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15/02/17

FT Alphaville: Gli USA non dovrebbero incolpare il Messico per il deficit commerciale — la colpa è della Germania

Dal blog Alphaville del Financial Times un’esauriente analisi –  che aiuta anche a capire come funziona la bilancia dei pagamenti – individua il vero problema dell’America non tanto nei deficit commerciali bilaterali con paesi come il Messico, ma nello squilibrio complessivo tra risparmiatori globali e consumatori globali. In questo divario, il Messico ad esempio sta dalla parte di chi consuma più di quanto produce, mentre i veri “spilorci” sono i paesi vincenti dell’eurozona, che non solo soffocano i loro consumi interni per crescere sulla domanda altrui, ma che impongono regole di austerità anche su tutti gli altri partner del blocco della moneta unica. C'è solo da sperare - aggiungiamo noi - che l'America non cerchi di spingere l'Europa a spendere puntando sulle spese per la Difesa, l'unica forma di Keynesismo  politicamente accettabile per l'élite dominante. 

 

di Matthew C. Klein, 1 febbraio 2017

Traduzione di Margherita Russo

A partire dalla metà degli anni ’90 l’industria americana ha perso quote di mercato e posti di lavoro rispetto ai suoi concorrenti stranieri. Ciò ha causato ripercussioni politiche le cui conseguenze iniziano appena ad essere avvertite.

Una delle conseguenze che si va delineando con sempre più chiarezza è che le regole del sistema commerciale globale dovranno necessariamente cambiare.

Come per altre questioni politiche nell’America di oggi, è pressoché impossibile anticipare la direzione che questi cambiamenti prenderanno, tuttavia il commercio è chiaramente uno dei settori in cui l’esecutivo ha un margine d’azione più ampio per cambiare le politiche senza il consenso del Congresso rispetto a, per esempio, la politica fiscale, la normativa finanziaria, la sanità, o le infrastrutture. (Alexandra Scaggs fornisce qui più dettagli.) La nuova amministrazione è stata piuttosto esplicita su come la pensa in tema di commercio:

Il disavanzo complessivo della bilancia commerciale si può ridurre concentrandosi sui deficit commerciali bilaterali con i singoli paesi.

I deficit commerciali bilaterali sono causati da “accordi sbagliati” che necessitano di revisione caso per caso.

Pertanto, la strada per rilanciare il mercato del lavoro americano è di rinegoziare “accordi più favorevoli” con la Cina, il Giappone, la Germania, ed il Messico, poiché i deficit bilaterali con questi quattro paesi ammontano sistematicamente a circa tre quarti del deficit commerciale americano per quanto riguarda le merci  ed all’intero deficit commerciale di beni e servizi nel 2015, l’ultimo anno di cui sono disponibili dati completi.

Benché ci siano parecchi motivi per pensare che nel loro complesso le regole attuali non vadano nell’interesse dell’americano medio e che possano essere migliorate, questo ragionamento lascia comunque molto a desiderare.

Per tracciare un quadro completo della situazione al posto della miope ossessione sugli equilibri commerciali bilaterali, è necessario comprendere le tendenze globali del risparmio e del consumo. Ciò porterebbe a capire che il Messico non è affatto decisivo, che la Cina è meno preoccupante di quanto si pensi, e che il problema principale sono l’eurozona, la Svizzera, la Corea, Taiwan e Singapore. In particolare, è possibile ipotizzare soluzioni che soddisfino i negoziatori americani ed allo stesso tempo migliorino le condizioni di vita nei paesi destinatari. I vantaggi per gli americani non devono necessariamente venire a scapito dei lavoratori stranieri.

Per capire il perché, può essere utile fare un passo indietro e studiare le basi.

Le esportazioni sono importanti perché creano lavoro e perché con i proventi delle vendite si possono pagare le importazioni. Le importazioni, d’altra parte, sono anche importanti, perché non tutti i beni e servizi domandati possono essere prodotti internamente, e perché la concorrenza con i prodotti esteri favorisce la produttività dell’industria nazionale, il che va a beneficio di tutti i consumatori.

Un paese ha un deficit commerciale quando i suoi residenti acquistano più beni e servizi di quanti ne vendano al resto del mondo. Viceversa, un paese ha un surplus commerciale quando i suoi residenti producono più beni e servizi di quanti ne consumino. In altre parole, un deficit commerciale significa che i consumatori consumano più beni reali di quanti ne producano, mentre un surplus commerciale è il segnale che i consumatori lavorano per produrre beni che poi non utilizzano direttamente.

Si può pertanto essere indotti a pensare che grandi deficit commerciali siano indice de fatto che il paese stia “vincendo” rispetto al resto del mondo. Dopo tutto, i “perdenti” con i loro surplus “cedono” beni e servizi in cambio di semplici promesse scritte, che qualsiasi bravo negoziatore potrebbe in futuro rinegoziare. Ad ogni modo.

Lo scambio di beni e servizi è solo una parte — in genere, ma non necessariamente, preponderante — della bilancia delle partite correnti, che misura tutti i flussi di reddito a livello transnazionale. Un’altra componente della bilancia delle partite correnti sono gli interessi e i dividendi sui titoli di stato all’estero, i salari pagati ai lavoratori pendolari transfrontalieri, gli aiuti esteri, le rimesse degli emigrati, e le sanzioni internazionali.

Quando la bilancia delle partite correnti è in deficit, significa che i cittadini del paese, a livello aggregato, stanno spendendo più di quanto guadagnano. Un surplus nella bilancia delle partite correnti significa che i residenti del paese spendono meno di quanto guadagnano.

Il rovescio della medaglia della bilancia delle partite correnti si chiama conto finanziario. Per spendere più di quanto si guadagna si può coprire la differenza o con la vendita di asset, o con un prestito a fronte di un credito sul reddito futuro. Analogamente, quando le entrate superano le uscite bisogna in qualche modo impiegare il surplus di bilancio, o versando il denaro in un conto in banca (prestiti), o acquistando azioni e titoli (investimenti di portafoglio), o con l’acquisizione di beni immobili o imprese (investimenti diretti).

In effetti, i movimenti nel conto finanziario sono più significativi di diversi ordini di grandezza rispetto a quelli nella bilancia delle partite correnti, oltre ad essere molto più esposti a variazioni improvvise. Di conseguenza, almeno per quanto riguarda l’America, il conto finanziario sopravanza il conto delle partite correnti, e per estensione anche la bilancia commerciale, e conta molto più di tutto ciò che normalmente ricade nell’ambito della “politica commerciale”.

Per questo motivo, concentrare tutta l’attenzione sugli equilibri commerciali non ha senso.

Immaginiamo che i risparmiatori olandesi comprino più titoli americani di quanto gli americani spendano per accumulare titoli olandesi, il che in ultima analisi stimola il potere d’acquisto relativo dei consumatori americani, che possono a loro volta utilizzare il denaro extra per fare il pieno di prodotti messicani. La “colpa” di questa situazione sarebbe dell’Olanda o del Messico?

Per rispondere a questa domanda bisogna guardare all’equilibrio complessivo fra risparmio e spesa in ciascun paese.

Supponiamo che consumatori e imprenditori americani acquistino più prodotti messicani a scapito dei beni e servizi locali perché quelli messicani sono più economici. Consumatori e imprese messicani si ritroverebbero con un maggior potere d’acquisto per acquistare beni e servizi da paesi esteri. I cittadini di questi paesi si ritroverebbero con più denaro, magari da spendere in prodotti americani. Che la domanda provenga dall’India o dall’Italia non fa alcuna differenza.

L’effetto netto sull’America dipende da quanto il resto del mondo nel suo complesso sia propenso a consumare beni e servizi di provenienza americana. Le variazioni in uno specifico equilibrio commerciale bilaterale possono riversarsi su altri paesi senza alcun beneficio per chi ha chiesto il cambiamento.

Ma perché preoccuparsi tanto di deficit e surplus? Dopo tutto, non c’è nulla di male nello spendere più di quanto si guadagni. In certi casi può essere ragionevole investire in beni che aumentino il reddito futuro, o limitino le spese future. L’equilibrio delle partite correnti — in sé — non implica affatto che una determinata società sia “competitiva” o “oziosa” o “viva al di sopra delle proprie possibilità” o “virtuosa”. Né ci dice se alcuni paesi sono sfruttati da altri.

Ciò che conta è se il rendimento sugli investimenti supera la spesa per sovvenzionarli, e se la forma dell’investimento è abbastanza flessibile da poter evitare le inevitabili variazioni dei profitti.

Il problema è nato alla metà degli anni ’90, con un aumento vertiginoso dei flussi di capitali tra una nazione e l’altra. La curva mostra la somma dei valori assoluti di tutte le partite correnti nel mondo in relazione all’output globale. Questo indicatore è cresciuto da circa il 2 percento del PIL mondiale nel 1995 fino al picco del 5.5 percento nel 2006.



Se ignorassimo ciò che accadeva in quel periodo, e ci basassimo solo sui dati disponibili del 1995, potrebbe sembrare che la curva indichi un significativo incremento dei flussi di capitale dai paesi ricchi, fra cui gli Stati Uniti, verso i più poveri, man mano che questi investivano e “convergevano” verso standard di vita più alti. Ad esempio, ci si aspetterebbe che la Cina sia stata uno dei principali beneficiari netti di investimenti esteri da America, Europa occidentale e Giappone.

In quel caso le cose avrebbero  potuto funzionare, ma non è così che è andata. Il capitale si è spostato nella direzione sbagliata*:



Invece di finanziare investimenti produttivi nei paesi in prevalenza più poveri, i risparmi esteri hanno gonfiato le bolle immobiliari ed alimentato i consumi correnti in America (e UK), sostenendo monete sopravvalutate a detrimento della base produttiva interna. Come se ciò non bastasse, questo spreco di risorse è stato finanziato principalmente da un debito privato insostenibile. Il debito si è sostituito alla crescita dei redditi. (Ovviamente, le cose stanno ancora peggio se si guarda alla composizione dei flussi lordi invece che ai dati netti.)

Il problema nel suo complesso è che c’è troppo denaro ma non ci sono abbastanza opportunità di investimento proficue. Malgrado il recente rialzo, i tassi di interesse reali sono crollati perché le persone, e specialmente le imprese non finanziarie, sono più inclini a risparmiare che a spendere. I pochi paesi disposti a (abbastanza stupidi da) indebitarsi per investire in progetti inutili hanno sovvenzionato il resto del mondo sacrificando l’occupazione nei settori produttivi.

Gli “sperperi” americani (e britannici) sono semplicemente il risultato della reticenza del resto del mondo a consumare di più. Il tasso di risparmio estero dipende dal saggio negativo dei paesi anglosassoni, e in particolare dalla propensione di questi paesi a vendere titoli sui rendimenti futuri ad investitori stranieri.

In quest’ottica, chiunque si dica determinato a porre l’“America prima di tutto” dovrebbe concentrarsi esclusivamente sui paesi con i maggiori surplus di bilancio delle partite correnti, dato che sono questi ad incidere di più sulla bilancia commerciale americana ed a rendere più difficile alle famiglie americane poter risparmiare. Inoltre, questi negoziatori dovrebbero spingere tali paesi a cambiare le loro politiche nella direzione di aumentare il potere d’acquisto dei loro consumatori, perché ciò darebbe un aiuto sostenibile ed efficace agli esportatori americani e ridurrebbe il peso del debito.

Allo stato attuale delle cose, questi paesi sono, nell’ordine: Germania, Cina, Giappone, Corea, Taiwan, Olanda, Svizzera, e Singapore. Questi otto paesi hanno un surplus complessivo pari all’1.5 percento della produzione globale. Ad eccezione della Corea, tutti ed otto sono anche stati fonti principali di risparmio netto per il resto del mondo a partire dagli anni ‘2000. Per converso, America, UK, Australia, e Canada hanno un deficit complessivo pari all’1.0 percento della produzione globale.

Va anche evidenziato che in questo divario il Messico è stato costantemente dalla stessa parte degli Stati Uniti. Sulla base delle analisi del FMI, fin dal 1995 a livello aggregato il Messico ha speso costantemente più di quanto ha prodotto. Nel 2016 il Messico aveva, in termini assoluti, l’ottavo più grande deficit di partite correnti al mondo. Anzi, il deficit del Messico come percentuale del PIL mondiale si avvicina al suo massimo storico.



Chiunque abbia davvero a cuore i problemi che affliggono la bilancia commerciale dell’America dovrebbe dunque cercare un’alleanza con il Messico, in un impegno comune contro gli spilorci impegnati a soffocare i loro consumi facendo affidamento sulla disponibilità degli altri a finanziare il loro stile di vita.

Volendo stabilire una priorità, l’America dovrebbe concentrare i suoi sforzi sull’eurozona.

I responsabili politici coreani e giapponesi sono pienamente consapevoli della scarsa propensione ad investire dei loro operatori economici, e negli ultimi anni hanno tentato, con scarso successo, di cambiare questo stato di cose con una serie di iniziative politiche. Non è quindi chiaro come le pressioni americane potrebbero riuscire [laddove loro hanno fallito], anche se incoraggiare la spesa pubblica, specialmente per equipaggiamenti militari, potrebbe aiutare. Su un altro fronte, l’isolamento di Taiwan dal sistema internazionale fornisce una legittima giustificazione per tutelarsi contro il rischio di un’improvvisa fuga di finanziamenti esteri. (E comunque non basta a giustificare la continua crescita del suo surplus in relazione alla produzione mondiale.)

Per contrasto, la nefasta influenza dell’eurozona sul resto del mondo è la conseguenza di deliberate scelte politiche, che affliggono prima di tutto i loro cittadini. Se si include la Danimarca, la cui valuta è agganciata all’euro, l’intero blocco ha un surplus di partite correnti complessivo pari allo 0.7 percento della produzione globale. Si tratta di un fenomeno abbastanza recente, trainato da Germania, Olanda ed altri paesi con analogo orientamento.

Tra il 2001 ed il 2008, la Germania e i paesi del nord Europa ad essa affini hanno incrementato il loro surplus complessivo di circa 0.6 punti percentuali del PIL mondiale. Ciò è controbilanciato dal resto dell’eurozona, che ha visto il suo equilibrio di bilancio deteriorarsi di 0.7 punti percentuali del PIL.

La causa immediata della crisi dell’euro è stata il netto calo della disponibilità degli europei del nord a sostenere questi squilibri. L’imperativo tedesco verso la “disciplina” ha indotto i paesi che dipendevano da finanziamenti esterni a distruggere la domanda interna in cambio di prestiti di salvataggio. Ma mentre il surplus tedesco del periodo pre-crisi era sempre stato assorbito da Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e, soprattutto, Spagna, gli aggiustamenti successivi non sono affatto stati sovvenzionati da spese più elevate nell’austero nord.

Al contrario, il tentativo di trasformare l’eurozona in una Grande Germania ha semplicemente scaricato i continui surplus dell’Europa germanofona, dell’Olanda e della Scandinavia sul resto del mondo. Tra il 2008 ed il 2016 l’equilibrio di bilancio complessivo è variato di 0.8 punti percentuali del PIL mondiale. Questo si spiega quasi integralmente con il crollo dei consumi e degli investimenti in Grecia, Irlanda, Italia, e Spagna, che è stato principalmente la conseguenza di scelte politiche portate avanti dalla BCE, dall’Eurogruppo, e dall’FMI, con orientamenti precisi da parte di Germania ed Olanda.

Si può obiettare che parte della spesa in quei paesi nel 2008 fosse improduttiva e che il crac successivo fosse almeno in parte prevedibile, per quanto i dati sull’inflazione dei prezzi al consumo facciano pensare il contrario.

Ma anche se così fosse, l’avarizia di consumatori, imprese e governi del nord Europa non sarebbe comunque giustificata. Ad esempio, le famiglie olandesi hanno oggi un tenore di vita più basso rispetto a dieci anni fa a causa dello sgonfiarsi della bolla immobiliare in concomitanza all’austerità fiscale. I tedeschi stanno un po’ meglio, ma non molto. Come per i loro vicini, il loro governo è irragionevolmente votato a rispettare il pareggio di bilancio, mentre le imprese rifiutano di alzare i salari.

Gli americani hanno a lungo tentato di persuadere i nord europei a consumare di più, nella non irragionevole speranza che i responsabili politici teutonici desiderino agire nell’interesse dei propri cittadini. (E se poi parte di quel denaro finisce in tasca ai lavoratori americani, la cosa non guasta.) Finora hanno sempre fallito, ma le ultime coorti potrebbero avere più successo. Il quel caso, il vantaggio sarebbe non solo degli americani ma di tutto il mondo.

 

 

13/02/17

Handelsblatt: Surplus d'Invidia

L'Handelsblatt, prestigioso quotidiano economico tedesco, ospita un lungo articolo sul dibattito che si è aperto in Germania a proposito del surplus commerciale tedesco, a seguito dell'insediamento di Trump. Ne emergono i diversi punti di vista all'interno dell'establishment tedesco: la visione dominante è quella secondo la quale il surplus è figlio della superiorità qualitativa dei beni tedeschi e della competitività dell'economia, con annesso il tentativo di Schäuble di  scaricare le responsabilità sulla BCE. D'altra parte, cresce anche la preoccupazione e la consapevolezza che il vantato surplus stia diventando il tallone d'Achille tedesco, a causa sia della mancanza di investimenti in patria che della declinante solvibilità dei paesi importatori.

 

della redazione di Handelsblatt, 10 febbraio 2017

Il surplus commerciale della Germania non piace a Donald Trump, che ha minacciato tariffe punitive e protezionismo. Ma il presidente degli Stati Uniti non è il solo a pensarla così - nella stessa Germania un coro crescente di esperti afferma che è giunto il momento di affrontare il tema del surplus di 253 miliardi di euro.

Wolfgang Schäuble è più che il Ministro delle Finanze tedesco. E' un anziano uomo di stato e senza dubbio uno dei politici più potenti della maggiore economia europea. Inoltre non si è mai ritirato da una lotta - anche se quella lotta è con il Presidente degli Stati Uniti.

Dopo che Peter Navarro, il Consigliere al commercio di Donald Trump, ha accusato la Germania di continuare "a sfruttare gli altri paesi della UE nonché gli USA"  grazie all'euro debole, Schäuble non ha potuto trattenersi dal replicare. Sembra, ha dichiarato, che qualcuno debba spiegare ai consiglieri di Trump che la Germania in realtà non è responsabile della politica monetaria nella zona euro.

Il Ministero delle Finanze tedesco ha anche fatto seguire alle sue dichiarazioni una difesa scritta delle politiche commerciali del paese, in cui si afferma che sono la conseguenza di un ambiente imprenditoriale sano, favorito da valide politiche fiscali e da un mercato del lavoro flessibile e qualificato.

"Sarebbe bizzarro accusare un paese che ha affrontato queste sfide e trae vantaggio dalla forte competitività delle sue imprese", si legge nel documento.

Il messaggio è stato chiaro: la Germania non deve dare spiegazioni a nessuno per il proprio enorme surplus commerciale.

Schäuble non è rimasto solo nella sua difesa del fatto che la Germania esporti molto più di quanto importi. Ingo Kramer, il presidente della Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, ha detto che una delle maggiori ragioni del notevole surplus commerciale tedesco è l'alta qualità dei prodotti fabbricati in Germania.

"Questo fatto di tanto in tanto va anche ricordato", ha detto Kramer.

Eric Schweitzer, il presidente dell'Associazione delle Camere di Commercio e dell'Industria tedesche (l'equivalente dell'italiana Confindustria, ndt), è d'accordo: "Il surplus delle esportazione tedesche è un segno della competitività dell'economia del paese".

In sostanza le risposte da parte tedesca giungono alla seguente conclusione: non possiamo farci niente se i nostri prodotti sono migliori di quelli di tutti gli altri e se tutti li vogliono.

Ma è proprio questo atteggiamento che ha portato il governo tedesco e le sue associazioni economiche di categoria a ignorare le crescenti critiche allo squilibrio commerciale, o avanzo delle partite correnti, sempre in aumento.

Naturalmente, gli squilibri commerciali non sono sempre una brutta cosa. Nel caso della Germania, il Fondo monetario internazionale(FMI) ha calcolato che un surplus tra il 2,5% e il 5,5% del suo prodotto interno lordo complessivo sarebbe accettabile.

L'Unione europea ha imposto un limite massimo del 6%, anche se la Germania lo ha frantumato già molto tempo fa. Nel 2016, la dimensione dello squilibrio commerciale della Germania è stata pari al 9% del suo Pil, con le esportazioni tedesche che hanno raggiunto un altro picco.  Destatis, l'agenzia di statistica del paese, giovedì ha annunciato che le aziende tedesche hanno venduto all'estero beni per un valore di 1.200 miliardi di euro, il che significa che la bilancia commerciale del paese vanta un surplus record, prossimo ai 253 miliardi di euro.

Chiaramente le ragioni di questo tipo di surplus - e di squilibrio - hanno a che fare con qualcos'altro che non la semplice superiorità delle merci prodotte in Germania. Normalmente, se un paese esporta molto più di quanto non importi, la sua moneta schizzerebbe alle stelle, rendendo più difficile vendere la sua merce all'estero. La domanda in calo, a sua volta, porterebbe il rapporto import-export più vicino all'equilibrio.

Ma dato che la Germania è parte della zona euro, non c'è alcun meccanismo di auto-correzione degli squilibri. Prima di tutto, non c'è nessun tasso di cambio che può fluttuare quando la Germania commercia con gli altri paesi all'interno della zona euro, che assorbono circa il 40% delle sue esportazioni. Tutti usano la stessa moneta. Inoltre, il tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro non può riflettere correttamente la forza dell'economia tedesca, perché riflette anche la mancanza di competitività di molti altri paesi della zona euro.

[caption id="attachment_10095" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Il commercio estero della Germania, in milardi - in rosso le esportazioni e in nero le importazioni[/caption]

Il surplus commerciale della Germania viene poi utilizzato per fornire sostegno finanziario alle altre nazioni della zona euro, e permettere ai loro cittadini di continuare a comprare le merci tedesche. Ancora una volta, non c'è alcun meccanismo di equilibrio e questo danneggia tutti coloro che prendono parte al ciclo - a parte il settore delle esportazioni tedesco. Fino ad ora, le critiche verso la Germania e verso questo  questo ciclo sono state deboli. Fino ad ora - perché gli attacchi dalla nuova amministrazione USA hanno cambiato le cose.

Per comprendere il motivo per cui il surplus commerciale della Germania infastidisce così tanto gli Stati Uniti e perché la Germania, insieme a Cina e Messico, ha suscitato le ire della Casa Bianca di Trump, basta guardare allo squilibrio della bilancia commerciale degli Stati Uniti. La più grande economia del mondo importa merci dalla Germania per un valore di quasi 100 miliardi di euro. In termini assoluti, gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più grande deficit commerciale al mondo: un'enorme cifra di 430 miliardi di euro. La Germania contribuisce al deficit per 45 miliardi di euro.

E se Trump ha dimostrato qualcosa nelle sue prime, turbolenti settimane dall'entrata in carica, è che è più che felice di agire in linea con le sue promesse elettorali. Come portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer ha detto recentemente che l'amministrazione Trump vuole aumentare le tasse sulle importazioni da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un deficit di commercio estero.

Si è parlato di una tariffa del 20 per cento sulle importazioni da grandi paesi esportatori come la Cina e la Germania. La nuova tassa sarebbe mirata a rendere più costose le importazioni da questi paesi, mentre allo stesso tempo le esportazioni dagli Stati Uniti sarebbero facilitate grazie ad incentivi fiscali per le imprese esportatrici.

Se gli Stati Uniti tengono fede alle loro promesse, e se la Germania resta ferma sulle proprie idee, allora potrebbe scoppiare una guerra commerciale tra le due sponde dell'Atlantico, con nuove barriere all'importazione da un lato e possibili misure di ritorsione dall'altro.

In questo momento, il governo tedesco non ha un parere unanime su come affrontare la politica di "America First" (Prima l'America, ndt) di Trump.

Brigitte Zypries, nuovo Ministro tedesco per l'economia e l'energia, ha suggerito che si potrebbero convincere i governatori dei singoli stati USA ad opporsi al protezionismo di Trump.

"Andremo negli Stati Uniti e stabiliremo contatti con i governi statali", ha detto la Zypries. "Il governatore della Carolina del Sud, per esempio, non ha alcun interesse nel veder tagliati nel suo stato i posti di lavori della BMW".

Negli ultimi anni, BMW, Daimler e Volkswagen hanno tutte aperto grandi fabbriche negli Stati Uniti, creando posti di lavoro per più di 30.000 persone, contrastando il declino dell'industria automobilistica americana. Se a questi si aggiungono i posti di lavoro indirettamente collegati agli impianti di produzione tedeschi, come quelli dei fornitori di componenti, allora  quei 30.000 posti di lavoro si avvicinano rapidamente a 250.000 famiglie i cui redditi dipendono direttamente o indirettamente dagli impianti di produzione tedeschi.

Ancora, secondo Automotive News, una pubblicazione del settore, mentre la VW produce più di 70.000 veicoli ogni anno negli Stati Uniti, vende nel paese più di mezzo milione di vetture. Per compensare la differenza, importa una grande quantità di veicoli dal Messico, dove si producono fino a 390.000 unità di automobili all'anno. VW spedisce automobili anche dalla Germania.

[caption id="attachment_10100" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi di destinazione delle esportazioni tedesche, volume in miliardi di euro - confronto tra 2000 e 2016[/caption]

È per questo che VW è passata all'attacco alla grande. La casa automobilistica ha commissionato uno studio all'agenzia di consulenza direzionale EY per analizzare il beneficio economico che la sua presenza porta all'economia degli Stati Uniti. Il risultato: VW contribuisce per 25 miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti attraverso la produzione, i fornitori e i distributori e provvede alla creazione di circa 120.000 posti di lavoro.

C'è anche il fatto che alcune delle case automobilistiche tedesche esportano in altri paesi una parte di ciò che producono negli Stati Uniti. Prendiamo la BMW, per esempio: l'anno scorso, la società con sede a Monaco ha assemblato 400.000 veicoli negli Stati Uniti, ma ne ha venduti solo 366.000 negli USA. Il suo stabilimento di Spartanburg, dove sono realizzati quasi tutte i modelli della serie X, attualmente è il più grande impianto di produzione della società in tutto il mondo, Germania inclusa.

Se Trump dovesse imporre una tassa punitiva su tutte le auto importate dal Messico, l'economia americana ne soffrirebbe di conseguenza. Perché attraverso il confine non arrivano soltanto veicoli finiti. I produttori americani di auto guadagnano dalla mancanza di barriere commerciali quando importano pompe di iniezione, alternatori e sistemi idraulici dal vicino al sud degli Stati Uniti. Lo stesso vale per le più piccole imprese di componentistica per le auto tedesche.

Le ultime statistiche - esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti fino a novembre 2015 - mostrano che i produttori di auto e i fornitori di componenti auto rappresentano la quota maggiore del venduto negli Stati Uniti, per un valore di 37 miliardi di euro l'anno. Al secondo posto, con 17 miliardi di euro, ci sono i costruttori di macchine industriali con le loro trasmissioni, ventilatori, pompe, compressori e viti - che spesso anche loro vendono all'industria automobilistica.

"Spesso forniscono componenti indispensabili, come il rivestimento interno di una vettura che viene prodotta negli Stati Uniti", ha dichiarato Peter Fuss, un socio di EY. "Chiunque produca viti e le esporti verso gli Stati Uniti è improbabile che costruisca un impianto in America. Il costo sarebbe superiore alla resa."

Naturalmente in Germania c'è preoccupazione per il protezionismo degli Stati Uniti. Ma c'è anche realismo.

[caption id="attachment_10102" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi col più grande deficit commerciale verso la Germania[/caption]

Un buon esempio dell'atteggiamento di un imprenditore tedesco è quello di Martin Herrenknecht, che si potrebbe dire personifichi un aspetto del boom delle esportazioni tedesche. La sua azienda omonima nel sud della Germania, Herrenknecht, è leader mondiale nella tecnologia di tunneling con un fatturato annuo pari a 1,3 miliardi di euro. Produce teste perforatrici per le enormi macchine utilizzate per scavare giganteschi tunnel attraverso le Alpi svizzere, sotto il Bosforo e anche sotto le città.

Ma Herrenknecht non è solo un brillante esempio di ingegneria tedesca. E' anche responsabile di una parte dello squilibrio commerciale del paese, poiché esporta il 95% delle macchine che produce.

Queste macchine uniche sono assemblate presso la sede della società a Schwanau, in Germania, e l'assemblaggio richiede tra i sei e i 14 mesi. Ogni macchina è unica, costruita sulle specifiche del cliente, poi smontata e spedita in un altro paese, dove viene ricomposta e messa in funzione.

Quando gli è stato chiesto cosa pensa sulla minaccia di Trump di imporre tasse punitive sulle importazioni, Herrenknecht ha scrollato le spalle: "L'anno scorso, l'ultimo produttore americano di grandi trivellatori per tunnel è stato venduto ai cinesi. Sta diventando piuttosto difficile comprare americano".

[caption id="attachment_10099" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Rapporto di cambio dollaro-euro, dal 2002 al 2017[/caption]

Ancora, si deve anche notare che le critiche al surplus commerciale della Germania non sono venute solo dagli USA. Il Ministero dell'Economia tedesco, per esempio, è più preoccupato del surplus commerciale della Germania rispetto al Ministero delle Finanze. E  un'inaspettata  coalizione, formata da persone apertamente critiche, si è schierata all'opposizione. La loro opposizione ha poco a che fare con il fatto che questo surplus sia un male per gli altri paesi. Piuttosto, si preoccupano che il surplus nel lungo periodo potrebbe essere gravemente dannoso per la Germania.

Dopo tutto, uno squilibrio commerciale è una lama a doppio taglio: si potrebbe pensare che è bello avere più esportazioni che importazioni, perché questo significa che entrano più soldi di quanti ne escano, non è vero?

In realtà, è vero il contrario. Un surplus nella bilancia commerciale di un paese si manifesta sempre con un relativo deflusso di capitali. Mandare una grande quantità di beni e capitali all'estero non può solo rafforzare la Germania, può anche indebolirla.

La Germania presta denaro ai paesi a cui vende più merci di quante ne importi. Ogni giorno in più di squilibrio commerciale a favore della Germania, vuol dire una maggior quantità di denaro che gli è dovuta dai suoi partner commerciali. Allo stesso modo, cresce la rivendicazione della Germania su una quota crescente della produzione futura dell'economia globale.

Questo è molto bello - a patto che quei debiti verso la Germania siano onorati. Ma è esattamente questo il problema, secondo alcuni economisti. Hans-Werner Sinn, ex direttore dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, ha sollevato dubbi al riguardo.

"I surplus non sono nel miglior interesse della Germania, poiché continuiamo ad accumulare cambiali che non saremo mai in grado di incassare", ha dichiarato Sinn, riferendosi ai cosiddetti saldi Target, abbreviazione di Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System [sistema automatico espresso di trasferimento in tempo reale dei pagamenti lordi trans-europei, ndt]. Nel mese di gennaio, i saldi Target della tedesca Bundesbank hanno raggiunto un livello record di quasi 800 miliardi di euro, mentre l'Italia e la Spagna avevano ciascuna debiti per oltre 300 miliardi di euro.

Le banche centrali nel sistema dell'euro usano il sistema Target per calcolare i pagamenti transfrontalieri e ora metà delle attività nette della Germania - la quantità di denaro che i suoi partner commerciali le devono per i beni ricevuti - è composta da questi crediti Target.

"E 'improbabile che i tedeschi potranno mai fare uso di questa fortuna", ha detto Sinn. "Molte delle automobili e delle macchine utensili che abbiamo esportato sono state semplicemente date via".

Thomas Mayer, direttore della ricerca presso il Flossbach von Storch Research Institute, ha quantificato queste potenziali perdite. Dal 1999 la somma della bilancia commerciale annuale della Germania supera del 44% l'ammontare della crescita dei suoi impieghi netti all'estero. In altre parole: "Per ogni euro generato dal surplus, all'incirca 30 centesimi vanno persi", ha detto Mayer.

Quello è un capitale che sarebbe necessario a casa. Perderlo ha un peso sul potenziale di crescita e quindi sulla prosperità di tutta la Germania.

[caption id="attachment_10103" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Bilancia delle partite correnti tedesca come percentuale del PIL - dal 1990 al 2016[/caption]

Gli investimenti in infrastrutture e altre opere all'interno del paese, così come salari più alti,  sono visti come un modo per frenare gli eccessi del surplus commerciale. Entrambe queste cose possono dar luogo a una maggiore domanda in Germania, suggerisce Marcel Fratzscher, che dirige l'istituto di ricerca economica DIW Berlin con sede a Berlino e che precedentemente è stato direttore delle analisi di politica internazionale presso la Banca Centrale Europea. I lavoratori tedeschi potranno permettersi più beni di consumo e gli investimenti necessitano macchinari, cemento e altre attrezzature - tutto questo richiederebbe maggiori importazioni e appiattirebbe il surplus commerciale della Germania.

Nel passato c'è anche un altro esempio di come potrebbe funzionare. Negli anni '90 la bilancia commerciale della Germania è scivolata in territorio negativo - la nazione esportatrice era divenuta un importatore - a causa della quantità di investimenti in infrastrutture necessarie dopo la riunificazione del paese. Ci sono voluti investimenti importanti per modernizzare le aziende in quella che un tempo era la Germania dell'est e i consumatori della Germania orientale si sono dati ad un'orgia di acquisti, potendo comprare beni a cui prima non avevano accesso.

Tuttavia è importante ricordare che in questo momento il governo non può essere certo di quanto i cittadini vorranno spendere in importazioni. Né si può fare molto per gli investimenti che non riguardano il settore pubblico. Infatti, circa il 90 per cento degli investimenti in nuovi progetti in Germania proviene dal settore privato. E in questo momento il settore privato è estremamente prudente sull'investire in nuove fabbriche e impianti. Tra gli altri problemi, si lamentano della mancanza di manodopera qualificata e delle tariffe volatili ad esempio per l'energia, .

E quest'ultimo punto - rendere di nuovo la Germania più attraente per gli investimenti privati - è certamente un problema sul quale i politici potrebbero iniziare a lavorare per risolverlo. Ma lo faranno? Soprattutto dato che gli eventuali successi saranno visibili solo dopo diversi anni, non in tempo per la prossima campagna elettorale. Una cosa però è chiara: più il preoccupante surplus commerciale del paese diviene oggetto di dibattito, più diventa evidente che non si tratta solo di essere cortesi con gli altri paesi, o di fare guerre commerciali, o della leggendaria efficienza tedesca. E' un problema che la Germania stessa ha bisogno di affrontare, e presto.