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05/05/19

Crolla l'invenzione del governo di Macron sull'attacco dei gilet gialli all'ospedale di Parigi

La riflessione sull'importanza e le responsabilità dei giornalisti che abbiamo seguito in questi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo: i grandi media hanno seguito pedissequamente la versione governativa francese su un episodio in realtà provocato dalla violenza della polizia e completamente stravolto nella narrazione ufficiale per denigrare i gilet gialli. Già il giorno dopo la verità è stata portata alla luce, grazie anche al ruolo fondamentale dei social media. E dunque, chi è che diffonde le cosiddette fake news? I social oppure i governi e i media che si fanno loro portavoce? Dal sito World Socialist Web Site.

 

di Will Morrow, 4 maggio 2019

 

 

Sono bastate meno di 24 ore per far crollare come un castello di carte la storia inventata dal governo Macron sui manifestanti in gilet giallo che il Primo Maggio avrebbero attaccato l'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi. È venuto alla luce che non è stata altro che un'ulteriore menzogna per presentare come rivolta criminale la protesta contro le disuguaglianze sociali e sostenere la messa in atto da parte di Macron di uno stato di polizia francese contro la classe operaia.

 

I fatti in questione sono avvenuti poco dopo le 16 di mercoledì (Primo Maggio, ndt), sul Boulevard de l'Hôpital, nel 13° arrondissement di Parigi. La strada era affollata di migliaia di manifestanti, solo una parte delle oltre 40.000 persone che quel giorno manifestavano in città, quando la polizia in assetto antisommossa ha sparato gas lacrimogeni sulla folla fittamente ammassata e ha scatenato un'ondata di panico.

 

Un giornalista del quotidiano conservatore Le Figaro, Wladimir Garcin-Berson, presente alla scena, ha twittato che c'era stata "un'ondata di gas lacrimogeno, l'aria è diventata irrespirabile". I video pubblicati successivamente sui social mostrano i manifestanti in fuga dal gas soffocante mentre forzano il cancello di ferro del complesso ospedaliero. Diverse decine di persone hanno cercato rifugio all'interno di uno degli edifici dell'ospedale, ma sono state respinte dal personale e in seguito arrestate.

 

Nel giro di poche ore, l'incidente è stato trasformato, nelle parole del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, in un "attacco" all'ospedale da parte di rivoltosi. In una conferenza stampa tenuta mercoledì sera (Primo Maggio, ndt), in cui ha cercato di confondere le proteste di massa con i piccoli gruppi di anarchici black bloc, Castaner ha dichiarato che "la gente ha attaccato un ospedale. Le infermiere sono state costrette a difendere l'area del Pronto Soccorso. Le nostre forze di polizia sono immediatamente intervenute per difendere il Pronto Soccorso".

 

Un'ora dopo, Castaner ha twittato: "Qui a Pitié-Salpêtrière, è stato attaccato un ospedale. Il personale sanitario è stato aggredito. E un poliziotto inviato per proteggerli è stato ferito". Il tweet era accompagnato da immagini sia al grandangolo sia ravvicinate di un risoluto Castaner che stringe la mano alla polizia in assetto antisommossa e cammina attraverso il reparto ospedaliero a fianco del personale sanitario.

 

[caption id="attachment_17710" align="alignnone" width="640"] La foto twittata dal ministro degli Interni Castaner mercoledì notte.[/caption]

 

Il ministro della Solidarietà e della Salute di Macron, Agnès Buzyn, ha definito l'evento "inqualificabile" e "indegno".

 

"Forse c'erano persone che cercavano rifugio e altri che volevano rubare", ha dichiarato, senza fornire alcuna prova di quest'ultima affermazione. Come per enfatizzare il presunto desiderio di sangue dei manifestanti, è quindi emersa la notizia che un agente di polizia era ricoverato nello stesso momento in quello stesso ospedale per un incidente, suggerendo così che lui o lei avrebbe potuto essere l'obiettivo di un attacco di rappresaglia organizzato.

 

I media in Francia e all'estero hanno immediatamente ripetuto e amplificato le bugie del governo Macron.

 

L'edizione francese di The Local ha pubblicato una relazione intitolata: "'Inqualificabile': perché dozzine di manifestanti hanno fatto irruzione in un ospedale di Parigi durante le manifestazioni del 1° maggio?". Il Sun, di proprietà di Murdoch, in Gran Bretagna ha riportato "PERICOLO DI MORTE: furia a Parigi, manifestanti in gilet giallo irrompono nell'ospedale dove morì la principessa Diana." Le Figaro ha dichiarato che "dozzine di 'black bloc'" avevano fatto irruzione nell'ospedale.

 

L'esempio migliore del ruolo dei media come portavoce della propaganda di stato è dato dal canale di informazione pubblico France Info. Il suo servizio, intitolato "Intrusione al Pitié-Salpêtrière: "La discussione non era possibile ", racconta la direttrice dell'ospedale" mostrava la foto di un uomo incappucciato che attacca un cancello con un palo di metallo.

 

[caption id="attachment_17711" align="alignnone" width="640"] Foto pubblicata da France Info[/caption]

 

A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, il fotografo che ha scattato la foto, Geoffrey VdH, ha dichiarato in un tweet che la foto era stata scattata lo stesso giorno, ma in un luogo completamente diverso, fuori dalla sede centrale della polizia di Parigi.

 

France Info successivamente ha rimosso la foto e l'ha sostituita con l'immagine di un uomo che brandisce minacciosamente un martello fuori dall'ospedale, davanti a un edificio diverso da quello dove si è verificato l'incidente.

 

[caption id="attachment_17708" align="alignnone" width="640"] L'immagine aggiornata pubblicata da France Info[/caption]

 

Come documentato dalla rubrica "CheckNews" di Liberation, l'immagine è stata tagliata in basso per far sparire dozzine di "gilet gialli" che inveivano contro l'individuo armato di martello, dicendogli che non avrebbero permesso una simile provocazione. La foto originale era stata pubblicata da Le Parisien lo stesso giorno.

 

[caption id="attachment_17709" align="alignnone" width="640"] L'immagine originale pubblicata su Le Parisien[/caption]

Le menzogne del governo Macron sono crollate davvero e completamente giovedì, con la pubblicazione di numerosi video dell'incidente sui social media. Un video girato da uno dei lavoratori dell'ospedale mostra un gruppo di manifestanti che scappano da una squadra di polizia antisommossa lungo una via d'accesso all'ospedale, salendo la scalinata verso l'ingresso di un edificio e fermandosi al ripiano superiore, evidentemente terrorizzati dall'attacco della polizia. Il personale li informa che si tratta di un'area di Pronto Soccorso  che ospita pazienti e si rifiuta di lasciarli entrare. Si possono sentire gli operatori dell'ospedale che parlano tra di loro all'interno dell'edificio. "Sono spaventati, hanno solo paura", dice uno, a cui un altro risponde: "Sì, loro [la polizia] li ha inseguiti". Un altro afferma: "Non sapevano [che era il Pronto Soccorso], stavano solo cercando una via di fuga". I lavoratori dell'ospedale hanno anche rilasciato interviste in cui smentiscono categoricamente di essere mai stati minacciati.

 

L'intero incidente nel video si conclude in pochi minuti. La polizia arriva e arresta i manifestanti senza alcuno scontro. Con il crollo della menzogna del governo, tutti e 32 sono stati rilasciati ieri: la maggior parte di loro, secondo quanto è stato riferito, sarebbero ragazzi, studenti universitari.

 

Castaner ha controbattuto con rabbia a tutti quelli che lo hanno accusato di avere mentito, dichiarando assurdamente che potrebbe avere "sbagliato parola" e che non avrebbe dovuto usare il termine "attacco". Da molteplici parti sono state richieste le sue dimissioni.

 

La questione sottolinea una realtà politica essenziale. Il governo Macron, come le sue controparti a livello internazionale, guidate dal Partito Democratico negli Stati Uniti, utilizza la bandiera della lotta alle "fake news" per censurare internet e i social media e impedire ai lavoratori di accedere a fonti di informazione alternative che sfuggono al controllo del governo e delle grandi aziende. Ma chi diffonde fake news, in realtà, è il governo e i suoi portavoce nei grandi media.

 

Le menzogne del governo Macron su un inesistente attacco ospedaliero hanno uno scopo ben preciso: diffamare l'opposizione di sinistra al governo come criminale e moralmente riprovevole e giustificare il continuo scatenarsi della violenza dello stato di polizia contro la classe operaia.

 

A febbraio, un oscuro confronto verbale tra un "gilet giallo" e un opinionista ebreo di destra e sionista, Alain Finkielkraut, è stato usato allo stesso modo per diffamare l'intero movimento dei "gilet gialli" come antisemita.

 

La polizia è stata filmata mentre saccheggiava i negozi durante i violenti scontri sugli Champs-Élysées di marzo, a cui Macron ha reagito incolpando di tutti i saccheggi i "gilet gialli" e vietando le proteste sul viale. Il governo quindi ha dispiegato i soldati della missione anti-terrorismo Operazione Sentinella schierandoli contro i "gilet gialli", con l'autorizzazione a sparare.

 

Lo smascheramento di questa menzogna sfacciata su un "attacco" alla Pitié-Salpêtrière scredita i grandi media che hanno diffuso la storia, ma non solo: tutte le accuse infondate del governo Macron hanno giustificato l'intensificazione della repressione contro i "gilet gialli".

27/04/19

Autostrade in Francia: l'accordo segreto tra lo Stato e le società concessionarie

 

Pubblichiamo la trascrizione di questo breve video in cui la blogger francese Coralie Delaume spiega per sommi ma precisi capi il contenuto dell'accordo del 2015 tra gestori autostradali e governo francese (accordo firmato da Macron, allora Ministro dell'Industria). L'accordo, gravemente squilibrato a favore delle società concessionarie e contro gli interessi degli automobilisti francesi, era ovviamente stato secretato e solo in seguito alla battaglia legale di un attivista ha potuto finalmente essere reso noto al pubblico. Cose che accadono in Francia, ma non solo, come ben sappiamo anche noi in Italia dopo la drammatica vicenda del ponte Morandi. Ovunque le istituzioni pubbliche vengano "catturate" dai sedicenti competenti provenienti dalla élite, esse difendono gli interessi della classe che rappresentano a scapito della gran massa dei cittadini, e grazie anche alla compiacenza dei grandi media cercano di coprire la verità dei fatti. Spetta ai pochi bravi giornalisti d'inchiesta far emergere la verità, e ai cittadini trarne le conseguenze al momento del voto.

 

 

Coralie Delaume, 4 Aprile 2019 

 

Traduzione per Vocidallestero di Carlo Rimassa

 

Il 18 marzo scorso il Consiglio di Stato ha dato ragione a Raymond Avrillier, militante ecologista di Grenoble, sconfessando l'ex Ministro dell'Economia, Emmanuel Macron. Il Consiglio ha  ingiunto allo Stato di rendere pubblico un accordo segreto firmato nel 2015 da Ségolène Royal, all'epoca Ministro dell'Ecologia, Emmanuel Macron, come detto Ministro dell'Economia, e le societa' concessionarie delle autostrade francesi. Il testo dell'accordo è ormai pubblico, e qui ne daremo un breve sommario. Segnalo inoltre che si può avere il resoconto completo di tutta la vicenda delle privatizzazioni dellle autostrade, a partire dall'inizio degli anni 2000 fino a giorni nostri, leggendo la lunga inchiesta di Benoit Collombat, giornalista della cellula investigativa di Radio France. Si tratta di una inchiesta corredata di numerosi documenti, pubblicata lo scorso 30 Marzo e dal Titolo: Autostrade - Storia segreta della privatizzazione

 

Passiamo a dei rapidi cenni su alcuni fatti importanti. È noto che le autostrade sono state date in concessione alle filiali di tre gruppi industriali; per queste aziende, le concessioni rappresentano una vera macchina da soldi. Il primo gruppo, il più' importante, è Vinci, che gestisce 4380 chilometri di autostrade. Da notare che il capitale di Vinci è detenuto per il 58% da investitori stranieri. Il secondo gruppo è Eiffage, che gestisce 2080 chilometri di strade, e il terzo è Abertis, che non è' una azienda francese ma spagnola, con 1075 chilometri.

 

Ancora a proposito del contesto della vicenda; nel 2015, Ségolène Royal, ministro dell'Ecologia, decide a nome dello Stato di congelare unilateralmente le tariffe autostradali; un vero e propio 'ukase'. Il provvedimento e' contrario alla clausole del contratto firmato dalle società concessionarie; quindi, che cosa succede? Le società concessionarie minacciano di ricorrere in giudizio per far rispettare il contratto. Cominciano allora delle aspre trattative, che si concludono nell'Aprile del 2015 con la firma di un protocollo di accordo tra le concessionarie stesse e lo Stato, vale a dire  Emmanuel Macron e Ségolène Royal, il cui capo di gabinetto non era altri che Elisabeth Borne, attuale Ministro dei Trasporti nonché Direttore per le Concessioni presso Eiffage dal 2007 al 2008.

 

A proposito del protocollo, Radio France spiega che il Ministro dei Trasporti dell'epoca, Alan Vidalies, rifiutò di firmarlo in quanto non era stato coinvolto nelle trattative. Cito le sue parole: "A quarantott'ore dalla firma, fui convocato al Ministero dell'Ecologia. Il negoziato sia era svolto tra persone competenti e consapevoli, quindi suppongo la mia firma fosse solo pro-forma. Non essendo stato coinvolto nelle discussioni, rifiutai di firmare un protocollo che non avevo né sottoposto a verifiche né approvato".

 

Allora, cosa c'è dentro questo accordo? Per parecchio tempo non è stato possibile saperlo, in quanto era stato segretato. A partire dall'Aprile 2015, e per due volte, un senatore centrista, Hervé Maurey, membro della Commissione Sviluppo Sostenibile e Infrastrutture, chiede che gli siano trasmessi i documenti, ma il Primo Ministro, all'epoca Manuel Valls, rifiuta. Da parte sua, il famoso militante ecologista Raymond Avrillier si lancia in una battaglia legale per ottenere la pubblicazione dell'accordo. Si rivolge per prima cosa alla CADA (Commissione di Accesso agli Atti Amministrativi), senza risultato, e poi al Tribunale Amministrativo, che gli dà ragione nel 2016. Ma il Ministro dell'Economia, Emmanuel Macron, contesta la decisione e a sua volta si rivolge al Consiglio di Stato per cercare di far annullare la sentenza del Tribunale Amministrativo. Il 18 Marzo di quest'anno la vicenda termina, il Consiglio di Stato sconfessa Bercy (sede del Ministero dell'Economia) e lo obbliga a rendere pubblico il protocollo segreto. Il testo è adesso pubblico. La decisione del Consiglio di Stato è più che altro simbolica, visto che il testo era già arrivato nelle mani della stampa. Nel settembre 2017 France 2 ne aveva già rivelato ampi stralci, e nel gennaio di quest'anno Mediapart lo aveva pubblicato integralmente; le circa venti pagine che lo compongono sono consultabili sul sito di Mediapart.

 

Vediamo adesso in sintesi cosa contiene questo accordo non più segreto; a titolo di obbligo per le societa' concessionarie, queste si impegnano a finanziare interventi sulla rete per 3.2 miliardi di euro in dieci anni. Da notare che le filiali di Abertis, Eiffage e Vinci conferiranno questi interventi alle proprie case madri; in effetti, Vinci ed Eiffage sono imprese di costruzione di livello internazionale.

 

In cambio di questo impegno, le società concessionarie ottengono anzitutto un allungamento della durata delle concessioni, tramite la firma di una modifica al contratto originale; tutto questo senza passare per alcuna gara pubblica. Inoltre, c'è una clausola di neutralità fiscale, che obbliga lo stato a rifondere le concessionarie nel caso di aumento delle tasse sui ricavi. Se per esempio lo Stato dovesse aumentare la tassa per la manutenzione del territorio, o le accise demaniali, o qualsiasi altra imposta, sarebbe obbligato a mettere in atto misure di compensazione tali da rendere gli aumenti completamente indolori per le societa' concessionarie (per esempio concedendo aumenti dei pedaggi, o ulteriori allungamenti nella durata delle concessioni stesse).

 

Terzo punto dell'accordo, le concessionarie ottengono un rimborso sonante dei mancati guadagni causati dal blocco delle tariffe del 2015, spalmato su quattro anni. Il che vuol dire che per i prossimi quattro anni, dal 2019 al 2023, i pedaggi aumenteranno di più di quanto non fosse già previsto. L'accordo dice testualmente che "Le parti concordano che i mancati guadagni dovuti al congelamento dell'adeguamento tariffario del 1 febbraio 2015 saranno rimborsati integralmente a ciascuna societa' tramite un aumento addizionale che avra' luogo il 1 Febbraio di ciascun anno, dal 2019 al 2023, oltre agli aumenti gia' previsti dal contratto".
"Aumenti addizionali" significa che nel contratto originale c'era già una formula per definire gli aumenti annuali, che questi aumenti sono avvenuti regolarmente tra il 2016 e il 2018, e che a partire dal 2019, per quattro anni, ci saranno degli ulteriori aumenti. Secondo l'Arafer (Autorita' di controllo delle attivita' ferroviarie e  stradali), questi aumenti aggiuntivi dovrebbero ammontare a circa 150 milioni; chiaramente, sono 150 milioni a carico degli automobilisti.

 

Infine, l'accordo adesso reso pubblico concede alle società autostradali il rimborso dell'aumento della tassa di occupazione demaniale decisa nel 2013, aumento che già era stato inglobato negli aumenti dei pedaggi per il periodo 2016-2018.

 

Nel complesso, l'accordo si traduce in aumenti considerevoli per gli utenti delle autostrade, aumenti che arricchiscono gli azionisti delle società concessionarie. Nel firmare l'accordo lo Stato ha capitolato completamente, e si capisce come mai volesse mantenerlo segreto il più a lungo possibile.
Purtroppo, potrebbero esserci sviluppi ancora peggiori. In un prossimo video, parleremo del progetto folle di privatizzazione delle Routes Nationales (le statali di maggior importanza)

 

 

29/01/19

La campagna presidenziale di Macron è stata finanziata per metà da un gruppo di neanche mille persone

Una recente indagine sulle fonti dei finanziamenti della campagna presidenziale di Emmanuel Macron getta luce sull'evidente distanza tra il presidente francese ed il popolo. L'ascesa meteorica e difficilmente giustificabile dell'ex ispettore delle finanze all'Eliseo si spiega con finanziamenti faraonici provenienti in massima parte da circoli ristretti dell'alta finanza. L'enorme quantità di denaro ha avuto gioco facile nello sbilanciare il processo democratico, e non è difficile immaginare che, una volta eletto, Macron si sia visto recapitare il conto, da saldare attraverso misure politiche a vantaggio dei più ricchi. Se oggi siamo davanti ad una probabile "presa della Bastiglia", forse sappiamo anche il perché.

 

 

Di Étienne Girard, 2 dicembre 2018

 

Secondo le rivelazioni del Journal du dimanche del 2 dicembre, tra marzo 2016 e maggio 2017 la metà dei finanziamenti di En Marche è arrivata da appena 913 donazioni. Il contributo del Regno Unito alla campagna presidenziale di Emmanuel Macron sarebbe superiore a quello delle dieci maggiori città francesi della provincia.

 

Si tratta di un gruppo di sostenitori che,  quando si tratta di aiutarsi tra amici, non fa economie. Il Journal du dimanche, che ha indagato sui conti de La République en Marche (LREM), il 2 dicembre ha rivelato  che l'epopea presidenziale di Emmanuel Macron è stata finanziata per metà da... al massimo 913 persone. Questo "club dei mille" ha donato non meno di 6,3 milioni di euro a En Marche nel periodo tra la sua formazione nel marzo 2016 e maggio 2017, il che rappresenta il 48% delle donazioni totali. Questa cifra impressionante è ad esempio superiore alla somma di tutte le donazioni fatte a candidati "minori”, come Nicolas Dupont-Aignan, Jean Lassalle, Philippe Poutou, François Asselineau, Nathalie Arthaud, Jacques Cheminade. Una cifra in grado di pilotare apertamente una candidatura per le elezioni presidenziali.

 

In un sondaggio pubblicato lo scorso aprile, Marianne ha mostrato come, per lanciare la nomina dell'enarca, i collaboratori di Emmanuel Macron si siano finanziati principalmente tramite delle cene di raccolta fondi organizzate con esponenti dell’alta finanza. Alla fine del 2016, il 69% delle donazioni risultavano pervenute con questa modalità. En Marche poteva persino contare su un prezioso club di "400 contributori di oltre 5.000 €". L’inchiesta del JdD conferma che questo circolo si è leggermente allargato nei primi sei mesi del 2017...ma non troppo. La cifra riportata, 913, corrisponde infatti al numero di donazioni superiori a 5.000 euro, ma non al numero di donatori, dato che il massimo ammontare è di 7.500 euro a persona all'anno. È infatti abbastanza probabile che molti dei ricchi mecenati dell'ex-Ispettore delle Finanze abbiano scelto di fare due donazioni, una nel 2016 e una nel 2017. Il famoso "club dei mille" è più probabilmente una più ristretta cerchia di circa 450 donatori.

 

PIU’ DONAZIONI DAL REGNO UNITO CHE DALLA PROVINCIA

 

La geografia di queste donazioni rivela un altro squilibrio. Ne emerge il ritratto di un candidato ampiamente sostenuto nella regione parigina (il 56% del totale) e...nelle roccaforti della finanza all'estero, molto più che in provincia.

 

Preoccupante, dal momento che in buona parte della "Francia periferica” si sta sollevando la protesta del movimento dei "gilet gialli".

 

Si viene in tal modo a sapere che le donazioni dalla Svizzera (95.000 euro) hanno portato più soldi a En Marche rispetto a quelle provenienti da...Marsiglia (78.364 euro), la seconda città più grande della Francia! Con solo 18 benefattori ma con donazioni per 105.000 euro, i libanesi hanno fortemente contribuito all'emergere del macronismo, più dei 250.000 abitanti di Bordeaux e dei 230.000 abitanti di Lille insieme!

 

Dopo Parigi, la seconda città più "macronizzata" non è altro che...Londra. Con 800.000 euro di donazioni, il Regno Unito ha contribuito più di...tutte le dieci maggiori città francesi della provincia. Questa informazione dà un altro significato alla parziale rimozione della “exit tax” [imposta sugli utili in conto capitale per chi delocalizza, N.d.T.], annunciata in gran pompa da Emmanuel Macron alla rivista americana Forbes lo scorso maggio.

 
Nel tentativo di liberarsi della sua etichetta di "candidato dei ricchi", l'ex banchiere avrebbe peraltro costretto i suoi collaboratori a mentire. Nel maggio 2017, il team di En Marche assicurava a Libération che la proporzione di donazioni di oltre 5.000 euro sulla raccolta totale fosse di "un terzo". In realtà è la metà, come documenta oggi l’inchiesta del JdD. Ciò diviene particolarmente interessante se raffrontato allo studio dell'Istituto delle politiche pubbliche pubblicato lo scorso ottobre, dal quale si evince che i grandi vincitori della politica fiscale di Emmanuel Macron sono...gli ultra-ricchi. L'1% più ricco ha visto i propri redditi aumentare del 6%, laddove le famiglie meno abbienti hanno perso l'1% del loro potere d'acquisto.

07/12/18

The Guardian – Macron sulla scia di Clinton, Blair e Schröder: il contraccolpo era inevitabile

L’editor economico del giornale britannico progressista The Guardian sancisce il funerale politico di Macron: un uomo che credeva di emulare De Gaulle e di marciare verso il futuro dell’anti-populismo, e si è rivelato l’ultimo rappresentante di una stirpe fallimentare di tecnocrati centristi sulla scia di Clinton, Blair e Schröder. Elliott sottolinea opportunamente il ruolo dei vincoli di bilancio europei, della subalternità alla Germania e, soprattutto, dell’euro, nel fallimento annunciato della politica di Macron, definendo a chiare lettere un errore madornale l’entrata della Francia nella moneta unica.

 

di Larry Elliott, 06 dicembre 2018

 

La rivolta per le strade, le stazioni di rifornimento senza carburante, gli acquisti d’emergenza ai supermercati, un paese nel caos. Non è una visione distopica della Gran Bretagna post-Brexit, ma la Francia in questo preciso momento, governata dal sedicente campione dell’anti-populismo, Emmanuel Macron.

 

I politici francesi continuano immancabilmente a dirsi ispirati da Charles de Gaulle, e Macron non fa eccezione. La sua fotografia presidenziale ufficiale lo rappresenta di fronte a un tavolo su cui sta una copia aperta delle memorie di guerra di De Gaulle. Il messaggio subliminale di Macron al popolo francese era ovvio: come De Gaulle, anche io sarò un leader forte. Come De Gaulle, anche io mi ergerò al di sopra dei politici meschini per governare nell'interesse nazionale.

 

Di paragoni con De Gaulle ce ne sono sicuramente, in questi giorni. Ma non si tratta del De Gaulle che ha costituito il governo francese in esilio a Londra nel 1940 o del De Gaulle che guariva le ferite dell’Algeria nel 1958. Inevitabilmente, dal momento in cui sono esplose le proteste dei gilet gialli in tutta la Francia, il paragone da fare è quello con le occupazioni delle strade di Parigi, da parte di studenti e lavoratori, nel maggio ’68.

 

Come De Gaulle, anche Macron non ha saputo accorgersi delle proteste di strada che stavano per arrivare. Come De Gaulle, Macron sembra fuori dal mondo e incapace di una risposta adeguata. E come De Gaulle anche lui pagherà un prezzo politico salato, visto che la sua reazione è stata quella di dire che non si sarebbe mai piegato ai manifestanti se fossero scesi in piazza, ma poi, con la decisione di bloccare l’aumento della tassa sui carburanti per sei mesi, ha fatto precisamente questo.

 

C’è non poca ironia nel fatto che l’uomo che era considerato la risposta al populismo ha provocato la più clamorosa manifestazione di collera populista che si fosse vista finora. Quando giunse al Palazzo dell’Eliseo, Macron fu salutato come il rappresentante di una nuova stirpe di politici, ma la realtà è che lui rappresentava il passato, non il futuro: era l’ultimo tecnocrate centrista nella tradizione di Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder.

 

Il predecessore di Angela Merkel alla cancelleria tedesca è stato il vero modello per Macron. Fu infatti Schröder a spingere per un mercato del lavoro più duro e per le riforme del welfare all’inizio degli anni 2000, riforme progettate per rendere più competitiva la maggiore economia d’Europa. Le riforme funzionarono, ma solo in una certa misura. La Germania ha bassa disoccupazione e accumula grandi surplus commerciali, ma questo perché i lavoratori tedeschi hanno accettato i tagli ai salari e la riduzione del loro potere d’acquisto.

 

Macron ha creduto che la stessa ricetta potesse funzionare anche per la Francia, ma nonostante la sua facile vittoria contro Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali, il supporto della sua base è sempre stato debole. La Francia sceglie il proprio leader con un processo in due fasi: un primo turno con molti candidati e in un secondo turno in cui i due candidati col maggior numero di voti fanno un testa a testa. Si dice che la Francia scelga al primo turno ed elimini al secondo, e solo poco più di un quarto di quelli che hanno votato al primo turno volevano effettivamente Macron.

 

Ciononostante, il nuovo presidente ha creduto di avere un mandato forte per fare riforme strutturali. Ha tagliato le tasse ai ricchi e reso più facile, per le aziende, assumere e licenziare, poi ha dato battaglia ai sindacati ferroviari. Era solo questione di tempo prima che iniziasse il contraccolpo.

 

L’economia francese ha stentato a mantenere il passo con quella tedesca. La Francia ha ben poco spazio per stimolare la domanda, visto che i tassi di interesse sono stabiliti dalla Banca Centrale Europea e la politica fiscale – cioè le tasse e la spesa pubblica – sono vincolati dalle regole di bilancio dell'eurozona. La Francia ha sostenuto la fondazione dell’euro credendo che una moneta comune potesse contenere il potere tedesco. Ma la realtà è che è successo proprio l’opposto: la Germania è diventata la forza dominante nell'eurozona e nell’intera UE. L'euro funziona per la Germania – o, per essere più precisi, funziona per gli esportatori tedeschi – ma non funziona per nessun altro. Dopo aver commesso l’errore madornale e di proporzioni storiche di entrare nella moneta unica, la Francia ha provato a rettificare.

 

Mentre era ancora nel periodo della luna di miele come presidente, Macron ha annunciato un piano per rafforzare l’unione monetaria creando un bilancio dell'eurozona controllato dall'eurozona stessa. Sapeva che l’unico modo per far aderire Berlino alla sua proposta sarebbe stato che la Germania vedesse la relazione con la Francia come una relazione tra uguali, cosa che non è stata per molti anni. Il modo per generare il necessario rispetto era mettere l’economia francese sullo stesso sentiero di rigore che i tedeschi avevano accettato sotto Schröder. Ciò aveva il vantaggio di essere in linea con il suo stesso programma di politica interna, tutto orientato a creare un ambiente più favorevole al business e a spostare l’equilibrio di potere dal lavoro al capitale.

 

I tedeschi sono sempre stati un po' duri da persuadere, sia riguardo la desiderabilità di avere una politica fiscale a livello di eurozona che loro stessi avrebbero dovuto finanziare, sia riguardo la capacità di Macron di mettere in atto le proprie politiche in Francia. Le peggiori violenze di piazza che si siano viste da mezzo secolo a questa parte hanno confermato tutte le paure dei tedeschi. Ma c’è un punto più ampio da capire: i politici devono rendersi conto che la crisi finanziaria e un decennio di appiattimento degli standard di vita hanno contribuito a determinare ciò che è politicamente fattibile e ciò che non lo è.

 

È fattibile – e in effetti desiderabile – adoperare il sistema fiscale per combattere i cambiamenti climatici, ma solo se il colpo inferto agli standard di vita è pienamente compensato da tagli su altre tasse. Altrimenti si tratta solo di ulteriore austerità, che gli elettorati stanno ormai rifiutando ovunque. Ed è politicamente suicida, per chi è già famoso come il presidente dei ricchi, dire agli elettori arrabbiati per l’aumento del costo dei carburanti di fare "car sharing" o di prendere il trasporto pubblico. Questo non è De Gaulle, è la Maria Antonietta del "mangino brioche".

23/11/18

Guardian – I “gilet gialli” fanno sbiancare Macron

Il giornale britannico progressista The Guardian sembra simpatizzare, in questo articolo, coi manifestanti dei “gilet gialli” che durante tutta la settimana hanno bloccato caselli, strade e depositi di carburante in Francia, e si stanno accingendo a una nuova grande manifestazione a Parigi. L’articolo ascolta le ragioni di alcuni di loro, che si estendono ben oltre la rivolta contro una tassa e diventano protesta generale contro le politiche di disuguaglianza imposte dalla classe dirigente e legittimate dai media. Intanto, ben il 77% dei francesi solidarizza con le proteste.

 

 

di Angelique Chrisafis, 23 novembre 2018

 

I dimostranti antigovernativi che questa settimana hanno alzato barricate per le strade e nei depositi di carburante di tutta la Francia si preparano per una nuova manifestazione a Parigi questo sabato, mentre Emmanuel Macron fatica a reprimere il sentimento nazionale di ribellione.

 

Il movimento popolare dei “gilet gialli” – che prende il nome dalle giubbe gialle ad alta visibilità indossate dai manifestanti – ha colto impreparato il presidente francese. Il movimento non ha leader, e le barricate erette ai caselli, alle rotonde e ai depositi di carburante sono state organizzate tramite i social media.

 

Il movimento, iniziato come protesta contro l’aumento delle tasse sui carburanti, è cresciuto fino a diventare un ampio sfogo contro la disuguaglianza, contro una classe politica percepita come disconnessa dalla realtà, e contro il governo Macron percepito in modo sempre più negativo come un “presidente dei ricchi”.

 

Un sondaggio di Le Figaro condotto questo venerdì (23 novembre, NdT) suggerisce che il 77% dei francesi riterrebbe legittime le proteste organizzate a Parigi e dintorni, e che dunque anche coloro che non hanno preso direttamente parte ai blocchi stradali, giorno e notte, nelle città di provincia, nei paesi e nelle aree suburbane, si identificherebbero comunque col sentimento di lontananza dalla classe dirigente.

 

Marie, 31 anni, babysitter nella regione di Var nel sud della Francia, ha protestato per tutta la settimana a una casello. “La gente è esasperata, c’è molta rabbia. Le tasse stanno crescendo ma i nostri salari no, e quando tu lavori duramente ti sembra ingiusto”, ha detto.

 

I miei genitori in pensione non arrivano alla fine del mese, e hanno dovuto trovarsi un nuovo lavoro distribuendo volantini pubblicitari. Il governo non ci sta ascoltando. Per me Macron è il presidente dei ricchi, che taglia le tasse ha chi ha i soldi e si dimentica del resto di noi. I politici sono completamente disconnessi dalla nostra vita”.

 

Quelli al potere sono un’unica grande oligarchia. Dei media non ci si può fidare. Ho pensato di votare Marine Le Pen, ma è l’intera classe politica a essere deludente. Mi sto chiedendo cosa voto a fare. Sono preoccupata che il futuro dei miei tre figli possa essere peggiore del mio”.

 

Due persone sono morte in altrettanti incidenti, e più di 530 ferite, di cui 17 in modo grave, durante una settimana di proteste e blocchi stradali. Un operaio di 30 anni, che ha manifestato ai posti di blocco nella Francia meridionale, l’ha definita: “Una società fallita dove ci troviamo a contare anche i centesimi per arrivare alla fine del mese, una società stanca dei politici, che non si preoccupano minimamente se rubano ai poveri per dare ai ricchi”.

 

Macron, che ha costruito la propria identità politica sul rifiuto di fare passi indietro di fronte alla pressione pubblica e alle proteste di piazza, questa settimana ha invocato un “dialogo” per spiegare meglio le sue politiche.

 

Il presidente centrista ha insistito che la sua “trasformazione” della Francia, che passa dall'indebolimento delle leggi sul lavoro e dalla revisione del funzionamento dello stato sociale, andrebbe a vantaggio della gente comune che per decenni ha sofferto una disoccupazione di massa.

 

Ma Macron ha anche promesso che le autorità sarebbero state “intransigenti” se le proteste fossero degenerate nel disordine. Questa settimana il governo ha ordinato alla polizia di rompere tutti i blocchi stradali rimasti, specialmente quelli attorno ai depositi di carburante e ai siti di importanza strategica.

 

L’isola francese di Réunion, al largo della costa sud-est del continente africano, ha 850.000 cittadini, e ha assistito alla più grave ondata di violenza da quasi 30 anni, dopo le sommosse sorte a fianco delle recenti proteste. L’isola ha un tasso di disoccupazione del 28%, il triplo rispetto a quello della Francia continentale, e quasi il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

 

Parlando di ciò che è avvenuto sull’isola, dove in alcune aree è stato imposto il coprifuoco per disperdere le proteste, Macron ha detto: “Saremo intransigenti perché non possiamo accettare ciò a cui stiamo assistendo”.

 

Dominique, 50 anni, un tecnico disoccupato che ha manifestato a un blocco stradale nella città di Martigues, vicino a Marsiglia, ha detto: “C’è molto più che il semplice carburante. Il governo ci ha lasciati senza nulla”.

 

Macron, il cui tasso di popolarità ha raggiunto un nuovo minimo sotto il 30%, ha provato a presentarsi come “umile”. In una intervista televisiva della scorsa settimana ha ammesso di “non riuscire a riconciliare la Francia coi suoi leader politici”, e ha promesso di dare maggiori poteri alle province.

 

“Ci sono delle rimostranze legittime che devono essere ascoltate”, ha detto mercoledì al suo Consiglio dei Ministri.

20/11/18

Jacques Sapir - I "giubbotti gialli" e la rabbia delle masse popolari

Jacques Sapir commenta la rivolta dei giubbotti gialli in Francia, le sue cause profonde, le sue caratteristiche e i possibili sviluppi. Non si tratta di una semplice protesta fiscale: dietro c'è una prolungata esasperazione e un forte sentimento di ingiustizia che, al di là di organizzazioni partitiche o sindacali, individua nell'altezzoso presidente, nel suo establishment e nella sua corte dei francesi "bobo"  il suo antagonista naturale. Qualsiasi sarà l'evoluzione del movimento, a breve o a medio termine per il governo francese è l'inizio della fine.

 

 

 

di Jacques Sapir, 19 novembre 2018

 

Il 17 novembre, il giorno dei "giubbotti gialli", è stato un enorme successo, con oltre 2.000 posti di blocco contro i 1.500 che erano stati annunciati. I dati sulla partecipazione diramati dal ministero degli Interni sembrano ampiamente sottovalutati. Purtroppo questo successo è stato oscurato dalla morte di una manifestante e dai molti feriti, nella maggior parte dei casi dovuti ai tentativi di forzare il blocco con le auto. Questo successo sfida i movimenti politici e i sindacati. Se la maggioranza (LaREM, sigla de La République en marche) con i suoi giornalisti su commissione lo presentano come un fenomeno odioso ed esecrabile, sarebbe invece necessario farsi qualche domanda sul significato di questo movimento e le sue possibili conseguenze.

 

Il giorno della collera

 

Questo movimento è stato innescato dall'annuncio di un aumento dei prezzi del carburante. Tuttavia, riflette una rabbia molto più profonda e cause molto più complesse. La questione dei prezzi del carburante rimanda alla cosiddetta "compressione dei consumi" delle famiglie delle classi popolari. Quando non si hanno mezzi di trasporto alternativi e si devono fare ogni giorno decine di chilometri per andare al lavoro, ebbene sì, il costo del carburante rappresenta un pesante onere. Detto in termini economici, in questo caso non vi è alcuna elasticità del consumo rispetto al prezzo.

 

Tuttavia, un semplice aumento dei prezzi del carburante non avrebbe certamente causato una tale collera se non fosse arrivato in aggiunta ad altri aumenti e ad una pressione fiscale che le classi lavoratrici considerano eccessivamente onerosa. Le riforme fiscali realizzate lo scorso anno dal governo - tra cui la rimozione della ISF (Imposta di solidarietà sul patrimonio) - e le misure adottate dai governi precedenti - tra cui ricordiamo i 44 miliardi di sgravi fiscali del CICE (credito d’imposta per la competitività e l’occupazione) concessi alle grandi imprese in cambio della creazione di qualche posto di lavoro - sono alla base di questa rabbia. Si parla di una "esasperazione fiscale"; in certi casi ci si può arrivare. Ma qui si tratta soprattutto di un senso di ingiustizia fiscale.


A questo aggiungiamo le più che infelici osservazioni di un presidente della Repubblica il quale evidentemente non prova alcuna empatia per le classi popolari, affascinato com'è dagli "start-upper" e dalla ricchezza di coloro che, per usare la sua espressione, "si sono fatti dal nulla". I termini estremamente dispregiativi che egli ha usato per anni contro le classi popolari sono ben noti. Non sono stati dimenticati da coloro a cui sono stati rivolti. I francesi, si dice, hanno la memoria corta. Invece hanno appena dimostrato l'esatto opposto.


 

Tutti questi sono stati fattori di coesione di una rivolta emersa dalle profondità della "Francia periferica", per riprendere l'espressione del geografo Christophe Guilluy. L'odio dei rappresentanti organici della Francia "bobo" (bourgeois-bohème, corrispondente all'italiano radical-chic, ndt) segnala dove si trova la frattura.  Questa frattura, e qualcuno non se ne dispiaccia, è una frattura di classe. Gli slogan politici che abbiamo sentito non sono dovuti alla presenza di attivisti e di organizzazioni di partito, ma piuttosto al fatto che queste classi popolari identificano spontaneamente il governo e il presidente come loro nemici.

 

L'auto-organizzazione, i suoi precedenti, i suoi limiti e il suo futuro

 

Questa rivolta è stata in gran parte non organizzata, o più esattamente auto-organizzata. È partita da iniziative individuali, e si è amplificata sui social network. Un gran numero di manifestanti del 17 novembre erano alla loro prima esperienza di manifestazione, di lotta collettiva. Questa esperienza, questa forma specifica di socializzazione è di estrema importanza. Perché imparando a coordinarsi, a parlare insieme, queste persone smettono di essere individui isolati. Diventano consapevoli della loro forza. È per questo motivo che questo movimento, eterogeneo nella sua ideologia, i cui partecipanti sono disomogenei e tra loro differenziati, è fondamentalmente un movimento sociale progressista. Perché ogni esperimento sociale che oggi permette agli individui di uscire dal loro isolamento ha un carattere progressista.

 

Il disorientamento di certi partiti, ma anche di certi sindacati, di fronte a questa manifestazione è stato dirompente. La partecipazione dei dirigenti della France Insoumise, come Jean-Luc Mélenchon, François Ruffin, o Adrien Quatennens, mostra che questo movimento ha compreso la natura profonda di quanto stava accadendo. Bisogna anche dire che alcuni altri partiti hanno sostenuto l'evento, alcuni più timidamente altri con più convinzione. Per riprendere una espressione del mio ottimo collega Bruno Amable, la domanda che oggi si pone è se su questa base si verrà a formare un "blocco anti-borghese" in grado di contrastare il "blocco borghese" ora al potere.

 

Perché la forza dei giubbotti gialli può essere anche la loro debolezza. Se la mobilitazione vuole essere duraratura, e per affrontare l'intransigenza del governo è chiaro che deve esserlo, dovrà darsi una forma di organizzazione. Ma allora la pressione del governo aumenterà di conseguenza. Basti ricordare come Georges Clemenceau, allora ministro degli Interni, riuscì a manipolare Marcelin Albert, il leader della rivolta dei vignaioli del Mezzogiorno e in particolare della regione di Béziers nel 1907, di cui ci è rimasta la canzone "Gloire au 17ème", che celebra la fraternizzazione dei soldati del 17° battaglione con i manifestanti. I giubbotti gialli avrebbero quindi interesse a strutturarsi in comitati di azione con coordinamenti regionali e nazionali, consentendo un controllo democratico che vada oltre la preparazione di una giornata di dimostrazione.

 

Oltre a questo rischio, sempre presente, la mobilitazione deve porsi la questione dell'allargamento del movimento, ma anche delle forme che deve assumere e degli obiettivi che deve darsi. La persistenza dei blocchi e delle manifestazioni nella giornata di domenica 18 novembre, l'estensione ai territori di oltremare, tutti questi sintomi indicano che potremmo essere alla vigilia di qualcosa di molto più importante di una semplice protesta contro le tasse.

 

La cancellazione dei sindacati e il potenziale di questa mobilitazione

 

Tuttavia, dobbiamo tornare alla cancellazione dei sindacati e al suo corollario: la mancanza di rappresentanti istituzionali dei giubbotti gialli. Ci sono molte ragioni per questa cancellazione, e il fenomeno della burocratizzazione delle grandi centrali è una di queste. Ma quando il governo fa tutto il possibile per eliminare i sindacati come forze sociali, poi non può lamentarsi dell'assenza di rappresentanti istituzionali nel movimento del 17 novembre, rappresentanti con cui potrebbe, nel caso, negoziare.

 

Nel maggio del 1968, furono i sindacati, e prima di tutto la CGT, gli artefici del compromesso - l'accordo di Grenelle - che permise al movimento di trovare una via d'uscita non rivoluzionaria. Questi accordi sono stati talmente significativi che la parola "Grenelle" oggi è ripresa in tutte le salse. Sarà difficile che un fatto del genere si ripeta.

 

Il governo si trova quindi di fronte a un movimento di tipo nuovo, un movimento di protesta che porta direttamente in sé la natura di una protesta politica. A meno di cedere molto velocemente, ed è molto difficile che questo possa accadere, il governo rischia di dover affrontare due gravi ostacoli.

 

Il primo è che questa mobilitazione continui a montare e che si arrivi, qua e là, a una fraternizzazione con le forze dell'ordine. Questo è lo scenario peggiore per questo governo. Anche se al giorno d'oggi è poco probabile, implicherebbe la trasformazione di questa mobilitazione in un movimento insurrezionale.

 

Il secondo, più verosimile, è che questa mobilitazione finisca per logorarsi per mancanza di opportunità concrete e per non riuscire a collegarsi con altri settori della popolazione. Ma, anche se questo movimento andrà ad esaurirsi, sarà solo in apparenza. La rabbia, e ora anche l'amarezza, saranno sempre lì, in attesa di un pretesto per riaffiorare, e un'opportunità, soprattutto elettorale, per esprimersi.

 

Il governo deve dunque affrontare una grande minaccia a breve termine, ma una minaccia altrettanto formidabile a medio termine. Ma qualunque cosa faccia, non si sbarazzerà del pericolo.

 

E, per gli amatori, le prime strofe della canzone.

 

GLORIA AL DICIASSETTESIMO

 

Legittima era la vostra collera
Rifiutarsi era un grande dovere
Non si devono uccidere i propri padri e madri
Per i grandi che sono al potere
Soldati, la vostra coscienza è pulita
Non ci si uccide tra Francesi
Rifiutandovi di insanguinare le vostre baionette
Soldatini, avete fatto bene

 

Vi saluto, vi saluto
Coraggiosi soldati del Diciassettesimo
Vi saluto, bravi marmittoni
Ognuno vi ammira e vi ama
Vi saluto, saluto voi
E il vostro magnifico gesto
Avreste, sparandoci addosso,
Assassinato la Repubblica.

 

(versione italiana di Riccardo Venturi)

 

06/05/18

Foreign Policy: il centrismo di Macron sta andando a pezzi

Come in un film non particolarmente brillante in cui lo svolgersi della trama si intuisce già dai primi minuti, gli elettori francesi di sinistra che hanno votato in massa per Macron, presumibilmente per arginare il "pericolo fascista" della Le Pen, si scoprono traditi e arrabbiati per la deriva neoliberale nel novello Bonaparte francese. Eppure, tra alleggerimento della tassazione per i benestanti, riforma del mercato del lavoro, prelievi ai pensionati e guerra di thatcheriana memoria alla potente categoria dei lavoratori ferroviari, nulla di quello che Macron sta facendo era stato nascosto in campagna elettorale. Ma se anche nella destra repubblicana cresce la resistenza ai programmi del nuovo presidente, colpevole di tradire i valori tradizionali francesi, è tutto da vedere che le opposizioni si saldino e riescano a bloccare il progetto "modernizzatore" di Macron, a cui va riconosciuta l'abilità di saper manovrare la narrativa pubblica francese e la macchina di governo. Da Foreign Policy.

 

di Arthur Goldhammer, 23 aprile 2018

 

 

Come candidato alla presidenza francese nel 2017, Emmanuel Macron si è frequentemente vantato di non essere "né di destra né di sinistra", sostenendo che la sua candidatura era una terza via. Ha poi corretto questa sua auto-descrizione in "sia di destra sia di sinistra". Nel periodo antecedente al primo turno delle elezioni, Macron ha persino tenuto un'affascinante lezione sulla differenza tra di esse a una classe di scuola elementare: la destra è per la libertà, ha detto con un sorriso disarmante, mentre la sinistra sostiene l'uguaglianza. Promettendo di gettare un ponte tra le due idee, lui sarebbe stato il candidato della fratellanza. Liberté, egalité, fraternité: è stato un chiaro gioco di prestigio per l'ex studente di filosofia, che ha cercato di incantare la stanza piena di alunni con la sua sintesi hegeliana del controverso passato rivoluzionario della Francia.

 

Ora, a quasi un anno dall'inizio della presidenza di Macron - con il suo indice di gradimento sceso al 40% dopo tre mesi consecutivi di declino - molti di quelli che lo hanno votato nella speranza che avrebbe trasceso la divisione sinistra-destra hanno iniziato a chiedersi se hanno creduto a una farsa, nonostante il fatto che Macron, una volta in carica, abbia fatto più o meno esattamente quello che aveva detto che avrebbe fatto. I tradizionalisti di destra si tirano indietro sui suoi piani per trasformare la Francia in una "nazione startup" modellata sulla Silicon Valley, mentre la sinistra frena sui suoi tentativi di dare un giro di vite all'immigrazione illegale e di proporre tagli alle tasse per i ricchi. Grazie a quest'ultima proposta Macron si è guadagnato l'epiteto di "presidente dei ricchi".

 

L'ira della sinistra si è sollevata presto. Prima dell'ottobre 2017, soltanto pochi mesi dopo aver preso possesso del suo ufficio a maggio, Macron aveva eliminato la tassa patrimoniale sui beni diversi dagli immobili, una mossa che aveva anticipato - e giustificato - durante la campagna elettorale come un incentivo agli investitori e una lusinga ai benestanti per rimanere in Francia. Secondo le stime, circa 10.000 milionari sono fuggiti dalla Francia nel 2015.

 

Macron ha anche fatto passare una riforma importante della legge sul lavoro. Tenendo fede a una promessa spesso ripetuta durante la campagna elettorale, ha esteso la riforma del lavoro che aveva iniziato come ministro dell'economia sotto il presidente socialista Francois Hollande. Sebbene i dettagli del nuovo codice del lavoro siano complessi, le misure di Macron essenzialmente mirano a consentire alle aziende una maggiore flessibilità nell'assumere, licenziare, decidere l'orario e le condizioni di lavoro - ordinaria economia neoliberale dal lato dell'offerta.

 

Quindi, per rimediare a una parte delle entrate perse con l'eliminazione della tassa patrimoniale, ha imposto un "contributo sociale generalizzato" ad alcune categorie di pensionati. Ma questo non ha fatto altro che rinforzare la percezione che avesse virato a destra. I critici lo accusano di mirare a spennare gli anziani per blandire i ricchi, e la critica ha colpito: secondo un sondaggio, il 71% dei francesi giudica "ingiustificata" la nuova tassa sui pensionati, anche se questa non tocca tutti i pensionati e sarà parzialmente compensata da una graduale riduzione delle tasse locali sulla proprietà.

 

Nel tentativo di placare i pensionati irritati dalla nuova tassa, Macron li ha profusamente ringraziati - sei volte - in una intervista televisiva con il giornalista Jean-Pierre Pernaut ad aprile. Non ha avuto l'effetto voluto: i telespettatori intervistati immediatamente dopo la trasmissione hanno accusato il presidente di mostrare "disprezzo" verso i pensionati e di trattarli come "cittadini di seconda classe" perché ha tassato le loro indennità mentre tagliava le tasse ai ricchi.

 

Infine, la proposta di Macron di riformare le ferrovie nazionali francesi, la SNCF, ha irritato quelli che lo vedono spostarsi ancora più a destra. Il sistema ferroviario - e i lavoratori delle ferrovie - hanno a lungo goduto di uno spazio privilegiato nell'economia e nell'immaginazione francese. Sette cittadini francesi su dieci preferiscono il treno agli altri mezzi di trasporto, e la SNCF è venerata come il servizio pubblico per antonomasia.

 

I lavoratori della ferrovie francesi, conosciuti come cheminots, oggi godono di condizioni contrattuali abbastanza generose, in confronto ad altri lavoratori. Una volta assunti, i loro posti di lavoro sono garantiti per tutta la vita - i licenziamenti non sono permessi. Tutti i dipendenti della SNCF possono andare in pensione a 55 anni, e quelli che devono viaggiare su lunghe distanze rispetto alla loro sede di lavoro, come gli ingegneri, possono andare in pensione a 50 anni, anche se le riforme precedenti hanno gradualmente aumentato l'età di pensionamento e irrigidito le regole per accedervi.

 

Macron vuole cambiare tutto questo, in parte in risposta all'iniziativa dell'Unione Europea voluta per aumentare la competizione nel settore ferroviario. Sostiene che le ferrovie francesi "sono del 30% meno efficienti" delle ferrovie dei paesi confinanti, come la Germania. I sindacati mettono in dubbio questi numeri. I leader sindacali sostengono che la SNCF ha un problema di alti costi, la ragione principale dei quali non sono gli stipendi e le indennità concessi ai lavoratori delle ferrovie, ma il forte indebitamento della compagnia, risultato dei pesanti prestiti ottenuti negli ultimi 30 anni per costruire le linee ad alta velocità, che per lo più forniscono un servizio ai benestanti.

 

C'è una notevole delusione per il fatto che Macron, da presidente, sembri aver virato verso destra. Secondo un ampio sondaggio post-elettorale, il 45% di quelli che hanno votato Macron al primo turno delle elezioni presidenziali dell'anno scorso avevano votato per il candidato socialista, Hollande, al primo turno del 2012. In altre parole, Macron non sarebbe presidente oggi se non fosse stato per questa sostanziale dimostrazione di sostegno da parte degli elettori che si sono identificati con la sinistra. Ma questo spostamento è stato telegrafato all'inizio della sua presidenza: sebbene diversi suoi ministri, inclusi Gerard Collomb agli Interni e Jean-Yves Le Drian agli Esteri, vengano dal Partito Socialista, il Primo Ministro Edouard Phillippe, il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, e il ministro del Bilancio Gerald Darmanin vengono tutti dalla destra. In effetti, se le elezioni avessero prodotto un presidente di centro-destra, il programma elettorale del governo sarebbe risultato identico a quello di Macron. Philippe è stato un alto consigliere del leader di centro-destra Alain Juppé, e lo stesso Le Maire è stato un candidato alla nomination dei Repubblicani.

 

In effetti, Macron ha dato alla destra così tanto di quel che voleva da aver effettivamente diviso i Repubblicani. Un gruppo di moderati, soprannominati "Costruttivi" per la loro disponibilità a lavorare con Macron, sono stati ricompensati con l'espulsione del nuovo leader Repubblicano, Laurent Wauquiez. Essendo lui stesso un conservatore, Wauquiez non può criticare Macron perché  concede alla destra la politica economica che la destra diceva di volere, così ha preso ad attaccare il presidente in quanto "elitario" staccato dalla realtà, che "dà ordini" con arroganza alla gente autentica delle province e governa assistito da "una nuova nobiltà di stato" di burocrati parigini. Se Macron ha successo, sbuffa Wauquiez, la Francia sarà trasformata in una "nazione startup" di individui "iperconnessi, ma senza radici".

 

Inoltre, la destra tradizionale rifiuta di riconoscerlo come un conservatore, perché il suo piano di condurre la Francia verso un futuro imprenditoriale hi-tech è visto come una minaccia ai valori tradizionali. Niente compiace di più Macron dell'essere attaccato su entrambi i fianchi, perché essere bersagliato  da entrambi i lati dà credito alla sua rivendicazione di non appartenere a nessuno dei due schieramenti.

 

Un esempio calzante: la sera del 15 aprile, Macron si è seduto con due giornalisti combattivi per un'intervista. Edwy Plenel, l'editore di Mediapart, rappresentava la sinistra militante, mentre Jean-Jacques Bourdin, della stazione radio RMC, rappresentava la destra populista. Entrambi cercavano di inchiodarlo col loro fuoco incrociato. Macron ci è andato a nozze, a dimostrazione che la sua grande forza di combattente politico non è né il suo diretto sinistro né il suo gancio destro, ma piuttosto il suo abile gioco di gambe retorico, che tiene sbilanciati i suoi opponenti. "La gente ha visto un presidente che può prendere un pugno e darne uno quando necessario", si vantava il portavoce del governo, Christophe Castaner. Il confronto, ha detto, è stato "quasi fisico".

 

Il pugilato politico televisivo è una cosa, ma i lavoratori francesi hanno perfezionato da lungo tempo il proprio stile di jujitsu da strada. Tre giorni dopo l'intervista televisiva di Macron i lavoratori ferroviari erano di nuovo in sciopero, intenzionati a interrompere i trasporti due giorni su cinque, fino a quando il governo non si arrende.

 

Nonostante questo, il presidente promette di tener duro. Crede di avere identificato gli ostacoli sulla strada del progresso ed è determinato a spazzarli via per creare il sentiero luminoso verso un futuro più brillante. Macron, dopo tutto, è un seguace dell'economista austriaco Joseph Schumpeter, che sosteneva che il progresso economico è un prodotto della "distruzione creativa". E il presidente francese è un tecnocrate fino al midollo, uno che crede che lo stato è l'unico arbitro e rappresentante dell'interesse generale.

 

Il pericolo è che le modifiche strutturali che Macron intende apportare non producano i risultati previsti. Momentaneamente è sembrato che una ripresa generale dell'economia europea stesse lavorando in suo favore: la marea in crescita avrebbe sollevato la barca francese con tutte le altre. Ma i recenti segnali di rallentamento lo mettono in dubbio, e il risultato delle elezioni tedesche ha ridotto la possibilità di qualunque riforma dell'UE che Macron abbia sostenuto. Ciò ha soltanto aumentato il disappunto dei suoi sostenitori di sinistra.

 

Tuttavia, l'eloquenza di Macron e la sua evidente padronanza della macchina di governo continuano a impressionare una parte sufficiente del pubblico e della classe politica, e questo è il motivo per cui resta dubbio che i vari movimenti di opposizione sorti si salderanno a sufficienza da bloccare le sue riforme. Ma non manca d'ironia che il talento di Macron nel condurre la burocrazia si stia dimostrando la sua salvezza, anche mentre si dissolve la sua reputazione di centrista.

28/07/17

Sapir - La "nazionalizzazione" di STX e le contraddizioni del governo francese

Il campione del liberalismo europeista nazionalizza un’impresa per difendere gli interessi francesi. Jacques Sapir mette in luce sul suo blog Russeurope come questa smaccata contraddizione mostri da una parte l’assenza di una coerente linea politica nel governo di Philippe e Macron, dall’altra che la nazionalizzazione di STX è probabilmente una mossa puramente propagandistica, priva di sostanza.

 

 

 

Di Jacques Sapir, 27 luglio 2017

 

Il governo ha deciso di "nazionalizzare" la società cantieristica STX (1). Questo potrebbe sorprendere, da parte di un governo che, finora, si era fatto notare soprattutto per le sue posizioni ispirate al più puro liberalismo economico. L'obiettivo dichiarato è quello di "difendere gli interessi strategici della Francia." Il governo fino a oggi era proprietario del 33,33% del capitale, insieme a un diritto di prelazione in scadenza sabato 29 luglio. È proprio questo diritto che il governo ha deciso di esercitare, dopo il fallimento delle trattative con la società italiana, Fincantieri, che doveva acquisire una quota del capitale (2).

 


Il caso STX e il conflitto franco-italiano


 

L'esecutivo ha cercato di negoziare un modello "50-50" che bilanciasse gli interessi francesi (lo Stato, l'ex Gruppo navale DCNS, BPI-Francia e i dipendenti) e quelli italiani nel finanziamento dei Chantiers de l’Atlantique, mentre l’accordo originale assegnava al campo italiano il 55% del capitale di STX France. Le cause dell’inversione di rotta del governo francese sono note. Fincantieri opera nella stessa fascia di mercato della STX, che ne è il principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Bernard Cazeneuve aveva accettato che agli italiani andasse la quota di maggioranza, quello presieduto da Édouard Philippe, e naturalmente il Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX che l’acquirente italiano intervenisse per garantirsi il controllo di alcuni impianti esistenti a Saint-Nazaire, lasciando decadere la produzione nel sito. Il governo italiano ha respinto la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, sia del suo collega al Tesoro Pier Carlo Padoan.

 

Si tratta di una decisione importante. Ma va anche contestualizzata. Questa scelta comporta una spesa che non supera gli 80 milioni di euro. Nello stesso momento, il governo Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata tra 2,7 e 7 miliardi di euro, a seconda della formula di privatizzazione prescelta. Ora, questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati altrettanto strategici quanto i cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese ha annunciato la sua decisione di riprendere i negoziati con la controparte italiana, per arrivare a una sorta di "Airbus del mare", e quindi di non chiudere la porta a un accordo con l'Italia.

 


Le contraddizioni del governo


 

In realtà, l'atteggiamento del governo francese evidenzia le contraddizioni della comunicazione e della politica di Emmanuel Macron.

 

In primo luogo, in questo progetto di creare un "Airbus navale" c’è una contraddizione evidente. Ricordiamolo: il precedente dell’Airbus era basato su un'esperienza di collaborazione con l'industria aeronautica tedesca che durava da più di un decennio. Questa cooperazione era concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma prevedeva anche la costruzione su licenza in Germania del predecessore del Transall (il Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando era stato negoziato il consorzio Airbus, era in corso anche un altro programma di cooperazione industriale per l'Alpha Jet. L’Airbus è stato dunque, in origine, il risultato di molti progetti di cooperazione industriale, in cui era chiaro che la Francia giocava un ruolo di primo piano. Con le costruzioni navali non siamo affatto in questo tipo di situazione. L'analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Sono solo parole.

 

Da notare inoltre che la decisione riporta in scena la sovranità della Francia, anche se il Presidente continua a cantare le lodi di un'Europa più integrata, il che comporterebbe nuove perdite di sovranità. Qui possiamo vedere che si manifesta di nuovo la stessa contraddizione che aveva caratterizzato François Hollande, quando nel novembre 2015 dichiarò lo stato di emergenza. Sia con François Hollande sia con Emmanuel Macron, siamo in presenza di presidenti che affermano la loro volontà di andare oltre nel processo di integrazione europea, ma che, di fronte a una crisi, reagiscono nel senso di una riaffermazione della sovranità francese. Una contraddizione irrimediabile.

 


Il ruolo dello Stato nello sviluppo del settore



 

Il governo di Philippe e di Macron appare quindi privo di rotta, dice una cosa e ne fa un’altra. Questo è particolarmente grave nel settore industriale che, meno di qualsiasi altro, tollera messinscene e decisioni opportunistiche.

 

L'attività industriale non è un'organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, si tratta di un'organizzazione gerarchica non democratica (3), in cui la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla creazione delle istituzioni interne.

 

Per poter funzionare, deve ricorrere a sistemi di complementarietà realizzati attraverso la divisione del lavoro (4). Allo stesso tempo, si basa su una separazione radicale tra proprietari e dipendenti. L’impresa, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un insieme di funzioni, di cui fanno parte (senza riassumerle totalmente) la minimizzazione dei costi di transazione (come argomenta R. Coase) e l'ottimizzazione di un sistema di conoscenza collettiva locale (5), in particolare la creazione di linee informative e di diffusione (interpretazione di un volume crescente di segnali attraverso le conoscenze generate dalla divisione tecnica del lavoro). Inoltre assicura, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione rispetto ad altre (6). Questa dimensione d’altra parte ha anche introdotto un certo livello di incoerenza nell'articolazione di sistemi coerenti che realizza l'impresa capitalistica.

 

Un’impresa pubblica, d’altra parte, può adottare istituzioni interne per facilitare la condivisione spontanea della conoscenza individuale e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non per questo è priva di inconvenienti. In primo luogo, perché lo Stato possa agire come un proprietario che si autoassegna dei limiti (vale a dire, si impegna a non disertare), l'area produttiva dello Stato deve essere limitata. Se le necessità di finanziamento del settore pubblico sono troppo elevate rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere o una interruzione dell’impegno assunto (sotto forma di una privatizzazione o di un allineamento della gestione allo standard normale delle imprese capitalistiche), o una rivalsa fiscale.

 

Ci sono molte ragioni, tuttavia, che vanno a favore dell’esistenza di un settore industriale pubblico: creare un'alternativa ai produttori privati ​​per costringerli a moderare i loro prezzi nei contratti tra Stato e imprese; assumersi il rischio di impresa in condizioni di elevata incertezza; in alcune attività, essere capaci di sostenere un significativo costo di ingresso, che scoraggia gli investitori privati.

 

Questa "nazionalizzazione" di STX potrebbe offrire l’opportunità di una presa di coscienza sia della situazione dell’industria francese, sia della necessità di un settore industriale pubblico, in alcuni campi. Ma questo esige che il governo si liberi della cappa ideologica non solo del liberalismo, ma anche dell’europeismo.

 

Francamente, è molto poco probabile che questo avvenga. Questa “nazionalizzazione” rischia dunque di essere null’altro che fumo negli occhi.

 

 

Note

(1) http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2017/07/27/97002-20170727FILWWW00227-bruno-le-maire-annonce-la-nationalisation-de-stx.php

 

(2) http://www.lefigaro.fr/societes/2017/07/18/20005-20170718ARTFIG00340-stx-franceattend-le-verdict-d-emmanuel-macron.php

 

(3) È chiaro che anche altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono funzionare in modo non democratico. Ma questa forma di funzionamento non è intrinseca alla loro natura, e d’altra parte anche queste organizzazioni potrebbero tranquillamente funzionare in modo democratico, il che non esclude il principio gerarchico, ma dà ai suoi membri un potere di controllo sulla designazione della gerarchia e sull'ampiezza dei suoi poteri.

 

(4) Questo punto è ricordato da C. Pitelis, "Transaction Costs, Markets and Hierarchies: the Issues”, in C. Pitelis, (a cura di) Transaction Costs, Markets and Hierarchies, Basil Blackwell, Oxford, 1993.

 

(5) S. Winter, "On Coase Competence and the Corporation", in O.E. Williamson & SG Winter (a cura di), The Nature of the Firm -Origins, Evolution and Development, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.

 

(6) G. K. Dow, "The Appropriability Critique of Transaction Cost Economics" in C. Pitelis, (a cura di), Transaction Costs, Markets and Hierarchies, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Per un'analisi molto pertinente di questa asimmetria vedi anche, D.H. Robertson, The Control of Industry, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

 

20/06/17

Sapir: il voto, la crisi, il futuro


  1. Jacques Sapir commenta il risultato del secondo turno delle elezioni legislative francesi, da cui è emersa la frattura drammatica tra la soverchiante maggioranza raggiunta da Macron e il paese reale, che per la stragrande parte ha votato altri partiti o non ha votato. La "nuova" (in realtà perfetta prosecuzione ideologica della precedente) maggioranza dovrà dunque governare con un potere ancora maggiore e una crisi di legittimità ancora più grave. Sapir esorta tutte le forze dell'opposizione "sovranista" a combattere una comune battaglia politica nelle piazze - là dove i numeri ci sono.


 

 

di Jacques Sapir, 19 giugno 2017

 

Il consolidarsi dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative mostra ancora di più l’ampiezza con cui si è manifestato il rifiuto del voto. Se si sommano astensione, schede bianche e schede nulle – voti, questi ultimi, in forte aumento dal primo al secondo turno (da 500.000 a 2 milioni) – si supera il 61,5%, cifra data dal 57,36% delle astensioni più il 4,20% di schede bianche o nulle. Questo significa che appena il 38,5% degli elettori aventi diritto (ossia 18,31 milioni su 47,58 milioni) ha espresso effettivamente un voto al secondo turno. L’ampiezza del rifiuto del voto, a prescindere da quale forma abbia assunto, spinge a porsi alcune domande sul senso stesso di queste elezioni.

 

Paese “legale” contro paese "reale"?

 

Se non avessimo già abusato della contrapposizione maraussiana tra "paese legale" e "paese reale", dovremmo utilizzarla proprio per descrivere la situazione attuale. Certo, la situazione non è assimilabile a quella in cui Charles Maurras aveva espresso questa dicotomia. Essa indicava aspetti diversi e non può essere ridotta alla sola cifra dei non-votanti. Eppure oggi abbiamo un “paese legale” nel quale il movimento “Republique en Marche” ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale tramite l’ultima tornata di elezioni, di cui nessuno contesta la legalità, ma questa maggioranza assoluta di deputati non può far dimenticare la maggioranza, questa volta davvero schiacciante al confronto, di francesi che non hanno votato o che hanno rifiutato di esprimere una scelta nel momento in cui hanno compilato la scheda di voto. È questa la discrepanza che giustifica, nonostante le remore storiche e politiche, il riutilizzo della dicotomia tra “paese legale” e “paese reale”. L’Assemblea Nazionale, per quanto sia legalmente autorizzata, ha un enorme problema di legittimità.

 

Una conseguenza di questo è che non c’è alcuna onda di consensi dietro al presidente e al suo partito. Il sistema elettorale francese, come sappiamo e abbiamo ripetuto a sufficienza, non fa altro che amplificare i risultati di una singola elezione. Tuttavia, nel 1981, durante la famosa “onda rosa”, l’astensione era stata solo del 24,9% (al secondo turno). Analogamente, nel 1993 durante “l’onda blu” ci fu un’astensione del 32,4%. Ora siamo in una situazione ben diversa. Ed è questa la situazione che dobbiamo considerare, al di là dei successi degli uni e dei fallimenti degli altri.

 

Crisi di legittimità e fratture politiche

 

Se anche – per miracolo – l’elezione fosse avvenuta secondo le regole del sistema proporzionale, - e allora, vorrei ricordare, “France Insoumise” avrebbe ottenuto 84 deputati (anziché solo 19) e il “Front National” ne avrebbe ottenuti 80 (anziché appena 8) - la legittimità dell’Assemblea Nazionale sarebbe stata comunque fragile. Naturalmente si può sempre dire che, in caso di rappresentanza proporzionale, l’astensione sarebbe stata meno marcata. Questo è possibile, ma è da dimostrare. È quindi necessario distinguere il problema della rappresentanza delle forze politiche all’interno dell’Assemblea Nazionale -problema che riguarda ovviamente la rappresentanza delle due forze di opposizione reale, e che potrebbe essere ridotto da un sistema elettorale un po’ diverso - dal problema della legittimità complessiva dell’Assemblea Nazionale, che deriva dall’ampiezza dell’effettivo “sciopero del voto” a cui abbiamo assistito da parte degli elettori francesi.

 

Questo “sciopero del voto”, che ha coinvolto il 61,5% degli iscritti, dimostra che la crisi politica in Francia, crisi che covava già dal 2012 e dalla rinnegazione europeista di François Hollande, e poi diventata crisi aperta dal 2013, non è ancora terminata. Gli incensatori di Emmanuel Macron e i propagandisti al soldo di “Republique en Marche” possono pure strombazzare in giro che con questa elezione si apre una nuova era. Ma sappiamo tutti che non è così. La società francese resta ancora spaccata in modo duraturo, a causa della disoccupazione, della disuguaglianza, del peso degli interessi delle grandi imprese e delle banche sugli ambienti politici e mediatici, ma anche a causa della crisi della scuola repubblicana, del modello di integrazione francese e del rischio terroristico. Di queste fratture ci ha dato un quadro più attendibile il primo turno delle elezioni presidenziali, che ha dimostrato come di fronte al campo del capitale - un campo che oggi si confonde con quello degli interessi “europeisti” - le diverse forze sovraniste nell’insieme potevano fare il loro gioco e ottenere la maggioranza.

 

Che futuro si prospetta?

 

Il grande rischio è di vedere il “paese legale” convincersi di avere tutti i diritti, e mettere in atto le riforme e le misure che aggraverebbero le fratture della società francese. Nei fatti questo rischio può assumere forme concrete differenti. La prima riguarda l’anomia, con una società che si disferebbe progressivamente sotto i colpi sempre più violenti che le vengono inferti, e frammenti di questa società che ricorrono alla violenza per cercare di far valere i propri diritti. Entreremmo allora in un mondo come quello di cui parla Hobbes, il mondo di una “guerra di tutti contro tutti”, con il più grande vantaggio - e la più grande felicità, si è costretti ad aggiungere - di quell’1% che ci comanda. La seconda strada, decisamente preferibile, vedrebbe i francesi unire le proprie forze contro le istituzioni occupate da una minoranza priva di legittimità, per far valere le proprie richieste. È stato questo l’appello rivolto domenica sera ai francesi da Jean-Luc Mélenchon.

 

Verso quale delle due forme di reazione penderà la bilancia è della più grande importanza. Ciò determinerà il nostro futuro. Bisogna quindi che le forze di opposizione, nel loro insieme, capiscano che non c’è soluzione possibile alla crisi politica se non nelle lotte collettive all’interno delle quali dovrà emergere, ancora una volta, l’idea del bene comune. Perché, e questo deve essere compreso da tutti, il “bene comune” non esiste al di sopra e al di là delle lotte sociali. Il bene comune va costruito all’interno di esse. Pertanto la nostra partecipazione alle lotte collettive sarà importante per definire il futuro che ci attende.

 

Allora e solo allora potrà essere trovata una soluzione alternativa a quello che alcuni colleghi hanno chiamato giustamente il “blocco borghese” o, più precisamente, il “blocco liberale”. Queste forze, senza rinunciare a ciò che costituisce la loro identità politica, dovranno capire che forme di unità sono necessarie, se un giorno vogliono veder trionfare le proprie idee.

 

Articolare “il” politico e “la” politica

 

Questo implica una riflessione seria sui campi del politico e della politica. Il politico, come sappiamo, si definisce attraverso la contrapposizione tra amico e nemico. È lo spazio dei confronti antagonistici. Ma avere più avversari alla volta implica assumersi il rischio di essere sconfitti, soprattutto quando gli avversari sono a conoscenza del problema. La politica è invece lo spazio dei conflitti non-antagonistici, delle opposizioni e delle divergenze che possono legittimamente emergere tra le forze politiche, e che ad un certo punto dovranno essere risolte, ma la cui soluzione può passare temporaneamente in secondo piano rispetto ai confronti antagonistici prima menzionati. Chantal Mouffe ha definito questo lo spazio del “confronto agonistico”, secondo una distinzione che molti di quelli che si riferiscono al suo pensiero, ma evidentemente non lo hanno letto, farebbero bene a meditare.

 

Così, ci sono differenze importanti, persino radicali, tra i vari sovranisti, ma questo non dovrebbe impedire ai sovranisti di formare un fronte comune contro lo stesso avversario. È comprensibile che ci siano molti punti che in questi anni hanno contrapposto i militanti del Front National agli attivisti saldamente radicati nella sinistra di France Insoumise. Ci sono differenze nei punti di vista e nell’identità politica. Queste differenze continueranno a esserci anche nelle battaglie che si dovranno condurre. Ma gli uni e gli altri devono capire che queste differenze potranno essere espresse solo quando la sovranità del popolo, cioè la sovranità della Francia, sarà stata ripristinata. Ciò non implica affatto che le contrapposizioni che ci sono tra loro siano superficiali o poco importanti. Non lo sono, se si considera il campo economico, per esempio la questione fiscale. Queste contrapposizioni ci sono, devono essere rispettate e sono legittime, in quanto rappresentano posizioni sociali differenti.

 

Ma queste contrapposizioni non devono oscurare quella, al contrario irriducibile, tra i sovranisti e i loro avversari. Questo lo aveva capito Eric Dillies, candidato perdente del Front National per la circoscrizione Nord, dove è stato recentemente eletto Adrien Quatennens, candidato di France Insoumise. Eric Dillies aveva dichiarato a un giornale locale, la “Voce del Nord”: “Voterò per lui e ho invitato i miei elettori a seguire il mio esempio (…). Ho incontrato Adrien Quatennens ed è una brava persona. Di fronte a una maggioranza strabordante lui difenderà il popolo, non sarà uno yes-man” [1]. Eric Dillies è stato ascoltato dai suoi elettori e questo può aver contribuito al successo di Quatennens. Questo è un esempio di realizzazione della distinzione tra “il politico" e “la politica", che i sovranisti dovranno imperativamente mettere in atto in futuro, se vorranno sperare di prevalere.

 

[1] http://www.lavoixdunord.fr/177015/article/2017-06-12/le-front-national-appelle-voter-pour-l-insoumis-adrien-quatennens

10/05/17

Macron è in grado di governare?

I primi sondaggi in vista delle elezioni legislative francesi suggeriscono un Macron che non ottiene la maggioranza assoluta in Parlamento, e sarebbe costretto o ad allearsi con quello che resta dei socialisti (che come sta avvenendo ormai ovunque in Europa risulterebbero decimati) in un governo di coalizione,  o a formare un governo di minoranza, come già successo due volte nella storia della Quinta Repubblica, o ad accettare di divenire un Presidente "azzoppato" dalla coabitazione. Questo articolo di Prospect  ipotizza i diversi scenari spiegando i meccanismi del sistema politico francese e del singolare fenomeno della coabitazione.

 

 

Di Andrew Knapp, 8 maggio 2017

Senza una maggioranza parlamentare, il prossimo Presidente francese risulterà azzoppato

Emmanuel Macron sarà in grado di governare, o dovrà limitarsi a regnare? I poteri del Presidente, secondo quanto prevede la Costituzione della Quinta Repubblica - del 1958 - sono significativi, ma insufficienti a consentirgli di governare a suo piacimento. Per farlo, ha bisogno del sostegno di una maggioranza parlamentare, che Macron può ottenere, ma anche non ottenere, alle elezioni legislative, previste per l’11 e il 18 giugno.

La migliore guida ai poteri costituzionali del Presidente è l'esperienza di François Mitterrand nel 1986-1988 e 1993-1995 e di Jacques Chirac nel 1997-2002, quando hanno entrambi “coabitato” con maggioranze parlamentari ostili. In entrambi i casi, come la Costituzione prevede, il Presidente ha nominato il Primo Ministro, e gli altri Ministri su proposta del Primo Ministro. Però, dato che il Governo risponde al Parlamento, ha dovuto nominare un Primo Ministro designato dalla maggioranza all'opposizione e la Costituzione non dà al Presidente il diritto di licenziare il suo premier.

Secondo quanto prevede l'articolo 20 della Costituzione, è il Governo che “determina e conduce” la politica nazionale. L'apparato dei Comitati di gabinetto, e l’iter delle leggi in Parlamento sono gestiti dall'ufficio del Primo Ministro (Matignon – residenza ufficiale del Primo Ministro in Francia, NdVdE), non dall'Eliseo. In effetti, la politica interna della Francia risultava affidata a un Primo Ministro, a un Governo e a una maggioranza parlamentare in opposizione al Presidente. Il Presidente presiedeva le riunioni di Gabinetto, ma con una funzione meramente burocratica.

Essendo privo dei poteri di veto del suo omologo americano, il Presidente francese nella politica interna non ha altra funzione che di testimone critico. Mantiene un potere notevole solo negli affari esteri, in virtù del suo ruolo di Comandante in capo, Presidente del Consiglio di difesa nazionale, e garante dei trattati stretti dalla Francia, anche se in pratica è un potere condiviso con il Presidente del Consiglio in nome del principio della Francia che “parla con una sola voce”.

Dato che farebbe di Macron un Presidente azzoppato, la “coabitazione” è ovviamente il risultato cui aspirerebbero i Repubblicani, il partito conservatore francese. Il loro leader pro tempore, François Baroin, si è in effetti candidato come Primo Ministro, se il 18 giugno il suo partito dovesse vincere. Ma è una vittoria improbabile, tenuto conto che il candidato repubblicano François Fillon il 23 aprile è risultato vincitore in appena 52 dei 577 collegi elettorali. In più, i Repubblicani sono divisi al loro interno e devono ancora riprendersi dalla eliminazione di Fillon al primo turno.

In uno scenario più normale, la maggioranza parlamentare sostiene il Presidente, e in una certa misura deve la sua esistenza alla sua guida, come nel 1962-1986, 1995-97, e dal 2002. In queste condizioni il Presidente è effettivamente Capo dello Stato, Capo del Governo, leader non ufficiale della maggioranza parlamentare, e guida della politica nazionale. Sceglie il Primo Ministro e i Ministri tra i parlamentari, o tra esperti nelle diverse discipline, o tra i suoi consulenti, e può anche, in pratica, farli dimettere. Si trova in una posizione più forte rispetto al leader di una democrazia parlamentare, perché gode sia della certezza di restare in carica per cinque anni, sia del diritto illimitato di sciogliere l'Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento, e indire nuove elezioni, sia del potere di indire un referendum (teoricamente, su proposta del Governo), sia di ratificare i trattati internazionali.

Macron ha finora rifiutato di prendere in considerazione qualsiasi soluzione che non sia una maggioranza assoluta del suo partito En Marche!: a socialisti e conservatori che hanno mostrato interesse a offrirgli il loro sostegno è stato chiesto di lasciare prima il loro partito. Una maggioranza assoluta di En Marche! sarebbe particolarmente gradita al Presidente, dal momento che Macron stesso ha creato il suo partito. I suoi buoni risultati al ballottaggio - ben sei punti in più rispetto ai sondaggi usciti subito dopo il primo turno - potrebbero creare una dinamica che porti gli elettori a dargli la maggioranza.

E tuttavia, Macron il 23 aprile ha vinto in soli 230 collegi elettorali. Il primo sondaggio per le elezioni legislative, condotto da Opinion Way, suggerisce un terzo scenario, in cui En Marche! vince con la maggioranza relativa, ma non con quella assoluta. Stando a queste previsioni, En Marche! si aggiudicherebbe 249-286 seggi, i repubblicani 200-210, i socialisti, decimati, 28-43 seggi, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen 15-25 seggi, e l’estrema sinistra tra i sei e gli otto seggi. Questo costringerebbe Macron o a formare una coalizione, ovviamente con i rimasugli dei socialisti - cosa che decisamente preferirebbe evitare – o tentare un governo di minoranza. Una situazione simile si è presentata tra il 1958 e il 1962 e dal 1988 al 1993. In queste circostanze, il Presidente nomina liberamente il Presidente del consiglio e il Governo, che poi deve affrontare una continua battaglia per ottenere l’approvazione delle leggi, in genere appoggiandosi a maggioranze diverse sulle differenti questioni.

Alcune disposizioni costituzionali facilitano questa soluzione. Soprattutto, un Governo può essere rovesciato solo a maggioranza assoluta dei deputati dell'Assemblea Nazionale; le astensioni si contano come a favore del Governo. Inoltre, come prevede l'articolo 49-3, il Governo può porre la questione di fiducia su una proposta di legge, facendo sì che passi automaticamente a meno che sia votata la sfiducia al Governo - e mettendo così i deputati di fronte a una scelta: o approvare la legge o rischiare il seggio (un voto di sfiducia potrebbe portare a elezioni anticipate). Inoltre, come prevede l'articolo 44, il Governo può evitare che le leggi siano modificate a forza di emendamenti fino a essere stravolte, forzando un voto sulla sua versione preferita di una proposta di legge. E in base all'articolo 38 può chiedere l'autorizzazione del Parlamento a legiferare per decreto, per un periodo limitato e in aree specifiche.

Nel loro insieme, queste disposizioni hanno consentito a dei governi di minoranza di funzionare, nel 1958-1962 e 1988-1993. Ma nel primo periodo, sotto Charles de Gaulle, i parlamentari erano stati disciplinati dai pericoli della guerra d'Algeria, che aveva già rovesciato la Quarta Repubblica, mentre nel 1988 i socialisti di Mitterrand erano appena sotto la maggioranza, con 276 seggi sui 289 richiesti. Inoltre, dal 2008, il ricorso all'articolo 49-3 è consentito solo per le leggi finanziarie e per un solo disegno di legge di natura non finanziaria per legislatura. Questa limitazione potrebbe rendere la vita molto più difficile a un Primo Ministro di Macron, rispetto a quanto non sia stato per quelli nominati da De Gaulle o da Mitterrand.

Raramente i francesi sono stati così disgustati dai loro politici, e prolungate manovre di partito legate a un Parlamento tenuto in sospeso potrebbero solo aggravare la situazione. Per questo motivo per Macron è auspicabile la maggioranza assoluta, per il suo bene e per quello della Francia. Anche così, il suo lavoro sarà abbastanza duro (convinti che il bene di Macron non coincida affatto con quello del popolo francese, ci dissociamo da queste conclusioni,  NdVdE).

09/05/17

Sapir: Inizia la Presidenza Macron

Jacques Sapir commenta a caldo la vittoria di Macron al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Il dato principale è l'esiguità della sua vittoria, se si considera lo schieramento di stampa e media a suo favore, e il paragone con il risultato di Chirac del 2002 contro Le Pen padre. Tra astensione e schede bianche o nulle appena il 43% degli aventi diritto al voto si è espresso per Macron e, stando ai sondaggi, più della metà di loro lo avrebbe fatto per esclusione, non approvando in realtà il suo programma. Visto il sistema politico francese, comunque, Macron avrà estrema difficoltà a governare se, come probabile, sarà ben lontano dall'ottenere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari nelle elezioni legislative del prossimo mese.

 

di Jacques Sapir, 08 maggio 2017

Emmanuel Macron è stato dunque eletto, il 7 maggio, con un'ampia maggioranza dei voti espressi. Il 66% dei voti è un dato che impressiona, ma è anche un'illusione ottica. Se si considerano le percentuali di elettori che si sono astenuti o che hanno votato "scheda bianca o nulla", Macron ha raggiunto solo il 43% dei voti degli aventi diritto. Questo dato è da confrontare con quello ottenuto da Jacques Chirac nel 2002 in un'elezione presidenziale in cui lo sfidante era anch'esso del Front National [Jean-Marie Le Pen, NdT]. In quel caso, al secondo turno Chirac aveva raggiunto il 62% dei consensi dell'insieme di tutti gli aventi diritto al voto. I 19 punti percentuali in meno di Macron rispetto a Chirac, dopo 15 anni, sono molto significativi. A riprova che si è trattato più che altro di un voto "di default" [per esclusione, NdT],  i sondaggi, seppur da prendere con tutte le cautele, indicano che solamente il 43% di coloro che sono andati a votare per Macron approvano effettivamente il suo programma.

Il successo di Emmanuel Macron potrebbe rivelarsi nient'altro che un'illusione. La stampa ha sostenuto questo candidato quasi all'unanimità, i grandi media mainstream gli sono corsi dietro con rara indecenza, e ciononostante gli hanno procurato un consenso relativamente basso se confrontato a quello che aveva raccolto Jacques Chirac. I 19 punti mancanti la dicono lunga sulla collera dei francesi, una collera che è stata ampiamente espressa nel corso di questa campagna elettorale.

Durante i "festeggiamenti" organizzati per l'annuncio dei risultati elettorali, realizzati con una messa in scena così calcolata e priva di spontaneità da essere notata perfino dai giornalisti delle principali emittenti televisive, abbiamo assistito ad una doppia contraddizione, che in effetti potrebbe essere proprio la contraddizione della Presidenza Macron.

La prima contraddizione è stata quella di presentare l'eletto come un uomo solo, slegato da qualsiasi appartenenza, come voleva lasciar intendere la sua marcia solitaria verso lo scenario del Louvre, quando in realtà la sua candidatura è stata un'immensa opera di riciclaggio di uomini politici falliti o senza speranza, del Partito Socialista, del "Centro", ma anche della destra. La seconda contraddizione è stata quella tra il tono apertamente "europeo" della sua messa in scena sul carosello del Louvre, e il discorso pronunciato da Emmanuel Macron dalla tribuna, un discorso nel quale la Francia era largamente presente. Macron ha espresso ciò che già aveva detto davanti alle televisioni estere, ma che aveva finora taciuto in Francia, di voler cioè "rifondare l'Europa". Ma qualsiasi progetto di cambiamento delle istituzioni dell'Unione europea - dato che, politicamente e istituzionalmente, l'Europa non esiste - deve passare da un confronto esplicito con la Germania. Emmanuel Macron dovrà scegliere tra una preferenza europea e una preferenza francese. A voler combinare le due cose senza scegliere, si metterà nelle mani di Berlino e renderà chiaro a tutti che la sua presunta volontà di "rifondare l'Europa" non era che era una copertura per la sottomissione, non importa se voluta o subita.

La sconfitta di Marine Le Pen è indiscutibile. Lo è tanto di più perché nei primi giorni della campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali la dinamica mostrata dai sondaggi era quella di un aumento dei consensi, dal 38% fino al 42%. Questa dinamica si è poi interrotta, in gran parte a causa del modo in cui la Le Pen ha condotto la campagna elettorale. Se è scesa dal 42% al 34% non può prendersela con altri che con se stessa. Le ambiguità e le confusioni della sua campagna hanno avuto come effetto un vero e proprio crollo, e non sappiamo se ciò sia stato il frutto di  incompetenza e di scelte sbagliate oppure sia stata una scelta deliberata.

La campagna elettorale che si sta aprendo ora per le elezioni legislative vede affrontarsi i quattro partiti che ormai dominano la scena politica francese. L'obiettivo di Emmanuel Macron è quello di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. Ma questa non sembra essere la volontà dei francesi, che non hanno certo inviato questo messaggio attraverso le urne. Dato il tradizionale sistema di voto in Francia, sarà più che mai importante che ciascun partito chiarisca la propria posizione. I sostenitori di Jean-Luc Mélenchon possono sperare di raggiungere una buona posizione, ma si troveranno ad affrontare grosse difficoltà proprio a causa del sistema di voto. Converrà vigilare affinché questa elezione non permetta a dei partiti falliti di riprendere il controllo, né  si risolva in una consegna di tutti i poteri ad Emmanuel Macron.