L’economista mainstream Marcello Minenna, sul quotidiano mainstream Wall Street Journal, spiega la disputa in corso tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano. Al centro della contesa stanno stime econometriche sulle quali, afferma Minenna, è più che probabile che il governo italiano abbia ragione. Bruxelles tende a sottostimare il potenziale di crescita di un’Italia che viene da anni di crisi con disoccupazione elevata. Tra queste stime ci colpisce, in particolare, il tasso di disoccupazione sotto il quale non dobbiamo scendere per non attivare pressioni inflazionistiche sui salari (NAWRU). Ma perché non possiamo tollerare pressioni inflazionistiche (specie se si tratta di far lavorare i disoccupati) ora che l'inflazione è decisamente sotto il due per cento? Minenna non lo dice, ma qui lo sappiamo, da anni: l’euro (come ogni cambio fisso) è insostenibile se economie diverse viaggiano a tassi di inflazione diversi.
di Marcello Minenna, 23 ottobre 2018
La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?
La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.
La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all'idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio "strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico - questo include sia la tendenza all'aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.
Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza - “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati - è la fonte dell’attuale controversia.
Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.
La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.
Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.
Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.
Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.
Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo - il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.
Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.
La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza.
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26/10/18
WSJ - Dietro la disputa tra Bruxelles e Roma. Come può la UE rifiutare una manovra che rispetta i parametri di Maastricht?
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14/11/17
WSJ - Segnali di pericolo dall'economia globale fanno riecheggiare la crisi finanziaria
Sul Wall Street Journal, in un articolo recentemente citato da Goofynomics, l'ex governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, descrive l'attuale situazione economica globale. Nonostante molti credano di trovarsi finalmente in una fase di autentica ripresa economica dopo una lunga crisi, la verità è che il livello di indebitamento - pubblico, ma soprattutto privato - oggi supera quello alla vigilia della crisi del 2007/2008. Chi oggi dorme sonni troppo tranquilli, quindi, rischia un brusco e spiacevole risveglio.
di Mervyn King, 24 settembre 2017
Un decennio fa si stava dipanando la crisi finanziaria globale. Un anno dopo il sistema bancario del mondo industrializzato era sull'orlo del crollo. Prima di questi eventi, dissi le seguenti parole durante una riunione di dirigenti d'azienda a Londra: "L'eccessivo indebitamento è il filo conduttore di molte crisi finanziarie del passato. Forse oggi siamo molto più furbi di quanto lo fossero stati i finanzieri del passato?"
Be', non lo siamo stati. L'eccesso di indebitamento si è dimostrato di nuovo il punto debole del nostro sistema finanziario. E non sembra che la saggezza segua un trend al rialzo.
Dopo un decennio qualcuno potrebbe aspettarsi che l'indebitamento si sia significativamente ridotto. Per la maggioranza delle grandi banche, questo in effetti è vero.
Va detto, però, che la situazione è all'opposto per gran parte del resto del sistema economico. Il debito totale rispetto al PIL, infatti, oggi è ancora più elevato di quanto lo fosse immediatamente prima della crisi. Alla fine del 2016, secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali, il debito delle famiglie e delle imprese ammontava, in rapporto al PIL, al 138%. Alla fine del 2007 il rapporto era del 115%. Nelle economie avanzate questo rapporto è stato in media del 195% alla fine dello scorso anno, rispetto al 183% della fine del 2007. Inoltre nella maggior parte dei paesi il debito pubblico è aumentato decisamente durante quel decennio.
Di conseguenza l'indebitamento nel mondo oggi è più elevato di quanto lo fosse all'inizio della crisi finanziaria.
Ciò significa forse che siamo di fronte a un'altra crisi finanziaria, stavolta localizzata non nel sistema bancario, ma nell'intera economia? Dopo un decennio perduto con una crescita ben al di sotto del potenziale di lungo termine, oggi ci sono segnali che l'economia mondiale si stia riprendendo. Le aziende e le famiglie sembrano sulla via del ritorno ad una crescita sostenuta. Le banche centrali sono ansiose di poter alzare i tassi di interesse a livelli più normali, sia per riequilibrare le economie che per creare lo spazio necessario per poter gestire meglio future, inaspettate crisi economiche.
Ma dopo 10 anni di relativa stagnazione potremmo trovarci davanti ad altri 10 anni di delusioni, a causa dell'unica legge immutabile dell'economia - la partita doppia contabile. Se il valore degli asset diminuisce, deve diminuire anche il valore totale delle passività.
Per le aziende e le banche, le proprie attività sono i futuri flussi di reddito scontati nel presente, mentre le proprie passività sono l'ammontare totale che devono restituire ai creditori (spesso debito a breve termine stabile in termini monetari), e il valore residuo delle azioni.
Pertanto, con il crescere dei tassi di interesse, il tasso di sconto aumenterà e il valore degli asset diminuirà rispetto alle rendite. Una stretta sul valore delle passività totale ricadrà inizialmente sul valore delle rispettive azioni, rendendo più difficile l'ottenimento di prestiti. Ma questo aumenterà anche la probabilità che alcune aziende e banche facciano default sui propri debiti. Abbiamo visto una serie di fallimenti in settori diversi dell'economia e in paesi diversi.
Fino a questo momento i tassi d'interesse straordinariamente bassi hanno implicato che molti debitori siano stati in gradi di continuare a onorare i propri debiti quando, in realtà, c'era ben poca possibilità che l'intero valore dei prestiti venisse restituito. Quando la Banca d'Inghilterra ha condotto il suo primo stress test sul sistema bancario britannico nel 2013, ci siamo accorti che le perdite attese sui prestiti sarebbero state molto più ampie rispetto alle previsioni dichiarate.
Tassi d'interesse insostenibilmente bassi nel lungo periodo hanno portato a uno squilibrio significativo nelle economie di tutto il mondo. Che sia l'eccesso di capacità di esportazioni della Germania o della Cina, o l'eccesso di investimenti nelle proprietà residenziali e commerciali negli USA e nel Regno Unito, ci sono ancora forti investimenti mal collocati che devono ancora essere cancellati.
L'aumento dei tassi di interesse rivelerà il vero stato dei bilanci, che finora è stato nascosto sotto leggi contabili che permettono di valutare i prestiti per la totalità del loro valore a patto che essi siano onorati nel momento presente. Vedremo la forza di ciò che l'economista Joseph Schumpeter definiva "distruzione creatrice", una parte inevitabile della crescita economica nelle economie capitaliste prospere. Questa forza oggi è necessaria per correggere l'insieme degli investimenti mal collocati a causa di segnali di mercato artificialmente alterati, come i tassi di cambio a valori inappropriati e i tassi di interesse eccessivamente bassi.
Come abbiamo già visto molto volte nel corso del secolo passato — dalla crisi finanziaria che ha anticipato la Prima Guerra Mondiale fino agli eventi del 2007/2008, i mercati spesso si svegliano e si accorgono della realtà della situazione all'ultimo momento, ed è per questo che eventi apparentemente piccoli innescano grandi cambiamenti nel "sentiment" dei mercati e nei valori degli asset. Pochi fallimenti indipendenti tra loro potrebbero portare ad una rivalutazione dell'intero indebitamento reale del sistema finanziario. Sebbene le banche siano meglio capitalizzate di quanto lo fossero 10 anni fa, sono ancora vulnerabili a una eventuale corsa agli sportelli.
E le banche estere sono ancora pesantemente dipendenti dal finanziamento a breve termine in dollari. Questo porterà a una crescente pressione sulla Federal Reserve affinché entri nei contratti swap. La Federal Reserve è comprensibilmente riluttante a impegnarsi in modo aperto e indefinito in cose di questo tipo. Pertanto i governi devono ripensare con attenzione la regolamentazione delle passività a breve termine denominate in dollari USA nelle loro banche.
Non possiamo sapere se il processo di sconto del debito arriverà, ora che emergiamo dagli eccessi della crisi finanziaria, a minare le normali forze che generano la crescita economica. Ci sarà abbondanza di opportunità di investimento per chi sarà capace di riconoscere le aziende e i settori in espansione, come ci sarà abbondanza di insidie per i poco avveduti che pensano che siamo semplicemente in una fase di ripresa economica dopo una fase bassa, sebbene inusualmente lunga, del ciclo economico. Nel corso del prossimo decennio il nostro viaggio economico ci condurrà attraverso una strada interessante quanto accidentata.
di Mervyn King, 24 settembre 2017
Un decennio fa si stava dipanando la crisi finanziaria globale. Un anno dopo il sistema bancario del mondo industrializzato era sull'orlo del crollo. Prima di questi eventi, dissi le seguenti parole durante una riunione di dirigenti d'azienda a Londra: "L'eccessivo indebitamento è il filo conduttore di molte crisi finanziarie del passato. Forse oggi siamo molto più furbi di quanto lo fossero stati i finanzieri del passato?"
Be', non lo siamo stati. L'eccesso di indebitamento si è dimostrato di nuovo il punto debole del nostro sistema finanziario. E non sembra che la saggezza segua un trend al rialzo.
Dopo un decennio qualcuno potrebbe aspettarsi che l'indebitamento si sia significativamente ridotto. Per la maggioranza delle grandi banche, questo in effetti è vero.
Va detto, però, che la situazione è all'opposto per gran parte del resto del sistema economico. Il debito totale rispetto al PIL, infatti, oggi è ancora più elevato di quanto lo fosse immediatamente prima della crisi. Alla fine del 2016, secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali, il debito delle famiglie e delle imprese ammontava, in rapporto al PIL, al 138%. Alla fine del 2007 il rapporto era del 115%. Nelle economie avanzate questo rapporto è stato in media del 195% alla fine dello scorso anno, rispetto al 183% della fine del 2007. Inoltre nella maggior parte dei paesi il debito pubblico è aumentato decisamente durante quel decennio.
Di conseguenza l'indebitamento nel mondo oggi è più elevato di quanto lo fosse all'inizio della crisi finanziaria.
Ciò significa forse che siamo di fronte a un'altra crisi finanziaria, stavolta localizzata non nel sistema bancario, ma nell'intera economia? Dopo un decennio perduto con una crescita ben al di sotto del potenziale di lungo termine, oggi ci sono segnali che l'economia mondiale si stia riprendendo. Le aziende e le famiglie sembrano sulla via del ritorno ad una crescita sostenuta. Le banche centrali sono ansiose di poter alzare i tassi di interesse a livelli più normali, sia per riequilibrare le economie che per creare lo spazio necessario per poter gestire meglio future, inaspettate crisi economiche.
Ma dopo 10 anni di relativa stagnazione potremmo trovarci davanti ad altri 10 anni di delusioni, a causa dell'unica legge immutabile dell'economia - la partita doppia contabile. Se il valore degli asset diminuisce, deve diminuire anche il valore totale delle passività.
Per le aziende e le banche, le proprie attività sono i futuri flussi di reddito scontati nel presente, mentre le proprie passività sono l'ammontare totale che devono restituire ai creditori (spesso debito a breve termine stabile in termini monetari), e il valore residuo delle azioni.
Pertanto, con il crescere dei tassi di interesse, il tasso di sconto aumenterà e il valore degli asset diminuirà rispetto alle rendite. Una stretta sul valore delle passività totale ricadrà inizialmente sul valore delle rispettive azioni, rendendo più difficile l'ottenimento di prestiti. Ma questo aumenterà anche la probabilità che alcune aziende e banche facciano default sui propri debiti. Abbiamo visto una serie di fallimenti in settori diversi dell'economia e in paesi diversi.
Fino a questo momento i tassi d'interesse straordinariamente bassi hanno implicato che molti debitori siano stati in gradi di continuare a onorare i propri debiti quando, in realtà, c'era ben poca possibilità che l'intero valore dei prestiti venisse restituito. Quando la Banca d'Inghilterra ha condotto il suo primo stress test sul sistema bancario britannico nel 2013, ci siamo accorti che le perdite attese sui prestiti sarebbero state molto più ampie rispetto alle previsioni dichiarate.
Tassi d'interesse insostenibilmente bassi nel lungo periodo hanno portato a uno squilibrio significativo nelle economie di tutto il mondo. Che sia l'eccesso di capacità di esportazioni della Germania o della Cina, o l'eccesso di investimenti nelle proprietà residenziali e commerciali negli USA e nel Regno Unito, ci sono ancora forti investimenti mal collocati che devono ancora essere cancellati.
L'aumento dei tassi di interesse rivelerà il vero stato dei bilanci, che finora è stato nascosto sotto leggi contabili che permettono di valutare i prestiti per la totalità del loro valore a patto che essi siano onorati nel momento presente. Vedremo la forza di ciò che l'economista Joseph Schumpeter definiva "distruzione creatrice", una parte inevitabile della crescita economica nelle economie capitaliste prospere. Questa forza oggi è necessaria per correggere l'insieme degli investimenti mal collocati a causa di segnali di mercato artificialmente alterati, come i tassi di cambio a valori inappropriati e i tassi di interesse eccessivamente bassi.
Come abbiamo già visto molto volte nel corso del secolo passato — dalla crisi finanziaria che ha anticipato la Prima Guerra Mondiale fino agli eventi del 2007/2008, i mercati spesso si svegliano e si accorgono della realtà della situazione all'ultimo momento, ed è per questo che eventi apparentemente piccoli innescano grandi cambiamenti nel "sentiment" dei mercati e nei valori degli asset. Pochi fallimenti indipendenti tra loro potrebbero portare ad una rivalutazione dell'intero indebitamento reale del sistema finanziario. Sebbene le banche siano meglio capitalizzate di quanto lo fossero 10 anni fa, sono ancora vulnerabili a una eventuale corsa agli sportelli.
E le banche estere sono ancora pesantemente dipendenti dal finanziamento a breve termine in dollari. Questo porterà a una crescente pressione sulla Federal Reserve affinché entri nei contratti swap. La Federal Reserve è comprensibilmente riluttante a impegnarsi in modo aperto e indefinito in cose di questo tipo. Pertanto i governi devono ripensare con attenzione la regolamentazione delle passività a breve termine denominate in dollari USA nelle loro banche.
Non possiamo sapere se il processo di sconto del debito arriverà, ora che emergiamo dagli eccessi della crisi finanziaria, a minare le normali forze che generano la crescita economica. Ci sarà abbondanza di opportunità di investimento per chi sarà capace di riconoscere le aziende e i settori in espansione, come ci sarà abbondanza di insidie per i poco avveduti che pensano che siamo semplicemente in una fase di ripresa economica dopo una fase bassa, sebbene inusualmente lunga, del ciclo economico. Nel corso del prossimo decennio il nostro viaggio economico ci condurrà attraverso una strada interessante quanto accidentata.
19/09/14
WSJ: Il Debito Italiano in Crescita Incombe sull'Economia Europea e su quella Globale
Riportiamo l'articolo del Wall Street Journal con i grafici e le previsioni del FMI sulla crescita esponenziale del debito italiano. Se teniamo presente che il FMI ha sempre sottovalutato i danni delle terribili politiche che raccomanda e che i governi collaborazionisti continuano a seguire - controproducenti per il paese ma assai favorevoli a chi ha interesse ad appropriarsi delle nostre imprese e delle nostre risorse - vuol dire che siamo vicini alla fine. Come ricordano Eichengreen e Panizza, le previsioni sono in realtà ancora peggiori.
Infine raccomandiamo la lettura su Kappa di Picche di uno studio a puntate molto ben documentato sugli effetti deleteri che ricadono su chi tenta di seguire le politiche del Fondo, tratto dalla storia recente.
WSJ - Giovedì
il Fondo Monetario
Internazionale ha
tagliato nuovamente il suo outlook per
il Belpaese,
prevedendo
per
quest'anno una
contrazione dello 0,1% invece che
una
crescita dello 0,3%. Ciò significa il terzo anno consecutivo di
contrazione.
15/12/13
WSJ: In Ottobre la produzione industriale dell'Eurozona cala bruscamente
Devono essersi raffreddati in fretta gli entusiasmi estivi di chi dava la crisi ormai per superata. Il Wall Street Journal divulga e commenta gli ultimi dati impietosi sulla produzione industriale dell'eurozona, che torna nettamente in calo. Dunque, tanto rumore per nulla, mentre neanche i tassi d'interesse della BCE ai minimi sembrano efficaci.
(Intanto l'Irlanda, modello di successo secondo alcuni, nonostante aiuti internazionali per oltre un terzo del suo PIL, vede la produzione industriale crollare di ben l'11,6% nota il Telegraph.)
(Intanto l'Irlanda, modello di successo secondo alcuni, nonostante aiuti internazionali per oltre un terzo del suo PIL, vede la produzione industriale crollare di ben l'11,6% nota il Telegraph.)
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| Immagine postata dal Telegraph. |
di Paul Hannon
12 dicembre 2013
In ottobre la produzione industriale nei 17 paesi che condividono l'euro è caduta bruscamente, e ciò solleva nuovi dubbi sulla sostenibilità di un ritorno alla crescita da parte dell'area della moneta unica.
L'agenzia statistica dell'Unione Europea afferma che la produzione industriale è stata inferiore dell'1,1% rispetto a settembre, il che significa il secondo mese consecutivo di declino e la caduta più brusca dal settembre 2012. Il calo riguarda gran parte dell'area della moneta unica, e solamente Italia ed Estonia hanno registrato aumenti nella produzione.
01/11/13
WSJ: Gli USA attaccano le politiche economiche della Germania
Il Wall Street Journal commenta la notizia del giorno. Il governo degli Stati Uniti finalmente rompe gli indugi e critica apertis verbis le politiche economiche della Germania, colpevoli di deprimere l'eurozona e ostacolare l'economia globale. (Qui i passaggi principali del report originale tradotti da scenarieconomici.it e qui il NYT che rincara la dose)
Ora che lo hanno detto loro, quanto ci metteranno tutti gli altri ad accodarsi?
(Ma nel frattempo Berlino ha reagito (qui in italiano) definendo le critiche USA "incomprensibili"!...e il FMI ha già risposto scegliendo ovviamente da che parte stare, hat tip a @francelenzi)
Ora che lo hanno detto loro, quanto ci metteranno tutti gli altri ad accodarsi?
(Ma nel frattempo Berlino ha reagito (qui in italiano) definendo le critiche USA "incomprensibili"!...e il FMI ha già risposto scegliendo ovviamente da che parte stare, hat tip a @francelenzi)
di Ian Talley e Jeffrey Sparshott
aggiornato il 31 ottobre 2013, ore 4:15 am
Usando un linguaggio insolitamente tagliente, questo mercoledì gli Stati Uniti hanno apertamente criticato le politiche economiche della Germania e accusato la maggiore potenza dell'eurozona di deprimere i paesi vicini nonché il resto dell'economia mondiale.
Nel suo report semestrale sulle valute, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha identificato nel modello di crescita tedesco orientato alle esportazioni il maggiore reponsabile della debolezza della ripresa dell'insieme dei 17 paesi che hanno la moneta unica.
Tra i "punti chiave" del report, gli USA hanno menzionato la Germania ancor prima del loro tradizionale bersaglio, la Cina, e prima dell'altro paese recentemente considerato tra quelli più problematici, il Giappone.
20/09/13
WSJ: Precipita la produzione industriale nell’Euro-Zona
Dal Wall Street Journal un commento sugli ultimi dati della produzione industriale di Eurostat...ma non era una ripresa? (Ci scusi ancora, Mr. Schauble)
I valori sono i più bassi da Aprile 2010
Traduzione di Malachia Paperoga
La produzione industriale dell’eurozona in luglio è crollata bruscamente, fino a toccare i livelli minimi degli ultimi 3 anni, sollevando dubbi sulla capacità dell’unione monetaria di mantenere in vita una ripresa già molto fragile.
31/07/13
L'Economia Olandese fa acqua e va incontro alla stagnazione
Il Wall Street Journal pubblica un articolo a tinte fosche sulla deriva della "rigorosa" Olanda rispetto all'Europa "core". Già in aprile avevamo riportato il grido d'allarme dello Spiegel sullo scoppio della bolla immobiliare e il peso dell'enorme debito privato. Ma intanto il governo procede con l'austerità, aggravando ulteriormente la crisi.
Traduzione di Henry Tougha
L’Olanda è nella sua terza recessione dal 2009
di Maarten
Van Tartwijk e Làra Hilmarsdòttir
AMSTERDAM—L'Albert Cuyp Market, famoso per la sua offerta di abbigliamento a basso costo e cibi
esotici, è uno dei mercati più affollati dell'Olanda.
Ma sebbene continui ancora ad attirare un sacco di clienti, questi sono sempre più attenti a come
spendono i loro soldi, dice Nicolas Steur, un pescivendolo 50-enne. I
ricavi della sua bancarella, dove vende merluzzo fresco, aringhe crude e altri tipi di
pesce, sono crollati del 20% rispetto a quattro anni fa.
07/07/13
Come si esce dall'Euro - Wall Street Journal
Il Wall Street Journal pubblica un articolo che spiega una buona strategia di uscita dall'euro, prendendo come esempio la Grecia, ma specificando che potrebbe valere per qualsiasi altro paese.
Il punto nodale è capire che, anche se il ritorno alla moneta nazionale non è di per sè la soluzione a tutti i mali, non è quella catastrofe che si vorrebbe far credere.
Il punto nodale è capire che, anche se il ritorno alla moneta nazionale non è di per sè la soluzione a tutti i mali, non è quella catastrofe che si vorrebbe far credere.
Traduzione di Henry Tougha
Come si esce dall'Eurodi ROSS MCLEOD
Abbandonare la moneta unica non deve necessariamente diventare un inferno.
L'Eurozona di questi tempi è piena di paesi duramente colpiti e in modo quasi isterico viene accolta l'idea che la miglior strada da percorrere per questi paesi sia di andarsene dal blocco monetario.
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