18/02/17

Flassbeck: Il libero commercio può esistere solo in assenza di grossi deficit e surplus

Sul sito Makroskop l'economista tedesco Heiner Flassbeck spiega con grande chiarezza le tesi sul commercio internazionale che fanno riferimento alla teoria classica e neoclassica, basata sul problematico riequilibrio dei saldi causato dai flussi dell'oro,  e il successivo passaggio al pensiero macroeconomico degli anni trenta, che permette di comprendere i problemi creati dai surplus e deficit nel mondo attuale.  Passando alla controrivoluzione neoliberista degli anni Settanta del secolo scorso, essa  ripropone una visione degli scambi internazionali che non tiene conto degli argomenti macroeconomici e appare basata sull'illusione teorica, ma smentita dai fatti, di un impiego efficiente dei capitali. Visione che si potrebbe definire ingenua, se non fosse foraggiata da lobby sufficientemente potenti. 

 

di Heiner Flassbeck, 3 febbraio 2017


Traduzione di Beppe Vandai


Tutti coloro che deplorano il nuovo protezionismo americano senza condannare il mercantilismo tedesco dimostrano solamente di non aver capito il principio del libero commercio.


Il protezionismo conclamato di Donald Trump mette a nudo questo fatto. Il libero commercio viene completamente frainteso. Se così non fosse, non sarebbero così in tanti a diffondere tante assurdità. Se Volker Kauder, il capogruppo in Parlamento della CDU/CSU, dichiara pubblicamente che l’Europa, come reazione al protezionismo americano, potrebbe anche alzare i dazi, dimostra con ciò di non aver capito il commercio. Se Stefan Kooths, specialista in economia globale all’ Istituto di Kiel afferma che la Germania mette capitali a disposizione del resto del mondo, e che in questo non c’è nulla di riprovevole (vedi articolo sulla FAZ Frankfurter Allgemeine Zeitung), allora questo può essere interpretato solo come dimostrazione che a Kiel la teoria del libero commercio non appartiene più al repertorio di ricerca.


Se la FAZ in una “carrellata“ riporta cinque motivi, usciti dalla testa degli economisti, per cui gli Stati fanno isolazionismo, ma “dimentica” proprio i saldi nel commercio internazionale, mostra soltanto che tale giornale, e con esso tutti gli economisti, non hanno afferrato il nocciolo della discussione (vedi link). Se l’Handelsblatt [il corrispettivo tedesco del sole24ore, ndt] – nella rubrica “capo economista” – crede bene di scrivere che l’economia non è un gioco a somma zero (vedi link), allora combatte contro un’ovvietà, ma non capisce affatto il nocciolo del discorso. Se Ulrike Herrmann [giornalista economica della TAZ, corrispettivo tedesco de “Il manifesto”, ndt] trova che il pensiero economico di Trump sia sbagliato perché questi crede che, se si importa di più di quanto si esporta, si danneggia la propria economia, mostra anche lei di non aver capito il libero commercio (vedi link).


La FAZ, la punta avanzata del mainstream neo-classico in questo paese, nell’edizione cartacea del 30.01.17, a pag. 16, teme che con Trump, e particolarmente nella persona di Peter Navarro, un outsider dell’accademia economica, venga portata avanti una “politicizzazione della bilancia commerciale”. Ovviamente si considera questo come una pericolosissima tendenza. Tuttavia non è più possibile negare (o mettere sotto silenzio) che la Germania nell'insieme faccia registrare un forte surplus e che anche nei rapporti bilaterali con gli USA si registrino rilevanti surplus.


Questa sequela la si potrebbe proseguire all’infinito. Allora è certamente importante spiegare, da un'altra visuale, perché un libero commercio che voglia essere vantaggioso per tutti deve essere a saldi nulli o quasi, cioè non compatibile né con surplus continui, né, specularmente, con deficit continui.


Prendendo in considerazione le radici della teoria del libero commercio, fu sempre chiaro agli studiosi competenti che grossi squilibri nei saldi [surplus o deficit, ndt] sono gravidi di forti conflitti politici. Anche nell’analisi macroeconomica keynesiana i saldi sono assai problematici. Dunque fu solo la “depoliticizzazione delle bilance commerciali”, fattasi largo con la controrivoluzione neo-classica degli ultimi 30 anni, a dare in generale l’impressione che non esisterebbero limiti ai surplus e ai deficit, poiché in fondo sarebbero i “liberi flussi dei capitali” a fornire un equilibrio compensativo. Ma questo non è avvenuto;  ragion per cui ci la “re-politicizzazione dei saldi” era ed è coerente e ce la dovevamo aspettare.


Nella teoria classica del libero commercio ci si affidava al fatto che surplus o deficit problematici spariscono automaticamente o addirittura non si formano. Se un deficit ha raggiunto una dimensione critica in un Paese, cioè una dimensione che fa dubitare della solvibilità del Paese, allora i creditori non sarebbero più incondizionatamente disposti a far credito per l’acquisto di beni, ma invece pretenderebbero il pagamento immediato di merci con il mezzo di pagamento universale di quel tempo: in oro. Un accresciuto deflusso di oro da quel Paese innescherebbe una pressione deflattiva (oppure porterebbe ad una svalutazione di quella moneta nazionale nei confronti dell’oro), poiché meno oro significherebbe anche meno crediti. Questo fatto avrebbe (dal punto di vista monetaristico) ridotto la dinamica dei prezzi o imposto la deflazione. Conseguentemente, il deprezzamento della moneta e/o il calo indotto dei prezzi migliorerebbe la competitività del paese in deficit. Con ciò la parte critica del deficit (la parte causata dall’inferiore competitività) sarebbe eliminata. [Flassbeck non lo dice, ma questa teoria risale nientemeno che al filosofo D. Hume, ndt].


Non entro nel merito se le connessioni teoriche siano corrette in dettaglio. L’idea di fondo era solida, in quanto si comprese che lo scambio tra gli Stati “nel lungo periodo” (o nello stato di equilibrio) avviene sempre e solo in termini di beni contro beni. Infatti uno Stato estero, innanzitutto, della moneta nazionale di un altro Paese non sapeva che farsene, a meno che non fosse scambiabile nella moneta internazionale, cioè in oro. Ma per poter pagare beni con beni si doveva mantenere la propria competitività. Chi non poteva più pagare con beni, dunque doveva pagare con un bene universale, cioè in oro.


Il deflusso di oro era però un problema, soprattutto poiché riduceva in modo decisivo la possibilità del Paese di fare la guerra. Infatti, per pagare eserciti mercenari e materiali bellici era necessario possedere oro. Di conseguenza si stava attenti a che non ci fossero importanti deflussi aurei e ci si dava pena che i deficit commerciali non diventassero troppo grandi. Paesi in surplus che stoccavano oro per motivi mercantilistici erano di per sé pericolosi.


In ogni caso tutta la teoria classica del libero commercio era costruita in modo tale che non ci fossero surplus e deficit duraturi (vedi link). Solo sulla base di questa premessa ha senso parlare propriamente della dottrina del libero commercio quale norma per la cooperazione tra gli Stati. Se con questo la teoria sia di per sé corretta, è un’altra questione (vedi link) [circa un contributo di Flassbeck sul TTIP, ndt]. Che l’assenza di saldi [positivi o negativi, ndt] sia una delle premesse imprescindibili per estrarre dal cassetto le riflessioni dei classici, dovrebbe essere una cosa assodata per tutti.


Con il passaggio al pensiero macroeconomico degli anni trenta del secolo scorso si incominciò a capire meglio in che modo i paesi in surplus potessero danneggiare, anche senza flussi aurei, i Paesi in deficit. Da allora il risparmio dei settori economici e delle economie nazionali nel loro insieme – cioè la realizzazione di entrate maggiori delle uscite – venne identificato come un problema della politica macroeconomica perché, nel caso di un surplus di risparmio, la domanda aggregata diventa strutturalmente troppo scarsa rispetto all’offerta aggregata. Perciò si capì – così come noi qui [su Makroskop, ndt] sempre mostriamo – che per compensare delle sacche di risparmio sono necessari dei debitori. D’altro canto non esiste nessun automatismo che trasformi il risparmio in investimenti. Le idee dei neo-classici a questo riguardo (l’aumento del risparmio fa scendere i tassi d’interesse, la qual cosa stimola gli investimenti) si sono dimostrate sbagliate (vedi link).


Anche nel mondo attuale i Paesi in surplus creano un problema per i paesi in deficit poiché aggravano sistematicamente il problema di colmare il vuoto di domanda aggregata sorto dal risparmio dei paesi in surplus, cosa che fanno mediante investimenti e indebitandosi. Particolarmente problematici sono i surplus che si verificano quando i paesi in surplus accrescono la propria competitività ad esempio con il dumping salariale e/o con monete sottovalutate. In conseguenza di ciò indeboliscono i paesi in deficit in modo sistematico. D’altro canto essi accettano che i paesi indeboliti a seguito della perdita di competitività si indebitino sempre di più.


Chi sottrae ad altri paesi quote di mercato con salari e prezzi bassi, e con ciò genera dei surplus, produce beni e servizi che altrimenti sarebbero stati prodotti nei paesi in deficit. Ciò non significa altro che questo: il “vincitore nella gara delle nazioni” si procura reddito e posti di lavoro a spese di altri paesi, cioè esporta disoccupazione. Chi poi sostiene che invero si mette a disposizione degli altri paesi del capitale e che dunque non deve scusarsi di questo, dimostra solo di non aver capito nulla di nulla. Non si mettono a disposizione dei capitali, bensì si offrono i crediti con cui il paese in deficit può acquistare quei beni del paese in surplus che non può pagare con merci proprie. I crediti che il paese in surplus concede al paese in deficit sono in realtà lo strumento con cui l’esportazione della disoccupazione viene resa possibile.


Solo la controrivoluzione neo-liberista degli anni settanta del secolo scorso ha aperto la strada ad una visione estremamente ingenua con cui, anche dal punto di vista del commercio internazionale, si ritornò al tradizionale modello di risparmio, a dir poco semplicistico, precedente all’affermarsi del pensiero macroeconomico. Tutta l’esportazione di capitale di un paese (che dal punto di vista della meccanica dei saldi deve appartenere al surplus della bilancia commerciale) fu interpretato come “risparmio“ del Paese; gli fu poi attribuito un ruolo propulsore nel processo dello sviluppo economico.


Così però gli argomenti della macroeconomia non furono nemmeno sfiorati, tanto meno ci si confrontò con essi.  Nell’ economia quale “scienza” una cosa simile è possibile; basta che dietro a una tale “rivoluzione scientifica” ci siano lobby sufficientemente potenti (vedi in modo particolare il nostro confronto con Hans–Werner Sinn).


Le cose stanno ancora peggio se si pensa che gli sviluppi più recenti del risparmio nei paesi industrializzati non vengono nemmeno afferrati. Il dato incontrovertibile che nel frattempo in molti paesi le imprese nel loro insieme sono divenute risparmiatori netti ribalta completamente la visione del mondo dei neo-classici. Il grafico mostra i dati che riguardano gli USA. Lo Stato deve indebitarsi in grande stile di anno in anno, visto che le imprese non pensano a indebitarsi nemmeno a tassi d’interesse nulli e non adempiono al ruolo che la teoria neo-classica attribuisce loro, quello di essere dei debitori.



Saldi finanziari settoriali negli USA.  Ausland = Estero, Unternehmen = Imprese Private, Haushalte = Famiglie, Staat = Stato.


Infatti, se non sono le imprese a tramutare i risparmi delle famiglie in investimenti, chi altro dovrebbe – nel mondo dei neo-classici – assumersi questo compito? Lo Stato, per carità!, non può farlo, poiché il suo indebitarsi viene da loro dichiarato un tabù assoluto. Allora resta solo l’estero quale debitore. Ma questa, logicamente, non è una soluzione per il mondo preso nel suo insieme. Proprio a questo punto la teoria neo-classica fa bancarotta, poiché, chi non riesce a spiegare come – a livello globale – si giunga alla trasformazione del risparmio in investimento, non è in grado di spiegare proprio nulla.


Una posizione intelligentemente neoliberale e neo-classica che non compia errori così marchiani, deve dunque ammettere che, nell’ambito di una circolazione internazionale dei capitali funzionante, se un paese si costruisce una condizione fortemente competitiva, cioè se tenta di aumentare la propria competitività con una svalutazione in termini reali, va a scontrarsi con impedimenti cruciali. Tutte le versioni da manuale della teoria neo-classica danno per scontato che una riduzione relativa del costo del lavoro per unità di prodotto ed il sorgere di un surplus nel conto delle partite correnti porti ad una reazione in senso contrario, tramite i mercati dei capitali, che si concretizza in una rivalutazione della moneta del paese in surplus. Una reazione che, a livello monetario internazionale, neutralizza il vantaggio da prezzo e rende impossibile la formazione di surplus che durino a lungo. Se ciò non accade (ad esempio per via della speculazione internazionale sulle valute) si deve concludere che il modello neo-classico non funziona e che gli Stati devono avere la possibilità di far sì, con altri mezzi, che ci sia un riequilibrio della (propria, ndt) competitività.


Ma persino questa banale intuizione è scomparsa nella follia tedesca del “noi siamo i più capaci”. Che politici cadano in tali deliri proprio non fa meraviglia. Che invece delle persone, le quali possono lavorare con grande libertà in istituzioni pagate dallo Stato, si facciano sistematicamente soggiogare in questa cosa, è un’amara verità. Ora è d’altronde assolutamente chiaro che il più grande errore di molti paesi europei sia stato quello di entrare in un’unione monetaria con un paese la cui opinione pubblica e la cui classe politica tanto agilmente si sbarazzano di quanto è ben noto in materia di collaborazione internazionale.

L'immigrazione da paesi a prevalenza musulmana dovrebbe essere fermata? Solo il 20% degli europei non è d'accordo.

Nonostante tutti i media più diffusi non perdano occasione per decantare i presunti benefici – e in ogni caso l’inevitabilità - dell’immigrazione di massa, il sentimento popolare è ben differente. Come testimonia un recente sondaggio, gli europei sono in larga maggioranza contrari a questo fenomeno. Questo è uno dei motivi per cui, ancora una volta, le possibilità di vittorie politiche dei leader “populisti” euroscettici e contrari all’immigrazione vengono sistematicamente sottovalutate.

 

Di Mike Shedlock, 15 febbraio 2017

 

Lunedì Nigel Farage ha tenuto un discorso al Parlamento Europeo in cui ha detto “Chatham House, una fonte autorevole, ha pubblicato un sondaggio molto esteso tenuto in 10 stati europei, e solo il 20% delle persone ha detto di volere che l’immigrazione dai paesi musulmani continuasse”.

Ecco il sondaggio di Chatham House a cui ha fatto riferimento Farage: Cosa ne pensano gli europei dell’immigrazione musulmana?
Il sondaggio di Chatham House



Nel nostro sondaggio, tenuto prima che venisse annunciato l’ordine esecutivo del Presidente Trump, agli intervistati è stata sottoposta questa affermazione: “Tutte le ulteriori immigrazioni dai paesi a maggioranza musulmana dovrebbero essere fermate”. Quindi è stato loro chiesto fino a che punto erano o non erano d’accordo con l’affermazione.

In media, nelle 10 nazioni europee, il 55% degli intervistati era d’accordo con l’affermazione, il 25% non era né d’accordo né in disaccordo e il 20% era in disaccordo.

La maggioranza assoluta in tutti i paesi, tranne 2 – dal 71% della Polonia, al 65% in Austria, al 53% in Germania, al 51% in Italia, al 47% nel Regno Unito e al 41% in Spagna. In nessun paese la percentuale di chi era in disaccordo andava oltre il 32%.

Per essere più precisi, il 55% era contrario a ulteriore immigrazione, il 20% era di parere opposto, mentre il 25% sembrava avere dubbi sull’affermazione, probabilmente riguardo la parola “tutte”.

Se Chatam avesse scritto l’affermazione in maniera un po’ diversa, è possibile che quasi tutti gli indecisi avrebbero potuto essere d’accordo, e anche che qualcuno di quelli che non erano d’accordo avrebbe potuto cambiare opinione.

È interessante notare che la Polonia è il paese più contrario all’immigrazione. Ancora una volta, se l’affermazione fosse stata scritta un po’ diversamente, sospetto che i polacchi sarebbero stati d’accordo al 90%.

Le differenze socio-demografiche



Gli istruiti e i giovani 

Le persone più istruite e i più giovani si sono distaccati dalla media.

Siamo in uno di qui casi “élite liberiste più ragazzini ingenui contro il resto del mondo”? Se così fosse, non si tratterebbe della stessa cosa avvenuta per la Brexit?

Guardiamo bene anche alla Francia, nel primo grafico. Il 61% dei francesi vuole fermare tutta l’immigrazione, e solo il 16% non è d’accordo.

Mettiamocelo bene in testa.

Come ho già avuto modo di dire, i media mainstream, i sondaggi, e l’élite liberale stanno seriamente sottostimando le chance della candidata euroscettica Marine Le Pen di vincere le prossime elezioni presidenziali francesi.

 

15/02/17

FT Alphaville: Gli USA non dovrebbero incolpare il Messico per il deficit commerciale — la colpa è della Germania

Dal blog Alphaville del Financial Times un’esauriente analisi –  che aiuta anche a capire come funziona la bilancia dei pagamenti – individua il vero problema dell’America non tanto nei deficit commerciali bilaterali con paesi come il Messico, ma nello squilibrio complessivo tra risparmiatori globali e consumatori globali. In questo divario, il Messico ad esempio sta dalla parte di chi consuma più di quanto produce, mentre i veri “spilorci” sono i paesi vincenti dell’eurozona, che non solo soffocano i loro consumi interni per crescere sulla domanda altrui, ma che impongono regole di austerità anche su tutti gli altri partner del blocco della moneta unica. C'è solo da sperare - aggiungiamo noi - che l'America non cerchi di spingere l'Europa a spendere puntando sulle spese per la Difesa, l'unica forma di Keynesismo  politicamente accettabile per l'élite dominante. 

 

di Matthew C. Klein, 1 febbraio 2017

Traduzione di Margherita Russo

A partire dalla metà degli anni ’90 l’industria americana ha perso quote di mercato e posti di lavoro rispetto ai suoi concorrenti stranieri. Ciò ha causato ripercussioni politiche le cui conseguenze iniziano appena ad essere avvertite.

Una delle conseguenze che si va delineando con sempre più chiarezza è che le regole del sistema commerciale globale dovranno necessariamente cambiare.

Come per altre questioni politiche nell’America di oggi, è pressoché impossibile anticipare la direzione che questi cambiamenti prenderanno, tuttavia il commercio è chiaramente uno dei settori in cui l’esecutivo ha un margine d’azione più ampio per cambiare le politiche senza il consenso del Congresso rispetto a, per esempio, la politica fiscale, la normativa finanziaria, la sanità, o le infrastrutture. (Alexandra Scaggs fornisce qui più dettagli.) La nuova amministrazione è stata piuttosto esplicita su come la pensa in tema di commercio:

Il disavanzo complessivo della bilancia commerciale si può ridurre concentrandosi sui deficit commerciali bilaterali con i singoli paesi.

I deficit commerciali bilaterali sono causati da “accordi sbagliati” che necessitano di revisione caso per caso.

Pertanto, la strada per rilanciare il mercato del lavoro americano è di rinegoziare “accordi più favorevoli” con la Cinail Giapponela Germania, ed il Messico, poiché i deficit bilaterali con questi quattro paesi ammontano sistematicamente a circa tre quarti del deficit commerciale americano per quanto riguarda le merci  ed all’intero deficit commerciale di beni e servizi nel 2015, l’ultimo anno di cui sono disponibili dati completi.

Benché ci siano parecchi motivi per pensare che nel loro complesso le regole attuali non vadano nell’interesse dell’americano medio e che possano essere migliorate, questo ragionamento lascia comunque molto a desiderare.

Per tracciare un quadro completo della situazione al posto della miope ossessione sugli equilibri commerciali bilaterali, è necessario comprendere le tendenze globali del risparmio e del consumo. Ciò porterebbe a capire che il Messico non è affatto decisivo, che la Cina è meno preoccupante di quanto si pensi, e che il problema principale sono l’eurozona, la Svizzera, la Corea, Taiwan e Singapore. In particolare, è possibile ipotizzare soluzioni che soddisfino i negoziatori americani ed allo stesso tempo migliorino le condizioni di vita nei paesi destinatari. I vantaggi per gli americani non devono necessariamente venire a scapito dei lavoratori stranieri.

Per capire il perché, può essere utile fare un passo indietro e studiare le basi.

Le esportazioni sono importanti perché creano lavoro e perché con i proventi delle vendite si possono pagare le importazioni. Le importazioni, d’altra parte, sono anche importanti, perché non tutti i beni e servizi domandati possono essere prodotti internamente, e perché la concorrenza con i prodotti esteri favorisce la produttività dell’industria nazionale, il che va a beneficio di tutti i consumatori.

Un paese ha un deficit commerciale quando i suoi residenti acquistano più beni e servizi di quanti ne vendano al resto del mondo. Viceversa, un paese ha un surplus commerciale quando i suoi residenti producono più beni e servizi di quanti ne consumino. In altre parole, un deficit commerciale significa che i consumatori consumano più beni reali di quanti ne producano, mentre un surplus commerciale è il segnale che i consumatori lavorano per produrre beni che poi non utilizzano direttamente.

Si può pertanto essere indotti a pensare che grandi deficit commerciali siano indice de fatto che il paese stia “vincendo” rispetto al resto del mondo. Dopo tutto, i “perdenti” con i loro surplus “cedono” beni e servizi in cambio di semplici promesse scritte, che qualsiasi bravo negoziatore potrebbe in futuro rinegoziare. Ad ogni modo.

Lo scambio di beni e servizi è solo una parte — in genere, ma non necessariamente, preponderante — della bilancia delle partite correnti, che misura tutti i flussi di reddito a livello transnazionale. Un’altra componente della bilancia delle partite correnti sono gli interessi e i dividendi sui titoli di stato all’estero, i salari pagati ai lavoratori pendolari transfrontalieri, gli aiuti esteri, le rimesse degli emigrati, e le sanzioni internazionali.

Quando la bilancia delle partite correnti è in deficit, significa che i cittadini del paese, a livello aggregato, stanno spendendo più di quanto guadagnano. Un surplus nella bilancia delle partite correnti significa che i residenti del paese spendono meno di quanto guadagnano.

Il rovescio della medaglia della bilancia delle partite correnti si chiama conto finanziario. Per spendere più di quanto si guadagna si può coprire la differenza o con la vendita di asset, o con un prestito a fronte di un credito sul reddito futuro. Analogamente, quando le entrate superano le uscite bisogna in qualche modo impiegare il surplus di bilancio, o versando il denaro in un conto in banca (prestiti), o acquistando azioni e titoli (investimenti di portafoglio), o con l’acquisizione di beni immobili o imprese (investimenti diretti).

In effetti, i movimenti nel conto finanziario sono più significativi di diversi ordini di grandezza rispetto a quelli nella bilancia delle partite correnti, oltre ad essere molto più esposti a variazioni improvvise. Di conseguenza, almeno per quanto riguarda l’America, il conto finanziario sopravanza il conto delle partite correnti, e per estensione anche la bilancia commerciale, e conta molto più di tutto ciò che normalmente ricade nell’ambito della “politica commerciale”.

Per questo motivo, concentrare tutta l’attenzione sugli equilibri commerciali non ha senso.

Immaginiamo che i risparmiatori olandesi comprino più titoli americani di quanto gli americani spendano per accumulare titoli olandesi, il che in ultima analisi stimola il potere d’acquisto relativo dei consumatori americani, che possono a loro volta utilizzare il denaro extra per fare il pieno di prodotti messicani. La “colpa” di questa situazione sarebbe dell’Olanda o del Messico?

Per rispondere a questa domanda bisogna guardare all’equilibrio complessivo fra risparmio e spesa in ciascun paese.

Supponiamo che consumatori e imprenditori americani acquistino più prodotti messicani a scapito dei beni e servizi locali perché quelli messicani sono più economici. Consumatori e imprese messicani si ritroverebbero con un maggior potere d’acquisto per acquistare beni e servizi da paesi esteri. I cittadini di questi paesi si ritroverebbero con più denaro, magari da spendere in prodotti americani. Che la domanda provenga dall’India o dall’Italia non fa alcuna differenza.

L’effetto netto sull’America dipende da quanto il resto del mondo nel suo complesso sia propenso a consumare beni e servizi di provenienza americana. Le variazioni in uno specifico equilibrio commerciale bilaterale possono riversarsi su altri paesi senza alcun beneficio per chi ha chiesto il cambiamento.

Ma perché preoccuparsi tanto di deficit e surplus? Dopo tutto, non c’è nulla di male nello spendere più di quanto si guadagni. In certi casi può essere ragionevole investire in beni che aumentino il reddito futuro, o limitino le spese future. L’equilibrio delle partite correnti — in sé — non implica affatto che una determinata società sia “competitiva” o “oziosa” o “viva al di sopra delle proprie possibilità” o “virtuosa”. Né ci dice se alcuni paesi sono sfruttati da altri.

Ciò che conta è se il rendimento sugli investimenti supera la spesa per sovvenzionarli, e se la forma dell’investimento è abbastanza flessibile da poter evitare le inevitabili variazioni dei profitti.

Il problema è nato alla metà degli anni ’90, con un aumento vertiginoso dei flussi di capitali tra una nazione e l’altra. La curva mostra la somma dei valori assoluti di tutte le partite correnti nel mondo in relazione all’output globale. Questo indicatore è cresciuto da circa il 2 percento del PIL mondiale nel 1995 fino al picco del 5.5 percento nel 2006.



Se ignorassimo ciò che accadeva in quel periodo, e ci basassimo solo sui dati disponibili del 1995, potrebbe sembrare che la curva indichi un significativo incremento dei flussi di capitale dai paesi ricchi, fra cui gli Stati Uniti, verso i più poveri, man mano che questi investivano e “convergevano” verso standard di vita più alti. Ad esempio, ci si aspetterebbe che la Cina sia stata uno dei principali beneficiari netti di investimenti esteri da America, Europa occidentale e Giappone.

In quel caso le cose avrebbero  potuto funzionare, ma non è così che è andata. Il capitale si è spostato nella direzione sbagliata*:



Invece di finanziare investimenti produttivi nei paesi in prevalenza più poveri, i risparmi esteri hanno gonfiato le bolle immobiliari ed alimentato i consumi correnti in America (e UK), sostenendo monete sopravvalutate a detrimento della base produttiva interna. Come se ciò non bastasse, questo spreco di risorse è stato finanziato principalmente da un debito privato insostenibile. Il debito si è sostituito alla crescita dei redditi. (Ovviamente, le cose stanno ancora peggio se si guarda alla composizione dei flussi lordi invece che ai dati netti.)

Il problema nel suo complesso è che c’è troppo denaro ma non ci sono abbastanza opportunità di investimento proficue. Malgrado il recente rialzo, i tassi di interesse reali sono crollati perché le persone, e specialmente le imprese non finanziarie, sono più inclini a risparmiare che a spendere. I pochi paesi disposti a (abbastanza stupidi da) indebitarsi per investire in progetti inutili hanno sovvenzionato il resto del mondo sacrificando l’occupazione nei settori produttivi.

Gli “sperperi” americani (e britannici) sono semplicemente il risultato della reticenza del resto del mondo a consumare di più. Il tasso di risparmio estero dipende dal saggio negativo dei paesi anglosassoni, e in particolare dalla propensione di questi paesi a vendere titoli sui rendimenti futuri ad investitori stranieri.

In quest’ottica, chiunque si dica determinato a porre l’“America prima di tutto” dovrebbe concentrarsi esclusivamente sui paesi con i maggiori surplus di bilancio delle partite correnti, dato che sono questi ad incidere di più sulla bilancia commerciale americana ed a rendere più difficile alle famiglie americane poter risparmiare. Inoltre, questi negoziatori dovrebbero spingere tali paesi a cambiare le loro politiche nella direzione di aumentare il potere d’acquisto dei loro consumatori, perché ciò darebbe un aiuto sostenibile ed efficace agli esportatori americani e ridurrebbe il peso del debito.

Allo stato attuale delle cose, questi paesi sono, nell’ordine: Germania, Cina, Giappone, Corea, Taiwan, Olanda, Svizzera, e Singapore. Questi otto paesi hanno un surplus complessivo pari all’1.5 percento della produzione globale. Ad eccezione della Corea, tutti ed otto sono anche stati fonti principali di risparmio netto per il resto del mondo a partire dagli anni ‘2000. Per converso, America, UK, Australia, e Canada hanno un deficit complessivo pari all’1.0 percento della produzione globale.

Va anche evidenziato che in questo divario il Messico è stato costantemente dalla stessa parte degli Stati Uniti. Sulla base delle analisi del FMI, fin dal 1995 a livello aggregato il Messico ha speso costantemente più di quanto ha prodotto. Nel 2016 il Messico aveva, in termini assoluti, l’ottavo più grande deficit di partite correnti al mondo. Anzi, il deficit del Messico come percentuale del PIL mondiale si avvicina al suo massimo storico.



Chiunque abbia davvero a cuore i problemi che affliggono la bilancia commerciale dell’America dovrebbe dunque cercare un’alleanza con il Messico, in un impegno comune contro gli spilorci impegnati a soffocare i loro consumi facendo affidamento sulla disponibilità degli altri a finanziare il loro stile di vita.

Volendo stabilire una priorità, l’America dovrebbe concentrare i suoi sforzi sull’eurozona.

I responsabili politici coreani e giapponesi sono pienamente consapevoli della scarsa propensione ad investire dei loro operatori economici, e negli ultimi anni hanno tentato, con scarso successo, di cambiare questo stato di cose con una serie di iniziative politiche. Non è quindi chiaro come le pressioni americane potrebbero riuscire [laddove loro hanno fallito], anche se incoraggiare la spesa pubblica, specialmente per equipaggiamenti militari, potrebbe aiutare. Su un altro fronte, l’isolamento di Taiwan dal sistema internazionale fornisce una legittima giustificazione per tutelarsi contro il rischio di un’improvvisa fuga di finanziamenti esteri. (E comunque non basta a giustificare la continua crescita del suo surplus in relazione alla produzione mondiale.)

Per contrasto, la nefasta influenza dell’eurozona sul resto del mondo è la conseguenza di deliberate scelte politiche, che affliggono prima di tutto i loro cittadini. Se si include la Danimarca, la cui valuta è agganciata all’euro, l’intero blocco ha un surplus di partite correnti complessivo pari allo 0.7 percento della produzione globale. Si tratta di un fenomeno abbastanza recente, trainato da Germania, Olanda ed altri paesi con analogo orientamento.

Tra il 2001 ed il 2008, la Germania e i paesi del nord Europa ad essa affini hanno incrementato il loro surplus complessivo di circa 0.6 punti percentuali del PIL mondiale. Ciò è controbilanciato dal resto dell’eurozona, che ha visto il suo equilibrio di bilancio deteriorarsi di 0.7 punti percentuali del PIL.

La causa immediata della crisi dell’euro è stata il netto calo della disponibilità degli europei del nord a sostenere questi squilibri. L’imperativo tedesco verso la “disciplina” ha indotto i paesi che dipendevano da finanziamenti esterni a distruggere la domanda interna in cambio di prestiti di salvataggio. Ma mentre il surplus tedesco del periodo pre-crisi era sempre stato assorbito da Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e, soprattutto, Spagna, gli aggiustamenti successivi non sono affatto stati sovvenzionati da spese più elevate nell’austero nord.

Al contrario, il tentativo di trasformare l’eurozona in una Grande Germania ha semplicemente scaricato i continui surplus dell’Europa germanofona, dell’Olanda e della Scandinavia sul resto del mondo. Tra il 2008 ed il 2016 l’equilibrio di bilancio complessivo è variato di 0.8 punti percentuali del PIL mondiale. Questo si spiega quasi integralmente con il crollo dei consumi e degli investimenti in Grecia, Irlanda, Italia, e Spagna, che è stato principalmente la conseguenza di scelte politiche portate avanti dalla BCE, dall’Eurogruppo, e dall’FMI, con orientamenti precisi da parte di Germania ed Olanda.

Si può obiettare che parte della spesa in quei paesi nel 2008 fosse improduttiva e che il crac successivo fosse almeno in parte prevedibile, per quanto i dati sull’inflazione dei prezzi al consumo facciano pensare il contrario.

Ma anche se così fosse, l’avarizia di consumatori, imprese e governi del nord Europa non sarebbe comunque giustificata. Ad esempio, le famiglie olandesi hanno oggi un tenore di vita più basso rispetto a dieci anni fa a causa dello sgonfiarsi della bolla immobiliare in concomitanza all’austerità fiscale. I tedeschi stanno un po’ meglio, ma non molto. Come per i loro vicini, il loro governo è irragionevolmente votato a rispettare il pareggio di bilancio, mentre le imprese rifiutano di alzare i salari.

Gli americani hanno a lungo tentato di persuadere i nord europei a consumare di più, nella non irragionevole speranza che i responsabili politici teutonici desiderino agire nell’interesse dei propri cittadini. (E se poi parte di quel denaro finisce in tasca ai lavoratori americani, la cosa non guasta.) Finora hanno sempre fallito, ma le ultime coorti potrebbero avere più successo. Il quel caso, il vantaggio sarebbe non solo degli americani ma di tutto il mondo.

 

 

14/02/17

Sapir: DECODEX e il Ministero della Verità

 Jacques Sapir su Russeurope denuncia lo stile orwelliano del "Decodex", un particolare motore di ricerca recentemente lanciato dal sito del quotidiano francese Le Monde, che pretende di indicare ai lettori quali siti di informazione sono affidabili e quali no, con un sistema a quattro colori: rosso, arancione, blu, verde. Con il risultato prevedibile che verdi, cioè "affidabili", sono solo i siti in sintonia con la posizione ideologica del giornale. Mentre impazza in Europa e negli Usa la nuova caccia alle streghe contro le presunte fake-news - paradossale, in un contesto in cui la menzogna domina nei media ufficiali più importanti - avvenimenti come il lancio di questo Decodex ne rivelano con chiarezza sempre maggiore lo scopo reale.

 

di Jacques Sapir, 9 febbraio 2017

Il sito web del quotidiano Le Monde ha lanciato nei giorni scorsi, uno "strumento" chiamato "Decodex", che dovrebbe consentire agli utenti dei diversi siti di discernere la verità dalla menzogna.

Nessuno qui contesta la necessità di verificare le fonti. Si potrebbe supporre che questo strumento sia un onesto tentativo di aiutare il lettore. Ma in realtà quello che risulta è che si tratta di uno strumento ideologico, che serve sia all'autopromozione del quotidiano (il che si può anche capire, senza per questo approvarlo), sia, ed è su questo punto che l'intera operazione è molto più discutibile, come uno strumento di vaglio ideologico. Sostenendo di combattere contro quelle che sono chiamate le "fake news", cioè la moltiplicazione di notizie false, i giornalisti di Le Monde non hanno trovato di meglio da fare che reinventare l'Indice dei libri proibiti del Vaticano. A quando l' imprimatur?

Il Decodex si presenta come un motore di ricerca utilizzabile da chiunque. Il sistema classifica i siti da verdi (garanzia di informazione "buona") a rossi (sito ritenuto pericoloso), passando per l'arancione (sito poco serio) e il blu (sito di satira). Sennonché, per far funzionare un sistema come Decodex, è necessario preliminarmente fare un elenco dei siti di informazione ritenuti o meno raccomandabili e una lista dei criteri da usare per valutare e giudicare la credibilità di questo o quel sito. E qui entriamo in un territorio in cui gioca alla grande la soggettività ideologica dei giornalisti di Le Monde. Attribuendo i colori - che sia verde, arancione o rosso - Le Monde si arroga il diritto di ergersi a giudice, mentre lui stesso non è che - e nessuno glielo rimprovera - un giornale d'opinione, giornale che difende le sue idee, ma idee che rappresentano solo la sua soggettività. Quello che infastidisce, quello che sorprende di questa invenzione di Le Monde è che il giornale si è così attribuito il ruolo di censore del Web, delle informazioni online. Si appropria così di un potere che potrebbe, al limite, appartenere a una commissione indipendente, o al CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel, Consiglio superiore dell'audiovisivo, ndt), ma certamente non a un giornale che è una parte in gioco nel campo dell'informazione e non può quindi pretendere di avere l'imparzialità necessaria per una simile funzione.

La dimensione ideologica dell'operazione si rivela quando si esamina un po' questo Decodex. Si constata allora che le fonti dell'establishment dei media (i giornali con cui Le Monde ha collaborazioni, apertamente o implicitamente) sono sempre verdi. Gli altri sono di colore arancione e rosso, in particolare le fonti cosiddette alternative. È qui che si rivela la dimensione "monopolista"  dell'operazione. In un mondo dove il giornalismo tradizionale è messo in discussione, perché chiunque può, a suo piacimento, creare un sito d'informazione, l'operazione Decodex si rivela come lo sforzo un po' puerile ed evidentemente disperato di alcuni giornalisti per assicurarsi il monopolio dell'informazione. Sarebbe stato più utile, e più vantaggioso per tutti, che questi cosiddetti giornalisti si interrogassero sulle ragioni della loro perdita di lettori. Ma su questo tipo di autocritica, è meglio non illudersi: chiaramente, non ne sono capaci.

Vediamo un esempio eloquente. Il mio blog ha ottenuto, come il blog di Olivier Berruyer, la classifica di arancione. Olivier però ha risposto in modo pungente ai guardiani di Decodex. La classificazione è stata motivata con un esempio di "notizie false" che Le Monde presenta in questo modo: " ... a volte riferisce informazioni false, negando la presenza di truppe russe in Ucraina nel 2014, benché fosse stata accertata." Se questi "giornalisti" avessero fatto il loro lavoro, avrebbero potuto constatare che non avevo affatto negato la presenza di soldati russi a Donetsk e Lugansk, ma che, citando in particolare un generale americano di stanza presso la NATO, avevo segnalato che la presenza di militari russi non era in grado di spiegare le vittorie riportate dalle forze della DNR e LNR nel settembre 2014. Ma è chiaro che qui la verità importa poco ai giornalisti di Le Monde. Chi vuole annegare il suo cane lo accusa di avere la rabbia.

Sarebbe facile anche ribattere che lo stesso Le Monde ha pubblicato notizie false o non confermate, come ha dimostrato Vincent Glad in un articolo sul sito di  Libération [1]. Lo stesso Le Monde ha ripreso recentemente la notizia falsa di un'azione di hackeraggio dei russi contro una centrale elettrica negli Stati Uniti. Allora perché non attribuire allo stesso Le Monde l'arancione nella classifica di Decodex ?

Aude Lancelin si è scagliata contro questa operazione di Le Monde, e si può pensare che probabilmente finirà con lo screditare in misura anche maggiore la stampa tradizionale. In realtà, una rapida scorsa dei diversi siti coinvolti mostra che i potenziali utenti del Decodex lo utilizzano in modo opposto rispetto a quello che volevano i giornalisti di Le Monde. I contatti di questi blog sembrano essere aumentati e tutto sembra mostrare che il lettore consideri "sospetta" una classificazione verde che dovrebbe segnalare la "buona" informazione, e ricerchi proprio i siti segnalati da Decodex come "sospetti". Se questo è confermato, avremmo il risultato paradossale di un'operazione organizzata di diffamazione, per usare il linguaggio del Ministero della giustizia, che si ritorce contro i suoi stessi autori...

Al di là di questo, Decodex pone un problema fondamentale. Nessuno può certificare la "verità". Alcuni fatti possono essere ragionevolmente stabiliti, ma sempre sapendo che resta comunque un margine di incertezza.

L'interpretazione di questi fatti, però, si differenzia a seconda delle opinioni, della soggettività di ciascuno, delle diverse ricerche che possono essere fatte. Qui rimando il lettore ai miei molti post sul tema della disoccupazione in Francia, e sull'abuso da parte dei giornalisti della famosa "categoria A" della DARES (una categoria di disoccupati utilizzata dall'istituto francese di statistica - DARES, Direction de l'animation de la recherche des études et des statistiques ndt). Nessuno può decidere di avere il monopolio della verità e dell' informazione; non si può certificare una "verità", né metterla sotto diritto d'autore. È per questo che l'intera operazione Decodex si rivela in realtà abbastanza nauseante, per quello che descrive dell'immaginario dei suoi autori. Non ci si deve, dunque, meravigliare del costante calo di lettori di questa stampa che continua a screditarsi in modo così costante e regolare. Questa stampa che ormai è arrivata a mescolare il ridicolo alla vergogna.

A nessuno può sfuggire il sapore "orwelliano" del Decodex. C'è un "Ministero della Verità" all'opera in quello che hanno fatto i giornalisti di Le Monde.

 

[1] Glad, V. " Qui décodexera le Décodex? De la difficulté de labelliser l'information de qualité" ("Chi decodexerà il Decodex? Sulla difficoltà di certificare l'informazione di qualità"), post del 3 febbraio 2017.

Bloomberg - UE Rivede Stime sull'Impatto della Brexit: Sarà Più Lieve del Previsto

Questo breve articolo di Bloomberg non richiede molti commenti. Siamo abituati a vedere le stime ufficiali di crescita sempre ritoccate verso il basso. Stavolta invece la Commissione europea è costretta a rivedere le stime al rialzo: si tratta delle sue stesse stime sulla crescita del Regno Unito "post-Brexit" per il 2017.

 

di Brian Swint, 13 febbraio 2017

La Commissione europea è l'ultima tra gli analisti a prevedere che quest'anno l'impatto della Brexit sarà più lieve di quanto precedentemente anticipato.

Il braccio esecutivo della UE ha rivisto al rialzo le stime sulla crescita economica del Regno Unito, prevedendo una crescita dell'1,5 percento nel 2017, rispetto all'1 percento previsto lo scorso novembre. Ha lasciato invece inalterata la stima dell'1,2 percento per il 2018.



Anche la Banca d'Inghilterra questo mese ha rivisto al rialzo le sue previsioni, e continuerà a mantenere il tasso d'interesse al minimo storico. Sia la Banca d'Inghilterra che la Commissione europea prevedono che l'espansione economica rallenterà nel corso del 2017 a causa dell'indebolimento della spesa per i consumi e di un'accelerazione dell'inflazione. La Commissione ritiene che l'indice dei prezzi al consumo in Gran Bretagna crescerà del 2,5 percento nell'anno in corso, rispetto allo 0,7 percento del 2016.

"L'impatto sulla crescita del voto al referendum del 23 giugno 2016 per l'uscita dall'Unione europea deve ancora essere percepito" ha scritto la Commissione europea nel suo report pubblicato lunedì a Bruxelles. "La recente fase di crescita è destinata a perdurare in larga parte per tutto il primo trimestre" ma "dopo rallenterà significativamente".

 

13/02/17

Handelsblatt: Surplus d'Invidia

L'Handelsblatt, prestigioso quotidiano economico tedesco, ospita un lungo articolo sul dibattito che si è aperto in Germania a proposito del surplus commerciale tedesco, a seguito dell'insediamento di Trump. Ne emergono i diversi punti di vista all'interno dell'establishment tedesco: la visione dominante è quella secondo la quale il surplus è figlio della superiorità qualitativa dei beni tedeschi e della competitività dell'economia, con annesso il tentativo di Schäuble di  scaricare le responsabilità sulla BCE. D'altra parte, cresce anche la preoccupazione e la consapevolezza che il vantato surplus stia diventando il tallone d'Achille tedesco, a causa sia della mancanza di investimenti in patria che della declinante solvibilità dei paesi importatori.

 

della redazione di Handelsblatt, 10 febbraio 2017

Il surplus commerciale della Germania non piace a Donald Trump, che ha minacciato tariffe punitive e protezionismo. Ma il presidente degli Stati Uniti non è il solo a pensarla così - nella stessa Germania un coro crescente di esperti afferma che è giunto il momento di affrontare il tema del surplus di 253 miliardi di euro.

Wolfgang Schäuble è più che il Ministro delle Finanze tedesco. E' un anziano uomo di stato e senza dubbio uno dei politici più potenti della maggiore economia europea. Inoltre non si è mai ritirato da una lotta - anche se quella lotta è con il Presidente degli Stati Uniti.

Dopo che Peter Navarro, il Consigliere al commercio di Donald Trump, ha accusato la Germania di continuare "a sfruttare gli altri paesi della UE nonché gli USA"  grazie all'euro debole, Schäuble non ha potuto trattenersi dal replicare. Sembra, ha dichiarato, che qualcuno debba spiegare ai consiglieri di Trump che la Germania in realtà non è responsabile della politica monetaria nella zona euro.

Il Ministero delle Finanze tedesco ha anche fatto seguire alle sue dichiarazioni una difesa scritta delle politiche commerciali del paese, in cui si afferma che sono la conseguenza di un ambiente imprenditoriale sano, favorito da valide politiche fiscali e da un mercato del lavoro flessibile e qualificato.

"Sarebbe bizzarro accusare un paese che ha affrontato queste sfide e trae vantaggio dalla forte competitività delle sue imprese", si legge nel documento.

Il messaggio è stato chiaro: la Germania non deve dare spiegazioni a nessuno per il proprio enorme surplus commerciale.

Schäuble non è rimasto solo nella sua difesa del fatto che la Germania esporti molto più di quanto importi. Ingo Kramer, il presidente della Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, ha detto che una delle maggiori ragioni del notevole surplus commerciale tedesco è l'alta qualità dei prodotti fabbricati in Germania.

"Questo fatto di tanto in tanto va anche ricordato", ha detto Kramer.

Eric Schweitzer, il presidente dell'Associazione delle Camere di Commercio e dell'Industria tedesche (l'equivalente dell'italiana Confindustria, ndt), è d'accordo: "Il surplus delle esportazione tedesche è un segno della competitività dell'economia del paese".

In sostanza le risposte da parte tedesca giungono alla seguente conclusione: non possiamo farci niente se i nostri prodotti sono migliori di quelli di tutti gli altri e se tutti li vogliono.

Ma è proprio questo atteggiamento che ha portato il governo tedesco e le sue associazioni economiche di categoria a ignorare le crescenti critiche allo squilibrio commerciale, o avanzo delle partite correnti, sempre in aumento.

Naturalmente, gli squilibri commerciali non sono sempre una brutta cosa. Nel caso della Germania, il Fondo monetario internazionale(FMI) ha calcolato che un surplus tra il 2,5% e il 5,5% del suo prodotto interno lordo complessivo sarebbe accettabile.

L'Unione europea ha imposto un limite massimo del 6%, anche se la Germania lo ha frantumato già molto tempo fa. Nel 2016, la dimensione dello squilibrio commerciale della Germania è stata pari al 9% del suo Pil, con le esportazioni tedesche che hanno raggiunto un altro picco.  Destatis, l'agenzia di statistica del paese, giovedì ha annunciato che le aziende tedesche hanno venduto all'estero beni per un valore di 1.200 miliardi di euro, il che significa che la bilancia commerciale del paese vanta un surplus record, prossimo ai 253 miliardi di euro.

Chiaramente le ragioni di questo tipo di surplus - e di squilibrio - hanno a che fare con qualcos'altro che non la semplice superiorità delle merci prodotte in Germania. Normalmente, se un paese esporta molto più di quanto non importi, la sua moneta schizzerebbe alle stelle, rendendo più difficile vendere la sua merce all'estero. La domanda in calo, a sua volta, porterebbe il rapporto import-export più vicino all'equilibrio.

Ma dato che la Germania è parte della zona euro, non c'è alcun meccanismo di auto-correzione degli squilibri. Prima di tutto, non c'è nessun tasso di cambio che può fluttuare quando la Germania commercia con gli altri paesi all'interno della zona euro, che assorbono circa il 40% delle sue esportazioni. Tutti usano la stessa moneta. Inoltre, il tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro non può riflettere correttamente la forza dell'economia tedesca, perché riflette anche la mancanza di competitività di molti altri paesi della zona euro.

[caption id="attachment_10095" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Il commercio estero della Germania, in milardi - in rosso le esportazioni e in nero le importazioni[/caption]

Il surplus commerciale della Germania viene poi utilizzato per fornire sostegno finanziario alle altre nazioni della zona euro, e permettere ai loro cittadini di continuare a comprare le merci tedesche. Ancora una volta, non c'è alcun meccanismo di equilibrio e questo danneggia tutti coloro che prendono parte al ciclo - a parte il settore delle esportazioni tedesco. Fino ad ora, le critiche verso la Germania e verso questo  questo ciclo sono state deboli. Fino ad ora - perché gli attacchi dalla nuova amministrazione USA hanno cambiato le cose.

Per comprendere il motivo per cui il surplus commerciale della Germania infastidisce così tanto gli Stati Uniti e perché la Germania, insieme a Cina e Messico, ha suscitato le ire della Casa Bianca di Trump, basta guardare allo squilibrio della bilancia commerciale degli Stati Uniti. La più grande economia del mondo importa merci dalla Germania per un valore di quasi 100 miliardi di euro. In termini assoluti, gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più grande deficit commerciale al mondo: un'enorme cifra di 430 miliardi di euro. La Germania contribuisce al deficit per 45 miliardi di euro.

E se Trump ha dimostrato qualcosa nelle sue prime, turbolenti settimane dall'entrata in carica, è che è più che felice di agire in linea con le sue promesse elettorali. Come portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer ha detto recentemente che l'amministrazione Trump vuole aumentare le tasse sulle importazioni da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un deficit di commercio estero.

Si è parlato di una tariffa del 20 per cento sulle importazioni da grandi paesi esportatori come la Cina e la Germania. La nuova tassa sarebbe mirata a rendere più costose le importazioni da questi paesi, mentre allo stesso tempo le esportazioni dagli Stati Uniti sarebbero facilitate grazie ad incentivi fiscali per le imprese esportatrici.

Se gli Stati Uniti tengono fede alle loro promesse, e se la Germania resta ferma sulle proprie idee, allora potrebbe scoppiare una guerra commerciale tra le due sponde dell'Atlantico, con nuove barriere all'importazione da un lato e possibili misure di ritorsione dall'altro.

In questo momento, il governo tedesco non ha un parere unanime su come affrontare la politica di "America First" (Prima l'America, ndt) di Trump.

Brigitte Zypries, nuovo Ministro tedesco per l'economia e l'energia, ha suggerito che si potrebbero convincere i governatori dei singoli stati USA ad opporsi al protezionismo di Trump.

"Andremo negli Stati Uniti e stabiliremo contatti con i governi statali", ha detto la Zypries. "Il governatore della Carolina del Sud, per esempio, non ha alcun interesse nel veder tagliati nel suo stato i posti di lavori della BMW".

Negli ultimi anni, BMW, Daimler e Volkswagen hanno tutte aperto grandi fabbriche negli Stati Uniti, creando posti di lavoro per più di 30.000 persone, contrastando il declino dell'industria automobilistica americana. Se a questi si aggiungono i posti di lavoro indirettamente collegati agli impianti di produzione tedeschi, come quelli dei fornitori di componenti, allora  quei 30.000 posti di lavoro si avvicinano rapidamente a 250.000 famiglie i cui redditi dipendono direttamente o indirettamente dagli impianti di produzione tedeschi.

Ancora, secondo Automotive News, una pubblicazione del settore, mentre la VW produce più di 70.000 veicoli ogni anno negli Stati Uniti, vende nel paese più di mezzo milione di vetture. Per compensare la differenza, importa una grande quantità di veicoli dal Messico, dove si producono fino a 390.000 unità di automobili all'anno. VW spedisce automobili anche dalla Germania.

[caption id="attachment_10100" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi di destinazione delle esportazioni tedesche, volume in miliardi di euro - confronto tra 2000 e 2016[/caption]

È per questo che VW è passata all'attacco alla grande. La casa automobilistica ha commissionato uno studio all'agenzia di consulenza direzionale EY per analizzare il beneficio economico che la sua presenza porta all'economia degli Stati Uniti. Il risultato: VW contribuisce per 25 miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti attraverso la produzione, i fornitori e i distributori e provvede alla creazione di circa 120.000 posti di lavoro.

C'è anche il fatto che alcune delle case automobilistiche tedesche esportano in altri paesi una parte di ciò che producono negli Stati Uniti. Prendiamo la BMW, per esempio: l'anno scorso, la società con sede a Monaco ha assemblato 400.000 veicoli negli Stati Uniti, ma ne ha venduti solo 366.000 negli USA. Il suo stabilimento di Spartanburg, dove sono realizzati quasi tutte i modelli della serie X, attualmente è il più grande impianto di produzione della società in tutto il mondo, Germania inclusa.

Se Trump dovesse imporre una tassa punitiva su tutte le auto importate dal Messico, l'economia americana ne soffrirebbe di conseguenza. Perché attraverso il confine non arrivano soltanto veicoli finiti. I produttori americani di auto guadagnano dalla mancanza di barriere commerciali quando importano pompe di iniezione, alternatori e sistemi idraulici dal vicino al sud degli Stati Uniti. Lo stesso vale per le più piccole imprese di componentistica per le auto tedesche.

Le ultime statistiche - esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti fino a novembre 2015 - mostrano che i produttori di auto e i fornitori di componenti auto rappresentano la quota maggiore del venduto negli Stati Uniti, per un valore di 37 miliardi di euro l'anno. Al secondo posto, con 17 miliardi di euro, ci sono i costruttori di macchine industriali con le loro trasmissioni, ventilatori, pompe, compressori e viti - che spesso anche loro vendono all'industria automobilistica.

"Spesso forniscono componenti indispensabili, come il rivestimento interno di una vettura che viene prodotta negli Stati Uniti", ha dichiarato Peter Fuss, un socio di EY. "Chiunque produca viti e le esporti verso gli Stati Uniti è improbabile che costruisca un impianto in America. Il costo sarebbe superiore alla resa."

Naturalmente in Germania c'è preoccupazione per il protezionismo degli Stati Uniti. Ma c'è anche realismo.

[caption id="attachment_10102" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi col più grande deficit commerciale verso la Germania[/caption]

Un buon esempio dell'atteggiamento di un imprenditore tedesco è quello di Martin Herrenknecht, che si potrebbe dire personifichi un aspetto del boom delle esportazioni tedesche. La sua azienda omonima nel sud della Germania, Herrenknecht, è leader mondiale nella tecnologia di tunneling con un fatturato annuo pari a 1,3 miliardi di euro. Produce teste perforatrici per le enormi macchine utilizzate per scavare giganteschi tunnel attraverso le Alpi svizzere, sotto il Bosforo e anche sotto le città.

Ma Herrenknecht non è solo un brillante esempio di ingegneria tedesca. E' anche responsabile di una parte dello squilibrio commerciale del paese, poiché esporta il 95% delle macchine che produce.

Queste macchine uniche sono assemblate presso la sede della società a Schwanau, in Germania, e l'assemblaggio richiede tra i sei e i 14 mesi. Ogni macchina è unica, costruita sulle specifiche del cliente, poi smontata e spedita in un altro paese, dove viene ricomposta e messa in funzione.

Quando gli è stato chiesto cosa pensa sulla minaccia di Trump di imporre tasse punitive sulle importazioni, Herrenknecht ha scrollato le spalle: "L'anno scorso, l'ultimo produttore americano di grandi trivellatori per tunnel è stato venduto ai cinesi. Sta diventando piuttosto difficile comprare americano".

[caption id="attachment_10099" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Rapporto di cambio dollaro-euro, dal 2002 al 2017[/caption]

Ancora, si deve anche notare che le critiche al surplus commerciale della Germania non sono venute solo dagli USA. Il Ministero dell'Economia tedesco, per esempio, è più preoccupato del surplus commerciale della Germania rispetto al Ministero delle Finanze. E  un'inaspettata  coalizione, formata da persone apertamente critiche, si è schierata all'opposizione. La loro opposizione ha poco a che fare con il fatto che questo surplus sia un male per gli altri paesi. Piuttosto, si preoccupano che il surplus nel lungo periodo potrebbe essere gravemente dannoso per la Germania.

Dopo tutto, uno squilibrio commerciale è una lama a doppio taglio: si potrebbe pensare che è bello avere più esportazioni che importazioni, perché questo significa che entrano più soldi di quanti ne escano, non è vero?

In realtà, è vero il contrario. Un surplus nella bilancia commerciale di un paese si manifesta sempre con un relativo deflusso di capitali. Mandare una grande quantità di beni e capitali all'estero non può solo rafforzare la Germania, può anche indebolirla.

La Germania presta denaro ai paesi a cui vende più merci di quante ne importi. Ogni giorno in più di squilibrio commerciale a favore della Germania, vuol dire una maggior quantità di denaro che gli è dovuta dai suoi partner commerciali. Allo stesso modo, cresce la rivendicazione della Germania su una quota crescente della produzione futura dell'economia globale.

Questo è molto bello - a patto che quei debiti verso la Germania siano onorati. Ma è esattamente questo il problema, secondo alcuni economisti. Hans-Werner Sinn, ex direttore dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, ha sollevato dubbi al riguardo.

"I surplus non sono nel miglior interesse della Germania, poiché continuiamo ad accumulare cambiali che non saremo mai in grado di incassare", ha dichiarato Sinn, riferendosi ai cosiddetti saldi Target, abbreviazione di Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System [sistema automatico espresso di trasferimento in tempo reale dei pagamenti lordi trans-europei, ndt]. Nel mese di gennaio, i saldi Target della tedesca Bundesbank hanno raggiunto un livello record di quasi 800 miliardi di euro, mentre l'Italia e la Spagna avevano ciascuna debiti per oltre 300 miliardi di euro.

Le banche centrali nel sistema dell'euro usano il sistema Target per calcolare i pagamenti transfrontalieri e ora metà delle attività nette della Germania - la quantità di denaro che i suoi partner commerciali le devono per i beni ricevuti - è composta da questi crediti Target.

"E 'improbabile che i tedeschi potranno mai fare uso di questa fortuna", ha detto Sinn. "Molte delle automobili e delle macchine utensili che abbiamo esportato sono state semplicemente date via".

Thomas Mayer, direttore della ricerca presso il Flossbach von Storch Research Institute, ha quantificato queste potenziali perdite. Dal 1999 la somma della bilancia commerciale annuale della Germania supera del 44% l'ammontare della crescita dei suoi impieghi netti all'estero. In altre parole: "Per ogni euro generato dal surplus, all'incirca 30 centesimi vanno persi", ha detto Mayer.

Quello è un capitale che sarebbe necessario a casa. Perderlo ha un peso sul potenziale di crescita e quindi sulla prosperità di tutta la Germania.

[caption id="attachment_10103" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Bilancia delle partite correnti tedesca come percentuale del PIL - dal 1990 al 2016[/caption]

Gli investimenti in infrastrutture e altre opere all'interno del paese, così come salari più alti,  sono visti come un modo per frenare gli eccessi del surplus commerciale. Entrambe queste cose possono dar luogo a una maggiore domanda in Germania, suggerisce Marcel Fratzscher, che dirige l'istituto di ricerca economica DIW Berlin con sede a Berlino e che precedentemente è stato direttore delle analisi di politica internazionale presso la Banca Centrale Europea. I lavoratori tedeschi potranno permettersi più beni di consumo e gli investimenti necessitano macchinari, cemento e altre attrezzature - tutto questo richiederebbe maggiori importazioni e appiattirebbe il surplus commerciale della Germania.

Nel passato c'è anche un altro esempio di come potrebbe funzionare. Negli anni '90 la bilancia commerciale della Germania è scivolata in territorio negativo - la nazione esportatrice era divenuta un importatore - a causa della quantità di investimenti in infrastrutture necessarie dopo la riunificazione del paese. Ci sono voluti investimenti importanti per modernizzare le aziende in quella che un tempo era la Germania dell'est e i consumatori della Germania orientale si sono dati ad un'orgia di acquisti, potendo comprare beni a cui prima non avevano accesso.

Tuttavia è importante ricordare che in questo momento il governo non può essere certo di quanto i cittadini vorranno spendere in importazioni. Né si può fare molto per gli investimenti che non riguardano il settore pubblico. Infatti, circa il 90 per cento degli investimenti in nuovi progetti in Germania proviene dal settore privato. E in questo momento il settore privato è estremamente prudente sull'investire in nuove fabbriche e impianti. Tra gli altri problemi, si lamentano della mancanza di manodopera qualificata e delle tariffe volatili ad esempio per l'energia, .

E quest'ultimo punto - rendere di nuovo la Germania più attraente per gli investimenti privati - è certamente un problema sul quale i politici potrebbero iniziare a lavorare per risolverlo. Ma lo faranno? Soprattutto dato che gli eventuali successi saranno visibili solo dopo diversi anni, non in tempo per la prossima campagna elettorale. Una cosa però è chiara: più il preoccupante surplus commerciale del paese diviene oggetto di dibattito, più diventa evidente che non si tratta solo di essere cortesi con gli altri paesi, o di fare guerre commerciali, o della leggendaria efficienza tedesca. E' un problema che la Germania stessa ha bisogno di affrontare, e presto.

12/02/17

Bloomberg: perché gli Italiani potrebbero essere i veri sconfitti dell'euro

Un breve articolo di Bloomberg mostra che gli italiani sono i maggiori perdenti dell'era dell'euro: l'Italia è l'unico paese tra i 19 membri ad aver ancora un PIL reale pro-capite più basso rispetto a 18 anni fa, quando è stato adottato l'euro. Persino nella Grecia massacrata dalle politiche di austerità imposte dai creditori il PIL reale pro-capite è ora leggermente salito - dopo una devastante depressione -  rispetto a 18 anni fa.  Un'ulteriore conferma che per l'Italia riprendersi la propria moneta e il proprio futuro è una questione vitale.

 

di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 3 febbraio 2017

Quasi due decenni dopo la creazione della moneta unica, gli italiani si stanno dimostrando i grandi perdenti tra i 19 paesi membri dell'eurozona.

Secondo i calcoli di Bloomberg, sulla base dei dati fino al 2015 e le stime per il 2016 forniti dall'ufficio di statistica dell'Unione europea, il prodotto interno lordo pro capite in termini reali si è ridotto dello 0,4 per cento negli ultimi 18 anni. Mentre a partire dal 1998 l'economia italiana è cresciuta del 6,2 per cento, nello stesso periodo la sua popolazione è aumentata del 6,6 per cento  - così si spiega la caduta del Pil pro-capite.

[caption id="" align="alignnone" width="1024"] La parte del leone e la parte dell'agnello - in arancione la contrazione del PIL real pro-capite tra il 1998 e il 2016, in blu l'espansione del PIL reale pro-capite nello stesso periodo[/caption]

"Il confronto con gli altri paesi mostra chiaramente che nel periodo considerato l'economia italiana è cresciuta a un ritmo troppo lento", ha detto Loredana Federico, economista presso Banca UniCredit AG a Milano. "Per l'Italia sarà molto difficile negli anni a venire chiudere  il divario con le altre economie, che sono già tornate al livello pre-crisi o addirittura lo hanno superato".

Undici paesi membri dell'UE hanno introdotto l'euro come moneta di conto nel gennaio 1999; ad essi si è poi unita la Grecia. Le banconote e le monete attuali hanno cominciato a circolare nel gennaio 2002, e da allora la zona ha continuato ad estendersi, fino alla Lituania che è diventata il 19° membro.

[caption id="" align="alignnone" width="1024"] La Germania guida la fuga - il PIL reale pro capite dell'Italia è ancora inferiore al livello del 1998[/caption]

Il PIL pro-capite in Italia è andato ancora peggio che in Grecia, paese duramente colpito dalla crisi finanziaria. Le stime di Bloomberg mostrano che il valore di tutti i beni e servizi prodotti in quel paese è aumentato del 4 per cento su base individuale negli ultimi 18 anni.

In Germania, l'economia più grande della zona euro, il Pil pro-capite è aumentato del 26,1 per cento dal 1998. Questo rende i cittadini della nazione della Cancelliera Angela Merkel i vincitori tra tutte le principali economie del blocco.