Visualizzazione post con etichetta Svezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Svezia. Mostra tutti i post

27/12/22

Il Ministero della salute svedese cambia approccio sulla 'disforia di genere'


A quanto risulta da questo documento del Ministero della salute svedese, che riportiamo qui sotto, in Svezia finalmente sembra che si stia cambiando approccio verso il cosiddetto problema della 'disforia di genere'. Negli ultimi 10-15 anni, in UK e nei paesi scandinavi, si è registrato un aumento pazzesco dei casi di "disforia di genere" tra gli adolescenti - nella stragrande maggioranza dei casi (circa 80%) ragazzine che si identificano in maschi - in cui venivano prescritti soppressori della pubertà molto facilmente, anche alla prima "visita", senza nemmeno cercare di approfondire eventuali traumi o problematiche di contagio sociale, di cui soprattutto i minori sono vittime inconsapevoli. La narrazione ha cominciato a cambiare quando sono iniziati a emergere i primi casi di de-transizione - cioè casi in cui i giovani lamentavano i gravi danni subiti in seguito ad un trattamento troppo frettoloso e irreversibile - il cui numero è andato crescendo in parallelo con l'aumento dei trattamenti stessi.

Tradotto per Vocidallestero da @Maur0068


SVEZIA 

Ministero della Salute

Cura di bambini e adolescenti con disforia di genere

Raccomandazioni e criteri per il trattamento ormonale

Per gli adolescenti con incongruenza di genere, l'NBHW [National Board of Health and Welfare] ritiene che i rischi del trattamento di soppressione della pubertà con analoghi del GnRH [ormone di rilascio delle gonadotropine] e della terapia ormonale che afferma il genere attualmente superano i possibili vantaggi!

Questi trattamenti dovrebbero essere offerti solo in casi eccezionali. Tale giudizio si basa principalmente su tre fattori:

1) la persistente mancanza di prove scientifiche attendibili in merito all'efficacia e alla sicurezza dei due trattamenti

2) le nuove conoscenze sulla de-transizione che si verifica nei giovani adulti

3) l'incertezza che deriva dall'aumento ancora inspiegabile del numero delle persone in cerca di cura, aumento particolarmente consistente tra le adolescenti registrate come femmine alla nascita.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2022 dall'Agenzia svedese per la valutazione delle tecnologie sanitarie e la valutazione dei servizi sociali mostra che lo stato delle conoscenze rimane sostanzialmente invariato rispetto al 2015.

Mancano ancora studi di alta qualità come gli RCT [Randomized controlled trial] e le prove dell'efficacia e della sicurezza dei trattamenti sono ancora insufficienti e inconcludenti per tutti i risultati riportati.

Inoltre, non è possibile determinare quanto sia comune per gli adolescenti che si sottopongono a un trattamento di affermazione del genere cambiare successivamente la percezione della propria identità di genere o interrompere un trattamento in corso.

Una differenza importante rispetto al 2015, tuttavia, è che il verificarsi della de-transizione tra i giovani adulti è ora documentato, e questo contrasta con le presunte evidenze a sostegno di un ridotto numero di interruzioni dei trattamenti o di pentimenti per avervi acconsentito.

 Sebbene la diffusione della de-transizione sia ancora sconosciuta, la consapevolezza che si verifica e che il trattamento di affermazione del genere può quindi portare a un deterioramento della salute e della qualità della vita (cioè un danno) è importante per il giudizio e la raccomandazione complessivi.

19/04/21

Se la strategia della Svezia contro il Covid è talmente un disastro, come mai i sondaggi sono così favorevoli?


Rispetto agli esperimenti sociali di lockdown la Svezia può svolgere l'importante funzione di "gruppo di controllo", in quanto la politica svedese ha sempre cercato di contemperare le esigenze della salute e della sicurezza con quelle, altrettanto importanti, legate alla vita economica e sociale dei suoi cittadini. In questo articolo del Telegraph si tenta un confronto tra la situazione inglese e quella svedese, confronto in cui l'UK, pur coi vantati successi della sua strategia vaccinale, non appare sicuramente vincente. Possiamo ora immaginare come sarebbe il confronto con la situazione italiana? 

 

di Fraser Nelson, 15 Aprile 2021

Scegliendo il buon senso piuttosto che il lockdown, il paese ha controllato il virus senza compromettere la normalità della vita

Se il lockdown è il più grande esperimento sociale del mondo, la Svezia ne rappresenta il gruppo di controllo. Mantenendo la vita di tutti i giorni, è diventata un ribelle globale e, per alcuni, uno stato canaglia. Quando all'inizio di questa settimana la Svezia ha raggiunto i più alti livelli di infezione Covid in Europa, questa è stata presentata come la prova del terribile prezzo pagato per una sfida spericolata. C'è solo un ingrediente che manca in questa grande storiella morale: la mancanza di rimorso tra gli svedesi. Anche adesso, con un'altra ondata in corso, non hanno intenzione di chiudere tutto.

La storia della Svezia raccontata da chi sta fuori dal Paese risulta certamente schiacciante. I titoli dei giornali affermano che il suo grande esperimento è stato "abbandonato" e che anche il re ormai ammette che la sua politica più rilassata ha portato al disastro. Michael Gove parla di come la Svezia abbia iniziato bene, ma poi abbia finito con l’adottare una serie di misure per mantenere distanziate le persone, anche per impedire loro di andare al bar. Lo dice non per animosità nei confronti della Svezia, ma perché i suoi critici la indicano come l’alternativa al lockdown: ciò che anche la Gran Bretagna avrebbe potuto fare.

Quindi la Svezia ha finito con l’essere il bersaglio delle bizzarre guerre culturali sul lockdown, invocata da entrambe le parti come esempio di paradiso o inferno. Anders Tegnell, l'epidemiologo di stato, dice che è troppo presto per giudicare perché ci vogliono anni prima che si definisca un quadro post-pandemia. Ma un recente sondaggio ha mostrato che tre quarti degli svedesi hanno preso una posizione, dicendo che la squadra di Tegnell ha gestito le cose bene, o molto bene. Allora come conciliare la fiducia degli svedesi con la storia del disastro svedese?

Tanto per cominciare, molto di ciò che si dice sulla Svezia è falso. L'argomento secondo cui la sua "strategia di immunità di gregge" non è riuscita ad arginare il virus trova una risposta abbastanza facile: non c'è mai stata una strategia del genere. Tegnell lo ha sempre detto. Ha cercato di mantenere i livelli di virus abbastanza bassi da impedire che gli ospedali venissero sopraffatti, ma, anche, di ridurre al minimo i danni collaterali alla vita e alla salute delle persone. Questo avrebbe significato, da sempre, tollerare livelli di Covid più elevati rispetto ai paesi in lockdown, come prezzo per proteggere più vite in generale.

Un altro errore è l'idea della Svezia come un'utopia del tutto priva di restrizioni. Bar, ristoranti e caffè osservano tutti il distanziamento sociale e devono chiudere entro le 20.30. Dall'inizio di tutto questo, milioni di svedesi hanno cominciato a lavorare da casa. È in vigore la regola dell'otto, anche se le case private sono esenti. Quindi ci sono alcune leggi, ma la maggior parte sono delle linee guida.

Il recente "lockdown personale" nella regione di Uppsala non è davvero un lockdown. "Si limita a ribadire la stessa raccomandazione non vincolante che ci è stata data dall'inizio della pandemia", dice un mio amico, che vive in città. Uno dei politici locali ha promosso il messaggio "stay-at-home" sulla sua pagina Facebook, ma poi, il giorno successivo, ha pubblicato il suo grande apprezzamento per un ristorante persiano in cui aveva appena mangiato. Non è stato uno scandalo: l'interpretazione personale delle linee guida è normale. La Svezia ha usato il suo folkvett: il buon senso. La grande domanda è se la stessa cosa avrebbe potuto funzionare anche qui.

Se si guarda solo alle morti di Covid, la Svezia va male più o meno come la Gran Bretagna, almeno nella prima ondata (non nella seconda, che è ancora in corso). Ma considerando i danni collaterali, le cose cambiano. Gli studi su tutti i decessi aggiustati per età - non solo i decessi dovuti al virus - mostrano lo scorso anno in Svezia un aumento di appena l'1,5%; in UK sono aumentati del 10%. Le morti in eccesso tra gli under 65 in realtà sono diminuite in Svezia, ma qui (in UK) sono aumentate notevolmente. Effetto lockdown o solo una coincidenza? È difficile dirlo. Ma in Svezia, questi pezzi del puzzle contano: fanno sempre parte del quadro.

Gli alunni svedesi fino a 16 anni non hanno ancora perso un giorno di scuola: anche questo ha un valore, anche se più difficile da quantificare. L'Institute for Fiscal Studies ipotizza 350 miliardi di sterline di guadagni persi per i bambini britannici. Ma l'impatto sulla società - non da ultimo sulle migliaia di alunni che sono misteriosamente scomparsi dai ruoli scolastici - è una cosa a cui non si può dare un prezzo.

Valutare il danno economico è più facile. Riducendo al minimo i disagi, lo scorso anno l'economia svedese è diminuita del 3%: quella britannica è crollata del 10%. Il bilancio svedese, pubblicato ieri, prevede che l'economia si riprenderà completamente dalla pandemia entro Natale. La Gran Bretagna sta puntando alla metà del 2022, anche considerando il successo del nostro vaccino. Il costo della pandemia (misurato dal debito pubblico extra) il prossimo anno in Gran Bretagna arriverà a £ 7.700 pro capite, più del doppio rispetto alla Svezia. E hanno (ancora) meno morti per Covid.

La rapida ripresa della Svezia comporta che il suo programma di cassa integrazione abbia quasi esaurito le richieste. Secondo gli ultimi conteggi, quasi cinque milioni di inglesi sono ancora in cassa integrazione, senza sapere se alla fine di tutto questo avranno ancora un lavoro. Tegnell non è rimasto ad aspettare il vaccino, e l’arrivo del vaccino non ha cambiato la sua strategia di lockdown. Né, a quanto pare, la nostra.

È sempre difficile fare confronti significativi tra economie diverse, ma la diagnosi di tumore è più facile da confrontare. La paura del virus allontana le persone dagli ospedali. Nei primi dieci mesi dello scorso anno le visite specialistiche per tumore al seno in Svezia sono diminuite di circa il 10%. Ma i dati britannici sono molto più netti: per esempio, un calo di circa il 30% nelle visite per tumore al seno. La domanda - ancora in attesa di una risposta chiara - è fino a che punto i lockdown aumentino il bilancio delle vittime, scoraggiando l'uso dell'assistenza sanitaria di base. Per cancro, malattie cardiache e altro ancora.

Questo non vuol dire che la Svezia abbia ragione e la Gran Bretagna abbia sbagliato, solo che c'è molto di più, in tutto questo, che non una semplice classifica del Covid. Tegnell ha commesso molti errori. Non si aspettava la seconda ondata e alcuni dei suoi ammiratori si sono resi ridicoli prevedendo che il virus sarebbe morto entro l'estate scorsa. Solo questa settimana è stato costretto ad ammettere un altro fallimento: nella seconda ondata, così come nella prima, non si è fatto abbastanza per tutelare i pensionati nelle case di cura.

Stefan Löfven, il primo ministro svedese, ha inconsapevolmente sintetizzato l'approccio del suo paese quando, dopo aver pregato la gente di non affollare le strade prima di Natale, è stato sorpreso a farlo lui stesso. Gli svedesi vogliono controllare il virus, ma anche proteggere la vita normale. Come la maggior parte del mondo. Ciò che contraddistingue la Svezia è la ferma convinzione che il suo metodo possa ancora dimostrarsi giusto, alla fine.

30/03/21

Svezia: nel 2020 eccesso di mortalità inferiore a gran parte del resto d’Europa (i dati)


Da  Reuters  i dati sull'eccesso di mortalità in Svezia, recentemente pubblicati, che fanno sorgere domande cruciali sulla reale efficacia dei lockdown. La Svezia ha evitato quelle rigide chiusure che hanno distrutto l'economia e la vita sociale degli altri paesi, ma da tutto questo è venuta fuori con un tasso di mortalità più basso della maggior parte degli altri.


di Johan Ahlander, 24 Marzo 2021

STOCCOLMA (Reuters) – Da un'analisi dei dati provenienti da fonti ufficiali emerge che nel 2020 la Svezia, che ha evitato i rigidi lockdown che hanno soffocato gran parte dell'economia globale, ha registrato un aumento del tasso di mortalità complessivo minore rispetto alla maggior parte dei paesi europei.

Gli esperti di malattie infettive hanno avvertito che i risultati non possono essere interpretati come prova del fatto che i lockdown non siano stati necessari, e tuttavia hanno riconosciuto che la posizione generale della Svezia nella lotta alla pandemia ha evidentemente dei meriti che vale la pena studiare.

La scorsa settimana, in seguito all’aumento dei casi di coronavirus e agli alti tassi di mortalità,  Germania e Francia hanno esteso le misure restrittive, mossa che secondo gli economisti ritarderà ulteriormente la ripresa economica.

Mentre molti cittadini europei hanno accettato i lockdown come l’ultima risorsa, data l'incapacità di tenere sotto controllo la pandemia con altri metodi, negli ultimi mesi questi interventi hanno provocato proteste di piazza a Londra, Amsterdam e altrove.

La Svezia, nel frattempo, ha fatto affidamento principalmente su misure volontarie incentrate sul distanziamento sociale, una buona igiene e regole mirate a mantenere aperte le scuole, i ristoranti e i negozi - un approccio che ha profondamente diviso gli svedesi, ma ha risparmiato l'economia da gran parte del crollo subito altrove in Europa.

I dati preliminari dell'ufficio statistico dell'UE Eurostat raccolti da Reuters hanno mostrato che nel 2020 la Svezia ha avuto il 7,7% di morti in più rispetto alla media dei quattro anni precedenti. I paesi che hanno optato per diversi periodi di rigorosi lockdown, come la Spagna e il Belgio, hanno registrato una cosiddetta mortalità in eccesso rispettivamente del 18,1% e del 16,2%.

Ventuno dei 30 paesi con statistiche disponibili hanno avuto una mortalità in eccesso più alta della Svezia. Tuttavia, la Svezia ha fatto molto peggio dei suoi vicini nordici, con la Danimarca che ha registrato solo l'1,5% di mortalità in eccesso e la Finlandia l'1,0%. La Norvegia non ha avuto alcun eccesso di mortalità nel 2020.

L'eccesso di mortalità della Svezia è rientrato nella fascia più bassa dello spettro anche secondo altri dati pubblicati la scorsa settimana dall'Office for National Statistics del Regno Unito.

Tale analisi, che include un aggiustamento per tenere conto delle differenze sia nelle strutture per età che nei modelli di mortalità stagionale dei paesi analizzati, ha collocato la Svezia al 18° posto in una classifica di 26 paesi. Polonia, Spagna e Belgio sono risultati ai primi posti.

L’epidemiologo svedese Anders Tegnell, una figura in gran parte sconosciuta prima della pandemia e che ha poi raggiunto la notorietà a livello internazionale in quanto figura di riferimento della risposta svedese al coronavirus, ha detto a Reuters di ritenere che i dati sollevino dei dubbi sull'uso dei lockdown:

"Penso che probabilmente si dovrà pensare con grande attenzione a queste chiusure totali, a quanto siano state davvero utili".

"Potrebbero aver avuto un effetto a breve termine, ma quando si guarda  a tutto il periodo durante la pandemia, sorgono sempre maggiori dubbi", ha aggiunto Tegnell, che ha ricevuto sia minacce di morte che fiori in segno di apprezzamento.


ATTENZIONE AI DATI

Altri esperti sanitari avvertono che l'interpretazione dei dati sulle morti in eccesso comporta il rischio di ignorare alcune variabili cruciali.

"Tutti noi dobbiamo stare molto attenti a interpretare i dati sulla morte collegati al COVID-19, qualunque siano le fonti - nessuna fonte è perfetta", ha detto a Reuters Mark Woolhouse, professore di epidemiologia delle malattie infettive presso l'Università britannica di Edimburgo.

"I dati sollevano la domanda se, in effetti, la strategia della Svezia abbia avuto un relativo successo. Certamente fanno sorgere questa domanda ", ha detto Woolhouse, commentando i dati pubblicati per la prima volta sui media svedesi e controllati dall'ufficio statistico svedese.

Anche Keith Neal, professore di malattie infettive all'Università di Nottingham, ha consigliato cautela.

Egli ha citato una serie di fattori come la struttura per età e la salute generale di una popolazione, la dimensione media della famiglia e se un paese abbia o meno grandi città che siano significativi centri nevralgici di viaggi e comunicazioni.

In Svezia la percentuale delle persone di età superiore a 80 anni all'inizio del 2019 era del 5,1%, inferiore alla media UE del 5,8%, ma alla pari con il Regno Unito e superiore a Norvegia e Danimarca.

La popolazione svedese è anche generalmente più sana della media UE, con un'aspettativa di vita di 82,6 anni nel 2018, rispetto a una media UE di 81,0 anni.

La strategia della Svezia è stata pesantemente criticata sia in patria che all'estero come sconsiderata e non sufficiente a proteggere i gruppi più vulnerabili dalla malattia.

Tuttavia, secondo un recente sondaggio il 43% degli svedesi ha una fiducia alta o molto alta nel modo in cui viene gestita la pandemia, mentre il 30% ha una fiducia bassa o molto bassa,.

Il governo e le autorità sanitarie svedesi hanno ammesso di non essere riusciti a proteggere gli anziani svedesi, ma hanno affermato di aver fatto il possibile per sopprimere la malattia, tenendo in considerazione anche la salute generale della popolazione.

Il bilancio ufficiale delle vittime del COVID-19 in Svezia è di oltre 13.000 persone, anche se alcuni di questi potrebbero essere morti per cause diverse dalla malattia.

18/04/18

La violenta realtà della Svezia sta sostituendo la sua immagine pacifica

Nonostante il concetto di “modello svedese” tenda a far percepire questo paese come un esempio di sicurezza e tolleranza, la realtà che ormai non si può più nascondere è che la Svezia viene sempre più additata come un caso di integrazione fallita. Lo riporta un articolo pubblicato sul sito Politico: gli eventi di cronaca smentiscono puntualmente i funzionari governativi, che cercano ancora di trasmettere il messaggio che “l’integrazione procede bene”. Ormai i paesi confinanti considerano sempre più la Svezia come monito vivente di quello che succede a una nazione che accetta un’immigrazione incontrollata ben oltre la sua capacità di efficace integrazione.

 

 

 

Di Paulina Neuding, 16 aprile 2018

 

 

Stoccolma — La Svezia potrà anche essere nota per la sua musica pop, per l’IKEA e per il suo sistema di protezione sociale generoso. Ma è sempre più associata anche a un numero crescente di reclute dello Stato Islamico, alle esplosioni e agli assalti con bombe a mano.

 

All’inizio dell’anno, nel giro di due settimane, nel paese ci sono state cinque esplosioni. Ormai la cosa non è inusuale – gli Svedesi si sono abituati ai titoloni sui crimini violenti, alle intimidazioni dei testimoni e alle esecuzioni delle gang. In un paese a lungo noto per la sua sicurezza, gli elettori hanno scelto “legge e ordine” come la questione più importante alla vigilia delle elezioni di settembre.

 

Tuttavia l’argomento del crimine è delicato, e il dibattito sulla questione, nella società scandinava in cui il consenso viene orientato dai media, viene delimitato dai tabù.

 

Per comprendere la questione del crimine in Svezia, è importante notare che la Svezia ha tratto beneficio dal diffuso declino della violenza omicida nelle società occidentali, in particolare per quello che riguarda la violenza spontanea e le uccisioni legate all’alcolismo. Tuttavia il calo totale degli omicidi in Svezia è stato molto minore che nei paesi confinanti.

 

Gli omicidi legati alle gang, ormai principalmente un fenomeno legato a uomini con un background da immigrati nelle comunità parallele del paese, sono aumentati da 4 all’anno nei primi anni ’90 a circa 40 nello scorso anno. A causa di ciò, la Svezia è passata da essere un paese con un basso livello di criminalità ad avere tassi di omicidi significativamente più alti rispetto alla media dei paesi dell’Europa Occidentale. Il disordine sociale, con auto date a fuoco, attacchi ai primi soccorritori e persino rivolte, è un fenomeno ricorrente.

 

Le sparatorie sono diventate così comuni che non ottengono più nemmeno i titoli dei giornali, a meno che siano spettacolari o implichino omicidi. Le notizie degli assalti sono velocemente rimpiazzate dai titoli sugli eventi sportivi e sulle celebrità, e i lettori sono ormai desensibilizzati nei confronti della violenza. Per la generazione precedente, bombe contro la polizia e rivolte erano eventi estremamente rari. Oggi leggere di questi incidenti è considerato parte della normalità quotidiana.

 

Il crescente livello di violenza non è passato inosservato da parte dei vicini scandinavi della Svezia. I norvegesi usano comunemente la frase “condizioni svedesi” per descrivere il crimine e il disordine sociale. Il punto di vista della Danimarca è stato esplicitato quando il presidente della NATO e Primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha dichiarato in un’intervista a una TV svedese: “Uso spesso la Svezia come esempio deterrente”.

 

Come reazione il governo svedese ha lanciato una campagna internazionale per “l’immagine della Svezia” per minimizzare la crescita del crimine, sia con una strategia sui media sia attraverso campagne pagate con i soldi delle tasse. Durante una visita alla Casa Bianca lo scorso marzo, il Primo ministro svedese Stefan Löfven ha ammesso che il suo paese ha problemi con la criminalità e in particolare con le sparatorie, ma ha negato l’esistenza di “zone no-go” (zone in pratica al di fuori del controllo dello Stato, dove è pericoloso avventurarsi, NdVdE). Il ministro dell’istruzione svedese, Gustav Fridolin, è stato in Ungheria ed ha lanciato lo stesso messaggio.

 

Ma la realtà è diversa per chi vive sul territorio: il capo del sindacato dei paramedici Ambulansförbundet, Gordon Grattidge, e il suo predecessore Henrik Johansson mi hanno riferito recentemente in un’intervista che alcuni isolati sono senza dubbio delle zone no-go per le ambulanze – a meno che non vengano scortate dalla polizia.

 

Gli svedesi non sono abituati a grandiose manifestazioni di orgoglio nazionale, ma il concetto di un “Modello svedese” – quello su cui il paese ha molto da insegnare al mondo – è una parte essenziale nell'immagine di sé della nazione.

 

Dal momento che il crimine è intimamente legato al fallimento del paese nell’integrazione degli immigrati, la crescita della violenza è un argomento delicato. Quando il governo svedese e l’opposizione si riferiscono alla Svezia come una “superpotenza umanitaria”, perché ha aperto le porte a più immigrati in relazione al numero di abitanti rispetto a tutti gli altri paesi dell’UE, ci credono davvero. Il che ha provocato contorsioni notevoli.

 

In marzo, il ministro del Mercato del lavoro, Ylva Johansson, è apparsa alla BBC, dove ha dichiarato che il numero di casi di stupri e violenze sessuali stava “diminuendo, diminuento, diminuendo”. In realtà, era vero proprio il contrario, cosa che la Johansson ha più tardi ammesso, scusandosi.

 

Analogamente, in un editoriale sul Washington Post, l’ex Primo Ministro Carl Bildt ha descritto la politica di immigrazione del paese come una storia di successo. Non si è soffermato sulla questione dei crimini violenti. A seguito di ripetuti attacchi a dicembre contro istituzioni ebree – incluso il bombardamento di una sinagoga a Göteborg – Bildt ha utilizzato lo stesso giornale per sostenere che l’antisemitismo non è un problema rilevante in Svezia.

 

“Storicamente, in Svezia sono stati i cattolici ad essere visti come una minaccia pericolosa, che doveva essere combattuta e limitata” ha sostento Bildt, apparentemente inconsapevole che le leggi da lui citate si applicavano anche agli ebrei. I matrimoni misti erano illegali e l’ostilità si basava sull’idea che gli ebrei fossero una razza inferiore. Il tentativo di Bildt di relativizzare l’attuale antisemitismo con argomenti storici strani ed errati dimostra quanto nervosamente le élite svedesi reagiscono alle notizie negative che riguardano il loro paese.

 

Un altro esempio spettacolare è il sito ufficiale del governo, nella sezione “Fatti riguardo all’immigrazione, all’integrazione e al crimine in Svezia”, che vorrebbe sfatare i miti riguardanti il paese. Una delle “false affermazioni” che il governo vorrebbe sfatare è che “non molto tempo fa, la Svezia ha conosciuto il suo primo attacco terroristico di stampo islamico”.

 

La cosa è sorprendente, considerate che il Jihadista uzbeko Rakhmat Akilov si è dichiarato colpevole dell’assalto terroristico su un camion che ha ucciso cinque persone a Stoccolma lo scorso aprile e ha giurato fedeltà all’ISIS prima dell’assalto stesso. Akilov, che al momento è sotto processo, ha orgogliosamente ribadito il suo sostegno all’ISIS e dichiarato che il suo intento era di uccidere cittadini svedesi. Aveva inoltre contatti documentati con jihadisti internazionali.

 

Il pretesto del governo per negare l’attacco terroristico islamico in Svezia è che nessun gruppo islamico l’ha rivendicato ufficialmente. Data l’importanza che oggi viene attribuita alla lotta alle “fake news”, la manomissione da parte del governo svedese di fatti politicamente scomodi risulta particolarmente irresponsabile.

 

A volte serve un osservatore esterno per mettere le cose nella giusta prospettiva. Un recente articolo di Bojan Pancevski sul Sunday Times di Londra ha puntato l'attenzione sull’immigrazione e i crimini violenti. L’articolo ha destato scalpore in Svezia e viene visto da molti almeno in parte come il motivo per cui i ministri degli Esteri del Regno Unito e del Canada hanno emesso “consigli per chi viaggia” nei riguardi del paese, citando il rischio di esplosioni e crimini legati alle gang. “Danno l'idea che la violenza sia fuori controllo”, ha dichiarato Stefan Sintéus, il capo della polizia di Malmö.

 

Non sembra che il capo della polizia si renda conto che sia i “consigli per chi viaggia”, sia l’articolo possano riflettere una qualche realtà. Dopo tutto, solo pochi giorni prima la stazione di polizia di Malmö era stata oggetto di un assalto con bombe a mano. Mentre nei primi giorni del mese una macchina della polizia è stata distrutta da un’esplosione, sempre nella stessa città.

 

I funzionari forse saranno rassegnati alla situazione. Ma per un paese dell’Europa Occidentale in tempo di pace, è ragionevole ritenere questi livelli di violenza come fuori controllo.

 

 

25/01/18

Svezia: il governo si prepara a schierare l'esercito nelle No-Go-Area

Il fenomeno delle gang islamiche sta cambiando il volto delle pacifiche e ordinate società del nord Europa. In particolare la Svezia, che da anni affronta un gravissimo problema di governo di alcune zone off limits delle grandi città, dominate da gang di giovani immigrati di religione islamica. A quanto riporta Zero Hedge, la situazione è così esplosiva che il governo svedese si sta organizzando per dispiegare l'esercito e distribuire manuali di autodifesa ai propri cittadini.  

 

 

Zero Hedge, 18 gennaio 2018

 

Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, la Svezia si sta preparando a distribuire un opuscolo sulla difesa civile a circa 4,7 milioni di famiglie, avvertendole sul possibile insorgere di una guerra.

 

Secondo quanto riportato dal FT, l'opuscolo servirà come un manuale di "auto-difesa" in caso di guerra e fornirà dettagli su come garantirsi i bisogni di base come acqua, cibo e riscaldamento. Il manuale copre anche altre minacce, come attacchi informatici, terrorismo e cambiamenti climatici.

 

"Tutta la società deve essere preparata ai conflitti, non solo i militari. Non abbiamo più usato parole come auto-difesa o allerta da 25-30 anni o più, quindi l'informazione tra i cittadini è molto bassa", ha detto Christina Andersson, capo del progetto presso l'agenzia svedese per le emergenze civili.

 

Il manuale della sopravvivenza, noto a molti come guida per i survivalisti, intitolato "Se arriva la crisi o la guerra" sarà pubblicato dal governo nella tarda primavera. La sua pubblicazione arriva in un momento in cui la minaccia della guerra da parte della Russia è alta, be', forse, o almeno questo è quello che molti sono condizionati a credere seguendo l'informazione mainstream.

 

E se invece la minaccia non venisse dalla Russia, ma dall'interno del paese?

 

Mercoledì il Primo Ministro Stefan Lofven ha dichiarato che la Svezia dovrebbe fare tutto il possibile, compreso inviare l'esercito, per porre fine all'ondata di violenza per bande nelle diverse no-go-area del paese ("interi quartieri dominati dalle gang islamiche, in cui non mettono piede né la polizia, né altre strutture istituzionali come i vigili del fuoco, i vigili urbani, le ambulanze",  ndVdE).

 

Il tasso di omicidi in Svezia è rimasto relativamente basso negli anni, ma a causa della crisi dei flussi migratori, in molte zone la polizia risulta impotente.

 

"Far intervenire l'esercito non sarà il primo passo, ma sono pronto a fare tutto il necessario per porre termine alla criminalità organizzata", ha detto Lofven dopo la discussione sulla leadership del partito in parlamento.

 

"Ma è anche ovvio che ci sono problemi sociali. Lo scorso anno si sono verificati 300 sparatorie, 40 persone sono rimaste uccise. Il nuovo anno è iniziato con nuovi assalti. Ci sono criminali con totale mancanza di rispetto per la vita umana, è una dinamica terribile, sono determinato a imprimere una svolta alla situazione", ha aggiunto.

 

Persino il leader democratico svedese Jimmie Akesson "ha dichiarato guerra" contro il crimine organizzato e ha suggerito che la Svezia dovrebbe schierare l'esercito nelle zone proibite per contrastare la violenza fuori controllo.

 

"La gente viene uccisa a colpi di pistola nelle pizzerie, dalle bombe a mano trovate per strada", ha detto Akesson in Parlamento mercoledì.

 

"Questa è la nuova Svezia; il nuovo, eccitante, dinamico, paradiso multiculturale che tanti qui, in questa assemblea ..., hanno combattuto per creare per così tanti anni", ha detto con sarcasmo.

 

Peter Imanuelsen, giornalista indipendente in Svezia, ha riassunto i recenti sviluppi in ordine cronologico:

 


  • Il governo invia volantini a 4,7 milioni di famiglie dicendo loro come prepararsi per la guerra

     


  • Il leader del partito democratico svedese dice "Nella società svedese è in corso una guerra"

     


  • Il primo ministro svedese sta valutando la possibilità di schierare l'esercito nelle zone proibite

     


Per riassumere, il governo svedese si sta preparando a un evento destabilizzante, mentre i media mainstream continuano a usare la Russia come capro espiatorio. Nel frattempo, alti funzionari governativi in Svezia hanno ribadito in coro unanime che l'intervento militare in dozzine di no-go-area in tutto il paese è un'alta probabilità. Allo stesso tempo, il governo si sta preparando a distribuire milioni di manuali di sopravvivenza ai propri cittadini, indicando che un evento destabilizzante si sta avvicinando.

 

Mercoledì scorso abbiamo riferito del caos in Svezia suscitato da una bomba a mano lanciata in una stazione di polizia a Malmo, che secondo i resoconti dei media locali ha provocato una "grande esplosione".

 

Infine, mentre i tre maggiori partiti politici svedesi sollecitano un intervento militare nelle zone proibite, l'agenzia svedese per le emergenze civili si sta freneticamente organizzando per stampare milioni di manuali di sopravvivenza per proteggere i cittadini da quello che sembra essere un futuro turbolento nel 2018.

 

10/01/18

Come l’Europa si è costruita la sua pira funeraria, e poi ci è saltata sopra

Una documentata riflessione denuncia il disastro sociale a cui stanno conducendo l’Europa le élite globaliste. Puntando su un assurdo senso di colpa per le azioni passate, queste impongono agli europei un’immigrazione incontrollata di persone che spesso non si integrano nel nuovo tessuto sociale, ma anzi ne fanno terra di lotta e conquista. Questa immigrazione artificialmente imposta (perché dovuta perlopiù a guerre e miserie provocate dagli uomini) è stata prima dipinta come indispensabile, poi come piacevole, quindi inevitabile e infine come fatto compiuto. La conseguente rabbia delle popolazioni autoctone sta inevitabilmente montando e, visti i precedenti storici, non potrà che concludersi con una catastrofe sociale.

 

 

Di Robert W. Merry, 8 gennaio 2018

 

 

Immigrazione di massa, senso di colpa e un continente sull’orlo della catastrofe sociale

Il principale problema della nostra epoca non è la spinta nordcoreana allo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio. Non è nemmeno la minaccia all’Europa rappresentata dalla Russia o la minaccia al dominio americano sull’Asia rappresentata dalla potenza marittima cinese. Non è neppure la crescente influenza dell’Iran sul Medio Oriente, e nemmeno l’attuale indagine sul coinvolgimento russo nelle elezioni USA e la possibile “collusione” con la campagna di Trump.

 

No, il problema che definisce la nostra epoca è l’immigrazione di massa nelle nazioni occidentali. Il crescente influsso minaccia di rimodellare queste nazioni e travolgere la loro identità culturale. Questo è il tema che ha giocato il ruolo più importante nell’elezione di Donald Trump. Che ha spinto il voto sulla Brexit. Che sta intorbidendo il continente europeo, creando tensioni all’interno dell’UE ed erigendo una netta separazione tra le élite di queste nazioni e la loro popolazione.

 

Il campo di battaglia principale nella guerra dell’immigrazione è infatti l’Europa. Che ha accolto uno stillicidio di immigrati nell’era successiva alla guerra a causa della mancanza di manodopera. Ma negli anni lo stillicidio è divenuto un flusso, poi un fiume crescente, e infine una piena – al punto che gli uomini di etnia britannica sono ormai una minoranza nella loro stessa capitale, i flussi di immigrati in Germania sono passati da 49.589 nel 2010 a 1,5 milioni nel 2015 e l’Italia, uno dei principali punti di sbarco, ha ricevuto per un certo periodo flussi di 6.500 arrivi in media al giorno.

 

Nel frattempo, le élite europee festeggiavano, e imponevano una sorta di regime di costrizione del pensiero nei confronti di chi sollevava dubbi a riguardo. L’immigrazione è stata inizialmente osannata come un beneficio economico, poi come un necessario correttivo per una popolazione in via di invecchiamento; quindi come una maniera di vivacizzare la società attraverso la “diversità”; e infine come un fatto compiuto, un’onda inarrestabile portata dall’inarrestabile processo di globalizzazione. Inoltre, sostenevano le élite, i nuovi arrivati sarebbero stati assimilati alla cultura europea, prima o poi, quindi qual era il problema? Nel frattempo, i sondaggi di opinione pubblica nei decenni mostravano che una grande maggioranza degli europei aveva forti perplessità su questi cambiamenti.

 

Il giornalista e scrittore britannico Douglas Murray scrive che “dopo che era stato promesso loro per tutta la loro vita che i cambiamenti erano temporanei, che i cambiamenti non erano reali, o che i cambiamenti non significavano nulla, gli Europei hanno scoperto che, nel corso della loro vita, sarebbero diventati minoranze all’interno dei loro stessi paesi”.

 

Murray, condirettore dello Spectator di Londra, è l’autore di un breve testo che esplora questo fenomeno. È intitolato  “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità, islam” ed è stato pubblicato sei mesi fa da Bloomsbury. I toni sono misurati, ma inflessibili. Il quadro del futuro europeo che dipinge è desolante.

 

Uno dei temi centrali del libro, supportato da episodi reali e abbondante documentazione, è che gli immigrati musulmani non si sono affatto assimilati in maniera significativa nei paesi europei ospitanti. Infatti esiste un senso crescente tra molti dei nuovi arrivati che questi non siano affatto paesi ospitanti, bensì soltanto terre di conquista per l’inesorabile espansione dell’Islam. Un rifugiato diciottenne siriano che vive in Germania, Aras Bacho, ha scritto su Der Freitag e sull’Huffinghton Post tedesco riflettendo questo atteggiamento: sostiene che gli immigrati in Germania ne “hanno le scatole piene” dei tedeschi “arrabbiati” – descritti come “razzisti senza lavoro” – che “insultano e agitano”. E ha aggiunto che “noi rifugiati… non vogliamo vivere con voi nello stesso paese. Potete, e penso che dovreste, lasciare la Germania. Se non vi trovate bene in Germania, perché ci vivete? Cercatevi una nuova casa”.

 

Considerate anche l’importanza di questo dato: nel 2015 erano più i musulmani inglesi che combattevano per l’ISIS che quelli che combattevano per le forze armate britanniche. La volontà di molti europei musulmani di mantenere la propria cultura, sopraffacendo quella europea, non viene affatto tenuta nascosta. Durante una visita a Colonia nel 2008, l’allora primo ministro turco (poi divenuto presidente) Recep Tayyip Erdogan disse a una folla di 20.000 turchi residenti in Germania, Belgio, Francia e Olanda che l’assimilazione in Europa avrebbe costituito un “crimine contro l’umanità”. Aggiungendo che “capisco molto bene che voi siate contrari all’assimilazione. Nessuno può aspettarsi che voi vi assimiliate”. E, ancora, incoraggiò i cinque milioni di turchi residenti in Europa a esercitare un’influenza politica attraverso i mezzi democratici, al fine di utilizzare un “elemento costituzionale” per trasformare il continente.

 

Leggendo il libro di Murray, si capisce perché egli definisca l’atteggiamento dell’Europa come “strano”. L’abbraccio del continente alla sua morte culturale è infatti un’aberrazione storica. Le civiltà normalmente combattono per preservare la propria cultura, si uniscono per espellere gli invasori, rispettano le loro identità e gli elementi fondamentali della loro eredità culturale. Ma l’occidente è oggi impegnato in una strana forma generalizzata e progressiva di suicidio culturale. Murray la definisce la “tirannia del senso di colpa” e la identifica come una “patologia”. Il concetto di senso di colpa storico, scrive Murray, significa che l’eredità della colpa può ricadere sulle generazioni successive – proprio come gli stessi europei hanno ritenuto per generazioni gli ebrei responsabili della morte di Cristo. Alla fine questo concetto venne considerato ripugnante, e lo stesso Papa nel 1965 rimosse formalmente questo fardello storico.

 

Ma oggi questo concetto è tornato nell’Europa suicida, dove le persone lo applicano a se stesse. Un fatto davvero strano, in termini storici. Murray spiega le motivazioni di chi si cimenta in questi voli astratti di indignazione morale in questo modo: “Anziché ritenersi persone responsabili di sé e che rispondono a quelli che conoscono, si trasformano in auto-proclamati rappresentanti dei vivi e dei morti, che portano sulle spalle una storia terribile così come sono i potenziali redentori dell’umanità. In questo modo si passa dall'essere nessuno a essere qualcuno”.

 

E così succede che l’Occidente viene identificato, persino dagli occidentali, come una civiltà particolarmente brutale, dura, sfruttatrice e crudele, in un mare storico di vicini relativamente illuminati, sobri e benevoli. Ma naturalmente questa visione non ha alcuna base storica. Consideriamo gli ottomani, che hanno costruito un impero potente e in espansione attraverso politiche e programmi che prevedevano maggiore brutalità e durezza di quanto abbiano mai mostrato gli occidentali. Nei Balcani strappavano i ragazzini dalle braccia dei loro genitori per indottrinarli all’Islam e impiegarli come guerrieri di élite da utilizzare contro la loro stessa gente. Praticavano discriminazioni contro i non musulmani imponendo loro tasse più onerose – o con la morte per coloro che rifiutavano di pagarle. Impiegarono ogni strumento di dominio nella loro spinta a conquistare ampi territori, inclusa l’Europa (e furono fermati in due occasioni alle porte di Vienna, quando l’Europa considerava se stessa una civiltà degna di essere salvata).

 

Eppure nessuno suggerisce che gli odierni turchi siano responsabili dei crimini o degli abusi dell’era ottomana o che la Turchia sia una nazione illegittima, che merita di essere distrutta dall’arrivo di esterni. Di certo non esiste alcun filone di pensiero all’interno della società turca stessa che punti a diffondere una simile sensibilità o un simile sentimento di senso di colpa ed espiazione. E nessuno pensa che l’attuale Cina, o i cinesi, dovrebbero vergognarsi dei 40 milioni circa di persone uccise direttamente dall’azione e dalle brutali politiche dei leader cinesi dopo l’affermazione del leader comunista Mao Zedong. In realtà, oggi i cinesi si considerano vittime di forze esterne del passato e dedicano davvero poca attenzione alle gravi angherie perpetrate dai loro ex leader. Gli Aztechi messicani uccidevano persone e la mangiavano la loro carne in sacrifici religiosi rituali, ma nessuno ritiene che gli attuali messicani debbano per questo perdere il loro rango come nazione.

 

Invece in Occidente imperversa l’auto-elevazione attraverso l’auto-annientamento culturale. Questo accade a prezzo di un declino dell’autocoscienza occidentale. Murray scrive che “l’Europa ha perso la fede nelle sue credenze, nelle sue tradizioni e nella sua legittimità”. Abbandonando la religione cristiana con studiata convinzione - scrive - gli europei l’hanno sostituita con l’idea del progresso – un concetto laico che richiede, come nota l’intellettuale britannico John Gray, tanta fede quanta ne richiede una qualsiasi religione. Murray, come Gray, respinge il concetto che l’umanità sia su una traiettoria di costante miglioramento, illustrata dal liberalismo occidentale. Ma questo potente schema mentale lotta contro ogni senso di autopreservazione intellettuale all’interno di molti europei (e americani).

 

Gli europei in generale potrebbero non aver pensato granché  alla validità o meno dell’idea di progresso. Ma hanno coltivato per decenni crescenti preoccupazioni riguardo alla trasformazione dei loro paesi, riguardo a un'Europa che diventava la casa del mondo mentre ogni altra civiltà e paese rimaneva solo la casa dei propri popoli. Murray cita molti sondaggi, a cominciare dal primo dopoguerra, che mostrano una percentuale tra il 60 e l’80% degli europei contrari ai trend dell’immigrazione. Ma i trend si sono comunque rivelati inalterabili.

 

Come è potuto accadere? Murray dipinge un ritratto delle élite europee, all’apparenza globaliste e sprezzanti del nazionalismo e dell’eredità culturale occidentale, che calpestano la volontà popolare nella loro determinazione a trasformare l’Europa. Il primo ministro svedese nel 2006 ha  rappresentato bene l’opinione di molte élite europee quando ha detto che “solo la barbarie è davvero svedese. Ogni successivo progresso ci è stato portato dall’esterno”.

 

Quindi i leader europei, per rispondere ai sentimenti popolari, hanno iniziato a parlare duramente dell’immigrazione a partire dal 2000 circa – mentre comunque non facevano nulla per fermare la marea. Murray parla di un “trucco elettorale” per ammansire elettori sempre più agitati. In contemporanea le élite al governo, nei think tank e nei media hanno dato il via a una campagna di denigrazione contro chiunque osasse porre domande riguardo alle conseguenze di tutto ciò. Epiteti come “razzisti” e “islamofobi” sono stati distribuiti generosamente. C'è chi ha perso il lavoro, e chi ha resistito è stato confinato nel regno delle idee, quando alcuni ribelli hanno mostrato l’ardire di mettere in dubbio la narrazione mainstream.

 

Murray descrive così un congresso di professori universitari in Germania, convocato per discutere le relazioni dell’Europa con il Medio Oriente e il Nord Africa: “Divenne presto chiaro che non sarebbe stato possibile apprendere nulla, perché non si poteva dire nulla”, racconta, aggiungendo che “parole pertinenti venivano immediatamente segnalate e contestate”. Esempi di queste parole erano “nazione”, “storia” e - la madre del politicamente scorretto - “cultura”, riguardo alla quale la maggior parte dei partecipanti riteneva avesse “troppe diverse connotazioni e troppa discordia riguardo al suo uso per poterla adoperare”.

 

Murray riassume così: “E così gli Europei vengono accusati per quello che sta loro succedendo, viene loro negato ogni legittimo modo di obiettare, e il punto di vista della maggioranza viene dipinto non solo come pericoloso, ma anche marginale”.

 

Tutto questo non può finire bene. Come dice Murray “ogni giorno il continente europeo non solo sta cambiando, ma sta anche perdendo la possibilità di un aggiustamento graduale in risposta al cambiamento”. Forse la maggioranza rinuncerà semplicemente alla propria opinione per sposare quella delle élite globaliste, basata sulla loro fede nel trionfo finale dell’ethos liberale e sul loro odio dei confini nazionali. Ma forse no. Potrebbe attenderci una potente reazione. Prevale la sensazione, scrive Murray, “che l’Europa è a poco più che a un attacco terroristico di distanza dal cambiare completamente le regole del gioco. E a quel punto gli europei potrebbero eleggere più o meno chiunque come loro arbitro”.

 

L’America non è ancora arrivata al livello dell’Europa per quanto riguarda il problema dell’immigrazione. Ma, se consideriamo la stima di 11 milioni di immigrati illegali nel paese e la stessa direzione delle élite che domina il dibattito, anche gli Stati Uniti arriveranno alla fine a un analogo punto di crisi, a meno che gli attuali trend non vengano modificati o capovolti. Vale la pena sottolineare che la percentuale di Americani nata fuori dal paese è vicina al record storico del 14% - come avvenne negli anni ’20, l’ultima volta in cui il paese ridusse sia il numero degli immigrati, sia le nazioni da cui essi potevano arrivare. Ecco quello che potrebbe esserci sotto l’elezione di Trump.

 

Ma l’Europa rimane una lezione bruciante per chiunque voglia seguirla con attenzione. Murray, dopo aver esaminato la direzione delle politiche applicate, il montare di una rabbia sempre più grande rivolta a queste politiche, e il disprezzo mostrato verso coloro che le contestano, conclude: “Dire che nel lungo periodo questa situazione preannuncia una catastrofe sociale è un eufemismo “.

 

 

 

14/07/17

Global Research - La crisi europea degli immigrati sta distruggendo la Svezia


  1. Come riporta Global Research, la crisi dell’immigrazione di massa in Europa sta mettendo alla corda i Paesi europei, a partire da chi – come la Svezia – ha accolto troppe persone. Gli studi più recenti rivelano che, perché gli immigrati vengano integrati nel tessuto produttivo di un Paese, occorrono dai cinque ai quindici anni. Un peso enorme che va a gravare sulle economie di Paesi già penalizzati dall’assurda austerità euro-indotta.


 

 

3 luglio 2017

 

 

Nel 2015, al culmine della crisi dei rifugiati, la Svezia ha accolto più immigrati per abitante di ogni altra nazione europea.


 

Ma poi il 7 aprile di quest’anno c'è stato un attacco terroristico, in cui un Uzbeco - a cui era stata respinta la richiesta di asilo – ha rubato e guidato un camion per il trasporto della birra contro una folla di cittadini che facevano acquisti. Il risultato: quattro persone uccise e altre 15 ferite. La Svezia ha da allora cambiato rapidamente la sua politica sui rifugiati, a causa dei crescenti problemi sociali interni.

 

Armstrong Economics ha potuto mettere gli occhi su un rapporto svedese trapelato, che arriva alla conclusione che la crisi dei rifugiati sta ormai dilaniando l’Europa. Il report rivela che il numero di aree ormai fuori dal controllo della legge nella sola Svezia ha raggiunto 61, in aumento rispetto alle 55 dello scorso anno.

 

L’articolo “La Svezia sull’orlo della crisi di legalità” dice:

 

“Il commissario nazionale della polizia svedese, Dan Eliasson, ha parlato alla televisione nazionale, chiedendo aiuto. Ha messo tutti in guardia perché le forze di polizia svedesi non riescono più a far rispettare la legge. I rifugiati sono talmente privi di rispetto che, se dovessero essere tagliati i soldi che vengono loro elargiti in cambio di nulla, la Svezia si ritroverebbe rapidamente nel caos totale. I rifugiati diventerebbero violenti e andrebbero a cercare tutto il possibile da altre parti. Quando la polizia si esprime così chiaramente e chiede aiuto, è evidente che c’è qualcosa di grosso che non va”.

 

Appena due mesi fa Magnus Ranstorp, il direttore delle ricerche sul terrorismo all’Università della difesa svedese, ha dichiarato che circa 12.000 persone a cui è stato rifiutato lo status di rifugiati sono sparite nel nulla. Ranstorp spiega quali sono le conseguenze del rifiutare l'asilo a coloro che lo richiedono, e quali implicazioni questo abbia per le leggi stesse –

 

“Dal momento che abbiamo una marea di gente che è arrivata, ma che non avrà il diritto di rimanere, questa cosa implica già che si verrà a creare un gruppo di persone che cercheranno di eludere le autorità. Diventeranno una popolazione - ombra, senza diritti. E questo alimenterà l’estremismo in molte direzioni diverse."

 

Ci sono già 150 siriani che sono tornati in Siria dalla Svezia, hanno combattuto e poi sono ritornati in Svezia. Dice Ranstorp:

 

“Gli estremisti in Svezia non incontrano resistenza. Il problema non è che i servizi di sicurezza o la polizia non stiano facendo il loro dovere. La ragione è che le leggi antiterrorismo sono difficili da applicare. [Per far condannare una persona] occorre in realtà provare che un crimine violento è stato commesso o sta per essere commesso. Non basta che sia appartenente all’ISIS”.

 

Più tardi, nel giugno 2016, la Svezia ha reso più dure le regole per gli immigrati richiedenti asilo, limitando coloro che possono chiedere una residenza permanente e rendendo più difficile il ricongiungimento dei genitori con i loro figli. Prima ancora la Svezia aveva introdotto controlli ai confini con i Paesi vicini per la prima volta negli ultimi 20 anni, chiedendo alla polizia di monitorare i treni e di rimandare indietro chi era privo di documenti validi. Secondo il sistema precedente, i richiedenti asilo potevano entrare liberamente nel Paese, indipendentemente dal possesso dei necessari documenti, come un passaporto.

 

Nel febbraio di quest’anno la BBC ha dato la notizia che la polizia svedese aveva avviato un’investigazione dopo che era scoppiata una rivolta in una periferia abitata in prevalenza da immigrati nella capitale, Stoccolma. I rivoltosi, alcuni dei quali avevano il volto coperto, hanno lanciato sassi, hanno incendiato automobili e saccheggiato negozi. Un poliziotto ha sparato ai rivoltosi che tiravano sassi contro la polizia. I disordini nella periferia Rinkeby sono scoppiati quando la polizia ha cercato di arrestare un sospettato di traffico di droga.

 

Le cose non vanno meglio in molte altre parti dell’Europa, comunque. Giù al Sud, come riporta l’Independent:

 

“L’Italia ha minacciato di chiudere I porti alle navi umanitarie che raccolgono i rifugiati, avendo raggiunto un “punto di saturazione”.

 

Il provvedimento è avvenuto nel pieno della rabbia per l'assenza di aiuto da parte dell’Europa nel momento in cui ospita 200.000 richiedenti asilo.

 

In Francia i discorsi favorevoli agli immigrati di Emmanuel Macron erano una cosa, ma la realtà è stata tutt'altra, mentre la crisi si intensifica. Gerard Collomb, il ministro dell’Interno di Macron, ha autorizzato il trasferimento di tre squadroni di polizia aggiuntivi nella regione di Calais. In un’intervista del 10 giugno sul Le Parisien, Collomb ha dichiarato che:

 

“La nostra priorità è che Calais e Dunkirk non rimangano luoghi di stazionamento e che non si ricostituiscano le 'giungle'".

 

OpenDemocracy descrive le condizioni di squallore, sporcizia e miseria dei campi profughi in Grecia, mentre i Paesi del mediterraneo, inclusa la Spagna, registrano un record di arrivo di immigrati. L’agenzia di migrazione delle Nazioni Unite ha reso noto che 8.863 immigrati sono stati salvati mentre cercavano di arrivare dalle coste della Libia tra il 24 e il 27 di giugno, mentre secondo un altro rapporto ce ne sono stati altri 10.000 in arrivo in soli tre giorni dell’ultima settimana di giugno.

 

Guardando all’Europa dell’Est, circa 13.000 immigrati sono ancora bloccati in Bulgaria, il paese più povero dell’Unione Europea. Nel tentativo di evitare attraversamenti illegali, il paese ha costruito una rete di protezione alle sue frontiere con la Turchia e ha rinforzato i controlli ai confini dopo che alcuni migranti rivoltosi si erano scontrati con la polizia. L’Ungaria e la Polonia si sono rifiutate di accogliere qualsiasi rifugiato sfidando davanti alla più alta corte UE le richieste di Bruxelles.

 

Secondo un sondaggio del British Social Attitudes (BSA)  pubblicato la scorsa settimana, la Brexit è stata il risultato dei timori diffusi riguardo al numero di persone che giungono in UK. La crisi dei rifugiati e degli immigrati dall’Europa ha finito col provocare il più grande scossone della storia moderna nel Regno Unito, e minaccia l’esistenza del progetto UE.

 

Per difendersi, la Ue sta ora spendendo decine di milioni nel tentativo di fermare gli immigrati e i rifugiati che lasciano la Libia. L’attuale guerra civile, causata dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla NATO, ha mandato in rovina il paese un tempo più prospero di tutta l’Africa. Ormai sono all’ordine del giorno resoconti di torture, violenze sessuali e uccisioni tra gli emigrati, che definiscono la situazione “l’inferno in terra”.

 

Una ricerca del gruppo americano Refugees International (RI) ha avvertito che il tentativo della UE di impedire alle barche di lasciare le coste della Libia – ormai il punto di partenza più utilizzato per dirigersi in Europa – potrebbe alimentare orribili abusi.

 

In pratica, la dicotomia è questa. L’Europa sta affrontando un grave calo nel tasso di nascite, e quindi ha bisogno dell’immigrazione per aumentare la popolazione in età da lavoro e aiutare la crescita. Gli immigrati che arrivano in queste circostanze non sono però abbastanza istruiti o non sanno parlare le varie lingue dell’UE, il che li rende nell’83% dei casi non impiegabili per almeno 5 – 10 anni secondo le più recenti statistiche della Germania, il Paese che ha accolto il più alto numero di immigrati/rifugiati negli ultimi anni.

 

Herbert Brucker dell’Istituto IAB per le ricerche sull’occupazione ha dichiarato che l’esperienza mostra che circa il 50% degli immigrati tende a trovare un lavoro solo dopo aver vissuto in Germania per cinque anni, la percentuale sale al 60% dopo 10 anni e al 70% dopo 15 anni.

 

Si tratta di un carico enorme per le economie dei Paesi che accolgono rifugiati, mentre vengono loro imposte misure di austerità da parte dei burocrati non eletti dell’Unione Europea. Non può certo stupire che l’opinione pubblica riguardo l’immigrazione di massa in Europa sia negativa, che abbia conseguenze politiche e che stia portando a disordini civili.