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03/06/19

FT - Gli economisti sostengono Salvini nella disputa sulla spesa pubblica italiana

La Commissione Europea si prepara allo scontro con il governo italiano sull'ipotesi di un'espansione fiscale per l'anno venturo. A supportare la posizione di Bruxelles, le stime dell'output gap italiano, del tutto simili a quelle per la Germania, secondo la Commissione; peccato che il PIL pro-capite tedesco sia cresciuto del 25% dal 2000, mentre quello italiano sia sceso del 2,6%. È anche per queste differenze di contesto che l'indicatore in questione viene pesantemente criticato nella sua essenza teorica da molti economisti di primo piano, tra i quali Olivier Blanchard, ex-economista capo del FMI, che pur non essendo morbido verso il governo italiano apre alla possibilità di una politica fiscale espansiva. In tutto questo, i più accesi sostenitori della posizione di Bruxelles sono immancabilmente in Italia: gli economisti dell'Università Bocconi, quinta colonna dell'ideologia liberal-europeista nel paese. Dal Financial Times.

 

di Chris Giles e Miles Johnson, 30 maggio 2019

 

 

Matteo Salvini ha riacceso la battaglia di Roma contro Bruxelles sui suoi piani di spesa pubblica, e anche se i mercati finanziari sono indifferenti, molti economisti internazionali - pur spesso non amando la sua politica,  ritengono che potrebbe avere ragione.

 

La Commissione Europea mercoledì ha scritto a Roma per mettere in guardia Salvini dal suo nuovo tentativo di espandere il bilancio italiano, dopo che il vice primo ministro del paese, e leader del partito anti immigrazione Lega, ha invocato uno "shock fiscale" per rilanciare la crescita.

 

Ma le preoccupazioni della commissione sono basate su "insensatezze" economiche, secondo Robin Brooks, capo economista dell'ortodosso Institute of International Finance,  l'organizzazione che rappresenta le banche più grandi del mondo.

 

Al centro della disputa c'è il concetto dell'output gap, una misurazione di quanto sia surriscaldata un'economia. Per qualsiasi paese, l'output gap cerca di stimare quanto il livello del Pil effettivo si trovi sopra o sotto il livello massimo potenziale al quale le pressioni inflazionistiche sono stabili. Se la produzione effettiva è sensibilmente sotto il potenziale, ciò implica che il governo avrà più libertà di azione per accrescere la spesa in modo da stimolare l'economia fino a che non si ristabilisce l'equilibrio.

 

La commissione ha determinato che l'output gap dell'Italia è quasi zero - lo 0,3% del reddito nazionale quest'anno, solo leggermente maggiore della stima dello 0,2% per la Germania. Ciò implica che l'economia italiana non ha spazio per una crescita aggiuntiva,  non più di quanto ne abbia la Germania; pertanto la commissione si oppone ai piani di spesa di Salvini.

 

[caption id="attachment_17923" align="alignnone" width="700"] La prestazione relativa dell'economia italiana si è fermata - PIL pro capite, indice 100 nel 2000. In blu la Germania, in rosso l'Italia.[/caption]

 

Tuttavia l'Italia ha una disoccupazione molto più alta rispetto alla Germania, e il PIL pro-capite italiano è sceso del 2,6% dal 2000, mentre quello tedesco è cresciuto del 25%. Brooks ha affermato che queste differenze sono "irragionevolmente dannose" per l'Italia, aggiungendo che "sono assolutamente improbabili se viste in una prospettiva transnazionale".

 

"L'argomentazione tecnica della commissione non riesce a catturare appropriatamente il potenziale di crescita dell'Italia poiché ne riflette la scarsa prestazione economica degli ultimi anni, non quel che sarebbe possibile con politiche migliori", ha detto Brooks.

 

L'output gap è una costruzione teorica perché il livello potenziale della produzione non può essere stimato con certezza; di conseguenza, tra gli economisti di primo piano sta crescendo la preoccupazione che queste stime tecniche stiano diventando una maledizione.

 

Un funzionario di alto livello, addetto alle stime economiche in un ente internazionale di primo piano, ha detto al FT che gli output gap sono "molto sensibili" alla rielaborazione dei dati e al livello attuale della prestazione economica.

 

"Come variabile economica usata per [indirizzare] le politiche, è molto instabile", ha detto il funzionario.

 

Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, adesso al Peterson Institute, ha affermato: "Davvero non sappiamo se la disoccupazione italiana può scendere sotto, diciamo, il 6%. Penso che sia possibile, perché quando è successo l'ultima volta, non ci sono state pressioni inflazionistiche, e non vedo ragione perché le cose dovrebbero essere cambiate molto".

 

Il pericolo, secondo Adam Tooze della Columbia University, è che "si perseguono obiettivi politici utilizzando i mezzi tecnici dell'economia", con l'effetto indesiderato di rafforzare le forze populiste in Europa.

 

"Quale sia la cosa giusta da fare [per l'Italia] è opinabile, ma quel che è certo è che la Commissione Europea non dovrebbe pubblicare insensatezze", ha detto Tooze.

 

La Commissione non è d'accordo. I suoi funzionari riconoscono la mancanza di certezza delle loro stime,  ma insistono che il loro lavoro è equo per tutti i paesi. Un funzionario anziano della UE ha affermato che la metodologia è  stata sviluppata nel corso di molti anni dagli stessi stati membri, e che "non è mai un'estrapolazione meccanica di un indice".

 

[caption id="attachment_17924" align="alignnone" width="700"] La Commissione pensa che l'output gap italiano sia prossimo alla zero - Differenze tra l'output attuale e potenziale come percentuale del PIL; media di cinque anni.[/caption]

 

"Le stesse regole prevedono la necessità di una valutazione complessiva e un certo margine di discrezionalità per consentire un giudizio economico", ha detto il funzionario. "L'output gap quindi è soltanto una parte del quadro complessivo in base al quale si determinano i requisiti fiscali e tutti i fattori rilevanti devono essere tenuti in conto".



Ma raramente la commissione ha subito critiche così accese su un indicatore tecnico. La posta in gioco è alta perché la guerra sull'output gap determinerà quanto spazio di manovra avrà il governo populista italiano nei mesi a venire.

 

Alcuni dei più accaniti sostenitori della linea di Bruxelles vengono proprio dall'Italia. Tommaso Monacelli, dell'Università Bocconi, ha affermato che non c'è nulla di strano nelle stime che suggeriscono che la produzione potenziale dell'Italia non è cambiata nei 20 anni passati.

 

"Il problema economico dell'Italia riguarda la [bassa] crescita di lungo periodo", ha detto, aggiungendo che la debolezza deriva da anni di bassi investimenti, scarsa ricerca e sviluppo e adozione di tecnologia. "Non serve a nulla pensare a politiche di espansione fiscale per riavviare l'economia italiana", ha affermato.

 

Le ambizioni fiscali di Salvini ricevono il sostegno da parte di alcune aziende. Angelica Donati, dirigente all'interno della società di costruzioni posseduta dalla famiglia, con sede a Roma, accoglie con entusiasmo il tentativo del governo di semplificare le regole sugli investimenti pubblici che "hanno effettivamente paralizzato le attività in tutta Italia".

 

Tuttavia, c'è il rischio che l'Italia venga considerata disponibile a tollerare corruzione e decisioni sbagliate in materia di appalti, minando la fiducia dei mercati - un problema potenzialmente significativo, data la necessità di Roma di convincere gli investitori che detengono la montagna del debito pubblico italiano.

 

  1. Il signor Monacelli prevede che l'espansione fiscale della coalizione di governo porterà

26/10/18

WSJ - Dietro la disputa tra Bruxelles e Roma. Come può la UE rifiutare una manovra che rispetta i parametri di Maastricht?

L’economista mainstream Marcello Minenna, sul quotidiano mainstream Wall Street Journal, spiega la disputa in corso tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano. Al centro della contesa stanno stime econometriche sulle quali, afferma Minenna, è più che probabile che il governo italiano abbia ragione. Bruxelles tende a sottostimare il potenziale di crescita di un’Italia che viene da anni di crisi con disoccupazione elevata. Tra queste stime ci colpisce, in particolare, il tasso di disoccupazione sotto il quale non dobbiamo scendere per non attivare pressioni inflazionistiche sui salari (NAWRU). Ma perché non possiamo tollerare pressioni inflazionistiche (specie se si tratta di far lavorare i disoccupati) ora che l'inflazione è decisamente sotto il due per cento? Minenna non lo dice, ma qui lo sappiamo, da anni: l’euro (come ogni cambio fisso) è insostenibile se economie diverse viaggiano a tassi di inflazione diversi.

 

 

di Marcello Minenna, 23 ottobre 2018

 

La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?

 

La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.

 

La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all'idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio "strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico - questo include sia la tendenza all'aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

 

Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza - “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati - è la fonte dell’attuale controversia.

 

Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.

 

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.

 

Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.

 

Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.

 

Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.

 

Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo - il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.

 

Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.

 

La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza.