14/09/17

Francesi in piazza contro la riforma del lavoro, mentre Macron rimprovera i “fannulloni”


  1. Nonostante tanti piccoli, inutili ritocchi negli anni passati, i governi francesi continuano a voler indebolire le protezioni dei lavoratori. Come riporta France 24, ancora una volta i sindacati scendono in piazza, ma questa volta sono divisi, e Macron intende approfittarne. I francesi iniziano a rendersi conto di quale sia il mandato del loro presidente: risolvere il conflitto interno tra lavoro e capitale a tutto vantaggio del capitale.


 

Di NEWS WIRES, 13 settembre 2017

 

Decine di migliaia di sindacalisti di sinistra hanno marciato per le strade delle città francesi per protestare contro la riforma del lavoro del presidente Emmanuel Macron, anche se le presenze sono sembrate minori rispetto alle dimostrazioni degli anni scorsi.

 

Come risposta alla dichiarazione di Macron, che non avrebbe dato retta ai “fannulloni”, alcuni a Parigi portavano cartelli con scritto “fannullone in sciopero”, mentre a Bordeaux i dimostranti cantavano “Macron sei fregato, i fannulloni sono scesi nelle strade”.

 

La prefettura di Parigi ha parlato di 24.000 manifestanti nella capitale, dove la polizia anti-sommossa si è scontrata con i giovani incappucciati in schermaglie isolate ai bordi della marcia organizzata dal sindacato CGT, legato al Partito Comunista.

 

Si tratta di un numero inferiore ai 28.000 stimati dalla polizia durante le proteste di marzo 2016.

 

I sindacati avevano mandato a vuoto i tentativi precedenti di indebolire la legge francese del lavoro, ma questa volta Macron è posizionato meglio, dato che altri due sindacati, incluso il più grande, la CFDT, non si sono uniti alla protesta.

 

“Sono vent’anni che fanno passare leggi per indebolire il diritto del lavoro. La risposta (alla disoccupazione) non sta nell’indebolirlo ulteriormente”, ha dichiarato Maxime Durand, un macchinista in sciopero.

 

Dopo settimane di negoziati, lo scorso mese il governo ha adottato misure che includono una limitazione agli indennizzi per i licenziamenti senza giusta causa e una maggiore libertà per le aziende di assumere e licenziare.

 

Le riforme non si riferiscono direttamente alle 35 ore settimanali, un pilastro del diritto del lavoro, ma danno alle imprese maggiore flessibilità nel determinare i salari e le condizioni di lavoro. Il governo prevede di adottare nuove misure, da implementare per decreto il 22 settembre.

 

Durante un viaggio ad Atene, lo scorso venerdì, Macron ha dichiarato alla comunità francese locale: “Sono molto determinato e non cederò, né ai fannulloni, né ai cinici né agli estremisti”.

 

Macron ha poi detto che la parola “fannulloni” si riferiva a quanti non sono riusciti a imporre le riforme in passato, anche se gli avversari politici e qualche sindacato lo hanno interpretato come un attacco ai disoccupati o ai lavoratori che si avvantaggiano delle protezioni del lavoro.

 

“Faremo desistere Macron” ha detto Jean-Luc Melenchon, esponente di estrema sinistra, che è diventato il più acceso detrattore di Macron in parlamento, durante le proteste a Marsiglia.

 

Diritti molto a cuore

 

I lavoratori francesi hanno avuto molto a cuore e a lungo i diritti sanciti nel codice del lavoro, ma le aziende si sono lamentate che scoraggiano gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro, e che hanno depresso la crescita economica.

 

La disoccupazione è stata superiore al 9% per quasi dieci anni.

 

Le riforme di Macron vengono tenute d'occhio dalla Germania, come banco di prova della sua decisione nel rimodellare la seconda economia dell’eurozona, necessaria se Macron vuole conquistare l’appoggio di Berlino a riforme più ampie dell’unione monetaria.

 

La CGT è il secondo sindacato francese, anche se la sua influenza sta calando. Il suo leader Philippe Martinez ha dichiarato che le proteste nazionali di martedì erano la “prima fase”, e che altre sarebbero seguite. Ha detto che il riferimento ai “fannulloni” di Macron era un insulto ai lavoratori.

 

“Il presidente dovrebbe ascoltare le persone, capirle, anziché causare divisioni” ha dichiarato Martinez alla televisione France 2.

 

I lavoratori CGT nei settori ferroviario, petrolifero ed energetico hanno partecipato allo sciopero, ma nel pomeriggio non c’è stato alcun impatto evidente sulla produzione di potenza elettrica o di prodotti raffinati, secondo i portavoce delle aziende EDF e Total.

 

Solo l’11% dei lavoratori di EDF, che gestisce i 48 reattori nucleari francesi, ha partecipato allo sciopero, ha affermato un portavoce della società di utility posseduta dal governo.

 

Sindacati divisi

 

Macron è atterrato ai Caraibi francesi martedì per un sopralluogo sulle devastazioni dell’uragano Irma sul territorio di Saint Martin.

 

Governi di destra e di sinistra hanno provato per decenni a riformare il codice del lavoro di 3.000 pagine, ma hanno finito per annacquare i propri piani a causa delle dimostrazioni di piazza.

 

Macron è stato ministro dell’economia per il governo socialista del presidente Francois Hollande, il cui tentativo di riformare il codice del lavoro ha portato a settimane di protesta che al picco hanno portato 400.000 persone sulle strade, e hanno provocato una ribellione nel suo stesso partito.

 

Hollande fu costretto a diluire le sue proposte, ma finora non ci sono segnali che Macron farà lo stesso.

 

Un sondaggio pubblicato il primo settembre ha indicato che gli elettori hanno un’opinione discordante sulle riforme. Circa sei intervistati su dieci hanno detto di opporsi al decreti di Macron sul lavoro. Ma quando sono stati interrogati sulle singole misure, la maggior parte di esse aveva il sostegno della maggioranza.

 

Mentre la crescita economica sta accelerando, la disoccupazione è su un trend al ribasso e con i sindacati divisi nella risposta alle riforme, non è chiaro se le proteste otterranno un consenso significativo.

 

 

13/09/17

Il nuovo Jihad


  1. Proponiamo qui la traduzione di una breve ma densa analisi storica dell'evoluzione dei movimenti terroristici islamici, delle loro strategie ed obiettivi. L'autore descrive il collegamento diretto che, col collante ideologico della Fratellanza Musulmana, dai primi gruppi paramilitari formati da Nasser per colpire Israele, sotto l'egida del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini e di consiglieri ex-SS, si sviluppa fino all'attuale polverizzazione in piccoli gruppi o individui, vagamente e variamente riconducibili a quell'entità sfuggente e indefinita chiamata ISIS, che seminano terrore nei paesi occidentali in maniera solo apparentemente scoordinata ed aleatoria. Secondo l'autore, questa strategia obbliga l'Occidente a posizionarsi in equilibrio precario tra tolleranza e fermezza. Un'esortazione accorata a non cadere nella trappola di chi cerca di provocare una nuova crociata, che fornisca la scusa per scatenare un conflitto totale a lungo, ma finora inutilmente, perseguito.


 

 

di SAUL MONTES-BRADLEY II, 13 giugno 2017

 

Al-Jihad 1.0

 

All’inizio degli anni ‘50, la dirigenza nazional-socialista dell’Egitto di Jamal Abdel Nasser istituì un reparto speciale, i Fedayeen,[1] allo scopo di attaccare Israele dal suo interno nella speranza di destabilizzare il nascente paese.

 

Questo gruppo, organizzato sotto l’egida del SS-Gruppenführer Hajj Amin al-Husseini e di Amin Omar (Johannes) von Leers, iniziò a reclutare adepti tra le fila dei giovani appartenenti alla Fratellanza Musulmana nell’esercito egiziano e all’Università del Cairo, e a farli addestrare da ufficiali delle SS nazisti come il SS-Sturmbannführer Otto Skorzeny, il SS-Untersturmführer Wilhelm Boerner (Willy Berner), e il Kreishauptmann Erich Altern.[2]

 

Da questa cooperazione tra Amin el-Husseini e Omar Amin von Leers nacque la prima organizzazione jihadista come la intendiamo oggi. Si trattava in effetti di una versione avanzata dell’organizzazione pro-nazista fondata dal Mufti, chiamata Al’Jihad al’muqqadas, che nel 1947 era sotto il comando di Ali Salameh, un maggiore della Wehrmacht approdato in Palestina nel 1944 come parte del pacchetto di aiuti offerto da Hitler al Mufti,[3] oltre che del Jaysh al-Inqadh al-Arabi (esercito di liberazione arabo) affiliato alla Lega Araba, anch’esso guidato da un ufficiale dalla Werhrmacht, Fawzi al-Quawuqji, e composto da una cricca di residuati delle Afrikakorps di Rommel, evasi da campi di prigionia, e dai musulmani albanesi e bosniaci reclutati dal Mufti durante la guerra per azioni di guerriglia contro le forze inglesi in Palestina. Nessuno sembrava turbato dal fatto che questi “nazionalisti arabi” non erano altro che “volontari dell’esercito tedesco che, come in passato, continuavano ad adottare ‘Die Fahne Hoch’ come loro inno.”[4]

 

[caption id="attachment_12715" align="alignnone" width="190"] Fawzi al-Quawuqji, 1948[/caption]

 

La quarta gamba di questo tavolo era la Fratellanza Musulmana. Fu infatti uno dei leader della Fratellanza, sponsorizzata dai tedeschi, ad invocare nel 1944 un Jihad contro gli ebrei, che dovevano “essere sterminati come cani rognosi.”[5] Con l’appoggio dei tedeschi, la Fratellanza Musulmana era, alla fine della seconda guerra mondiale, un’enorme organizzazione con oltre mezzo milione di affiliati nel solo Egitto, organizzati in più di 1.500 sezioni. E che adesso vedevano in Amin el-Husseini il loro leader spirituale. Grazie a questo sostegno, la Lega Araba nel 1946 nominò il Mufti leader della Palestina, anche se solo nominalmente. Al suo ritorno da Parigi, il Mufti venne celebrato dalla Fratellanza Musulmana come un “eroe che aveva combattuto il Sionismo con l’aiuto di Hitler e della Germania. Hitler e la Germania non esistono più, ma Amin Al-Husseini continuerà la battaglia.”[6]

 

Ma a parte una sfilza di piccoli attentati iniziati nel 1951, le azioni di questa banda di ribelli rimasero in gran parte senza esito. Non trovarono l’appoggio della popolazione musulmana, e non riuscirono ad infliggere danni al di là di sporadiche vittime civili, prevalentemente nelle zone più isolate.

 

[caption id="attachment_12573" align="aligncenter" width="250"] Poliziotti israeliani sul luogo dell’uccisione di 5 fedaayeen, 1956[/caption]

 

L’esercito egiziano fu pesantemente sconfitto infine nel 1973, ed i fedayeen si unirono al PLO ed altre organizzazioni terroristiche.

 

Al-Jihad 2.0

 

Alla fine degli anni ‘70, con l’Egitto ormai impegnato nel processo di pace poi culminato nel 1979 con la firma degli accordi di Camp David, ciò che restava di questi guerriglieri addestrati, imbevuti dell’ideologia di Husseini e von Leers, entrò nella seconda fase del suo sviluppo.

 

Il loro obiettivo adesso non era più Israele, ma i leader arabi che avevano “tradito” la causa. Lo spettacolare prologo di questa nuova fase fu l’assassinio di Anwar el-Sadat nel 1981, da parte di al-Jihad, gruppo formato da affiliati alla Fratellanza Musulmana, alcuni dei quali erano stati addestrati come fedayeen e sarebbero più tardi stati tra i fondatori di al-Qa’ida.

 

[caption id="attachment_12574" align="alignnone" width="300"] Assassinio di Anwar el-Sadat, 6 ottobre 1981[/caption]

 

Ma, per loro sventura, ancora una volta la massa dei musulmani si rifiutò di aderire alla battaglia. Non bastò l’intensa campagna di attentati terroristici degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, né i seri tentativi di spingere la popolazione musulmana a seguire l’esempio dell’Iran e istituire teocrazie al posto di quelli che venivano descritti come regimi corrotti ed asserviti all’Occidente: tutti i loro sforzi si esaurirono in azioni di piccole bande di predoni.

 

Al-Jihad 3.0

 

A metà degli anni ‘90 i leader di al-Jihad strinsero un patto con Osama bin-Laden e cambiarono nuovamente strategia. I nemici venivano adesso individuati non più nei governi di paesi arabi e musulmani, ma nei “crociati” occidentali.

 

L’appoggio fornito dai sauditi durante la prima guerra del Golfo, concedendo l’installazione di basi militari sul loro territorio per combattere l’Iraq, fornì il casus belli. Nel 1996, Al Quds al-Arabi, un giornale londinese, pubblicò la prima di una serie di Fatwa di bin-Laden:

 

“Dichiarazione di guerra contro gli americani invasori del paese dei due Luoghi Santi.” In questa lunga e farneticante invettiva, dalla tutt’altro che agevole lettura ed ancor meno comprensione, bin-Laden, ormai alleato con Aymann al-Zawahiri, dichiarava:

 

“I popoli islamici si sono svegliati e hanno capito di essere il principale bersaglio dell’alleanza tra Sionisti e Crociati...L’ultima e più grave di queste aggressioni, subite dai musulmani fin dalla morte del Profeta (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI) è l’invasione del paese dei due Luoghi Santi - culla della casa dell’Islam, luogo della rivelazione, fonte del Messaggio e sito della nobile Ka’ba, la Qiblah di tutti i nusulmani - da parte dell’esercito dei Crociati americani e dei loro alleati...Allah, le genti della croce sono venute con i loro cavalli (i soldati) ad occupare il paese dei due Luoghi Santi. E intanto gli ebrei Sionisti profanano a loro piacimento la moschea di Al-Aqsa, linea di ascendenza del profeta di Allah (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI). Allah, distruggi i loro raccolti, spargi zizzania fra di loro, scuoti la terra sotto i loro piedi e concedici di soggiogarli; Allah, tu sei il nostro rifugio dai loro atti e il nostro scudo da loro."


 

[caption id="attachment_12575" align="alignnone" width="300"] Primi effetti della dichiarazione di guerra di bin Laden[/caption]

 

Ma i musulmani non li seguirono. Anzi, come testimoniano gli eventi successivi in Afghanistan e Iraq, la maggior parte dei musulmani considerava gli sproloqui di bin Laden alla stregua di quelli di un folle e, con l’unica eccezione dell’Iran, era perfettamente disposta ad unirsi agli sforzi fatti per eradicarli dai loro paesi.

 

Al-Jihad 4.0

 

Due eventi accaddero nel 2008.

 

In primo luogo, il governo americano adottò un atteggiamento conciliatorio distanziandosi dai suoi alleati in Medio Oriente e, secondariamente, al-Qa’ida adottò una nuova strategia basata sulla prosa altrettanto farneticante e prolissa (1.600 pagine!) di Abu Musab al-Suri, reduce da 30 anni di Jihad, collaboratore stretto di bin-Laden e al-Zawahiri e beneficiario della generosità occidentale. Questa strategia è illustrata dettagliatamente nell’“Appello mondiale alla resistenza islamica.”[7]

 

Al-Suri prescriveva centinaia di attentati da parte di piccoli gruppi e individui, utilizzando ogni genere di mezzo comune - auto, camion, asce, coltelli, esplosivi di fabbricazione casalinga - come arma contro il “ventre molle” dell’Occidente. Da Parigi e Bruxelles e da Orlando a San Bernardino.

 

[caption id="attachment_12576" align="alignnone" width="300"] Al-Suri (a sinistra), e bin Laden, c. 1994[/caption]

 

Poiché il Jihad non era riuscito a motivare i musulmani ad unirsi in una guerra santa, l’obiettivo di questa nuova strategia è quello di provocare gli occidentali a sollevarsi contro le comunità musulmane in Occidente, nella speranza che ciò possa a sua volta innescare un’insurrezione globale dei musulmani in difesa dei loro fratelli.

 

Finora hanno sempre fallito. Ma la crescente aggressività del dibattito contro i musulmani in Occidente non promette nulla di buono.

 

C’è da sperare che i nostri “Crociati” non diventino il tassello che mancava ai terroristi per sfuggire a quella che altrimenti sarebbe una totale sconfitta, proprio per mano della più grande coalizione arabo-musulmana-occidentale mai esistita.

 



Dimostranti che fanno il gioco di al-Qa’ida



 

 

 

 

[1] Fedayeen, da “fedai” colui che dona la sua vita per una causa, è un termine coniato nel XIX secolo per indicare un assassino ismailita.

 

[2] Uno dei primi allievi fu Yasser Arafat, luogotenente dell’esercito egiziano e, a detta sua, nipote di Hajj Amin al-Husseini.

 

[3] Gershon Avner a HIS-AD, 13 aprile 1948, HA 105/31 riportato da Benny Morris, 1948, 121, e Joseph Nevo, The Arabs of Palestine, 1947-48: Military and Political Activity, pubblicato su Middle Eastern Studies, 23, No. 1 (gen. 1987), p. 35.

 

[4] Der Spiegel, 13 marzo 1948, p. 11.

 

[5] Thomas Mayer, Egypt and the Palestine Question: 1936-1945, Berlino, 1983, p. 191.

 

[6] Jeffrey Herf, Nazi Propaganda in the Arab World , Yale University Press, 2009, p. 244: Hassan Al-Banna and the Mufti of Palestine, in Contents of Secret Bulletin of Al-Ikhwan al-Muslimin del 11 June 1946, Cairo, 23 luglio, 1946, NACP RG 226 (Office of Strategic Services), Washington Registry SI Intelligence, Field Files, articolo 108A, plico 15, fascicolo 2.

 

[7] Il testo completo si trova qui: https://archive.org/details/TheMilitaryTheoryOfTheGlobalIslamicResistanceCall#_ftn7#_ftn7#_ftn7#_ftn7SS-SturmbannführerSS-Sturmbannführer

11/09/17

KTG - Le famiglie greche tagliano le spese perfino sul pane e sul latte

Un'indagine Nielsen riportata da KeepTalkingGreece offre una nuova, drammatica prospettiva sul  significato del "taglio della spesa" in austerità. La Grecia nella prima metà del 2017 ha registrato un ulteriore crollo delle vendite di beni di consumo essenziali, tra cui gli alimenti di base. Il dato è notevole soprattutto se si pensa che la Grecia era già reduce da quasi un decennio di crisi durante il quale aveva tagliato del 18% la spesa per i generi alimentari.

 

 

di KeepTalkingGreece, 7 settembre 2017

 

La crisi economica continua a flagellare le famiglie greche, che stentano ad arrivare alla fine del mese – un mese sì, un mese no. Un'indagine condotta da Nielsen rivela una diminuzione nei consumi e, insieme ad essa, la situazione catastrofica di migliaia di famiglie. I greci stanno tagliando le spese su beni essenziali come il pane e il latte. La diminuzione delle vendite di latte nella distribuzione al dettaglio è stata dell'8,6% nella prima metà del 2017.

 

Le vendite di beni di consumo essenziali continuano a calare, secondo l'indagine condotta da Nielsen sul mercato greco. Le vendite di latte, pane e alcolici sono tra le categorie di prodotti che hanno sofferto il calo maggiore.

 

Nella prima metà del 2017 la diminuzione delle vendite di latte ha raggiunto l'8,6%, mentre quella delle vendite di pane confezionato è stata del 5,3%.

 

Anche la vendita di bevande alcoliche ha avuto una diminuzione significativa, con le vendite di whisky calate del 6,8% nel periodo considerato.

 

Nel complesso il mercato al dettaglio ha perso l'1,1% del valore durante la prima metà dell'anno (facendo riferimento allo stesso periodo dell'anno precedente).

 

Le tendenze al ribasso più forti si sono registrate nelle vendite di prodotti per la cura personale, scese del 4,4%, e nelle vendite di prodotti per la casa, scese del 3,5%.

 

Le vendite di deodoranti e pannolini sono crollate rispettivamente del 7,3% e del 7,2%. Tra i beni per la casa sono crollati soprattutto la candeggina (-8,9%) e i tovaglioli (-7,7%).

 

L'unico settore in positivo è stato quello dei prodotti freschi e sfusi, dove le vendite sono aumentate del 2,0%.

 

Una precedente indagine di Nielsen aveva mostrato che le vendite di prodotti alimentari in Grecia erano crollate del 18% dal 2009, cioè da quando è iniziata l'attuale crisi economica.

 

Nel 2009 le vendite di generi alimentari avevano raggiunto un picco, totalizzando 13,15 miliardi di euro.

 

Tuttavia, dal momento in cui la Grecia è entrata nel primo programma di salvataggio, nel 2010, la domanda di generi alimentari ha iniziato a crollare. La diminuzione è attribuita in parte anche alla chiusura dei piccoli negozi di alimentari e dei minimarket.

 

P.S. Secondo la nostra opinione il pane confezionato al supermercato è particolarmente costoso, rispetto al pane fresco, dato che una pagnotta al panificio costa tra i 60 e i 70 centesimi [nota di KeepTalkingGreece].

 

10/09/17

USA: la scarsità di lavoratori illegali fa aumentare i salari nell'edilizia

Il giro di vite di Trump sull'immigrazione clandestina sta provocando un aumento dei salari nell'edilizia. Questo articolo tratto da National Economics Editorial non può non riportare alla mente un celebre brano del romanzo Furore, di John Steinbeck: "Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. (...) E questo, per taluno, è un bene, perché fa calare le paghe, rimanendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di volantini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù."

 

 

 

 

di National Economics Editorial, 6 agosto 2017

 

 

Il giro di vite di Trump sull'immigrazione clandestina sta spingendo verso l'alto i salari nell'edilizia, con aumenti fino al 30%.

 

C'è una forte correlazione tra l'immigrazione - in particolare l'immigrazione clandestina - e il livello dei salari. Questo dovrebbe essere ovvio per chiunque abbia familiarità con la legge fondamentale della domanda e dell'offerta: più offerta (lavoratori) significa prezzi (salari) più bassi e viceversa.

 

Sebbene questa correlazione tra immigrazione e salari sia ben documentata, non è chiara a molti economisti liberali, che vedono l'immigrazione come un vantaggio economico senza costi. Le prove suggeriscono che non è così, inclusi nuovi dati riportati da Fox .

 

Secondo la National Association of Home Builders (Associazione nazionale dei Costruttori di Case), più del 56% degli imprenditori americani segnala una carenza di lavoratori, che li costringe ad aumentare i salari e migliorare le condizioni di lavoro per attirare nuovi talenti.

 

Secondo Ted Wilson di Residential Strategies Inc. i costi nel settore edilizio sono aumentati del 30% quest'anno - per la maggior parte come conseguenza di salari più alti e di un aumento degli straordinari. Questo significa che le imprese sono costrette ad assumere lavoratori americani e pagare salari al valore di mercato.

 

Perché?

 

Perché il giro di vite dato dal presidente Trump all'immigrazione clandestina impedisce loro di assumere immigrati illegali, che abbattono il costo del lavoro ai danni dei lavoratori americani. Con un impatto significativo (benché spesso ignorato).

 

Secondo Stan Market, amministratore delegato dell'impresa texana Marek, "la metà dei lavoratori nel settore edilizio in Texas sono immigrati illegali".

 

E aggiunge che molti di loro ora stanno lasciando il Texas, alcuni per trovare rifugio nelle città e negli stati che li proteggono, ma "molti di loro ritornano in Messico".

 



 

 

Questa è una buona notizia per i lavoratori americani, che negli ultimi decenni sono stati martellati. In effetti il salario reale del lavoratore americano mediano non è aumentato rispetto al livello del 1973, e questo in parte anche per gli effetti deflazionistici dell'immigrazione clandestina.

 

E - giusto per essere chiari - questo non è un evento isolato: i salari cresceranno parallelamente alle espulsioni e alle altre restrizioni nel campo del lavoro (per esempio quando e se il RAISE Act diventerà legge).

 

Lo sappiamo perché sta già accadendo altrove. Ad esempio, la restrizione dei visti temporanei di lavoro nel Maine all'inizio di quest'anno ha portato a salari più elevati, migliori condizioni di lavoro e a un calo della disoccupazione  - a tutto vantaggio del cittadino medio americano.

 

09/09/17

The Atlantic - Dove andranno i combattenti dell'ISIS quando il califfato cadrà?

Mentre la guerra al Califfato volge al termine, questo articolo della rivista statunitense The Atlantic affronta una questione importante:  dove andranno e dove già sono stati dispiegati i cosiddetti foreign fighters dell'Isis, sopravvissuti alle battaglie. The Atlantic distingue tre gruppi: gli irriducibili del "cerchio interno" che tenteranno di riorganizzare sul campo  un Isis2.0, i mercenari impossibilitati a tornare in patria, che vagheranno in cerca del prossimo teatro di guerra, e i "rimpatriati", a loro volta divisi in tre differenti sottogruppi, che rappresentano il maggior pericolo per i paesi occidentali, in quanto probabilmente si dirigeranno in Europa, determinati a colpire. 

 

 

 

di Colin P. Clarck e Amarnath Amara Singam, 6 Agosto 2017

 

Hanno diverse opzioni.

 

Lo Stato islamico è sul punto di cadere. Con le finanze dimezzate negli ultimi sei mesi, i media e i sistemi di comunicazione a pezzi e l'offensiva nel Mosul occidentale che ne erode sempre più il territorio, la fine del cosiddetto califfato in Medio Oriente sembra vicina. Benché una vittoria netta sia tutt'altro che scontata, di questo passo è plausibile che le forze americane e i loro alleati sconfiggano l'ISIS in Iraq e in Siria, uccidendo e catturando i suoi combattenti, scacciando il gruppo dalle città e dai villaggi chiave di quello che precedentemente costituiva il suo califfato e arrivando infine a prendere Raqqa, la roccaforte.

 

L'attenzione, quindi, si concentrerà su cosa faranno successivamente i "foreign fighters", i combattenti stranieri dell'ISIS - che al loro picco erano decine di migliaia, provenienti da decine di paesi. Ci sono diverse possibilità.

 

Quando un conflitto termina, sia con la forza che con un accordo negoziato, i terroristi transnazionali possono disperdersi in numerose direzioni. I combattenti dell'ISIS sono senza dubbio capaci: trincerati nelle loro posizioni, hanno abilmente utilizzato tunnel e reti sotterranee per spostare uomini e materiali, hanno messo a punto la produzione e il dispiegamento di ordigni esplosivi improvvisati a bordo di veicoli per tenere a bada i loro avversari.

 

I "combattenti irriducibili", specialmente gli stranieri della cerchia più ristretta intorno al leader dell'ISIS Abu Bakr al-Baghdadi e ai suoi alti comandanti, rimarranno probabilmente in Iraq e in Siria e cercheranno di aderire alla resistenza sotterranea di un "ISIS 2.0". Molto probabilmente, questi gruppi di guerriglieri ribelli dell'ISIS si riuniranno in un'organizzazione terroristica clandestina. Oltre a effettuare attacchi sporadici, agguati e, forse, attacchi spettacolari con tattiche suicide, questi combattenti dell'ISIS si riposeranno, riarmandosi e recuperando le forze.

 

In questo frattempo, i militanti possono stringere alleanze con diversi gruppi sul terreno, tra cui l'ISIS, Jabhat Fateh al-Sham e Ahrar al-Sham (già una vaga coalizione di unità islamiste e salafite) e cercheranno attivamente delle zone ancora al di fuori del controllo delle forze governative siriane o irachene e dei loro alleati. Come ha suggerito l'esperto di terrorismo Bruce Hoffman, se le fortune dell'ISIS continueranno a declinare, potrebbe esserci un gruppo di jihadisti che vedranno il riavvicinamento ad Al-Qaeda come l'unica opzione per continuare la loro lotta. Alcune interviste con dei combattenti occidentali dell'ISIS suggeriscono che le differenze ideologiche tra Al-Qaeda e ISIS sono troppo significative per poter essere colmate rapidamente, ma col tempo la situazione può cambiare.

 

Un secondo gruppo di combattenti sono quei potenziali "giocatori liberi" o mercenari che sono impossibilitati a fare rientro nei loro paesi d'origine. Si può prevedere che formeranno un drappello di jihadisti senza patria che viaggeranno all'estero alla ricerca del prossimo teatro di guerra - Yemen, Libia, Africa occidentale o Afghanistan - per proteggere, sostenere ed espandere i confini del cosiddetto califfato. Queste sono la progenie militante dei mujahideen originali, o dei jihadisti transnazionali che una volta riempivano le file di al-Qaeda e combattevano in Afghanistan contro i sovietici, e in Cecenia e nei Balcani. Gli affiliati dell'ISIS e i jihadisti locali sunniti in questi luoghi probabilmente accoglierebbero con favore un afflusso di compagni ben preparati al combattimento.

 

E poi c'è il terzo gruppo di foreign fighters: "i rimpatriati". Questo è il gruppo che preoccupa di più l'ambiente dell'antiterrorismo. Questi combattenti possono tentare di tornare nei loro paesi di origine, come la Tunisia o l'Arabia Saudita, o andare più lontano in Europa, Asia o Nord America. Gli Stati con strutture di difesa nazionali più robuste - una polizia di frontiera ben addestrata, servizi di intelligence di livello mondiale - hanno maggiori probabilità di minimizzarne l' impatto. Ma non tutti i servizi di sicurezza occidentali sono uguali: alcuni inevitabilmente avranno più difficoltà a contenere la minaccia di altri. A complicare ulteriormente la questione è l'incapacità degli stati nazionali, in particolare quelli dell'Unione europea, di condividere persino la definizione di foreign fighter.

 

I rimpatriati non sono un gruppo omogeneo come possono sembrare. Alcuni saranno i "disillusi", quelli che sono andati in Siria seguendo un'utopia, l'avventura, e l'opportunità di esprimere la propria identità religiosa, e invece si sono trovati davanti a qualcosa di molto diverso. Sulla base di interviste e altre ricerche, i locali siriani, che i combattenti dicevano di voler "salvare", non li rispettavano. Questi combattenti hanno dovuto lottare per ottenere cose fondamentali come cibo e finanziamenti, cimentandosi duramente con le tribolazioni della guerra. Ma tornando in Occidente, potrebbero essere utilizzati per istruire altri giovani radicali. Questi combattenti potrebbero aver bisogno di assistenza psicologica, più che di prigione.

 

C'è un secondo sottogruppo di rimpatriati che chiameremo "disimpegnati ma non disillusi". Proprio come i militanti sono motivati ​​a unirsi alla lotta per una serie di ragioni, essi possono abbandonarla per vari motivi: un matrimonio imminente, sfinimento da battaglia, o perché sentono la mancanza delle loro famiglie. Essi sono comunque impegnati nel jihadismo. Come ha detto recentemente un rimpatriato: "ho lasciato l'ISIS, ma se ci fosse un'altra battaglia da combattere da qualche parte, probabilmente andrei". Questo individuo è rimasto disilluso dall'ISIS come organizzazione, ma non dal jihad nel suo complesso.

 

L'ultimo sottogruppo dei rimpatriati sono i rimpatriati "operativi": i combattenti di ritorno che tentano di rianimare le reti dormienti, di reclutare nuovi membri, o di condurre attacchi in stile lupo solitario. Saranno nelle condizioni di tentare attacchi sotto il comando e il controllo di ciò che resta dell'ISIS in Medio Oriente. Sono i più micidiali. Gli attacchi di Parigi del novembre 2015, condotti da foreign fighters che si erano allenati in Siria e sono stati spediti in Francia, ne sono forse l'esempio più chiaro. I rimpatriati operativi sono ancor più preoccupanti, in realtà, se è vero che centinaia di loro sono già stati dispiegati in Europa, e altre centinaia si nascondono alle porte dell'Europa, in Turchia.

 

Per l'Occidente, contrastare questi diversi gruppi richiederà di mettere in atto una serie di strategie. I combattenti irriducibili che rimangono in Iraq e in Siria devono essere uccisi o catturati dalle forze di sicurezza irachene e dal resto della coalizione che combatte l'ISIS. Affrontare queste bande di miliziani erranti richiede sforzi continui per potenziare le capacità delle forze militari dei paesi ospitanti negli stati più deboli e fragili - addestramento e dotazione delle forze militari e di sicurezza, rafforzamento dello stato di diritto e promozione di una buona governance e una serie di altri obiettivi a medio-lungo termine.

 

Mentre l'UE è distratta dalle conseguenze della Brexit e dalle ingerenze russe nelle elezioni nazionali, i militanti jihadisti torneranno verso l'Europa, alcuni dei quali determinati a colpire. E mentre i terroristi transnazionali si riverseranno senza dubbio in Libia e Yemen, la vera sfida sarà di riuscire a impedire ulteriori attacchi in tutto il mondo, comprese le grandi città europee.

Reuters - La moneta parallela dell'Italia potrebbe essere il punto di partenza per un'uscita dall'euro

L'idea di una moneta italiana parallela all'euro si sta diffondendo, anche grazie all'uscita dell'ex primo ministro Berlusconi. Qui ne parla Reuters, che fa una panoramica delle varie ipotesi in circolazione, dalla doppia moneta di Berlusconi, ai MiniBOT del professor Borghi, alla moneta fiscale del professor Zezza. Se per alcuni la nuova moneta potrebbe essere usata come mezzo di pressione per ottenere un ammorbidimento delle regole da parte di Bruxelles,  i più forti sostenitori della moneta parallela puntano ad utilizzarla per preparare il terreno all'uscita dell'Italia dall'euro, evento che prima o poi appare destinato a verificarsi. 

 

 

 

di Gavin Jones, 8 Settembre 2017

 

ROMA (Reuters) - I principali partiti di opposizione italiani stanno sostituendo le loro richieste di uscire dall'euro con delle proposte apparentemente meno radicali, di affiancare all'euro una nuova moneta che secondo loro può favorire la crescita e l'occupazione.

 

Tuttavia, se uno di questi possibili regimi di moneta parallela venisse adottato con successo, molti italiani potrebbero convincersi che l'economia può funzionare anche senza l'euro, e rendere così più probabile un'eventuale uscita dalla moneta unica.

 

È un grande "se": i precedenti piani di questo genere sono stati sperimentati in tutto il mondo con risultati contrastanti e ci vorrà un grosso cambiamento politico perché una cosa del genere possa accadere in Italia, ma non è da escludere.

 

Roberto Perotti, professore di economia presso l'Università Bocconi di Milano, ha affermato: "Si può fare, dal punto di vista tecnico e politico, è perfettamente possibile".

 

Tre dei quattro maggiori partiti italiani - il partito di opposizione Movimento 5 stelle, e i partiti di destra Lega Nord e Forza Italia di Silvio Berlusconi - propongono l'introduzione di una valuta parallela dopo le elezioni previste all'inizio del prossimo anno.

 

Hanno elaborato la proposta della doppia valuta come un modo per continuare a intercettare il diffuso sentimento anti-euro degli italiani, evitando - almeno per ora – il grosso sconvolgimento e le turbolenze del mercato che un'uscita netta dall'euro potrebbe scatenare.

 

I sondaggi attualmente prevedono un parlamento diviso, in cui i tre partiti potrebbero ottenere la maggioranza dei seggi, ma non riuscire a formare un governo a causa delle divisioni su altre questioni.

 

Alcuni parlamentari della Lega Nord e dei 5 stelle affermano che il loro obiettivo primario è convincere Bruxelles e gli altri paesi partner dell'Italia a cambiare le regole fiscali europee per consentire loro una maggiore spesa pubblica e il taglio delle imposte. La minaccia di una moneta parallela, cui la Commissione europea si oppone, può aiutarli a raggiungere questo obiettivo, dicono.

 

Tuttavia, molti dei più forti sostenitori del regime della doppia moneta sono anti-euro e riconoscono che uno dei suoi obiettivi principali sarebbe quello di preparare il terreno per un'uscita dall'euro, quando sarà il momento.

 

"Con una moneta parallela in circolazione, se vogliamo uscire dall'euro la nostra economia sarà ancora in grado di operare, anche se la Banca centrale europea cercasse di schiacciarci chiudendo i rubinetti della liquidità in euro", ha detto il responsabile dell'economia della Lega Nord, Claudio Borghi.

 

Gli italiani erano fortemente pro-euro quando la moneta unica è stata lanciata, nel 1999, ma da allora l'Italia è stata l'economia più lenta dell'area dell'euro e molti considerano l'euro responsabile del peggioramento del loro standard di vita e dell'alta disoccupazione.

 

Un sondaggio dell'agenzia Winpoll a marzo ha mostrato che solo una metà degli italiani sostiene l'euro e un sondaggio a livello europeo nel mese di luglio da parte del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung ha mostrato che solo il 17% degli italiani dichiara di essere soddisfatto della direzione in cui si sta muovendo l'Unione europea, la metà della media UE.

 

MERCATI NERVOSI

 

La Commissione europea è preoccupata delle voci sulla valuta parallela, come anche i mercati finanziari.

 

Il mese scorso, dopo che Berlusconi ha dichiarato di essere favorevole alla stampa di una "nuova lira" per uso interno, allo scopo di pompare denaro nell'economia, gli investitori hanno venduto i titoli del governo italiano. Secondo il piano di Berlusconi gli euro continuerebbero ad essere utilizzati per tutte le operazioni internazionali e dai turisti.

 

Berlusconi, che è stato primo ministro italiano per quattro mandati, aveva già presentato la proposta in precedenza, ma i mercati ora sono particolarmente aggressivi, davanti alla prospettiva di una tornata elettorale in cui il partito democratico (PD) al governo  è l'unico a non voler mettere in discussione l'attuale impostazione dell'euro.

 

Il PD è dato testa a testa con il Movimento 5 stelle, mentre gli alleati della Lega Nord e di Forza Italia sono dati al terzo e al quarto posto.

 

Alla nostra richiesta di un commento per questo articolo, la Commissione europea ha dichiarato che nell'area dell'euro è ammessa una sola moneta legale. Eppure molti sostenitori della doppia valuta sostengono che questo non è un ostacolo.

 

Essi sostengono che la definizione di "moneta legale" si riferisce alla valuta che i venditori sono obbligati ad accettare. Se non esiste alcun obbligo, una valuta parallela non violerà i trattati dell'Unione europea, dicono.

 

Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies a Bruxelles, è d'accordo. "Se non ci sono obblighi, non esiste alcun problema legale", ha dichiarato.

 

Tuttavia, Gros dubita che queste proposte verranno mai adottate, considerandole solo delle posizioni volte a distrarre l'attenzione dal vero problema dell'economia italiana, che è una mancata crescita della produttività.

 

"PRONTI AL CROLLO DELL' EURO"

 

I sostenitori della valuta parallela in Italia guardano al successo dei buoni pasto forniti dai datori di lavoro, attualmente utilizzati da milioni di italiani per l'acquisto di generi alimentari, oltre che per i pasti.

 

Le valute parallele hanno numerosi precedenti storici. Berlusconi cita spesso le AM lire, introdotte in Italia dagli alleati durante e dopo la seconda guerra mondiale. Uno dei casi più riusciti è il franco svizzero WIR, lanciato nel 1934 per essere utilizzato dalle imprese, che ancora le aiuta a ottenere credito a basso costo nelle fasi di calo del ciclo economico.

 

Marine Le Pen, leader del Front National, partito francese di opposizione alla UE, durante la campagna elettorale di quest'anno ha proposto la reintroduzione del franco in parallelo con l'euro.

 

Borghi della Lega Nord ha dichiarato che l'Italia "deve essere pronta per il collasso dell'euro", che secondo lui è solo una questione di tempo.

 

Egli è l'architetto della proposta del partito - che Berlusconi ha anche lasciato intendere che avrebbe sostenuto – detta dei "Mini-BOT", dal nome dei titoli di Stato italiani a breve termine.

 

Borghi dice che inizialmente circa 70 miliardi di euro di questi Mini-BOT di piccolo taglio, privi di interessi, sarebbero emessi dal Tesoro a favore delle imprese e delle persone fisiche che vantano crediti nei confronti dello Stato, come pagamento di servizi o come rimborsi fiscali.

 

Potrebbero quindi essere utilizzati come denaro per pagare le imposte e qualsiasi servizio o bene fornito dallo Stato, tra cui, ad esempio, la benzina nelle stazioni di servizio gestite dall'ENI, l'impresa petrolifera a controllo statale.

 

Borghi sostiene che questo convincerà le persone ad usarli e le imprese ad accettarli come mezzi di pagamento, e ha già lanciato dei sondaggi su Twitter e su Facebook per scegliere le proposte più popolari per le immagini da stampare sui Mini-BOT.

 

Perotti della Bocconi ha dichiarato che l'impatto potrebbe essere grave: "Aumenterà il debito pubblico, Bruxelles farà delle obiezioni e, soprattutto se saranno emessi su larga scala, potrebbero rendere più probabile che alla fine saremo costretti a uscire dalla zona euro".

 

Gli economisti che sostengono l'idea ammettono che farà aumentare l'enorme debito pubblico italiano, il secondo più alto nella zona euro dopo la Grecia, ma dicono che questo problema sarà presto superato grazie all'impatto positivo sulla crescita economica.

 

Il partito di opposizione Movimento 5 stelle, che ha ripreso i piani per un referendum sull'euro, sostiene una proposta di "moneta fiscale" presentata dal professore di economia Gennaro Zezza che, come Borghi, crede che l'euro prima o poi fallirà.

 

La moneta fiscale di Zezza inizialmente sarebbe una moneta elettronica, ma il professore ha detto che le banconote potrebbero essere emesse entro circa un anno. La moneta fiscale permetterebbe allo Stato di pagare gli stipendi pubblici e di finanziare investimenti e, come per i Mini-BOT, potrebbe essere utilizzata dai cittadini per pagare le tasse.

 

"La nostra idea ha molto in comune con i Mini-Bot", ha aggiunto Zezza.

07/09/17

Le Monde Diplomatique - L’Inferno del miracolo tedesco

Su Le Monde Diplomatique, una analisi approfondita del modello sociale tedesco fondato sulle riforme Hartz, che hanno segnato il passaggio dal sistema di sicurezza sociale a tutela dei lavoratori a un modello di "inclusione" dove i disoccupati sono trasformati in una grande sacca di lavoratori poveri sottoposti a un regime di controlli rigidamente coercitivo, fondato sulla stigmatizzazione di chi si trova in difficoltà.  Questo è il modello che ispira la riforma del mercato del lavoro che il governo Macron  va ad imporre per decreto anche in Francia. 

 

 

 

di Olivier Cyran, Settembre 2017

 

Traduzione di Anna Sperati

 

 

 

Il modello a cui si ispira Emmanuel Macron

 

Ore otto del mattino: il Jobcenter di Pankow, quartiere di Berlino, è appena aperto e già 15 persone attendono davanti allo sportello d’accoglienza, ciascuna chiusa in un silenzio ansioso. “Perché sono qui? Perché se non rispondi alle loro convocazioni, si riprendono ciò che hanno ti hanno dato"  borbotta un signore sulla cinquantina a voce bassa. “Del resto, non hanno nulla da proporre. A parte forse un impiego da venditore di mutande, chissà.” L’allusione gli strappa un magro sorriso. Da un mese, una donna di 36 anni, madre sola, educatrice e disoccupata, ha ricevuto per posta un invito del Jobcenter di Pankow a fare domanda per una posizione da agente commerciale per un sexy-shop. Pena per la mancata domanda: un’ammenda. “Ne ho viste di tutti i colori con questo Job centre, ma questo è troppo”, reagisce l’interessata su Internet, prima di annunciare la propria intenzione di sporgere denuncia per abuso di potere.

 

Nel parcheggio delle case popolari, “la cellula di sostegno mobile” del centro dei disoccupati di Berlino è già all’opera. Su una tavola pieghevole, disposta davanti al furgone del gruppo, la signora Nora Freitag, 30 anni, dispone una pila di brochures intitolate “come difendere i miei diritti di fronte al Jobcenter.” L’iniziativa è stata attivata dalla chiesa protestante nel 2007. Questo mostro burocratico suscita molto sconforto e sentimento di impotenza presso i disoccupati, che lo percepiscono, non senza ragione, come una minaccia. Una signora sulla sessantina si avvicina con passo esitante. Sembra molto imbarazzata di presentarsi a sconosciuti. La sua pensione di 500 euro mensili non è sufficiente per vivere, perciò riceve un contributo dal Jobcenter. Poiché fatica ad arrivare a fine mese, da poco è impiegata a tempo parziale (“mini job”) come donna delle pulizie per una casa di cura, che le assicura un salario netto mensile di 340 euro. “Rendetevi conto" , afferma la signora con voce agitata, "che la lettera del Jobcenter mi comunica che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro. Ma quei soldi non li ho! Inoltre, ho dichiarato tutto dal primo giorno. Ci deve essere un errore… .” Un membro del gruppo la prende da parte per darle i suoi consigli: a chi rivolgersi per un ricorso, o per sporgere denuncia, etc. Talvolta il furgone serve come rifugio per discutere dei problemi lontano da sguardi indiscreti. “È uno degli effetti di Hartz IV", osserva la signora Freitag. "La stigmatizzazione dei disoccupati è così forte che molti provano vergogna a parlare della propria situazione davanti ad altre persone.”

 

Uno dei regimi più coercitivi d’Europa

 

Hartz IV: questa marcatura sociale deriva dal processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, detto Agenda 2010, realizzato tra il 2003 e il 2005 dalla coalizione tra il Partito Social Democratico (SPD) e i Verdi del cancelliere Gerhard Schröder. Chiamato con il nome del suo ideatore, Peter Hartz, precedente direttore del personale di Volkswagen, il quarto pacchetto di riforme unisce gli aiuti sociali e le indennità per i disoccupati di lunga durata (senza lavoro da più di un anno) in una allocazione forfettaria unica, versata dal Jobcenter. L’ammontare, piuttosto ridotto, di 409 euro al mese nel 2017 per una persona sola, dovrebbe motivare il ricevente (ribattezzato “cliente”) a trovare un impiego il più velocemente possibile. Sia questo mal remunerato o poco conforme alle competenze. La sua attribuzione è condizionata da un regime controllato tra i più cogenti d’Europa. Alla fine del 2016, la rete Hartz IV inglobava quasi 6 milioni di persone, di cui 2,6 milioni di disoccupati ufficiali, 1,7 milioni non ufficiali usciti dalle statistiche grazie alla trappola dei “dispositivi di attivazione” (formazioni, “coaching”, impieghi a 1 euro, mini jobs, ecc.) e 1,6 milioni di bambini associati a famiglie riceventi il contributo forfettario dei Jobcenter. In una società fondata sul culto del lavoro, queste persone sono spesso descritte come un gruppo di oziosi e anche peggio.

 

Nel 2005, in una brochure del ministro dell’economia Wolfgang Clement (SPD) intitolata “Priorità per le persone oneste. Contro gli abusi, le frodi e i self-service nello Stato sociale”, si leggeva: “I biologi sono d’accordo ad utilizzare il termine parassiti per designare gli organismi che provvedono ai loro bisogni alimentari a spese di altri esseri viventi. Ovviamente, sarebbe totalmente fuori luogo estendere delle nozioni provenienti dal mondo animale agli esseri umani.” Ma l’espressione “parassiti Hartz IV” fu abbondantemente ripresa dalla stampa, Bild in testa. La vita di coloro che percepiscono i sussidi è difficile. Se il montante minimo percepito non permette loro di pagare l’affitto, il Jobcenter se ne fa carico, a condizione che non superi il massimale fissato dall’amministrazione secondo le zone geografiche. “Un terzo delle persone che si rivolgono a noi, lo fanno per problemi legati agli alloggi", dichiara la signora Freitag. "Molto spesso perché il rialzo del prezzo degli affitti nelle grandi città come Berlino, le ha spinte al di là dei limiti del Jobcenter. Gli assistiti devono traslocare senza sapere dove, poiché il mercato degli affitti è saturo, oppure, se il costo dell’appartamento supera l’ammontare concesso dal Jobcenter, pagare la differenza di tasca propria erodendo il budget per il cibo.” Dei 500.000 Hartz IV che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite imposto. Il Jobcenter ha inoltre la facoltà di sbloccare dei pagamenti d’urgenza, ciò conferisce un diritto che equivale quasi alla curatela. Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o anche sentimentale: nessun aspetto della vita privata degli assistiti sembra sfuggire all’umiliante radar dei controllori. Le 408 agenzie del paese dispongono di un’iniziativa che talvolta supera l’immaginazione. Alla fine del 2016, per esempio, il Jobcenter di Stade, nella Bassa Sassonia, ha inviato un questionario ad una disoccupata nubile e in attesa di un figlio, chiedendo di divulgare l’identità e la data di nascita dei suoi partner sessuali. Questo regime inquisitivo trovava già i suoi germi nel manifesto firmato nel 1999 da Schröder e il suo omologo britannico Tony Blair. I profeti della “social-democrazia moderna” vi proclamarono la necessità di “trasformare la rete di sicurezza sociale in un trampolino verso la responsabilità individuale.” Questo testo, intitolato “Europa: la terza via, il nuovo centro”, precisava: “un lavoro a tempo parziale o un impiego scarsamente remunerato è meglio di non avere un lavoro per niente. Perché facilita la transizione dalla disoccupazione verso l’occupazione.” Un povero che fatica è meglio di un povero inattivo: questa verità è servita come matrice ideologica alla “cesura più importante nella storia dello Stato sociale tedesco da Bismark”, secondo la formula di Christoph Butterwegge, ricercatore in scienze sociali all’Università di Colonia.

 

In Francia, le riforme Hartz costituiscono da dodici anni una fonte inestinguibile di ammirazione all’interno dei circoli imprenditoriali, mediatici e politici. L’ode rituale al “modello tedesco” si è rafforzata dall’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, per il quale “la Germania si è riformata con successo”. Un punto di vista, questo, raramente contestato dagli editorialisti. “Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha imposto le riforme che fanno la prosperità del suo paese”, ha ricordato il direttore di Le Monde all’indomani dell’elezione del candidato della “start-up nation”, per esortarlo ad esercitare il pugno di ferro sulle sue stesse riforme. L’economista Pierre Cahuc, ispiratore con Marc Ferracci e Philippe Aghion della riforma del mercato del lavoro immaginata da Macron, elogia “l’eccezionale riuscita dell’economia tedesca” e stima che Hartz IV non solo sia meglio per il lavoro, ma sia preferibile per diffondere gioia e buon umore, perché: “i tedeschi si dichiarano sempre più soddisfatti della loro situazione, soprattutto i più umili, mentre la soddisfazione dei francesi ristagna.”

 

Se “i più umili” nascondono la loro gioia nelle lunghe attese dei Jobcenter, è chiaro che i progetti di Macron si ispirano direttamente al “modello tedesco”. Specialmente, l’indebolimento del codice dei lavoratori e il rafforzamento dei controlli sui disoccupati che saranno sanzionati in caso di rifiuto di due offerte di lavoro consecutive. Nulla ha meglio riassunto lo spirito di Hartz IV del presidente francese, che il 3 luglio ha dichiarato davanti al Parlamento riunito a Versailles: “proteggere i più deboli non significa trasformarli in assistiti permanenti dello Stato”, ma donare loro dei mezzi ed eventualmente obbligarli ad “esercitare un impatto sul loro destino”. Con un’acrobazia verbale simile a quella utilizzata dai promotori di Hartz IV, aggiungeva: “Dobbiamo sostituire all’idea di sostegno sociale (…) una vera politica di inclusione di tutti.” Per Schröder, la parola d’ordine contro i poveri era più lapidaria: “Incoraggiare ed esigere” (“fördern und fordern”).

 

Del resto Hartz non si è sbagliato. In Francia continua a godere di una buona reputazione. La Germania, però, non ha dimenticato la sua condanna a due anni di prigione nel 2007 e 500.000 euro di multa per aver comprato la pace sociale di Volkswagen corrompendo i membri del consiglio di amministrazione con tangenti, viaggi verso destinazioni esotiche e prostitute. Nessuno vuole più sentir parlare di lui, tanto che il direttore delle risorse umane si è rifugiato a Parigi per trovare un pubblico disposto ad applaudirlo. Il movimento delle imprese francesi (Medef) lo invita regolarmente, François Hollande, che lo ha ricevuto quando era presidente, avrebbe pensato di includerlo tra i suoi consiglieri. Ma è ormai a Macron che riserva i suoi oracoli. Tuttavia Hartz ha giocato un ruolo di secondo piano durante l’avvento delle riforme Schröder, ha certamente presieduto la commissione dei lavori, ma è soprattutto la Fondazione Bertlesmann che ha orchestrato le operazioni principali. L’opera “filantropica” di uno dei gruppi più influenti della Germania, è stato il fulcro dell’elaborazione dell’Agenda 2010, finanziando conferenze e dibattiti con la partecipazione dei giornalisti. “Senza le opere di preparazione e accompagnamento effettuate a tutti i livelli dalla Fondazione Bertlesmann, le proposte della commissione Hartz e la loro traduzione in legge non avrebbero mai visto la luce”, osserva Helga Spindler, professoressa di diritto pubblico all’Università di Duisburg. La fondazione si spingerà fino al punto di mandare i 15 membri della commissione in soggiorno studio presso quei paesi considerati all’avanguardia in materia di valorizzazione dello stock dei disoccupati: Danimarca, Svizzera, Paesi Bassi, Austria e Regno Unito.

 

Posizioni regolari trasformate in posti di lavoro precari

 

Il 16 Agosto 2002 Hartz rimette le proprie visioni conclusive a Schröder sotto la cupola della cattedrale francese a Berlino. Oggi è un “grande giorno per i disoccupati”, esulta il cancelliere, che promette di immettere due milioni di posti di lavoro nel sistema entro i due anni successivi. Composto di 344 pagine, il rapporto della commissione comprende tredici “moduli d’innovazione” scritti in un gergo manageriale misto tra tedesco e inglese. Il Job center è definito come un “servizio migliorato per i clienti”. Entrato in vigore il primo gennaio 2005, il regime studiato va di pari passo con l’altro pacchetto dell’Agenda 2010, che definisce la deregolamentazione del mercato del lavoro. Questa è definita dalla defiscalizzazione delle basi salariali, il lancio dei mini jobs a 400 euro, poi 450 euro al mese, soppressione dei limiti di ricorso al lavoro temporaneo, sovvenzioni alle agenzie di lavoro interinale che richiamano disoccupati di lunga durata ecc. La febbre dell’oro si impossessa degli imprenditori, soprattutto nel settore dei servizi. Riforniti di nuova manodopera proveniente dai Jobcenter, gli imprenditori approfittano dell’opportunità per trasformare dei posti di lavoro regolari in posizioni precarie, liberi, coloro che li occupano, di fare la coda al Jobcenter per integrare la loro paga ridotta. Il lavoro ad interim aumenta, passando da 300.000 assunti nel 2000 a quasi un milione nel 2016. Nello stesso tempo, la proporzione di lavoratori poveri – remunerati al di sotto di 979 euro al mese - passa dal 18% al 22%. La creazione nel 2015 del salario minimo, a 8,84 euro all’ora, non ha invertito la tendenza: 4,7 milioni di lavoratori attivi sopravvivono con un salario bloccato a 450 euro al mese. La Germania ha convertito i suoi disoccupati in bisognosi.

 

I bambini convocati al Jobcenter

 

Hartz IV funziona come un servizio di impiego precario obbligatorio. Le minacce delle sanzioni che pesano sui “clienti”, li tengono i trappola costantemente. Il signor Jürgen Köhler, un abitante di Berlino di 63 anni, esercita in modo autonomo la professione di grafico. Spiazzato dalla concorrenza delle grosse compagnie, che abbassano i prezzi, non ha abbastanza progetti perciò si è iscritto al Jobcenter. “Un giorno, racconta, ho ricevuto per posta una notifica che annunciava che mi sarei dovuto presentare il lunedì e martedì successivi alle 4 del mattino presso un agenzia di lavoro interinale, per essere assegnato ad un cantiere ed essere pagato la sera stessa. Inoltre sono stato invitato a procurarmi delle scarpe di sicurezza. Evidentemente non possedevo l’equipaggiamento richiesto e non avevo mai lavorato in un cantiere di costruzioni. Cominciare alla mia età non mi pareva una buona idea.” Poiché era troppo tardi per tentare un ricorso, al signor Köhler non è rimasto che contestare la misura in tribunale, sperando che il giudizio arrivasse prima delle sanzioni, che possono decurtare il sussidio del 10%, 30% o anche del 100%. Nulla è esente dall’accetta delle sanzioni, nemmeno i figli dei riceventi i sussidi in età compresa tra i 15 e i 18 anni. In cambio dei 311 euro mensili versati nel budget della famiglia, anche se frequentano ancora la scuola il Jobcenter li può convocare in ogni momento e consigliare loro di orientarsi verso specifici settori, minacciandoli di tagliare i fondi se non si presentano all’appuntamento. Effetto pedagogico garantito sull’adolescente, che porta già Hartz IV tatuato sulla fronte. Membro del gruppo di disoccupati Ver.di, il sindacato unificato dei servizi, il signor Köhler, ha potuto beneficiare di un avvocato gratuito e di una decisione in suo favore. Ma non tutti hanno questa fortuna. Nel 2016, circa un milione di sanzioni sono state pronunciate, con un prelievo di 108 euro a testa,  un guadagno notevole per l’agenzia federale del lavoro, che è anche l’autorità che tutela i Jobcenter. Nello stesso anno, questi ultimi sono stati oggetto di 121.000 reclami, che sono stati rigettati nel 60% dei casi. Ma non è sempre stato così. Nel 2003-2004, decine di migliaia di disoccupati e lavoratori hanno sfilato spontaneamente ogni lunedì in molte città della Germania per bloccare le riforme Schröder. Affermatosi soprattutto ad est, dove gli slogan facevano apertamente riferimento alle “manifestazioni del lunedì” dell’autunno 1989 contro il potere, il movimento si diffuse rapidamente anche ad ovest. “I sindacati hanno tergiversato molto", ammette Ralf Krämer, segretario di Ver.di incaricato di questioni economiche. "La loro posizione era tanto ambigua, che due rappresentanti hanno partecipato alla commissione Hartz, uno era del sindacato DGB (Confederazione Tedesca dei Sindacati) e l’altro dei nostri.” Oltre ai due sindacalisti, la commissione comprendeva due eletti, due universitari, un alto funzionario e sette top managers della Deutsche Bank, del gruppo chimico BASF e della società di consulenza McKinsey.

 

Conclusioni

 

Nel novembre 2003, tra lo stupore generale, una manifestazione organizzata al di fuori del contesto sindacale ha riunito 100.000 persone a Berlino (….). Cinque mesi più tardi altre manifestazioni si verificano a Berlino, Stoccarda e Colonia, circa mezzo milione di oppositori si riuniscono a manifestare. Un numero mai visto dal dopo guerra. Questa volta i direttori dei sindacati sfilano in prima fila: “Avremmo potuto vincere", afferma il signor Krämer. "Ma la DGB ha avuto paura di perdere il controllo e si è astenuta dal convocare altre mobilitazioni. Le manifestazioni del lunedì si sono trovate isolate e il movimento si è spento. Abbiamo perso un’occasione storica. Bisogna dire che non fa parte delle cultura sindacale tedesca, contestare le decisioni di un governo democraticamente eletto, anche se a titolo personale me ne pento.” Curiosamente, questo fallimento non ha determinato una riflessione su un possibile cambiamento di strategia. Presso Ver.di, facente parte di DGB, i dirigenti non hanno ritenuto utile di aprire un dibattito sull’illegalità degli scioperi “politici”. Questa è una curiosità del diritto tedesco, che impedisce di indire uno sciopero contro le leggi giudicate nefaste per gli interessi dei lavoratori. “Sciopero generale?” L’espressione provoca un’espressione dubbiosa in Mehrdad Payandeh, membro del comitato direttivo federale di DGB. “Per noi, uno sciopero ha senso solo se fallisce la negoziazione per un aumento dei salari nei settori dove siamo rappresentati. La nostra legittimazione è rappresentata dagli iscritti e non dalla strada. Non siamo come quei paesi del Sud dove la gente sciopera per motivi meno seri !” Nella sua maniera eloquente e calorosa, il signor Payandeh incarna piuttosto bene la cultura sindacale descritta da Krämer. “Certamente, che sono contro le sanzioni Hartz IV e la precarietà", esclama, "ma le leggi votate dal Bundestag non sono di nostra competenza. Il fine, per noi, è di difendere i nostri lavoratori all’interno degli accordi di settore.” Tali accordi esistono solo nei settori metallurgico e chimico, perciò l’industria dei servizi assorbe una mano d’opera sempre più asservita e meno protetta. Le lotte contro le riforme Hartz hanno nondimeno lasciato una traccia profonda nel paese, indebolendo considerevolmente l’SPD, che ha perso 200.000 iscritti dal 2003. Inoltre hanno rimodellato lo scenario politico, spingendo una parte dei dissidenti del partito di Schröder a fondersi nel 2005 con i neo comunisti del Partito del Socialismo Democratico (PSD), al fine di creare il nuovo gruppo Die Linke (La Sinistra). Al momento questa formazione politica è l’unica formazione all’interno del Bundestag che si batte per l’abrogazione delle riforme Hartz. A seguito di tali proteste, è anche nata una vasta rete di disoccupati (come il collettivo Basta) risoluti a far sentire la propria voce.

 

“Per noi la Francia era esemplare”

 

Nel momento in cui in Francia ci si interroga sulla possibilità di ostacolare gli ardori riformatori di Macron, numerosi sindacalisti tedeschi attendono. “Le riforme Macron ci inquietano parecchio, poiché rischiano di spingere i salari verso il basso e di diffondersi a macchia d’olio”, afferma il Dierk Hirschel, dirigente di Ver.di. “Per noi, la Francia è sempre stata esemplare” aggiunge il suo collega Ralf Krämer. “L’evoluzione attuale appare tragica. Speriamo che i sindacati francesi non ripeteranno i nostri errori e si sapranno mostrare più aggressivi di noi”.