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22/09/19

L' "uscita dal carbone" della Germania: lenta e costosa

Contrariamente a quanto prevede l'immaginario collettivo italiano, che tende - nonostante i recenti scandali - a vederla come un paese dotato di particolari virtù ecologiche, la Germania produce ancora una notevole quantità di energia bruciando carbone, il sistema peggiore dal punto di vista di inquinamento ed emissioni di gas serra. Ora si accinge a cambiare. Un articolo dell'Economist mostra l'altro lato della medaglia del passaggio a fonti di energia più sostenibili: il prezzo pagato dalle regioni più povere e dai lavoratori più deboli.


 


19 settembre 2019


 

Problema del clima: il carbone bruno è il peggio


 

Sono arrivati, in giubbotti catarifrangenti e giacche a vento, battendo su tamburi e soffiando dentro fischietti sotto la pioggia scrosciante, lanciando una sfida in difesa della loro industria morente. Il 9 Settembre circa un migliaio di minatori e altri lavoratori sono arrivati ​​alla centrale a carbone di Schwarze Pumpe nella Germania orientale ad accogliere con un rumoroso benvenuto i partecipanti a una conferenza sul futuro della regione locale del Lausitz. Con una trovata intelligente hanno costretto chi voleva entrare a passare attraverso uno di due archi improvvisati, uno con l'indicazione "2030" e uno "2038", in riferimento a due possibili date per la fine dell'uso del carbone in Germania. Chiunque passava sotto al primo veniva fischiato.


 

L'anno prossimo la Germania mancherà i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni. Uno dei motivi principali è la sua perdurante dipendenza dal carbone. Nel mix di produzione dell'elettricità la quota legata al carbone bruno (lignite), il tipo più economico e inquinante, è rimasta la stessa per due decenni. Nessun paese ne brucia più della Germania. L'anno scorso il governo ha riunito una commissione che comprende politici, industriali, scienziati, attivisti e sindacati per tirarsi fuori dal problema.


 


 

Questo approccio è stato stabilito per garantire la condivisione di qualunque proposta fosse emersa. Il rapporto di 275 pagine della commissione, pubblicato a gennaio, impegna la Germania a porre fine all'uso del carbone entro il 2038 e promette sussidi per un valore fino a 40 miliardi di euro in 20 anni per le restanti aree di estrazione del carbone sul territorio nazionale. Revisioni periodiche determineranno quando le singole miniere dovranno chiudere, e i proprietari essere risarciti.


 

 

Questo compromesso, non ancora diventato legge, ha lasciato tutti un po' insoddisfatti. Le aziende di servizi si lamentano per l'incertezza dei rifornimenti; le lobby commerciali temono l'aumento del prezzo dell'energia. Le peggiori rampogne provengono dagli ambientalisti, che vogliono anticipare la chiusura, per aiutare la Germania a raggiungere l'obiettivo di ridurre le emissioni del 55%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030.


 

 

Un viaggio attraverso il Lausitz, dove viene estratto un terzo della lignite tedesca, aiuta a spiegare perché i lavoratori del carbone trovano la decisione difficile da ingoiare. Questa remota regione rurale, a cavallo tra gli stati orientali della Sassonia e del Brandeburgo, un tempo forniva alla Germania orientale il 90% della sua elettricità (oggi fornisce circa il 7% della potenza della Germania). Il paesaggio, altrimenti privo di caratteristiche particolari, è punteggiato dalle vaste miniere a cielo aperto da cui viene estratta la lignite e dai laghi che si formano quando vengono inondate quelle in disuso. I sostenitori della  squadra di calcio Energie, che ha sede a Cottbus, sostengono i giocatori con inni al carbone. Ma questo attaccamento sentimentale al carbone, osserva Johannes Staemmler dell'Institute for Advanced Sustainability Studies di Potsdam, è compagno della paura dei cambiamenti nata dalle devastazioni legate alla  deindustrializzazione che ha seguito la riunificazione tedesca nel 1990, quando la maggior parte delle miniere di Lausitz furono chiuse e decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro (a questo proposito si può rivedere questo video ispirato al saggio Anschluss di Vladimiro Giacché, ndVdE).





Oggi nel Lausitz non ci sono grandi datori di lavoro oltre alla Leag, il gestore di proprietà ceca delle miniere e delle centrali a carbone della regione. I tre impianti Leag di Lausitz, tra cui Schwarze Pumpe, sono tutti tra i primi dieci produttori di emissioni di carbonio nell'Ue, ma forniscono anche 8.000 posti di lavoro ben pagati in una regione che di certo non se ne lamenta, e indirettamente migliaia di altri. Questi argomenti hanno aiutato i politici locali a garantirsi 17 dei 40 miliardi di euro promessi. I progetti su come spendere i soldi sono proliferati, comprendendo trasporti e infrastrutture mobili, investimenti in ricerca e sviluppo nonché la creazione di posti di lavoro governativi. Christine Herntier, sindaco di Spremberg e membro della commissione del carbone, ha molto a cuore la realizzazione di un impianto di idrogeno all'avanguardia a Schwarze Pumpe. Eppure anche lei sta perdendo la fiducia, preoccupata che i fondi federali vengano distribuiti in modo troppo scarso, irritata dal fatto che comunità povere come la sua debbano fornire cofinanziamenti e infuriata con gli ecologisti voltagabbana.


 

Quando alcuni anni fa la concorrenza straniera ha devastato l'industria solare tedesca, osserva Felix Ekardt, capo dell'Unità di ricerca sulla sostenibilità e la politica climatica di Lipsia, i politici hanno semplicemente scrollato le spalle e puntato il dito verso le forze del mercato. Ma le decisioni delle aziende private provocano meno risentimento di quelle politiche. "La gente non perdona lo stato se sottrae posti di lavoro", afferma Jörg Steinbach, ministro dell'Energia del Brandeburgo. Due delle tre rimanenti regioni dove si estrae lignite si trovano nell'ex Germania orientale, dove le vecchie lamentele hanno trovato una nuova espressione politica. Nelle recenti elezioni statali, il partito populista Alternativa per la Germania (AfD) ha sgominato tutti nel Lausitz, dopo avere fatto una campagna elettorale contro le chiusure previste.




 

Steinbach rimane ottimista. "Ci sarà chi ci rimette", dice, "ma non molti". Due terzi dei lavoratori della lignite hanno già più di 45 anni, il che limiterà i licenziamenti forzati, mentre le competenze acquisite dai più giovani sono spesso trasferibili. Tuttavia, previsioni indipendenti hanno dimostrato quanto l'economia locale sia messa a rischio dalle chiusure. Nel Lausitz ci sono poche altre opportunità di lavoro, come nella zona di lignite della Renania. "Chi ha una buona formazione vedrà il suo futuro altrove", sospira Wolfgang Rupieper, capo del Pro Lausitzer Braunkohle, un'associazione pro-carbone di Cottbus. Come altri, si lamenta degli sforzi previsti per mettere fine al carbone, quando le emissioni di altri settori, come i trasporti, si sono spostate pochissimo dal 1990.

 

Simili preoccupazioni hanno portato a un ampio pacchetto di misure di protezione del clima che il governo avrebbe dovuto svelare il 20 settembre. In primis ci si aspetta una qualche forma di tassa sulle emissioni, necessaria per garantire che lo stop al carbone riduca effettivamente le emissioni complessive. L'approccio della commissione, costoso e complesso, si adatta malamente a strategie di riduzione delle emissioni più efficienti. Tuttavia gli altri paesi che tentano di camminare in equilibrio tra la protezione del clima e la difesa delle economie che arrancano seguiranno da vicino l'esperimento tedesco.


 

 

Questo articolo è apparso nella sezione Europa dell'edizione cartacea sotto il titolo "La costosa uscita dal carbone della Germania".

04/08/17

Süddeutsche Zeitung - La Germania al crepuscolo del Diesel


  1. A quasi due anni dallo scoppio del Dieselgate, il Süddeutsche Zeitung commenta la recente sentenza di un tribunale amministrativo del Baden-Württemberg che ha ordinato il blocco annuale delle auto diesel più vecchie. Mentre la coalizione cristiano-verde che governa il Land si appella contro la sentenza, emergono nuovi documenti che cancellano ogni alibi alla condotta delle grandi casa automobilistiche.


 

 

 

Di Josef Kelnberger e Klaus Ott, 28 Luglio 2017

 

 

Sembra difficile riuscire a far cambiare idea a Winfried Kretschmann. Al governatore "verde" del Land Baden-Württemberg pare impossibile che, nel presentargli i nuovi veicoli diesel a basse emissioni, i grandi manager delle case automobilistiche possano mentirgli.

 

A questo punto sarebbe il caso di domandarsi prima di tutto se in futuro esisterà ancora una domanda per questo tipo di veicoli. La frode pluriennale sulla manipolazione dei motori a gasolio ha turbato molti clienti.

I dati relativi alle vendite sono in calo e, secondo recenti sondaggi, sempre più proprietari di veicoli diesel ne stanno valutando la vendita.

È probabile che la sentenza del tribunale amministrativo di venerdì scorso finirà inevitabilmente per rafforzare questi sondaggi: il giudice non vede alternative al blocco totale delle vetture con motore diesel per un anno a partire dal primo gennaio 2018.

 

Una sentenza che potrebbe aprire la strada a futuri provvedimenti simili, se si considera che in circa 80 città tedesche i limiti per gli ossidi di azoto sono costantemente violati. In ogni caso, cresce la pressione sul ministro federale dei trasporti Alexander Dobrindt (CSU).

Al vertice da lui stesso organizzato, il ministro avrà l'onere di presentare una soluzione convincente su come rendere conformi alle regole i veicoli diesel più vecchi. Dodici milioni di proprietari di autovetture sono preoccupati per il valore delle proprie auto, centinaia di migliaia di posti di lavoro dipendono in un modo o nell'altro dai motori diesel.

D'altra parte, i sondaggi rivelano che anche a Stoccarda la maggioranza dei cittadini è favorevole al divieto di transito per questo tipo di motori in cambio di un'aria finalmente pulita.

 

Per il governatore Kretschmann i motori Diesel dovranno essere adattati quanto prima in modo obbligatorio ed efficace. L'obiettivo è quello di evitare a tutti i costi qualsiasi tipo di divieto di circolazione.

Pertanto, sembrerebbe che l'appello del governo verde-nero contro la sentenza di Stoccarda serva proprio a guadagnare tempo. Il verdetto del giudice esige, infatti, che i limiti di ossidi di azoto vengano rispettati "appena possibile".

Tra l’altro, il software di adattamento incluso nel piano "aria pulita" per ora sembrerebbe insufficiente ad arginare la crisi, e lo stesso varrebbe per il blocco delle auto. Al giudice non sembra un’ipotesi sensata aspettare altro tempo per l'applicazione dei divieti. I limiti vengono costantemente superati da oltre sette anni.

È inevitabile quindi dare un peso maggiore a "vita e salute" degli abitanti della zona rispetto ai diritti di proprietà di chi possiede un’autovettura.

 

Dobrindt e parte dell’Spd bloccano la “targa blu”

 

Jürgen Resch, capo dell'assistenza ambientale tedesca (DUH), chiede al governatore Kretschmann di applicare il verdetto. Il DUH invoca il rispetto dei valori limite in altre 16 città, di conseguenza potrebbero seguire ulteriori divieti di guida. Il DUH ha ottenuto la sua vittoria più chiara proprio a Stoccarda, dove i valori dell'ossido di azoto sono alti come in nessun altro paese in Germania.

Tuttavia, il giudice non ritiene necessario escludere dalla circolazione anche le autovetture conformi alla norma sui gas di scarico Euro 6, valida da tre anni. Nonostante anche queste vetture, come tuonato dallo stesso Resch, nella pratica producano eccessive emissioni di ossidi di azoto.

 

Su un punto tuttavia, Kretschmann è riuscito ad avere ragione, ovvero l’introduzione di una "targa blu", considerata dallo stesso giudice di Stoccarda il modo più efficace per garantire il rispetto dei limiti. Inoltre, Kretschman si era battuto a lungo per creare una zona a traffico limitato per i veicoli diesel. In ogni caso, l’esclusione totale delle auto diesel dalla circolazione avrebbe avuto effetto solo dopo qualche anno. Questa iniziativa è stata però bloccata sul nascere dal ministro dei Trasporti Alexander Dobrindt e da alcuni gruppi interni all’Spd. Dobrindt si è dichiarato contrario a “divieti di circolazione generalizzati nei centri delle principali città”.

 

Nuovi documenti forniscono ulteriori dettagli sullo scandalo Diesel.

 

Il riguardo della politica nei confronti della grandi case automobilistiche appare tutt’ora sorprendente, se pensiamo che i colossi del settore automobilistico sono al corrente del problema da molto tempo.

Già nel 2010 Audi, società controllata da VW, aveva registrato la necessità di contromisure in alcune città a causa dell'elevato carico inquinante dei veicoli. Il rischio era quello di venire identificati dalle ONG come dei “truffatori”. Per ONG si intende proprio associazioni ambientaliste come la DUH. A mettere in allarme Audi sette anni fa era stata la scarsa qualità dell’aria a Stoccarda, dove è probabile che si dovrà convivere con valori oltre i limiti fino al 2020.

 

La società del gruppo Volkswagen investì all’epoca molto tempo e denaro.

Denaro che, purtroppo, non servì alla realizzazione di veicoli puliti, ma a manipolare le misurazioni inquinanti delle automobili diesel, per far sembrare Audi un marchio “pulito”.

Lo dimostrano alcuni documenti in mano al Süddeutsche Zeitung, alla NDR e alla WDR (due importanti radio tedesche ndt.). Già all'inizio del 2008, uno dei principali ingegneri della divisione diesel dell’Audi aveva presentato il progetto corrispondente a nove colleghi, progetto attraverso il quale oltre il 90% degli ossidi di azoto poteva venire filtrato dai gas di scarico (durante i test, ndt). E in seguito una seconda variante con un'efficienza del 30-70%. Questo è quello che è accaduto con Audi e con VW. Le misurazioni ufficiali delle autorità erano pulite, sulla carta. Sulla strada no.

L'industria automobilistica ha considerato solo ed esclusivamente la carta, ignorando la realtà.

E dentro ad Audi erano in molti ad essere al corrente delle manipolazioni.