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09/01/21

L’élite americana dichiara la sua indipendenza dall’America


Su Tabletmag un articolo interessante segnalato e tradotto dai nostri lettori propone un'ampia chiave di lettura sulla transizione di governo in atto negli USA e il ritorno al globalismo che Trump si era impegnato a contenere.  Le élite globaliste non hanno tanto l'obiettivo di competere con la Cina, quanto di importare il modello sociale autoritario cinese da imporre al proprio popolo come un inevitabile vincolo esterno derivante dalla forte concorrenza sul mercato globale.


di Lee Smith, 5 Gennaio 2011

Segnalato da @littleboypc e tradotto da @GuiducciLuigi

Un articolo di dieci anni fa di Tom Friedman può essere considerato una chiave di lettura per capire l’abbraccio delle élite verso la Cina; con un commento di Tom Friedman

Perché l’establishment politico, industriale e culturale americano è così impaziente di imitare e abbracciare la Cina, un paese che i nostri (uscenti) capi dell’intelligence considerano una minaccia gravissima per gli interessi americani? Consideriamo la risposta al coronavirus. È stata Pechino a inventare i lockdown, ora implementati da sindaci e governatori, come Gavin Newsom in California e Andrew Cuomo a New York. Il fatto che i lockdown non siano mai stati parte delle regole della salute pubblica, e siano ora applicati diffusamente, con modalità che sono state respinte dalla Corte Suprema, sembra solo averli resi ancora più attraenti per coloro che guardano alla Cina come a un modello da imitare.

Con la disoccupazione al 6.7% e la più grande economia del mondo devastata, chissà cosa potrebbe avere in serbo per noi la classe dirigente americana, dopo aver utilizzato i lockdown per facilitare il più grande trasferimento di ricchezza della storia umana. Dopo tutto, non è stato il coronavirus, che ha un tasso di sopravvivenza del 99.7%, ad aver gettato nella povertà quasi otto milioni di americani negli ultimi nove mesi, e ad aver al contempo distrutto più del 40% dei negozi locali e dei ristoranti, persino in stati ricchi come il New Jersey. Questi numeri sono il risultato di un’offensiva scatenata dall’élite politica e industriale americana, che mira a legittimare la distruzione della ricchezza privata in nome della salute pubblica.

Ma dove sono finiti i soldi? Chiedetelo al proprietario del giornale di Washington DC, Jeff Bezos, che in quanto fondatore di Amazon ha aumentato di 80 miliardi di dollari il suo conto corrente, grazie ai rifornimenti ai cittadini confinati nelle loro case da editti incostituzionali che hanno distrutto le piccole attività e impedito ai bambini di andare a scuola, mentre i dati della CIA venivano risucchiati dai servizi cloud di Amazon. Facebook, Twitter e Google hanno fatto la loro parte, impedendo che le brutte storie sugli affari della famiglia Biden con la Cina arrivassero all’opinione pubblica prima delle elezioni - guadagnando incarichi e poltrone per i loro dirigenti nella squadra di transizione al governo di Biden. Dopotutto, sembra corretto dire che la fusione top-down tra le grandi imprese monopolistiche e gli interessi di partito che si sta verificando a Washington assomiglia molto più alla Cina che all’America.

L’entusiamo con cui gran parte dell’élite industriale e della politica americana a quanto pare hanno abbracciato il modello Cinese a partito unico - compreso un appetito sempre più grande per il controllo statale dell’informazione e per la sorveglianza senza garanzie - in opposizione al caos di una repubblica democratica sottoposta allo stato di diritto, era stato preannunciato in un articolo scritto dall’editorialista per gli affari esteri del New York Times, Thomas Friedman, più di dieci anni fa. In un articolo del 9 Settembre 2009, “Our One-Party Democracy” - “La nostra democrazia a partito unico” - esprimeva disappunto per l’ostruzionismo Repubblicano. “C’è solo una cosa peggiore di una autocrazia a partito unico”, scriveva Friedman, “ed è una democrazia a partito unico, che è quella che abbiamo noi oggi in America.”

Continuava: “L’autocrazia a partito unico ha certamente degli svantaggi. Ma quando è guidata da un gruppo di persone ragionevolmente illuminate, come accade oggi in Cina, può avere anche dei grandi vantaggi.”

Perché l’urgenza, per l’America, di essere più simili alla Cina, già nel 2009? Perché, secondo Friedman, “un solo partito può semplicemente imporre le soluzioni politicamente difficili, ma di importanza cruciale per l’avanzamento della società nel ventunesimo secolo.”

Friedman non voleva elogiare i dittatori. Al tempo in cui scriveva queste colonne, gli Americani dovevano ancora capire che le merci di alta gamma, prodotte in Cina, che stavano consumando - computer Apple, scarpe Nike, eccetera - erano spesso fabbricate in campi di lavoro forzato. Non era ancora noto l’orrore di espiantare gli organi ai prigionieri politici. Invece, l’establishment politico e industriale americano vedeva l’enorme forza lavoro Cinese e il crescente mercato di consumatori come un perno del nuovo ordine economico - il globalismo, il mondo piatto e senza confini di cui l’editorialista del New York Times ed altri avevano scritto con grande ottimismo. Quello che avevano immaginato era una Cina che desiderava diventare più simile all’America - e un’America che poteva imparare una o due cose dal suo entusiasta partner minoritario.

Ho parlato recentemente con Friedman di quell’articolo e di questioni ad esso collegate. “Se guardi ai miei libri e ai miei scritti da quando ho lasciato il Medio Oriente, gran parte della mia attenzione si è indirizzata al problema di come l’America possa realizzare il suo pieno potenziale nel ventunesimo secolo”, mi ha detto. “Non sono interessato alla Cina. Sono interessato all’America. Penso che la Cina abbia il peggior sistema politico del mondo. Penso che l’America abbia il miglior sistema politico del mondo. Ma penso che oggi la Cina stia sfruttando all’80% il potenziale del suo cattivo sistema e l’America stia utilizzando il suo buon sistema solo al 20%. E questo mi preoccupa molto.”

Eppure, nonostante Friedman non stesse proponendo l’autocrazia cinese come un modello, altri la vedevano come tale. I Repubblicani al Congresso si erano rifiutati di far passare due delle questioni interne fondamentali per Obama, l’assistenza sanitaria universale e la “tecnologia pulita” - due proposte in apparenza pragmatiche e orientate al futuro, che soltanto ideologi dalle vedute limitate potevano rifiutare. L’editoriale di Friedman era una risposta all’evidente incapacità del sistema di giungere a una riforma di buon senso.

Comunque, il misero fallimento delle iniziative ambientalistiche di Obama mette in evidenza i considerevoli svantaggi che ha nella pratica il modello statalista e di buon senso di Friedman. La cosa più eclatante: il Dipartimento dell’Energia di Obama diede a Solyndra, un produttore californiano di pannelli solari, garanzie sui prestiti per più di mezzo miliardo di dollari, solo per vedere gli investimenti andare in fumo quando il prezzo di un ingrediente chiave dei concorrenti di Solyndra crollò  drammaticamente. Allo stesso tempo, il fracking ha inaugurato l’era del gas naturale a buon mercato, trasformando gli Stati Uniti in un esportatore netto di energia e creando posti di lavoro per milioni di americani. Non sono state le terribili energie fossili dei Repubblicani a ostacolare le lungimiranti iniziative verdi di Obama; è stata la realtà.

Friedman mi ha detto che vuole che l’America resti al top. “Dato che ho paura che l’America non stia realizzando il suo pieno potenziale di avanguardia e di innovazione, non disdegno - spudoratamente - di usare la Cina per spaventare e indurre le persone ad agire. A tal fine uso spesso la Cina come lo ‘Sputnik’ di oggi”, ha detto, riferendosi al programma spaziale sovietico che ispirò, e spaventò, una generazione di Americani, spingendoli a cercare di raggiungere le stelle. “Farò tutto quello che serve per far capire agli Americani che non possiamo semplicemente far gli stupidi quanto ci pare e continuare ad essere la più grande economia del mondo, e la maggiore superpotenza”.

Ma alla maggior parte degli americani non risulta chiaro perché sia importante, come Friedman scriveva  nel 2009, che “la Cina è impegnata a superarci sulle auto elettriche, l’energia solare, l’efficienza energetica, le batterie, l’energia nucleare ed eolica.” Gli americani tendono a non fidarsi della sapienza dei burocrati del governo che credono di poter decidere quali tecnologie avranno successo meglio di quanto possano fare i mercati. Forse i burocrati di paesi come la Cina o la Germania sono bravi in queste cose; i burocrati americani sono stati storicamente pessimi, almeno nell’ultimo mezzo secolo. Se l’America un tempo poteva permettersi grandi tentativi di ingegneria sociale, poi falliti, come la “Great Society” di Lyndon Johnson, ora non può.

I californiani hanno visto cosa sia nella pratica l’idea di una pianificazione centrale in stile americano - scarsità di energia elettrica, abbassamenti di tensione, persino blackout, nello stato più ricco e popoloso del paese. La Cina nel frattempo, operando nel quadro di vincoli più pragmatici, sembra aver compreso i limiti della tecnologia pulita, motivo per cui lo scorso anno ha aumentato la produzione di carbone - ora pari alla capacità totale dell’Unione europea - mentre tagliava gli investimenti in energia rinnovabile. E altrettanto è accaduto alla flotta cinese di auto elettriche a energia solare e a guida autonoma.

Friedman sarà interessato a politiche innovative che ispirino gli Americani a sognare, costruire ed essere i primi, ma non è questo a galvanizzare le élite politiche, industriali e culturali che riportano le sue parole. Per loro, l’obiettivo non è competere con la Cina, ma cambiare l’America. Allora qual è esattamente la loro visione del futuro? Il cento per cento di energia pulita e rinnovabile - con metà del paese sotto la soglia di povertà? La pace nel mondo - con le potenze Occidentali che implementano lockdown ideati dagli apparati del partito comunista?

Niente di tutto ciò ha alcun senso, ma l’architettura delle loro utopie è irrilevante, fintanto che coloro che elaborano i piani hanno il potere di premiare i loro amici e punire chiunque identifichino come nemico.

A confronto dell’élite americana, gli autocrati del partito unico cinese almeno sono chiari sui loro obiettivi: vogliono distruggere noi, non la loro stessa gente. Dunque non è al modello cinese che il nostro establishment si sta ispirando. Ecco come sono le democrazie quando le élite diventano troppo potenti e si rivoltano contro il popolo che credono di poter governare di diritto.

Pechino non ha costretto Washington a firmare un accordo sul clima più pesante per l’industria e i consumatori americani che non per la Cina. È stata una decisione di Barack Obama. Ha scelto di farlo per lo stesso motivo per il quale l’amministrazione di Biden pianifica di rientrare nell’accordo sul clima di Parigi e considera una priorità tornare all’accordo sul nucleare con l’Iran di Obama. L’establishment politico americano usa gli accordi internazionali per obbligare il popolo che governa a fare cose contro la propria volontà. Gli americani erano contrari all’accordo con l’Iran con un margine di due a uno, così come i loro rappresentanti di Camera e Senato. Nel reintrodurre le sanzioni all’Iran, la campagna di massima pressione messa in atto dall’amministrazione Trump ha dimostrato che gli americani avevano ragione, e Obama torto - gli stati terroristici sono meno pericolosi per l’America e i suoi alleati quando hanno meno denaro da spendere per il terrorismo e per costruire armi nucleari. Ma i risultati ottenuti nel mondo reale non impediscono a Joe Biden e collaboratori di promettere di reintrodurre l’accordo con l’Iran non appena possibile; il punto è cacciare l’accordo in gola a tutti - americani, israeliani, sauditi, emiratini, l’80% degli iraniani che odiano il loro stesso governo teocratico - per dimostrare chi ha davvero il potere.

Allo stesso modo, anche se Obama aveva semplicemente torto riguardo alle tecnologie pulite, il mandato di Biden inizia con la promessa che il Green New Deal creerà in qualche modo milioni di nuovi posti di lavoro. Eppure è certo che se lui e Kamala Harris manterranno la promessa di fermare il fracking, elimineranno milioni di posti di lavoro reali, nel bel mezzo di una crisi economica. “Giustizia ambientale”, come la chiama il team di Biden, significa rottamare un settore economico vitale al fine di trasformare l’America - in cosa? In un posto dove le persone che dicono parole come “Green New Deal” conducono le danze, e le altre persone perdono il lavoro perché sono dalla parte sbagliata della storia.

L’articolo del 2009 di Friedman è importante oggi perché definisce il momento storico, all’inizio del primo mandato di Obama, in cui un pezzo dell’establishment del paese ha scelto di uscire in massa dal partito Repubblicano, per entrare nel partito Democratico - così unificando l’élite americana sotto un’unica bandiera politica, consentendole di dichiarare guerra al resto del paese. Il pezzo di Friedman si conclude con una citazione da un “consulente per il commercio globale”, che spiega: “La globalizzazione ha neutralizzato il partito Repubblicano, lasciandogli la rappresentanza non dei perdenti della recessione ma dei perdenti dell’America globalizzata, le persone che sono state lasciate indietro, che sia nella realtà o nelle loro paure. La necessità di competere in un mondo globalizzato ha obbligato la meritocrazia, il manager di azienda multinazionale, il finanziere orientale e l’imprenditore tecnologico a riconsiderare ciò che il partito Repubblicano ha da offrire. In sostanza, hanno abbandonato la festa.” E infatti, questo è esattamente quello che è successo.

La democrazia ha sempre avuto i suoi scontenti, anche prima di Platone. Il nostro è spesso davvero un disordine caotico. Quello che ha protetto il nostro fragile esperimento di convivenza in tutti questi anni, nonostante non siano mancati leader politici e imprenditoriali senza scrupoli in entrambi i partiti, non è il sistema bipartitico né la serie di pesi e contrappesi iscritti nella Costituzione. Piuttosto, ciò che ha mantenuto la pace, quando c’è stata pace, è un tacito accordo sui simboli nazionali, su storie eroiche e miti sentimentali. Ed ecco perché questi sono stati presi di mira in una campagna di dissacrazione che è iniziata anche prima del progetto 1619 del New York Times, i lockdown per il COVID e le rivolte per George Floyd.

L’America non è un faro di libertà, per quanto imperfetto e quindi a volte debole e tremolante - piuttosto, la sua storia, da George Washington a Donald Trump, non è altro che una cronaca di razzismo sistemico. Quindi cosa importa se i negozi di vicinato, i ristoranti a conduzione familiare e le piccole fattorie vengono rovinate dalle pratiche monopolistiche di Amazon, sotto la copertura delle norme per il COVID? Gli americani si meritano quello che sta accadendo - e i grandi magazzini di Jeff Bezos assumono sempre. Forse che Google, Twitter e Facebook stanno usando i loro monopoli protetti dal governo per censurare le idee? Sì, e dovreste ringraziarli per ciò che stanno facendo per proteggervi dalla disinformazione russa.

E in cambio della distruzione di grosse parti dell’economia, insieme a grandi pezzi della Costituzione degli Stati Uniti, quali questioni vitali per lo stato e la società sono state affrontate da questo establishment? Quali grandi innovazioni avrebbe ispirato? Quali povertà avrebbe combattuto, facendo la guerra agli americani, spedendo i posti di lavoro oltreoceano e mandando i loro figli a morire e uccidere in campagne militari insensate, e spalancando i confini del paese agli immigrati, legali o clandestini, perché si prendessero i posti di lavoro rimasti, in un momento di radicale sconvolgimento economico e sociale? A quali interessi va incontro una nuova ondata di immigrazione? La risposta non è i lavoratori o le famiglie americane. La risposta è le grandi aziende, che vogliono manodopera qualificata e non qualificata a buon mercato.

Secondo Joe Biden, la nostra leadership politica e industriale non è nemmeno capace di proteggere gli americani da una malattia respiratoria con una sopravvivenza del 99.7%, anche con due vaccini già in distribuzione. Ma ancora i giorni peggiori della pandemia, dice il presidente-eletto, devono arrivare. Non è possibile che stia parlando del coronavirus - mentre aumentano i casi, aumenta il tasso di sopravvivenza. No, ciò che renderà i giorni che verranno ancora peggiori sta nelle risposte sempre più draconiane, pensate per ulteriormente impoverire e spaventare gli Americani.

È più facile controllare le persone quando hanno paura e sono povere. Se l’obiettivo è la trasformazione sociale, che è il termine utilizzato da Biden e Harris, allora ha un senso che più ci sono persone povere e disperate, meglio è. Che ne dici di un assegno di 600 dollari dal governo, e in cambio noi ci prendiamo la tua attività e il tuo diritto di lavorare, senza alcuna autorità legislativa o giudiziaria? E basta con le domande sul motivo per cui centinaia di pazienti anziani affetti da COVID sono stati sbattuti di nuovo nelle case di cura su ordine del governatore di New York,  Andrew Cuomo.

Essere trattati come animali da autocrati dittatoriali e burocrati, senza possibilità di appello, è una normale condizione di vita nella maggior parte del mondo. Ma non in America. Non fino a che le élite politiche, industriali, culturali ed accademiche della più ricca e potente nazione della terra non hanno deciso che non erano ricche e potenti a sufficienza, rompendo il patto non scritto con il resto della società, nella speranza di diventare ancora più ricche e potenti.

Il problema non è la Cina. Siamo noi.

 

Lee Smith è autore del libro appena pubblicato “The Permanent Coup: How Enemies Foreign and Domestic Targeted the American President”.

 

 

13/03/19

La vera ragione per cui i globalisti sono così ossessionati dall'intelligenza artificiale

Le radici dell'attuale pervasività di concetti come Intelligenza Artificiale, Singularity e transumanismo non sono, come si può chiaramente intuire, solo economiche. In effetti, è anche abbastanza incerto che questi fenomeni, seppure presentati come ineluttabili, possano in qualsiasi modo apportare benefici all'economia  o al benessere generale dell'umanità. E allora perché tante risorse vengono investite nella sua ricerca e sviluppo, e perché grandi istituzioni come L'Onu e il World Economic Forum sembrano non parlare d'altro? Un articolo di Brandon Smith propone un punto di vista meno convenzionale, ma molto più inquietante: che alla base di questo recente movimento ci siano anche, e soprattutto, motivazioni psicologiche e spirituali oscure, che aprono le porte a considerazioni inquietanti difficili da ignorare.

 

 

di Brandon Smith, 1 marzo 2019

 

È quasi impossibile oggi spulciare le notizie sul web o i media in generale senza essere assaliti da una grande quantità di propaganda sull'intelligenza artificiale (IA). È forse la moda che metterà fine a tutte le mode, poiché presumibilmente comprende quasi ogni aspetto dell'esistenza umana, dall'economia e dalla sicurezza alla filosofia e all'arte. A sentire gli esperti, l'IA può fare quasi tutto, e meglio di qualsiasi essere umano. E se c’è qualcosa che l'intelligenza artificiale non può ancora fare, prima o poi lo imparerà.

 

 

È noto che quando l'establishment tenta di saturare i media con un’idea particolare, di solito l'intento è di manipolare la percezione pubblica in modo da produrre una profezia che si autoavvera. In altre parole, l’intento è di manipolare la realtà, raccontando una menzogna un numero di volte sufficiente a farla accettare dalle masse, col tempo, come un dato di fatto. Alla base c’è l'idea che il globalismo sia inevitabile, che la scienza-spazzatura del cambiamento climatico sia "innegabile", e che l'intelligenza artificiale sia tecnologicamente ineluttabile.

 

 

I globalisti hanno a lungo considerato l'IA come una specie di Santo Graal nella loro missione centralizzatrice. Le Nazioni Unite hanno adottato numerosi pareri e hanno tenuto vertici sull’argomento, tra cui il summit "AI For Good" a Ginevra. L'ONU sottintende che il suo interesse primario per l'intelligenza artificiale sia la regolamentazione o il controllo del suo sfruttamento, ma chiaramente ha anche l’obiettivo di utilizzarla a proprio vantaggio. L'uso dell'IA per monitorare i dati aggregati allo scopo di facilitare l’implementazione di uno "sviluppo sostenibile" è enunciato chiaramente nell'agenda delle Nazioni Unite.

 

 

Anche il FMI è coinvolto nella moda dell'IA, e organizza discussioni globali sugli utilizzi dell'intelligenza artificiale in economia e sugli effetti degli algoritmi sull'analisi economica.

 

Il principale artefice per lo sviluppo dell'IA è da tempo il DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency, ndt). Il think tank militare e globalista riversa miliardi di dollari nella tecnologia, rendendo l'IA l'obiettivo principale della maggior parte del  suo lavoro. Per i globalisti, l'intelligenza artificiale non è solo un capriccio, essi sono essenzialmente alla guida della sua creazione e promozione.

 

Ma l’aspirazione globalista verso la tecnologia non è così semplice come si potrebbe supporre. Esistono ragioni strategiche, ma anche moventi spirituali per collocare l'IA su un piedistallo ideologico. Ma partiamo dalle cose più semplici.

 

La maggior parte dei white paper scritti dalle istituzioni globaliste sull'intelligenza artificiale si concentra sulla raccolta e sorveglianza dei dati aggregati. Le élite ci tengono a sottolineare sempre che i loro interessi si focalizzano sul bene pubblico. Per questo motivo l'ONU e altre agenzie ritengono di essere i leader naturali nella supervisione della raccolta di dati aggregati. In pratica cercano di convincerci di essere abbastanza oggettivi e affidabili da essere capaci di gestire le regole per la sorveglianza dei dati, o, per gestire i dati stessi.

 

Per la nostra sicurezza, i globalisti vogliono una gestione centralizzata di tutte le raccolte di dati, apparentemente per salvarci dalle malvagie multinazionali e dalla loro invasione della nostra privacy. Naturalmente, molte di queste società sono a loro volta gestite dagli stessi globalisti che riempiono i parterre di eventi come il World Economic Forum per discutere gli sviluppi e i vantaggi dell'IA. Il WEF si è dato come mandato che l'IA sia ampiamente promossa e che il mondo degli affari e il grande pubblico siano persuasi dei vantaggi dell’IA. Qualsiasi pregiudizio contro l'IA deve essere evitato ad ogni costo.

 

È un falso paradigma quello in cui le istituzioni globaliste si oppongono allo sfruttamento dell’intelligenza da parte delle grandi aziende. In realtà, sia le multinazionali che le istituzioni globaliste promuovono l'intelligenza artificiale e un clima di fiducia verso l'IA. La popolazione, grazie alla sua innata sfiducia nella moralità delle multinazionali, dovrebbe automaticamente essere spinta a sostenere come contrappeso le riforme legislative delle Nazioni Unite. Ma nella realtà, i poteri corporativi non hanno alcuna intenzione di combattere contro il controllo delle Nazioni Unite, che in realtà auspicano.

 

Anzi, questo era il loro scopo fin dall’inizio.

 

L'effettiva utilità dell'IA per aiutare l'umanità è discutibile. L'intelligenza artificiale si basa principalmente su "algoritmi di apprendimento automatico", o macchine programmate per imparare dall'esperienza. Il problema è che l’efficacia di un algoritmo di apprendimento dipende dall’essere umano che lo ha programmato. Ossia, l'apprendimento non è sempre un processo di causa ed effetto. A volte, l'apprendimento avviene spontaneamente. L'apprendimento è un processo creativo. E, in alcuni casi, l'apprendimento è una caratteristica innata.

 

Quando una macchina sfida un essere umano in un sistema basato su regole molto semplici e concrete, le macchine tendono a prevalere. Il gioco degli scacchi, ad esempio, è progettato attorno a regole rigide che non cambiano mai. Una pedina è sempre una pedina e si muove sempre da pedina; un cavallo si muove sempre da cavallo. Per quanto possano esistere sprazzi di creatività negli scacchi (il che è il motivo per cui gli umani fino ad oggi sono ancora in grado di battere i computer al gioco), l'esistenza delle regole fisse fa apparire l'intelligenza artificiale più intelligente di quanto non lo sia.

 

I sistemi umani e naturali sono molto più complicati degli scacchi e le loro regole tendono a cambiare, a volte senza preavviso. Come spesso conclude la fisica quantistica, l'unica cosa prevedibile dall’osservazione dell'universo e della natura è che tutto è imprevedibile. Come se la caverebbe un algoritmo in una partita di scacchi in cui le regole di una pedina possono improvvisamente diventare quelle di un cavallo, senza schemi specifici prevedibili? Non molto bene, probabilmente.

 

Ed è qui che entriamo nel punto cruciale di come il concetto di IA viene elevato a una specie di apatico dio elettronico; un falso profeta.

 

L'IA non viene inserita solo negli scacchi, ma praticamente in tutto. È impossibile per gli esseri umani gestire da soli la sorveglianza di massa; la quantità di dati è enorme. Quindi, uno degli scopi principali dell'IA per i globalisti diventa chiaro: l'intelligenza artificiale ha lo scopo di semplificare la sorveglianza di massa e automatizzarla. L'intelligenza artificiale ha lo scopo di setacciare nei social media o nella posta elettronica le "parole chiave" per identificare potenziali miscredenti e dissidenti. Ha anche lo scopo di monitorare l’opinione pubblica nei confronti di specifici problemi o governi. L'obiettivo è valutare ed eventualmente "prevedere" il comportamento del pubblico.

 

Questo diventa particolarmente difficile quando si parla di individui. Se il comportamento dei gruppi è più facilmente osservabile e catalogabile, gli individui possono invece essere precipitosi, instabili e imprevedibili. Anche la mappatura delle abitudini personali da parte dell’IA è oggi evidente. È più visibile nel capitalismo aziendale, dove il marketing viene adattato agli schemi e interessi dei consumatori. Detto questo, i governi sono anche molto interessati a monitorare le abitudini individuali, fino al punto di creare profili psicologici per ogni persona sul pianeta, se possibile.

 

Tutto ciò si riduce all'idea che un giorno l'intelligenza artificiale sarà in grado di identificare i criminali ancor prima che commettano un effettivo crimine. In altre parole, l'intelligenza artificiale è destinata a diventare uno "sguardo onniveggente", che non solo controlla il nostro comportamento, ma legge anche le nostre menti per identificare la propensione al crimine.

 

Il problema non è se l'intelligenza artificiale possa effettivamente dirci chi potrebbe in futuro delinquere. L'intelligenza artificiale è ovviamente incapace di prevedere con precisione il comportamento di una persona a un tale livello. La domanda è: è forse l'OMS a fissare gli standard chiave che l'IA ricerca nell’identificare potenziali "criminali"? Chi stabilisce le regole della partita? Se un algoritmo è programmato da un globalista, l'IA etichetterà tutti gli anti-globalisti come futuri o attuali criminali. L’intelligenza artificiale non è veramente in grado di pensare. Non ha facoltà di scelta nelle sue decisioni. L’IA può solo fare ciò che è programmata per fare.

 

L'ossessione globalista per l'intelligenza artificiale, tuttavia, va ben oltre la centralizzazione e il controllo della popolazione. Come già notato, c'è anche un fattore spirituale.

 

Nel mio recente articolo "Luciferianism: A Secular Look At A Destructive Belief System", ho delineato la filosofia alla base del culto globalista. Il principio base del luciferianesimo è l'idea (o l'illusione) che certe persone siano tanto speciali da essere capaci di diventare "dio". Ma ci sono altre implicazioni di questa filosofia che in quell'articolo non avevo analizzato.

 

In primo luogo, per diventare un dio si dovrebbe disporre di un potere di sorveglianza totale. Ossia, bisogna essere in grado di vedere e conoscere tutto. Un tale obiettivo è folle, perché osservare tutto non significa necessariamente conoscere tutto. La sorveglianza totale richiederebbe un'oggettività totale. Il pregiudizio rende le persone cieche alle verità che hanno costantemente di fronte agli occhi, ed i globalisti sono le persone più prevenute ed elitarie del pianeta.

 

Un'osservazione completamente oggettiva è impossibile, o quantomeno lo è per gli esseri umani e i loro algoritmi. Dalla fisica alla psicologia, l'osservatore influenza sempre l'osservato e viceversa. Detto questo, probabilmente i globalisti non si preoccupano nemmeno di tutto ciò. Per loro è sufficiente fingere di essere degli dei grazie alla sorveglianza di massa. In realtà non sono interessati a raggiungere né l'illuminazione divina né l'obiettività.

 

In secondo luogo, diventare un dio, in senso mitologico o biblico, presume il potere di creare vita intelligente dal nulla. Forse nella mente dei luciferiani creare intelligenza artificiale equivale a creare una forma di vita intelligente, non soltanto un software. È ovvio che i luciferiani hanno un’idea alquanto sfasata di cosa costituisca una "vita intelligente".

 

Come ho osservato nel mio articolo, in cui lo spiegavo per sfatare l'ideologia luciferina, l'esistenza di intrinseci archetipi psicologici sta alla base della capacità umana di scegliere, o di essere creativi nelle proprie scelte. La capacità di discernimento del bene e del male stabilisce il fondamento della coscienza umana e ne è la bussola morale - è ciò che generalmente si intende per "anima". Nonostante l’ampia evidenza in favore di questo concetto, i luciferiani sostengono che nulla di tutto ciò esiste veramente. Sostengono che l’essere umano è una tabula rasa - una macchina plasmata dal proprio ambiente.

 

Per capire questa ideologia o culto costruito sulla teoria della tabula rasa, bisogna considerare il fatto che gli stessi globalisti spesso esibiscono i tratti tipici dei sociopatici narcisistici. I sociopatici narcisistici a tutti gli effetti costituiscono meno dell'1% della popolazione umana totale; sono persone che non esibiscono alcuna empatia intrinseca né i normali tratti della personalità associati con l'essere “umani”. Non è un’esagerazione dire che somigliano più ai robot che a delle vere persone.

 

Altrove ho sostenuto che il luciferianesimo è una religione creata da sociopatici narcisistici per sociopatici narcisisti. È una specie di strumento aggregativo o organizzativo per riunire i sociopatici in un gruppo efficiente per un reciproco beneficio: una sorta di club di parassiti. Se si accetta questa teoria, ne discende qualcosa che sfugge alla comune indagine psicologica o antropologica; l'esistenza di una cabala di sociopatici narcisistici che cospirano insieme per nascondere le loro identità e predare con maggior successo.

 

In breve, il luciferianesimo è il sistema di valori perfetto per sociopatici narcisisti. Essi sono, in un certo senso, inumani. In quanto tabulae rasae prive di umanità, adottano una religione che tratta questa condizione come "normale".

 

Ha senso dunque che considerino qualcosa di così semplice e vuoto come l'intelligenza artificiale come se fosse vita intelligente. Dal momento che è in grado di essere programmata per agire "autonomamente" (cosa che essi sembrano associare all’essere senzienti), la loro definizione di vita intelligente è soddisfatta. Se si entra nel piano morale o creativo, non c'è nulla di intelligente nell'intelligenza artificiale; ma i sociopatici narcisistici non hanno comunque idea di quello di cui stiamo parlando.

 

Un’ultima considerazione; lo scorso anno un software di intelligenza artificiale è stato programmato per creare opere d'arte. Il risultato è stato molto pubblicizzato e alcune opere sono state vendute per oltre 400.000 dollari. Una delle opere in questione è nella foto di apertura di questo articolo.

 

La reazione più comune di chi guarda questa "opera d’arte" è di ritirarsi inorriditi. Sembra uno strano scimmiottamento di elementi artistici umani, ma senz’anima. Intuitivamente possiamo percepire che l'intelligenza artificiale non è vita; ma per i globalisti è la definizione stessa della vita, probabilmente perché l’assenza di anima dell’opera riflette l’assenza di anima di chi l’ha concepita. Proprio come i cristiani credono che l'uomo sia stato creato a immagine di Dio, i luciferiani, nella loro ricerca del divino, hanno creato una "forma di vita" che è forse proprio a loro immagine.

09/10/17

Dani Rodrik - Perché gli stati nazionali sono importanti

Dani Rodrik, celebre economista enunciatore del famoso e omonimo trilemma, in questo articolo torna a parlare del rapporto tra stato nazionale, democrazia e globalizzazione, avvisando le élites globaliste che se non rinsaviscono dagli eccessi della propria ideologia cosmopolita, potrebbero ritrovarsi con l'economia globale e la democrazia liberale spazzate via. Gli Stati-nazione, dice Rodrik, ognuno con la propria peculiare configurazione istituzionale frutto dei compromessi sociali interni, forniscono una base di legittimazione politica e l'infrastruttura istituzionale e materiale su cui si reggono i mercati globali, che non hanno la capacità di auto-crearsi o regolarsi. Se gli Stati nazione vengono indeboliti in una corsa all'omologazione istituzionale, senza che le loro prerogative siano assunte da altre istituzioni, questa trama si sfalderà; inoltre, andrà persa la possibilità di sperimentare forme istituzionali differenti, la concorrenza tra di esse e l'apprendimento dagli altri, ovvero quanto di più vicino ci sia ad un laboratorio di capitalismo.

 

di Dani Rodrik, lunedì 2 ottobre 2017.

 

 

La rivolta populista del nostro tempo riflette la profonda divisione che si è aperta tra la visione del mondo delle élites intellettuali e professionali globali e quella dei cittadini comuni. Questi due gruppi oggi vivono in contesti sociali paralleli e si orientano utilizzando differenti mappe cognitive. Tuttavia il consenso generale di opinione che ci ha portato a questa divergenza rimane intatto. I rimedi proposti dai leader del pensiero mainstream raramente vanno oltre l'invocazione del problema della disuguaglianza e un po' più di attenzione nel compensare i perdenti.

 

Ma il problema si trova più in profondità, nell'attaccamento delle élites ad una mentalità globalista che minimizza e indebolisce lo Stato-nazione. Senza un cambiamento, potremmo ritrovarci con la nostra economia globale aperta spazzata via, assieme al nostro ordine liberale e democratico, dal contraccolpo provocato dai punti ciechi e dagli eccessi di questa mentalità.

 

All'interno dell'intelligentsia, lo Stato-nazione trova pochi sostenitori. Più spesso, è considerato inefficace - moralmente irrilevante, o persino reazionario - di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione. Economisti e politici centristi tendono a considerare deplorevoli i recenti fallimenti del globalismo, fomentati da politici populisti e nativisti che hanno saputo capitalizzare sulle rimostranze di coloro che si sentono lasciati indietro e abbandonati dalle élites globaliste. Lo scorso ottobre, il primo ministro britannico Theresa May ha acceso un grido di protesta quando ha denigrato l'idea di cittadinanza globale. «Se credete di essere cittadini del mondo», ha detto, «siete cittadini del nulla».

 

I mercati hanno bisogno di istituzioni normative e legittimanti per prosperare - norme sulla sicurezza dei consumatori, sui regolamenti bancari, sulle banche centrali, sulle assicurazioni sociali e così via. Quando si tratta di fornire le disposizioni sulle quali fanno affidamento i mercati, lo Stato-nazione rimane l'unico attore efficace, non c'è niente di meglio in giro. L'ossessione per il globalismo delle nostre élites e dei tecnocrati ha indebolito la cittadinanza dove è più necessaria - a casa - e rende più difficile raggiungere la prosperità economica, la stabilità finanziaria, l'inclusione sociale e altri obiettivi desiderabili. Come tutti abbiamo avuto modo di vedere, il globalismo elitario abilita anche percorsi politici per i populisti di destra, che possono dirottare il patriottismo per scopi distruttivi.

 

La visione globalista del mondo è fondata sulla tesi secondo cui un'economia mondiale interconnessa richiede un'azione collettiva a livello globale. Ma questa premessa è in gran parte falsa. L'immagine convenzionale dell'economia mondiale come quella di "comunità globale" - in cui tutte le nazioni sarebbero condotte alla rovina economica a meno che non cooperino - è fuorviante. Se le politiche economiche falliscono, lo fanno più spesso per motivi interni e non internazionali. L'amministrazione globale rimane cruciale in alcuni settori, ad esempio i cambiamenti climatici o le pandemie, in cui la fornitura di beni pubblici globali è essenziale. Ma nella sfera economica il miglior modo in cui le nazioni possono servire al bene globale è mettere in ordine la propria economia.

 

Storicamente lo Stato-nazione è strettamente associato al progresso economico, sociale e politico. Esso ha frenato la violenza interna, ha ampliato le reti di solidarietà al di là dei mercati locali, ha stimolato i mercati di massa e l'industrializzazione, ha permesso la mobilitazione di risorse umane e finanziarie e ha favorito la diffusione delle istituzioni politiche rappresentative. Gli stati-nazione falliti solitamente portano al declino economico e alla guerra civile. Tra gli intellettuali, la perdita di prestigio dello Stato-nazione è in parte una conseguenza dei risultati che ha raggiunto. Per chi vive in paesi stabili e prosperi, il ruolo vitale dello stato-nazione è diventato facile da trascurare.

 

Ma lo Stato-nazione, come entità politica territoriale confinata, è diventato veramente un ostacolo al conseguimento dei risultati auspicabili in campo economico e sociale in vista della rivoluzione della globalizzazione? O lo Stato-nazione rimane indispensabile per il conseguimento di quegli obiettivi? In altre parole, è possibile costruire una difesa dello Stato-nazione maggiormente basata sui principi, che vada oltre il dire che esiste e che non si è estinto?

 

Per molti, lo stato-nazione evoca il nazionalismo, i cui eccessi hanno significato guerra e morte per milioni di persone. Ma è appropriata una correzione, per ricordare non solo gli eccessi ideologici della componente "nazione", ma anche il ruolo trasformativo e storico della componente "stato". Come piace dire agli studiosi di nazionalismo, lo Stato normalmente precede e produce la nazione, non viceversa. La migliore definizione della nazione rimane quella di Abbé Sieyès, uno dei teorici della Rivoluzione Francese: 'Che cos'è una nazione? Un corpo di associati che vivono sotto una legge comune e rappresentati dalla stessa assemblea legislativa". Gli etno-nazionalisti, con la loro enfasi sulla razza, l'etnia o la religione come base della nazione, rovesciano questa definizione. Come ha affermato recentemente lo storico Mark Lilla della Columbia University: "Un cittadino, semplicemente in virtù di essere cittadino, è uno di noi".

 

In realtà, Stati-nazione robusti sono vantaggiosi per l'economia mondiale. La molteplicità di stati-nazione aggiunge valore piuttosto che sottrarlo.

 

Una difesa di principio dello Stato-nazione partirebbe dalla proposizione che i mercati richiedono regole. I mercati non si creano, non si regolano, non si stabilizzano o legittimano da sé stessi, quindi dipendono da istituzioni non di mercato. Qualsiasi cosa che vada oltre un semplice scambio tra vicini richiede investimenti in trasporti, comunicazione e logistica; l'applicazione dei contratti, la fornitura di informazioni e la prevenzione dalle truffe; un mezzo di scambio nella compravendita, stabile e affidabile; disposizioni che consentano di conformare i risultati distributivi alle norme sociali; e così via. Dietro ogni mercato funzionale e sostenibile si trova un'ampia gamma di istituzioni che forniscono funzioni critiche di regolamentazione, ridistribuzione, stabilità monetaria e fiscale e gestione del conflitto. Queste funzioni istituzionali sono state finora fornite in gran parte dallo Stato-nazione.

 

Durante tutto il dopoguerra, non solo questo non ha impedito lo sviluppo di mercati globali, ma lo ha facilitato in molti modi. La filosofia guida dietro il regime di Bretton Woods, che ha governato l'economia mondiale fino agli anni Settanta, era che le nazioni - non solo le nazioni avanzate ma anche quelle da poco indipendenti - avevano bisogno di uno spazio politico all'interno del quale poter gestire le loro economie e proteggere i loro contratti sociali. I controlli sui capitali, limitando il libero flusso della finanza tra i paesi, sono stati considerati come un elemento intrinseco del sistema finanziario globale. La liberalizzazione commerciale rimase limitata ai beni industriali e alle nazioni industrializzate; quando le importazioni di tessuti e capi di abbigliamento provenienti da paesi a basso costo minacciavano gli accordi sociali nazionali causando perdite di posti di lavoro nelle industrie e nelle regioni interessate, pure queste erano trattate sotto regimi speciali.

 

Tuttavia gli anni del dopoguerra hanno visto una crescita storica del commercio e degli investimenti, in gran parte perché Bretton Woods incoraggiava sani ambienti regolatori nazionali. La globalizzazione economica si è basata sulle regole sostenute dai principali centri commerciali e finanziari. I sistemi monetari nazionali, le banche centrali e le pratiche regolatorie in ambito finanziario hanno funzionato come pietre angolari della globalizzazione finanziaria. Gli accordi politici nazionali, più che le regole del GATT, hanno sostenuto l'economia aperta che è finita col prevalere. Le comunità benestanti all'interno degli Stati nazionali - i grandi centri urbani, gli hinterland e i centri tecnologici - sono cresciuti proprio perché potevano contare sull'infrastruttura istituzionale creata dai governi nazionali.

 

Un'economia veramente globale, in cui l'attività economica è sganciata dalla sua base nazionale, richiederebbe istituzioni regolatrici transnazionali che si accordino alla scala e alla portata globali dei mercati. Ma non esistono tali istituzioni.

 

Né le regole di mercato sono universali. Gli Stati Uniti, il Giappone, le singole nazioni europee e tutte le società avanzate sono in misura diversa società di mercato, ma tutte si sono anche sviluppate storicamente in circostanze e con configurazioni istituzionali diverse. Queste società di mercato presentano norme divergenti nei mercati del lavoro, nell'amministrazione societaria, nei sistemi di welfare e nella regolamentazione. Tutte hanno generato quantità comparabili di ricchezza con leggi molto diverse. Non esiste una singola ricetta di configurazione istituzionale per il successo economico. Sì, i mercati, gli incentivi, i diritti di proprietà, la stabilità e la prevedibilità sono importanti. Ma non implicano un unico modello.

 

Le istituzioni che facilitano il capitalismo sono malleabili. La storia e la realtà contemporanea lo rendono chiaro. Come ha sottolineato il teorico politico Roberto Mangabeira Unger, non c'è motivo di pensare che la gamma di divergenza istituzionale che osserviamo nel mondo odierno esaurisca tutte le possibilità praticabili. Le funzioni istituzionali desiderate - allineare gli incentivi privati ​​all'optimum sociale, instaurare la stabilità macroeconomica, raggiungere la giustizia sociale - possono essere generate in molti modi diversi. L'unico limite è fissato dalla nostra immaginazione. Semplicemente non esiste un unico insieme di buone norme.

 

Data la non unicità delle norme e delle istituzioni che permettono il capitalismo, non sorprende che gli stati-nazione risolvano in modo diverso i principali compromessi sociali. Il mondo non è d'accordo su come bilanciare l'uguaglianza e le opportunità, la sicurezza economica e l'innovazione, i rischi sanitari e ambientali e l'innovazione tecnologica, la stabilità e il dinamismo, i risultati economici e i valori sociali e culturali e molte altre conseguenze della scelta sulla configurazione istituzionale. Le nazioni in via di sviluppo hanno requisiti istituzionali diversi dalle nazioni ricche. In breve, ci sono argomenti forti contro l'armonizzazione istituzionale globale.

 

Consideriamo la questione di come regolare i mercati finanziari. Le banche commerciali dovrebbero essere separate da quelle d'investimenti? Dovrebbe esserci un limite alla dimensione delle banche? Dovrebbe esserci un'assicurazione sul deposito e, in caso affermativo, cosa dovrebbe coprire? Le banche dovrebbero essere autorizzate a fare operazioni per proprio conto? Quante informazioni dovrebbero rivelare sulle proprie operazioni? La compensazione dei dirigenti dovrebbe essere stabilita dal consiglio di amministrazione, senza controlli regolamentari? Quali dovrebbero essere i requisiti di capitale e di liquidità? E così via.

 

Un compromesso centrale è tra l'innovazione finanziaria e la stabilità finanziaria. Un approccio leggero alla regolazione massimizzerà la portata di innovazione finanziaria (lo sviluppo di nuovi prodotti finanziari), aumentando la probabilità di crisi finanziarie e di crash. Una forte regolamentazione ridurrà l'incidenza e i costi delle crisi, ma aumenta il costo della finanza escludendo molti dai suoi benefici. Non esiste una risposta globale, nessuna formula universale da applicare a queste domande. Le diverse comunità troveranno una vasta gamma di risposte al compromesso ottimale tra stabilità e innovazione. Una soluzione globale potrebbe avere la virtù di ridurre i costi di transazione in finanza, ma comporterebbe altri costi significativi dovuti al non essere in sincrono con la realtà e le preferenze locali. Al momento, la regolamentazione finanziaria si trova di fronte a questo stallo: le banche stanno spingendo verso regole globali comuni e le istituzioni nazionali e i responsabili politici stanno facendo resistenza.

 

Infine, poiché non esiste un modello fisso e ideale per le istituzioni, e la diversità è la regola piuttosto che l'eccezione, un sistema di governo globale diviso rappresenta un ulteriore vantaggio. Permette la sperimentazione, la concorrenza tra forme istituzionali e l'apprendimento dagli altri. Per essere sicuri, l'apprendimento empirico può essere costoso quando si tratta delle regole della società. Tuttavia, la diversità istituzionale tra le nazioni è quanto di più vicino ci si possa aspettare ad un laboratorio di capitalismo nella vita reale.

 

Ma un mondo con meno regole globali che reprimono gli stati-nazione non sarebbe maturo per il protezionismo? I governi nazionali sono tenuti a ricercare l'interesse nazionale, e giustamente. Ciò non esclude la possibilità che gli elettori possano agire con un autentico e illuminato interesse personale, tenendo conto delle conseguenze delle azioni di politica interna per gli altri. Ma cosa succede quando il benessere dei residenti locali confligge con il benessere degli stranieri?

 

Fortunatamente, nella maggior parte delle aree economiche - tasse, politica commerciale, stabilità finanziaria, gestione fiscale e monetaria - ciò che ha senso da una prospettiva globale ha un senso anche da un punto di vista nazionale. L'economia insegna che i paesi devono mantenere frontiere economiche aperte, una solida regolamentazione prudenziale e politiche di piena occupazione, non perché queste sono buone per altri paesi, ma perché servono ad allargare la torta economica nazionale. La magia del vantaggio comparato è che il commercio internazionale allarga le opportunità economiche per ogni nazione, indipendentemente dalla sua struttura economica o dal livello di sviluppo.

 

Ovviamente, in tutti questi settori si verificano fallimenti delle politiche - ad esempio, il protezionismo. Ma questi riflettono una scarsa capacità amministrativa nazionale, non una mancanza di cosmopolitismo. Derivano dall'incapacità dei responsabili politici di convincere i collegi nazionali a beneficiare di scelte migliori, dalla cattura della politica da parte di potenti interessi o dalla mancanza di volontà di apportare adeguamenti per garantire che effettivamente ne benefici la maggior parte dei gruppi nazionali. Ciò che dà al nazionalismo economico la sua fama meritatamente negativa non è il perseguimento dell'interesse nazionale in sé. È il ricorso a rimedi che servono ancora un altro gruppo di interessi particolari - lobby protezioniste o gruppi nativi.

 

Quando spingono accordi commerciali, le élite intellettuali e finanziarie spesso accusano i loro critici di trascurare gli interessi dell'economia globale o delle nazioni povere. Ma in questi casi il nascondersi dietro il cosmopolitismo è un povero sostituto per vincere le battaglie politiche nel merito. E svaluta la moneta del cosmopolitismo quando ne abbiamo veramente bisogno, come nella lotta contro il riscaldamento globale.

 

Il disegno istituzionale richiede un compromesso fondamentale. La diversità dei bisogni e delle preferenze sociali spingono l'amministrazione verso il basso, a livello locale. Allo stesso tempo, la scala e la portata dell'integrazione dei mercati spingono l'amministrazione a livello globale. Un risultato intermedio, un mondo diviso in diversi sistemi di governo, è il meglio che possiamo fare.

 

L'insufficiente riconoscimento del valore degli stati-nazione conduce a vicoli ciechi. Spingiamo i mercati oltre ciò che la loro capacità di governo può supportare; o stabiliamo regole globali che sfidano la diversità dei bisogni e delle preferenze che ne sta alla base. Indeboliamo lo Stato-nazione senza compensare i miglioramenti nel governo altrove. L'incapacità di capire che gli stati nazionali costituiscono la base dell'ordine capitalista è al centro sia delle ingiustizie non affrontate della globalizzazione, sia del declino della salute delle nostre democrazie.