19/08/18

ZH - Sembra che il default dell'Italia sia di nuovo nel menù

La crisi economica turca e quella diplomatica tra Erdogan e gli USA rischia di far saltare in aria l'eurozona, a causa del combinato disposto dell'esposizione delle banche del sud Europa verso la Turchia e dei reiterati annunci sulla fine del QE da parte di Mario Draghi. In questa situazione, il rischio per l'Italia è molto alto, anche considerato che è alle porte uno scontro con la UE sulle regole di bilancio. Tuttavia, il governo italiano può utilizzare, come ha fatto, il dramma di Genova per sensibilizzare la popolazione sugli effetti deleteri dell'aver sacrificato la propria sovranità monetaria all'appartenenza all'eurozona, con le sue regole deflazionistiche che stanno strangolando il paese, e per premere sulla Germania perché queste regole siano allentate. Se la UE non cede, sarà ancora più facile convincere la popolazione a dire ciao all'euro. Perché una volta che la rottura dell'eurozona si trasforma in una rotta caotica, le scommesse sono chiuse, e Salvini può vendere l'indipendenza dalla UE come una questione di orgoglio nazionale. Da Zerohedge.

 

di Tom Luongo, sabato 18 agosto 2018.

 

 

Il vice Primo Ministro italiano Matteo Salvini ha avuto ragione nel richiamare la UE a proposito del crollo del ponte a Genova di questa settimana. È stato un gesto da tribuna politica a buon mercato, ma in fin dei conti un atto che suona molto vero.

 

È un momento perfetto per scrollare la gente dall'acquiescenza verso i costi reali dell'aver ceduto la propria sovranità finanziaria a qualcun altro, in questo caso la Troika - la Commissione Europea, la BCE e l'FMI.

 

L'Italia sta lentamente soffocando fino alla morte a causa dell’euro. Non c'è altro modo di descrivere quello che sta accadendo. La sua coalizione populista al governo comprende i problemi fondamentali ma, politicamente, è troppo azzoppata per poterli affrontare a testa alta.

 

Semplicemente non c'è una volontà politica a favore della rottura che rimetterebbe realmente l'Italia sulla giusta via, ovvero abbandonare l'euro. Ma, dato che il governo è pronto a scontrarsi con Bruxelles sul bilancio proposto, i problemi legati all'euro potrebbero comunque essere messi maggiormente a fuoco.

 

Guardando al bilancio, ci sono due o tre passi nella giusta direzione - un'aliquota fiscale piatta e più bassa (flat tax), non aumentare l'IVA - ma anche un passo o due nella direzione sbagliata - il reddito di cittadinanza.

 

Aprire i mercati italiani e abbassare gli oneri a carico dei contribuenti è la strada per una crescita strutturata e sostenibile, ma non è lo scopo dell'austerità stile FMI. Il suo scopo è fare esattamente quello che sta facendo, strangolare l'Italia fino alla morte ed estrarre la ricchezza e lo spirito della popolazione locale, si veda la Grecia e prima ancora la Russia negli anni '90.

 

Così, osservando la situazione odierna, mentre il litigio tra la Turchia e gli USA si inasprisce, è ovvio che l'Italia è nel mirino di qualsiasi effetto di contagio del sistema bancario europeo.

 

Come sottolinea Martin Armstrong, le banche europee, specialmente spagnole, italiane e portoghesi, hanno fatto il pieno di debito privato turco, che pagava cedole folli a causa della repressione finanziaria in corso nell'euro-zona.

 

Mentre nello scorso decennio le banche centrali pompavano soldi nel sistema, nazioni come la Turchia e altre economie nei mercati emergenti hanno sfruttato l'opportunità di finanziarsi sempre più con debito "a buon mercato" per dare impulso alla propria produttività. La Turchia ha attratto dall'Europa capitali che cercavano rendimenti più alti a causa della politica di interessi negativi della BCE. Adesso abbiamo la crisi in Turchia, che è anche il risultato del Quantitative Easing di Draghi, che ha spinto i capitali in Turchia e NON È RIUSCITO a rianimare l'economia europea.


 

Quanto è grosso il problema?

 

Be', secondo il Morningstar:

 

A quanto si dice, la Banca Centrale Europea è preoccupata per la salute delle banche dell'Europa del sud, che hanno prestato molto denaro alla Turchia. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche spagnole detengono 83,3 miliardi di dollari di debito turco, quelle francesi 38,4 miliardi e quelle italiane 17 miliardi.


 

Ce n'è più che a sufficienza perché divenga una vera preoccupazione per tutti, specialmente perché il Presidente della BCE e vice Presidente della Propaganda, Mario Draghi, continua a dire a tutti che smetterà di comprare il debito sovrano della UE prima della fine dell'anno.

 

Ma tutti sappiamo che la BCE è stata l'unica, emarginata compratrice del debito sovrano italiano per mesi. Soprattutto, come evidenzia Zerohedge, le banche italiane hanno iniziato a comprare debito sovrano italiano in quello che è conosciuto come la Spirale Catastrofica del Debito:

 

Questo circolo vizioso delle banche del Paese X (in questo caso l'Italia) che comprano i titoli di stato del Paese X nei periodi di tensione - con la rete di salvataggio della BCE - è stato per anni la temuta spirale catastrofica tra banche e stati sovrani. E, come dimostra chiaramente l'Italia, i ripetuti e aggressivi tentativi dei regolatori e dei decisori politici europei di spezzare la spirale catastrofica, più recentemente con l'introduzione della direttiva BRRD del 2014, che ha cercato di rimuovere la necessità e la possibilità di salvataggi bancari, e invece ha dato inizio ai bail-in, sono stati un fallimento miserabile.


È anche un problema grave.


 

Tu credi?

 

Così, in mezzo a livelli folli di intervento sul mercato dei titoli da parte di regolatori di ogni risma, un litigio geopolitico tra Turchia e USA sull'ovvio desiderio turco di lasciarsi alle spalle le critiche dell'Occidente si sta ritorcendo duramente contro l'Europa, mentre la liquidità di dollari diventa scarsa.

 

Non c'è da stupirsi che la svendita del debito italiano sotto il controllo della BCE nelle prime settimane del nuovo governo italiano fosse cominciata di nuovo, il minuto successivo alla divulgazione del piano di bilancio dell'Italia.

 

Nemmeno ora che la svendita sta accelerando nuovamente, mentre le pressioni per la ricapitalizzazione delle banche italiane hanno probabilmente ridotto i loro acquisti di debito pubblico italiano.

 

 

[caption id="attachment_15784" align="alignnone" width="890"] Rendimento dei titoli di stato italiani a cinque anni[/caption]

 

Il centro della curva dei rendimenti italiani si sta muovendo più velocemente, con i titoli a cinque anni che sono cresciuti quasi di un punto intero in appena quattro settimane. I rendimenti a tre mesi stanno tornando positivi, contro il desiderio della BCE.

 

Soprattutto, questa debolezza si è estesa all'euro, che ha spezzato verso il basso il forte supporto a 1.15 dollari e adesso sta guardando 1.10 dollari o ancora più basso.

 

Né la Turchia né gli USA sembrano capaci di tirarsi indietro a questo punto. E questo implica guai seri per l'Europa, e per l'Italia in particolare.

 

Gli USA hanno appena annunciato un nuovo giro di sanzioni mentre il Dipartimento del Tesoro e l'Ufficio di Controllo dei Beni Stranieri usano l'unico strumento che hanno, il martello.

 

E tutti quelli che escono dal ciclo della schiavitù del debito del FMI assomigliano a un chiodo.

 

Ne ho discusso nell'ultimo post del mio blog:

 

Erdogan, da parte sua, ha quasi accusato gli USA di aver organizzato il tentativo di colpo di stato contro di lui nel 2016. I suoi avvocati premono per interrogare il personale militare statunitense a Incerlik.


Se il passo successivo nella guerra finanziaria è minacciare la Turchia dell'espulsione dal circuito SWIFT per avere fatto affari con l'Iran, allora come prossima mossa la Turchia potrebbe fare irruzione a Incerlik per far uscire quelli che Erdogan crede che siano i colpevoli dell'organizzazione del colpo di stato.


Entrambe sono opzioni nucleari, e se l'una è sul tavolo, allora lo è anche l'altra.


E quello è il momento quando finiscono le spacconate e a qualcuno sanguina il naso.


 

Gli USA hanno appena detto che anche se il pastore Andrew Brunson venisse liberato, le sanzioni rimarranno in essere. Quindi quale sarebbe, di preciso, l'incentivo per Erdogan ad arrendersi?

 

Quindi, ricordate la situazione: la Turchia ha influenza sull'Europa a causa del carico del debito, mentre gli USA hanno potere grazie alla moneta in cui è denominato il debito.

 

Tuttavia, alla fine, una volta che i tassi d'interesse iniziano a salire in Europa, scopriremo che Draghi alla BCE non ha altra scelta che continuare a comprare il debito o permettere ai tassi di esplodere verso l'alto.

 

Questo è il motivo per cui la situazione è così importante e lo stallo tra gli USA e la Turchia così potenzialmente esplosivo. Questo è vero in special modo se la Russia e la Cina sono pronte ad assistere la Turchia nello swap del debito, lasciando esposte le banche della UE.

 

Così, le stesse cose valgono per l'Italia. Il governo ha potere nella disputa in arrivo con la UE sul proprio bilancio. Il crollo del ponte di Genova è un evento commovente che può essere usato da Salvini e i suoi soci per spingere la Germania, in particolare, alle riforme strutturali che allentino il controllo della Troika sui membri della UE.

 

E se la UE non cede, sarà ancora più facile convincere la popolazione a dire ciao all'euro. Perché una volta che la rottura dell'eurozona si trasforma in una rotta caotica, le scommesse sono chiuse. E Salvini può vendere l'indipendenza dalla UE come una questione di orgoglio nazionale.

16/08/18

Bloomberg: Germania, le infrastrutture stradali sprofondano nella crisi

A seguito del tragico crollo del ponte autostradale a Genova, Bloomberg esamina la condizione delle infrastrutture stradali (e non solo) di un nostro vicino: la Germania. Nonostante un territorio decisamente più semplice di quello italiano, la Germania presenta rischi legati a infrastrutture obsolete e con carenza cronica di manutenzione e investimenti. Proprio il disastro di Genova viene mostrato da Bloomberg come esempio di ciò che potrebbe accadere. A questa situazione ha contribuito ovviamente l'ideologia del pareggio di bilancio, in nome del quale si è accumulato un enorme ritardo negli investimenti.

 

 

 

di Leonard Kehnscherper, 15 agosto 2018

 

A Langsdorf, una minuscola cittadina tedesca di 200 abitanti posta a circa 40 chilometri dalla costa baltica, l’unica cosa che separa i residenti dalla taverna Zur Kastanie è una stretta striscia di selciato. La strada principale, normalmente così sonnolenta, oggi è intasata da circa 10.000 automobili e camion al giorno, rendendo quasi impossibile fare un salto in taverna a prendere un boccale di birra e un piatto di maiale affumicato.

 

Il rumore e la puzza del traffico sono i nostri maggiori disagi”, ha detto il sindaco, Hartmut Kolschewski, in piedi proprio di fianco alla causa del problema: un tratto dell’autostrada [“Autobahn”, NdT] A20 che l’anno scorso si è sbriciolato.

 



 

L’ultima prova dei rischi posti da un sistema infrastrutturale che invecchia l’abbiamo avuta martedì, quando un ponte autostradale è crollato in Italia, uccidendo almeno 35 persone. Anche la Germania è esposta a questo rischio. La sua rete di strade, ponti e ferrovie, un tempo tanto invidiata, è in decadenza a causa di decenni di spesa insufficiente. La Germania è caduta al 15° posto per qualità delle strade, dietro all’Oman e al Portogallo, secondo la classifica della competitività del World Economic Forum.

 

Serpeggiando tra le verdeggianti pianure del Nord-est della Germania, la A20 attraversa il distretto elettorale della cancelliera Angela Merkel. La Merkel stessa inaugurò questa fondamentale arteria autostradale nella regione ex-comunista, in una cerimonia che si tenne non lontano da Zur Kastanie nel dicembre 2005, nemmeno un mese dopo il suo primo giuramento da leader del paese. Ma 12 anni dopo questa autostrada a quattro corsie è crollata, quando le sue fondamenta hanno ceduto all’interno del terreno paludoso. Si trattò del primo segno evidente di una crescente crisi delle infrastrutture.

 

Oltre al rischio per le vite umane, l’economia tedesca dipende dal buon funzionamento della rete dei trasporti per la distribuzione delle merci. Secondo Michael Schreckenberg, ricercatore dell’Università di Duisburg-Essen, lo scorso anno gli ingorghi del traffico avrebbero causato oltre 60 miliardi di euro di danni all’economia del Paese, in termini di ore lavorative perse e ritardi nelle consegne.

 

Recuperare la situazione sarà costoso. Il buco complessivo di investimenti dei Comuni tedeschi, che non include i progetti regionali o nazionali, ammontava a 159 miliardi di euro nel 2017, secondo uno studio della banca nazionale di investimenti KfW. Le infrastrutture stradali contavano per circa un quarto di quella cifra.

 

Logoramento


 

Gli investimenti netti in Germania sono stati in negativo per la maggior parte del “regno” della Merkel

 



 

Con circa l’11 per cento dei ponti autostradali tedeschi in condizioni insoddisfacenti secondo il ministero dei Trasporti, il governo della Merkel ha finalmente aperto gli occhi sulla condizione di negligenza, dopo la frenata alla spesa seguita dalla crisi del debito in Europa. L’accordo di governo stipulato all’inizio dell’anno richiede livelli record di investimenti nelle infrastrutture, nonché 2,4 miliardi di euro per risolvere i problemi di una copertura della connettività digitale a macchia di leopardo.

 

Non stiamo chiudendo gli occhi di fronte alla realtà”, ha dichiarato ai giornalisti Svenja Friedrich, portavoce del ministero dei Trasporti questo mercoledì a Berlino. Per evitare un incidente come quello di Genova, gli ispettori dovranno stilare dei report sulle condizioni delle autostrade ogni sei mesi, ha detto, aggiungendo che: “La modernizzazione dei ponti è un punto cruciale del bilancio federale. Stiamo spendendo miliardi per questo”.

 

Oltre ad allocare soldi su questo problema, le autorità puntano ad accelerare la pianificazione e l’approvazione delle procedure. I critici tuttavia non sono soddisfatti.

 

Si sta facendo ancora troppo poco per quanto riguarda gli investimenti nelle infrastrutture stradali in Germania”, ha dichiarato Marcel Fratzscher, direttore dell’istituto economico DIW di Berlino, notando che il ritardo negli investimenti in Germania ammonta a 11,3 miliardi di euro dal 2013 a oggi, dato che le spese del governo su questo fronte non tengono il passo con il deterioramento in corso.

 



 

Se in Germania le infrastrutture alla vecchia maniera stanno andando lentamente in rovina, anche le reti necessarie per la nuova economia digitale rimangono indietro. In quanto a penetrazione della telefonia mobile la Germania si colloca al 76° posto, dietro Algeria, Mali e Sri Lanka, secondo il World Economic Forum.

 

Le zone prive di rete wireless sono un problema così persistente che il ministro dei Trasporti, Andreas Scheuer, ha deciso di mettere a punto entro la fine dell’anno una app attraverso cui le persone potranno riportare i problemi di mancata ricezione. Questa estate durante un vertice con gli operatori telefonici Deutsche Telekom AG, Vodafone Group Plc e Telefonica SA, Scheuer ha anche offerto di ridurre le tasse per un miliardo di euro sulle nuove licenze 5G in cambio di un ampliamento della copertura delle reti esistenti.

 



 

”Il digitale è la risorsa più importante al giorno d’oggi”, ha dichiarato Bernhard Lorentz della società EY a Berlino. ”Se la Germania vuole giocare un ruolo in questo settore, dovrà investire molto di più”.

 

Langsdorf è l’epicentro di questo fallimento infrastrutturale tedesco. Il sindaco Kolschewski si trova spesso a dover camminare su e giù per il proprio giardino in cerca del segnale della rete mobile, mentre il traffico stradale rumoreggia in tutta la città e si svolgono lavori sul chilometro di strada danneggiato.

 

Le riparazioni sono piuttosto rumorose, ma questa è musica per noi abitanti”, ha dichiarato un insegnante in pensione di 64 anni, indicando la testa di un ponte dove la Merkel aveva inaugurato l’autostrada. La riapertura però non è prevista prima del 2021.

 

14/08/18

Krugman: Turchia, un’altra festa stile 1998


  1. Dalle colonne del New York Times, il premio Nobel per l'economia Paul Krugman spiega l'attuale crisi della Turchia come la più classica delle bolle gonfiate dai capitali esteri. Lo si era già visto in molti paesi asiatici nel 1998, in Argentina all'inizio del 2000, in Islanda recentemente. La caratteristica comune è il solito afflusso di capitali esteri spinti dalla crescita e dai tassi elevati, l’esplosione del debito privato estero denominato in valuta straniera, in un paese piccolo o emergente, seguito da un inevitabile "sudden stop" che sgonfia la bolla. (Lo dovremmo definire un fallimento dei mercati, se non fosse il loro modo normale di funzionare.)


12/08/18

Handelsblatt - Il pericoloso flirt della Germania con le armi nucleari

Da qualche tempo in Germania si è riaperto pubblicamente il dibattito, mai del tutto sopito, sul dotarsi di armamenti nucleari (ne avevamo già parlato un anno fa qui). Ad innescarlo le recenti dichiarazioni di Trump; e a fronteggiarsi due opposte strategie: da un lato chi sostiene che la Germania dovrebbe assurgere al ruolo di potenza nucleare; dall'altro chi, come il prestigioso Handelsblatt, da cui è preso questo articolo, ritiene una simile mossa destabilizzante per gli equilibri europei e caldeggia una strategia progressiva per rafforzare le (scarse) capacità militari della Bundeswehr, proseguendo nell'integrazione con le altre forze armate europee (a guida tedesca, come sosteneva Foreign Policy) e coronando il sogno di dotarsi di armamenti nucleari grazie al nucleare francese, messo a fattor comune all'interno di una difesa comune "europea". Insomma, è chiaro che la Germania, a fronte del suo successo economico fondato sull'euro, si sta riappropriando delle sue ambizioni geopolitiche, tanto che non è più in dubbio il principio del dotarsi di armi nucleari, ma solo i modi e i tempi con cui arrivarci.

 

 

 

di Wolfgang Ischinger, 8 agosto 2018

 

 

Come nel gioco degli scacchi, ci sono mosse geopolitiche con le quali un paese può - involontariamente - darsi scacco matto da solo. Eppure questo è esattamente quello che alcuni tedeschi hanno recentemente proposto. I sostenitori di una Germania dotata di armamenti nucleari affermano che l'ombrello nucleare della NATO ha perso tutta la sua credibilità a causa delle dichiarazioni del presidente degli USA, Donald Trump.

 

Ci sono almeno tre buone ragioni per cui valutare l'opzione nucleare sarebbe imprudente per la Germania. Per iniziare, la Germania l'ha ripetutamente ripudiata, per la prima volta nel 1969 firmando (e più tardi ratificando) il Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (NPT), e ancora nel 1990 firmando il cosiddetto Trattato sullo stato finale della Germania [in inglese Two Plus Four Treaty, ndt], che ha aperto la strada alla riunificazione tedesca.

 

Gettare dubbi su questi impegni danneggerebbe seriamente la reputazione e l'affidabilità della Germania in tutto il mondo. La Germania metterebbe in discussione la credibilità della deterrenza nucleare della NATO, e così l'alleanza stessa, assieme all'intero regime di non proliferazione nucleare.

 

Vale la pena notare che dalla sua creazione, nel 1949, la NATO è stata uno degli strumenti di più grande successo al mondo per la prevenzione della proliferazione. Non un singolo stato membro della NATO - ad eccezione degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia - ha ritenuto necessario dotarsi di armi nucleari per proprio conto.

 

Il rischio dell'effetto domino

 

Se la Germania dovesse ora abbandonare il suo status di potenza non nucleare, cosa impedirebbe alla Turchia o alla Polonia, ad esempio, di seguirne l'esempio? La Germania come becchino del regime internazionale di non proliferazione nucleare - chi potrebbe volerlo?

 

In secondo luogo, una bomba nucleare tedesca danneggerebbe il contesto strategico in Europa - a svantaggio della Germania. La Russia interpreterebbe i passi tedeschi verso un arsenale nucleare come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale e adotterebbe probabilmente delle contromisure militari. Questo, a sua volta, renderebbe ancora più difficile perseguire la visione di un ordine pan-europeo di pace e sicurezza, obiettivo fondamentale della politica estera di tutti i governi tedeschi a partire da quello di Konrad Adenauer. Oltretutto, le ambizioni nucleari della Germania potrebbero mettere a repentaglio il delicato equilibrio di potere in Europa - incluso quello tra la Germania e la Francia, per esempio - con conseguenze incalcolabili per la coesione a lungo termine dell'Unione Europea.

 

Infine, non è difficile prevedere che la ricerca di armi nucleari porterebbe a una significativa opposizione da parte dell’opinione pubblica, in particolar modo visto che una mossa del genere rappresenterebbe un dietrofront totale per il governo della cancelliera tedesca Angela Merkel, che, soltanto pochi anni fa, si è mossa per eliminare del tutto l'energia nucleare. È difficile immaginare un fiasco più grande per la politica estera e la sicurezza della Germania che proporre una strategia nucleare e poi non riuscire a ottenerne l'approvazione in parlamento.

 

Alternative ragionevoli

 

Ci sono modi più intelligenti a lungo termine per rinforzare la difesa nucleare europea rispetto al proporre una bomba tedesca. Per esempio, la Francia potrebbe essere disponibile a prendere in considerazione l'idea di svolgere un ruolo esteso nella deterrenza nucleare, assieme a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, dentro la NATO. Anche se ciò richiederebbe un riorientamento fondamentale e una europeizzazione della strategia nucleare francese, la Germania e gli altri partner europei potrebbero offrire dei contributi finanziari per un'iniziativa come questa, nel contesto di una futura unione di difesa europea con una componente nucleare. Ma queste sono, nel migliore dei casi, opzioni di lungo termine.

 

In breve, non importa quel che Trump dice, la Germania rimarrà dipendente dall'ombrello nucleare statunitense per il futuro prevedibile.

 

Il miglior modo per mantenere la credibilità della NATO e per essere presi seriamente dagli Stati Uniti è lavorare seriamente per l'obiettivo, stabilito dall'alleanza, di raggiungere il 2% del PIL per le spese militari e investire con maggior forza nella capacità militare convenzionale. Non per soddisfare le richieste degli Stati Uniti, ma per proteggere i nostri stessi interessi di difesa e sicurezza. Ma non si tratta semplicemente di spendere di più; si tratta di spendere in modo più intelligente, in particolare mettendo in comune e condividendo le capacità, e con sistematici approvvigionamenti congiunti con la Francia e altri partner europei, anche attraverso il Fondo di Difesa dell'UE, istituito recentemente.

 

Niente di questo funzionerà se la Germania non inizia a definire la strategia militare, la sicurezza e la difesa come priorità politiche di primo piano. Soltanto allora il Bundestag [il Parlamento tedesco, ndt] potrà dare alla Bundeswehr [l'esercito tedesco, ndt] - spesso definito un "esercito parlamentare" - quel che le serve per fare il proprio lavoro. L'alternativa - ovvero considerare lo sviluppo di armi nucleari - sarebbe una mossa perdente.

10/08/18

Le vittime della "moderna schiavitù" sono spesso sottoccupate - e per questo pagano un caro prezzo

Andrew Crane, professore di Economia sociale dell'impresa all'Università di Bath, propone una riflessione inedita ed inaspettata sul dramma della schiavitù moderna legata all'immigrazione clandestina. Contrariamente all'idea comune che si ha dello sfruttamento dei nuovi schiavi, nella quale ci si aspetterebbe di trovare orari massacranti, lavori estenuanti e sottopagati, la realtà spesso è che i nuovi schiavi lavorano molto meno di quanto potrebbero e, in molti casi, vorrebbero. Il modello di sfruttamento, in questo caso, non consiste nel trarre vantaggio il più possibile dalla produttività del lavoratore, ma nel considerarlo allo stesso tempo un fattore di produzione ed un consumatore. Proprio perché non lavorano abbastanza, i lavoratori immigrati sono così costretti ad indebitarsi e di conseguenza a precludersi la possibilità di ripagare il loro debito, rimanendo intrappolati in una spirale schiavistica di debito e dipendenza nella quale gli introiti, per il datore di lavoro, non provengono tanto e solo dallo sfruttamento della forza lavoro, ma anche dalla vendita di beni e servizi destinati ai loro dipendenti, oltre che dagli interessi sullo stesso debito. È pertanto indispensabile comprendere queste nuove dinamiche di sfruttamento, che aiutano a far luce su tanti aspetti (l'importazione di massa di lavoratori in paesi che già soffrono di disoccupazione, la veemenza e il potere di ONG ed associazioni legate all'accoglienza, tra gli altri) che contraddistinguono una crisi migratoria così complessa e dai tanti lati oscuri come quella attuale.

 

 

Di Andrew Crane, 18 luglio 2018

 

 

Le persone intrappolate nelle moderne situazioni di schiavitù subiscono condizioni terribili, minacce alla loro sicurezza e limiti alla loro libertà. Eppure molto spesso in realtà lavorano molto meno di quanto vorrebbero veramente. Può sembrare assurdo, ma come modello di business dello sfruttamento ha una sua astrusa logica.

 

 

Con il termine "schiavitù moderna" vengono di solito evocate le peggiori forme di sfruttamento umano. Che si tratti di ragazzine costrette alla prostituzione, operai edili intrappolati nel lavoro forzato, o migranti costretti a lavorare su navi da pesca per anni senza sosta e senza paga, sembra che non vi siano limiti alle modalità con cui lo sfruttamento viene utilizzato per generare profitti per pochi, a un costo altissimo per altri.

 

 

La logica economica dello sfruttamento estremo è abbastanza semplice. Usando la violenza, le minacce o l'inganno per costringere le persone a svolgere lavori che altrimenti non farebbero, lo sfruttatore risolve un problema di offerta di lavoro, riduce i costi e ottiene una produttività maggiore rispetto a quanto otterrebbe in un libero mercato.

 

 

La maggior parte delle descrizioni del lavoro forzato include immagini di lavori ardui e pericolosi, giornate lavorative lunghe, pochi (se va bene) giorni liberi e condizioni di vita squallide. Quindi sicuramente è ragionevole pensare che uno spietato "datore di lavoro" voglia spremere i suoi "schiavi" il più duramente possibile.

 

 

Ma non è proprio così - o almeno, non sempre. La nostra ricerca sui modelli di business della moderna schiavitù nel Regno Unito si proponeva di studiare varie situazioni in cui i lavoratori erano costretti a lavorare per lunghe ore con salari bassi. Ma ci siamo invece imbattuti in situazioni, specialmente nel settore agricolo, in cui apparentemente gli schiavi sembravano avere pochissimo lavoro da fare. A volte, per diverse settimane non c’era affatto lavoro, o solo poche ore per uno o due giorni alla settimana.

 

 

Il recupero crediti

 

All'inizio questo fatto ci ha lasciato perplessi. Perché costringere i lavoratori a uno status di lavori forzati se non si ha intenzione di farli lavorare il più possibile? E non c’erano dubbi che questi fossero lavoratori forzati. Erano costretti, con le minacce o con la forza, a sottostare ai loro datori di lavoro. In base alla definizione dell’agenzia ONU, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), erano sotto "minaccia di sanzione" se tentavano di andarsene. E allora perché li si fa lavorare così poco?

 

 

La risposta, a nostro avviso, si può dedurre se si cerca di comprendere i modelli aziendali sottostanti alla moderna schiavitù. Ci sono una varietà di modi per trarre profitti dalla schiavitù moderna, e talvolta occorre superare l'idea che semplicemente riduce i costi della manodopera. Nel caso degli schiavi agricoli sottoccupati, il modello di business delle aziende che li ingaggiano differisce da come potremmo normalmente intendere la schiavitù moderna.

 

 

Due caratteristiche in particolare saltano all’occhio. In primo luogo, il metodo principale con cui i "datori di lavoro" esercitano il controllo sui loro lavoratori è attraverso la schiavitù del debito - che solitamente si instaura nel momento in cui i lavoratori migranti sono reclutati all'estero. Come racconta uno dei nostri informatori:

 

 

Ai migranti viene detto: "Tu vieni nel Regno Unito, noi ti prestiamo i soldi, e quando arrivi lì ti offriamo alloggio e stipendi, lavoro." All’arrivo però deliberatamente non gli danno alcun lavoro da fare. Continuano a ripetere: "Un po’ di pazienza, tra due, tre settimane, possiamo darti lavoro. Al momento non ce n'è, ma non preoccuparti, puoi alloggiare nella sistemazione che abbiamo fornito. [Ecco] un po' di soldi per non morire di fame, mi ripagherai quando inizierai a ricevere i tuoi stipendi."  Apparentemente sembrano molto gentili e ragionevoli, ma è solo una scusa per instaurare questa schiavitù, in modo che non possano più sfuggire.

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=WqPpSXJE5Wo&feature=player_embedded

 

 

In secondo luogo, un altro modo per ricavare denaro dal lavoro forzato in una situazione di questo tipo non è solo ridurre il costo del lavoro, ma generare entrate dalla vendita di una serie di beni e servizi aggiuntivi ai lavoratori sotto il loro controllo. Alloggio, cibo e trasporti sono forniti a prezzi di monopolio ai lavoratori, che non hanno altra scelta. Ciò comporta considerevoli vantaggi per i datori di lavoro e contribuisce a spingere sempre più profondamente i lavoratori nel debito.

 

 

Per pagare questo debito, i lavoratori a volte richiedono fondi dai familiari all'estero o da servizi di prestito istantaneo, il che consente ai loro sfruttatori di generare entrate aggiuntive. In altri casi, i lavoratori continueranno semplicemente ad accumulare grandi quantità di debito, di solito a tassi di interesse usurai, che non possono rimborsare. Di conseguenza, sono ulteriormente spinti verso la dipendenza finanziaria e diventano sempre più soggetti allo sfruttamento continuato. Il ciclo di debito e sfruttamento diventa così estremamente difficile da rompere.

 

 

Come modello di business si discosta dalla norma perché il datore di lavoro assume deliberatamente più lavoratori di quanti gliene occorrano. Ma questo eccesso di offerta può essere vantaggioso per il datore di lavoro senza scrupoli che vede i suoi lavoratori come consumatori (anche se consumatori non per loro scelta), oltre che dipendenti. Gli "schiavi" agricoli sottoccupati potrebbero sembrare inizialmente un fenomeno aberrante. Ma in realtà sono solo lo specchio della costante innovazione nei modelli di business dello sfruttamento.

09/08/18

Bloomberg - Trump non riuscirà a eliminare il surplus commerciale tedesco

Un articolo di Bloomberg aggiorna la descrizione dello scontro, solo apparentemente sospeso, tra Stati Uniti e Germania. Quest'ultima sta continuando ad accumulare surplus commerciali e surplus di bilancio da record, senza dare nessun ascolto alle lamentele. Lo squilibrio è destinato ad aggravarsi, da un lato con l'ottima ripresa economica degli Stati Uniti, dall'altro con le divergenti politiche monetarie della Fed vs BCE (la Fed aumenta i tassi, facendo rivalutare il dollaro, mentre la BCE continua con il programma di acquisto titoli che mantiene l'euro svalutato). Lo squilibrio del tasso di cambio viene finalmente e giustamente esplicitato come un nodo cruciale della disputa.

 

 

di Piotr Skolimowski e Catherine Bosley, 09 agosto 2018

 

Il surplus commerciale tedesco sembra destinato a restare elevato, per quanto Donald Trump faccia ogni sforzo per cercare di azzerarlo.

 

Il presidente americano ha accusato la sua “patria ancestrale” – suo nonno era un immigrato tedesco – di adottare pratiche commerciali sleali e ha minacciato la Germania di imporre dazi sulle importazioni di automobili. Se intende realizzare questa minaccia entro i quattro anni del suo mandato, il tempo sta per scadere.

 

Ad ogni modo i fondamentali economici che forniscono alle produzioni tedesche un vantaggio sull’export sembrano lì per restare, e in misura non secondaria questo è dovuto anche ai tagli alle tasse e al boom economico negli Stati Uniti, di cui Trump continua a vantarsi.

 

Se l’economia va bene, la gente compra automobili e altri prodotti esteri, e questo ovviamente aiuta le esportazioni tedesche”, ha detto Carsten Hesse, economista per Berenberg, a Londra.

 

Cosa significa un deficit  “gigantesco”?

 

In maggio Trump twittava che gli Stati Uniti avevano un “gigantesco deficit commerciale con la Germania”. Nel 2017 questo squilibrio era di 50 miliardi di euro, ovvero una parte cospicua del surplus globale dei paesi europei verso il resto del mondo, pari a 244 miliardi di euro.

 

In realtà la Germania non registra un deficit annuale con il resto del mondo dal 1951 (per gran parte di questo periodo, si intendeva la Germania Ovest), né un deficit mensile dal 1991. I dati di questa settimana mostrano che il surplus per quest’anno, fino a ora, è in linea con quello del 2017, e solo di poco inferiore a quello record del 2016.

 

In aumento

 

La Germania esporta più di quello che importa – da anni.

 



 

Acquistare tedesco

 

Nel secondo trimestre l’economia statunitense è cresciuta ad un tasso su base annua del 4,1%, superando di gran lunga la Germania, con un'espansione economica guidata dlla bassa disoccupazione e dai tagli fiscali di Trump.

 

Questo ha spinto verso l’alto la spesa per i consumi, e per i consumatori che vogliono spendere per automobili di lusso la Germania è un buon fornitore. I veicoli di case automobilistiche come Mercedes-Benz, BMW e Porsche hanno rappresentato il maggior valore di esportazione l’anno scorso. La BMW ha registrato un aumento del 2,8% delle unità vendute negli Stati Uniti nel corso della prima metà del 2018. La Germania è anche un importante fornitore di macchinari, prodotti chimici e apparecchi elettrici per gli Stati Uniti.

 

Un sacco di automobili

 

Nel 2017 le automobili hanno rappresentato la prima voce tra le categorie di export della Germania verso gli Stati Uniti.

 



 

Come è stato notato dal Fondo monetario internazionale in una dichiarazione di luglio, “nel breve termine il rimbalzo della domanda globale, parzialmente guidata dallo stimolo fiscale statunitense, sosterrà le esportazioni tedesche e l’elevato surplus commerciale della Germania”.

 

Una moneta debole

 

Il Ministero del Tesoro americano ha inserito la Germania – assieme alla Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e alla Svizzera – nella sua lista di monitoraggio dei paesi che hanno un elevato surplus commerciale, un elevato surplus di partite correnti, oppure che intervengono sul mercato valutario. Il consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro, aveva già accusato la Germania di beneficiare di un euro “ampiamente sottovalutato”.

 

La moneta unica si è svalutata di circa il 13% rispetto al dollaro nel corso degli ultimi cinque anni. Questo dato però riflette l’economia dei 19 paesi dell’eurozona. Il FMI stima che il tasso di cambio reale effettivo sia di circa il 10-20 percento più debole rispetto a quello che la Germania avrebbe con una propria moneta sovrana.

 

Non ci sono prospettive che questo vantaggio venga eroso nel breve termine, a causa del fatto che una economia statunitense più forte  implica una divergenza di politica monetaria tra Federal Reserve e Banca centrale europea, che andrebbe nella direzione di una rivalutazione del dollaro.

 

Le aspettative sono che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse per la terza volta in un anno, a seguito della riunione di settembre, con una ulteriore manovra anche a dicembre. La BCE non interromperà invece il suo programma di acquisto titoli prima della fine dell’anno, e si è impegnata a mantenere i tassi di interesse al livello minimo record almeno fino a tutta l’estate 2019.

 

Un ampio divario

 

I tassi di interesse USA sono destinati a rimanere più alti di quelli dell’eurozona.

 



 

Solo discorsi

 

Le minacce di Trump di imporre dazi all’Europa sono più retorica che realtà, per il momento. Lui e il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker hanno concordato, lo scorso mese, di evitare di imporre alcun dazio finché le trattative sono ancora in corso.

 

La scorsa settimana la BMW ha affermato di non voler calcolare alcun potenziale impatto dei dazi sulle proprie previsioni di bilancio fino a che la situazione non avrà avuto uno sviluppo più chiaro. La Siemens, il maggiore gruppo tecnologico europeo, ha avuto una lieve flessione negli ordinativi dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo trimestre, ma per ora non c’è stato nessun “terremoto”.

 

Juncker si è detto d’accordo a mantenere l’impegno dell’Europa di acquistare una maggiore quantità di gas naturale dagli Stati Uniti, ma ha anche detto che questo carburante è più costoso, per la Germania, rispetto alle forniture che vengono dalla Russia.

 

Gli altri surplus

 

La Germania sostiene da tempo di non poter imporre alle proprie aziende di ridurre le esportazioni o ai propri consumatori di aumentare le importazioni, come mezzo per ridurre il surplus commerciale. Questo però non vuol dire che non ci sia soluzione. Il FMI ha raccomandato al governo tedesco di usare “l’intero spazio di manovra fiscale” a disposizione per aumentare la produttività, aumentare l’offerta di posti di lavoro e incoraggiare gli investimenti, poiché questo avrebbe aiutato a riequilibrare l’economia.

 

Il governo sembra però concentrato più che altro sulla riduzione del debito. È preoccupato del finanziamento delle pensioni e dei servizi di cui la sua popolazione sempre più anziana avrà bisogno, e per quattro anni ha accumulato surplus del bilancio pubblico.

 

Costruirsi una riserva

 

La Germania accumula surplus di bilancio [pubblico] da quattro anni.

 



 

Molte delle scelte politiche da parte tedesca sono in qualche modo comprensibili, se si guarda la situazione interna”, ha detto Oliver Rakau, capo economista tedesco alla Oxford Economics di Francoforte. “A mio parere dovrebbero essere intraprese delle misure per ridurre il surplus delle partite correnti, anche semplicemente perché avrebbe senso spendere i soldi in più dell’avanzo di bilancio, o darli alla gente”.

 

 

07/08/18

La Grecia nell'eurozona: la più grande depressione della storia

In un articolo pubblicato su Forbes, Frances Coppola distrugge la “fake news” del successo del programma greco. La gestione della crisi da parte dell’eurozona ha causato alla Grecia la più grande depressione mai vissuta da un Paese in tempo di pace. Inoltre i target assegnati dalla UE alla Grecia sono totalmente irrealistici, punitivi e certamente la porteranno a riavvitarsi in una depressione all’affacciarsi della prossima recessione globale. Eppure, come ebbe ad affermare il mai rimpianto Mario Monti, per i “veri europeisti” la Grecia è “il più grande successo dell’euro”.

 

 

 

Di Frances Coppola, 31 luglio 2018

 

L’FMI ha appena rilasciato il suo ultimo bollettino sull’economia greca. “A seguito di una recessione profonda e duratura,” dice nella sua dichiarazione alla stampa, “la crescita è finalmente tornata in Grecia”. È arrivata la luce verde per l’uscita della Grecia dal suo programma di salvataggio dell’agosto 2008.

 

Per molti, si tratta di un’ottima notizia. La Grecia ha svoltato. I giorni bui sono alle spalle e il futuro sarà luminoso. Ma si tratta davvero della fine dei guai della Grecia – o ci sarà altra sofferenza in arrivo?

 

L’ordine di grandezza del collasso greco nell’ultimo decennio è incredibile. Proprio all’inizio del report dell’FMI c’è questo grafico, che paragona la caduta della produzione greca negli ultimi dieci anni con altre recessioni di proporzioni storiche, inclusa la Grande Depressione americana:

 

Fig.1 - La recessione greca a confronto con altre principali recessioni in tempo di pace (FMI)

 



I greci hanno appena attraversato una depressione pari alla Grande Depressione, ma decisamente più lunga. Ad oggi, si tratta della più grande depressione mai registrata in tempo di pace.

 

Fortunatamente, la Più Grande Depressione potrebbe essere ormai finita. L’economia greca è cresciuta dell’1,4% nel 2017, e il FMI prevede che la crescita del PIL aumenterà al 2% nel 2018 e al 2,4% nel 2019.

 

Naturalmente, le previsioni di crescita del FMI riguardo alla Grecia vanno prese con estrema precauzione. Mentre l’economia greca affondava in una depressione sempre più profonda, il FMI continuava a prevedere che la crescita sarebbe ritornata “da un momento all’altro”. Il blog satirico ZeroHedge ha ironizzato sul pessimo record di previsioni del FMI sulla Grecia, definendolo la “commedia dei bastoni da Hockey” (perché le stime, anno dopo anno, prevedevano sempre un rimbalzo esuberante, simile a un bastone da hockey, ma il bastone si spostava sempre più in là negli anni NdVdE). Ma alla fine la Grecia è effettivamente riemersa dalla sua lunga depressione nel 2017, e l’impressione al momento è che la crescita verrà confermata quest’anno.

 

In parte, la ripresa greca è dovuta in generale a una crescita robusta dell’eurozona: la marea alta fa salire tutte le barche, come si suole dire. Ma il FMI ne attribuisce il merito anche alle dolorose riforme greche:

 

“Il grande sforzo di stabilizzazione macroeconomico, le riforme strutturali, e una migliore situazione esterna hanno contribuito all’aumento del PIL reale…”


 

Suppongo che l’FMI dovrebbe dire che, in realtà, se alla fin fine le riforme strutturali sulle quali insiste non producono una crescita più sostenuta, perché diavolo le propongono?

 

L’eredità della Più Grande Depressione, anche con il discutibile vantaggio di queste riforme strutturali, è un’economia terribilmente debole e profondamente danneggiata. La disoccupazione, che ha raggiunto un massimo del 25% al picco della Più Grande Depressione, è ancora superiore al 20% mentre la disoccupazione giovanile è il doppio. In una nota a piè di pagina del bollettino, l’FMI commenta che la disoccupazione strutturale (l’eccesso medio di persone rispetto ai lavori disponibili lungo tutto il ciclo di produzione) era del 15% nel 2016 e dovrebbe scendere solo gradualmente “nei prossimi due decenni”. Molti degli attuali giovani greci saranno uomini di mezza età nel momento in cui ci sarà nuovamente lavoro per loro. Alcuni potrebbero non avere mai un lavoro. Un’intera generazione è stata gettata nella spazzatura.

 

Nonostante tutta la sofferenza che hanno subìto i Greci per sistemare le finanze del loro paese, la situazione fiscale greca rimane estremamente precaria. Le previsioni del FMI mostrano che non c’è alcuno spazio per un’espansione fiscale, anche se sarebbe disperatamente necessaria, se non altro per alleviare gli altissimi livelli di povertà. Un greco su quattro vive sotto la soglia di povertà.

 

Il governo greco è ostacolato in maniera decisiva da obiettivi di bilancio assurdamente stringenti, che non si è dato spontaneamente. I creditori dell’eurozona hanno concordato in pacchetto di alleggerimento del debito che dipende dal fatto che il governo greco mantenga alti avanzi primari fiscali virtualmente all’infinito. Ecco un estratto dalla dichiarazione dell’Eurogruppo del 22 giugno 2018:

 

“In questo contesto l’eurogruppo accoglie positivamente l’impegno della Grecia a mantenere un avanzo primario del 3,5% del PIL fino al 2022 e, in seguito, a continuare ad assicurare che gli obiettivi fiscali rimangano in linea con la struttura fiscale UE. L’analisi della Commissione Europea suggerisce che questo significherà un avanzo primario medio del 2,2% del PIL nel periodo tra il 2023 e il 2060”.


 

Dal momento che gli avanzi primari vengono espressi in percentuale al PIL, raggiungerli dipende non solo dal mantenimento della prudenza fiscale, ma da una robusta crescita del PIL. Se la crescita dovesse rallentare, allora gli obiettivi di avanzi primari verranno disattesi, e il governo greco dovrà infliggere altri aumenti di tasse e tagli di spesa alla sua popolazione per soddisfare le condizioni debitorie, rinforzando ulteriormente il trend economico discendente. Questa prospettiva è pro-ciclica in maniera folle. Quando arriverà la prossima recessione, cosa che avverrà sicuramente – ricordiamoci che la Grecia dovrebbe mantenere questi avanzi primari per più di 40 anni – la Grecia ripiomberà nella depressione ancora una volta.

 

Il FMI non crede che gli avanzi primari richiesti dall’eurogruppo siano neanche remotamente ottenibili. Dichiara che il più grande avanzo primario che potrebbe realisticamente essere sostenuto per un tempo così lungo sarebbe dell’1,5%. Se questa stima è corretta, allora le finanze fiscali della Grecia potrebbero velocemente virare in territorio negativo.

 

E c’è un ulteriore rischio. La Grecia attualmente sta pagando tassi di interesse estremamente bassi sul suo debito. Ma quando le obbligazioni detenute dai suoi creditori dell’eurozona arriveranno a maturazione, dovrà rifinanziarli sui mercati finanziari – se ne sarà in grado. Non è ancora chiaro quanto accesso al mercato avrà la Grecia – poniamo – nel 2030. Ma una cosa è certa: finanziarsi sul mercato sarà molto più caro, rendendo più difficile la possibilità della Grecia di onorare il suo debito.

 

“La Grecia dovrà allo stesso tempo ottenere un’alta crescita del PIL e grandi avanzi primari fiscali per molti anni per poter mantenere il debito pubblico in traiettoria discendente”, ha affermato Peter Dohlman, il capo della delegazione FMI per la Grecia. Dal momento che il bollettino dello staff insiste sul fatto che grandi avanzi primari fiscali sono un ostacolo alla crescita, non è difficile dedurre che il FMI pensa che la Grecia avrà prima o poi bisogno di un taglio del debito.

 

Questo fatto non andrà giù all’eurozona. Ma temo che il FMI abbia ragione. La vecchia e ammaccata lattina è stata ancora una volta calciata in avanti. La Grecia ha ottenuto solo una tregua, non il perdono.

 

Nel giro di pochi anni, quando la Grecia ancora una volta dovrà affrontare un default sul debito e l’uscita dall’euro, quale sarà il prezzo per il taglio del debito? Be’, a meno che i governi dell’eurozona non cambino registro, il prezzo saranno altri duri tagli alle spese e aumenti di tasse, e forse un’altra depressione. In realtà, altro dolore attende la Grecia.