15/05/17

Ha-Joon Chang: i miti dell'economia neoliberale

In questa lunga intervista al celebre economista sudcoreano Ha-Joon Chang, professore alla Cambridge University, sono affrontati i miti e le bugie dell'economia neoliberale, un sistema che Chang, citando Gore Vidal, definisce "libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi". Il neoliberalismo ha diffuso la convinzione che ci sia un campo "oggettivo" dell'economia, nel quale la logica della politica non deve intromettersi, e così facendo ha sottratto le politiche economiche alla dinamica democratica, permettendo alle élite di fare ritirare il perimetro dello Stato e reindirizzarne le scelte a loro favore.

di C. J. Polychroniou, 9 febbraio 2017

Per gli ultimi 40 anni circa, il neoliberalismo (scegliamo volutamente questo termine al posto del più usato "neoliberismo" NdVdE) ha regnato incontrastato su gran parte del mondo capitalista occidentale, producendo livelli di accumulazione di ricchezza senza precedenti per una manciata di individui e di multinazionali, mentre al resto della società si è chiesto di ingoiare austerità, stagnazione dei redditi e la continua riduzione dello stato sociale. Ma proprio quando tutti pensavamo che le contraddizioni del capitalismo neoliberale avessero raggiunto il loro penultimo stadio, culminando nel malcontento di massa e nell'opposizione al neoliberalismo globale, l'esito delle elezioni presidenziali 2016 negli Stati Uniti ha portato al potere un megalomane che aderisce all'economia capitalista neoliberale, pur opponendosi a grande parte della sua dimensione globale.

Che cosa è dunque, esattamente, il neoliberalismo? Che cosa rappresenta? E che cosa dobbiamo pensare delle dichiarazioni di Donald Trump sull'economia? In questa intervista, Ha-Joon Chang, professore di economia di fama mondiale alla Cambridge University, risponde a queste domande pressanti, sottolineando che, nonostante il sostegno di Donald Trump alla "spesa per infrastrutture" e la sua opposizione agli accordi di "libero commercio", dovremmo essere profondamente preoccupati per la sua politiche economiche, per la sua adesione al neoliberalismo e la sua fervente devozione nei confronti dei ricchi.

C.J. Polychroniou: Per gli ultimi 40 anni circa, l'ideologia e le politiche del capitalismo del "libero mercato" hanno regnato incontrastate in gran parte del mondo industrializzato avanzato. Tuttavia, gran parte di ciò che si fa passare per capitalismo del "libero mercato" sono in realtà misure progettate e promosse dallo stato capitalista per conto delle fazioni dominanti del capitale. Quali altri miti e bugie sul "capitalismo realmente esistente" vale la pena di sottolineare?

Ha-Joon Chang: Lo scrittore americano Gore Vidal una volta ha detto benissimo: il sistema economico americano è "libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi". Credo che questa affermazione riassuma molto bene ciò che è stato fatto passare per "capitalismo del libero mercato" negli ultimi decenni, soprattutto, ma non solo, negli Stati Uniti. Negli ultimi decenni i ricchi sono stati sempre più protetti dalle forze del mercato, mentre i poveri vi sono stati esposti in misura sempre crescente.

Per i ricchi, gli ultimi decenni sono stati "testa vinco io, croce perdi tu". I top manager, soprattutto negli Stati Uniti, firmano contratti che prevedono stipendi di centinaia di milioni di dollari per fallire - e spesso anche di più per fare un lavoro decente. Le aziende sono sovvenzionate su larga scala, con poche condizioni - a volte direttamente, ma spesso indirettamente attraverso programmi di appalti pubblici (soprattutto nella difesa), con prezzi gonfiati e tecnologie gratuite prodotte da programmi di ricerca finanziati dal governo. Dopo ogni crisi finanziaria, dalla crisi bancaria cilena del 1982, passando per la crisi finanziaria asiatica del 1997, fino ad arrivare alla crisi finanziaria globale del 2008, le banche sono state salvate con centinaia di migliaia di miliardi di dollari di denaro dei contribuenti, e ben pochi grandi banchieri sono finiti in prigione. Negli ultimi dieci anni nei paesi ricchi le classi sociali proprietarie di patrimoni sono state tenute a galla anche dai tassi di interesse storicamente bassi.

Al contrario, i poveri sono stati sempre più lasciati in balia delle forze del mercato.

In nome di una crescente "flessibilità del mercato del lavoro", i poveri sono stati sempre più spogliati ​​dei loro diritti di lavoratori. Questa tendenza ha raggiunto un nuovo livello con l'emergere della cosiddetta "gig economy" (il cosiddetto "caporalato digitale", NdVdE), in cui i lavoratori sono fittiziamente assunti come "autonomi" (privi del controllo sul proprio lavoro che esercitano i veri lavoratori autonomi) e privati dei diritti anche più elementari (ad esempio le assenze per malattia, le ferie pagate). Con l'indebolirsi dei loro diritti, i lavoratori devono impegnarsi in una corsa al ribasso, facendo a gara nell'accettare salari sempre più bassi e condizioni di lavoro sempre peggiori.

Nel settore dei consumi, la crescente privatizzazione e deregolamentazione dei settori industriali che forniscono i servizi di base maggiormente usati, in senso relativo, dai poveri - come acqua, elettricità, trasporti pubblici, servizi postali, sanità e istruzione di base - hanno fatto sì che i poveri abbiano visto una crescita sproporzionata dell'esposizione dei loro consumi alla logica del mercato. Negli ultimi anni dalla crisi finanziaria del 2008, l'accesso al welfare è stato ridotto in molti paesi e le condizioni per fruirne (ad esempio, "idoneità ai test di lavoro" sempre meno generose per i disabili, formazione obbligatoria per crearsi un CV per chi riceve sussidi di disoccupazione) sono diventate meno generose, spingendo sempre più persone povere verso mercati del lavoro dove non sono in grado di competere.

Riguardo agli altri miti e alle menzogne ​​sul capitalismo, a mio avviso il più importante è il mito che ci sia un campo oggettivo dell'economia nel quale la logica della politica non deve intromettersi. Una volta accettata l'esistenza di questo dominio esclusivo dell'economia, accolta ormai dalla maggior parte dell'opinione pubblica, si arriva ad accettare l'autorità degli esperti economici come portatori di verità scientifiche sull'economia, e sono questi esperti che poi dettano le regole secondo cui gestire l'economia.

E invece, non c'è alcun modo oggettivo di determinare i confini dell'economia, poiché il mercato stesso è una costruzione politica, come dimostra il fatto che oggi nei paesi ricchi è illegale comprare o vendere una quantità di cose che un tempo venivano comprate e vendute liberamente - pensiamo per esempio agli schiavi e al lavoro minorile.

Di conseguenza, se non esiste un sistema oggettivo per disegnare un confine dell'economia, quando ci si scaglia contro l'intrusione della logica della politica nell'economia, si sta solo affermando che la propria visione "politica" di ciò che deve essere lasciato al mercato è quella giusta, per così dire.

È molto importante rifiutare il mito di un limite inviolabile del campo dell'economia, perché questo è il punto di partenza per sfidare lo status quo. Se si accetta che si debba ridurre lo stato sociale, che si debbano indebolire i diritti dei lavoratori, se si accetta che le fabbriche debbano essere chiuse e così via a causa della logica economica oggettiva (o delle "forze del mercato", come spesso vengono chiamate) diventa praticamente impossibile modificare lo status quo.

L'austerità è diventata il dogma prevalente in tutta Europa, ed è al centro dell'agenda dei Repubblicani. Se anche l'austerità si basa su menzogne, qual è il suo obiettivo reale?

Molti studiosi - Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Mark Blyth e Yanis Varoufakis, per citare alcuni nomi noti - hanno scritto che l'austerità non funziona, soprattutto nel bel mezzo di una crisi economica (come invece è stata applicata in molti paesi in via di sviluppo nell'ambito dei Programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale-FMI negli anni '80 e '90 e, più recentemente, in Grecia, Spagna e altri paesi dell'eurozona).

Molti di coloro che spingono per l'austerità lo fanno perché credono realmente (anche se erroneamente) che funzioni, ma quelli che sono abbastanza intelligenti da capire che non è così, la vogliono perché è un ottimo modo per far ritirare lo Stato (dando così più potere alle imprese, comprese quelle straniere) e cambiare la natura delle attività dello Stato in senso favorevole alle imprese (ad esempio, è quasi sempre la spesa sociale che viene tagliata per prima).

In altre parole, l'austerità è un ottimo modo per portare avanti un'agenda politica reazionaria, senza che si capisca. Si dice che si sta tagliando la spesa perché bisogna far tornare i conti e rimettere in ordine i bilanci, quando in realtà si sta lanciando un attacco alla classe operaia e ai poveri. Questo è, ad esempio, il metodo che nel Regno Unito ha usato il governo di coalizione tra Conservatori e Liberal-Democratici, quando ha lanciato un programma di austerità molto duro, dopo aver preso il potere nel 2010 - la finanza pubblica del paese in quel momento non era in condizioni tali da avere bisogno di un programma di austerità così rigido, neanche per gli standard dell'economia ortodossa.

Che cosa pensa di tutti i discorsi sui pericoli del debito pubblico? Quanto debito pubblico è troppo?

Se il debito pubblico sia buono o cattivo dipende dal momento in cui il denaro è stato preso in prestito (sarebbe meglio indebitarsi durante una crisi economica), da come è stato utilizzato il denaro (meglio se utilizzato per investimenti in infrastrutture, ricerca, istruzione o salute piuttosto che in spese militari o nella costruzione di monumenti inutili) e da chi detiene il debito (meglio se è in mano ai cittadini del paese, in quanto si riduce il pericolo di una "speculazione" - per esempio, una delle ragioni per cui il Giappone può sostenere livelli molto elevati di debito pubblico è che la stragrande maggioranza è detenuta dai cittadini giapponesi).

Naturalmente, un debito pubblico eccessivo può essere un problema, ma quanto sia l'"eccessivamente elevato" dipende dal paese e dalle circostanze. Per esempio, secondo i dati FMI del 2015 il Giappone ha un debito pubblico equivalente al 248 per cento del PIL, ma nessuno ne parla come di un pericolo. Qualcuno potrebbe rispondere che il Giappone è un caso speciale e far notare che nello stesso anno gli Stati Uniti avevano un debito pubblico equivalente al 105 per cento del PIL, molto più alto, per esempio, di quello della Corea del Sud (38 per cento), Svezia (43 per cento) o persino della Germania (71 per cento), ma allora resterebbe sorpreso nell'apprendere che anche il debito pubblico di Singapore è pari al 105 per cento del PIL, eppure ben difficilmente sentiamo parlare di preoccupazioni sul debito pubblico di Singapore.

Molti economisti rispettati sostengono che l'epoca della crescita economica è finita. Concorda con questa opinione?

Molte persone ora parlano di una "nuova normalità" e di una "stagnazione secolare" in cui l'elevata disuguaglianza, l'invecchiamento della popolazione e il deleveraging (riduzione del debito) da parte del settore privato conducono a una crescita economica cronicamente bassa, che può essere rilanciata solo temporaneamente da bolle finanziarie insostenibili nel lungo termine.

Dato che queste cause possono essere contrastate da politiche adeguate, la stagnazione secolare non è inevitabile. L'invecchiamento della popolazione può essere controbilanciato da strategie politiche diverse, che rendano più facile conciliare il lavoro e l'avere bambini (per esempio un'assistenza per l'infanzia migliore e più economica, orari di lavoro flessibili, compensazioni professionali per i periodi di cura dei figli) e da una maggiore immigrazione. La disuguaglianza può essere contrastata da una politica di tassazione e redistribuzione più aggressiva e da una protezione migliore dei deboli (per esempio, una pianificazione urbana che protegge i piccoli negozi, sostegno alle PMI). La riduzione del debito da parte del settore privato può essere contrastata da una maggiore spesa pubblica, come dimostra l'esperienza giapponese degli ultimi venticinque anni.

Naturalmente, dire che la stagnazione secolare può essere contrastata è diverso dal dire che sarà contrastata. Per esempio, la politica più rapida che può contrastare l'invecchiamento - vale a dire l'aumento dell'immigrazione - è politicamente impopolare. In molti paesi ricchi l'alleanza tra le forze politiche ed economiche è tale che sarà difficile ridurre in modo significativo la disuguaglianza nel breve e medio periodo. L'attuale dogma dell'austerity è tale che nel prossimo futuro un'espansione fiscale sembra improbabile nella maggior parte dei paesi.

Perciò, a breve e medio termine, una crescita bassa sembra molto probabile. Tuttavia questo non significa che sarà così per sempre. A lungo termine, i cambiamenti nella politica e quindi nelle politiche economiche possono modificare le politiche in modo tale che le cause della "stagnazione secolare" siano significativamente contrastate. Questo mette in luce come sia importante la lotta politica per cambiare le politiche economiche.

Qual è il suo parere professionale sulle politiche economiche proposte da Donald Trump, che chiaramente abbracciano il neoliberalismo e tutti i maneggi a favore dei ricchi, ma si oppongono agli accordi di "libero scambio" globali, e che cosa pensa che accadrà quando si scontreranno con l'austerità di bilancio di Paul Ryan?

Il piano di Donald Trump per il rilancio economico americano è ancora vago, ma, per quanto posso dire, ha due colonne portanti: far creare più posti di lavoro in patria alle imprese americane e aumentare gli investimenti infrastrutturali.

Il primo punto sembra piuttosto fantasioso. Trump dice che lo farà principalmente impegnandosi per un maggior protezionismo, ma non funzionerà per due motivi.

In primo luogo, gli Stati Uniti sono vincolati da accordi commerciali internazionale di ogni tipo - WTO, NAFTA e diversi accordi bilaterali di libero scambio (con la Corea, l'Australia, Singapore ecc.). Benché anche in questo contesto sia possibile orientare le cose in senso protezionistico giocando sui margini di guadagno, sarà difficile per gli Stati Uniti affibbiare tariffe extra abbastanza alte da far rimpatriare i posti di lavoro americani, nel quadro delle norme previste da questi accordi. Il team di Trump afferma che rinegozierà gli accordi, ma questo richiederà non mesi, ma anni, e non produrrà alcun risultato visibile almeno durante il primo mandato della presidenza Trump.

In secondo luogo, anche se alte tariffe extra possono essere imposte in qualche modo anche in contrasto con gli accordi internazionali, la struttura dell'economia statunitense oggi è tale che negli Stati Uniti ci sarà una grande resistenza contro queste misure protezionistiche. Molte importazioni provenienti da paesi come la Cina e il Messico sono beni prodotti da - o almeno per - società americane. Quando il prezzo degli iPhone e delle scarpe Nike realizzate in Cina, o delle auto General Motors prodotte in Messico aumenterà del 20 o del 35 per cento, non saranno solo i consumatori americani a essere molto infelici, ma anche aziende come Apple, Nike e GM . Questo avrebbe il risultato di riportare la produzione di Apple o GM negli Stati Uniti? No, probabilmente la sposteranno in Vietnam o in Thailandia, paesi che non sono colpiti da queste tariffe.

Il punto è che lo svuotamento dell'industria manifatturiera americana è cresciuto nel contesto della globalizzazione della produzione e della ristrutturazione del sistema commerciale internazionale (a trazione americana) e non può essere invertito con semplici misure protezionistiche. Richiede una riscrittura generale delle norme commerciali globali e della cosiddetta catena del valore globale.

Anche a livello nazionale, la ripresa economica americana richiede misure molto più radicali di quelle contemplate dall'amministrazione Trump. Serve una politica industriale di sistema, che ricostruisca le capacità produttive esaurite dell'economia statunitense, andando dalle competenze dei lavoratori a quelle manageriali, dalla ricerca industriale alla modernizzazione delle infrastrutture. Per avere successo, una politica industriale di questo tipo dovrà essere sostenuta da una riprogettazione radicale del sistema finanziario, in modo che sia disponibile più "capitale paziente" per investimenti orientati al lungo termine e perché più persone di talento siano impiegate nel settore industriale,  invece di finire nel settore degli investimenti bancari o nel trading valutario.

Il secondo pilastro della strategia di  Trump per il rilancio dell'economia degli Stati Uniti è l'investimento in infrastrutture.

Come già accennato, il miglioramento delle infrastrutture è un ingrediente, per una vera strategia di rinnovamento economico americano. Tuttavia, come suggeriva nella sua domanda, può incontrare la resistenza dei conservatori in un Congresso dominato dai Repubblicani. Sarà interessante osservare che cosa ne verrà fuori, ma la mia preoccupazione più grande è che Trump possa incoraggiare investimenti infrastrutturali di tipo "sbagliato", cioè legati al settore immobiliare (il suo ambiente naturale) invece di quelli legati allo sviluppo industriale. Questo non solo non riuscirà a contribuire al rinnovamento dell'economia statunitense, ma può anche portare alla creazione di bolle immobiliari, una causa importante della crisi finanziaria globale del 2008.

 

13/05/17

Paul Craig Roberts: le elezioni francesi, una catastrofe per la pace mondiale

Sul suo blog, Paul Craig Roberts non usa mezza termini per commentare la vittoria di Macron alle presidenziali francesi, alla luce del riacutizzarsi dello scontro tra Stati Uniti e Russia e di alcune recenti dichiarazioni dello Stato Maggiore russo. Secondo Roberts, il successo di Macron si spiega in modo semplice: i francesi, come ormai tutti gli europei, sono così immersi nella propaganda da credere che sia fascista battersi per il proprio paese, e preferiscono votare per la finanza internazionale e definirsi europei piuttosto che subire l'accusa di fascismo. Non si sono accorti nemmeno, osserva Craig Roberts, che il successo del candidato dell'establishment euro-atlantico è stata anche una grande vittoria per i neoconservatori americani, che adesso potranno portare avanti i loro piani di guerra con la Russia senza nessun tipo di resistenza da parte degli europei.

 

di Paul Craig Roberts, 5 maggio 2017
 

[Nota: la notizia a cui si riferisce Roberts di seguito è una dichiarazione del vicedirettore operativo dello Stato Maggiore russo, tenente generale Viktor Poznikhir, riportata da RT:  "la presenza in Europa di basi difensive missilistiche e di navi statunitensi per la difesa anti-missile nei mari e negli oceani prossimi alla Russia crea un potente elemento offensivo sotto copertura, il cui scopo è portare un attacco nucleare improvviso contro la Federazione Russa".

Secondo quanto riportato da Poznikhir, i vettori dei sistemi anti-balistici degli USA, costruiti con lo scopo dichiarato di mitigare un eventuale attacco missilistico proveniente da stati canaglia, possono essere rimpiazzati con missili Tomahawk e le simulazioni russe confermano che le installazioni americane sono dirette contro Russia e Cina. La Federazione Russa non crede alle smentite di Washington; i timori di Mosca sono inoltre rafforzati dallo sviluppo da parte statunitense di armamenti in violazione del trattato anti-missili balistici ABM, dal quale il presidente Bush jr. si è ritirato nel 2002 durante il suo primo mandato.

"In reazione all'espansione dei sistemi anti-balistici degli Stati Uniti, la Russia è costretta a prendere misure finalizzate al mantenimento dell'equilibrio degli armamenti strategici e a ridurre al minimo i possibili pericoli alla sicurezza nazionale. Questo non renderà il mondo un posto più sicuro", ha concluso Poznikhir.]

 

La sconfitta di Marine Le Pen, se il conteggio dei voti è stato corretto, indica che i francesi sono ancora più addormentati degli americani.

La settimana prima delle elezioni, lo Stato Maggiore russo ha annunciato di aver motivo di credere che gli Stati Uniti stiano preparando un attacco nucleare preventivo contro la Russia. Nessun leader europeo si è allarmato per questo annuncio, tranne la Le Pen.

Nessun leader europeo, e nessuno a Washington, si è fatto avanti per rassicurare i russi. A quanto pare negli Stati Uniti solo i miei lettori sono a conoscenza delle conclusioni cui sono giunti i russi. Semplicemente i media occidentali non hanno detto nulla sullo straordinario rischio rappresentato dal convincimento russo che gli Stati Uniti stiano preparando un attacco nucleare preventivo contro la Russia.

Durante la Guerra Fredda del 20° secolo non è mai successa una cosa del genere.

La Le Pen, come Trump prima della sua castrazione da parte del complesso militare e della sicurezza, capisce che il conflitto militare con la Russia significa la fine dell'umanità.

Perché gli elettori francesi si sono mostrati indifferenti verso quella che potrebbe essere la loro morte imminente?

La risposta è che i francesi sono stati sottoposti a lavaggio del cervello fino ad arrivare a credere che battersi per la Francia, come fa Marine Le Pen, significhi mettere il patriottismo e il nazionalismo al di sopra della diversità,  e che sia un atteggiamento fascista.

Tutta l'Europa, tranne che la maggior parte degli inglesi, è stata sottoposta a lavaggio del cervello fino a credere che battersi per il proprio paese sia fascista o nazista.   Secondo  un uomo  una donna francesi, per sfuggire al titolo di fascista bisogna essere europei, non francesi, tedeschi, olandesi, italiani, greci, spagnoli o portoghesi.

Con questo lavaggio del cervello, i francesi, convinti che sia fascista battersi per la Francia, hanno votato per i banchieri internazionali e per l'UE.

Le elezioni francesi sono state un disastro per gli europei, ma una grande vittoria per i neoconservatori americani, che ora potranno spingere la Russia alla guerra senza l'opposizione europea.

Bill Emmott: Occorre Alzare il Salario Minimo

In una situazione dove gli sconfitti del neoliberismo e della globalizzazione minacciano la rivolta, perfino sui media mainstream, come Project Syndicate, inizia a diffondersi la proposta di un compromesso: alzare i salari più bassi per evitare le rivolte e per spingere i consumi. Possiamo solo sperare che le voci più ragionevoli di chi non vuole tirare troppo la corda e distruggere il sistema vengano ascoltate, finché si è ancora in tempo.

 

di Bill Emmott, 10 maggio 2017

 

I governi dei paesi occidentali sono paralizzati. Dopo un lungo periodo di dolorosa recessione, la crescita economica rimane bassa, rendendo gli elettori insoddisfatti e facendo crescere il consenso verso i populisti.

Ma gli strumenti a disposizione dei governi per risolvere il problema non funzionano. La politica fiscale è resa politicamente impossibile a causa del debito. La politica monetaria si è spinta ormai troppo in là e, comunque, l’inflazione si sta ripresentando.

Pertanto ho una proposta che metterà in allarme i sostenitori del mercato libero, e sorprenderà gli altri: i governi dovrebbero intervenire direttamente sul mercato del lavoro. Voglio che alzino decisamente il salario minimo.

In assenza di un intervento di questo tipo, rimarremo bloccati. La disuguaglianza economica crescerà e, con essa, crescerà la percezione di impotenza in politica e la perdita di speranza per il futuro. La spinta verso soluzioni allettanti ma dannose, come chiudere le frontiere e la propria mente  attraverso il protezionismo e lo sciovinismo nazionale, diverrà irresistibile.

Mi aspetto senz’altro che la gente mi consideri pazzo. Forse non sono consapevole che alzare il salario minimo rischia di provocare disoccupazione? Non ho forse notizia dell’”arrivo dei robot” e di tutti i modi in cui l’automazione dovrebbe distruggere i posti di lavoro? Non credo forse nelle soluzioni di mercato?

Certamente sono consapevole di tutto questo. Ma, come ha detto Keynes una volta, quando i fatti cambiano, devo cambiare il mio modo di pensare.

La principale ragione per cui i governi esitano a intervenire sul mercato del lavoro (salvo quando c’è da colpire i lavoratori, per esempio col jobs act e la loi travail, NdVdE) sono i brutti ricordi dei  tentativi falliti di controllare i salari e i prezzi negli anni ’70, caratterizzati da un'alta inflazione. Ma una seconda ragione più attuale è che ovunque il mondo delle imprese fa pressione sui governi perché non intervengano, sostenendo che la competitività dipende dal lavoro a basso costo.

Ma è tempo di ignorare i lobbisti e avere coraggio. Alcune volte, alzare il salario minimo rischia davvero di uccidere l’occupazione. Ma oggi questa possibilità sembra remota, per lo meno nei paesi dove i tassi di disoccupazione sono bassi. E abbiamo bisogno di più, non meno,  investimenti in nuove tecnologie per aumentare la produttività. Alzare il salario minimo aiuterebbe a stimolare questi investimenti, e contemporaneamente ad aumentare la domanda dei consumatori.

Il Giappone aveva un famoso piano per “raddoppiare i redditi” negli anni ’60. Tenendo a mente questo esempio di successo, perché non introdurre un piano per “raddoppiare i salari minimi”, da attuare nell’arco di alcuni anni, in modo da dare  alle imprese il tempo di adeguarvisi?

E’ per caso interessato, Presidente Trump?

 

 

 

 

12/05/17

Zero Hedge: perché Obama intasca 3,2 Milioni di dollari per un discorso a Milano

Zero Hedge commenta come e perché Obama ha recentemente ricevuto 400.000 dollari da Cantor Fitzgerald e ben 3,2 milioni di dollari in un convegno a Milano per dei semplici discorsi al pubblico. I pagamenti rappresenterebbero una sorta di schema per una corruzione "legale": i presidenti vengono pagati cifre esorbitanti per delle semplici conferenze sia prima che dopo  l'incarico, e questo vale come esplicito segnale per il presidente in carica, che saprà di poter ricevere lo stesso trattamento.

 

di Zero Hedge, 10 maggio 2017

Il Presidente Obama, il grande crociato contro i mali di Wall Street, è stato oggetto di biasimo da parte dei suoi amici progressisti quando, qualche settimana fa, si è scoperto che per il suo primo discorso a pagamento avrebbe ricevuto 400.000 dollari per circa un'ora del suo tempo da parte di, be', di Wall Street, o meglio di  Cantor Fitzgerald.

Ma l'ironia non finisce qui. Nel tentativo di contrastare le proteste dell'opinione pubblica, l'adorato ex Presidente ha difeso i propri sforzi sostenendo che la decisione di accettare 400.000 dollari da Cantor Fitzgerald non poteva certo significare che egli è un venduto,  perché, be', lui si era già venduto a Wall Street durante la sua prima campagna presidenziale nel 2008. Dunque non puoi venderti di nuovo se ti eri già venduto prima... Dai, su, gente! Non funziona così. Ecco le testuali parole del suo discorso:
"Riguardo a questo o a qualsiasi altri discorso che io abbia fatto con la sponsorizzazione di Wall Street, vorrei far notare che, nel 2008, Barack Obama aveva già raccolto da Wall Street più denaro di qualsiasi altro candidato nella storia - e nonostante ciò è riuscito a far passare e a implementare le più dure riforme su Wall Street dai tempi di Franklin D. Roosevelt".

Secondo The Express, però, i 400.000 dollari ricevuti da Cantor non sono nulla in confronto ai 3,2 milioni di dollari che il Presidente Obama avrebbe ottenuto per il suo discorso a Milano al Seeds & Chips,  una conferenza sull'impatto di tecnologia, innovazione e cambiamento climatico sulla disponibilità e la produzione di cibo a livello mondiale.
"Grazie a questa edizione di Seeds & Chips e grazie alla straordinaria partecipazione del Presidente Brack Obama al Global Food Innovation Summit, la città di Milano - e l'Italia - sono di nuovo il fulcro mondiale per quanto riguarda il cibo e l'innovazione alimentare, un percorso che è già iniziato con Expo 2015," ha detto Marco Gualtieri, fondatore e presidente di Seeds & Chips. "Le nuove tecnologie ci possono offrire delle soluzioni per affrontare alcune delle più grandi sfide globali: la sicurezza alimentare, la lotta allo spreco, la sostenibilità e il cambiamento climatico. Credo che l'Italia possa essere un giocatore chiave in questo settore, riuscendo a combinare l'innovazione con la nostra lunga tradizione di eccellenza nel campo alimentare. Ci sono centinaia di startup, aziende e compagnie che sono attive in questo settore, e per noi di Seeds & Chips l'obiettivo è quello di raccoglierle tutte sotto lo stesso tetto per un'azione sinergica che metta Milano e l'Italia nella condizione di essere un punto di riferimento internazionale per l'innovazione tecnologica nel settore alimentare".

Dunque com'è possibile tutto questo? Davvero Obama può elargire tanta sapienza del valore di 3,2 milioni di dollari in appena un'ora e mezza di discorso? Certo che no. Scott Adams, il creatore di Dilbert, descrive efficacemente i circuiti delle conferenze post-presidenza come una "pre-corruzione":
È illegale corrompere un presidente. Ma è perfettamente legale pre-corromperlo.

Ecco come funziona la pre-corruzione.

Quando un presidente lascia l'incarico, gli offrite enormi cifre per tenere i loro discorsi. Diciamo 400.000 dollari. L'ex-presidente fa il suo discorso e incassa il denaro. L'ex-presidente non ha alcun potere a questo punto, e quindi la cifra versata non può essere intesa come corruzione.

Ma cosa succede al presidente che è attualmente in carica mentre ciò avviene? Pensate che l'attuale presidente non si accorga che il presidente precedente ha ottenuto un pagamento di 400.000 dollari per una sola ora di lavoro?

Sarebbe difficile non accorgersene.

Dunque poniamo che la compagnia che ha ingaggiato l'ex-presidente chieda un incontro col presidente in carica. Pensate che la compagnia non riesca a fissare un appuntamento? Pensate che il presidente in carica non si inchini davanti a loro per fargli ottenere qualunque cosa vogliano?

Lo farà, se vuole ottenere anch'egli un pagamento di 400.000 dollari per una singola ora di lavoro dopo che avrà lasciato l'incarico. Questa è la pre-corruzione.

Perfettamente legale.

Ed ecco cosa vi potete comprare con 3,2 milioni di dollari... un'ora e mezza di rigenerante trasferimento di conoscenza da parte dell'ex Presidente degli Stati Uniti:

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11/05/17

Olanda: un deputato chiede a Draghi la restituzione di 100 miliardi di euro in caso Nexit

Come riporta Express, un deputato olandese smaschera i bluff di Draghi utilizzando la sua stessa logica. Allo stesso modo in cui Draghi ha sostenuto che l'Italia dovrebbe “saldare i debiti” in caso di uscita dall’eurozona, così l’olandese fa notare che, simmetricamente, se l’Olanda dovesse uscire dovrebbe poter riavere indietro i suoi crediti. Ovviamente Draghi non ha potuto confermare il ragionamento: la creazione di un incentivo all’uscita sarebbe un rischio troppo grande. Il re però è nudo, ed è sempre più difficile tenerlo nascosto.

10/05/17

Macron è in grado di governare?

I primi sondaggi in vista delle elezioni legislative francesi suggeriscono un Macron che non ottiene la maggioranza assoluta in Parlamento, e sarebbe costretto o ad allearsi con quello che resta dei socialisti (che come sta avvenendo ormai ovunque in Europa risulterebbero decimati) in un governo di coalizione,  o a formare un governo di minoranza, come già successo due volte nella storia della Quinta Repubblica, o ad accettare di divenire un Presidente "azzoppato" dalla coabitazione. Questo articolo di Prospect  ipotizza i diversi scenari spiegando i meccanismi del sistema politico francese e del singolare fenomeno della coabitazione.

 

 

Di Andrew Knapp, 8 maggio 2017

Senza una maggioranza parlamentare, il prossimo Presidente francese risulterà azzoppato

Emmanuel Macron sarà in grado di governare, o dovrà limitarsi a regnare? I poteri del Presidente, secondo quanto prevede la Costituzione della Quinta Repubblica - del 1958 - sono significativi, ma insufficienti a consentirgli di governare a suo piacimento. Per farlo, ha bisogno del sostegno di una maggioranza parlamentare, che Macron può ottenere, ma anche non ottenere, alle elezioni legislative, previste per l’11 e il 18 giugno.

La migliore guida ai poteri costituzionali del Presidente è l'esperienza di François Mitterrand nel 1986-1988 e 1993-1995 e di Jacques Chirac nel 1997-2002, quando hanno entrambi “coabitato” con maggioranze parlamentari ostili. In entrambi i casi, come la Costituzione prevede, il Presidente ha nominato il Primo Ministro, e gli altri Ministri su proposta del Primo Ministro. Però, dato che il Governo risponde al Parlamento, ha dovuto nominare un Primo Ministro designato dalla maggioranza all'opposizione e la Costituzione non dà al Presidente il diritto di licenziare il suo premier.

Secondo quanto prevede l'articolo 20 della Costituzione, è il Governo che “determina e conduce” la politica nazionale. L'apparato dei Comitati di gabinetto, e l’iter delle leggi in Parlamento sono gestiti dall'ufficio del Primo Ministro (Matignon – residenza ufficiale del Primo Ministro in Francia, NdVdE), non dall'Eliseo. In effetti, la politica interna della Francia risultava affidata a un Primo Ministro, a un Governo e a una maggioranza parlamentare in opposizione al Presidente. Il Presidente presiedeva le riunioni di Gabinetto, ma con una funzione meramente burocratica.

Essendo privo dei poteri di veto del suo omologo americano, il Presidente francese nella politica interna non ha altra funzione che di testimone critico. Mantiene un potere notevole solo negli affari esteri, in virtù del suo ruolo di Comandante in capo, Presidente del Consiglio di difesa nazionale, e garante dei trattati stretti dalla Francia, anche se in pratica è un potere condiviso con il Presidente del Consiglio in nome del principio della Francia che “parla con una sola voce”.

Dato che farebbe di Macron un Presidente azzoppato, la “coabitazione” è ovviamente il risultato cui aspirerebbero i Repubblicani, il partito conservatore francese. Il loro leader pro tempore, François Baroin, si è in effetti candidato come Primo Ministro, se il 18 giugno il suo partito dovesse vincere. Ma è una vittoria improbabile, tenuto conto che il candidato repubblicano François Fillon il 23 aprile è risultato vincitore in appena 52 dei 577 collegi elettorali. In più, i Repubblicani sono divisi al loro interno e devono ancora riprendersi dalla eliminazione di Fillon al primo turno.

In uno scenario più normale, la maggioranza parlamentare sostiene il Presidente, e in una certa misura deve la sua esistenza alla sua guida, come nel 1962-1986, 1995-97, e dal 2002. In queste condizioni il Presidente è effettivamente Capo dello Stato, Capo del Governo, leader non ufficiale della maggioranza parlamentare, e guida della politica nazionale. Sceglie il Primo Ministro e i Ministri tra i parlamentari, o tra esperti nelle diverse discipline, o tra i suoi consulenti, e può anche, in pratica, farli dimettere. Si trova in una posizione più forte rispetto al leader di una democrazia parlamentare, perché gode sia della certezza di restare in carica per cinque anni, sia del diritto illimitato di sciogliere l'Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento, e indire nuove elezioni, sia del potere di indire un referendum (teoricamente, su proposta del Governo), sia di ratificare i trattati internazionali.

Macron ha finora rifiutato di prendere in considerazione qualsiasi soluzione che non sia una maggioranza assoluta del suo partito En Marche!: a socialisti e conservatori che hanno mostrato interesse a offrirgli il loro sostegno è stato chiesto di lasciare prima il loro partito. Una maggioranza assoluta di En Marche! sarebbe particolarmente gradita al Presidente, dal momento che Macron stesso ha creato il suo partito. I suoi buoni risultati al ballottaggio - ben sei punti in più rispetto ai sondaggi usciti subito dopo il primo turno - potrebbero creare una dinamica che porti gli elettori a dargli la maggioranza.

E tuttavia, Macron il 23 aprile ha vinto in soli 230 collegi elettorali. Il primo sondaggio per le elezioni legislative, condotto da Opinion Way, suggerisce un terzo scenario, in cui En Marche! vince con la maggioranza relativa, ma non con quella assoluta. Stando a queste previsioni, En Marche! si aggiudicherebbe 249-286 seggi, i repubblicani 200-210, i socialisti, decimati, 28-43 seggi, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen 15-25 seggi, e l’estrema sinistra tra i sei e gli otto seggi. Questo costringerebbe Macron o a formare una coalizione, ovviamente con i rimasugli dei socialisti - cosa che decisamente preferirebbe evitare – o tentare un governo di minoranza. Una situazione simile si è presentata tra il 1958 e il 1962 e dal 1988 al 1993. In queste circostanze, il Presidente nomina liberamente il Presidente del consiglio e il Governo, che poi deve affrontare una continua battaglia per ottenere l’approvazione delle leggi, in genere appoggiandosi a maggioranze diverse sulle differenti questioni.

Alcune disposizioni costituzionali facilitano questa soluzione. Soprattutto, un Governo può essere rovesciato solo a maggioranza assoluta dei deputati dell'Assemblea Nazionale; le astensioni si contano come a favore del Governo. Inoltre, come prevede l'articolo 49-3, il Governo può porre la questione di fiducia su una proposta di legge, facendo sì che passi automaticamente a meno che sia votata la sfiducia al Governo - e mettendo così i deputati di fronte a una scelta: o approvare la legge o rischiare il seggio (un voto di sfiducia potrebbe portare a elezioni anticipate). Inoltre, come prevede l'articolo 44, il Governo può evitare che le leggi siano modificate a forza di emendamenti fino a essere stravolte, forzando un voto sulla sua versione preferita di una proposta di legge. E in base all'articolo 38 può chiedere l'autorizzazione del Parlamento a legiferare per decreto, per un periodo limitato e in aree specifiche.

Nel loro insieme, queste disposizioni hanno consentito a dei governi di minoranza di funzionare, nel 1958-1962 e 1988-1993. Ma nel primo periodo, sotto Charles de Gaulle, i parlamentari erano stati disciplinati dai pericoli della guerra d'Algeria, che aveva già rovesciato la Quarta Repubblica, mentre nel 1988 i socialisti di Mitterrand erano appena sotto la maggioranza, con 276 seggi sui 289 richiesti. Inoltre, dal 2008, il ricorso all'articolo 49-3 è consentito solo per le leggi finanziarie e per un solo disegno di legge di natura non finanziaria per legislatura. Questa limitazione potrebbe rendere la vita molto più difficile a un Primo Ministro di Macron, rispetto a quanto non sia stato per quelli nominati da De Gaulle o da Mitterrand.

Raramente i francesi sono stati così disgustati dai loro politici, e prolungate manovre di partito legate a un Parlamento tenuto in sospeso potrebbero solo aggravare la situazione. Per questo motivo per Macron è auspicabile la maggioranza assoluta, per il suo bene e per quello della Francia. Anche così, il suo lavoro sarà abbastanza duro (convinti che il bene di Macron non coincida affatto con quello del popolo francese, ci dissociamo da queste conclusioni,  NdVdE).

09/05/17

Sapir: Inizia la Presidenza Macron

Jacques Sapir commenta a caldo la vittoria di Macron al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Il dato principale è l'esiguità della sua vittoria, se si considera lo schieramento di stampa e media a suo favore, e il paragone con il risultato di Chirac del 2002 contro Le Pen padre. Tra astensione e schede bianche o nulle appena il 43% degli aventi diritto al voto si è espresso per Macron e, stando ai sondaggi, più della metà di loro lo avrebbe fatto per esclusione, non approvando in realtà il suo programma. Visto il sistema politico francese, comunque, Macron avrà estrema difficoltà a governare se, come probabile, sarà ben lontano dall'ottenere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari nelle elezioni legislative del prossimo mese.

 

di Jacques Sapir, 08 maggio 2017

Emmanuel Macron è stato dunque eletto, il 7 maggio, con un'ampia maggioranza dei voti espressi. Il 66% dei voti è un dato che impressiona, ma è anche un'illusione ottica. Se si considerano le percentuali di elettori che si sono astenuti o che hanno votato "scheda bianca o nulla", Macron ha raggiunto solo il 43% dei voti degli aventi diritto. Questo dato è da confrontare con quello ottenuto da Jacques Chirac nel 2002 in un'elezione presidenziale in cui lo sfidante era anch'esso del Front National [Jean-Marie Le Pen, NdT]. In quel caso, al secondo turno Chirac aveva raggiunto il 62% dei consensi dell'insieme di tutti gli aventi diritto al voto. I 19 punti percentuali in meno di Macron rispetto a Chirac, dopo 15 anni, sono molto significativi. A riprova che si è trattato più che altro di un voto "di default" [per esclusione, NdT],  i sondaggi, seppur da prendere con tutte le cautele, indicano che solamente il 43% di coloro che sono andati a votare per Macron approvano effettivamente il suo programma.

Il successo di Emmanuel Macron potrebbe rivelarsi nient'altro che un'illusione. La stampa ha sostenuto questo candidato quasi all'unanimità, i grandi media mainstream gli sono corsi dietro con rara indecenza, e ciononostante gli hanno procurato un consenso relativamente basso se confrontato a quello che aveva raccolto Jacques Chirac. I 19 punti mancanti la dicono lunga sulla collera dei francesi, una collera che è stata ampiamente espressa nel corso di questa campagna elettorale.

Durante i "festeggiamenti" organizzati per l'annuncio dei risultati elettorali, realizzati con una messa in scena così calcolata e priva di spontaneità da essere notata perfino dai giornalisti delle principali emittenti televisive, abbiamo assistito ad una doppia contraddizione, che in effetti potrebbe essere proprio la contraddizione della Presidenza Macron.

La prima contraddizione è stata quella di presentare l'eletto come un uomo solo, slegato da qualsiasi appartenenza, come voleva lasciar intendere la sua marcia solitaria verso lo scenario del Louvre, quando in realtà la sua candidatura è stata un'immensa opera di riciclaggio di uomini politici falliti o senza speranza, del Partito Socialista, del "Centro", ma anche della destra. La seconda contraddizione è stata quella tra il tono apertamente "europeo" della sua messa in scena sul carosello del Louvre, e il discorso pronunciato da Emmanuel Macron dalla tribuna, un discorso nel quale la Francia era largamente presente. Macron ha espresso ciò che già aveva detto davanti alle televisioni estere, ma che aveva finora taciuto in Francia, di voler cioè "rifondare l'Europa". Ma qualsiasi progetto di cambiamento delle istituzioni dell'Unione europea - dato che, politicamente e istituzionalmente, l'Europa non esiste - deve passare da un confronto esplicito con la Germania. Emmanuel Macron dovrà scegliere tra una preferenza europea e una preferenza francese. A voler combinare le due cose senza scegliere, si metterà nelle mani di Berlino e renderà chiaro a tutti che la sua presunta volontà di "rifondare l'Europa" non era che era una copertura per la sottomissione, non importa se voluta o subita.

La sconfitta di Marine Le Pen è indiscutibile. Lo è tanto di più perché nei primi giorni della campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali la dinamica mostrata dai sondaggi era quella di un aumento dei consensi, dal 38% fino al 42%. Questa dinamica si è poi interrotta, in gran parte a causa del modo in cui la Le Pen ha condotto la campagna elettorale. Se è scesa dal 42% al 34% non può prendersela con altri che con se stessa. Le ambiguità e le confusioni della sua campagna hanno avuto come effetto un vero e proprio crollo, e non sappiamo se ciò sia stato il frutto di  incompetenza e di scelte sbagliate oppure sia stata una scelta deliberata.

La campagna elettorale che si sta aprendo ora per le elezioni legislative vede affrontarsi i quattro partiti che ormai dominano la scena politica francese. L'obiettivo di Emmanuel Macron è quello di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. Ma questa non sembra essere la volontà dei francesi, che non hanno certo inviato questo messaggio attraverso le urne. Dato il tradizionale sistema di voto in Francia, sarà più che mai importante che ciascun partito chiarisca la propria posizione. I sostenitori di Jean-Luc Mélenchon possono sperare di raggiungere una buona posizione, ma si troveranno ad affrontare grosse difficoltà proprio a causa del sistema di voto. Converrà vigilare affinché questa elezione non permetta a dei partiti falliti di riprendere il controllo, né  si risolva in una consegna di tutti i poteri ad Emmanuel Macron.