscettico, ma da autorità fedeli a ciò che vedono essere i risultati dell'integrazione europea. Per Grimm, ciò che è necessario per ripristinare la legittimità del processo è essenzialmente la decostituzionalizzazione delle decisioni politiche, per consentire la loro discussione da parte degli elettori e la revisione da parte dei legislatori. Horsley, dopo aver spiegato quelli che a suo avviso sono stati i benefici dell'intervento giudiziario insieme ai suoi costi, rassicura i lettori di non voler minare la Corte di giustizia, tanto meno aggiungersi alla 'denigrazione dell'Unione', ma al contrario accrescere la legittimità della sua legislazione. Eppure, se i loro resoconti sulla Corte di giustizia sono resoconti da amici della corte, non è chiaro cosa resterebbe da dire ai suoi nemici. La verità è che, secondo ogni ragionevole stima, sarebbe difficile concepire un'istituzione giudiziaria occidentale che, sin dalle sue tenebrose origini, sia stata altrettanto priva di una qualsiasi traccia di responsabilità democratica.