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20/02/22

The Spectator - L'inutile tirannia italiana del Covid pass



Su The Spectator, una delle più antiche e prestigiose riviste britanniche, la rigidità  del governo italiano che insiste su misure sanitarie restrittive e discriminatorie,  mentre tutti gli altri paesi ormai vanno allentando le restrizioni,  viene chiaramente bollata come una tirannia vera e propria, purtroppo agevolata da quella che il settimanale britannico definisce come una storica accondiscenza del popolo italiano verso il dispostismo.  Clamorosa la smentita delle affermazioni fatte in TV da Walter Ricciardi sui dati UK, dove secondo quanto dichiarato dal consulente del governo italiano i decessi Covid sarebbero in realtà molto superiori rispetto ai nostri, non avendo avuto loro nessun salvifico green pass. Affermazioni denunciate da The Spectator come infondate e senza senso.  


di Nicholas Farrell, 20 febbraio 2022

Mentre la maggior parte dei paesi europei, in particolare la Gran Bretagna, stanno allentando le loro restrizioni Covid, l'Italia, il paese tra tutti più rigido, questa settimana le ha rese ancora più dure, nonostante i dati mostrino che sono inutili.

Forse perché l'Italia è un paese in cui indovini e guaritori alimentano un'industria multimiliardaria, è proprio lì che il regime del pass vaccinale è il più draconiano d'Europa. Ad ogni modo, in Italia accade che una psicosi di massa acceca i politici e le persone comuni, impedendo loro di vedere la verità.

Nel Regno Unito, le false affermazioni dei consulenti scientifici del governo sulla necessità e sui vantaggi dei lockdown sono state alla fine demolite in modo convincente, e in questo processo The Spectator ha svolto un ruolo significativo. È giunto il momento che anche simili false affermazioni sui passaporti vaccinali vengano sfatate.

Non ci può essere posto migliore dell'Italia per avviare questo processo di smascheramento.

La giustificazione per il regime del pass vaccinale italiano - chiamato "Green Pass" - quando è stato introdotto lo scorso agosto, era che avrebbe aumentato la diffusione del vaccino, creato spazi sicuri per i vaccinati e quindi ridotto i casi di Covid, i ricoveri e i decessi. Non è accaduta nessuna di queste cose.

Invece, il regime è diventato sempre più draconiano. All’inizio i non vaccinati sono stati banditi da quasi tutti gli spazi pubblici e dai trasporti pubblici, e persino dal lavoro, a meno che non avessero avuto il Covid negli ultimi sei mesi, o pagassero 15 € ogni 48 ore per un test Covid.

Salutato con religioso fervore come un enorme successo dal governo di unità nazionale italiano, guidato dal premier non eletto ed ex banchiere centrale dell'UE, Mario Draghi, il "Green Pass" non è stato in realtà altro che un esercizio di inutile tirannia.

Eppure, nonostante ciò, a dicembre il governo Draghi ha introdotto il 'Super Green Pass', che ha reso il regime ancora più tirannico, con la vaccinazione ormai obbligatoria per tutti per poter accedere ai mezzi pubblici, e molti spazi pubblici come ristoranti e bar – anche all'esterno –parrucchieri e centri sportivi, tranne che per i guariti dal Covid negli ultimi sei mesi. Annullato il diritto dei non vaccinati a presentare il test da 15€ valido 48 ore per potervi accedere.

E questa settimana, con il tasso di contagi in caduta libera, la vaccinazione obbligatoria è stata estesa ai luoghi di lavoro per gli over 50. La vaccinazione era già obbligatoria sul lavoro per gli operatori sanitari e dei servizi di emergenza e per gli insegnanti. Ma d'ora in poi, nessuna persona non vaccinata di età superiore ai 50 anni che non abbia avuto il Covid negli ultimi sei mesi potrà andare al lavoro. In caso contrario, lavoratori e datori di lavoro rischiano multe da € 600 a € 1.500. In precedenza, potevano ancora andare al lavoro se facevano il test Covid da 15 € ogni due giorni o se avevano avuto il Covid negli ultimi sei mesi. Ci sono 500.000 italiani non vaccinati di età superiore ai 50 anni che lavorano e ora saranno sospesi senza stipendio – secondo la stampa italiana – a meno che non gettino la spugna e si facciano vaccinare.

Naturalmente, né il non eletto Draghi né nessun altro nella sua coalizione di governo ammetterà mai che quello che viene strombazzato come un grande risultato sia in realtà un fallimento. Né i media italiani, i quali hanno seguito supinamente la linea del governo - né gli stessi cittadini italiani - tre quarti dei quali sostengono nei sondaggi il "Green Pass". Ormai vorrebbe dire perderci la faccia.

Che la loro ossessiva convinzione sulle meraviglie del "Green Pass" sia una totale sciocchezza risulta chiaramente da un confronto tra i dati di Italia e Gran Bretagna, la quale non ha avuto alcuna forma di passaporto vaccinale.

Italia e Gran Bretagna hanno popolazioni simili, rispettivamente 59 milioni e 69 milioni di persone.

Oggi, dopo quasi sette mesi di regime di pass vaccinale in Italia, il numero di persone non vaccinate in Italia e in Gran Bretagna rimane più o meno lo stesso. In Italia, l'88,92% degli over 12 è completamente vaccinato, rispetto all'84,9% della Gran Bretagna.

A gennaio c'erano ancora 5,9 milioni di italiani non vaccinati di età superiore ai 12 anni, ancora una volta un numero simile a quello della Gran Bretagna.

La lezione è chiara: come mostra la Gran Bretagna, la stragrande maggioranza delle persone ha scelto di farsi vaccinare di propria spontanea volontà e non ha bisogno di essere costretta a farlo dallo stato. In effetti, costringere le persone a farlo – come mostra l'Italia – non funziona.

Ciò che conta di più, ovviamente, è il conteggio dei decessi. Ma anche qui il 'Green Pass' e il 'Super Green Pass' hanno avuto poco effetto. In realtà, creando un falso senso di fiducia tra i vaccinati, potrebbero aver peggiorato le cose. Ad ogni modo, hanno fallito.

Se avessero funzionato, i tassi di contagi dell'Italia sarebbero stati di gran lunga inferiori a quelli della Gran Bretagna. Eppure, dall'inizio dell'ultima grande ondata di dicembre causata dalla variante Omicron, l'Italia ha avuto un numero notevolmente simile di contagi da Covid rispetto alla Gran Bretagna senza alcun pass verde.

La spiegazione, ovviamente, è che a prescindere da tutti quei passaporti verdi, gli italiani vaccinati si contagiano a vicenda.

Dal 1° dicembre – quando la variante Delta era in uscita e la variante Omicron in arrivo – sono stati circa 7 milioni i casi di Covid, sia in Italia che in Gran Bretagna.

In Italia, il 70 per cento dei contagi da Covid nell'ultimo mese hanno riguardato persone parzialmente o completamente vaccinate. Vero anche che, in proporzione, poche persone vaccinate che prendono il Covid finiscono in ospedale, o muoiono, e tuttavia questi casi sono ancora molti. Circa la metà delle ospedalizzazioni per Covid in Italia e più della metà dei decessi Covid da dicembre hanno riguardato persone parzialmente o totalmente vaccinate.

Per aggiungere il danno alla beffa, dal 1° dicembre l'Italia ha anche avuto molti più decessi per Covid rispetto alla Gran Bretagna.

In Italia, dal 1° dicembre, ci sono stati 18.000 morti per Covid, rispetto ai 15.000 morti per Covid in Gran Bretagna. Si tratta di un'enorme differenza.

Eppure i politici, i giornalisti e la maggior parte degli stessi italiani continuano a credere che il "Green Pass", ora trasformato in "Super Green Pass", sia l'unica soluzione.

L'Italia non ha un Primo Ministro eletto dal 2011 - eletto nel senso che il Primo Ministro sia il leader di una coalizione o di un partito che abbia vinto le elezioni. Tuttavia, non è la natura antidemocratica dei governi italiani a spiegare il regime del passaporto vaccinale in Italia, ma la natura dittatoriale stessa degli italiani. Ironia della sorte, l'unico grande partito ad opporsi al regime è il partito postfascista Fratelli d'Italia.

Quasi incredibilmente, la scorsa settimana in un importante talk show politico televisivo un giornalista ha effettivamente posto una domanda al professor Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute, su questo confronto tra Italia e Gran Bretagna.

Il professore – un equivalente italiano del nostro amato professore Neil Ferguson – stava pontificando su come il passaporto vaccinale garantisse la libertà, quando un giornalista presente gli ha domandato perché lo ritenesse necessario, quando paesi come Gran Bretagna e Spagna non hanno nulla del genere e tuttavia hanno avuto un tasso di mortalità inferiore.

Infatti, secondo i dati della John Hopkins University, l'Italia ha avuto 252,55 morti ogni 100.000 abitanti e la Gran Bretagna 240,57.

Il prof Ricciardi – che ha accusato il giornalista di fare affermazioni «prive di ogni fondamento scientifico» – ha ribattuto: «L'Inghilterra calcola i decessi in modo completamente diverso da noi – se li calcolasse allo stesso modo, sarebbero il doppio. Sostengono che sono circa 150.000, ma in realtà sono 300.000.'

Una affermazione senza senso! In realtà, la Gran Bretagna richiede solo che il defunto sia risultato positivo negli ultimi 28 giorni della sua vita, il che semmai sopravvaluta il bilancio delle vittime. Invece in Italia le linee guida del servizio sanitario affermano: “Non basta il test positivo al Sars-Cov-2 per considerare la morte come dovuta al Covid-19”.

Il professore ha continuato affermando che gli inglesi (gli italiani insistono sempre che la Gran Bretagna è l’Inghilterra!) si sono rifiutati di imparare dall'Italia e di conseguenza i "numeri di morti e contagi" dell'Inghilterra sono "enormemente maggiori dei nostri". Un’altra sciocchezza. Ha concluso dicendo che il NHS inglese è così scadente che per la chirurgia dell'anca "è necessaria un'attesa di dieci anni". Questo, almeno, può anche essere vero.

 

06/08/21

La campagna vaccinale sta commettendo gli stessi errori del “Remain”



Il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau pubblica su The Spectator le sue considerazioni critiche  sulla campagna vaccinale in corso. Anche dal punto di vista di chi è sinceramente convinto che una campagna vaccinale di massa sia la risposta giusta e possa portare all'immunità di gregge, l'opportunismo della comunicazione usata dai governi e dai media, basata su ciò che fa comodo o meno diffondere, in spregio alla verità e alla correttezza del dibattito, risulta non solo fastidioso, ma rischia anche di dimostrarsi controproducente rispetto agli obiettivi; come già successo, ad esempio, con il ribaltamento di tutte le aspettative avvenuto con la Brexit. 


di Wolfgang Münchau, 30 Luglio 2021


Una delle grandi lezioni degli ultimi cinque anni è come le campagne politiche possano iniziare con quelle che sembrano essere delle ottime premesse e finire poi  per perdere con il 48 per cento dei voti. Quello che è successo alla campagna per il “Remain” sta ora accadendo alla campagna vaccinale - e in diversi paesi.

I governi stanno etichettando gli anti-vaccinisti da stupidi; stanno esagerando le loro ragioni, come il ministro dell'istruzione francese, che ha suggerito che la vaccinazione significa che non si possono più infettare gli altri. Oppure danno lezioncine, dicendo che la gente dovrebbe ascoltare gli esperti. E quando le cose si mettono davvero male, parlano di obbligo. La vaccinazione obbligatoria è il secondo referendum del nostro tempo.

La vaccinazione è una delle grandi storie di successo della scienza moderna. Ed è un trionfo della scienza tedesca e britannica in particolare. L'obiettivo ora dovrebbe essere quello di rendere disponibili i vaccini a chiunque, in qualsiasi parte del mondo, e di diffondere tutte le informazioni a riguardo. Non combatteremo le bugie anti-vaxxer con il segreto d'ufficio.

Ricordate come la notizia dei coaguli di sangue di AstraZeneca è trapelata quasi per caso, quando un laboratorio di ricerca tedesco indipendente ha lanciato l'allarme? A quel tempo, nel Regno Unito erano già state distribuite moltissime dosi di quel vaccino. Perché il Regno Unito non ha fornito volontariamente tali informazioni? Questi dati cruciali sono stati condivisi solo quando le agenzie di medicina, allarmate dalla ricerca tedesca, ne hanno fatto richiesta. Perché non condividere i dati volontariamente? Il pubblico non era davvero in grado di gestire queste informazioni?

E perché non ammettere che logicamente esiste un certo grado di incertezza sugli effetti collaterali a lungo termine dei vaccini? Nel dibattito che si sta svolgendo in Germania sull'opportunità di somministrare il vaccino ai minori di 18 anni e ai bambini piccoli, tale incertezza è almeno riconosciuta dai funzionari. Logicamente è anche vero che il rischio di effetti collaterali da vaccino rispetto al rischio di malattia grave Covid-19 è diverso per i bambini rispetto agli anziani.

C'è anche una mancanza di informazioni sull'efficacia del vaccino. Gran parte dei dati disponibili sulla variante Delta sembrano provenire da Israele e dai Paesi Bassi. Com'è possibile, quando ci sono così tante più infezioni della variante Delta nel Regno Unito? Gli studi israeliani suggeriscono che il vaccino offre un'elevata protezione contro la malattia grave, ma un livello inferiore di protezione contro l'infezione e contro la diffusione del virus.

Se è così, qual è allora la logica di rendere obbligatoria la vaccinazione per determinati gruppi di persone? I test non sarebbero più efficaci? Forse la vera ragione per cui i governi vogliono aumentare i tassi di vaccinazione oltre i loro obiettivi originali è proprio perché i vaccini sono meno efficaci: ne servono di più per ottenere lo stesso grado di immunità di gregge.

Nel Regno Unito, l'89 per cento degli adulti si è fatto avanti per la vaccinazione, ma la diffusione sta rallentando. La stragrande maggioranza dei vaccini somministrati ora sono follow-up: la domanda per la prima dose sta diminuendo rapidamente.

 Allora, a chi si rivolge il governo con i suoi duri discorsi e i passaporti vaccinali? L'esitazione vaccinale è più acuta tra i giovani, gli indigenti e le minoranze etniche.

I recenti discorsi sul divieto per i non vaccinati di frequentare i locali notturni - o sull'autoisolamento dopo aver visitato i paesi dell'Amber list - non stanno avendo alcun effetto evidente sul tasso di vaccinazione dei giovani che si sta stabilizzando a un tasso inferiore.


 

Sapendo come funziona la comunicazione del governo, la spiegazione più plausibile è che le informazioni vengano diffuse in base a ciò che si deve sapere. I governi non vogliono che dei dati scomodi interferiscano con la campagna. Ma si ricordi che se si nascondono le informazioni, si lascia spazio alle persone su Facebook che dicono che i vaccini contengono un microchip del cervello di Bill Gates.

A quel punto si è persa la superiorità morale. Nella campagna di vaccinazione gli Stati Uniti sembrano dirigersi verso un'altra divisione 50-50, come il Remain contro Leave o Trump vs Clinton. Perché la campagna di vaccinazione abbia successo, richiede un margine di vittoria superiore a quello di Joe Biden su Donald Trump.

 

Wolfgang Münchau è direttore di EuroIntelligence, dalla cui rassegna quotidiana è tratto questo articolo.

10/10/20

L'immunità di gregge è ancora la chiave di volta nella lotta contro il COVID-19



In questo articolo di agosto su The Spectator, il prof. Martin Kulldorf di Harvard, primo firmatario della Dichiarazione di Great Barrington da noi pubblicata qui (e di cui ha dato conto il giorno successivo anche il Corriere della Sera), spiega la sua posizione a favore di una migliore gestione della pandemia:  la protezione deve essere mirata verso i soggetti più a rischio, gli anziani, mentre ai giovani deve essere permesso di condurre una vita normale e di tenere a galla la società, nel mentre che si sviluppa una immunità di gregge. 


The Spectator, 8 agosto 2020

di Martin Kulldorff*

Traduzione di Rosa Anselmi


Aprire o chiudere? Aprire le scuole e chiudere i pub? Aprire le sale da bowling ma non le piste di pattinaggio? Consentire l’apertura dei ristoranti ma non i ricevimenti di nozze? La Gran Bretagna sta facendo il gioco delle sedie con diversi servizi e attività  [NdT si riferisce al noto gioco in cui si dispongono in cerchio delle sedie  in numero corrispondente al totale dei giocatori meno uno. Si avvia la musica e i bambini girano attorno alla sedie, per correre a sedersi una volta che la musica viene interrotta. Chi non riesce a sedersi è eliminato e così via finché non rimane che un solo bambino], ma l’intero gioco è fuorviante e privo di qualunque base epidemiologica scientifica. Aprire gradualmente la società è di certo saggio, ma come scegliamo l'uno rispetto all'altro?

Il Covid-19 è una malattia terribile e l'obiettivo principale dovrebbe essere quello di ridurre al minimo le morti. Come si fa? La chiave è l'età. Il rischio di mortalità da Covid-19 varia più di mille volte  tra i componenti più anziani e quelli più giovani della società.

La pandemia non finirà finché non raggiungeremo l'immunità di gregge o tramite un vaccino o attraverso infezioni naturali. L'immunità di gregge non è una strategia, ma un fenomeno scientifico provato e negarlo è sciocco come negare la gravità. Con la giusta strategia, possiamo persino usarla per salvare delle vite.

Nello scenario del vaccino, la strategia giusta è proteggere gli anziani e altri gruppi ad alto rischio fino a quando non sono protetti dall'immunità di gregge, mentre le giovani generazioni tengono a galla la società. Nel secondo scenario dell'immunità naturale, la strategia giusta è proteggere gli anziani e altri gruppi ad alto rischio finché non sono protetti dall'immunità di gregge, mentre le giovani generazioni tengono a galla la società. Se queste due strategie sembrano più o meno la stessa cosa, lo sono.

Come funziona l'immunità di gregge? Man mano che più persone ottengono l'immunità, diventa più difficile per il virus trovare nuove persone da infettare e l'epidemia alla fine si estinguerà prima che tutti siano infettati. Non si sa quanto grande debba essere il gruppo di persone infette affinché l'immunità di gregge possa entrare in gioco, ma è una certa percentuale della popolazione. Se ci sono molte persone anziane in questo gruppo, la mortalità sarà alta. Se la maggior parte di loro è giovane, ci saranno pochi morti. In effetti, come affermato dal più importante epidemiologo mondiale di malattie infettive, l'immunità di gregge è "l'unico modo per ridurre il rischio per le persone vulnerabili della popolazione".

Torniamo al gioco delle sedie. Con questo in mente, potremmo aprire le piste di pattinaggio che sono utilizzate principalmente dai giovani, ma non le sale da bowling con la loro clientela più anziana. Sarebbe un piccolo passo nella giusta direzione, ma per ridurre al minimo la mortalità bisogna puntare tutto sulla strategia basata sull'età. Dobbiamo fare l'opposto di quanto fatto la scorsa primavera, quando le scuole erano chiuse mentre i malati venivano mandati in residenze protette.

Quindi sì, possiamo aprire le scuole, ma gli insegnanti di età superiore ai 60 anni dovrebbero lavorare da casa, dove possono aiutare valutando esami e saggi. Sì, teniamo aperti i pub, ma chi ha più di 70 anni dovrebbe starne alla larga per un po'. Sì, apriamo le sale da bowling, ma lasciamo perdere la senior league.  Sì, lasciamo che i bambini pattinino con i genitori, ma filmiamo le loro piroette affinché i nonni possano guardarle da casa. E sì, apriamo tutti i ristoranti, ma alle persone anziane offriamo solo cibo da asporto. Il punto è apriamo la società per le giovani generazioni, e quando avranno prodotto l'immunità di gregge correndo solo modesti rischi per se stessi, anche le persone anziane potranno uscire.

È discriminazione basata sull'età quando agli anziani viene chiesto di rinunciare alla società per un po’, mentre i giovani continuano la loro vita? Forse, ma salva vite. È discriminazione basata sull'età quando i giovani si assumono i piccoli rischi necessari per proteggere i membri più anziani e più vulnerabili della società? Sì, certo, ma le generazioni precedenti hanno corso rischi molto maggiori. Come società dovremmo apprezzare i giovani adulti che aiutano a determinare l'immunità di gregge vivendo una vita normale e mantenendo la società a galla. Grazie, grazie, grazie. Quando le persone ti lanciano accuse errate, affermando falsamente che stai mettendo in pericolo gli altri, ricorda che è vero il contrario. E pensa  a tuo nonno. Mentre rischiava la sua vita combattendo nella seconda guerra mondiale, gli venivano lanciate contro delle cose molto peggiori.

E i bambini? Sebbene i giovani adulti possano decidere quali rischi correre, non è etico imporre rischi ingiustificati ai bambini. Sono al sicuro se le scuole riaprono? La risposta è sì.

Nel mezzo di veementi discussioni sull'apertura delle scuole, è bene fare un passo indietro, fare un respiro profondo ed esaminare ciò che ci dice la scienza. Per conoscere l'effetto del fumo, studiamo i fumatori. Per conoscere gli effetti dei vaccini, studiamo le persone vaccinate. Allo stesso modo, per conoscere gli effetti del mantenere aperte le scuole durante la pandemia da Covid-19, dobbiamo studiare l'unico luogo che ha tenuto aperte le scuole durante il culmine della pandemia. Quel posto è la Svezia.

La Svezia non ha mai chiuso gli asili nido o le scuole per i suoi 1,8 milioni di bambini di età compresa tra uno e 15 anni. Di questi bambini, zero sono morti a causa del Covid-19.  Il numero totale dei casi non è noto, ma il numero segnalato è 468, ovvero 25 su 100.000. Di questi 468 bambini, otto sono stati ricoverati in un reparto di terapia intensiva. Ciò significa che, indipendentemente dal fatto che le scuole siano aperte o meno, i bambini sono meno a rischio a causa del Covid-19 che dell’influenza, che uccide una media di 40-50 bambini in Inghilterra e Galles ogni anno. A differenza di ciò che accade con l'influenza, le scuole non guidano la classifica della pandemia da Covid-19, e in Svezia gli insegnanti avevano lo stesso rischio di contrarre il Covid-19  delle altre professioni, in media.

Non è opportuno né esagerare né ignorare la gravità della pandemia da Covid-19. È ancora impossibile sapere quale percentuale è necessaria per raggiungere l'immunità di gregge o quante persone alla fine moriranno, e nessun epidemiologo rispettabile farà tali affermazioni. Non sappiamo neppure quanto tempo occorrerà per avere un vaccino, potrebbe essere un tempo qualsiasi da sei mesi a mai. L'unica cosa importante che sappiamo è l'enorme differenza di rischio per età. Il Covid-19 è un nemico formidabile e in ogni guerra bisogna sfruttare le debolezze dell'avversario. Questa debolezza è la quasi incapacità del virus di uccidere i giovani. Quindi, sono i giovani adulti tra di noi che devono stare in prima linea mentre combattiamo questo nemico. In caso contrario, avremo molte più vittime del necessario.

 

* Professore di Medicina all’Università di Harvard. Studia le epidemie di malattie infettive e la sicurezza dei vaccini. Account twitter @MartinKulldorff

16/09/20

I casi di coronavirus stanno aumentando ma i decessi rimangono stabili. Perché?

 


Solitamente la diagnosi di Laboratorio dell’infezione da COVID-19 si basa sulla ricerca in un tampone delle alte vie aeree (naso-faringeo o oro-faringeo) dell’RNA virale con metodiche di biologia molecolare (PCR).  Tuttavia, come sostiene il prof. Heneghan, Direttore del Centro di Medicina basata sull’Evidenza [la pratica medica basata sull’uso esplicito e coscienzioso delle migliori prove scientifiche] dell’Università di Oxford, "annunciare semplicemente i nuovi positivi al test ci dice molto poco, mentre quello che dobbiamo sapere con un ragionevole grado di certezza è se un caso 'positivo' è contagioso oppure no",  anche per non correre il rischio di isolare persone non infettanti e mettere in quarantena i loro contatti o intere comunità. 

Alla luce di questi presupposti, di recente ha avuto ampia risonanza mediatica (si veda, ad esempio, qui  e qui ) la notizia di una possibile sovrastima al tampone dei casi effettivamente positivi e contagiosi, riportata in un lavoro del team di Oxford attualmente in corso di revisione tra pari. Una scoperta importante che aggiunge ulteriori elementi a un dibattito in corso nel mondo scientifico e con ampie ricadute nella pratica clinica (si veda ad esempio qui  oppure qui).

Il ragionamento sotteso è spiegato dal prof. Heneghan e dal suo collaboratore T. Jefferson in un articolo divulgativo pubblicato il 1° settembre su The Spectator, di cui presentiamo di seguito la traduzione. 


di Carl Heneghan* e Tom Jefferson*, 1 Settembre 2020

Traduzione di Rosa Anselmi


Sta accadendo qualcosa di alquanto strano nelle due nazioni europee più colpite dal Covid-19. Il Regno Unito e l'Italia registrano un numero crescente di casi ma un numero stabile e molto basso di decessi, anche settimane dopo che i casi hanno ripreso ad aumentare.

Al momento in cui scriviamo, il Regno Unito registra 1.750 nuovi casi al giorno e un decesso su una popolazione di 67 milioni. Con una popolazione più o meno simile e una media di 602 casi al giorno, l'Italia ha avuto poco più di quattro morti al giorno nell'ultimo mese. Il rapporto tra casi e morti non si avvicina nemmeno a quello che era al picco della pandemia. L'altra caratteristica degna di nota è che i casi riguardano una popolazione più giovane.

Ci possono essere diverse spiegazioni per questo andamento. In primo luogo, l'agente virale potrebbe essere mutato in una forma meno virulenta. Sebbene siano stati pubblicati alcuni studi che mostrano mutazioni minori, questo è ciò che ci si aspetterebbe da un virus a RNA che è intrinsecamente instabile (si pensi ai virus influenzali, che cambiano continuamente forma).

In secondo luogo, forse abbiamo imparato ad affrontare meglio il Covid-19. A parte il desametasone [un farmaco corticosteroide, n.d.t.] nell'esiguo numero di ricoverati in terapia intensiva, non ci sono trattamenti specifici per la malattia e dato che non si osserva un aumento sostanziale dei ricoveri o della gravità dei casi, anche questa sembra una spiegazione improbabile.

In terzo luogo, le nostre misure preventive potrebbero aver funzionato, facendo sì che si manifestino nuovi casi solo quando si verificano degli errori. Se così fosse, ci sarebbe da spettarsi un'efficacia contro tutte le forme di infezioni respiratorie acute, come le malattie invernali. Questo è effettivamente accaduto nell'emisfero australe, ma il cambiamento nell'età dei casi verificatisi non si adatta a questa teoria.

Una quarta possibile e molto più complessa spiegazione è ciò che chiamiamo il "problema di realtà". Si stanno rapidamente accumulando evidenze che i test utilizzati in tutto il mondo per identificare i casi in modalità binaria "Sì o No" vengono utilizzati in modo semplicistico e non coordinato. Abbiamo già spiegato i limiti della reazione a catena della polimerasi (PCR o Polymerase Chain Reaction) per eseguire test di massa.

La PCR è un test molto sensibile, il che significa che rileva i frammenti più piccoli del virus di cui si effettua la ricerca amplificando il campione milioni di volte. Tuttavia, un frammento non è un virus intero, capace di replicarsi e di infettare altri esseri umani. È una piccola parte della struttura virale che il primer della PCR sta cercando, non l'intero microrganismo [I primer costituiscono gli elementi di innesco della reazione di amplificazione, n.d.t.]. Solo virus interi possono infettarci.

Inoltre, raramente viene riportato il numero di cicli di amplificazione necessari per raggiungere un "test positivo". Ora sappiamo che questa è un'informazione cruciale per interpretare i risultati. Un numero molto alto di cicli può rilevare dei frammenti e dare un risultato positivo, ma un numero inferiore di cicli è molto più probabile che identifichi individui infettati e infettivi che richiedono la quarantena.

Ci si aspetterebbe che tutto questo venisse riportato nei risultati della PCR, ma di routine non viene fatto. E c'è di peggio. Un test molto sensibile è vulnerabile alla contaminazione con materiale genetico estraneo (da qui la necessità di preparare adeguatamente gli operatori). La rapida espansione dei test effettuati potrebbe aver eroso la nostra capacità di mantenere l'ambiente sterile, a causa della accresciuta produttività e delle condizioni di forte pressione in cui è avvenuta la formazione del personale di laboratorio. Abbiamo anche trovato studi che esaminano le diverse performance dei kit PCR sullo stesso campione e i risultati non sono incoraggianti, con un'ampia variazione dei cicli soglia [il numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il materiale genetico che si sta cercando, n.d.t.] per gli stessi risultati positivi, il che indica la necessità assoluta di test standardizzati in tutto il mondo, che confrontino continuamente procedure e prestazioni dei test rispetto all'unica vera regola aurea per misurare la contagiosità di una persona: la coltura virale.

Stanno aumentando le evidenze che una buona percentuale di "nuovi" casi lievi e di persone che risultano di nuovo positive al test dopo la quarantena o la dimissione dall'ospedale non sono contagiosi, ma stanno semplicemente eliminando particelle innocue di virus che il loro sistema immunitario ha gestito in modo efficiente. Le persone la cui immunità è più attiva sono esattamente nella fascia di età dei "positivi" osservati e hanno meno probabilità di accusare una malattia grave.

Quindi, sembra che vi sia una realtà della circolazione virale, probabilmente in rapido declino, e una realtà percepita di un simpatico test usato in modo improprio e interpretato in maniera semplicistica che può essere utilizzato con grande efficacia quando la circolazione virale è molto più alta (essendoci una maggior probabilità che un test positivo identifichi correttamente il virus) o allo scopo di trovare tracce di virus che sono bravi a nascondersi nel nostro corpo, o per trovarne dei frammenti nelle acque reflue che ne indicano la presenza in qualche momento nel passato.

Per evitare questa realtà duale e i pericoli di isolare persone non contagiose o intere comunità, abbiamo bisogno di uno sforzo internazionale per la standardizzazione dei test, la loro calibrazione periodica rispetto alla coltura [virale] o ad altre misure riconosciute di infettività e rigorosi protocolli e procedure di laboratorio, probabilmente con un'autorità centrale di rilascio delle licenze. È necessario fare molto di più per correlare i cicli soglia, le caratteristiche dei pazienti e le informazioni sulla circolazione del virus. La medicina e la sanità pubblica riguardano le persone, non i tabulati.

* Carl Heneghan è   Professore di Evidence-Based Medicine e Direttore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford

* Tom Jefferson è  Ricercatore del Centro di Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford