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17/09/21

WSJ - Gli obblighi in materia di vaccini non possono fermare la diffusione della Covid

 


Un articolo sull'autorevole Wall Street Journal riporta delle ottime riflessioni sulle politiche basate sull'obbligo vaccinale, diretto o indiretto, che gli Stati continuano a promuovere come unica possibilità per fermare la diffusione del virus.  Nonostante il susseguirsi di dati e di una notevole mole di studi scientifici sulla trasmissione del virus, sulla efficacia dei vaccini ridotta nel tempo e sulla reale efficacia di molte terapie, tutto questo non sembra influenzare una politica sanitaria monolitica in senso coercitivo, già decisa a monte, che si mostra disconnessa e programmata verso obiettivi irraggiungibili.     

 

di Joseph A. Ladapo, 16 set 2021

 

La coercizione non funzionerà, perché gli asintomatici possono trasmettere l'infezione


La pandemia di Covid-19 ha stimolato un numero notevole di ricerche scientifiche, ma tutta questa conoscenza non si sta traducendo in una migliore politica pubblica. Un esempio è la zelante promozione delle mascherine da indossare in pubblico, una misura che ha avuto, nella migliore delle ipotesi, un effetto modesto sulla trasmissione virale. Oppure i lockdown, che la ricerca ha dimostrato aumentare il numero totale dei decessi, ma che vengono comunque considerati una soluzione accettabile. Questa disconnessione intellettuale ora si estende agli obblighi in materia di vaccino contro la Covid-19. La politica dell'obbligo è promossa come essenziale per fermare la diffusione della Covid-19, anche se le prove suggeriscono che non è così.

Gli obblighi violano l'autonomia personale, e possono portare a conflitti politici e conseguenze indesiderate, anche se in alcune situazioni possono avere un valore. In generale, tuttavia, una politica saggia rispetta il valore intrinseco dell'autonomia personale e cerca la via meno gravosa per ottenere dei vantaggi sociali.

L'argomento più comune per l’obbligo in materia di vaccini è che non si ha il diritto di infettare gli altri. Ma i contagi sono in parte provocati dalla diffusione asintomatica e presintomatica: persone che non sanno nemmeno di essere infette. Non è funzionale punire gli adulti che non hanno sintomi. Questo è il motivo per cui altre malattie che possono essere trasmesse da persone asintomatiche, come l'influenza, l'herpes genitale e l'epatite C, vengono combattute con politiche come le vaccinazioni volontarie, i protocolli di screening per le malattie sessualmente trasmissibili e i programmi di scambio di siringhe pulite per i consumatori di droghe per via endovenosa. Medici e funzionari della sanità pubblica normalmente comprendevano che fermare la diffusione di solito non è funzionale.

E c’è anche un altro problema: i vaccini riducono, ma non impediscono la trasmissione. Sulla base di un ampio studio condotto su oltre 300.000 persone nel Regno Unito, la protezione dalle infezioni sembra diminuire nel tempo, in modo più evidente dopo tre o quattro mesi. Come dimostrano gli studi clinici negli Stati Uniti, in Israele e in Qatar – e molti americani possono ora attestarlo personalmente – ci sono prove evidenti che le persone vaccinate possono sia contrarre che contribuire alla diffusione della Covid-19.

Questa tendenza è stata esacerbata dalla variante Delta. I dati mostrano che, secondo un recente rapporto del CDC, dopo l'emergere della variante Delta l'efficacia del vaccino per la protezione dalle infezioni è scesa da circa il 91% al 66%. I dati provenienti da Israele mostrano che per alcuni pazienti i tassi di protezione sono scesi a meno del 40%, anche se i dati mostrano ancora che i vaccinati contro la Covid-19 hanno meno probabilità di contrarre l'infezione rispetto ai non vaccinati. E le persone che sono guarite dalla Covid-19 sembrano avere la massima protezione rispetto a tutti gli altri.

Ma queste realtà non influenzano la politica sui vaccini. Quando il governatore di New York Kathy Hochul ha discusso dell'estensione dell’obbligo vaccinale nelle strutture dei servizi pubblici, ha detto: "Dobbiamo far sapere alle persone che quando entrano nelle nostre strutture le persone che si prendono cura di loro" sono "sane e non diffonderanno il virus". In effetti, i dati dicono che possono diffonderlo e lo diffonderanno.

La buona notizia è che i vaccini continuano a offrire una protezione significativa contro la malattia grave da Covid-19. Quindi la risposta di molti sostenitori del vaccino è stata quella di promuovere i richiami, e i limitati dati disponibili ancora non tengono il passo con la velocità delle somministrazioni della terza dose. La realtà è che un approccio più funzionale alla gestione della Covid richiede una serie diversificata di strategie, compreso l'utilizzo di terapie ambulatoriali.

Gli anticorpi monoclonali sono ancora usati di rado, nonostante l'evidenza mostri una sostanziale riduzione del rischio di ospedalizzazione. Le ragioni non sono molto comprensibili, ma molti pazienti e medici potrebbero ancora non essere consapevoli della loro disponibilità.

Vi sono prove crescenti dell'efficacia dell'antidepressivo fluvoxamina, sulla base dei risultati di un recente e ampio studio clinico attualmente in fase di revisione paritaria che ha riscontrato una riduzione del 30% del rischio di ospedalizzazione. Anche uno studio clinico più ridotto sulla fluvoxamina pubblicato sul Journal of the American Medical Association ha riscontrato dei benefici.

Altri farmaci come l'idrossiclorochina e l'ivermectina, che i funzionari della sanità sembrano determinati a ignorare, sono, in realtà, una questione irrisolta. Gli studi clinici controllati hanno prodotto risultati contrastanti, ma molti medici con una notevole esperienza nel trattamento di pazienti con Covid-19, compresi i membri del gruppo Early COVID Care Experts, hanno riportato bassi tassi di ospedalizzazione e di decessi durante l'utilizzo di queste terapie. Alcune di queste coorti di pazienti sono ampie e gli studi sono stati pubblicati su riviste peer-reviewed, come uno studio su 717 pazienti ambulatoriali pubblicato su Travel Medicine and Infectious Disease.

L’obbligo in materia di vaccini non può porre fine alla diffusione del virus, poiché l'efficacia del vaccino diminuisce ed emergono nuove varianti. Quindi come può essere questa una politica sensata? È ragionevole spedire decine di milioni di persone a fare un numero indeterminato di richiami e minacciarli della perdita del lavoro, se non è chiaro che altre dosi fermeranno la diffusione?

L'approccio ragionevole, basato sui dati disponibili, è quello di promuovere i vaccini allo scopo di prevenire la malattia grave. Non c’è bisogno di un obbligo per questo: gli adulti possono prendere le proprie decisioni. Ma gli obblighi prolungheranno i conflitti politici sulla Covid-19 e rappresentano una strategia sempre più insostenibile, progettata per raggiungere un obiettivo irraggiungibile.

 

Il dottor Ladapo è professore associato presso la David Geffen School of Medicine dell'UCLA.

 

 

 

03/08/21

WSJ - Le fragili prove dietro la spinta del CDC a vaccinare i bambini


Sul Wall Stree Journal Marty Makary, medico, scrittore e professore alla John Opkins School of Medicine, discute la metodologia approssimativa utilizzata dalla CDC americana per raccogliere i dati sulla base dei quali la politica sollecita la vaccinazione ai bambini e adolescenti. Nonostante i grandi mezzi di cui dispone, la CDC non è in grado di offrire alle autorità i dati precisi che sarebbero indispensabili per fare le giuste scelte, e stranamente se i dati dei ricoveri e decessi per Covid sono sistematicamente sovrastimati, per quelli sulle reazioni avverse avviene il contrario,  facendo sponda a quei funzionari e politici il cui obiettivo è vaccinare tutti, a prescindere.   


di Marty Makary, 19 luglio 2021


Un numero enorme di politiche governative e di interventi dei privati che interessano i bambini si basa su un numero: 335. Questo è il numero di ragazzi sotto i 18 anni che sono morti con una diagnosi di Covid, secondo i Centers for Disease Control and Prevention. Eppure il CDC, che ha 21.000 dipendenti, non ha espreso in esame i singoli casi di decesso per scoprire se fosse causato da Covid o se risultasse implicata una condizione medica preesistente.

Senza disporre di.questi dati, il Comitato consultivo del CDC sulle pratiche di immunizzazione ha deciso a maggio che, per tutti i bambini dai 12 ai 15 anni, i benefici di due dosi di vaccinazione superano i rischi Ho scritto centinaia di studi nel campo della medicina sottoposti a peer review e non mi viene in mente nessun editore di rivista scientifica che accetterebbe l'affermazione che 335 decessi sono stati causati da un virus, senza dati che indichino se il virus sia accidentale o causale, e senza un'analisi dei fattori di rischio rilevanti, come l'obesità.

Il mio team di ricerca presso la Johns Hopkins ha lavorato con l'organizzazione no profit FAIR Health per analizzare circa 48.000 bambini sotto i 18 anni con diagnosi di Covid nei dati dell'assicurazione sanitaria, da aprile ad agosto 2020. Il nostro rapporto ha rilevato un tasso di mortalità pari a zero tra i bambini senza una condizione medica preesistente, come la leucemia. Se questa tendenza si mantiene, ha implicazioni significative per i bambini sani e per capire se abbiano veramente bisogno di due dosi di vaccino. La National Education Association ha aperto un dibattito sul fatto se sia opportuno sollecitare le scuole a richiedere la vaccinazione prima di tornare a scuola in presenza. Come possono, loro o chiunque altro, discutere la questione senza avere i dati giusti?

Nel frattempo, abbiamo già visto negli Stati Uniti numeri di morti di Covid gonfiati, poi rivisti al ribasso. Il mese scorso la contea di Alameda, in California, ha ridotto il bilancio delle vittime di Covid del 25% dopo che i funzionari statali della sanità pubblica hanno insistito sul fatto che i decessi venissero attribuiti al Covid solo nel caso che il virus fosse stato un fattore diretto o una concausa.

Le organizzazioni e i politici che hanno l’intento di vaccinare ogni singolo americano vivente stanno seguendo il CDC senza comprendere i limiti della sua metodologia. La direttrice del CDC Rochelle Walensky ha affermato che vaccinare un milione di adolescenti consentirebbe di prevenire 200 ricoveri e un decesso in quattro mesi. Ma il report sui ricoveri ospedalieri per Covid degli adolescenti sul sito web dell'agenzia federale, come il conteggio dei decessi, non distingue se un bambino è ricoverato per Covid o con Covid. Il successivo Morbidity and Mortality Weekly Report ha poi rivelato che il 45,7% dei ragazzi "è stato ricoverato in ospedale per motivi che potrebbero non essere stati principalmente correlati" al Covid-19.

Gli ospedali testano regolarmente i pazienti ricoverati per altri problemi, anche se non c'è motivo di sospettare che abbiano il Covid. Un bambino asintomatico che risulta positivo dopo essere stato ferito in un incidente in bicicletta sarebbe conteggiato come un "ricovero per Covid".

Il CDC probabilmente non acquisisce in maniera corretta nemmeno i dati sulle complicanze del vaccino. L'analisi rischi-benefici del CDC per la vaccinazione di tutti i bambini ha utilizzato tassi di complicanze estrapolati dal database del sistema di segnalazione degli eventi avversi del vaccino, noto come Vaers, che contiene dati grezzi e riferiti spontaneamente su base volontaria, che non sono verificati e con ogni probabilità sottostimano gli eventi avversi. Il CDC o la Food and Drug Administration dovrebbero attivare rapidamente i medici in una ricerca su ciascuna delle migliaia di complicanze da vaccino segnalate a Vaers.

Le autorità dovrebbero anche considerare se una singola dose di vaccino sia l'opzione più sicura per i bambini sani. I ricercatori dell'Università di Tel Aviv hanno riferito che nei bambini dai 12 ai 15 anni una singola dose del vaccino Pfizer è efficace al 100% contro l'infezione. Non solo il CDC si è rifiutato di esaminare la possibilità di un regime a una dose per i minori; ma l'epidemiologo di Harvard Martin Kulldorff mi ha detto di essere stato espulso dal gruppo di lavoro del comitato consultivo sulla sicurezza dei vaccini contro il Covid dopo aver espresso un'opinione dissenziente.

Le scarse prestazioni del CDC non si limitano ai bambini o alla sicurezza dei vaccini. All'inizio della pandemia il CDC ci ha lasciato andare tutti alla cieca non segnalando le condizioni mediche di coloro che erano morti di Covid. La raccolta tempestiva di queste informazioni avrebbe reso più facile proteggere i residenti nelle case di cura e i pazienti con insufficienza renale o diabete. C'è voluto fino a marzo 2021 perché il CDC riferisse che il 78% dei ricoveri per Covid era tra pazienti in sovrappeso o obesi.

La cosa più sorprendente è che il CDC non ha mai raccolto né riportato sistematicamente l'indicatore n. 1 della pandemia: i nuovi ricoveri giornalieri per malattia Covid. Invece, il CDC rende disponibile l'indicatore ritardato dei ricoveri per chi risulta positivo al Covid.

I dati del CDC sui tassi di immunità naturale sono altrettanto insoddisfacenti. Il CDC riporta questa misura sul proprio sito Web in maniera frammentaria, con dati obsoleti, e per alcuni stati nell’elenco è indicato "nessun dato disponibile". La bassa priorità data a questo indicatore è coerente con il modo in cui i funzionari della sanità pubblica hanno minimizzato e ignorato l'immunità naturale nel loro tentativo di vaccinare tutti.

Date le enormi risorse del CDC e della FDA, che insieme impiegano 39.000 persone, queste agenzie dovrebbero essere in grado di riportare le statistiche necessarie per prendere decisioni politiche informate. Se i dati sono incompleti o errati, lo saranno anche le decisioni conseguenti. Potrebbe anche essere che per i bambini sani i benefici del vaccino superino i rischi, ma il governo non dovrebbe cercare di spingere a questa conclusione basandosi su dati errati.

 

Il dottor Makary è professore alla Johns Hopkins School of Medicine, alla Bloomberg School of Public Health e alla Carey Business School. È autore di “The Price We Pay: What Broke American Health Care—and How to Fix It.”

 

01/07/21

WSJ - Una Commissione d’inchiesta sulla Covid di cui gli americani possano fidarsi

Martin Kulldorff e Jay Bhattacharya, due eminenti scienziati firmatari della Great Barrington Declaration, scrivono sul Wall Street Journal per chiedere che sia fatto il primo passo necessario a ricostruire quella fiducia nella scienza e negli esperti che la gestione della pandemia ha fortemente compromesso: l'istituzione di una commissione d'inchiesta libera da conflitti di interesse e che indaghi a fondo su tutti gli aspetti più critici.




di Martin Kulldorff*e Jay Bhattacharya**, 27 giugno 2021

Il Paese ha perso fiducia negli esperti, ma una revisione approfondita e libera da conflitti di interesse potrebbe essere utile.

 

La pandemia sta finendo, ma quanti americani pensano che l'approccio statunitense abbia avuto successo? Più di 600.000 americani sono morti di Covid e i lockdown hanno portato a ingenti danni collaterali. La fiducia nella scienza è stata erosa e il danno non sarà limitato all'epidemiologia, alla virologia e alla salute pubblica. Sfortunatamente, anche gli scienziati di altri campi dovranno fare i conti con le conseguenze di ciò, oncologi, fisici, informatici, ingegneri ambientali e persino economisti .

Il primo passo per ripristinare la fiducia del pubblico negli esperti è una valutazione onesta e completa della risposta nazionale alla pandemia. I Senatori Bob Menendez (D., NJ) e Susan Collins (R., Maine) hanno presentato un disegno di legge per istituire una commissione Covid che indaghi sulle origini del virus, la risposta tempestiva all'epidemia e le questioni di equità nell’impatto della malattia. Anche le fondazioni private stanno pianificando una commissione di questo tipo.


Affinché una commissione sia credibile, deve essere ampia, sia nei suoi obiettivi che nella sua composizione. I membri non possono avere conflitti di interesse. Se il pubblico percepisce che la commissione è un tentativo di copertura, la sfiducia nella comunità scientifica ne risulterà ulteriormente compromessa. Una commissione deve considerare quattro principali aree della strategia USA sulla pandemia:

 

• Misure di sanità pubblica, compresa la chiusura di scuole, aziende, sport, funzioni religiose ed eventi culturali; altre forme di distanziamento fisico; protezione delle case di cura; mascherine; test; tracciamento dei contatti; conteggio dei casi; accertamento delle cause di morte; diminuzione delle cure mediche; pagamenti dell’assistenza sanitaria agli ospedali e molto altro ancora.

 

• Il trattamento dei pazienti Covid, inclusi profilassi, terapie, ventilatori, cure ospedaliere e affollamento dei reparti; disparità etniche e di reddito; una valutazione delle agenzie federali responsabili del finanziamento della ricerca sui trattamenti.

 

• Vaccini, compreso il loro sviluppo e approvazione; monitoraggio della sicurezza dei vaccini; priorità dei pazienti; passaporti vaccinali; e le cause della crescente esitazione vaccinale.

 

• Il confronto delle idee e la censura del dibattito scientifico, compreso il procedimento di pubblicazione sulle riviste, la censura da parte delle società tecnologiche, l'interferenza politica e la calunnia e diffamazione all'interno della comunità scientifica.

 

Come parte del suo mandato, la Covid Response Commission dovrà valutare sia gli esiti della Covid sia i danni collaterali alla salute pubblica, inclusi lo screening ritardato del cancro, il peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari e il deterioramento della salute mentale, solo per citarne alcuni. Occorrerà considerare anche i risultati positivi.

 

La Covid Response Commission non dovrebbe occuparsi dell'origine del virus, questione che è meglio riservare ad altri organi investigativi e che distoglierebbe dalle altre questioni da valutare. Le origini del virus non sono rilevanti per il modo in cui gli Stati Uniti hanno gestito la pandemia all’interno del paese.

 

Nella commissione non dovrebbe esserci prevalenza di virologi, immunologi ed epidemiologi. Dovrebbe essere composta da esperti che abbiano una visione più ampia della salute pubblica e della politica sanitaria, compresi gli esperti in oncologia, malattie cardiovascolari, medicina geriatrica e pediatrica, psicologia, psichiatria, istruzione e molto altro. I pazienti dovrebbero essere rappresentati, così come le persone che sono state danneggiate dai lockdown, inclusi artisti, proprietari di piccole imprese, studenti e clero.

 

La commissione dovrebbe applicare regole rigorose per garantire che i membri non abbiano conflitti di interesse. Ad esempio, dovrebbe essere vietato che coloro i quali hanno contribuito a elaborare le politiche contro la pandemia possano valutare se stessi.

 

Questi i criteri di esclusione da noi suggeriti, applicati a chiunque sia coinvolto nella pianificazione della commissione o nella sua composizione formale: deve essere escluso chiunque riceva stipendi o onorari, finanziamenti per la ricerca o partecipazioni da qualsiasi compagnia farmaceutica, produttore di vaccini o azienda coinvolta nella produzione per la Covid come ventilatori, test , mascherine o protettivi vari. Nessun funzionario federale o statale della sanità pubblica, né scienziati pagati per consulenze alla Casa Bianca o ai governatori sulle politiche Covid, né qualunque perito retribuito in casi giudiziari relativi alla Covid dovrebbe essere autorizzato a partecipare.

 

Devono inoltre essere esclusi: coloro che hanno lavorato con le società tecnologiche o altre società sulla censura; scienziati che pubblicamente hanno insultato altri scienziati; e coloro che ne hanno richiesto la censura o la esclusione. Facebook, ad esempio, ha esternalizzato alcune delle sue decisioni a HealthfFeedback.org, che impiega un gruppo di scienziati pro-lockdown per valutare le affermazioni di altri scienziati. In un caso, il gruppo ha suggerito a Facebook di censurare l'editoriale di febbraio del Wall Street Journal di Martin Makary, che prevedeva correttamente lo sviluppo dell'immunità della popolazione negli Stati Uniti.

 

I consigli non retribuiti o le opinioni espresse sulla risposta alla pandemia non dovrebbero squalificare nessuno dalla partecipazione alla commissione. In effetti, il comitato deve comprendere membri che abbiano espresso opinioni diverse, compresi quelli che si sono espressi contro i lockdown e che hanno sostenuto altri trattamenti e diverse raccomandazioni sui vaccini. Tutte le discussoni della  Covid Response Commission dovrebbero essere pubbliche.

 

Per la salute della scienza e del Paese, abbiamo bisogno di una valutazione onesta e approfondita delle politiche Covid, che non possa essere liquidata come una operazione di copertura, come quelle dell'Organizzazione mondiale della sanità. I vaccini sono una storia di successo, ma la scienza ha perso molto lustro durante la pandemia. La scienza fallirà nella sua importante missione se non godrà la fiducia di tutta la società.

 

*Martin Kulldorff, biostatistico ed epidemiologo, è professore alla Harvard Medical School.

**Jay Bhattacharya, medico ed economista, è professore alla Stanford Medical School.

 

14/03/21

Lockdown: non ne è valsa la pena


Come ha sottolineato il Sen. Bagnai sul suo canale Telegram, dove ha segnalato l'articolo del Wall Street Journal, questa è solo un'opinione; infatti è un articolo firmato da un filosofo che non riporta rigorosi dati a sostegno delle sue considerazioni. E comunque queste opinioni, soprattutto negli USA, dove già in diversi Stati le misure restrittive obbligatorie anti-Covid sono state abolite, si stanno sempre più diffondendo. A questo punto, come sostiene l'autore, solo una seria analisi costi-benefici potrebbe convincere i cittadini della reale necessità di queste inedite limitazioni alla loro libertà. Ma forse non è un caso che queste analisi non vengano fatte... 

C'è una ragione per cui nessun governo ha effettuato un'analisi costi-benefici: la politica dei lockdown fallirebbe sicuramente.

 

di Philippe Lemoine

11 Marzo 2021

 

Il governatore del Texas Greg Abbott ha annunciato la scorsa settimana che il suo stato sta ponendo fine all’obbligo di portare le mascherine e ai limiti alle attività aziendali. Benché i democratici e molti funzionari della sanità pubblica abbiano denunciato la misura, ormai molti dati dimostrano che i benefici di rigorose misure restrittive non valgono i costi che esse comportano.

Non è sempre stato così. Un anno fa ho pubblicamente sostenuto le chiusure perché, dato che all'epoca si sapeva ben poco sul virus e sui suoi effetti, sembravano misure prudenti. Ma bloccare la società è diventata l'opzione di default dei governi di tutto il mondo, senza riguardo ai costi.

A più di un anno dall'inizio della pandemia, sia in Europa che negli Stati Uniti è in corso la vaccinazione, ma su entrambe le sponde dell'Atlantico sono ancora in vigore severe restrizioni. Germania, Irlanda e Regno Unito sono ancora bloccati e la Francia da due mesi è in coprifuoco dalle 18:00, coprifuoco che il governo francese dice durerà per almeno altre quattro settimane. In molti stati degli Stati Uniti, la scuola in presenza è ancora rara.

In questo periodo dell'anno scorso non avevamo idea di quanto sarebbe stato difficile controllare il virus. Data la velocità con cui si diffondeva, le persone presumevano ragionevolmente che la maggior parte della popolazione si sarebbe infettata in poche settimane se non avessimo in qualche modo ridotto i contagi. Le proiezioni dell'Imperial College Covid-19 Response Team di Londra prevedevano che più di due milioni di americani sarebbero potuti morire in pochi mesi. Un lockdown avrebbe interrotto la trasmissione del virus e, sebbene non potesse prevenire tutte le infezioni, avrebbe comunque impedito agli ospedali di venir sopraffatti. Avrebbe "appiattito la curva".

Da allora abbiamo appreso che il virus non si diffonde mai in modo esponenziale per molto tempo, anche senza restrizioni rigorose. L'epidemia regredisce sempre molto prima che sia raggiunta l'immunità di gregge. Come sostengo in un rapporto per il Center for the Study of Partisanship and Ideology, le persone si spaventano e cambiano il loro comportamento man mano che aumentano i ricoveri e i decessi. Questo, a sua volta, riduce la trasmissione.

Ho esaminato più di 100 regioni e paesi. Nessuno ha visto la crescita esponenziale della pandemia continuare fino al raggiungimento dell'immunità di gregge, indipendentemente dal fatto che sia stato imposto dal governo un lockdown o altre misure rigorose. Dopo un certo tempo poi le persone ritornano a un comportamento più rilassato. Quando accade, il virus ricomincia a diffondersi. Ecco perché vediamo ovunque la "forma a U rovesciata" di casi e morti.

La Svezia è stata la prima a imparare questa lezione, ma molti altri paesi l'hanno confermata. Inizialmente considerata un disastro dai molti appartenenti alla folla dei pro-lockdown, la Svezia si è ritrovata con un tasso di mortalità pro-capite indistinguibile da quello dell'Unione europea. Negli Stati Uniti, le politiche di non intervento della Georgia una volta erano definite un "esperimento di sacrifici umani". Ma come la Svezia, la Georgia oggi ha un tasso di mortalità pro capite che è effettivamente lo stesso del resto del paese.

Questo non vuol dire che le restrizioni non abbiano effetto. Se la Svezia avesse adottato restrizioni più severe, è probabile che l'epidemia avrebbe iniziato a recedere un po' prima e l'incidenza sarebbe diminuita un po' più velocemente. Ma la politica delle restrizioni potrebbe non avere tanta importanza quanto pensava la gente. I lockdown possono distruggere l'economia, ma si comincia a pensare che abbiano un effetto minimo sulla diffusione del Covid-19.

Dopo un anno di osservazioni e raccolta di dati, le ragioni dei lockdown sono diventate molto più deboli. Nessuno nega che gli ospedali sovraccarichi siano un fatto negativo, ma lo è anche privare le persone di una vita normale, compresi i bambini che non possono frequentare la scuola o socializzare durante gli anni più preziosi della loro vita. Fino a che non sono stati tutti vaccinati, molte persone ancora non tornerebbero a una vita normale, anche se non ci fossero obblighi di restrizioni. Invece gli obblighi imposti dal governo possono peggiorare le cose togliendo alle persone la capacità di socializzare e guadagnarsi da vivere.

I lockdown del coronavirus costituiscono i più estesi attacchi alla libertà individuale in Occidente dalla seconda guerra mondiale. Tuttavia, non un singolo governo ha pubblicato un'analisi costi-benefici per giustificare le politiche di chiusure, cosa che spesso i responsabili politici sono tenuti a fare nel prendere decisioni anche molto meno gravide di conseguenze. Se le mie argomentazioni sono sbagliate e le politiche di lockdown sono convenienti, un documento del governo dovrebbe essere in grado di dimostrarlo. Nessun governo ha prodotto un documento del genere, forse perché i funzionari sanno che cosa mostrerebbe.

 

* Mr. Lemoine è un dottorando in filosofia alla Cornell University e un borsista presso il Center for the Study of Partisanship and Ideology.

 

26/10/18

WSJ - Dietro la disputa tra Bruxelles e Roma. Come può la UE rifiutare una manovra che rispetta i parametri di Maastricht?

L’economista mainstream Marcello Minenna, sul quotidiano mainstream Wall Street Journal, spiega la disputa in corso tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano. Al centro della contesa stanno stime econometriche sulle quali, afferma Minenna, è più che probabile che il governo italiano abbia ragione. Bruxelles tende a sottostimare il potenziale di crescita di un’Italia che viene da anni di crisi con disoccupazione elevata. Tra queste stime ci colpisce, in particolare, il tasso di disoccupazione sotto il quale non dobbiamo scendere per non attivare pressioni inflazionistiche sui salari (NAWRU). Ma perché non possiamo tollerare pressioni inflazionistiche (specie se si tratta di far lavorare i disoccupati) ora che l'inflazione è decisamente sotto il due per cento? Minenna non lo dice, ma qui lo sappiamo, da anni: l’euro (come ogni cambio fisso) è insostenibile se economie diverse viaggiano a tassi di inflazione diversi.

 

 

di Marcello Minenna, 23 ottobre 2018

 

La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?

 

La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.

 

La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all'idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio "strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico - questo include sia la tendenza all'aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

 

Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza - “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati - è la fonte dell’attuale controversia.

 

Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.

 

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.

 

Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.

 

Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.

 

Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.

 

Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo - il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.

 

Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.

 

La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza.

06/04/18

Evviva la carenza di manodopera

La rivista The Week giustamente elogia la scarsità di lavoratori, mostrandone i vantaggi in termini di forza contrattuale in un’epoca in cui il loro potere d’acquisto è stato schiacciato ai minimi termini. In quest’ottica risulta anche estremamente dannoso considerare l’immigrazione una “naturale” soluzione alla scarsità di manodopera disponibile per i lavori sottopagati e spiacevoli. La giusta soluzione per i datori di lavoro che cercano braccia operose non è l’invocazione dell’esercito industriale di riserva, ma l’aumento di salari e diritti degli occupati per invogliarli a lavorare per loro.

 

 

 

Di Jeff Spross, 3 aprile 2018

 

Le imprese americane soffrono per la mancanza di lavoratori. A partire dagli estrattori di petrolio nel Texas occidentale fino ai ristoranti del New England, le aziende dicono ai giornalisti che non riescono a trovare abbastanza personale per colmare le carenze di organico. Ci viene detto che questo porterà a ordini non soddisfatti, a mercati bloccati e infine a una crescita economica più lenta.

 

Permettetemi di offrire un punto di vista completamente diverso: la carenza di manodopera in realtà è una buona cosa.

 

Ovviamente, è molto seccante per i proprietari delle aziende. “Abbiamo un portafoglio ordini ai massimi storici” ha detto un produttore di camion dell’Iowa al The Wall Street Journal. L’azienda, che normalmente soddisfa gli ordini in otto settimane, ora ci impiega il doppio del tempo.

 

Ma una ragione importante per cui la carenza di manodopera è così seccante è che alla fine costringe i proprietari delle aziende a spendere di più per attrarre i lavoratori. Si tratta della semplice legge della domanda e dell’offerta: se una risorsa è scarsa relativamente alle necessità dell’azienda, il suo prezzo salirà. Forse le aziende dovrebbero aumentare gli stipendi. Forse devono aumentare i benefit. Forse devono spendere più soldi per formare i dipendenti. Forse devono aumentare la produttività e l’efficienza.

 

Il punto è che quello che è spiacevole per i proprietari delle aziende, è positivo per i lavoratori.

 

Durante gli anni del boom economico a metà dello scorso secolo, a seguito della Seconda guerra mondiale, il tasso di disoccupazione era stato in realtà molto inferiore molto più spesso di quanto è stato dopo gli anni ’80. Quelli non erano anni di crescita asfittica ed aziende zoppicanti. È stato un periodo di crescita economica robusta e, in confronto a oggi, di benessere ben distribuito.

 

Quello che è notevole, è la resistenza di molti proprietari di aziende ad ammetterlo. Propongono qualsiasi genere di possibile rimedio alla carenza di manodopera, dall’incremento delle ore lavorative, all’utilizzo di più robot, all’alternanza scuola-lavoro con programmi di formazione. Ma la semplice soluzione di aumentare i salari orari viene citata raramente.

 

L’idea che gli stipendi non possono aumentare, che alcuni lavori devono sempre rimanere a basso salario, spesso viene data per scontata. “Un sacco di Americani non vogliono fare lavori a basso salario che sono poco attraenti” ha dichiarato Ray Wiley, un reclutatore che si occupa di piazzare rifugiati e immigrati nel mondo del lavoro, al The New York Times. “I lavori che offrono sono in posti sperduti” prosegue il testo, “il lavoro è mal pagato e non desiderabile, e i nativi (sic! NdVdE) americani, in particolare quelli di razza bianca, in genere non sono interessati”.

 

Notate il frame a favore dei proprietari e contro i lavoratori: lo stipendio è quello che è. Il fatto che possa cambiare non viene nemmeno preso in considerazione. Quindi, i lavoratori che non accettano l’offerta sono irragionevoli, forse persino viziati o pigri.

 

I giornalisti in effetti hanno la cattiva abitudine di presentare l’immigrazione come la soluzione alla mancanza di personale. Senza dubbio, questa favoletta è animata da buone intenzioni. Funziona da deterrente contro la xenofobia, spiegando come la tolleranza nei confronti di immigrati e rifugiati possa perfino aiutare l’economia. Ma contribuisce all’idea che noi dobbiamo semplicemente abituarci all’idea di avere stipendi bassi per sempre, e presenta inoltre implicitamente l’immigrazione come uno strumento per il mantenimento di bassi salari. Avvilisce anche gli stessi immigrati: questi sono considerati “migliori” o “più desiderabili” perché non scocciano i propri datori di lavoro chiedendo migliori condizioni di lavoro o maggiori stipendi.

 

Questo è solo un esempio. Ma la situazione è molto più diffusa: le imprese americane sembrano pensare di avere il diritto di disporre di manodopera a basso costo, che non li infastidisca.

 

Probabilmente lo pensano perché ci sono abituate. Gli economisti si impegnano a calcolare quanto bassa può essere al limite la disoccupazione senza innescare una spirale inflattiva. Queste stime ufficiali quasi certamente stabiliscono il valore minimo di disoccupazione molto più in alto di quanto dovrebbero. Ma anche così, la disoccupazione è stata inferiore a quella soglia soltanto il 35% del tempo, negli ultimi 20 anni.

 

In altre parole, negli ultimi decenni, il mercato del lavoro è stato dominato dai datori di lavoro.

 

I sondaggi delle aziende mostrano in effetti che ci sono più società che stanno aumentando i salari rispetto agli ultimi 18 anni. Ma si tratta di un confronto con il terribile paragone della Grande Recessione. A livello nazionale, i salari stanno crescendo del 2,6% all’anno. Si tratta del tasso più alto registrato dalla metà del 2009. Ma rimane inferiore alla forchetta del 3,5-4% che avevamo alla fine delgi anni ’90 e nel 2007-2008 – le ultime due volte che abbiamo avuto una disoccupazione così bassa.

 

Parte della differenza è dovuta alle diversità regionali: le posizioni lavorative aperte sono superiori al numero di disoccupati nel Midwest, ma i disoccupati sono ancora superiori alle posizioni aperte a livello nazionale.

 

Ma anche la struttura delle statistiche governative gioca un ruolo importante. Per essere considerato disoccupato, devi aver cercato attivamente un lavoro nell’ultimo mese. Altrimenti non vieni considerato come parte della forza lavoro. Ma la percentuale di partecipazione alla forza lavoro è collassata durante la Grande Recessione, e la crescente popolazione di pensionati non è sufficiente per spiegarne la caduta. Ciò suggerisce che l’economia è andata così male, così a lungo, che molte persone hanno semplicemente rinunciato a trovare un lavoro.

 

Infatti più del 70% dei lavoratori appena assunti a gennaio hanno dichiarato che il mese precedente non stavano cercando lavoro. Ciò significa che non sarebbero stati conteggiati tra i disoccupati. E la percentuale è la più alta mai registrata negli ultimi 25 anni.

 

Per molto tempo, è stato perfettamente normale per un gran numero di Americani essere disoccupati. Questo ha permesso ai datori di lavoro di scegliere a piacimento chi volevano assumere, senza doversi scomodare con aumenti salariali né altri sforzi per attrarre lavoratori. Ora il mercato finalmente inizia a spostarsi, anche se di poco, in favore dei lavoratori. Ma i proprietari di azienda non si rassegnano facilmente ad abbandonare le vecchie consuetudini. Dopo essersi cullati nella noncuranza e nell’ipersensibilità, vanno nel panico al minimo accenno di inconveniente.

 

“Qualcuno di voi pensa di alzare gli stipendi nei prossimi uno-due anni?” ha chiesto lo scorso anno il Presidente della Federal Reserve di Minneapolis, Neel Kashari, a un raduno di uomini d’affari.  “O vi limitate solo a lamentarvi perché non riuscite a trovare manodopera?”.

 

Ha aggiunto: “Se non state alzando gli stipendi, allora sembra proprio che stiate solo piagnucolando”.

 

 

 

14/11/17

WSJ - Segnali di pericolo dall'economia globale fanno riecheggiare la crisi finanziaria

Sul Wall Street Journal, in un articolo recentemente citato da Goofynomics, l'ex governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, descrive l'attuale situazione economica globale. Nonostante molti credano di trovarsi finalmente in una fase di autentica ripresa economica dopo una lunga crisi, la verità è che il livello di indebitamento - pubblico, ma soprattutto privato - oggi supera quello alla vigilia della crisi del 2007/2008. Chi oggi dorme sonni troppo tranquilli, quindi, rischia un brusco e spiacevole risveglio.

 

 
di Mervyn King, 24 settembre 2017

 

Un decennio fa si stava dipanando la crisi finanziaria globale. Un anno dopo il sistema bancario del mondo industrializzato era sull'orlo del crollo. Prima di questi eventi, dissi le seguenti parole durante una riunione di dirigenti d'azienda a Londra: "L'eccessivo indebitamento è il filo conduttore di molte crisi finanziarie del passato. Forse oggi siamo molto più furbi di quanto lo fossero stati i finanzieri del passato?"

 

Be', non lo siamo stati. L'eccesso di indebitamento si è dimostrato di nuovo il punto debole del nostro sistema finanziario. E non sembra che la saggezza segua un trend al rialzo.

 

Dopo un decennio qualcuno potrebbe aspettarsi che l'indebitamento si sia significativamente ridotto. Per la maggioranza delle grandi banche, questo in effetti è vero.

 

Va detto, però, che la situazione è all'opposto per gran parte del resto del sistema economico. Il debito totale rispetto al PIL, infatti, oggi è ancora più elevato di quanto lo fosse immediatamente prima della crisi. Alla fine del 2016, secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali, il debito delle famiglie e delle imprese ammontava, in rapporto al PIL, al 138%. Alla fine del 2007 il rapporto era del 115%. Nelle economie avanzate questo rapporto è stato in media del 195% alla fine dello scorso anno, rispetto al 183% della fine del 2007. Inoltre nella maggior parte dei paesi il debito pubblico è aumentato decisamente durante quel decennio.

 

Di conseguenza l'indebitamento nel mondo oggi è più elevato di quanto lo fosse all'inizio della crisi finanziaria.

 

Ciò significa forse che siamo di fronte a un'altra crisi finanziaria, stavolta localizzata non nel sistema bancario, ma nell'intera economia? Dopo un decennio perduto con una crescita ben al di sotto del potenziale di lungo termine, oggi ci sono segnali che l'economia mondiale si stia riprendendo. Le aziende e le famiglie sembrano sulla via del ritorno ad una crescita sostenuta. Le banche centrali sono ansiose di poter alzare i tassi di interesse a livelli più normali, sia per riequilibrare le economie che per creare lo spazio necessario per poter gestire meglio future, inaspettate crisi economiche.

 

Ma dopo 10 anni di relativa stagnazione potremmo trovarci davanti ad altri 10 anni di delusioni, a causa dell'unica legge immutabile dell'economia - la partita doppia contabile. Se il valore degli asset diminuisce, deve diminuire anche il valore totale delle passività.

 

Per le aziende e le banche, le proprie attività sono i futuri flussi di reddito scontati nel presente, mentre le proprie passività sono l'ammontare totale che devono restituire ai creditori (spesso debito a breve termine stabile in termini monetari), e il valore residuo delle azioni.

 

Pertanto, con il crescere dei tassi di interesse, il tasso di sconto aumenterà e il valore degli asset diminuirà rispetto alle rendite. Una stretta sul valore delle passività totale ricadrà inizialmente sul valore delle rispettive azioni, rendendo più difficile l'ottenimento di prestiti. Ma questo aumenterà anche la probabilità che alcune aziende e banche facciano default sui propri debiti. Abbiamo visto una serie di fallimenti in settori diversi dell'economia e in paesi diversi.

 

Fino a questo momento i tassi d'interesse straordinariamente bassi hanno implicato che molti debitori siano stati in gradi di continuare a onorare i propri debiti quando, in realtà, c'era ben poca possibilità che l'intero valore dei prestiti venisse restituito. Quando la Banca d'Inghilterra ha condotto il suo primo stress test sul sistema bancario britannico nel 2013, ci siamo accorti che le perdite attese sui prestiti sarebbero state molto più ampie rispetto alle previsioni dichiarate.

 

Tassi d'interesse insostenibilmente bassi nel lungo periodo hanno portato a uno squilibrio significativo nelle economie di tutto il mondo. Che sia l'eccesso di capacità di esportazioni della Germania o della Cina, o l'eccesso di investimenti nelle proprietà residenziali e commerciali negli USA e nel Regno Unito, ci sono ancora forti investimenti mal collocati che devono ancora essere cancellati.

 

L'aumento dei tassi di interesse rivelerà il vero stato dei bilanci, che finora è stato nascosto sotto leggi contabili che permettono di valutare i prestiti per la totalità del loro valore a patto che essi siano onorati nel momento presente. Vedremo la forza di ciò che l'economista Joseph Schumpeter definiva "distruzione creatrice", una parte inevitabile della crescita economica nelle economie capitaliste prospere. Questa forza oggi è necessaria per correggere l'insieme degli investimenti mal collocati a causa di segnali di mercato artificialmente alterati, come i tassi di cambio a valori inappropriati e i tassi di interesse eccessivamente bassi.

 

Come abbiamo già visto molto volte nel corso del secolo passato — dalla crisi finanziaria che ha anticipato la Prima Guerra Mondiale fino agli eventi del 2007/2008, i mercati spesso si svegliano e si accorgono della realtà della situazione all'ultimo momento, ed è per questo che eventi apparentemente piccoli innescano grandi cambiamenti nel "sentiment" dei mercati e nei valori degli asset. Pochi fallimenti indipendenti tra loro potrebbero portare ad una rivalutazione dell'intero indebitamento reale del sistema finanziario. Sebbene le banche siano meglio capitalizzate di quanto lo fossero 10 anni fa, sono ancora vulnerabili a una eventuale corsa agli sportelli.

 

E le banche estere sono ancora pesantemente dipendenti dal finanziamento a breve termine in dollari. Questo porterà a una crescente pressione sulla Federal Reserve affinché entri nei contratti swap. La Federal Reserve è comprensibilmente riluttante a impegnarsi in modo aperto e indefinito in cose di questo tipo. Pertanto i governi devono ripensare con attenzione la regolamentazione delle passività a breve termine denominate in dollari USA nelle loro banche.

 

Non possiamo sapere se il processo di sconto del debito arriverà, ora che emergiamo dagli eccessi della crisi finanziaria, a minare le normali forze che generano la crescita economica. Ci sarà abbondanza di opportunità di investimento per chi sarà capace di riconoscere le aziende e i settori in espansione, come ci sarà abbondanza di insidie per i poco avveduti che pensano che siamo semplicemente in una fase di ripresa economica dopo una fase bassa, sebbene inusualmente lunga, del ciclo economico. Nel corso del prossimo decennio il nostro viaggio economico ci condurrà attraverso una strada interessante quanto accidentata.