21/05/17

EHOC: L'euro e la distruzione del progetto europeo

Su European House of Cards, Kamil Kaminski, storico e coordinatore del  Manifesto di solidarietà europea, lancia un appello per uno smantellamento concordato dell'euro. Anche dal suo punto di vista di convinto atlantista, Kaminski ritiene che l'euro stia distruggendo l'Unione europea, aumentando la sofferenza economica e le divisioni tra i paesi europei, avvitati nelle stesse politiche deflattive in regime di cambio fisso che negli anni '30 portarono alla caduta della Repubblica di Weimar. Questa situazione sta polarizzando il panorama politico europeo e creando forti sentimenti anti-americani in tutta Europa. Se si vuole preservare il progetto dell'Unione europea e il legame atlantico, la UE stessa con l'aiuto degli USA dovrebbero procedere allo smantellamento controllato dell'eurozona, prima che sia troppo tardi e che il crollo dell'euro trascini con sé tutto il progetto.

 

di Kamil Kaminski

La vittoriosa marcia della globalizzazione, rappresentata al meglio dalla Belle Époque, fu brutalmente interrotta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914. Soltanto negli anni '90 il libero mercato globale ha assaporato la propria riscossa. Il progressivo allargamento dell'Unione europea e le quattro libertà del Mercato Unico [la libertà di circolazione per forza lavoro, servizi, merci e capitali, ndVdE] hanno permesso all'Europa, almeno in senso economico, di fare ritorno al "mondo di ieri", volendo prendere in prestito il titolo delle famose memorie di Stefan Zweig. Una nuova Belle Époque è in costruzione. L'euro è stato annunciato come un simbolo di questa nuova era per l'Europa, ma si è invece rivelato una trappola economica. Ha portato sofferenza anziché prosperità, divisione anziché unità - in breve, l'euro mina il progetto europeo.

L'eurozona non ha avuto nessuna vera ripresa dalla crisi finanziaria del 2007/2008. Ancora peggio, alcune economie europee, Italia inclusa, hanno a tutt'oggi un PIL inferiore al livello pre-crisi. Al cuore del problema c'è l'Unione monetaria europea. Il lancio dell'euro ha distorto l'economia europea, liberando verso il sud Europa un grande e improvviso flusso di capitali che ne hanno eroso la competitività. Oggi, le politiche per il salvataggio dell'euro  sono la ragione prima per cui l'Europa sta attraversando un decennio perduto. Il prezzo dell'appartenenza alla UEM è la rinuncia agli strumenti più importanti per rispondere alla grave crisi economica: una politica autonoma sui tassi d'interesse e sul tasso di cambio. Le economie del sud Europa, intrappolate in una situazione di miseria, hanno disperatamente bisogno di una profonda svalutazione. La Finlandia potrebbe essere il prossimo paese membro della UEM a trovarsi nella condizione di aver bisogno di una  svalutazione.

Per di più, la depressione dell'Europa del sud e il surplus della Germania sono due facce della stessa medaglia, o piuttosto due diverse conseguenze della stessa moneta unica. Si prevede che nel 2016 il surplus della Germania raggiungerà il culmine del suo massimo storico, all'incirca l'8,5% del PIL. Lungi dall'essere un segno della salute dell'economia tedesca, questo surplus è funzione del malessere europeo e globale. Gli squilibri economici sono una ragione chiave delle deludenti prestazioni dell'economia globale. Cancellare in modo controllato gli squilibri economici è cruciale per far ripartire la crescita economica globale.

L'Unione europea ha raggiunto il periodo di massimo trionfo nel 2004 e nel 2007, quando l'allargamento della UE ha disintegrato le ultime tracce della Cortina di Ferro, riunificando il continente. Con l'ammissione della Croazia, la UE ha cominciato a integrare i Balcani nel progetto europeo, preannunciando la prosperità economica e la stabilità politica per quella regione. Al contrario, l'euro non ha portato né prosperità, né stabilità - ha fatto l'esatto opposto. La UE del 2016 è a malapena riconoscibile rispetto all'ottimistica e fiduciosa UE del 2004. Il progetto europeo ha perso il suo fascino, e il sentimento anti-UE è in crescita. Le idee di creare una federazione europea provocano soltanto una reazione negativa ancora più forte contro la UE, e un'unione fiscale non può portare prosperità, come ci insegna il caso del sud Italia.

Un sistema monetario va oltre la semplice economia: spesso si trasforma in un sistema di valori. Le famose parole del presidente della BCE Mario Draghi, che l'euro sarebbe stato salvato "a qualsiasi costo", hanno espresso la "mentalità dell'euro", che sembra prevalere tra i decisori politici europei. Questo è il motivo per cui la crisi economica nell'eurozona è stata marchiata fin dall'inizio come crisi dei debiti sovrani, anche se l'euro stesso era la sorgente del problema. Nel 2016 ci troviamo a discutere dell'altissimo debito pubblico nell'eurozona: oltre il 175% del PIL in Grecia, il 133% in Italia, il 100% in Spagna, livelli più alti rispetto al 2010. Non è una coincidenza. La malaccorta narrativa della "crisi dei debiti sovrani" ha condotto a politiche economiche di austerità, sostenute dalla Commissione europea, dal FMI, dalla BCE e dall'Eurogruppo, politiche che si sono risolte in una caduta del PIL, nella disoccupazione di massa, e in più debito. Italia, Grecia, Portogallo e Spagna ne sono i migliori esempi.

Date queste sfide, la BCE è stata chiamata a salvare l'eurozona. Le banche centrali hanno un ruolo chiave in tempi di profonda crisi economica, ma la BCE non può risolvere gli squilibri economici interni all'eurozona. Fin dall'inizio, alla BCE è stata affidata una missione impossibile - dirigere un'unica politica monetaria per un gruppo di economie molto diverse. Di conseguenza, la politica monetaria della BCE ha avuto esiti dannosi: mina la stabilità del settore finanziario europeo, ha contribuito alla creazione di bolle immobiliari e danneggia i partner commerciali dell'Europa, solo per menzionarne alcuni. Un ulteriore QE è probabile che produca altre tensioni politiche. La crisi del settore bancario europeo è soltanto un altro frutto della crisi dell'eurozona. Nonostante la convinzione che alcune forme di salvataggio pubblico possano togliere le banche dai guai, è difficile immaginare un settore bancario con buone prestazioni  senza il ritorno ad un ambiente economico sano in Europa.

La moneta unica ha portato al declino dei partiti centristi in Europa e all'ascesa di partiti di estrema destra e di estrema sinistra, anti-NATO e anti-USA. La promessa di stabilità offerta da un regime di cambio fisso si è rivelata una pericolosa illusione. La crisi dei migranti ha solo peggiorato le cose. Un forte sentimento anti-americano sta penetrando in modo preoccupante nel dibattito pubblico europeo. Dovrebbe essere sottolineato che il TTIP non è solo un accordo commerciale di nuova generazione, ma anche la riaffermazione del legame transatlantico in una dimensione economica. Una forte partnership transatlantica è senza dubbio cruciale per l'Europa. La NATO è la miglior garanzia per la sicurezza europea. Mentre l'ordine mondiale post-Guerra Fredda si va decomponendo e allo stesso tempo crescono nuove minacce come il terrorismo, l'alleanza transatlantica deveessere rinnovata e rafforzata.

La "mentalità dell'euro" ha prodotto la bizzarra idea, ormai diventata un luogo comune, che la rottura dell'euro sarebbe uno scenario da apocalisse per la UE. Questa visione è profondamente sbagliata. Proprio la moneta unica ha il potenziale di diventare il becchino del progetto europeo. Vengono ripetuti i gravi errori fatti negli anni '30, di perseguire una politica deflazionistica in un regime di cambi fissi. La caduta della Repubblica di Weimar e la destabilizzazione del sistema politico giapponese sono state le conseguenze più tragiche di quegli errori. Ad un certo punto l'eurozona collasserà. E' inevitabile. Se avverrà in modo caotico, potrebbe scatenare il panico nel sistema bancario, e quindi potrebbe essere la causa di problemi ancora più seri. Sarebbe un evento con ripercussioni catastrofiche a livello globale. La UE ha bisogno di una nuova Grande Strategia basata su uno smantellamento controllato dell'eurozona. La riduzione del debito per alcuni paesi deve essere parte dell'accordo. Sarebbe un vantaggio per entrambe le parti se gli USA sostenessero una nuova Grande Strategia Europea. Dopo il riallineamento dei tassi di cambio in Europa dovrebbero essere implementate prudenti politiche economiche pro-mercato, a livello nazionale ed europeo, per facilitare una crescita economica robusta e sostenibile. Solo una strategia coordinata di smantellamento dell'eurozona, condotta nello spirito di solidarietà tra nazioni europee, limiterebbe i rischi e mitigherebbe le perdite. In questo modo, in Europa potrebbero essere ristabilite politiche centriste. Questa Grande Strategia sarebbe una personificazione della ragion di Stato europea, che porterebbe alla rinascita del progetto europeo e delle relazioni transatlantiche. É tempo per l'Europa di imparare la lezione che un regime monetaria dannoso può essere molto distruttivo per la democrazia.

Asservimento, plagio e pregiudizio razziale: la terza puntata dell’inchiesta sulle ong

Nella terza puntata dell’inchiesta investigativa di Cory Morningstar sulle organizzazioni non governative, l’argomento viene trattato in veste filosofica per offrire una chiave di lettura e di riflessione alle prossime due puntate,  più descrittive. Viene qui evidenziato come il problema abbia radici molto antiche, e come già agli inizi delle lotte contro il razzismo e il pregiudizio culturale esistessero voci, come quella di Malcom X, che avevano ben compreso i pericoli e i rischi di cooptazione derivanti dalla supina accettazione di soluzioni riformiste, parziali e solo cosmetiche, ai problemi globali, la cui portata va ben al di là delle divisioni etniche e di classe.  Alla luce di ciò, vengono esaminate le prospettive filosofiche, sorprendentemente profetiche, del filosofo francese Étienne de La Boétie.  Si tratta di un cambiamento di prospettiva notevole, forse scomodo, ma assolutamente indispensabile, e oggi quanto mai urgente.

 

di Cory Morningstar, 10 settembre 2012

Traduzione di Margherita Russo

 

Asservimento, plagio e pregiudizio razziale


 



 

 
Se il caffè è scuro al punto da essere troppo forte per me, lo allungo aggiungendo del latte. Lo integro con il latte. Se continuo ad aggiungere più latte, ben presto l’aroma del caffè cambia; è la natura stessa del caffè a cambiare. Aggiungendo ancora più latte, alla fine non si distinguerà più neanche la presenza di caffè nella tazza. Una cosa analoga è accaduta con la marcia su Washington. I bianchi non erano lì per integrarla, ma per infiltrarvisi. I bianchi sono entrati a farne parte; l’hanno sommersa; ne sono divenuti parte integrante al punto da farle perdere significato. Non era più una marcia di neri; non era più militante; non era più arrabbiata; non era più impaziente. A tutti gli effetti, non era più una marcia.” – Malcolm X

 

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]
Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.”

— Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

Oggi, in confronto, il movimento Occupy Wall Street è costituito da giovani influenzabili, ingenui, benintenzionati, che non possono ancora contare su un’esperienza di vita che consenta loro di comprendere la profondità e gravità della nostra disastrosa situazione e le stesse cause cruciali e profonde che sottostanno a gran parte delle attuali numerose e crescenti crisi – il razzismo, l’imperialismo, il capitalismo industriale e il militarismo. Il fatto stesso che tanti giovani siano assetati di verità non adulterate rende ancor più cruciale per i poteri egemoni che di tali verità non si parli affatto. Ed è qui che entrano in gioco le ONG e le élite di potere. Occupy svolge molte funzioni per le élite di potere: come valvola di sfogo per calmare la crescente intolleranza e frustrazione accumulata; per indottrinare con un’ideologia pacifista che protegga lo status quo togliendo autonomia e addomesticando le masse; per distogliere l’attenzione dai problemi del capitalismo e concentrarla sulle “riforme”; per puntare sul processo elettorale come soluzione di tutto invece di smascherarlo come una distrazione; l’assenza intenzionale di qualsiasi analisi dell’illusorio sistema monetario, del razzismo, dello specismo, della servitù volontaria e obbedienza auto-inflitta verso lo stato e l’apparato militare (che sia finalizzata a sconfiggerli). (Ed è ovviamente vietato accennare ai finanziamenti delle grandi società alle fondazioni.) Perché continuare a foraggiare questa macchina omicida con tasse (soprattutto imposte sul reddito), mutui, investimenti e risparmi – quando tutto questo sta distruggendo le specie viventi e il pianeta? Perché continuare ad investire sulla nostra auto-distruzione? Occupy riesce a creare l’ingenua illusione di un passaggio di potere dall’ambito politico istituzionale o dall’oligarchia verso “il popolo” nonostante, nella realtà, non vi sia alcun passaggio di potere. Infine, Occupy offre all’oligarchia che lo finanzia una visione d’insieme delle dinamiche interne alla prossima generazione, destinata ad essere socialmente programmata per facilitare la globalizzazione e l’asservimento.
L’abitudine ben presto consolida ciò che altri principi della natura umana avevano creato in modo incompleto; e gli uomini, una volta abituati all’obbedienza, non pensano mai a lasciare il sentiero incessantemente battuto da loro stessi e dai loro antenati.” — David Hume, Of the Origin of Government

Basti considerare che economisti come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Milton Friedman sono laureati in prestigiose università, eppure insegnano e parlano di un’economia a risorse illimitate, quando anche un bambino di cinque anni capisce che in un mondo finito le risorse non possono che essere limitate (almeno finché il bambino non viene indottrinato dalla nostra cultura). Per questo il movimento Occupy è illusorio quanto la differenza tra Democratici e Repubblicani, liberali e conservatori. Semplicemente, i militanti non riescono a comprendere minimamente a quale grado di corruzione porti la ricerca del potere. L’industria del non-profit assicura che non lo capiscano mai. Così, le classi privilegiate continuano ad applaudire e adulare dei burattini come McKibben, che non chiedono di meglio se non di perpetuare la favoletta che per risolvere le molteplici crisi che ci affliggono basti l’”economia verde”, invece di ammettere semplicemente la verità: che si dovrebbe imparare a vivere consumando meno.  In palese contrasto con la realtà attuale, come il collasso dell’ecosistema, gli attivisti di Occupy mirano solo a ritagliarsi una fetta più grande della stessa torta. Indottrinati dagli istituti d’insegnamento (anch’essi plasmati, influenzati e finanziati da personaggi come Rockefeller e altri membri dell’oligarchia), sono solo capaci di vedere i problemi globali in prospettiva, tipicamente occidentale, socio-economica, nella falsa convinzione che le crisi attuali, molteplici e in costante aggravamento, si possano risolvere con le cosiddette riforme, attuabili con un paio di provvedimenti legislativi – esattamente come lo credevano i partecipanti alla tavola rotonda con Malcom X quarant’anni fa.

Ma non è possibile riformare un abominio come l’attuale sistema capitalistico industriale. Nonostante questo, oggi, una plebe efficacemente indottrinata, decisa a negare la realtà e avvolta in una nebbia di dissonanza cognitiva, continua a sostenere falsi “leader” e illusioni, e ad ingoiare ogni tipo di frottole come fossero caramelle. Il riformismo rimane la via più facile, perché la via effettiva verso una società autenticamente rivoluzionaria, sempre che una cosa del genere esista, richiederebbe duro lavoro, creatività, forte disciplina e il rifiuto senza mezzi termini del consumismo attorno a cui ruota lo stile di vita occidentale, che glorifica avidità e individualismo – qualcosa che la nostra società non è disposta a fare. Le riforme sono dei palliativi attuati sotto gli auspici del capitale, finalizzati solo alla cura dei sintomi dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’ingiustizia, mentre lasciano inalterata la malattia di fondo – il capitalismo.


Ma addentriamoci ancora di più nel subconscio degli atteggiamenti mentali prevalenti. Se si abbandona lo stile di vita occidentale, che fin dalla rivoluzione industriale ha ammaliato gran parte della società (uno stile di vita imperniato sul carbone) un’inesprimibile domanda sorge spontanea: cosa significa allora l’Occidente? La perdita dell’orientamento psicologico dell’essenza “occidentale” è qualcosa di cui “fantocci” come quelli che fanno parte di Avaaz non colgono la gravità – anche quando si confrontano con il muro di apatia dei cittadini occidentali a proposito dei cambiamenti climatici.




Il principe” William, Tuvalu, 2012. È difficile immaginare l’umiliazione che questi tuvaluani devono aver provato nell’essere assoggettati ad ulteriore sfruttamento coloniale/imperialistico razziale che, lungi dall’essere stato eradicato, continua a dilagare nel 21° secolo.

 

La realtà è che senza emissioni di carbonio, l’Occidente perde significato. E inconsciamente, gran parte delle persone considerate socialmente nobili, come il climatologo senza peli sulla lingua James Hansen, hanno vissuto nel privilegio razziale per così tanto tempo da non poterne fare a meno. Non possono rischiare di perdere il loro status. Non conoscono altro modo di vivere. Offrono dunque false soluzioni riformiste a piccoli incrementi, pur sapendo sotto sotto che è troppo poco, troppo tardi. Leggende, come quella che la riforma del capitalismo industriale sia la soluzione alla crisi perpetuata ed istituzionalizzata nella nostra cultura, sono talmente radicate che è più facile per un uomo in buona fede come Hansen immaginare lastre di ghiaccio alte 100 piedi, o persino l’annientamento della vita sulla Terra, restando allo stesso tempo assolutamente incapace di immaginare un mondo in cui la società civile riesca a eradicare sia il rapace sistema capitalista industriale che l’ossessione per la crescita. In una cultura in cui l’occidentalità, il privilegio, l’avidità e gli eccessi sono stati idealizzati, dire la verità, ossia che nessun cambiamento incrementale simbolico potrà mai iniziare a scongiurare il disastro che abbiamo causato noi stessi, equivale non solo a sputare nel piatto in cui si mangia, ma addirittura a romperlo del tutto.

Bisogna inoltre mantenere un atteggiamento critico rispetto a molti altri pezzi del movimento Occupy – non per quello che quello che pretendono di rappresentare, ma per il tacito consenso ipocrita alle élite tramite la palese cooperazione con la polizia e l’FBI. Indubbiamente il movimento Occupy ha messo in luce una forte ipocrisia – quella del suo legame diretto con il Partito Democratico. (Un legame diretto esplicitato con quello di MoveOn.org, che, insieme a Res Publica, è promotore di Avaaz.)

Comunque si guardano bene dal menzionare – almeno finora – il punto debole intrinseco alle campagne di Occupy organizzate dai liberal di sinistra negli Stati Uniti. Occupazioni che non occupano praticamente nulla; codici di comportamento per gli attivisti di Occupy che vietano qualsiasi forma di auto-difesa; e strategie di autoregolamentazione in base alle quali ai manifestanti si chiede di cooperare con le autorità e, a tutti gli effetti, di denunciarsi vicendevolmente alle stesse.



La complessa rete di ONG, inclusi i comparti dei media alternativi, viene utilizzata dalle élite corporative per plasmare e manipolare i movimenti di protesta….

Non è certo una teoria speculativa che le rivolte in Medio Oriente siano state parte di un’immensa campagna geopolitica concepita in Occidente e svolta tramite i suoi surrogati con l’aiuto di fondazioni, organizzazioni, e della scuderia di ONG in malafede tenute in piedi in tutto il mondo. Come vedremo, i preparativi per le “primavere arabe” e la campagna globale che attualmente invade la Russia e la Cina, come previsto in “The Middle East & then the World” del febbraio 2011, non sono iniziati quando i disordini erano già in corso, ma anni prima che fosse stato alzato il primo “pugno”, e non all’interno dello stesso mondo arabo ma piuttosto in stanze di seminari a Washington e New York, oppure in strutture d'addestramento patrocinate dagli USA in Serbia, e campi tenuti nei paesi limitrofi….

Il fine non è la repressione del dissenso, al contrario, forgiare e plasmare il movimento di protesta, fissare i limiti del dissenso.” — Michel Chossudovsky

[In questo discorso, il Dr. William Rees, noto per aver co-inventato l’“impatto ecologico,” approfondisce i miti biologici e culturali. Se questi miti continuano ad essere negati, invece di essere fronteggiati, questo diniego collettivo sarà strumentale alla nostra distruzione: http://vimeo.com/25059671#at=0]

Il 5 ottobre 2011, Enaemaehkiw Túpac Keshena ha pubblicato nell’articolo Watching the Petty Bourgeoisie in Motion questa citazione di Omali Yeshitela:

 
La piccola borghesia è spesso radicalizzata – a prescindere dal colore. Vedere una forza piccolo-borghese che parla di rivoluzione non è necessariamente la stessa cosa che vedere una forza rivoluzionaria in azione. La piccola borghesia è radicalizzata proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio perché in quanto classe sociale è in via di estinzione, e spesso le contraddizioni dell’imperialismo ne accelerano la disgregazione. La sua fine imminente diventa evidente e la spinge verso l’azione. — Omali Yeshitela, 30 giugno 1984

 


5 ottobre 2011, OWS, New York, U.S: “Il circo della piccola borghesia in piazza”



Ottobre 2011, Libia: il portavoce del governo libico Dr. Moussa Ibrahim ha confermato la presenza di donne nella resistenza libica della Sirte e Bani Walid come combattenti a pieno titolo. (Qui non ci sono palloncini o altre sciocchezze)

 

 

Agenzia Pan African News sulla Resistenza del Fronte di Liberazione Libico (LLF, creato per contrastare il regime fantoccio USA-NATO), 8 novembre 2011:
Un portavoce del LLF avrebbe affermato che il movimento sta per lanciare una serie di attentati ai danni di 500 alti funzionari ed agenti del regime NTC. La Resistenza sottolinea che ‘Siamo pronti a sferrare un attacco per eliminare tutti i leader del National Transitional Council, assassinandoli uno ad uno. Questa è solo il primo degli elenchi che intendiamo stilare. Qui sono i nomi di tutti i traditori condannati a morte.'”

La differenza tra il Fronte di Liberazione Libico (e molti altri eserciti di liberazione ovunque nel mondo) e i cosiddetti movimenti rivoluzionari americani ed europei celebrati dalla sinistra dominante è che i libici vengono ammazzati tutti i giorni e lottano per la sopravvivenza. Il paradosso è che anche noi veniamo sterminati, ma a un ritmo molto più lento, più metodico, più confortevole, tanto da passare inosservato. Per di più, il nostro lento declino è in realtà un suicidio. I capitalisti non riescono neanche ad immaginare di dover utilizzare le armi per difendersi,  invece giurano di far valere le “virtù” del pacifismo e stigmatizzano chi si difende dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla tirannia. È molto più comodo così. E poi, chi trova il tempo per impegnarsi a fare la rivoluzione quando ogni sera alle 9 danno il suo programma preferito? La triste verità è che in Occidente la rivoluzione interessa solo se accompagnata da una busta di popcorn e una Coca-Cola.

 

Il fondatore di Avaaz e MoveOn.org annunciano la “primavera” americana


100,000 americani saranno addestrati all’obbedienza passiva nella finta primavera americana, finanziata generosamente da Rockefeller e Soros


 
Perché le cose cambino, bisogna rendersi conto fino a che punto le fondamenta della tirannia affondano nella vasta rete di persone corrotte che hanno tutto l’interesse a mantenere in vita la tirannia.” — Étienne de La Boétie, The Politics of Obedience, in The Discourse of Voluntary Servitude

 

E mentre i lacchè del liberalismo si accaloravano perché una ragazza era stata molestata da un idiota di nome Limbaugh, esigendo che Obama se ne occupasse di persona, la “sinistra” non spendeva una parola su questioni rilevanti – come le invasioni illegali di stati sovrani, che altro non sono che crimini contro l’umanità. La sinistra di professione si è occupata piuttosto di prepararsi per la propria finta primavera, con un’ipocrisia così dichiaratamente palese, e un’assurdità talmente esagerata che viene da chiedersi quanto ancora si possano ingannare persone ben intenzionate. L’ipocrisia: da quando l’incredibilmente sospetto Occupy Wall Street ha avuto inizio, il dogma pacifista “non-violento” predicato alle masse ha assunto le forme di un totale indottrinamento. Ma mentre dalle torri d’avorio della Giustizia si predica come danneggiare la proprietà privata sia un atto violento (e come tale intollerabile per i leader), le stesse torri d’avorio convincono i loro sostenitori che gli interventi esteri (bombe, invasioni, guerre) siano in realtà “umanitari.” Questo dà tutto un altro significato alla parola “addestramento”. Ebbene sì, la guerra è pace. E Orwell si starà rigirando nella tomba.

L’industria del non-profit è stata e continua a essere strumento essenziale di politica estera, soprattutto per gli USA. Quando coercizione o tangenti non sono sufficienti ad assicurare l’attuazione della politica estera americana su stati sovrani, soprattutto attraverso il National Endowment for Democracy, Freedom House e ICI, diventa necessario usare la forza militare. Per evitare di essere messi sotto esame ed essere soggetti a ripercussioni negative da parte di una popolazione indignata, gli stati Uniti sono riusciti a reclutare ONG come Avaaz, Human Rights Watch ed Amnesty International come rivenditori, o spacciatori, di guerre - in pratica, come dei magnaccia. Solo loro riescono a impacchettarlo così bene, con video che giocano scaltramente con le emozioni. “Provalo, ti piacerà. Con noi ti sentirai meglio.”

Il complesso industriale non-profit si rivolge ai ceti privilegiati, borghesi e prevalentemente bianchi difensori dello status quo, che si rispecchiano nell’elitismo ben rappresentato da tale complesso. È dimostrato che questa fascia demografica preferisce il compromesso e l’azione simbolica che non inciti al vero cambiamento. Fra questi si ritrova la stragrande maggioranza dei sedicenti “attivisti”. Per loro, superficiale è bello. Meglio evitare la scomoda realtà. Mai fu dissonanza cognitiva più preziosa. Mai furono le narrazioni in supporto del frame, fornite da Avaaz e compagnia, più indispensabili per soffocare le coscienze (sporche?) ed allo stesso tempo rimanere convinti che l’ignoranza sia la forza, e la guerra sia la pace.


E mentre il messaggio fondamentale di “azione diretta non-violenta” propugnato da Occupy è stato inculcato nella sinistra come un dogma religioso dai “sinistri di professione”, ci stiamo adesso addentrando in un’epoca in cui la possibilità di difendere noi stessi con ogni mezzo, di proteggere il futuro dei nostri figli ad ogni costo, è una finestra che si sta inesorabilmente chiudendo. Perché molto presto ogni singola nostra mossa sarà monitorata. Non ci sarà più tolleranza per il dissenso. Il movimento Occupy, ben lungi dal mobilitare le forze per distruggere il sistema che mira a schiacciarci, lo ha rafforzato. Lo stesso movimento, saturato da sinistri di professione, è riuscito a sedare il dissenso, e quindi a proteggere lo status quo, nel momento in cui venivano eliminati i diritti civili - e mentre l’imperialismo espandeva le sue brame di potere e la sua cupidigia per le ultime risorse rimaste sulla terra.


Gli attivisti all’interno dei “movimenti” esistenti fanno la voce grossa contro il controllo dei poteri corporativi, ma alla fine della fiera sono sempre in ginocchio con le palme tese nella speranza che l’oligarchia li reputi degni di altre elemosine. Le cose stanno così: se si prende davvero coscienza del fatto che il dominio delle multinazionali e il capitalismo industriale stanno annientando collettivamente l’umanità, l’unica cosa da fare è imparare a vivere al di fuori di questo sistema - l’uno esclude l’altro. Prima lo si fa, meglio è. Finché le “rivoluzioni” fatte in nostro nome sono amorevolmente finanziate, gestite e controllate da interessi del capitale, non sarà mai possibile un’emancipazione dal sistema economico industriale che sta esaurendo gran parte delle limitate risorse del pianeta.



Una strategia di sopravvivenza deve includere una teologia della liberazione – una filosofia/cosmologia se si preferisce – altrimenti l’umanità continuerà semplicemente a escogitare maniere più efficienti per sfruttare ciò da cui è attratta. Se questi processi persistono indisturbati ed immutati alla base dell’ideologia colonialista, la nostra specie non si libererà mai dall’innegabile dato di fatto che viviamo in un pianeta dalle risorse limitate, e prima o poi l’ambiente sarà sfruttato al punto di superare la sua capacità di auto-rinnovamento. — John Mohawk, Scholar of the Haudenosaunee, 1977

 

Gli attivisti che avevano autenticamente come obiettivo una rivoluzionaria trasformazione hanno dunque dovuto prendere il controllo di Occupy. Fin dall’inizio si è assistito alla secessione di coloro che sceglievano di occuparsi del problema alla sua radice dai gruppi guidati ed infiltrati dalla sinistra liberale. I bisogni delle popolazioni locali e delle minoranza etniche sono stati ignorati, e la mancanza di attenzione e grave incomprensione delle cause profonde alla base dei problemi più critici che fronteggiano l’umanità è ormai quasi intollerabile. Al contrario, la preoccupazione principale che trova eco nelle stanze del movimento ruota intorno all’accumulazione e distribuzione di ricchezza monetaria – derivata in gran parte dall’industria estrattiva e dal complesso industriale militare.

La marginalizzazione delle popolazioni locali è ben illustrata in un articolo del 31 maggio 2012 intitolato Decolonizing Occupy, scritto da Jay Taber:

 
Parallelamente all’evoluzione di Occupy in strutture politiche organizzate al fine di realizzare le istanze espresse nelle sue mobilitazioni ed assemblee, sarebbe auspicabile includere un dibattito con i leader del movimento di liberazione dei popoli indigeni. Come uno dei settori di popolazione più istruiti, organizzati ed attivi al giorno d’oggi, le popolazioni indigene del pianeta hanno conosciuto bene coloro che Occupy dice di combattere. I paesi del Quarto Mondo — così come le entità politiche autoctone europee — sono in testa alla battaglia contro il neoliberalismo, così come lo erano contro il colonialismo... Mentre si assiste alla confluenza di interessi tra le battaglie di liberazione del Quarto Mondo ed Occupy, la questione della governabilità è sicuramente prioritaria tra le rimostranze dei partecipanti, ma perché questi diversi movimenti possano coalizzarsi nel perseguire un rinnovamento democratico, sarebbe opportuno che Occupy faccia un resoconto delle prospettive locali in materie come sovranità, autonomia e autodeterminazione.

9 marzo 2012, “OCCUPY IMPERIALISM: Crisis, Resistance, Solidarity” – Conferenza Nazionale, 9-10 giugno [l’intera dichiarazione si trova qui]:
Con migliaia di attivisti bianchi, il movimento allargato Occupy mira teoricamente ad incriminare le banche e le grandi società, ma preferisce ignorare la violenza perpetrata con l’appoggio di Wall Street contro africani e messicani qui da noi [negli Stati Uniti], e contro i popoli oppressi in tutti i continenti.

Nel rispondere precipuamente agli effetti della crisi dell’imperialismo sulla borghesia bianca, Occupy non rimette fondamentalmente in questione la rilevanza di Wall Street e del capitalismo per la maggioranza della popolazione del pianeta…

Troviamo preoccupante che mentre in Africa, in Messico e ovunque le popolazioni indigene mettono quotidianamente in atto azioni di protesta in una resistenza organizzata o spontanea contro il pugno di ferro sempre più duro dello stato di polizia loro imposto, queste sembrano essere questioni secondarie per un movimento più interessato a tasse universitarie, mutui e pensioni e ai diritti della borghesia.

Troviamo preoccupante che non faccia scalpore l’intensificarsi della violenza perpetrata dall’amministrazione Obama, con il sostegno di Wall Street, contro i cittadini di Afghanistan, Pakistan, Libia, Siria, Iran, Congo, Uganda, Somalia e ovunque in Africa, oltre che in America Centrale e Meridionale, così come gli sforzi di un capitalismo sempre più disperato di reprimere i movimenti e i governi popolari anti-imperialisti.”


AVAAZ


 
Ci si deve rendere conto che ci troviamo davanti ad una potente macchina di potere e di sfruttamento, e che quindi, come minimo, un’informazione libera al pubblico deve includere una denuncia di tale sfruttamento, e degli interessi economici e degli apologeti intellettuali che traggono vantaggio dal governo delle élite. Limitandosi ad analizzarne le presunte ‘incongruenze’ intellettuali, gli antagonisti dell’intervento governativo si sono resi inefficaci. Da un lato, la loro contro-propaganda è stato indirizzata ad un pubblico che manca sia dei mezzi che dell’interesse per seguire complesse analisi ragionate, e che quindi può essere facilmente fuorviato di nuovo dai cosiddetti esperti al servizio del potere. Sono questi stessi esperti a dover essere delegittimati, ed ancora una volta è La Boétie a sottolineare la necessità di questa delegittimazione. In un’epoca come la nostra, pensatori come Étienne de La Boétie sono divenuti di gran lunga più pertinenti, più autenticamente moderni, di quanto non lo siano mai stati per oltre un secolo. — Murray N. Rothbard, in Ending Tyranny Without Violence

Alla guida del complesso industriale non-profit troviamo le ONG che costituiscono la rete dei Soros. E alla guida di tutto questo meccanismo troviamo Avaaz, l’organizzazione che presiede l’intero complesso, mentre altri soggetti chiave replicano la loro ideologia su tutto il meccanismo globale. Avaaz si è trasformata in uno dei gatekeeper dell’oligarchia. Nel seguito di questa indagine investigativa saranno analizzati dati e collegamenti dei principali gatekeeper che costituiscono Avaaz, oltre alle molte organizzazioni omologhe ed affiliate di Avaaz; la storia e i motivi dietro la loro fondazione; Res Publica, GetUp e MoveOn, le nuove emergenti Purpose, Globalhood e SumOfUs. Si accennerà anche alle indispensabili Movements.org, Amnesty International, Human Rights Watch ed altre che, insieme ad Avaaz, contribuiscono ad avverare i sogni imperialistici. Più in là nella serie, l’indagine si occuperà della nuova tendenza emergente di collaborazioni tra grandi media e ONG, di cui Avaaz può essere considerato il prototipo.


Prima parte


Seconda parte

EHOC: lo smantellamento dell'euro e la lezione della fine dell'area del rublo

Su European House of Cards, Brigitte Granville, economista che ha assistito il governo russo nelle smantellamento dell'area del rublo negli anni '90, traccia alcune similitudini tra la rublozona e l'attuale eurozona. Nata nel 1991 sulle ceneri del crollo dell'Unione Sovietica, l'area del rublo, sostenuta fin da subito dall'Unione europea che non voleva l'imbarazzante spettacolo di un'unione monetaria fallimentare alle sue porte mentre si apprestava a lanciare la propria, condivide con l'euro gli stessi difetti costitutivi: razionali economici del tutto sbagliati, tesi a dare legittimità scientifica a quella che era soltanto la visione ideologica dell'elite al potere. L'area del rublo era disfunzionale e innescò una spirale inflazionistica; fu il suo stesso centro, la Russia, a porre le condizioni per la sua fine, mettendo gli altri membri di fronte ad una scelta: o il ritorno alle proprie valute o l'adesione a criteri economici sempre più stringenti e modellati sulle esigenze del centro - così che le repubbliche ex-sovietiche presero ognuna la propria strada valutaria. È la stessa scelta alla quale saranno sottoposti i paesi membri dell'EZ.  Ed è probabile che sia proprio la Germania ad uscire per prima.

 

di Brigitte Granville

Nel 1994, Linda Goldberg, Barry Ickes e Randi Ryterman conclusero il loro articolo sulla rottura dell'area del rublo (rublozona, RZ) cogliendo quello che hanno definito un "paradossale" contrasto  con il contemporaneo progredire dell'unione monetaria in Europa.
"Nella Comunità europea, la partecipazione all'Exchange Rate Mechanism (ERM, meccanismo del tasso di cambio, ndt) è stata in parte collegata al desiderio dei paesi di importare la disciplina monetaria imposta da un centro forte, la Germania. Questo abbraccio della disciplina monetaria in Europa non minaccia la sovranità e l'indipendenza dei paesi membri. Al contrario, la decisione dei paesi di rimanere nell'area del rublo restringe in modo chiaro il ritmo e la direzione delle loro riforme economiche. L'abbandono della zona del rublo è un rigetto del controllo da parte della Russia sia sulla politica monetaria che sulla strategia di riforme."(1)

 

Questi autori non hanno colto il vero paradosso.  La storia della RZ è iniziata con l'autorizzazione alle ex-Repubbliche Sovietiche (FSR) a condividere la moneta della Russia senza avere virtualmente nessun vincolo sulla propria sovranità - nel senso di essere forzati ad attenersi a determinate regole su come condurre le proprie politiche monetarie, fiscali e finanziarie. In particolare, per un certo periodo le banche centrali delle FSR sono state in grado di emettere rubli per i pagamenti non in contanti a proprio piacimento. In questo modo la RZ ha avuto due effetti: ha permesso alle FSR di non fare le riforme necessarie; e ha minato le stesse riforme russe, che miravano alla stabilizzazione macroeconomica (o, per metterla in modo più preciso, la RZ completò il cattivo lavoro che la banca centrale russa (BCR) stava facendo per proprio conto nel combattere l'inflazione in patria). Fu solo nel 1993, quando la Russia - come forma di autodifesa economica - iniziò a imporre politiche stringenti e condizioni di convergenza alle FSR,  che queste ultime decisero di uscire da questa unione monetaria e introdurre le proprie monete nazionali. Nel 1994, la RZ era finita nel cestino della storia.

Questo illuminante precedente per l'eurozona (EZ) ha spinto un inviato di Bloomberg a commentare, nel giugno 2012: "Col senno di poi, è sorprendente che gli architetti dell'euro non abbiano riflettuto maggiormente sul fallimento della rublozona mentre costruivano la loro grande architettura" (2). In effetti, i cosiddetti architetti non pensarono molto alla RZ.  A pochi giorni dalla firma dei Trattati di Maastricht nel dicembre 1991, l'Unione Sovietica collassò e fu stabilita la RZ, che comprendeva le FSR adesso sovrane. Nel preciso momento in cui l'Europa aveva concordato di lanciare un'unione monetaria tra stati sovrani, l'ultima cosa che volevano i funzionari europei era l'imbarazzante spettacolo del fallimento di una unione monetaria formata in modo simile, alle porte dell'Europa.

Di conseguenza, gli "architetti dell'euro" dettero un forte supporto politico alla RZ. Così come la creazione dell'euro era stata basata su un razionale economico discutibile che aveva a che fare con le aree valutarie ottimali, allo stesso modo gli architetti dell'euro determinarono una tesi economica per l'esistenza della RZ: era un mezzo per preservare i profondi legami commerciali tra le FSR.  Entravano in gioco delle considerazioni politiche - che andavano dai timori della destabilizzazione di una potenza nucleare come effetto di un eccessivo disordine economico, alla preoccupazione più spicciola che aggiustamenti economici radicali nella ex-URSS - sebbene necessari e in ultima analisi benefici - potessero portare a maggiori richieste di sostegno alla bilancia dei pagamenti da parte dei paesi occidentali (i quali, sia bilateralmente che attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, avevano rifiutato di garantire alla Russia la stessa riduzione del debito della quale avevano beneficiato altre economie  post-comuniste in transizione, come la Polonia).

Comunque sia, le argomentazioni economiche sulle relazioni commerciali all'interno della ex-Unione Sovietica (FSU) erano viziate. Quelle relazioni erano l'eredità della pianificazione centrale; e una volta collassata l'Unione Sovietica, il razionale economico per mantenere questi legami era insufficiente. I prezzi del commercio intra-regionale, prima della liberalizzazione degli stessi, erano mal calcolati e definiti per la maggior parte sulla base del baratto, portando all'accumulazione, al mercato nero e alla carenza di scorte (3). La gran parte del commercio sovietico era basato su prodotti per i quali non c'era domanda. Operando sotto "vincoli di bilancio flessibili", liberi dalla disciplina di un mercato competitivo, le imprese statali delle FSR fornivano beni alle altre repubbliche, senza curarsi delle loro necessità e della loro capacità di pagare - e assumendo invece che i crediti della BCR sarebbero stati sufficienti per regolare tutte le transazioni (4). Gaddy e Ickes affermarono in sintesi che le imprese industriali post-sovietiche erano sopravvissute "nonostante i loro risultati, invece che grazie ad essi" (5). Anche se c'era un'argomentazione di tipo gravitazionale, basata sulla vicinanza tra le FSR, una volta che furono introdotte le monete nazionali e liberalizzati i prezzi, la quota parte del commercio intra-FSR sul totale scese dal 57% del 1992 al 33% del 1997 (6).

In aggiunta ai razionali economici dubbi, le origini della RZ e dell'EZ condividono un'altra caratteristica comune: il volontarismo politico. Così come, nel caso dell'EZ, la classe al governo in Francia vedeva l'unione monetaria come un modo per accrescere il potere francese impedendo che la Bundesbank fosse di proprietà esclusiva della Germania (in corso di riunificazione), gran parte dell'élite russa era similmente ansiosa di mettere in salvo quanto più possibile dell'Unione Sovietica, che era stata uno strumento del potere russo. Bordo e Jonung hanno concluso che le unione monetarie sono sempre motivate politicamente - guidate (come sostenuto da Mark Mazower, riportato nello stesso articolo di Bloomberg citato sopra) da "una visione ideologica dell'elite". (7,8)

Nel caso delle FSR, la motivazione politica era molto differente. Da poco dotate di sovranità, le FSR avevano ben poca volontà di lavorare per una RZ cooperativa, poiché la moneta comune era diventata il simbolo dell' "ultima istituzione sovietica" (9). Allo stesso tempo, le FSR non gettarono immediatamente nella spazzatura la RZ, come invece fecero con altre iniziative russe tese a stabilire alcune istituzioni sovra-nazionali, come le forze armate. Al contrario, e in un modo che presagiva le relazioni odierne tra la BCE e le autorità fiscali dell'eurozona, le FSR erano incentivate a creare deficit quanto più grandi possibili emettendo crediti in rubli che "incrementavano gli acquisti reali del governo nazionale, facendone ricadere i i costi sui detentori di attività nominali in tutta l'area valutaria" (10,11).

Questa agenda delle FSR era supportata in Russia dagli interessi economici della potente lobby dell'industria, che voleva che i crediti della banca centrale continuassero a coprire le usuali transazioni con fornitori e compratori - molti dei quali erano nelle varie FSR.  Questi interessi avevano un potente alleato nel governatore della BCR Viktor Gerashchenko (nominato il 17 luglio 1992), di mentalità sovietica, che sino alla fine del 1992 fornì abbondante liquidità e prestiti senza interessi per un totale rispettivamente del 3.1% e del 10% del PIL russo (12). Poiché nel dicembre 1991 la Russia aveva perso l'accesso al credito internazionale dopo il fallimento nel credito commerciale  a breve termine  della Vneshekonombank,  questi oneri parafiscali erano finanziati attraverso la BCR quasi esclusivamente con la creazione di moneta, portando ad una inflazione molto alta e volatile (13).

Questa dinamica cambiò quando Boris Fyodorov fu nominato Ministro delle Finanze, nel gennaio 1993. La lotta all'inflazione divenne una delle maggiori priorità e i crediti alle FSR uno dei maggiori obiettivi. L'incentivo a limitare i costi della RZ venne dalle negoziazioni con il FMI su una nuova linea di credito progettata in particolare per la Russia (Sistemic Transformation Facility, STF). Ormai il FMI - che prima si era unito alla UE nel supportare la RZ - aveva riconosciuto la necessità per ogni FSR di introdurre la propria moneta nazionale (Pomfret, 2002) (questa dinamica FMI-UE assomiglia alla storia della preannunciata Grexit).

Nell'aprile 1993 i crediti furono tecnicamente aboliti e tutti i crediti alle FSR precedentemente accumulati nel 1992-1993 furono trasformati in debito statale (denominato in dollari USA e con un tasso d'interesse collegato al Libor), trasferiti sul bilancio pubblico e quindi sotto il controllo del Ministero delle Finanze. Questo limitò la generosità del presidente della BCR verso le FSR. Con la stretta creditizia verso le FSR, la loro domanda di liquidità aumentò drasticamente e divenne la principale minaccia. La Russia agì il 24 luglio 1993 introducendo una riforma monetaria con cui le banconote dell'era sovietica (raffiguranti Lenin) in circolazione nelle FSR cessavano di avere corso legale in Russia. Le FSR furono costrette a scegliere tra: introdurre le proprie monete; o negoziare con la Russia per criteri simili a quelli di Maastricht. Preferirono andare per la propria strada valutaria (14).

Così, per tornare alla citazione dello studio di Goldberg, Ickes e Ryterman dal quale siamo partiti, la lezione "paradossale" della RZ per l'Europa è che quando l'ERM si è trasformato nell'EZ i paesi periferici dell'EZ  hanno sperimentato precisamente quell'erosione della loro sovranità e indipendenza che la Russia finì col richiedere alle FSR come condizione per continuare a condividere il rublo. Applicata all'EZ, l'analogia col collasso della RZ suggerisce due scenari: o i corrispettivi delle FSR - ad esempio, i paesi meno competitivi della Germania - alla fine si sottraggono ai vincoli dell'odierna unione di trasferimento e decidono di uscire; o, in alternativa, la Germania arriva a considerare gli accordi esistenti, secondo i quali la BCE (e l'ESM) in effetti finanziano i deficit di bilancio così come la BCR finanziava le FSR, come un intollerabile onere fiscale - e/o un onere potenzialmente inflazionistico - sui propri contribuenti. A quel punto, la Germani stessa potrebbe decidere di lasciare, o insistere su regole più stringenti (o almeno, su un'applicazione più stringente delle regole attuali) col risultato che altri paesi più deboli usciranno.

 

Note

1. Goldberg, Ickes and Ryterman, 1994: 321

2. http://www.bloomberg.com/news/articles/2012-06-08/the-ruble-zone-collapsed-in-the-1990s-and-it-was-bad

3. Dornbusch, 1992a: 8

4. Kornai, 1979

5. Gaddy and Ickes, 2002:3

6. Aslund, 2002: 129.

7. Bordo and Jonung (1999)

8. http://www.bloomberg.com/news/articles/2012-06-08/the-ruble-zone-collapsed-in-the- 1990s-and-it-was-bad

9. Aslund, 2002: 204.

10. Bofinger, 1993: 183

11. Conway, 1995: 7

12. IMF, 1994, table 2: 26

13. Granville, 1994, Ferguson and Granville, 2000

14. IMF, 1994: 44

 

19/05/17

Nel frattempo...in Grecia: poliziotti contro polizia antisommossa

Anche Zero Hedge si occupa delle proteste che accompagnano lo  sciopero generale della Grecia di questi giorni, in cui a quanto risulta molti appartenenti alle stesse forze dell'ordine, pesantemente colpite da tagli salariali,  si sono schierati dalla parte opposta a quella del governo. Di fronte alla situazione indubbiamente critica, i politici greci da un lato stanno pensando alla possibilità di introdurre emendamenti speciali per esentare i poliziotti dalle misure più dure, e  dall'altro dispiegano  le truppe speciali antisommossa,  schierate a difesa del palazzo del Parlamento.  

 

Zero Hedge,  18 Maggio 2017

Sapete, le cose non vanno tanto bene quando è la polizia che protesta contro le nuove misure di austerità imposte da Bruxelles...

Come riporta KeepTalkingGrece, tensioni tra manifestanti appartenenti alla polizia, ai vigili del fuoco e alla guardia costiera da un lato e polizia antisommossa dal lato opposto sono scoppiate poco dopo le 8 di sera di mercoledì, quando i manifestanti infuriati hanno cercato di forzare il cordone della polizia ed entrare nel Parlamento greco.


 

Poliziotti anti-sommossa e manifestanti si spingevano e urlavano gli uni contro gli altri, con i manifestanti che gridavano "Vergogna! Vergogna!"


 

Il giorno dello sciopero generale membri della Polizia greca, dei Vigili del Fuoco e della Guardia costiera hanno marciato contro il Parlamento per protestare contro il nuovo pacchetto di austerità messo in votazione giovedì.

Tre squadre di polizia antisommossa sono state schierate al di fuori del Parlamento per evitare che i loro colleghi riuscissero a entrare nel palazzo.

Grazie al sangue freddo di alcuni, da ambo le parti, la situazione non è degenerata finendo fuori controllo.

I manifestanti erano infuriati contro il Ministro della Difesa Panos Kammenos, che aveva promesso che non ci sarebbero stati tagli salariali. Kammenos aveva anche promesso che i tagli salariali subiti dalle forze dell'ordine a causa degli accordi di salvataggio precedenti sarebbero stati rimborsati. La Corte Suprema aveva infatti stabilito che i poliziotti dovevano essere esentati dai tagli.

I manifestanti hanno lanciato slogan contro il Ministro della Difesa.

Ad un certo punto, i manifestanti in divisa hanno cantato l'inno nazionale.

Secondo le ultime notizie, i manifestanti sono ancora ...

 



 

... fuori del Parlamento e chiedono di essere autorizzati a fornire un elenco con le richieste.

Intorno a mezzogiorno, sono entrati nell'ufficio del vice ministro delle Finanze Giorgos Chouliarakis al Ministero del Tesoro. Secondo quanto riportato, alcuni di loro sono ancora lì in attesa di un incontro con il Ministro. "Resteremo qui tutta la notte per incontrare il Ministro", hanno detto.

Il giorno prima, il sindacato di polizia aveva avvertito che il governo li avrebbe trovati sull'altro fronte.

Secondo i media greci, il governo sta considerando di inserire alcuni emendamenti dell'ultimo minuto nel disegno di legge omnibus da 4,9 miliardi per esentare le Forze Armate da ulteriori tagli ai salari, alle pensioni e ad altre indennità.

PS  Quando gli ufficiali di polizia occupano un edificio pubblico, ci sarebbe da chiedersi  che cosa dovrebbe fare un disoccupato, un piccolo pensionato o una madre in condizioni di bisogno...?

KTG: proteste di piazza anti-austerità in Grecia, la polizia spara lacrimogeni sui manifestanti

Keep Talking Greece riferisce delle proteste di piazza e dello sciopero che mercoledì hanno paralizzato la Grecia. Il paese ellenico resta una polveriera di tensioni sociali, mentre la coalizione del governo Tsipras approva un ulteriore piano di misure di austerità per 4,9 miliardi di euro per i prossimi anni.

 

di Keep Talking Greece, 17 maggio 2017

Mercoledì, durante la grande protesta anti-austerità nel centro di Atene, la polizia ha sparato lacrimogeni contro i manifestanti. Migliaia di persone si sono unite al raduno sindacale nel giorno dello sciopero generale.



Persone incappucciate hanno iniziato a lanciare pietre contro le squadre dalla polizia antisommossa non appena la grande manifestazione di sindacati e partiti politici ha raggiunto il palazzo del Parlamento greco a Piazza Sintagma, nel centro di Atene.

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La risposta della polizia è stata immediata: ha iniziato a sparare lacrimogeni contro i manifestanti.



I manifestanti hanno allora risposto con bottiglie molotov e hanno perfino attaccato la polizia con bastoni e mazze.

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Nel giro di alcuni minuti l'area attorno a Piazza Sintagma e fuori dall'hotel Grand Bretania si è trasformata in un campo di battaglia.



Le immagini registrate dal vivo nel centro di Atene mostrano i manifestanti mentre usano pistole lanciarazzi.



Secondo i media gli scontri sarebbero stati avviati da un gruppo di circa un centinaio di persone che indossavano cappucci ed elmetti.

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Gli incappucciati si sarebbero trovati alla fine del corteo organizzato dai sindacati dei settori pubblici e privati. Dopo gli scontri con la polizia le persone incappucciate avrebbero abbandonato la zona e si sarebbero dirette verso il quartiere di Exarchia.

Poco prima, il furgone di una stazione televisiva privata che registrava il raduno e le proteste anti-austerità sarebbe stato attaccato e danneggiato da ignoti.



Sono state danneggiate anche vetrine dei negozi.

Gruppi di "anti-autoritari" hanno espresso la propria frustrazione anche in altre città del paese.



A Tessalonica degli aggressori ignoti hanno gettato vernice fresca contro le mura della Camera di commercio e dell'industria.



In precedenza gli stessi avevano imbrattato slogan sulle mura dei negozi della principale via commerciale della città. Gli slogan dicevano "Spacca, dai fuoco, divertiti"

A Chania, sull'isola di Creta, sindacalisti e studenti si sono quasi scontrati tra loro per quale striscione dovesse essere esposto alla testa della marcia anti-austerità.

https://www.youtube.com/watch?v=-auk2pHYTKY

Migliaia di persone si sono unite alle proteste anti-austerità in tutto il paese il giorno prima che i parlamentari della coalizione di governo greca, formata da Syriza e dai Greci Indipendenti, votassero a favore di un nuovo pacchetto di misure di austerità per il valore di 4,9 miliardi di euro per il periodo 2018-2021.

Il paese è rimasto paralizzato a causa di uno sciopero generale di 24 ore il 17 maggio. I servizi pubblici sono rimasti chiusi e gli ospedali sono rimasti operativi solo con il personale di emergenza.

I lavoratori del trasporto pubblico hanno sospeso il lavoro e indetto sciopero, i traghetti sono rimasti fermi nei porti, i treni non hanno viaggiato e i voli sono stati interrotti. Qui il programma completo  dello sciopero del 16 e 17 maggio.

I sindacati hanno indetto una marcia di protesta fuori dal Parlamento per le ore 19 di giovedì 18 maggio.

18/05/17

EHOC: la vera soluzione allo squilibrio esterno tedesco

Nel primo articolo della rivista European House of Cards, Desmond Lachman critica le soluzioni finora ipotizzate per ridurre l’enorme surplus tedesco di partite correnti. Il suo suggerimento è che questo eccesso di surplus venga trattato in maniera uguale e opposta agli eccessi di deficit: apprezzamento della moneta, politica fiscale fortemente espansiva. Purtroppo queste soluzioni restano impraticabili finché la Germania rimane nell’eurozona.

 

Di Desmond Lachman

 

Sembra che negli Stati Uniti sia iniziato un dibattito molto opportuno su che cosa si debba fare a proposito dell’enorme surplus di partite correnti della Germania.

Tuttavia, è un vero peccato che in questo dibattito venga prestata così scarsa attenzione al vantaggio gratuito che continua a essere per la Germania il suo aggancio a un euro debole. Il fatto è che - senza un drastico cambiamento nella politica del tasso di cambio tedesca – si può facilmente prevedere che il surplus in futuro non potrà che diventare ancora maggiore.

Che la Germania stia registrando uno squilibrio esterno talmente grande da essere preoccupante non è in discussione. Secondo i più recenti dati, sembra che la Germania abbia accumulato nel 2016 un surplus di più di 300 miliardi di dollari, ossia circa il 9% del suo PIL, il che equivale a uno squilibrio più che doppio rispetto a quello della Cina. Ciò che rende questo surplus ancora più problematico è il fatto che si produca in un momento in cui la Germania è in un periodo del ciclo economico in cui ha una posizione molto più forte rispetto ai suoi partner europei.

Se la Germania dovesse mantenere un avanzo delle partite correnti massiccio come quello attuale, danneggerebbe sia l’economia globale sia quella dei suoi partner europei. Dal punto di vista globale, in un momento di insufficiente domanda aggregata globale, l'ampio surplus di partite correnti della Germania comporterebbe una perdita di domanda aggregata per il resto del mondo. Analogamente, dal punto di vista europeo, in un momento in cui viene richiesto ai paesi della periferia europea di riequilibrare la propria economia, il persistere di un ampio surplus tedesco renderebbe il riequilibrio ancora più difficile.

Mentre gli analisti USA stanno ora focalizzando la loro attenzione sugli ampi squilibri esterni della Germania, come ha fatto il Tesoro USA nell’ultimo rapporto valutario al Congresso, le soluzioni che propongono per rimediare allo squilibrio sono a dir poco parziali. Per esempio, Greg Ip del Wall Street Journal propone che il problema possa essere risolto ottenendo che la Germania in qualche modo provochi un aumento del livello dei propri salari interni. La proposta si basa sulla considerazione che gli squilibri della Germania hanno origine da un eccesso di risparmio del settore privato. Da parte sua Brad Setser, del Consiglio delle Relazioni Estere, propone che il governo tedesco approfitti degli attuali tassi di interesse molto bassi per finanziare un forte impulso della spesa in infrastrutture.

La verità è che l’entità stessa dello squilibrio esterno tedesco rende necessario un approccio più ampio, se si vuole fare in modo di ridurlo sostanzialmente.

In effetti, allo stesso modo in cui il Fondo Monetario Internazionale prescrive una strategia ampia a un Paese che debba ridurre un grande deficit di partite correnti, lo stesso approccio ampio, anche se in senso contrario, dovrebbe essere prescritto a un Paese con un grandissimo surplus di partite correnti.

Per un approccio di questo tipo, sarebbero necessari due elementi-chiave. Il primo, sarebbe richiedere un sostanziale apprezzamento della moneta con cui devono misurarsi gli importatori ed esportatori tedeschi. Un simile apprezzamento sarebbe necessario sia per distogliere le risorse dal settore tedesco “tradable” (per la definizione si veda qui NdVdE) sia per ridurre il risparmio nazionale grazie all’aumento di fatto del livello dei salari reali tedeschi, con l’abbassamento dei prezzi delle importazioni. Il secondo elemento sarebbe ammorbidire significativamente la politica fiscale interna tedesca, per dare impulso alla domanda interna e compensare così la riduzione del contributo del settore estero all’economia nazionale.

Purtroppo, finché la Germania rimane ancorata all’euro, sembra molto improbabile che possa avere una moneta più forte nel prossimo futuro.

In realtà, dal momento che le politiche monetarie statunitensi ed europee sono ormai fuori sincrono e con l’economia europea che ancora arranca, c’è un’ottima probabilità che l’euro continui a deprezzarsi. Se ciò dovesse succedere, sarebbe facilmente prevedibile che lo squilibrio esterno della Germania aumenti ulteriormente.

Sembra che l’unico modo in cui la Germania possa avere una moneta nettamente rivalutata sia che esca dall’euro. Ovviamente, questo sviluppo rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto alle politiche attuali. Tuttavia, se questa decisione non verrà presa, il mondo dovrà abituarsi a un ingente squilibrio esterno tedesco che continua a durare nel tempo, mentre la periferia europea dovrà prepararsi a una sofferenza prolungata per ridurre i suoi squilibri economici.

 

Desmond Lachman è ricercatore all’ American Enterprise Institute.

In precedenza è stato vice direttore del Dipartimento di Sviluppo e Controllo delle Politiche presso il Fondo Monetario Internazionale e il principale stratega per le economie dei mercati emergenti presso Salomon Smith Barney.

 

16/05/17

Come e perché governo, università e industria USA fanno mancare il lavoro in campo scientifico e hi-tech

Perché  negli Stati Uniti si è deciso di spalancare le braccia a lavoratori altamente qualificati – scienziati e PhD – provenienti dall’estero e disposti ad accontentarsi di un visto temporaneo? La spiegazione ufficiale: perché negli Usa la scienza era a rischio per mancanza di lavoratori. Ma Eric Weinstein in questo articolo racconta come – muovendosi da autentico detective economico - ha trovato le prove che l’intento, consapevole quanto nascosto, era tutt’altro, e tristemente prevedibile: tenere schiacciati i salari e i diritti dei lavoratori, anche nel settore tecnico-scientifico.