CNBC, uno dei media mainstream americani, dà spazio a un articolo aspramente polemico verso i vertici UE, colpevoli di aver fomentato un inutile dissidio col governo italiano che propone una manovra economica appena moderatamente espansiva. Contrariamente alla nostra vulgata giornalistica, questo articolo addita proprio la commissione UE come colpevole dello "spread" che ha fatto seguito al braccio di ferro sulla manovra. È infatti inconcepibile, per gli americani, che nelle circostanze attuali la UE si ostini sull'applicazione di un'austerità fiscale che si è già dimostrata irrimediabilmente fallimentare. Nel frattempo altri grandi paesi, come la Francia e la Spagna, continuano ad accumulare deficit di bilancio tranquillamente maggiori di quello italiano senza dare adito ad alcun dibattito. L'articolo parteggia apertamente per l'Italia, nonostante nel finale proponga un'immagine idealizzante del "progetto" europeo.
di Michael Ivanovitch, 14 ottobre 2018
Un attacco ridicolmente feroce, diretto contro la politica fiscale timidamente espansiva presentata dall’Italia nella legge di bilancio per il prossimo anno, sta scatenando il panico sui mercati e offrendo uno spettacolo poco edificante sulle relazioni intra-europee, eternamente malgestite.
L’acrimonia manifestata dalla commissione UE nella sua revisione della legge di bilancio italiana è già costata ai contribuenti italiani un aumento – evitabile – del peso del debito sulle generazioni future. Solo nel corso degli ultimi due mesi, il già elevato costo del debito a dieci anni è aumentato di oltre 100 punti base – un duro colpo per un paese che ha già 2.400 miliardi di euro di debito pubblico. Si tratta di un debito pari a quasi il 150 percento del prodotto interno lordo italiano.
Qual è il problema che il governo italiano deve affrontare
Già nell’impossibilità di operare una politica monetaria indipendente con cui gestire la domanda e l’occupazione, l’Italia ha cambiato un po' rotta rispetto alla precedente politica fiscale restrittiva, al fine di dare qualche sostegno all’attività economica e di prevenire ciò che appare già chiaramente come l’inizio di una nuova recessione ciclica, di ampiezza e durata ancora sconosciute.
La crescita economica del paese nel secondo trimestre di quest’anno ha continuato a indebolirsi, raggiungendo a stento un aumento dello 0,2 percento, e proveniva da una crescita già fiacca all’inizio dell’anno. Con l’eccezione delle esportazioni, tutti le più importanti componenti della domanda appaiono deboli.
La follia dell’austerità fiscale pro-ciclica
I consumi delle famiglie – che rappresentano circa i due terzi del PIL – sono frenati dalla elevata disoccupazione e dall’assenza di aumento dei redditi reali. Il volume delle vendite al dettaglio nei primi sette mesi dell’anno è diminuito con un tasso su base annuale dello 0,7 percento, a causa della stagnazione dei salari reali e del terzo più elevato tasso di disoccupazione (dopo Grecia e Spagna) dell’eurozona.
Lo scorso agosto il 9,7 percento della forza lavoro italiana era disoccupata, con uno spaventoso 31 percento di forza lavoro giovanile disoccupata e senza futuro. Oltre a questo, 6,5 milioni di italiani, l’11 percento della popolazione totale, vive sotto la soglia di povertà.
Sfortunatamente c’è anche di peggio. La UE riporta che il 30 percento della popolazione italiana è a rischio di povertà ed esclusione sociale.
Di fronte a prospettive così cupe per la domanda interna, alcuni si chiedono se la ricetta tedesca che viene suggerita possa davvero funzionare. Le esportazioni, certo, sono l’ingrediente principale della panacea tedesca, poiché rappresentano il 30 percento dell’economia italiana.
Purtroppo però questa ricetta sarà un altro fallimento, ed è un tentativo spudorato di manipolazione. Nel corso degli ultimi tre anni le esportazioni nette rappresentavano uno 0,5 percento della già quasi stagnante crescita italiana dell’1,1 percento del PIL. E sebbene le esportazioni nei primi sette mesi dell’anno crescessero di 4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, questo non ha fatto assolutamente niente per rivitalizzare la produzione industriale del paese. La produzione industriale durante il periodo tra gennaio e luglio è crollata di un tasso annuale di 0,5 punti.
Questo naturalmente fa presagire esiti negativi per gli investimenti aziendali, perché la debolezza del settore manifatturiero suggerisce una grande abbondanza di capacità produttiva inutilizzata. In altre parole le aziende italiane non hanno bisogno di nuovi macchinari o di impianti più grandi: hanno già quello che gli serve per soddisfare la domanda attuale e attesa per il futuro.
Quindi cosa resta per sostenere i posti di lavoro e i redditi in Italia? Nulla – assolutamente nulla – continua a gridare in modo enfatico questa UE tedesca: l’Italia non ha una politica monetaria indipendente e, secondo la Commissione UE, la sua posizione fiscale deve restare solida e dura come il ghiaccio in modalità restrittiva a tempo indeterminato.
Il momento “whatever it takes” dell’Italia
L’Italia sa cosa tutto ciò significhi. Prima dell’inizio della crisi finanziaria dello scorso decennio, prima che venisse imposta l’austerità fiscale tedesca, il deficit di bilancio italiano del 2007 era stato ridotto a -1,5 percento del PIL (a confronto di quasi -3 percento in Francia). L’avanzo primario (cioè il bilancio prima di sottrarre gli interessi sul debito) era dell'1,7 percento del PIL, e aiutava ad abbassare il debito pubblico fino al 112 percento del PIL, rispetto a una media del 117 percento dei sei anni precedenti.
Ma poi si è scatenato l’inferno non appena i tedeschi – che rifiutavano sprezzantemente gli appelli di Washington alla ragione – hanno deciso di impartire la loro lezione ai “miscredenti fiscali”, imponendo le politiche di austerità alle economie dell’eurozona che già stavano affondando.
L’Italia non deve permettere che questo accada mai più
Allora cosa dovrebbe fare l’Italia? La risposta è semplice: esattamente ciò che ha detto di voler fare nel suo progetto di bilancio per il 2019, approvato lo scorso martedì da un’ampia maggioranza in Senato (61 percento di voti a favore) e alla Camera (63,4 percento di voti a favore).
L’Italia sta comodamente dentro i parametri di bilancio dell’eurozona. Il suo deficit di bilancio previsto al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno fiscale è inferiore al limite del 3 percento imposto dall’unione monetaria.
E allora perché tutto questo trambusto? Perché nessuno sembra voler obiettare il fatto che la Francia e la Spagna avranno deficit maggiori dell’Italia?
La Francia ha appena aumentato la propria stima sul deficit per il prossimo anno portandola al 2,8 percento del PIL, rispetto alla precedente stima del 2,6 percento, sulla quale si era impegnata. E non è tutto. Sono ancora da definire le stime al ribasso sulla crescita, non c’è consenso politico su cosa bisogna tagliare, e un governo sempre più debole e impopolare potrebbe non riuscire nemmeno a mantenere il deficit di bilancio sotto il 3 percento del PIL.
L’instabile governo di minoranza spagnolo è alle prese con lo stesso problema. L’economia sta rallentando e Madrid ha una lunga storia in fatto di sforamento delle previsioni del deficit di bilancio. Il deficit di quest’anno, per esempio, è previsto per il 2,7 percento del PIL, ma la stima ufficiale fornita l’anno scorso era del 2,2 percento. Per come stanno le cose adesso, mantenere il deficit spagnolo sotto il limite del 3 percento del PIL sembra già un’impresa epica.
Perché tutto questo viene accolto da Bruxelles con un assordante silenzio? Forse l’accondiscendenza della UE verso la Francia e la Spagna ha molto a che fare con il loro livello più basso di debito pubblico?
È possibile, ma se fosse vero sarebbe un grosso errore. Quei paesi hanno un debito più basso con una tendenza di bilancio che va in peggioramento. Il debito pubblico della Francia è al 122 percento del PIL. Il fatto che la Francia abbia un deficit primario significa che il debito continuerà ad aumentare. Il debito pubblico della Spagna è al 115 percento del PIL, sostanzialmente senza alcun avanzo primario. Entrambi i paesi sono sulla strada di un aumento delle passività pubbliche a seguito dell’ampliamento dei loro disavanzi fiscali.
Nessuna sorpresa se qualcuno si domanda: l’attacco della UE contro la politica fiscale dell’Italia fa forse parte di un programma diverso? Ve ne accennerò, ma un’altra volta.
Idee di investimento
L’austerità fiscale in un’economia Italiana che rallenta – su cui pesa l'elevata disoccupazione, pla overtà in crescita e le infrastrutture che crollano – dovrebbe essere considerata una follia totale.
Lo spazio per un sollievo fiscale è molto ridotto, ma questo è il momento del “whatever it takes” italiano: Roma deve sostenere la propria attività economica, la crescita dell’occupazione e la spesa per le infrastrutture.
I leader del governo italiano potrebbero non apprezzare molto alcuni dei propri vicini, ma questo non è un buon motivo per denigrare la UE. Gli italiani non li hanno votati per questo.
I padri fondatori della UE – come Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli – hanno messo l’Italia lì dove deve stare. La Grecia e l’Italia sono la culla della civiltà europea.
Il processo di unificazione europeo ha portato pace, un gigantesco e sempre più omogeneo mercato unico, l’euro e la Banca Centrale Europea – certamente i maggiori risultati dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si può ben dire che l’Italia ha ragione di restare al centro di questo progetto epocale.
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19/10/18
CNBC: Lasciate in pace l’Italia! L’UE vuole l'austerità fiscale da un’economia che affonda
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06/07/18
Per il direttore dell'Ifo l'enorme surplus commerciale della Germania "sta diventando tossico"
Secondo il direttore del centro per l' economia internazionale dell'Istituto IFO di Monaco di Baviera, uno dei più influenti think tank tedeschi, il surplus commerciale cronico della Germania ormai sta diventando un problema così grave che i danni superano i vantaggi. L'inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti, che la accusano di concorrenza sleale, sta facendo scattare delle misure protezionistiche verso le quali la Germania è sovraesposta; e ormai il problema si estende a tutta l'eurozona, in attivo nei conti con l'estero a causa della deflazione indotta dalla moneta unica. Via CNBC
di Holly Ellyatt, 4 luglio 2018
La Germania, che esporta più di quanto importa, sta diventando un grosso problema per la sua stessa economia, ha detto mercoledì il direttore dell'Istituto Ifo, che monitora lo stato dell'economia del paese.
"(Il surplus commerciale) si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all'interno dell'Unione europea," ha dichiarato allo "Squawk Box Europe" della CNBC Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l'economia internazionale presso l'Istituto IFO, che ha sede a Monaco di Baviera.
"Il surplus sta diventando tossico, e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa."
L'economia manifatturiera tedesca orientata all'esportazione e il suo conseguente surplus commerciale - il valore delle sue esportazioni che supera quello delle importazioni - è da molto tempo oggetto di critiche e Berlino è stata sottoposta a pressioni perché incoraggi i consumi interni e aumenti le importazioni.
Le eccedenze commerciali sono viste come una sollecitazione al protezionismo commerciale e come la causa che aggrava i problemi economici degli altri paesi.
Surplus commerciale
Secondo i dati pubblicati a febbraio dall'ufficio federale di statistica del paese, nel 2017 il surplus commerciale della Germania è calato per la prima volta dal 2009, scendendo a $ 300,9 miliardi. Tuttavia, il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti è stato di $ 64 miliardi.
L'anno scorso il presidente Donald Trump ha twittato il suo disappunto a proposito dei dati sul commercio.

"Certo, ci sono delle lacune nelle infrastrutture pubbliche, le scuole devono essere rinnovate e così via, ma ciò di cui siamo veramente preoccupati è che la Germania non è abbastanza attraente per gli investimenti delle imprese", ha affermato.
Ha aggiunto che il governo tedesco sotto il cancelliere Angela Merkel ha bisogno di modernizzare le regole che governano l'economia, di deregolamentare e di prepararsi al cambiamento tecnologico.
Guerra commerciale
Gli squilibri commerciali percepiti hanno spinto il presidente Trump negli ultimi mesi a minacciare di imporre tariffe alle importazioni provenienti dai vicini e più grandi partner commerciali statunitensi, che vanno dai prodotti tecnologici cinesi alle auto europee.
La Cina, l'Unione europea, il Canada e il Messico hanno tutti minacciato misure di ritorsione. Il tempo stringe, con 34 miliardi di dollari di tariffe USA sulle importazioni cinesi che entreranno in vigore il 6 luglio; la Cina ha detto che lo stesso giorno adotterà delle misure di ritorsione.
.
"(Per quanto riguarda il surplus commerciale) la verità è che non è più solo la Germania - ma l'Europa centrale e orientale. Se si guarda all'Ungheria, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e li si prende come valore aggregato, si nota che prima avevano un grosso deficit di partite correnti, e ora 'gestiscono un grosso surplus' ", ha detto. "Anche l'Italia ha un grosso surplus di partite correnti, ed è la periferia - quindi siamo alla 'germanificazione' di tutta la grande Europa".
Lonergan ha suggerito una soluzione che a suo parere la Germania potrebbe adottare. "Perché non adottiamo una politica fiscale in tutta l'Europa che stanzi delle somme per affrontare le sfide commerciali, tagliare le imposte sulle imprese, le imposte personali e stimolare la domanda interna? E la Germania potrebbe fare da promotrice."
di Holly Ellyatt, 4 luglio 2018
La Germania, che esporta più di quanto importa, sta diventando un grosso problema per la sua stessa economia, ha detto mercoledì il direttore dell'Istituto Ifo, che monitora lo stato dell'economia del paese.
"(Il surplus commerciale) si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all'interno dell'Unione europea," ha dichiarato allo "Squawk Box Europe" della CNBC Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l'economia internazionale presso l'Istituto IFO, che ha sede a Monaco di Baviera.
"Il surplus sta diventando tossico, e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa."
L'economia manifatturiera tedesca orientata all'esportazione e il suo conseguente surplus commerciale - il valore delle sue esportazioni che supera quello delle importazioni - è da molto tempo oggetto di critiche e Berlino è stata sottoposta a pressioni perché incoraggi i consumi interni e aumenti le importazioni.
Le eccedenze commerciali sono viste come una sollecitazione al protezionismo commerciale e come la causa che aggrava i problemi economici degli altri paesi.
Surplus commerciale
Secondo i dati pubblicati a febbraio dall'ufficio federale di statistica del paese, nel 2017 il surplus commerciale della Germania è calato per la prima volta dal 2009, scendendo a $ 300,9 miliardi. Tuttavia, il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti è stato di $ 64 miliardi.
L'anno scorso il presidente Donald Trump ha twittato il suo disappunto a proposito dei dati sul commercio.
"Certo, ci sono delle lacune nelle infrastrutture pubbliche, le scuole devono essere rinnovate e così via, ma ciò di cui siamo veramente preoccupati è che la Germania non è abbastanza attraente per gli investimenti delle imprese", ha affermato.
Ha aggiunto che il governo tedesco sotto il cancelliere Angela Merkel ha bisogno di modernizzare le regole che governano l'economia, di deregolamentare e di prepararsi al cambiamento tecnologico.
Guerra commerciale
Gli squilibri commerciali percepiti hanno spinto il presidente Trump negli ultimi mesi a minacciare di imporre tariffe alle importazioni provenienti dai vicini e più grandi partner commerciali statunitensi, che vanno dai prodotti tecnologici cinesi alle auto europee.
La Cina, l'Unione europea, il Canada e il Messico hanno tutti minacciato misure di ritorsione. Il tempo stringe, con 34 miliardi di dollari di tariffe USA sulle importazioni cinesi che entreranno in vigore il 6 luglio; la Cina ha detto che lo stesso giorno adotterà delle misure di ritorsione.
Eric Lonergan, gestore di fondi macro di M & G, ha detto mercoledì alla CNBC che Trump potrebbe essere addolcito dalle promesse dei paesi europei di affrontare le eccedenze delle loro partite correnti. Un avanzo delle partite corrente è una misura più ampia del surplus commerciale, che misura anche i redditi degli investimenti esteri e i trasferimenti.
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"(Per quanto riguarda il surplus commerciale) la verità è che non è più solo la Germania - ma l'Europa centrale e orientale. Se si guarda all'Ungheria, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e li si prende come valore aggregato, si nota che prima avevano un grosso deficit di partite correnti, e ora 'gestiscono un grosso surplus' ", ha detto. "Anche l'Italia ha un grosso surplus di partite correnti, ed è la periferia - quindi siamo alla 'germanificazione' di tutta la grande Europa".
Lonergan ha suggerito una soluzione che a suo parere la Germania potrebbe adottare. "Perché non adottiamo una politica fiscale in tutta l'Europa che stanzi delle somme per affrontare le sfide commerciali, tagliare le imposte sulle imprese, le imposte personali e stimolare la domanda interna? E la Germania potrebbe fare da promotrice."
03/09/17
CNBC - I paesi dell'eurozona potrebbero essere in pericolo se l'euro continuerà a salire
Daniel Gros, già autore del (tristemente) celebre rapporto One market, one money per conto della Commissione Europea, avverte oggi che un cambio EURUSD a 1,20 metterebbe in serio pericolo le economie periferiche dell'eurozona, uccidendone la ripresa guidata dall'export e facendole ripiombare nella crisi del 2011. L'apprezzamento dell'euro mette in seria difficoltà anche Mario Draghi, che non può terminare il QE per il timore sia di un ulteriore apprezzamento dell'euro sia di un indebolimento della già flebile inflazione, il cui obiettivo non riuscirà a centrare. Da CNBC.
23/07/17
La Germania alza barriere contro le acquisizioni estere delle proprie imprese
Mentre in Italia continua lo shopping di brand nazionali da parte di investitori esteri, in tutta l'Unione europea i governi stanno diventando sempre più ostili agli scenari di acquisizione di imprese ritenute strategiche da parte di gruppi esteri. Caso esemplare è quello dell' "europeista" Macron con Fincantieri. E anche in Germania il governo della Merkel, indicato dalla stampa globalista come ultimo campione del liberoscambismo, ma sempre attento ad anteporre l'interesse nazionale agli interessi del resto d'Europa, ha alzato le barriere contro le acquisizioni da parte di paesi non-UE: lo riporta questo articolo di CNBC. Nel mezzo della crisi del sistema liberale, i paesi più forti mettono da parte la retorica liberista e fanno ricorso esplicito al protezionismo e alla difesa dell'interesse nazionale, termine misconosciuto dalla nostra classe dirigente, che - sempre più sottomessa - ne fa scempio. Come dimostrano le non-scelte degli ultimi anni e la recente crisi degli immigrati.
di Gemma Acton, 13 luglio 2017
La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere dello scorso anno alzando l'asticella sugli standard per gli acquirenti stranieri che cercano di accaparrarsi imprese tedesche ad alta tecnologia.
Una nuova direttiva adottata mercoledì amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all'Unione europea (UE) nell'acquisizione di oltre il 25 per cento di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale.
I ministri dispongono ora di maggiori poteri di indagine sugli accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di "infrastrutture critiche", in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari.
Il rafforzamento della regolamentazione giunge subito dopo una serie di acquisizioni nel 2016 da parte di imprese cinesi, che cercano di incrementare le loro capacità tecnologiche comprando imprese straniere con competenze avanzate in questo settore.
Secondo i dati di mergermarket, lo scorso anno gli acquirenti cinesi hanno speso complessivamente 9,1 miliardi di euro (10,4 miliardi di dollari) in 35 acquisizioni di imprese tedesche.
Dato il crescente protezionismo economico all'interno dell'Europa, in combinazione con i controlli sui capitali e le restrizioni imposte negli ultimi mesi dalle autorità nazionali ai potenziali acquirenti cinesi di imprese straniere, le acquisizioni che coinvolgono questi paesi hanno già rallentato, giungendo alla cifra molto più contenuta di 2,4 miliardi di euro nel primo semestre di quest'anno.
Eppure, nonostante il quadro sempre più difficile, l'appetito cinese per gli obiettivi europei e specialmente tedeschi rimane elevato, secondo Yi Sun, leader dei servizi alle imprese cinesi per la Germania, la Svizzera e l'Austria presso la società di servizi professionali, EY.
"La regolamentazione più stringente sulle acquisizioni da parte di investitori stranieri in Germania comporterà innanzitutto una pausa [nelle acquisizioni, ndt] perché gli investitori non europei dovranno rispettare l'attuazione delle nuove regole. La preparazione degli accordi dovrà essere più meticolosa in futuro, ma gli investitori cinesi sono diventati più professionali negli ultimi anni", ha detto il signor Sun a CNBC via email giovedì.
"A lungo termine, gli accordi commerciali tra la Cina e la Germania rimarranno elevati, tenendo presente che la Cina è già il principale partner commerciale dell'Unione europea, una realtà che non può essere ignorata", ha aggiunto.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad altri tentativi coordinati di proteggere le imprese europee dalle acquisizioni straniere, con due esempi salienti: lo smantellamento della fusione tra la Borsa di Londra e la Deutsche Boerse e l'azzeramento del tentativo di acquisto da parte di PGG, un produttore di vernice degli Stati Uniti, del più piccolo rivale olandese Akzo Nobel, operazioni avvenute entrambe dopo un intenso dibattito politico.
Secondo Jonathan Klonowski, redattore della ricerca EMEA presso il mergermarket, non si tratta esclusivamente di una tendenza del governo tedesco, perché sono molti i leader europei che hanno recentemente chiesto una maggiore protezione per le imprese nazionali in una vasta gamma di settori,
"Andando avanti, se questo nazionalismo economico dovesse crescere, probabilmente vedremo le imprese svolgere ulteriori attività durante la fase della due diligence e potremmo vedere i negoziatori diventare più selettivi sui loro obiettivi futuri", ha dichiarato Klonowski a CNBC via email giovedì.
"Abbiamo già visto una caduta delle acquisizioni cinesi in Europa, ed è probabile che nei prossimi mesi si andrà nella direzione di un'ulteriore riduzione ", è la sua previsione.
di Gemma Acton, 13 luglio 2017
La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere dello scorso anno alzando l'asticella sugli standard per gli acquirenti stranieri che cercano di accaparrarsi imprese tedesche ad alta tecnologia.
Una nuova direttiva adottata mercoledì amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all'Unione europea (UE) nell'acquisizione di oltre il 25 per cento di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale.
I ministri dispongono ora di maggiori poteri di indagine sugli accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di "infrastrutture critiche", in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari.
Il rafforzamento della regolamentazione giunge subito dopo una serie di acquisizioni nel 2016 da parte di imprese cinesi, che cercano di incrementare le loro capacità tecnologiche comprando imprese straniere con competenze avanzate in questo settore.
Secondo i dati di mergermarket, lo scorso anno gli acquirenti cinesi hanno speso complessivamente 9,1 miliardi di euro (10,4 miliardi di dollari) in 35 acquisizioni di imprese tedesche.
Dato il crescente protezionismo economico all'interno dell'Europa, in combinazione con i controlli sui capitali e le restrizioni imposte negli ultimi mesi dalle autorità nazionali ai potenziali acquirenti cinesi di imprese straniere, le acquisizioni che coinvolgono questi paesi hanno già rallentato, giungendo alla cifra molto più contenuta di 2,4 miliardi di euro nel primo semestre di quest'anno.
Eppure, nonostante il quadro sempre più difficile, l'appetito cinese per gli obiettivi europei e specialmente tedeschi rimane elevato, secondo Yi Sun, leader dei servizi alle imprese cinesi per la Germania, la Svizzera e l'Austria presso la società di servizi professionali, EY.
"La regolamentazione più stringente sulle acquisizioni da parte di investitori stranieri in Germania comporterà innanzitutto una pausa [nelle acquisizioni, ndt] perché gli investitori non europei dovranno rispettare l'attuazione delle nuove regole. La preparazione degli accordi dovrà essere più meticolosa in futuro, ma gli investitori cinesi sono diventati più professionali negli ultimi anni", ha detto il signor Sun a CNBC via email giovedì.
"A lungo termine, gli accordi commerciali tra la Cina e la Germania rimarranno elevati, tenendo presente che la Cina è già il principale partner commerciale dell'Unione europea, una realtà che non può essere ignorata", ha aggiunto.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad altri tentativi coordinati di proteggere le imprese europee dalle acquisizioni straniere, con due esempi salienti: lo smantellamento della fusione tra la Borsa di Londra e la Deutsche Boerse e l'azzeramento del tentativo di acquisto da parte di PGG, un produttore di vernice degli Stati Uniti, del più piccolo rivale olandese Akzo Nobel, operazioni avvenute entrambe dopo un intenso dibattito politico.
Secondo Jonathan Klonowski, redattore della ricerca EMEA presso il mergermarket, non si tratta esclusivamente di una tendenza del governo tedesco, perché sono molti i leader europei che hanno recentemente chiesto una maggiore protezione per le imprese nazionali in una vasta gamma di settori,
"Andando avanti, se questo nazionalismo economico dovesse crescere, probabilmente vedremo le imprese svolgere ulteriori attività durante la fase della due diligence e potremmo vedere i negoziatori diventare più selettivi sui loro obiettivi futuri", ha dichiarato Klonowski a CNBC via email giovedì.
"Abbiamo già visto una caduta delle acquisizioni cinesi in Europa, ed è probabile che nei prossimi mesi si andrà nella direzione di un'ulteriore riduzione ", è la sua previsione.
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