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05/05/19

Crolla l'invenzione del governo di Macron sull'attacco dei gilet gialli all'ospedale di Parigi

La riflessione sull'importanza e le responsabilità dei giornalisti che abbiamo seguito in questi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo: i grandi media hanno seguito pedissequamente la versione governativa francese su un episodio in realtà provocato dalla violenza della polizia e completamente stravolto nella narrazione ufficiale per denigrare i gilet gialli. Già il giorno dopo la verità è stata portata alla luce, grazie anche al ruolo fondamentale dei social media. E dunque, chi è che diffonde le cosiddette fake news? I social oppure i governi e i media che si fanno loro portavoce? Dal sito World Socialist Web Site.

 

di Will Morrow, 4 maggio 2019

 

 

Sono bastate meno di 24 ore per far crollare come un castello di carte la storia inventata dal governo Macron sui manifestanti in gilet giallo che il Primo Maggio avrebbero attaccato l'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi. È venuto alla luce che non è stata altro che un'ulteriore menzogna per presentare come rivolta criminale la protesta contro le disuguaglianze sociali e sostenere la messa in atto da parte di Macron di uno stato di polizia francese contro la classe operaia.

 

I fatti in questione sono avvenuti poco dopo le 16 di mercoledì (Primo Maggio, ndt), sul Boulevard de l'Hôpital, nel 13° arrondissement di Parigi. La strada era affollata di migliaia di manifestanti, solo una parte delle oltre 40.000 persone che quel giorno manifestavano in città, quando la polizia in assetto antisommossa ha sparato gas lacrimogeni sulla folla fittamente ammassata e ha scatenato un'ondata di panico.

 

Un giornalista del quotidiano conservatore Le Figaro, Wladimir Garcin-Berson, presente alla scena, ha twittato che c'era stata "un'ondata di gas lacrimogeno, l'aria è diventata irrespirabile". I video pubblicati successivamente sui social mostrano i manifestanti in fuga dal gas soffocante mentre forzano il cancello di ferro del complesso ospedaliero. Diverse decine di persone hanno cercato rifugio all'interno di uno degli edifici dell'ospedale, ma sono state respinte dal personale e in seguito arrestate.

 

Nel giro di poche ore, l'incidente è stato trasformato, nelle parole del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, in un "attacco" all'ospedale da parte di rivoltosi. In una conferenza stampa tenuta mercoledì sera (Primo Maggio, ndt), in cui ha cercato di confondere le proteste di massa con i piccoli gruppi di anarchici black bloc, Castaner ha dichiarato che "la gente ha attaccato un ospedale. Le infermiere sono state costrette a difendere l'area del Pronto Soccorso. Le nostre forze di polizia sono immediatamente intervenute per difendere il Pronto Soccorso".

 

Un'ora dopo, Castaner ha twittato: "Qui a Pitié-Salpêtrière, è stato attaccato un ospedale. Il personale sanitario è stato aggredito. E un poliziotto inviato per proteggerli è stato ferito". Il tweet era accompagnato da immagini sia al grandangolo sia ravvicinate di un risoluto Castaner che stringe la mano alla polizia in assetto antisommossa e cammina attraverso il reparto ospedaliero a fianco del personale sanitario.

 

[caption id="attachment_17710" align="alignnone" width="640"] La foto twittata dal ministro degli Interni Castaner mercoledì notte.[/caption]

 

Il ministro della Solidarietà e della Salute di Macron, Agnès Buzyn, ha definito l'evento "inqualificabile" e "indegno".

 

"Forse c'erano persone che cercavano rifugio e altri che volevano rubare", ha dichiarato, senza fornire alcuna prova di quest'ultima affermazione. Come per enfatizzare il presunto desiderio di sangue dei manifestanti, è quindi emersa la notizia che un agente di polizia era ricoverato nello stesso momento in quello stesso ospedale per un incidente, suggerendo così che lui o lei avrebbe potuto essere l'obiettivo di un attacco di rappresaglia organizzato.

 

I media in Francia e all'estero hanno immediatamente ripetuto e amplificato le bugie del governo Macron.

 

L'edizione francese di The Local ha pubblicato una relazione intitolata: "'Inqualificabile': perché dozzine di manifestanti hanno fatto irruzione in un ospedale di Parigi durante le manifestazioni del 1° maggio?". Il Sun, di proprietà di Murdoch, in Gran Bretagna ha riportato "PERICOLO DI MORTE: furia a Parigi, manifestanti in gilet giallo irrompono nell'ospedale dove morì la principessa Diana." Le Figaro ha dichiarato che "dozzine di 'black bloc'" avevano fatto irruzione nell'ospedale.

 

L'esempio migliore del ruolo dei media come portavoce della propaganda di stato è dato dal canale di informazione pubblico France Info. Il suo servizio, intitolato "Intrusione al Pitié-Salpêtrière: "La discussione non era possibile ", racconta la direttrice dell'ospedale" mostrava la foto di un uomo incappucciato che attacca un cancello con un palo di metallo.

 

[caption id="attachment_17711" align="alignnone" width="640"] Foto pubblicata da France Info[/caption]

 

A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, il fotografo che ha scattato la foto, Geoffrey VdH, ha dichiarato in un tweet che la foto era stata scattata lo stesso giorno, ma in un luogo completamente diverso, fuori dalla sede centrale della polizia di Parigi.

 

France Info successivamente ha rimosso la foto e l'ha sostituita con l'immagine di un uomo che brandisce minacciosamente un martello fuori dall'ospedale, davanti a un edificio diverso da quello dove si è verificato l'incidente.

 

[caption id="attachment_17708" align="alignnone" width="640"] L'immagine aggiornata pubblicata da France Info[/caption]

 

Come documentato dalla rubrica "CheckNews" di Liberation, l'immagine è stata tagliata in basso per far sparire dozzine di "gilet gialli" che inveivano contro l'individuo armato di martello, dicendogli che non avrebbero permesso una simile provocazione. La foto originale era stata pubblicata da Le Parisien lo stesso giorno.

 

[caption id="attachment_17709" align="alignnone" width="640"] L'immagine originale pubblicata su Le Parisien[/caption]

Le menzogne del governo Macron sono crollate davvero e completamente giovedì, con la pubblicazione di numerosi video dell'incidente sui social media. Un video girato da uno dei lavoratori dell'ospedale mostra un gruppo di manifestanti che scappano da una squadra di polizia antisommossa lungo una via d'accesso all'ospedale, salendo la scalinata verso l'ingresso di un edificio e fermandosi al ripiano superiore, evidentemente terrorizzati dall'attacco della polizia. Il personale li informa che si tratta di un'area di Pronto Soccorso  che ospita pazienti e si rifiuta di lasciarli entrare. Si possono sentire gli operatori dell'ospedale che parlano tra di loro all'interno dell'edificio. "Sono spaventati, hanno solo paura", dice uno, a cui un altro risponde: "Sì, loro [la polizia] li ha inseguiti". Un altro afferma: "Non sapevano [che era il Pronto Soccorso], stavano solo cercando una via di fuga". I lavoratori dell'ospedale hanno anche rilasciato interviste in cui smentiscono categoricamente di essere mai stati minacciati.

 

L'intero incidente nel video si conclude in pochi minuti. La polizia arriva e arresta i manifestanti senza alcuno scontro. Con il crollo della menzogna del governo, tutti e 32 sono stati rilasciati ieri: la maggior parte di loro, secondo quanto è stato riferito, sarebbero ragazzi, studenti universitari.

 

Castaner ha controbattuto con rabbia a tutti quelli che lo hanno accusato di avere mentito, dichiarando assurdamente che potrebbe avere "sbagliato parola" e che non avrebbe dovuto usare il termine "attacco". Da molteplici parti sono state richieste le sue dimissioni.

 

La questione sottolinea una realtà politica essenziale. Il governo Macron, come le sue controparti a livello internazionale, guidate dal Partito Democratico negli Stati Uniti, utilizza la bandiera della lotta alle "fake news" per censurare internet e i social media e impedire ai lavoratori di accedere a fonti di informazione alternative che sfuggono al controllo del governo e delle grandi aziende. Ma chi diffonde fake news, in realtà, è il governo e i suoi portavoce nei grandi media.

 

Le menzogne del governo Macron su un inesistente attacco ospedaliero hanno uno scopo ben preciso: diffamare l'opposizione di sinistra al governo come criminale e moralmente riprovevole e giustificare il continuo scatenarsi della violenza dello stato di polizia contro la classe operaia.

 

A febbraio, un oscuro confronto verbale tra un "gilet giallo" e un opinionista ebreo di destra e sionista, Alain Finkielkraut, è stato usato allo stesso modo per diffamare l'intero movimento dei "gilet gialli" come antisemita.

 

La polizia è stata filmata mentre saccheggiava i negozi durante i violenti scontri sugli Champs-Élysées di marzo, a cui Macron ha reagito incolpando di tutti i saccheggi i "gilet gialli" e vietando le proteste sul viale. Il governo quindi ha dispiegato i soldati della missione anti-terrorismo Operazione Sentinella schierandoli contro i "gilet gialli", con l'autorizzazione a sparare.

 

Lo smascheramento di questa menzogna sfacciata su un "attacco" alla Pitié-Salpêtrière scredita i grandi media che hanno diffuso la storia, ma non solo: tutte le accuse infondate del governo Macron hanno giustificato l'intensificazione della repressione contro i "gilet gialli".

08/04/19

Potere d'acquisto in Francia: le cifre e la percezione reale



Un articolo di Le Monde oppone all'elogio dell'euro - e dei suoi effetti apparentemente vantaggiosi sul potere d'acquisto dei francesi -, fatto recentemente dal governatore della Banca di Francia, dati che mostrano una realtà differente: un potere d'acquisto che negli ultimi vent'anni non ha fatto che declinare per le famiglie più povere, spaccando la Francia in ricchi che hanno guadagnato e deboli che hanno perso. Guarda caso, esattamente le motivazioni alla base delle contestazioni dei gilet gialli.


 

 





Di Assma Maad, 3 aprile 2019


 

 

Il Governatore della Banque de France ha annunciato in termini positivi l'aumento del potere d'acquisto negli ultimi venti anni. Alcune cifre contraddicono la sua osservazione statistica.


 

"L'euro ha aiutato a proteggere piuttosto bene il potere d'acquisto dei francesi." Lo ha dichiarato il governatore della Banque de France, su France Inter, il 2 aprile. Invitato in occasione della sua tradizionale "lettera al presidente", François Villeroy de Galhau ha tracciato un ritratto molto elogiativo della moneta europea e  delle sue conseguenze sul potere d'acquisto dei francesi:

"Credo che l'euro sia un successo. Ha portato a un aumento dei prezzi molto inferiore. I prezzi aumentano tre volte più lentamente rispetto al periodo precedente all'euro. L'euro ha portato costi di finanziamento che sono significativamente più bassi per i francesi."


Dopo aver ricordato che per il potere d'acquisto dei francesi il 2019 "dovrebbe essere un buon anno, con un aumento pro capite del 2%" e che il potere d'acquisto è "aumentato del 20%" in vent'anni, ha affermato che questo "è dovuto in particolare all'ottimo controllo dell'aumento dei prezzi, del costo della vita. Questo è uno dei contributi dell'euro al potere d'acquisto dei francesi".




 

Perché bisogna far notare alcune differenze


Il governatore della Banque de France è prudente. Nel corso della sua argomentazione, François Villeroy de Galhau precisa tuttavia di parlare "con molta misura, perché quello del potere d'acquisto è un argomento delicato" . Verissimo. Se le cifre mostrano che sulla carta il potere d'acquisto dei francesi dà segni di buona salute, la percezione dei francesi è molto diversa.


Un sondaggio pubblicato nel 2018 indica che il 66% dei francesi ritiene che il loro potere d'acquisto sia diminuito nel 2018 e il 57% degli intervistati pensa che continuerà a diminuire. Secondo l'economista François Bourguignon, "per la prima volta nel dopoguerra il potere d'acquisto dei francesi è diminuito o è rimasto uguale per un periodo molto lungo, specialmente per i redditi bassi e medi".


 

Quindi, come si spiega questa differenza di percezione?


 

Il movimento dei "gilet gialli", il cui fatto scatenante è stato l'aumento del prezzo del carburante, ha cristallizzato questa differenza di percezione. E l'aumento delle spese fisse, in particolare, lo conferma. Definite "spese preimpegnate" dall' INSEE (Ente pubblico francese che fornisce le statistiche ufficiali, ndt), sono le spese legate alla casa (affitto, elettricità, gas, acqua), abbonamenti (assicurazione, telefono, televisione, internet), pagamento della mensa ecc. Spese che sono aumentate significativamente negli ultimi decenni.

 

Secondo l'INSEE, il peso di queste spese è aumentato, passando dal 13% del reddito (reddito disponibile delle famiglie, tolti imposte e contributi ) nel 1960 a quasi il 30% nel 2016. Questo oggi lascia ai francesi soltanto il 70% delle spese disponibili, a cui vanno tolte le spese relative al cibo e ai trasporti, benzina inclusa. Spese che oscillano da un mese all'altro e pesano pesantemente sul portafoglio dei francesi.


 

Le spese fisse sono aumentata dal 12% al 29% in quasi 60 anni.


 


Peso delle spese "preimpegnate" nel reddito disponibile delle famiglie dal 1960


Fonte: INSEE

 

Tra i francesi più colpiti da questo aumento delle spese preimpegnate, troviamo le famiglie più modeste. "La quota delle spese preimpegnate nel reddito disponibile delle famiglie è maggiore quanto più è basso il loro tenore di vita: passa dal 61% per le famiglie povere al 23% per le famiglie ricche", afferma uno studio pubblicato nel 2018 dal Dipartimento di ricerca, studi, valutazione e statistica (Dress) del ministero della Solidarietà e della Salute.


Lo studio sostiene che il 10% delle famiglie più povere, dopo avere pagato i conti, mediamente resta con solo 180 euro in tasca, mentre ai più ricchi restano in media 1.890 euro al mese.


"L'aumento delle spese preimpegnate, soprattutto a partire dal 2003, ha potuto provocare tra le famiglie la sensazione di un certo impoverimento, rafforzando la percezione di un divario con la misurazione effettiva del potere d'acquisto", ha dichiarato l'INSEE nel 2017. Ed ecco che bisogna qualificare le affermazioni del governatore della Banca di Francia.


 


L'evoluzione del potere d'acquisto ha accelerato negli anni che hanno seguito l'instaurazione dell'euro


 

Evoluzione del potere d'acquisto dal 1960 (%)







24/03/19

Gilet gialli, atto XIX: militari condannano il ricorso all'esercito

 

La rivista online indipendente Mediapart pubblica un'intervista a dei militari francesi prima dell'Atto XIX, per il quale  Macron ha mobilitato l'esercito. I militari esprimono le loro preoccupazioni sui pericoli per lo stato di diritto, dato che i soldati non sono addestrati per fronteggiare manifestazioni di piazza, né sono propensi a considerare i cittadini francesi dei nemici da combattere.  Come afferma uno di loro, solo nelle dittature si ammazzano i manifestanti.

 

 

 

di Pascale Pascariello, 22 marzo 2019

 

Mercoledì Benjamin Griveaux , il portavoce del governo, ha annunciato la mobilitazione dei soldati dell' "Operazione Sentinelle" per garantire la sicurezza nella prossima manifestazione dei gilet gialli in programma per Sabato 23 marzo.

 

 

Da parte sua, il Ministro della Difesa, Florence Parly, si è mostrato rassicurante nel dire ai parigini, venerdì 22 marzo, che la missione militare "intende proteggere gli edifici pubblici ed è fuori questione  che l'esercito debba affrontare i dimostranti". Una versione molto diversa da quella del generale Bruno Leray, comandante militare di Parigi, pubblicata lo stesso giorno su France Info.  Il generale ha dichiarato che i soldati "hanno varie modalità di azione per far fronte alle diverse possibili minacce [...]. Se le loro vite o quelle delle persone che stanno difendendo saranno minacciate, potranno arrivare ad aprire il fuoco'".

 

 

Il Codice della difesa prevede che le forze armate possano essere "legalmente obbligate" a partecipare al mantenimento dell'ordine. I soldati dell'esercito, della marina o delle forze aeree vengono mobilitati per "missioni" a rinforzo della polizia, per "missioni di protezione" e "in ultima analisi, possono essere mobilitati per azioni di forza che richiedano misure di sicurezza eccezionali."

 

 

"L'uso dei militari e l'annuncio da parte del governo della loro presenza questo sabato ha lo scopo di mostrare una maggiore fermezza, ma questo uso repressivo dell'esercito è molto pericoloso", lamenta Michel Goya. L'ex colonnello ha comandato un reggimento di fanteria della marina prima di insegnare all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Oggi cura un blog, La voie de l’épée (La voce della spada), dedicato all'analisi e alla storia militare.

 

 

"Durante la guerra d'Algeria, l'esercito è stato usato perché si riteneva di di fronteggiare un nemico, un'organizzazione armata, il che poteva essere discutibile ma era accettato. Ma in Francia, nella Francia continentale, l'ultima volta che i soldati hanno partecipato a delle operazioni di polizia e di mantenimento dell'ordine, è stato nel 1947" precisa Michel Goya.

 

 

"Quando i soldati intervenivano nei movimenti sociali, all'inizio del secolo, contro i vignaioli del sud o contro i minatori del nord, è sempre stata una tragedia. Ecco perché dopo la prima guerra mondiale questi sono stati rimossi dalle forze dell'ordine ed è stata creata la gendarmeria mobile", ricorda Goya.

 

 

Il generale si dichiara preoccupato per il cambio di prospettiva sull'uso dei militari. "A partire dal piano Vigipirate (Vigilanza e Protezione dei servizi contro il rischio di attentati terroristici stragistici), i militari sono stati presenti nei movimenti sociali senza venire coinvolti, perché non devono esserlo. La loro presenza era stata legittimata dalla lotta contro il terrorismo, che era un piano a lungo termine e del quale, ancora, si può discutere. Ma in nessun caso il loro nemico erano i cittadini che manifestavano per ragioni economiche e sociali."

 

 

Il ricorso all'esercito equivale a "designare un nemico, come accade in guerra. In questo caso, i gilet gialli sono il nemico". Il generale vede in questa strategia come un tentativo da parte del governo di "elevare i cittadini al rango di nemico, elevando il livello della risposta. Ebbene la risposta per noi non può essere commensurata. Se c'è aggressione, c'è l'uso di armi, armi letali. I ministri della Difesa e dell'Interno hanno un bel dire che i militari non saranno in prima linea, ma cosa accadrà se i manifestanti cercheranno di attaccare gli edifici che essi devono proteggere? O l'esercito ne esce umiliato per aver dovuto subire un'aggressione, o diventa un massacro, di cui lo Stato sarà responsabile ".

 

 

In ogni caso, "questo governo ha superato il limite. Perché dopo una manifestazione sono possibili due scenari: o l'ordine pubblico sarà stato mantenuto senza troppi danni, e quindi il ricorso all'esercito sarà considerato efficace e utile. Oppure sarà una tragedia, e saranno necessarie altre mobilitazioni". Michel Goya si rammarica che il governo abbia ceduto a "una vecchia richiesta dei sindacati di polizia. Siamo in un contesto interno, sociale. La risposta che viene data è aberrante. Il governo sta dichiarando guerra ai gilet gialli".

 

 

Il giornalista Jean-Dominique Merchet, specializzato in questioni della difesa, commenta così in un articolo su L'Opinion: "La compartimentazione giuridica tra sicurezza interna e difesa esterna, fondata sulla distinzione tra delinquente e nemico, è una delle basi della democrazia sull'uso della forza. La lotta contro il terrorismo aveva già minato questo principio. Mobilitando le forze armate di Sentinelle per mettere in sicurezza "siti ad alto rischio" dai manifestanti, il potere esecutivo, visibilmente disorientato dall'Atto 18, assume un nuovo considerevole rischio."

 

 

Secondo il generale Vincent Desportes, "per quanto questo ricorso alle forze armate sia giuridicamente fondato, applicarlo oggi alle manifestazioni rappresenta un grande rischio politico. L'esercito è l'ultima risorsa. L'esercito non è assolutamente adatto per far fronte a una situazione di questo tipo. Durante le operazioni a Sarajevo o in Costa d'Avorio, ad esempio, le truppe venivano addestrate nel cosiddetto "controllo della folla", operazioni simili al mantenimento dell'ordine nei movimenti di protesta".

 

 

Il generale specifica che queste operazioni non solo risalgono all'inizio degli anni 2000, ma che sono state realizzate in territorio straniero e soprattutto che "l'esercito ha rinunciato ad essere addestrato al mantenimento dell'ordine, perché è molto riluttante nei confronti di tali missioni. Dopo tutto, i soldati non sono più addestrati degli agenti di polizia utilizzati a rinforzo nelle manifestazioni dei gilet gialli e che, per mancanza di esperienza, commettono errori".

 

 

"Non si uccidono i manifestanti, se non nelle dittature"

 

 

Il generale, professore di Scienze Politiche, non è noto per avere posizioni di sinistra. Preferisce parlare di "rivoltosi" piuttosto che di manifestanti. Tuttavia, ricorda che i militari non hanno uno scudo per proteggersi e soprattutto che non sono dotati di flashball o manganelli, ma di mitragliatrici. Hanno "il diritto di usare le armi per autodifesa, ma anche per difendere beni o persone che siano messi in pericolo. Il problema è che un soldato non è proporzionale nelle sue risposte. O si usano le mani, o i Famas, i fucili mitragliatori. Non ci si può difendere a pugni contro il lancio di pietre, quindi c'è un grande rischio che venga versato del sangue."

 

 

Jean *, un ex colonnello, ha prestato servizio nell'esercito. Non usa mezzi termini sulla decisione del governo: "È una grande cazzata. L'esercito ha solo armi da guerra per combattere il nemico. Dobbiamo ricordare questi fondamenti a questa banda di dilettanti che rischiano di provocare l'irreparabile? È un passo indietro. Ricordate i minatori morti nel 1891, a Fourmies. Il governo vuole un altro massacro?"

 

 

"Come può il governatore di Parigi affermare che i militari reagiranno in caso di minacce? Pensa di rassicurare i militari, ma è tutto il contrario. La nostra missione non è sparare ai cittadini, dobbiamo ricordare questo fatto del tutto evidente". A 85 anni, questo soldato è rimasto traumatizzato da ciò che ha vissuto in Algeria. "Sono stato mandato tra le forze dell'ordine contro i manifestanti che stavano difendendo i loro diritti. Avevo donne e bambini di fronte a me. È il momento peggiore da me vissuto in tutta la mia carriera. Come contenere le dimostrazioni quando hai un fucile? Non si ammazzano i manifestanti, tranne che nelle dittature."

 

 

La sera dell'annuncio del governo, Michel Goya si è intrattenuto a parlare con i soldati dell'Operazione Sentinelle. "Non erano neppure informati. Hanno saputo della mobilitazione dell'esercito attraverso la stampa. Non hanno ricevuto alcuna istruzione fino ad oggi. Non conoscono né quali sono i siti da proteggere né le strategie da adottare in caso di sfondamento. Questo governo improvvisa, si agita, si mette in mostra. Ma questo dilettantismo comporta rischi significativi per militari e manifestanti. Tanto più che un tale annuncio getta necessariamente della benzina sul fuoco e provoca le violenze."

 

Il sottufficiale Laurent *, 35 anni, ha partecipato alle Operazioni Sentinelle. "Ho saputo della mobilitazione dell'esercito per le manifestazioni dei gilet gialli quando mi avete chiamato", dice. Prima di partire per la Guyana, questo soldato stava andando ad addestrarsi nel sud della Francia. "Dovevamo addestrarci a intervenire nella giungla. Ecco perché entriamo nell'esercito, non per sparare ai francesi. Non siamo ingenui, sappiamo bene che veniamo usati all'estero per servire interessi economici legati al petrolio, al gas. Ma sparare ai cittadini francesi perché Macron non cambia la politica economica, questo non è ammissibile."

 

 

Laurent ha partecipato all'Operazione Sentinelle ed è sollevato dal fatto di non dover più "camminare per ore nelle strade con il Famas o l' HK416. È un'arma molto pesante, è faticoso. Guadagniamo circa 1.800 euro, dopo sedici anni di servizio. Tra di noi ci potrebbero essere dei gilet gialli. In ogni caso, li capisco. Quando vedo le manifestazioni, mi ricorda i tempi della monarchia, quando la gente era affamata e il re rispondeva con la repressione. Andare a colpire i cittadini francesi perché sono nella merda come me, è un limite che non posso superare ".

 

 

Il militare ricorda che ogni soldato ha il diritto di rifiutare un ordine se è contrario alla legge e ai trattati in vigore firmati dalla Francia. Si domanda cosa potrebbero fare i suoi colleghi, sabato, contro i manifestanti. "Non spareranno, ma se va male, cosa faranno? Colpiranno col calcio del fucile? Un annuncio del genere rischia di creare più violenza. Che alcuni gilet gialli, disperati, siano violenti, è una cosa. Quando non hai nulla da perdere, diventi violento. Soprattutto perché si trovano ad affrontare un governo che rimane sordo alle loro richieste e che oggi manda l'esercito. C'è una forma di autoritarismo in questa politica liberale. Potrebbe degenerare ancora di più. "

11/03/19

L'inizio di una "Stalingrado" sociale in Europa: i gilet gialli contro l'impero totalitario della finanza

Il giornalista greco Dimitris Konstantakopoulos traccia un parallelismo storico tra le manifestazioni dei gilet gialli in Francia e altri momenti drammatici della storia: la Rivoluzione francese, l'ascesa del nazismo - dovuta al fatto che il popolo ha "abbandonato" la sua rivoluzione in mani altrui -, l'assedio di Stalingrado. Le proteste che stanno percorrendo incessantemente la Francia - nonostante le violente reazioni delle forze dell'ordine, su cui l'Onu ha recentemente sollecitato un'indagine - rappresentano una presa di coscienza e una forte reazione da parte del popolo contro l'enormità del progetto totalitario neoliberale, la controrivoluzione che - eliminata qualsiasi influenza keynesiana e marxista sulle scienze economiche e sociali - ha portato alla distruzione dell'Urss e dei regimi nazionalisti arabi, ha già distrutto la Grecia e ora sta arrivando nel cuore dell'Europa. 

 

 

 

di Dimitris Konstantakopoulos, 6 marzo 2019


 

Euforica, con la risolutezza di un "noi" formato da molti, improvvisamente consapevole del suo potere, la folla si riversa fuori dalla stradina in cui era stipata fino alla spaziosa Place de la Republique, cantando la Marsigliese. È di gran lunga la canzone più popolare tra i gilet gialli.

 

La seconda più cantata è una canzone dei partigiani della seconda guerra mondiale (Chant  des  Partisans), anche se con le parole leggermente modificate. Ora la canzone esorta gli "sdentati", gli "analfabeti", i "fannulloni", i "Galli testardi" - come Macron e i suoi servi hanno chiamato le persone che hanno rifiutato di abbracciare le sue "riforme" - a insorgere contro l'élite finanziaria, senza risparmiare lacrime e sangue, proprio come hanno fatto i patrioti francesi quando hanno combattuto contro i tedeschi. Occasionalmente puoi anche sentirli cantare l'Internazionale, che, comunque, era un adattamento della Marsigliese.

 

Nata come la canzone della Rivoluzione francese, la Marsigliese è oggi l'inno nazionale ufficiale della Francia. Chiama "les enfants (i figli) de la patrie ", i "cittadini" a "prendere le armi" e sollevare le "bandiere insanguinate" contro la "tirannia", ora che è arrivato il "giorno della gloria".

 

Il fantasma della rivoluzione


 

C'è una analogia dominante che viene indicata, indirettamente ma esplicitamente, da tutti - sia quando si discute con i rappresentanti dell'establishment francese o guardando le dimostrazioni dei gilet gialli o ascoltando gli slogan e le canzoni dei manifestanti qui in Francia; un'analogia che è stata fortemente percepita negli ultimi tre mesi durante i quali questo movimento spontaneo, nonostante l'inevitabile fatica, continua le sue mobilitazioni, prendendo d'assalto le aree rurali e periurbane francesi, diverse città di provincia, e ora tentando anche di penetrare nelle periferie metropolitane, i fortini della classe lavoratrice francese.

 

Questo paragone ineludibile, che appare in una grande varietà di forme, siano esse pianificate o spontanee, è la grande Rivoluzione francese del 1789.

 

Il suo fantasma sembra ossessionare i francesi e il loro paese. Se sia perché vogliono cancellarne la nozione o trarne ispirazione, non ne sono sicuro, ma alla fine questa è l'analogia che, in un modo o nell'altro, è tracciata da tutti; sia i manifestanti sia chi è schierato dalla parte del governo.

 

Chiunque voglia rendere convincente un'argomentazione politica, nella Francia di oggi, corre a "prendere in prestito" un personaggio o un simbolo del 1789. "Sei come Mirabeau", si è scagliato l'altro giorno contro Mélenchon un critico "di sinistra", accusandolo di essere troppo prono ai compromessi.

 

Sia attraverso simboli e analogie storiche sia grazie alla memoria collettiva, il ricordo è stato tramandato lungo dieci generazioni di francesi. La madre dell'Europa e della moderna democrazia si trova ora di fronte al suo passato, alla ricerca del suo futuro.

 

La Francia, in tutte le sue classi - a parte forse i manager anglofoni delle multinazionali francesi e alcuni neo-liberali e neoconservatori estremi che si vergognano della storia del loro paese - rimane intrinsecamente orgogliosa della sua rivoluzione, anche se rabbrividisce alla sua memoria.

 

Il tempo dei lacrimogeni


 

Benché la Marsigliese annunci la venuta del giorno della gloria, per ora è solo il tempo dei lacrimogeni, mentre un inferno di candelotti tempesta la manifestazione che lascia Place de la République. "Accidenti", mi dico, parlando tra me e me, dopo avere visto Eric Drouet, il camionista che è diventato una "stella" del movimento dei gilet gialli, ma non riesco a raggiungerlo per fargli un'intervista. Sono intrappolato dalla furia che ha disperso la folla, tra quelli di noi fuggiti per trovare riparo e gli altri che continuano a spingere.

 

Drouet ha diverse centinaia di migliaia di follower sulla sua pagina Facebook e ormai parlargli è diventato difficile quanto parlare al Primo Ministro.

 

Ma sui gas lacrimogeni in questi giorni in Francia c'è poco da scherzare. Ci sono molti che quella mattina avevano iniziato la loro giornata con entrambi gli occhi e le braccia e la sera si sono ritrovati in un ospedale, con un occhio o un braccio in meno. La repressione della polizia è ovviamente un'arma a doppio taglio, visto che è già stata condannata da Amnesty International, esperti di diritto e parlamentari.

 

Da un lato scoraggia alcuni dall'unirsi alle manifestazioni, dall'altro scatena la rabbia. Allo stesso tempo, gli agenti di polizia sembrano avere raggiunto il loro limite, dopo avere trascorso giorni e notti nelle strade negli ultimi tre mesi, contando gli infortuni, senza straordinari pagati, per opporsi a manifestanti tra i quali potrebbero trovare le proprie mogli!

 

La ghigliottina


 

Un contestatore vestito con un abito del XVIII secolo martella ritmicamente il suo tamburo... nessuno sembra prestare attenzione a quel suono profondo e ripetuto, e non ce n'è bisogno. Come colonna sonora della dimostrazione, il messaggio trasportato dal battito ritmico è così inequivocabile che entra direttamente nella tua testa, probabilmente inavvertito dalla tua mente vigile.

 

È esattamente il suono che un tempo ha accompagnato Luigi XVI e Maria Antonietta in viaggio verso la ghigliottina alla fine del XVIII secolo, quello che risuona ancora una volta per le strade di Parigi. La loro decapitazione costituì l'atto fondatore della Repubblica francese e della moderna democrazia europea.

 

Detto questo, è anche lo stesso suono che, pochi anni dopo, accompagnò Maximilian Robespierre, il leader dei giacobini, alla sua orribile fine, senza che nessuno tra il popolo di Parigi alzasse un dito per salvarlo. Era la stanchezza e lo sfinimento delle persone stesse che Joseph Fouché usò per togliere di mezzo Robespierre. Il suo ruolo presenta alcune somiglianze con quello di Stalin nella rivoluzione russa.

 

Rispondendo alla domanda di Hemingway "per chi suona la campana", un amico seduto accanto a me (psichiatra in uno dei grandi ospedali della capitale) mi offre una spiegazione del ripetersi sempre più frequente in tutto il paese del rituale della decapitazione di un'immagine del "Re-Macron ", che ha causato una reazione quasi isterica nei mezzi di comunicazione governativi: "I francesi hanno bisogno della loro storia per rinforzare il loro coraggio. Lo hanno fatto una volta, quindi possono rifarlo". Naturalmente, questa è solo un'esecuzione "simbolica", non reale.

 

È una rivoluzione?


 

Questo "carnevale" della ribellione può trasformarsi in una vera rivoluzione?

 

"Che cosa sta succedendo nel tuo paese? È una ribellione? Possiamo dire che è una rivoluzione?", chiedo a Francois Asselineau, un uomo che conosce bene la storia francese e i trattati europei, profondamente gollista nella sua ideologia e leader di un piccolo partito che si batte per l'uscita della Francia dall'UE e dalla Nato.

 

Capisco che è turbato ed esita a rispondere - proprio come chiunque altro a cui io abbia posto la stessa domanda. Alla fine si gira verso di me: "Non lo so. Manca qualcosa. C'è una parte delle persone che non è pronta a mettere in gioco tutto".

 

Ascoltandolo, quello che mi viene in mente è la diagnosi di Wilhelm Reich. Il famoso scrittore marxista-freudiano del periodo tra le due guerre contribuì a una delle analisi più acute sul nazismo e fu espulso dal Partito comunista e dall'Associazione psicoanalitica internazionale a causa del suo pensiero anticonformista e critico. Scrisse che ai tedeschi negli anni '30 era andata male perché volevano una rivoluzione, ma ne avevano paura. Invece di farla da soli, incaricarono Hitler di farla per loro - e il resto è storia.

 

I limiti dei gilet gialli


 

Ma ci sono altre ragioni che spiegano il fatto che, sebbene la grande maggioranza dei francesi sia d'accordo con le richieste dei gilet gialli, solo una minoranza si sia unita alle loro manifestazioni.

 

Uno dei motivi è che, nonostante il fatto che metà dei francesi soffra sotto l'attuale regime, l'altra metà sembri stare bene... almeno, per ora: se i loro figli saranno in grado di permettersi lo stesso livello di vita è ancora in discussione.

 

La gente potrebbe anche pensare che, sebbene i gilet gialli stiano combattendo per la giusta causa, non hanno però trovato il sistema per raggiungere i loro obiettivi. Dopo tutto, che cosa potrebbe fare un singolo paese nel contesto della "globalizzazione" e della dittatura globale del capitale finanziario? Come si può ottenere davvero qualcosa?

 

Non vi è alcun dubbio sul fatto che le richieste sociali dei gilet gialli siano giuste. Senza dubbio alcune potrebbero essere soddisfatte attraverso una forma di "redistribuzione" della ricchezza, ma, alla fine, ciò che è necessario è una riforma radicale, quasi rivoluzionaria, del modello economico neoliberale.

 

I quarant'anni di decadenza e degenerazione della sinistra e della sua ideologia, durante i quali è stata eliminata qualsiasi influenza keynesiana e marxista sulle scienze economiche e sociali e le dottrine neo-liberali sono prevalse quasi ovunque, non hanno permesso la formazione di alternative convincenti all'ordine corrente.

 

Nel maggio 1968, l'idea dell'autogestione sociale generalizzata era in prima linea nelle nuove idee per l'organizzazione della società. Al giorno d'oggi, non se ne sente quasi più parlare. Questo può essere spiegato in parte da quello che è successo nei decenni successivi a quel maggio, ma non è solo questo.

 

I francesi oggi non stanno facendo una rivoluzione alla ricerca dell'"Utopia", di una società migliore, come fecero 50 anni fa. Si sono ribellati perché sentono di avere le spalle al muro, sentono che forze al di fuori del loro controllo hanno preso il potere e vogliono distruggere la Francia, la sua democrazia, la sua gente e la sua società.

 

Questo è probabilmente il motivo per cui i giovani e gli intellettuali non partecipano alla rivolta come hanno sempre fatto in maniera preponderante nelle precedenti rivolte e rivoluzioni.

 

Le generazioni più anziane ricordano meglio, comprendono e sentono il significato di quello che è in gioco, di quello che sta per essere perso, di quello che sta arrivando. Hanno più strumenti per cogliere la gravità dell'avvicinarsi del totalitarismo rispetto sia alla parte di popolazione fatta da giovani istruiti, che sperano ancora che ci sarà un posto per loro, sia agli intellettuali (compresi i cosiddetti "rivoluzionari di professione") che da tempo hanno smesso di essere motivati da qualsiasi cosa tranne il loro smisurato ego, direttamente proporzionale all'insignificanza della loro produzione intellettuale.

 

All'estremità opposta, i gilet gialli, cioè le classi popolari francesi, sembrano sapere molto bene come valutare i Melenchon, l'ex LCR, i loro sindacati... per non parlare di Marine Le Pen!

 

Per istinto e per la loro stessa esperienza sociale, percepiscono molto meglio di chiunque altro l'enormità del progetto totalitario che si trovano di fronte, della controrivoluzione che ha avuto inizio con il neoliberalismo e ha portato alla distruzione dell'Urss e dei regimi nazionalisti arabi. Ha già distrutto la Grecia e ora sta arrivando nel cuore dell'Europa.

 

In questo senso, la rivolta francese è importante quasi quanto la battaglia di Stalingrado nella Seconda guerra mondiale .

 

Forse è anche molto più importante, considerando i rischi incomparabilmente più grandi che l'umanità e la nostra civiltà affrontano oggigiorno come risultato delle tecnologie potenzialmente in grado di portare alla fine del mondo sviluppate dal 1945.

 

12/02/19

Michel Onfray - Il Bruto

Michel Onfray, filosofo e saggista francese, confronta la risposta, brutale, del regime di Macron nei confronti del movimento dei gilet gialli con l'atteggiamento tenuto da Polizia e ministero dell'Interno in occasione della rivolta delle banlieue del 2005. La strategia della repressione brutale fin qui seguita da Macron - contrapposta a quella di allora, di contenere le violenze e attenersi al mantenimento dell'ordine -  tradisce la volontà politica di fomentare i disordini per poter scatenare la violenza di Stato in difesa estrema dell'ordine liberale fortemente contestato dal popolo. 

 

 

 

di Michel Onfray, 4 febbraio 2019 

 

"Io sono il frutto di una forma di brutalità della storia." Macron, 13 febbraio 2018, di fronte alla stampa.

 

Certo, lo Stato incarna bene questo Moloch che ha il monopolio legittimo della forza: ma per fare cosa?

 

A parte l'irenismo radicale, essendo la natura umana quella che è, non si tratta di immaginare un mondo in cui non ci sia più bisogno di esercito o polizia, tribunali o prigioni, legge e giustizia. Se siamo d'accordo che il molestatore non è l'abusato, l'aggressore l'aggredito, il ladro il derubato, il rapinatore il rapinato, occorre che una serie di meccanismi sociali permettano di fermare il molestatore, l'aggressore, il ladro, il rapinatore, per portarli davanti ai tribunali che giudicano i fatti dal punto di vista della legge e del diritto, e  mandare le persone giudicate colpevoli a scontare la pena in nome della riparazione del danno subito dall'aggredito, dal derubato, dal rapinato, dal molestato, ma anche per proteggere gli altri cittadini dalla pericolosità di questi criminali. Dando per acquisito che possono esistere delle circostanze aggravanti o attenuanti, e che tutti, a prescindere dalla loro imputazione, hanno il diritto alla difesa e alla riabilitazione una volta scontata la pena.

 

Che l'uso legittimo della forza presupponga che essa possa essere usata per mantenere la legalità – questa dovrebbe essere una verità ovvia... Ma quando, a metà settembre 2018, i gilet gialli proclamano, all'inizio delle loro giornate di rabbia, che il loro potere d'acquisto non permetterà loro di pagare le ulteriori tasse obbligatorie per legge che aumentano il prezzo del carburante alla pompa, non mettono in pericolo la democrazia e la Repubblica, poiché fanno appello agli articoli 13 e 14 della Carta dei diritti l'uomo e, non dimentichiamo, del cittadino. Con il loro movimento, essi rivendicano uno di quei diritti che questo testo fondamentale concede loro. L'ho già menzionato, ma va ricordato che l'articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo recita: "Per il mantenimento della pubblica forza e per le spese d'amministrazione è indispensabile una comune contribuzione, la quale dev'essere ugualmente ripartita fra tutti i cittadini in ragione delle loro facoltà". E il seguente articolo: "Tutti i cittadini hanno il diritto di comprovare o da se stessi o tramite i loro rappresentanti la necessità della pubblica contribuzione, di approvarla liberamente, di seguirne l'applicazione, di determinarne la quota, la riscossione e la durata." I gilet gialli non hanno rifiutato l'imposta, come la propaganda dei media ripete da settimane per assimilarli al populismo fascista, ma solo dichiarato che non hanno più i mezzi finanziari per pagarla! Una risposta appropriata da parte del governo avrebbe soffocato la rabbia sul nascere. Invece, la risposta è stata immediatamente bellicosa: da qui l'origine della violenza.

 

Questo spirito bellicoso ha preso la forma che sappiamo; elementi del linguaggio del potere macroniano sono stati trasmessi e poi abbondantemente diffusi dalle "élite": il movimento dei gilet gialli era una rivolta di estrema destra, una rivendicazione populista che sapeva di camicie brune, un movimento che puzzava di "fascio". Bernard-Henri Lévy ne ha parlato da subito in questo modo, insieme a ... Mélenchon e Clémentine Autain, Coquerel e la CGT (Confederazione sindacale del lavoro, ndt), che hanno partecipato al coro "populicida" insieme a tutti gli editorialisti della stampa di Maastricht.

 

[...]

 

Questa violenza simbolica, il cui braccio armato è costituito dai media del sistema, si accompagna a una violenza poliziesca. Si sa che le parole uccidono, ma, per farlo, hanno bisogno di attori violenti: il potere dispone di un certo numero di agenti di polizia e di funzionari di giustizia i quali, sapendo di beneficiare di una copertura da parte del ministro dell'Interno e quindi dell'Eliseo e di Macron, si abbandonano alla violenza.

 

Mi sono ritrovato in una dibattuito televisivo con Jean-Marc Michaud, l'uomo che ha perso un occhio a causa di una flash-ball. Ha espresso tutta la sua rabbia contro il tiratore, e lo posso comprendere. La prima reazione di chi ha subito violenza è di voler rispondere nello stesso modo. Si riceve un colpo, e non si ha voglia d'altro che di restituirlo moltiplicato per cento. Il cervello rettiliano comanda, quando la corteccia non fa il suo lavoro.

 

Ma certamente c'è una responsabilità del tiratore: se egli sa che dovrà rendere conto alla giustizia per non essersi comportato secondo le procedure – tra cui quella, fondamentale, di non mirare alla testa – allora probabilmente si comporterà diversamente.

 

Ma quando si sa che si può beneficiare dell'impunità del potere, allora si tira o si colpisce senza esitazione, e, come ho potuto constatare io stesso a Caen, in mezzo ad un'esaltazione non dissimulata da parte di chi assiste alle percosse, ai pestaggi, alle persone sbattute violentemente a terra, ammanettate, ma anche, in alcuni casi, denudate e palpate...

 

Ho già detto altrove che supponevo che alcuni agenti di polizia si stessero infiltrando tra i cosiddetti casseur per alimentare la teoria del potere secondo la quale tutti i gilet gialli sono violenti. Dopo aver dato questa informazione, alcuni gilet gialli mi hanno fatto sapere per posta che ne avevano le prove. Tornerò su questo argomento quando verrà il momento.

 

Ma senza concentrarsi su questo caso particolare, si può leggere quanto scrive un sindaco di destra, quindi non un gauchista, Xavier Lemoine, che fornisce un'informazione interessante. Afferma su Le Figaro che, come sindaco di Montfermeil, ha scoperto che "la polizia ha represso in minor misura le rivolte delle banlieue nel 2005 rispetto ai gilet gialli" (29 gennaio 2019). E questo dice tutto.

 

Il sindaco nota che nel 2005 non ci sono stati morti e solo pochi feriti tra i ribelli, anche se i rivoltosi avevano scelto la violenza come loro unico mezzo di espressione. Egli ne dà una ragione: la polizia allora aveva scelto di mantenere l'ordine e non, come Macron, una logica di repressione. Mantenere l'ordine non è reprimere. Sono due scelte politiche molto diverse ideologicamente, politicamente, strategicamente, tatticamente - e anche moralmente. Emmanuel Macron ha deliberatamente scelto di reprimere e non di mantenere l'ordine. Il capo dello Stato quindi non ha voluto contenere la violenza delle rivendicazioni, ma scatenare la violenza di Stato. È un progetto.

 

Xavier Lemoine osserva che la scelta di mantenere l'ordine, come indicano le parole, cerca soprattutto di mantenere l'ordine, così da evitare il disordine. Tornerò su questo: non mi si farà credere che lasciare che l'Avenue degli Champs-Elysées venga disselciata davanti agli obiettivi delle telecamere di BFMTV per quasi un'ora, non rifletta il fatto che la polizia non aveva la consegna di impedire i disordini, ma, al contrario, di favorirli, lasciando che questi ciotoli dei marciapiedi diventassero proiettili da lanciare su obiettivi umani o materiali...

 

Parlando della sua città, Xavier Lemoine afferma: "Nel 2005 tutte (sic) le rivendicazioni sono state espresse con la violenza. All'epoca, tuttavia, le autorità di polizia hanno adottato la modalità di intervento più appropriata per reprimere questa violenza. Da un punto di vista tecnico, il loro attacco è stato flessibile ed efficace. Anche quando erano presi di mira dai rivoltosi, i poliziotti e la gendarmeria hanno mostrato grande moderazione nell'uso della forza. Oggi, al contrario, nessuno può sostenere che tutte le rivendicazioni dei 'gilet gialli' siano espresse con la violenza. Inoltre, nel 2005, non c'erano donne tra i rivoltosi, mentre le donne sono massicciamente presenti nei ranghi dei 'gilet gialli'. Non tenerne conto è privarsi di un elemento fondamentale di analisi. Contrariamente a quanto può suggerire il potere delle immagini, la maggior parte dei 'gilet gialli' non partecipa alle riprovevoli violenze commesse durante le manifestazioni. Tuttavia, da sabato 8 dicembre la polizia privilegia la repressione, non il mantenimento dell'ordine". Al giornalista che gli chiede di chiarire cosa distingue l'applicazione della legge dalla repressione, Xavier Lemoine risponde: "Il mantenimento dell'ordine consiste da un lato nel permettere a una manifestazione di fluire nel modo più pacifico possibile, e dall'altro nel contenere la violenza al fine di ridurla. Questo obiettivo non impedisce alla polizia di intervenire nei confronti di persone decise ad atti di violenza "- Penso a coloro che disselciano Avenue des Champs Elysées ...

 

Egli prosegue: "Ma ai manifestanti pacifici sono sempre lasciate delle vie d'uscita. Le persone che lo vogliono possono sempre andarsene quando la situazione degenera. La repressione, invece, consiste nel combattere contro gruppi di persone senza necessariamente distinguere tra individui violenti e manifestanti pacifici, che possono anche essere lontani tra loro. Ebbene, nella crisi attuale la polizia ricorre troppo spesso alle 'reti', che impediscono alle persone circondate di abbandonare i luoghi. È facile quindi fare confusione tra dimostranti molto diversi tra loro. Quanti tra coloro a cui è stato cavato un occhio avevano sfasciato vetrine, automobili, saccheggiato negozi? Allo stesso modo, la distinzione tra criminali 'confermati' e incensurati dovrebbe essere molto più attenta." Per Xavier Lemoine, la polizia sta obbedendo a un potere che ha scelto la repressione e la brutalità. Obbediscono. Il primo responsabile, quindi il colpevole, è colui che dà l'ordine. E poiché non si può pensare che Castaner o Philippe prendano la decisione da soli, è il capo dello Stato a cui deve essere imputata la scelta della repressione, quindi la responsabilità di ogni ferita inflitta. Quando questo stesso capo di Stato afferma in modo insensibile in Egitto che le forze dell'ordine non hanno causato alcuna morte, se non quella della signora Redoine a Marsiglia, egli mente. Ed è personalmente responsabile di questa morte [1]. Il bruto è lui.

 

Leggiamo ancora Xavier Lemoine: "Non incrimino la polizia, che obbedisce, come è naturale, alle istruzioni del ministro degli Interni. Ma do la colpa a queste istruzioni, che mi sembrano tradire il desiderio di spingersi agli estremi, aumentare la violenza, per giustificare una repressione. Non ho nessuna accondiscendenza verso la violenza premeditata di rivoltosi o gruppi di estremisti. Ma responsabilità della politica è anche sapere come disinnescare un grido di angoscia, invece di alimentarlo demonizzando i 'gilet gialli'. Nel 2005 i governanti non hanno mai fatto commenti così dispregiativi sui rivoltosi del tempo. Attualmente, una parte significativa della violenza proviene da manifestanti senza precedenti penali, disperati e infuriati. Si sentono provocati dalla rigidità della risposta della polizia. Le dinamiche della folla aiutano, 'radicalizzano' . Le reazioni istintive si esprimono brutalmente. Nel 2005 nessuna dimostrazione era stata autorizzata dalla prefettura e tutte erano degenerate in rivolte. Tuttavia, a quel tempo a Seine-Saint-Denis non c'è stata nessuna carica dei corpi speciali antisommossa o della polizia a cavallo. Oggi, sì. Quattordici anni fa la polizia non ha fatto ricorso a tiri ad altezza d'uomo, orizzontali, e a breve distanza. Oggi, sì. Perché questi due pesi e due misure dello Stato tra le rivolte urbane del 2005 e le manifestazioni di protesta dei 'gilet gialli' ? Non penso che la polizia sia stata negligente nel 2005; dico che sono troppo 'duri' oggi."

 

Che il presidente Macron abbia scelto la linea dura della repressione contro la linea repubblicana di mantenimento dell'ordine è quindi dimostrato. Egli ha al suo servizio la stampa di Maastricht, in altre parole i media dominanti, inclusi quelli del servizio pubblico televisivo, ha al suo servizio la polizia, l'esercito, quindi le forze dell'ordine, e ha anche provato a coinvolgere la macchina della giustizia. Ciò è evidenziato da un articolo del Canard enchaîné (30 gennaio 2019) intitolato "Le incredibili istruzioni dell'ufficio del pubblico ministero sui gilet gialli", che riporta in dettaglio come il ministero della Giustizia ha comunicato per email con i giudici della Procura di Parigi su come trattare i gilet gialli: dopo un arresto, anche se è stato commesso per errore, si deve comunque mantenere l'iscrizione nell'archivio dei precedenti penali, anche "quando i fatti non costituiscono reato". La comunicazione specifica anche che bisogna depositare gli atti, anche se "i fatti contestati sono di lieve entità" e anche nel caso provato "di un'irregolarità della procedura"! In questi casi, arresto per errore, reati non suffragati da elementi di prova, irregolarità procedurali, è consigliabile fermare le persone e non liberarle fino a dopo le manifestazioni del sabato, per impedire che ai cittadini ingiustamente arrestati sia data la possibilità di esercitare il loro diritto di sciopero, va ricordato, un diritto garantito dalla Costituzione? Punto 7 del preambolo ...

 

Aggiungiamo che la legge anti-casseur proposta da Macron prevede semplicemente di stabilire una presunzione di colpevolezza nei confronti di chiunque sia sospettato di essere solidale con la causa dei gilet gialli. Sospettato da chi? Dalla stessa giustizia a cui il potere chiede, in primo luogo, di tenere in custodia una persona anche arrestata per errore, in secondo luogo di rilasciarla solo dopo la fine delle dimostrazioni, in terzo luogo di seguire la stessa procedura anche nel caso di errore procedurale, in quarto luogo di non preoccuparsi che i fatti siano provati e non irrilevanti, dato che la giustizia macroniana, sostenuta dalla polizia macroniana all'ordine dell'ideologia macroniana, che è puramente e semplicemente quella dello Stato di Maastricht, ha deciso che deve essere così. Mélenchon ha parlato a questo proposito di ritorno delle lettre de cachet, e non ha torto su questo.

 

La violenza genealogica, che è la base delle prime rivendicazioni dei gilet gialli, è prima di tutto quella imposta dal sistema politico liberale instaurato imperativamente dallo Stato di Maastricht dal 1992. Quando Macron dice che le radici del male sono antiche, lo sa fin troppo bene, perché è uno degli uomini la cui breve vita è stata interamente dedicata all'instaurazione di questo programma liberale che si rivela forte con i deboli, come vediamo nelle nostre strade da dodici settimane, e debole con i forti, come dimostrato dalla legislazione a loro favore - dalla soppressione dell'ISF (l'imposta sulle grandi fortune, ndt) al rifiuto di toccare i paradisi fiscali, alla tolleranza verso l'evasione delle imposte da parte del GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon, ndt) .

 

La violenza di questo Stato di Maastricht contro i più deboli, i più disarmati, i meno istruiti, i più lontani dalle megalopoli francesi o da Parigi; la violenza di questo Stato di Maastricht sui più precari in assoluto, sulle persone modeste che portano da sole il peso di una globalizzazione felice per gli altri; la violenza di questo Stato di Maastricht su quelli dimenticati dalle nuove compassioni del politicamente corretto; la violenza di questo Stato di Maastricht contro le donne single, le madri single, le vedove con le pensioni di vecchiaia tagliate, le donne costrette ad affittare il loro utero a uno sperma mercenario, vittime della violenza coniugale derivante dalla povertà, giovani ragazzi o ragazze che si prostituiscono per pagare i loro studi; la violenza di questo Stato di Maastricht sugli abitanti delle campagne privati giorno dopo giorno dei servizi pubblici che loro ancora finanziano con la tassazione indiretta; la violenza di questo Stato di Maastricht sui contadini che si impiccano ogni giorno perché la professione di fede ecologista dei maastrichtiani delle città non si confonde con l'ecologia quando si tratta del piatto dei francesi riempito di carni avariate, di prodotti tossici, di chimica cancerogena, di cibo che arriva dall'altra parte del pianeta senza curarsi delle tracce di CO2, anche se sono bio; la violenza di questo Stato di Maastricht sulle generazioni di bambini rincretiniti da una scuola che ha cessato di essere repubblicana e che lascia alle ragazze e ai ragazzi la possibilità di uscirne non grazie ai loro talenti, ma grazie agli appoggi delle loro famiglie ben nate; la violenza di questo Stato di Maastricht che ha proletarizzato i giovani la cui unica speranza è la sicurezza di un posto di lavoro da poliziotto, da gendarme, da soldato o da guardia carceraria e il cui compito è gestire con la violenza legale i rifiuti del sistema liberale; la violenza di questo Stato di Maastricht sui piccoli padroni, i commercianti, gli artigiani che non conoscono vacanze, svaghi, fine settimana, serate fuori - questa violenza, sì, è la prima violenza. Questi sono quelli che non hanno generato violenza, ma solo in origine una protesta contro l'aumento del carburante.

 

La risposta del potere, quindi di Macron, a questa ammissione di povertà dei poveri è stata immediatamente la criminalizzazione ideologica. I media, agli ordini, hanno gridato al lupo fascista. Da diversi mesi, questo è il loro pane quotidiano: secondo i ricchi che li governano, i poveri sarebbero antisemiti, razzisti, omofobi, violenti, cospirazionisti - "bastardi" ha detto Bernard Henri Lévy a Ruquier. Questa è la vecchia variazione sul tema: classi lavoratrici, classi pericolose. È l'antifona di tutti i poteri borghesi quando hanno paura.

 

Pertanto, il capo dello Stato mobilita i media che disinformano, la polizia che dà la caccia al manifestante, la giustizia che li schiaffa dentro, la prigione che li parcheggia quando l'ospedale non li cura dopo le percosse. Quando capiremo che questi sono i pezzi di un puzzle dispotico?

 

 

10/02/19

Münchau - Il colpo di testa di Macron e la crisi franco-italiana

Su Eurointelligence, Wolfgang Münchau offre una piccola rassegna stampa e commenta in prima persona la recente crisi diplomatica tra Francia e Italia. Anche agli occhi degli europeisti convinti, come è Münchau,  l a  mossa di Macron sembrerebbe, per modalità e tempi, un vero e proprio colpo di testa fatto per motivi di politica interna, ed evidenzia la sua debolezza politica e la sua inadeguatezza per il ruolo. Non solo, infatti, compatta il governo italiano, ma toglie anche al presidente francese ulteriore credibilità come leader del fronte europeista alle prossime elezioni europee. Anche gli europeisti convinti dunque non esitano più a definirlo un buffone.

 

 

di Wolfgang  Münchau, 8 febbraio 2019

 

 

La Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, una mossa che non ha precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. La causa scatenante è stata l'incontro tra Luigi Di Maio e i gilets jaunes, ma in gioco c'è molto di più.

 

Di Maio e Matteo Salvini stanno attaccando Emmanuel Macron da mesi. Fino ad ora il presidente francese ha ignorato questi attacchi considerandoli insignificanti e ha ribadito che tratta soltanto col primo ministro italiano. Cosa è cambiato? Elevare una crisi politica ad affare di stato è una mossa alquanto straordinaria, che avrà conseguenze politiche. Macron ci ha riflettuto?

 

Per prima cosa esaminiamo la causa scatenante: Di Maio si è incontrato con membri della lista di Ingrid Levavasseur e di un altro dei rappresentanti più espliciti dei gilets jaunes, il controverso Christophe Chalencon. Di Maio ha quindi postato una foto tutti insieme in un tweet entusiasta su Twitter. La Levavasseur non c'era, aveva anche avvertito che Di Maio stava pregiudicando il progetto su cui stavano lavorando e ha ribadito che, anche se erano presenti dei membri della sua lista, la lista non c'entra niente. Quindi questa foto è soltanto un po' di fumo negli occhi, destinato agli elettori Cinque Stelle? La strategia di fomentare il risentimento contro il presidente francese può essere un modo per aumentare la sua visibilità in vista delle elezioni europee? Secondo il canale televisivo italiano La 7, la settimana scorsa Giuseppe Conte avrebbe detto ad Angela Merkel che Di Maio punta ad attaccare la Francia per recuperare il terreno perso in vista delle elezioni europee, poiché è rimasto indietro rispetto a Salvini che ha già dalla sua parte il tema dell'immigrazione.

 

Adesso che Macron ha risposto in modo così pesante, il gioco è cambiato. Il fatto che Chalencon abbia invocato un colpo di stato militare nelle prime settimane dei jilets jaunes aiuta il governo francese a sostenere la tesi per cui questo, dopo tutto, è un affare di stato. Ma non ci sembra un collegamento essenziale. Lo stesso ambasciatore è rimasto sorpreso dalla mossa di Macron di richiamarlo a Parigi. Les Echos cita un ex-ambasciatore in Italia che la considera una reazione eccessiva e pensa che sarà di breve durata.

 

Cosa ne viene a Macron? A livello europeo, Macron può sperare di rianimare il suo fronte anti-populista. Manda un'immagine forte, di un presidente che agisce se provocato. Gli elettori francesi di destra che lo hanno considerato troppo remissivo nei confronti degli interessi tedeschi col trattato di Aachen potrebbero rallegrarsi di questa risposta vigorosa all'Italia.

 

Ma questa messa in scena avrà effetti duraturi? Non gli si ritorcerà contro se cercherà egli stesso di formare un'alleanza transnazionale per le elezioni europee?

 

C'è un intento strategico dietro la decisione di Macron?

 

Non si può negare che la decisione francese di richiamare il suo ambasciatore dall'Italia rappresenti una grave crisi europea. Come ricordano i giornali italiani, questa è la prima volta che accade dal 1940 - quando si verificò per ovvie e differenti ragioni. I media italiani riportano che la decisione non è stata preceduta da una telefonata. Il ministro degli esteri lo ha appreso da un comunicato stampa, come chiunque altro. L'effetto immediato della mossa di Emmanuel Macron è quello di creare coesione tra il governo italiano e i suoi critici. Prendete Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia e nota ospite dei talk show televisivi, una persona che abbiamo sempre reputato vicina a Matteo Renzi. Di seguito la sua analisi di stamani:

 

"Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in "guerra" con la Francia. Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo in uno scontro frontale Italia-Francia per via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo."


 

Annunziata non si schiera con le tattiche di Luigi Di Maio, ma riserva gran parte della sua critica a Macron. Considera la sua decisione un segno di debolezza, visto il fallimento nel procurarsi il necessario sostegno alla sua visione europea.

 

In Italia, la generale reazione politica è stata contenuta. Il Primo Ministro Giuseppe Conte ha detto di essere semplicemente sbalordito - senza parole, più che arrabbiato. I politici Cinque Stelle hanno interpretato la reazione di Macron come un colpo di cannone che dà inizio alla campagna per le elezioni europee, e promettono di farlo anche loro. La Lega ha cercato di prendere le distanze dai Cinque Stelle, mentre la rivalità tra i due partiti cresce in vista delle elezioni europee. E, come suggerisce un articolo del Corriere di stamani, questo conflitto ha risollevato il profilo pubblico dei Cinque Stelle,  rimasto sotto tono rispetto a quello della Lega. In un colpo solo, i Cinque Stelle sono di nuovo sulla ribalta.

 

Nikolas Busse offre una prospettiva diversa nel suo commento sul Frankfurter Allgemeine. Non si concentra tanto sul fatto che Macron abbia ragione o torto ad agire in questo modo, quanto sull'impatto negativo che i populisti italiani hanno già avuto sulla cultura del dialogo politico in Europa. L'intera idea dell'integrazione europea è quella di risolvere le differenze legittime in modo civile, attraverso le negoziazioni. Quando un ministro italiano dialoga con dimostranti violenti, incluso un uomo che invoca una dittatura militare in Francia, ha attraversato una linea rossa. I teppisti di destra e di sinistra in Europa sono riusciti a distruggere le relazioni bilaterali tradizionalmente buone tra gli stati membri, in un breve periodo di tempo.

 

Scrive Wolfgang Münchau:

 

Macron ha trasformato un confronto politico transfrontaliero in un confronto tra stati. Supporrei, ma non posso esserne certo, che ci siano altri calcoli dietro questa mossa, oltre a quello che ci è stato detto. Suppongo anche, ma non posso esserne certo, che abbia una strategia d'uscita. Ha considerato se diventerà più facile o più difficile per lui dar vita a un'alleanza in un paese dove non ha alleati naturali nello spettro politico - eccezion fatta per Matteo Renzi, il lupo solitario della politica italiana? Un'altra domanda è come questa storia finirà nei paesi più piccoli della UE, che tradizionalmente sono sensibili alle prepotenze da parte dei paesi UE più grandi. I politici come Sebastian Kurz si schiereranno con il vicino italiano o con Macron?

 

Mi chiedo anche come Angela Merkel consideri questa situazione. Suppongo che Macron non l'abbia nemmeno consultata sulla decisione - poiché non si è nemmeno preoccupato di avvisare né Conte né il Presidente italiano Sergio Mattarella. Mattarella ha agito in modo molto professionale e si è offerto come mediatore nella disputa. Per quale motivo Macron non lo ha cooptato prima di prendere la decisione? La mossa di Macron coincide con un'altra: cancellare la sua partecipazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco per concentrarsi sui temi interni. Sono solidale con la posizione francese sul Nord Stream 2, ma non è stupido attaccare l'Italia e la Germania nello stesso giorno? In Inghilterra, ricordo che fino a non molto tempo fa il concetto di "diplomazia tedesca" era considerato un ossimoro. In questi giorni, se volete vedere reazioni diplomatiche impulsive, dovete guardare a sud delle Alpi e a ovest del Reno. La modalità delle decisione, la mancanza di coordinamento e la breve cronistoria della presidenza Macron mi portano a concludere che sia stato un atto impulsivo, fatto nel contesto della politica interna, senza alcuna considerazione per il bene e gli interessi della UE. La tragedia degli europeisti come noi è che il nostro rappresentante politico più illustre nella UE agisce come un buffone.

 


21/01/19

Sapir - La lettera del Presidente, la questione del potere d'acquisto e l'euro

Nella lettera con cui si è rivolto ai Francesi dopo le imponenti manifestazioni dei "Gilet Gialli" - espressione dell'esasperazione dei cittadini sempre più impoveriti - Emmanuel Macron non fa cenno alla questione cruciale: la perdita del potere d'acquisto da parte dei lavoratori. L'economista Jacques Sapir spiega ancora una volta il perché di questo silenzio: finché la Francia resta intrappolata nel sistema dell'euro, alzare il livello dei salari non è possibile, perché - nell'impossibilità di svalutare la moneta - questo comporterebbe una perdita di competitività dei prodotti sui mercati esteri peggiorando il deficit commerciale del Paese. E Macron vuole restare nell'euro a ogni costo. Sapir dimostra come una svalutazione della moneta avrebbe un importante effetto redistributivo a favore dei salari più bassi. Fino a quando l'Europa - la vera Europa, l'Europa dei cittadini - potrà tollerare le follie dell'Unione europea e la dittatura della moneta unica, un sistema totalmente asservito agli interessi dei più ricchi? 

 

di Jacques Sapir, 15 gennaio 2018 

 

 

Il presidente della Repubblica ha inviato la sua "lettera ai francesi". Un testo assai ampio, che copre molti argomenti. Eppure in questo documento, a volte inutilmente lungo, manca un argomento importante: la questione del potere d'acquisto. Questo problema non è affrontato in nessuno dei  quattro punti, benché sia essenziale. Per essere più precisi, la questione è trattata, in maniera estremamente parziale, solo nell'ottica di una possibile riduzione delle tasse. Si tratta di un punto di vista molto angusto. Tuttavia, nella  "lettera" c'è un'ammissione: "...perché i salari sono troppo bassi perché tutti possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro...". Questa, in effetti, è una delle cause della rabbia che è stata espressa per due mesi dal movimento dei Gilet Gialli, accanto a rivendicazioni riguardanti la democrazia. Si noterà, tuttavia, che [il Presidente] non usa mai il termine"potere d'acquisto". È quindi necessario rinfrescare la memoria a Emmanuel Macron e anche capire quali sono le ragioni per cui non è più preciso e più esplicito su quella che è una delle principali rivendicazioni dei Gilet Gialli.

 

L'aumento del salario minimo orario

 

La questione di un aumento del salario minimo orario (Smic) è centrale in tutte le affermazioni dei Gilet Gialli. Il Presidente ritiene, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [1]. Invece non è così, anche se il reddito aggiuntivo (perché di questo si tratta) di circa 90 euro sarà il benvenuto in molte case. Ma c'è un blocco da parte del potere per quanto riguarda la questione dello Smic. Questo blocco del resto non è specifico del potere. Il Rassemblement National, ex FN, rifiuta il salario minimo, preferendo un complesso sistema di esenzioni dagli oneri sociali [2] . Quanto a Nicolas Dupont-Aignan, lega un possibile aumento del salario minimo a una diminuzione dei contributi dovuti da parte dei datori di lavoro (quelli che sono chiamati, in modo non corretto, "carichi")[3] . Jean-Luc Mélenchon, da parte sua, propone un forte aumento del salario minimo, ma sembra poco preoccupato dall'impatto sulla competitività dell'economia francese di questa misura. È quindi necessario fare il punto su questo problema, che Emmanuel Macron ha voluto escludere dal "dibattito nazionale".

 

Dalla "svolta" del 1982-1983, il salario minimo orario, che è uno dei principali strumenti di garanzia per i salari bassi, non è aumentato allo stesso passo della produttività. Vale la pena ricordare un principio: se i salari aumentano allo stesso ritmo della produttività, la spartizione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività aumenta più velocemente rispetto ai salari, la quota dei profitti aumenta, a scapito dei salari. Oggi il divario tra l'evoluzione dello Smic e quella degli aumenti di produttività è notevole. Ci vorrebbe un recupero intorno al 20%. Questo significherebbe un aumento di circa 240 euro al mese per lo Smic, ben al di più e oltre il meccanismo messo a punto dal governo per aumentare di 100 euro il reddito di alcuni degli "smicards" [lavoratori con salario orario pari a quello minimo, ndT].

 

 

[caption id="attachment_16935" align="alignnone" width="1024"] Grafico 1 - Confronto tra l'evoluzione generale della produttività e quella del salario minimo orario (Smic) a prezzi costanti. Linea blu: produttività, indice 100=1980 Linea rossa: salario minimo orario reale, indice 100=1980. Fonte: dati INSEE.[/caption]

 

Qualcuno obietterà che un aumento del 20% dello Smic avrebbe gravi conseguenze sulla competitività dell'economia francese. Questo è l'argomento sostenuto dal governo, ma anche da Marine Le Pen e da Nicolas Dupont-Aignan. Non è un'affermazione falsa. Nella misura in cui non siamo più padroni della nostra moneta, a causa dell'euro, qualsiasi aumento dei salari, che verrebbe in parte trasferito sui prezzi, porterebbe ad aggravare il nostro deficit commerciale che è un indicatore molto più importante e molto più reale del deficit e del debito pubblico.

 

Tuttavia, l'impatto dell'aumento dei salari sui prezzi non sarà pari all'entità di questo aumento. Gli stipendi rappresentano in media un terzo del prezzo. Se ipotizziamo un aumento del 20% del salario minimo, necessario per riportare giustizia nel campo del lavoro, allora l'aumento conseguente sui prezzi all'esportazione sarebbe di circa il 6%, che - effettivamente - è tale da poter provocare, su mercati molto competitivi, un calo delle nostre esportazioni E [maiuscolo nel testo] un aumento delle nostre importazioni. Ma bisogna fare il ragionamento opposto:  che cosa accadde quando, nel maggio 1968, il governo aumentò il salario minimo del 35%? La Francia svalutò subito dopo, e negli anni successivi conobbe una forte crescita.

 

Il blocco dovuto all'euro

 

Bisogna dunque capire che, su questo argomento, il blocco principale viene dall'euro. E possiamo dimostrarlo guardando a ciò che accadrebbe se la Francia non fosse nell'euro.

 

Qualsiasi deprezzamento della valuta provoca un aumento del prezzo dei prodotti importati e fa calare il prezzo delle nostre esportazioni. Ma qual è la parte dei nostri consumi che viene importata? In media è circa il 48%, ma può toccare il 60% per le famiglie più ricche, mentre scende al 40% per i più poveri. Comprendiamo quindi l'attaccamento alla stabilità del cambio da parte dei più ricchi (perché hanno il massimo da guadagnare) e la relativa indifferenza dei più poveri. Ma che cosa accadrebbe con un aumento del 20% del salario minimo, accompagnato da una svalutazione del 20%?

 

Una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento del 20% sui prezzi dei prodotti importati, con un aumento complessivo dei prezzi in media del 9,6%. Possiamo vedere che il reale aumento del salario sarebbe quindi del 20% -9,6% = 10,4%. L'inflazione indotta dalla svalutazione sarebbe quindi pari a meno della metà dell'aumento dei salari. In effetti, il potere d'acquisto delle famiglie più povere sarebbe meno intaccato, perché consumano meno beni importati rispetto ai ricchi. L'aumento del potere d'acquisto sarebbe del 12% (20% -8%) per i più poveri e dell'8% (20% -12%) per i più ricchi, a condizione che tutti gli stipendi aumentino tanto quanto il salario minimo. Poiché questa ipotesi è irragionevole (per molte ragioni), maggiore è il livello del reddito familiare, minore è il vantaggio. Al limite, per i redditi che non sono per nulla influenzati dall'aumento del salario minimo, vi sarebbe una perdita di potere d'acquisto. La svalutazione della valuta avrebbe quindi un significativo effetto redistributivo sui redditi.

 

Per quanto riguarda i prezzi all'esportazione, subirebbe un aumento che può essere calcolato (con approssimazione) come equivalente all'aumento dei prezzi indotto dall'aumento di salario minimo PIU' l'aumento indotto dall'inflazione sui salari bassi MENO l'ammontare della svalutazione della moneta, ossia:

 

6% + 8% - 20% = -6%

 

Vediamo che, in questo scenario, i prodotti francesi, nonostante l'inflazione e l'aumento dei salari, migliorerebbero la loro competitività sui mercati di esportazione, ma anche sul mercato interno. Aggiungiamo che l'aumento dei prezzi, indotto dall'aumento dei salari e dalla svalutazione della moneta, non è immediato, ma diffuso nell'economia, con un ritardo che può arrivare per alcuni settori ai sei mesi e per altri a 18 mesi. L'aumento delle esportazioni o i guadagni sul mercato interno compenserebbero in parte il calo dei profitti dovuto all'aumento del salario minimo. L'aumento del volume di produzione generato dai proventi delle esportazioni e dai guadagni sul mercato interno porterebbe a maggiori investimenti. Il PIL del Paese vedrebbe aumentare il suo tasso di crescita sia per l'aumento della produzione sia per i maggiori investimenti.

 

È questo il meccanismo che viene respinto da Emmanuel Macron, perché implica, bisogna dirlo, che la Francia esca dall'euro. È per questo motivo, per l'attaccamento fanatico all'euro, che il Presidente evoca così poco, e in maniera solo indiretta, la questione del salario minimo e quella del potere d'acquisto. A contrario, questo significa che la questione del potere d'acquisto per le "classi popolari" può essere seriamente affrontata solo ponendo la questione dell'uscita della Francia dall'euro.

 

L'impatto sui nostri partner

 

Cosa succederebbe dal punto di vista dei nostri partner? È chiaro che se la Francia decidesse di lasciare l'euro, alcuni paesi non avrebbero altra scelta che seguirci. È il caso dell'Italia e della Spagna, ma probabilmente anche del Portogallo e del Belgio. Viceversa, i paesi del "Nord", come la Germania e i Paesi Bassi, resterebbero nell'euro o lo ribattezzerebbero "marco". Ma senza i "paesi del Sud", questo marco (o l'euro residuo) verrebbe improvvisamente rivalutato. Il divario nei tassi di cambio con paesi come la Germania e i Paesi Bassi non sarebbe del 20%, ma del 35%. D'altra parte, il divario con la zona del dollaro sarebbe inferiore.

 

Questo è stato calcolato dal Fondo monetario internazionale [4] .

 

[caption id="attachment_16932" align="alignnone" width="957"] Tabella 1 - Entità delle rivalutazioni /svalutazioni dei tassi di cambio in caso di scioglimento della zona euro. Fonte: Diffusione dei tassi di cambio reali nell'External Sector Report del FMI 2017 e consultazioni di esperti su questioni valutarie effettuate all'inizio di agosto 2017.[/caption]

 

Si noti che, nel caso di un'uscita di tutti i paesi del Sud, i tassi di cambio di Spagna, Francia e Italia sarebbero svalutati allo stesso modo. Ciò implica che la quota delle importazioni il cui prezzo aumenterebbe a causa della svalutazione del franco potrebbe essere più bassa. Per questo, la quota dei consumi interessati dall'inflazione a seguito della svalutazione del tasso di cambio potrebbe essere solo del 36-38% in media, con una distribuzione ancora più favorevole per le famiglie a basso reddito. L'effetto redistributivo della svalutazione potrebbe quindi essere più potente di quanto indicato.

 

In termini generali, un'uscita dall'euro consentirebbe ai paesi dell'Europa meridionale di guadagnare sul surplus commerciale tedesco attuale, che rappresenta circa l'8% del PIL della Germania. La distribuzione di tre quarti di questa eccedenza nei paesi dell'Europa meridionale (ovvero 150 miliardi di euro oggi) potrebbe comportare una crescita del PIL del 2% per la Francia al di sopra dell'attuale crescita (ovvero 1,2% + 2,0% = 3,2%). Con il calo della disoccupazione legato a un aumento dell'1,4% -1,5% del PIL, i guadagni in termini di posti di lavoro sarebbero importanti. I calcoli sono stati effettuati altrove e mostrano su un totale di 4,5 milioni di disoccupati "reali", una diminuzione della disoccupazione da 1,5 milioni a 2,5 milioni in un periodo tra 3 a 5 anni. Va notato che questa forte diminuzione della disoccupazione avvantaggerebbe il sistema dal punto di vista dei sussidi di disoccupazione. Le erogazioni potrebbero essere ridotte. Lo stesso ragionamento vale per i fondi pensione e le casse malattia. Sia i contributi del datore di lavoro che i contributi dei dipendenti sono molto sensibili al fenomeno della disoccupazione. Si potrebbe quindi considerare una riduzione di questi contributi, aumentando così il potere d'acquisto dello stesso importo, oppure, lasciando inalterato il livello dei contributi, potrebbero essere migliorate le condizioni. Se invece questa riduzione fosse applicata nella situazione attuale, porterebbe a un peggioramento del deficit di questi fondi e implicherebbe, quindi, un taglio drastico ai benefici. Tale prospettiva interesserebbe principalmente i più vulnerabili. Inoltre, un calo programmato dei benefici porterebbe coloro che possono aumentare i loro risparmi, causando un ulteriore calo della crescita a causa del calo dei consumi.

 

Riprendiamo quindi i termini del dibattito. Un aumento del salario minimo insieme all'uscita dall'euro e alla svalutazione del tasso di cambio avrebbero un forte effetto redistributivo sui guadagni, restituendo potere d'acquisto ai redditi più modesti. Non era una delle principali richieste dei Gilet Gialli? D'altra parte, è anche chiaro che dovranno essere messe sul tavolo altre questioni, come l'indicizzazione dell'inflazione di TUTTE le pensioni, almeno fino a un importo di 2.000 euro. Ma si capisce perché, non appena si abbandona la prospettiva di lasciare l'euro e di un recupero da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un salario minimo orario più alto e ai suoi effetti sull'economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l'euro in nessuna circostanza, non parla del salario minimo orario né del potere d'acquisto nella sua lettera.

 

Note

 

[1] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-pourquoi-l-augmentation-du-smic-promise-par-macron-n-en-sera-pas-vraiment -une_3094307.html

 

[2] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-invitee-de-rtl-from- December 19-7795973392

 

[3] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-aignan-annonce-qu-il-presentera-une-proposition-de
 


07/01/19

"Les Gentils, les Méchants" - I buoni e i cattivi secondo i Gilet gialli

La protesta in Francia diventa creativa!

 

Abbiamo sottotitolato in italiano questa rivisitazione di "Les gentils, les méchants" di Michel Fugain (1973), fatta dalla giovane cantante francese Marguerite assieme a un gruppo di Gilet gialli. Caricato il 1° gennaio, il video di Marguerite è già diventato virale, superando in pochi giorni 400.000 visualizzazioni su YouTube e oltre un milione su Facebook.

 

[embed]https://www.youtube.com/watch?v=XPbC2bqF6Z0&feature=youtu.be[/embed]

 

Il video ridicolizza la contrapposizione mediatica (e manichea) tra i "buoni" - l'élite, gli arrivati, la borghesia cosmopolita - e i "cattivi" - il popolo scontento, lasciato indietro, più preoccupato di avere di che mantenere i propri figli che del sogno europeo.

 

"50 anni dopo il '68, il vento è cambiato", commenta Marguerite nel video sul suo canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=cBiHJxGxz1g

 

Qui la hit originale di Michel Fugain: https://www.youtube.com/watch?v=SV7735AYnYE

14/12/18

Sapir e colleghi – È l’euro, argomento tabù, la causa principale dei “gilet gialli”

Un gruppo di economisti, tra cui Jacques Sapir, pubblica un articolo sul blog francese "Les Crises" in cui cerca di riassumere in pochi paragrafi il grande argomento "tabù" di cui in Francia (come e forse più che in Italia) nessuno parla: l'euro. Con la conseguenza del tasso di cambio fisso, l'euro impone di aggiustare gli squilibri tramite svalutazione interna, causando disoccupazione e riduzione del potere d'acquisto. La rivolta, in Francia, è cominciata, sebbene la consapevolezza sulle sue ragioni profonde sia ancora limitata.

 

10 dicembre 2018

 

A quasi vent’anni dal lancio dell’euro, avvenuto il primo gennaio 1999, la situazione della moneta unica è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è palese, ed è stato riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. Dall’altro lato, questo argomento continua a restare un tabù in Francia, tanto che nessun politico di rilievo osa affrontarlo a testa alta. Come si spiega una situazione del genere?

 

Nessuno sembra ricollegare l’attuale movimento dei “gilet gialli” al fallimento dell’euro. Eppure, l’impoverimento della maggior parte della popolazione, di cui esso è il segno più manifesto, è la conseguenza diretta delle politiche messe in atto per tentare di salvare a qualsiasi costo la moneta unica europea. Non si sta parlando, qui, dell’allentamento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea col suo quantitative easing, peraltro inefficace nel rilanciare la produzione. Si sta parlando piuttosto delle politiche fiscali di aumento delle tasse e di diminuzione degli investimenti pubblici che vengono richiesti, ovunque, da parte della Commissione Europea di Bruxelles. Questi hanno, è vero, raddrizzato i conti con l’estero di alcuni paesi che erano in deficit. Al prezzo, però, di una “svalutazione interna”, vale a dire di una drastica diminuzione dei redditi disponibili, associata a un crollo della domanda interna. Come conseguenza c’è stata una drammatica caduta della produzione nella maggior parte dell’Europa del Sud, associata a un tasso di disoccupazione molto elevato e a un massiccio esodo di forza lavoro da questi paesi verso l’estero.

 

La zona euro è ormai diventata quella con la più bassa crescita economica al mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, si sono invece amplificate molto. Anziché favorire la creazione di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” si è accompagnata a un aumento dell’indebitamento pubblico e privato nella maggior parte delle nazioni. Eppure, l’esistenza stessa dell’euro, di cui si potrebbero ancora discutere gli effetti, è diventato un argomento assolutamente tabù. Nonostante sia ovvio il suo legame con l’attuale scontento, i sostenitori dell’euro continuano a sventolare di fronte ai francesi i suoi illusori vantaggi (l’unico reale è la facilitazione nei viaggi in Europa). Essi disegnano quadri apocalittici della situazione economica in caso di uscita dalla “moneta unica”, nel tentativo di terrorizzare i francesi che non conoscono bene la questione.

 

Di fronte a tali argomenti dobbiamo ribadire tutto ciò che la Francia ha perso in materia di crescita economica, il crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo, il drammatico indebolimento del suo sistema industriale. I francesi stanno già subendo la diminuzione del loro potere di acquisto, dell’occupazione, del pensionamento, della qualità dei servizi pubblici e via dicendo. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere in vita l’euro, non sono ancora state pienamente attuate qui da noi, al contrario che in altri paesi dell’Europa del Sud, eppure stanno già provocando forti reazioni contrarie. Il movimento dei “gilet gialli” ne è la conseguenza diretta.

 

Dobbiamo dunque spiegare ai nostri compatrioti quale sia lo svantaggio principale dell’euro per la Francia, ossia un tasso di cambio troppo elevato che porta, inevitabilmente, a una perdita di competitività della nostra economia, facendo aumentare i prezzi e il costo del lavoro in Francia rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Dobbiamo evitare di confondere le idee parlando di una eventuale coesistenza tra un nuovo franco e una “moneta comune 2.0”, dotata di tutti i suoi attributi, perché sarebbe un vicolo cieco. Una simile moneta potrebbe essere concepita semplicemente come una “unità di conto”, analogamente al vecchio ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità a causa dell’euro, sebbene essa sia indubitabile, è però un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono invece sensibili soprattutto alla loro situazione concreta.

 

A causa della mancata comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti continuano, per il momento, ad avere paura di un qualsiasi sconvolgimento dello status quo, e nel frattempo i sostenitori dell’euro alzano grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare, in questa situazione? Di fronte al malcontento dei francesi, è evidente che non potrà essere condotta alcuna politica di recupero dell’economia in Francia se non si ristabilirà una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adeguato al nostro paese. Ma è altrettanto certo che questo cambiamento dovrà essere fatto in condizioni che siano praticabili e accettate dal popolo francese.

 

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione graduale verso un dopo-euro, possibilmente discutendo coi nostri partner l’organizzazione di uno smantellamento concertato. Nel caso ciò non sia possibile, bisognerà prendere l’iniziativa in modo unilaterale, dopo avere messo in atto le opportune misure di protezione. La seconda condizione è quella di far comprendere ai nostri compatrioti i vantaggi di una “svalutazione monetaria” del nuovo franco, accompagnata a una politica economica coerente, che mantenga un controllo sull’inflazione, come avvenne nel 1958 col generale De Gaulle e poi nel 1969 con Georges Pompidou. Oggi l’inflazione va temuta meno che allora, a causa della sottoutilizzazione delle nostre capacità produttive. L’inevitabile perdita di potere di acquisto, derivante dall’aumento dei costi di alcune delle importazioni, sarà modesta e passeggera, e sarà rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe, perché verrebbe automaticamente convertito in nuovi franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae, che prevale in materia di finanza internazionale). La Francia e i francesi recupereranno brillanti prospettive di crescita futura che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

 

Forum collettivo firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD

11/12/18

Prime riflessioni sugli "événements de décembre” in Francia

Un breve post sul blog Global Inequality sottolinea due lezioni che possiamo trarre dalla rivolta dei Gilet Jaunes: in primo luogo, l'ipocrisia insita in alcuni aspetti della retorica della "decrescita" (più o meno felice) e dell'ambientalismo, che spesso nasconde un programma di impoverimento generale e di inasprimento delle diseguaglianze; in secondo luogo l'elitismo e la distanza dalla popolazione dei leader incensati dai media in quanto progressisti e vincenti, come Macron e la Clinton. Ora è però necessario vigilare perché il legittimo risentimento popolare non venga dirottato in senso radicale e violento, poiché ciò potrebbe sfociare in un risultato diametralmente opposto.

 

 
Branko Milanovic, 5 dicembre 2018

 

I recenti fatti accaduti in Francia, eventi che visti da fuori appaiono meno drammatici che dall’interno, sollevano due questioni importanti: una nuova, l'altra "storica". È infatti un caso che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata una tassa sul carburante che colpiva soprattutto le aree rurali e suburbane, le popolazioni con redditi relativamente modesti. Apparentemente il punto non era tanto l'entità dell'aumento, ma il fatto che esso ha contribuito a intensificare un sentimento molto diffuso: che oggi, dopo aver già pagato i costi della globalizzazione, delle politiche neoliberiste, della delocalizzazione, della concorrenza con la manodopera straniera più economica e del deterioramento dei servizi sociali, a tutto questo si aggiunga quella che è considerata, probabilmente non in modo del tutto infondato, una tassa elitaria sul cambiamento climatico.

 

Ciò solleva un problema più generale che ho precedentemente discusso nella mia polemica con Jason Hickel e Kate Raworth. I fautori della decrescita, e coloro che sostengono sia necessario prendere provvedimenti drastici per quanto riguarda il cambiamento climatico, sono stranamente evasivi e riservati quando si tratta di precisare a chi toccherebbe sostenere i costi di queste misure. Come ho fatto presente a Jason e Kate durante questa discussione, se fossero seri dovrebbero uscire allo scoperto e dire chiaramente all'opinione pubblica dei paesi occidentali che i loro redditi reali dovrebbero essere dimezzati, e spiegare anche come intendono farlo. Ovviamente i decrescisti sanno che un programma del genere sarebbe un suicidio politico, quindi preferiscono rimanere nel vago e mascherare la questione sotto la retorica "falsamente comunitaria" che [il cambiamento climatico] ci influenzerebbe tutti e che in qualche modo l'economia prospererebbe se tutti prendessimo coscienza del problema - senza mai dirci quali tasse specifiche vorrebbero aumentare o in che modo intendono ridurre i redditi delle persone.

 

La rivolta francese porta ora questo problema allo scoperto. Le classi medie occidentali, già colpite dalle ricadute della globalizzazione, sembrano non voler pagare un’ulteriore tassa sul cambiamento climatico. Si spera che adesso i decrescisti abbiano capito l’importanza di avere piani concreti.

 

Il secondo problema è "storico". È il problema della divisione tra le élite politiche e una parte significativa della popolazione. L’ascesa di Macron si è realizzata su una piattaforma apparentemente anti-mainstream, e il suo eterogeneo partito è stato creato appena prima delle elezioni. Ma le sue politiche sono state fin dall’inizio a favore dei ricchi, una sorta di rivisitazione del thatcherismo. Si è trattato inoltre di politiche molto elitarie, spesso disdegnose dell'opinione pubblica. È alquanto bizzarro che questa presidenza, per sua stessa ammissione "napoleonica”, sia stata glorificata dalla stampa liberal, in particolare quella di lingua inglese, sebbene la sua politica interna fosse fortemente pro-capitalistica, e quindi non dissimile da quella di Trump. Ma poiché la retorica internazionale di Macron (ma solo la retorica) era anti-Trump, la sua politica interna passava in secondo piano.

 

In più, poco saggiamente, Macron ha approfondito la separazione tra sé e la gente comune, sia per le sue abitudini patrizie che per la tendenza a dispensare lezioni paternalistiche, che a volte sono degenerate nell'assurdo (come quando ha passato diversi minuti a insegnare a un bambino di 12 anni il modo corretto di rivolgersi al presidente). Nel momento in cui più che mai i ceti popolari occidentali si aspettavano dai politici che mostrassero almeno un minimo di empatia, Macron ha scelto la prospettiva opposta di colpevolizzare le persone per la loro incapacità di avere successo o di trovare un lavoro (dicendo loro che per fare ciò bastava uscire di casa). Ha quindi commesso lo stesso errore di Hillary Clinton con il suo infelice commento sui "deplorables". Non sorprende che i sondaggi sul suo gradimento abbiano subìto un crollo, e, a quanto pare, neanche questi colgono appieno l'entità del disprezzo in cui è tenuto da molti.

 

È in tali condizioni che si sono verificati "gli eventi". Il pericolo è tuttavia che un’ulteriore radicalizzazione, e in particolare se violenta, comprometta i loro obiettivi originari. Non dimentichiamo che le manifestazioni del maggio 1968, dopo aver spinto de Gaulle a rifugiarsi a Baden-Baden, pochi mesi dopo gli consegnarono una delle più grandi vittorie elettorali, a causa della violenza dei manifestanti e degli errori commessi nella gestione di quella grande opportunità politica.