Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post

13/02/20

Germania: uscita anticipata della Merkel ed elezioni dopo che la delfina si è fatta da parte?

Dalla Reuters un aggiornamento sulla Germania in crisi: aumentano le possibilità di elezioni anticipate dopo che il piano per la successione di Angela Merkel è fallito, una Cdu in calo di consensi non riesce a controllare i suoi stessi membri (che in Turingia votano con AfD) e si apre la gara alla successione per la guida del partito e il ruolo di Cancelliere. Tutto questo potrebbe spingere la SPD a staccare la spina al governo e andare ad elezioni anticipate. Intanto, la forte frenata dell'industria (produzione a -3,5% in dicembre) certifica la fragilità intrinseca del modello mercantilista, che "impoverendo i vicini" devasta i suoi stessi mercati. Dall'economia, alla politica, al governo: in Germania e di riflesso nell'Unione europea le linee di frattura sono sempre più ampie e profonde.

 

 

 

Di Madeline Chambers, 11 febbraio 2020

 

BERLINO (Reuters) - Il piano della cancelliera Angela Merkel per una successione ordinata sta crollando e aumentano le possibilità di elezioni anticipate in Germania dopo che la sua delfina conservatrice, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha rinunciato alle sue ambizioni al ruolo di leader.

 

Nei prossimi mesi i Democratici Cristiani (CDU) della Merkel dovranno scegliere chi vogliono alla guida del partito e come candidato alla cancelleria alle prossime elezioni federali, previste per l'ottobre del 2021. La stessa persona probabilmente, ma non necessariamente, ricoprirà entrambe le cariche. È presto per prevedere come si evolverà la situazione, ma di seguito sono riportati tre possibili scenari.

 

1) Via la Merkel, nuove elezioni entro sei mesi


 

La Merkel, che è stata un'ancora di stabilità nella più grande economia europea durante i suoi quasi 15 anni di mandato, ha affermato che non si candiderà per la rielezione e si è dimessa da presidente del partito nel 2018, consegnandolo nelle mani di Annegret Kramp-Karrenbauer.

 

Ma dato che in seguito al ritiro della Kramp-Karrenbauer potrebbe diventare leader del partito un candidato suo rivale, la Merkel potrebbe essere costretta a farsi da parte prima del previsto, spingendo così i suoi partner della coalizione socialdemocratica (SPD) a lasciare il governo e provocare elezioni anticipate.

 

La pressione perché si  risolva rapidamente il problema, con la stessa persona che occupi entrambi i ruoli, potrebbe giocare a sfavore della Merkel.

 

I principali contendenti al ruolo di presidente della CDU e candidato cancelliere dell'alleanza conservatrice "Union" stanno già iniziando le manovre di avvicinamento, compromettendo la CDU e il suo partito gemello bavarese, Christian Social Union (CSU).

 

Numerosi conservatori di alto livello, tra cui il capo della CSU Markus Soeder, hanno esortato la CDU a decidere presto in merito alla sua leadership, sostenendo che trascinare la questione fino alla conferenza del partito, a dicembre, farebbe calare i voti dell'Unione nei sondaggi.

 

Il sostegno alla CDU nello stato orientale della Turingia è precipitato di quasi 9 punti percentuali, da quando i consiglieri regionali la scorsa settimana hanno rotto un tabù in vigore dal dopoguerra, votando con l'estrema destra a sostegno del presidente della Regione. Anche a livello nazionale il consenso sta diminuendo.

 

La preoccupazione per questo declino potrebbe spingere la CDU ad agire entro l'estate o l'inizio dell'autunno per scegliere un nuovo leader e candidato cancelliere come Friedrich Merz, un rivale di vecchia data della Merkel, con il quale per la cancelliera potrebbe risultare impossibile collaborare.

 

Da parte sua, l'SPD potrebbe rifiutarsi di collaborare con personaggi di destra come Merz o Jens Spahn - specialmente se uno di loro dovesse sostituire la Merkel come cancelliere prima delle elezioni - e potrebbe staccare la spina al governo, mandando la Germania alle urne.

 

2) La Merkel rimane in carica per tutta la presidenza Ue, elezioni all'inizio del 2021


 

I tedeschi, amanti della stabilità, preferiscono un cambiamento graduale e vogliono evitare di votare nel bel mezzo della presidenza tedesca dell'Unione europea nella seconda metà del 2020.

 

Molti parlamentari conservatori e socialdemocratici vorrebbero che la Merkel svolgesse un ruolo di primo piano nei negoziati con la Gran Bretagna post-Brexit e nella definizione delle relazioni dell'Ue con la Cina, questione che sarà in cima all'agenda dell'Ue durante il semestre di presidenza.

 

La Merkel ha dichiarato di attendere con impazienza la presidenza dell'Ue, dove potrà avvalersi delle sue capacità negoziali e della sua profonda esperienza dei problemi dell'Ue, dalla crisi del debito della zona euro all'afflusso di migranti nel 2015. La presidenza potrebbe aiutare i conservatori a sfruttare al meglio le loro credenziali in vista delle elezioni.

 

Un altro fattore è la popolarità in gran parte immutata della Merkel. I sondaggisti sostengono che molti elettori la vedono quasi come una figura presidenziale e che preferirebbero che rimanesse in carica fino al termine del suo mandato.

 

Tutto ciò aumenta le possibilità che la Merkel rimanga in carica almeno fino alla fine dell'anno, ma potrebbe anche consentire a un nuovo leader di beneficiare di un rimbalzo nei sondaggi.

 

3) La Merkel rimane in carica fino a termine, elezioni nell'autunno del 2021


 

Anche se la CDU decidesse rapidamente sulla sua leadership, alcuni candidati potrebbero collaborare con la Merkel fino alla fine del suo mandato, anche se si ritroverebbe a essere una specie di anatra zoppa.

 

Il candidato di continuità Armin Laschet, premier dello stato del Nord Reno-Westfalia, è uno di questi candidati e come centrista sarebbe probabilmente anche accettabile per la SPD.

 

Questo potrebbe accadere anche se i conservatori scegliessero Soeder, della Baviera, come candidato cancelliere.

 

Sebbene molti considerino Soeder un candidato forte, sinora nessun leader della CSU è mai stato cancelliere.

22/08/19

WSJ - Un "pass Matteo" per l'Italia

Sul Wall Street Journal un'analisi pacata e lucida della situazione italiana giunge alla conclusione che la soluzione preferibile sia consentire agli elettori di esprimersi su Matteo Salvini, il vincitore più probabile di nuove elezioni. Un'Italia scontenta e priva delle riforme di cui ha bisogno rappresenta una minaccia peggiore per la stabilità europea di un possibile governo Salvini. 


 

 

 

 

Della redazione, 20 agosto 2019

 

 

Il governo di coalizione italiano è caduto martedì, e va bene così.

La difficoltosa intesa tra la Lega, di destra, e il Movimento Cinque Stelle, orientato a sinistra, ha funzionato a fatica per la maggior parte dei suoi 14 mesi al potere e se nuove elezioni aprono la strada a qualcuno che si possa proporre per tenere la barra più saldamente - e autonomamente - , è molto meglio.
In caso di elezioni, il vincitore più probabile sarebbe il leader della Lega, Matteo Salvini. Il sostegno alla Lega è salito a quasi il 40% secondo la maggior parte dei sondaggi d'opinione, dal 18% che il partito ha ottenuto alle elezioni dell'anno scorso. Ciò è in parte dovuto alla linea dura del partito sull'immigrazione, una questione sulla quale Salvini ha assunto un ruolo guida come ministro dell'Interno nell'attuale governo.

Ma anche il suo orientamento in campo economico ha avuto un ruolo nella sua ascesa politica. La Lega si è guadagnata la reputazione di partito pro-business e Salvini propone un taglio delle aliquote fiscali sulle società come elemento centrale del suo piano per rilanciare l'economia italiana.


Questa mossa fiscale è alla radice delle recenti lotte di Roma contro l'Unione Europea. I ragionieri di Bruxelles si aggrappano a previsioni economiche largamente inventate per opporsi alla volontà di Salvini di sperimentare la riforma fiscale. I partner della coalizione di Salvini hanno peggiorato le cose con le grandiose promesse dei Cinque Stelle di espandere la spesa sociale, una sconsideratezza che l'UE dovrebbe scoraggiare.
Questi contrasti creano un'incertezza che non piace ai mercati. I timori di una uscita dell'Italia  dall'eurozona o dalla UE sembrano esagerati, finché gli Italiani appoggiano l'appartenenza all'eurozona e si fidano dell'UE più di quanto si fidino del loro governo nazionale, secondo un recente sondaggio Eurobarometro.
La principale minaccia per la stabilità politica e per l'UE ora è che Bruxelles faccia cambiare idea agli italiani, contrastando gli sforzi di riforma di Salvini.


Salvini ha di fronte a sé una strada abbastanza dura per diventare presidente del Consiglio. Le dimissioni, martedì, del presidente del Consiglio di facciata Giuseppe Conte aprono un periodo di lotte, con i Cinque Stelle che cercano di salvarsi alleandosi con qualche altro partito. Ma se il tentativo fallisce, gli elettori avranno un'altra possibilità di scommettere su Salvini.


È una scommessa che Bruxelles dovrebbe consentire loro di fare, a prescindere da quanto prescrivono le regole dell'UE. Un'Italia non riformata e scontenta non rappresenta in misura minore una minaccia per la stabilità politica ed economica europea rispetto a un'Italia che Salvini sta cercando di rilanciare con un taglio di tasse e alcune riforme politiche. Chiamiamolo un "Matteo pass", una mossa a lungo termine per vincere la partita.


I mandarini di Bruxelles devono lasciare agli italiani lo spazio necessario per verificare se sia questo quello che sceglieranno gli elettori.


04/01/19

Gli unici “hacker russi” finora accertati sono il prodotto di “esperti” Democratici americani

Un post di Zero Hedge spiega come talvolta siano gli stessi “esperti informatici” che si dicono impegnati a monitorare le presunte interferenze russe nelle elezioni Usa, a simulare tali operazioni sui social media. In questo caso la notizia è trapelata da un articolo del New York Times, che ha divulgato i dettagli di una nota interna di uno di questi gruppi, diventato celebre sui media statunitensi: New Knowledge, politicamente affine al Partito Democratico americano. Formalmente si sarebbe trattato di una sorta di "esperimento segreto" (così lo ha definito il New York Times), ma di fatto l'operazione è stata compiuta realmente, contribuendo a diffondere l'allarmismo, sempre esasperato dai media, delle interferenze degli "hacker russi" nella democrazia occidentale.

 

 

di Zero Hedge, 01/01/2019 (da Mac Slavo, SHTFplan.com)

 

Gli “esperti” di cybersicurezza negli Stati Uniti affermano da tempo che durante le elezioni del 2016 c’è stato l’intervento dei “bot russi” [“bot” sta per “internet robot”, e indica un software che svolge automaticamente operazioni su internet, ad esempio postare contenuti sui sociali media, NdT].

 

Ma ora scopriamo che gli stessi autori del report stilato dal Senato, intitolato “Interferenze russe nelle elezioni” hanno guidato l’operazione, che dunque è una “false flag” [ovvero un’attività sotto “falsa bandiera”, nel senso che viene fatta apparire come compiuta da terzi, NdT].

 

Una settimana prima di Natale la Commissione Intelligence del Senato ha rilasciato un report che accusava la Russia di far abbassare i voti per i Democratici prendendo di mira gli afro-americani sui sociali media. I suoi autori, dell’organizzazione “New Knowledge”, sono presto diventati celebri. Descritti dal New York Times come un gruppo di “specialisti di tecnologia con un’inclinazione verso il Partito Democratico”, New Knowledge ha legami sia con l’esercito statunitense sia con le agenzie di intelligence.

 

L’amministratore delegato e co-fondatore di New Knowledge, Jonathan Morgan, aveva precedentemente lavorato per DARPA (Defence Advanced Research Project Agency), un’avanzata agenzia di ricerca militare degli Stati Uniti, nota per le sue orribili idee sul controllo dell’umanità. Il collega di Morgan, Ryan Fox, è un veterano della NSA (National Security Agency), che ha lavorato anche come analista informatico per il Joint Special Operations Command (JSOC). Le loro competenze esclusive hanno attratto l’occhio di grandi investitori, i quali avrebbero finanziato la compagnia per 11 milioni di dollari solo nel 2018, secondo quanto riportato da RT.

 

Morgan e Fox hanno fatto fortuna con lo scandalo del “Russiagate”, esploso dopo che Hillary Clinton ha accusato Mosca di avere determinato la vittoria presidenziale di Donald Trump nel 2016. Morgan, per esempio, è uno degli sviluppatori di Hamilton 68 Dashboard, uno strumento online che avrebbe la pretesa di controllare e portare alla luce le narrazioni portate avanti dal Cremlino via Twitter. Altra cosa da menzionare, questo strumento è finanziato anche dalla German Marshall Fund’s Alliance for Securing Democracy – un insieme di Democratici e neoconservatori finanziati in parte dalla NATO e dalla USAID (United States Agency for International Development).

 

Vale la pena di notare che i 600 account Twitter “legati alla Russia” che sarebbero stati monitorati da Hamilton 68 non sono stati rivelati al pubblico, rendendo impossibile verificare queste affermazioni. Tale inconveniente non ha comunque impedito che Hamilton 68 diventasse una fonte privilegiata per i giornalisti affamati di isteria. Il 19 dicembre, però, un articolo del New York Times ha rivelato che Morgan e i suoi collaboratori hanno creato essi stessi un finto esercito di bot russi, così come svariati gruppi finti su Facebook, al fine di screditare il candidato repubblicano Roy Moore nelle elezioni 2017 per il Senato in Alabama.

 

Lavorando per conto del Partito Democratico, Morgan e il suo gruppo hanno creato un numero stimabile in 1.000 account Twitter falsi con nomi russi, programmandoli perché seguissero Moore. Hanno inoltre lavorato su diverse pagine Facebook, tramite le quali postavano sotto le sembianze di conservatori dell’Alabama che incoraggiavano gli altri elettori a sostenere altri candidati non in lista. In una nota interna, New Knowledge vantava di avere “orchestrato una complessa operazione di ‘false flag’ che ha diffuso l’idea che la campagna di Moore fosse stata amplificata, sui social media, dai bot russi”.–RT

 

Il presunto scandalo è stato portato avanti dai media statunitensi e finora è riuscito a ingannare milioni di persone, se non di più. La storia dei bot ha fatto clamore sui social media ed è stata ulteriormente amplificata da Mother Jones, che ha basato il suo racconto sulla “opinione esperta” elaborata dalla dubbia creatura di Morgan, Hamilton 68.

 

Le cose si sono fatte ancora più strane quando si è scoperto che Scott Shane, l’autore del pezzo del Times, sapeva dell’interferenza da mesi perché aveva parlato a un evento i cui organizzatori si vantavano di questo.

Shane è stato uno dei relatori al meeting di settembre, organizzato da American Engagement Technologies (AET), un gruppo gestito da Mikey Dickerson, il quale spiegava come questo gruppo avesse speso 100.000 dollari per la campagna di New Knowledge orientata a soffocare il voto repubblicano, “fare arrabbiare” i Democratici per aumentarne la partecipazione al voto, ed eseguire un’operazione con “false flag” per colpire Moore. Lo ha definito “progetto Birmingham” –RT

 

C’è stata davvero un’interferenza dei “bot russi” nella democrazia americana. Però questi bot non erano controllati da Mosca o da San Pietroburgo, bensì dagli uffici dei Democratici, da due anni in prima linea per creare e amplificare l’isteria sul “Russiagate”, in quello che è un caso da manuale di proiezione psicologica, lavaggio del cervello e campagna di propaganda in stile nazista.

03/06/18

Foreign Policy - È ora di scegliere la democrazia e non i mercati finanziari

 

L'economista Luigi Zingales mette in rilievo su Foreign Policy come la decisione del presidente Mattarella di bloccare un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare per il timore di reazioni dei mercati fosse sbagliata dal punto di vista sia economico sia politico. In particolare, sebbene nella disamina usi gli argomenti classici della dottrina economica liberale, Zingales sottolinea come non è neanche vero che in Eurozona il giudizio sui governi sia affidato ai mercati: in realtà è affidato alla BCE, che ha il potere di influenzare i mercati, ed è un organismo che nessuno ha eletto.

 

 

 

di Luigi Zingales, 31 maggio 2018

 

La decisione del presidente italiano di respingere un governo eletto non ha senso né dal punto di vista economico né da quello politico.

 

Nel 20° secolo, quando i risultati elettorali non risultarono graditi all'élite dominante e ai suoi alleati internazionali, scesero in strada i carri armati. Nel 21° secolo la reazione è meno cruenta, ma non per questo meno aggressiva. Invece dei carri armati, viene usato il mercato delle obbligazioni.

 

È quello che è successo in Italia domenica scorsa, quando un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare è stato bloccato dal presidente della Repubblica, per il timore di come il mercato obbligazionario avrebbe potuto reagire alla nomina dell'ex dirigente della Banca d'Italia, Paolo Savona, di ottantuno anni, designato come ministro dell'Economia. (Per fare totale chiarezza: si è sparsa la voce che fossi anche io in corsa per quel ruolo, ma non mi è mai stato offerto).
La colpa di Savona? Avere sviluppato un piano di emergenza per l'uscita dall'euro, nel caso che questa avvenisse. È come se il presidente degli Stati Uniti licenziasse un ministro della Difesa perché appronta un piano di emergenza in caso di guerra nucleare con la Corea del Nord. Al contrario, entrambi avrebbero dovuto invece essere elogiati per la loro previdenza.

 

Ma ammettiamo pure che il presidente italiano avesse ragione, e che la nomina di Savona potesse scatenare il panico nel fragile mercato obbligazionario italiano. Allo stesso modo, ammettiamo pure che la Costituzione gli desse il diritto di farlo. Sarebbe stata una buona scelta? È giusto che la paura dei mercati annulli il processo decisionale democratico?

 

Agli economisti (me compreso) generalmente piace l'efficienza dei mercati nell'allocazione delle risorse. I buoni economisti, tuttavia, sanno che, per funzionare correttamente, i mercati dovrebbero operare in regime di piena concorrenza e che gli operatori sul mercato dovrebbero essere informati in modo simmetrico. Il mercato del debito sovrano in Europa non soddisfa nessuna delle due condizioni. In un mercato concorrenziale, ogni singolo attore dovrebbe essere un price-taker, ovvero la sua attività di scambio non dovrebbe avere alcun impatto sui prezzi di mercato.

 

E invece, per sua stessa ammissione, la Banca centrale europea (BCE) ha un impatto sui prezzi di mercato. In caso contrario, perché si impegna nell'acquisto di obbligazioni sovrane per ridurne il rendimento, pratica nota come quantitative easing? Di conseguenza, il mercato obbligazionario europeo non si muove più in base al risultato delle decisioni di migliaia di operatori indipendenti; è diventato un "concorso di bellezza", in cui si cerca di anticipare la prossima decisione della BCE. In un simile mercato, la dichiarazione di un membro della BCE che il quantitative easing dovrebbe concludersi prima del previsto (come ha fatto martedì Sabine Lautenschläger, membro del comitato esecutivo della BCE) può essere sufficiente per creare timore e aumentare lo spread tra obbligazioni italiane e tedesche.

 

È saggio vincolare le decisioni politiche di qualsiasi altro paese ai capricci di un simile mercato? Il presidente italiano, evidentemente, lo pensa. Ma farlo è pericoloso: sia dal punto di vista economico sia politico.

 

È pericoloso dal punto di vista economico, perché gli economisti preparati sanno che il mercato delle obbligazioni sovrane può avere più punti di equilibrio. Di conseguenza, quando il rapporto tra debito e PIL è alto, è sufficiente che si sparga una voce per spostare il mercato obbligazionario da un punto di equilibrio a un altro, con il rischio di default. In generale, questa eventualità è impedita dalla banca centrale nazionale. Quando è stata creata la BCE, tuttavia, i meccanismi necessari a una banca centrale non furono previsti appositamente, con lo scopo di lasciare ai mercati l'imposizione di un vincolo disciplinare ai paesi membri. Ma questa è stata una decisione cattiva dal punto di vista economico, che ha reso obbligatorio che la BCE alla fine fosse costretta a intervenire attivamente. Il risultato per gli stati membri è che non sono stati disciplinati da un mercato adeguatamente funzionante, ma dalla BCE - un'istituzione composta da individui che, anche se animati dalle migliori intenzioni, possono sbagliare.

 

Il che ci porta ai pericoli dal punto di vista politico. Qualsiasi sistema istituzionale che attribuisca a un organismo non eletto come la BCE un ruolo prevalente rispetto agli organismi eletti, senza controllo, solleva seri problemi di legittimità. Immaginiamo l'ipotesi in cui il commento di un dirigente della BCE tedesco scateni involontariamente una crisi sul mercato obbligazionario italiano, che costringa l'Italia a ricorrere a un programma del Meccanismo europeo di stabilità-Fondo monetario internazionale. Che tipo di legittimità politica avrebbe un simile risultato in Italia? Anche un paese meno affascinato da poco plausibili teorie complottiste comincerebbe a sospettare una trama tedesca. Questo sospetto diventerebbe poi certezza se un commissario europeo tedesco dichiarasse che i mercati finanziari insegneranno agli italiani a non votare per i populisti. Fortunatamente, quest'ultimo punto è ipotetico, ma non troppo: il commissario europeo alle Finanze Günther Oettinger  ha dichiarato  che sperava che "lo sviluppo negativo dei mercati" fornisse "agli elettori un segnale di non votare per i populisti di destra o di sinistra".

 

Sto negando il diritto dei partner europei degli italiani di essere preoccupati per il bilancio pieno di promesse (e nessuna misura per pagarle) concordato dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega? Assolutamente no. Mi associo anche alle preoccupazioni espresse dall'economista tedesco Hans-Werner Sinn sul cosiddetto debito Target2 che l'Italia sta accumulando nel sistema dell'euro: debito che è il risultato di un maggior numero di investitori stranieri che vendono obbligazioni italiane piuttosto che acquistarle.

 

Entrambe le preoccupazioni, tuttavia, riflettono gli errori di concezione fondamentali dell'euro. Lo Stato dell'Indiana non si preoccupa di quanto è spendaccione lo Stato dell'Illinois, né del debito che la Federal Reserve Bank di Chicago accumula con la Federal Reserve centrale. L'Illinois è libero di scegliere i suoi governatori senza interferenze dell'Indiana (anche se alcuni conservatori fiscali preferirebbero diversamente), proprio come lo Stato dell'Illinois è libero di fare default senza trascinare con sé tutte le sue banche locali e l'intera economia locale. Il motivo è che ci sono sufficienti istituzioni federali, dall'assicurazione contro la disoccupazione all'assicurazione sui depositi, per assorbire lo shock. E c'è un'autorità politica comune - in particolare, il Congresso degli Stati Uniti, in cui gli Stati più piccoli sono in proporzione più rappresentati - per risolvere eventuali controversie che potrebbero sorgere.

 

Le tensioni politiche in Europa non sono quindi inevitabili. La moneta comune europea, tuttavia, è stata creata prima delle istituzioni necessarie per sostenerla. La speranza - formulata esplicitamente da alcuni politici italiani - era che una crisi alla fine avrebbe accelerato la creazione di queste istituzioni. Ma quasi vent'anni dopo l'introduzione dell'euro e dieci anni dopo una crisi economica di quelle che si scatenano una volta in un secolo, i progressi verso la creazione di queste istituzioni in Europa sono stati minimi.

 

Molti europei non sono d'accordo. Considerano incoraggianti i progressi dell'ultimo decennio, soprattutto se confrontati con la totale immobilità dei primi dieci anni dell'euro. Certo, per chi vive all'ultimo piano la costruzione di una pompa per drenare l'acqua non appare urgente come per chi vive in cantina. L'Italia, in Europa, vive in cantina: e sta affogando.

 

Nessun governo italiano può riformare l'Eurozona da solo. Eppure le riforme non si faranno, se non ci si prova. Il presidente francese Emmanuel Macron sembra disposto a spendere un po' di capitale politico per promuovere una riforma della zona euro, ma ha bisogno di un alleato in Italia - la terza maggiore economia dell'area economica - per renderla una priorità. Questo sarebbe il principale vantaggio di una coalizione tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega. Entrambe le parti hanno promesso di combattere per le riforme in Europa - una promessa su cui scommettono il loro futuro politico.

 

Piuttosto che criminalizzare le richieste di aiuto, l'Europa dovrebbe rimboccarsi le maniche e proporre un piano per il cambiamento. Altrimenti, non solo "il bel Paese " - come gli italiani chiamano la nostra patria - affonderà, ma affonderà l'idea stessa che nel continente si possa convivere in pace e prosperità.

 
(La foto di apertura è di Philippe Huguen/AFP/Getty Images)

08/04/18

FT - Bruxelles prepara un giro di vite sulle “fake news” nei social media

In una lettera di intenti successiva allo scandalo Cambridge Analytica, il commissario europeo alla sicurezza Julian King scrive che la minaccia informatica che la UE fronteggia cerca di "manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche” (sic). Secondo King è quindi necessario un giro di vite sui social media, auspicabilmente con una direttiva europea che segua il solco di quanto fatto a livello legislativo in Francia e in Germania contro le "fake news", e in ogni caso prima delle prossime elezioni europee del maggio 2019, che potrebbero essere dirottate da "populisti ed euroscettici". Insomma, i funzionari UE hanno sempre più paura, e assieme alla paura cresce e diventa sempre più evidente la fregola di censura. Dal Financial Times.

 

di Mehreen Khan e Michael Peel, domenica 1 aprile 2018

 

 

Bruxelles sta preparando un giro di vite sulle società di social media che sono state accusate di diffondere “fake news”, dando un severo ammonimento sul fatto che scandali come la fuga di dati di Facebook minacciano di “sovvertire i nostri sistemi democratici”.

 

La Commissione Europea teme che le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo anno siano vulnerabili alla “disinformazione” online di massa euroscettica. La preoccupazione si è acuita dopo che un informatore interno ha dichiarato che Cambridge Analytica ha raccolto informazioni personali di fino a 50 milioni di utenti Facebook e le ha usate per cercare di influenzare gli elettori nelle elezioni presidenziali americane. Cambridge Analytica ha negato di usare i dati di Facebook nei suoi modelli.

 

Julian King, commissario europeo alla sicurezza, chiede un “regolamento del gioco chiaro” su come possono operare le società di social media durante i periodi elettorali sensibili – iniziando dal voto per il Parlamento Europeo a maggio 2019.

 

In una lettera a Mariya Gabriel, commissario all’economia digitale, Julian King chiede più trasparenza sugli algoritmi interni che le piattaforme internet usano per promuovere storie, limiti alla “raccolta” di informazioni personali a fini politici, e che le società tech rivelino chi finanzia i “contenuti sponsorizzati” sui loro siti web.

 

Julian King propone un “approccio più vincolante” rispetto all’autoregolamentazione, inclusi “indicatori di prestazioni definiti in modo chiaro e attento”.

 

La sue proposte hanno il sostengo degli altri commissari che stanno redigendo la prima norma della UE su come combattere la “disinformazione online”, che sarà pubblicata a fine mese.

 

Le rivelazioni di Cambridge Analytica hanno messo il turbo al dibattito, portando i funzionari UE a insistere per un indirizzo più vigoroso su come le piattaforme dovrebbero comportarsi per salvaguardare la democrazia.

 

Le “attività di targeting psicometrico” come quelle di  Cambridge Analytica, una società di analisi dati, sono soltanto “un’anteprima degli effetti profondamente disturbanti che questa disinformazione potrebbe avere sul funzionamento delle democrazie liberali”, ha scritto Julian King nella lettera, datata 19 marzo.

 

“È chiaro che la minaccia alla sicurezza informatica che affrontiamo sta cambiando, dal prendere di mira i sistemi all’avere a che fare con l’impiego di mezzi cibernetici per manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche”, è aggiunto nella lettera.

 

Gli avvertimenti di Bruxelles arrivano mentre un certo numero di stati membri della UE sta preparando “leggi contro le fake news”, in mezzo a un mare di accuse sulle interferenze russe nelle elezioni europee dell’anno scorso.

 

La Francia sta preparando una legislazione che permette ai giudici di rimuovere e bloccare contenuti virali falsi durante le campagne elettorali nazionali. Emmanuel Macron, il presidente francese, ha inveito contro le “menzogne diffamatorie” e la “propaganda disonesta” dei media sostenuti dal Cremlino, come RT e Sputnik, che hanno entrambi siti web in francese.

 

All’inizio di quest’anno, la Germania ha introdotto la sua prima “legge contro l’incitamento all’odio” che obbliga le piattaforme a rimuovere velocemente contenuti terroristici, xenofobici e fake news, pena multe fino a 50 milioni di euro.

 

I funzionari UE sono preoccupati che le elezioni europee del prossimo anno siano dirottate dai populisti e dalle forze euroscettiche atraverso piattaforme usate per diffondere teorie del complotto, notizie non vere e video falsificati.

 

Un sondaggio a livello europeo dello scorso mese ha scoperto che più di un terzo dei cittadini europei si imbatte in fake news ogni giorno, e l’83% afferma che questa è una minaccia per la democrazia, secondo Eurobarometro.

 

Ma i critici rispetto all’approccio della Commissione sostengono invece che questo potrebbe ritorcersi contro, se la UE finirà col chiudere un dibattito legittimo – o se sarà dipinta così con successo dai suoi oppositori.

 

Maritje Schaake, una liberale membro del Parlamento Europeo, il cui lavoro si concentra sull’amministrazione digitale, ha dichiarato che ci sono forti argomentazioni a favore di regole più vigorose sulla divulgazione degli algoritmi a “scatola nera” e dei proprietari di siti web il cui anonimato significa che non hanno “alcuna responsabilità”. Ma avverte anche sulla possibilità che un più generale giro di vite online possa ritorcersi contro se viene visto come un tentativo da parte della UE di impedire le critiche. “Punta un faro sulla questione della libertà di espressione”, ha detto. “Dovete chiedervi se è davvero desiderabile”.

25/03/18

Ashoka Mody - Si aggrava la divisione politica dell'eurozona

Nulla di nuovo per i nostri lettori, in questo articolo dell'economista Ashoka Mody, che sugli effetti distruttivi dell'euro per l'Europa - dal punto di vista economico e politico - riprende quanto Alberto Bagnai ha cominciato a spiegare sei anni fa sul suo blog Goofynomics. Tuttavia come è noto repetita iuvant, e questo quadro sintetico e chiaro della situazione costituisce comunque un ripasso utile. Se è vero, come è vero, che è sempre più necessario e urgente che il numero più alto possibile di persone prenda consapevolezza dei termini del problema dell'euro e di che cosa sia in gioco per l'Europa e per il nostro Paese.

 

Di Ashoka Mody, 20 marzo 2018

 

 

 

Due elezioni europee - in Germania il 24 settembre 2017 e in Italia il 4 marzo 2018 - avvertono che i popoli europei si stanno allontanando gli uni dagli altri. Gran parte del recente aggravarsi di questa divisione può essere attribuito alla moneta unica europea, l'euro. In questo articolo si sostiene che la divisione politica in Europa ormai può essere difficile da ricucire, se non si sposta l'attenzione sulle priorità nazionali, rivolgendosi con urgenza ai bisogni di chi è rimasto indietro.

 

L'economista dell'Università di Cambridge Nicholas Kaldor fu il primo ad avvertire che l'euro sarebbe stato un fattore di divisione per l'Europa (ripubblicato in Kaldor, 1978). La sua posizione critica fu espressa nel marzo del 1971 in risposta al rapporto della Commissione Werner, che presentava il progetto originale di quella che sarebbe stata l'architettura della zona euro (Werner 1970). Kaldor scrisse allora che una politica monetaria unica (insieme a una stessa politica fiscale applicata a tutti), utilizzata per paesi europei diversi tra di loro, avrebbe fatto divergere le loro economie. La logica era semplice: una politica monetaria troppo rigida per un paese può essere troppo allentata per un altro. E la divergenza economica, affermò Kaldor, avrebbe provocato spaccature politiche. Altri ammonimenti di questo segno continuarono ad arrivare. Il premio Nobel Milton Friedman (1997), economista dell'Università di Chicago, predisse che la struttura squilibrata dal punto di visto economico dell'euro avrebbe "esacerbato le tensioni politiche, trasformando shock divergenti, che avrebbero potuto essere affrontati facilmente agendo sui tassi di cambio, in problemi politici laceranti".

 

I leader europei respinsero queste critiche. E continuarono a insistere con l'idea che la moneta unica avrebbe avvicinato l'Europa all'unione politica (Sutherland 1997).

 

Un consenso tollerante?

 

Il discorso sulla possibilità di un'unione politica in Europa è stato condotto principalmente all'interno del gruppo delle cosiddette élite. Queste élite - leader politici e burocrati - avevano ben poche basi per prevedere che gli interessi nazionali potessero essere riconciliati per fare l'Europa unita. Ma fecero un'altra assunzione, ovvero di avere un "consenso tollerante" da parte dell'opinione pubblica, che avrebbe consentito loro di prendere decisioni di ampia portata sulle questioni europee (Mair 2013).

Come sostengo in un libro prossimo all'uscita (Mody 2018), questo consenso tollerante ha cominciato a crollare nel momento in cui la moneta unica europea è diventata una realtà politica.

Dopo la firma del trattato di Maastricht nel febbraio 1992, il popolo danese ha respinto la moneta unica in un referendum tenuto nel giugno 1992. E nel settembre 1992 anche i francesi arrivarono ad un soffio dal rifiutare la moneta unica.

 

La distribuzione dei voti al referendum francese prefigurava in modo singolare le recenti proteste politiche. Chi aveva votato contro la moneta unica tendeva ad avere redditi bassi e istruzione limitata, viveva in aree che stavano trasformandosi in zone industriali dismesse, aveva posti di lavoro precari e, per tutte queste ragioni, era profondamente preoccupato per il futuro (Mody 2018 : 101-103). Votando contro il Trattato di Maastricht, non esprimeva necessariamente un sentimento anti-europeo; piuttosto, chiedeva che i politici francesi prestassero maggiore attenzione ai problemi interni, gli stessi che le istituzioni e le politiche europee non potevano risolvere.

 

Negli anni seguenti, il consenso tollerante ha continuato a sgretolarsi. La voce popolare contro il "più Europa" si è di nuovo espressa nei referendum sul Trattato Costituzionale Europeo tenuti nel 2005. I referendum hanno permesso di concentrare l'attenzione sulle questioni europee, che nelle elezioni nazionali erano scavalcate dalle priorità interne. Le élite europee hanno trovato facile liquidare i referendum come aberrazioni.

 

Una nuova fase critica è iniziata durante le crisi finanziarie dello scorso decennio. Dopo l'inizio della crisi globale, nel 2007, e poi attraverso la prolungata crisi dell'eurozona, le politiche monetarie e fiscali dell'area dell'euro hanno danneggiato la vita delle persone comuni che si sentivano abbandonate - i meno istruiti e chi vive fuori dalle grandi città. Le politiche condotte nell'eurozona, tuttavia, sono state esentate dal dover rispondere politicamente alle persone di cui hanno gravemente danneggiato le prospettive. Come conseguenza, le ribellioni interne hanno guadagnato forza in tutta l'area dell'euro. Queste ribellioni hanno avuto origine tra persone simili nei vari stati membri, ma come risultato hanno provocato una opposizione alle risposte pubbliche nazionali nei paesi del Nord e del Sud, aumentando la frattura politica.

 

L'ascesa di Alternative für Deutschland in Germania

 

La forma più virulenta di frattura politica è emersa nel crogiolo della crisi finanziaria dell'eurozona nel 2012. Il consenso tollerante alla fine è saltato.

 

In Germania nel settembre 2012 un gruppo di membri di lunga data della Unione Cristiana Democratica (CDU) della Cancelliera Angela Merkel ha dato vita a un nuovo movimento politico, Electoral Alternative. Il nuovo movimento rappresentava chi rifiutava di accettare la tesi della Merkel secondo cui la Germania non aveva alternativa che sostenere finanziariamente le nazioni in difficoltà della zona euro. Nel febbraio 2013, Electoral Alternative si convertì in un partito politico, Alternative für Deutschland (AfD), che si schierò per lo scioglimento dell'area dell'euro.

 

Benché alle elezioni per il Bundestag del settembre 2013 AfD non avesse superato la soglia del 5%, ottenne forza politica a partire dall'agosto 2015, in seguito alla linea della Merkel di porte aperte ai rifugiati siriani. Vedendo che stava perdendo il sostegno popolare, la Merkel passò rapidamente a bloccare il flusso di rifugiati e migranti, ma AfD ha continuato a guadagnare forza politica. Nelle elezioni del settembre 2017 ha ricevuto il 12,6% dei voti. Molti degli elettori di AfD nel 2017 alle elezioni del 2013 non avevano votato, avendo perso la fiducia di poter avere una voce all'interno del processo democratico. Nel 2017 questi elettori hanno cercato soluzioni al di fuori del mainstream politico. Gli elettori di AfD avevano una caratteristica molto specificamente tedesca: molti erano tedeschi dell'Est. A parte questo, tuttavia, il voto ha manifestato uno schema osservato altrove in Europa e negli Stati Uniti. Nella Germania dell'Est e dell'Ovest hanno votato in grande numero per AfD elettori maschi a basso reddito con istruzione scolastica base o formazione professionale (Roth e Wolff 2017). La maggior parte degli elettori di AfD aveva tra i 30 ei 59 anni; facevano lavori manuali, spesso precari. Vivevano in piccole città e aree rurali.

 

In questo modo negli elettori di AfD si sovrapponevano la protesta economica e il sentimento anti-immigrati, una sovrapposizione che Guiso et al. (2017: 5) riscontra in diversi paesi europei. Persino la prospera Germania ha lasciato indietro molti dei suoi cittadini. Marcel Fratzscher, presidente dell'istituto di ricerca DIW Berlin, spiega nel suo libro in uscita prossimamente che i vantaggi economici ottenuti dal paese negli ultimi decenni non hanno raggiunto la metà socialmente inferiore della popolazione tedesca (Fratzscher 2018). In questa metà più bassa i redditi reali sono cresciuti pochissimo; e pochi sono in grado di mettere da parte qualcosa da usare in caso di future difficoltà. L'alienazione politica e il conflitto all'interno della società sono aumentati.

 

Con il CDU e i socialdemocratici che hanno subito una battuta d'arresto storica, una coalizione di governo si è dimostrata difficile da formare e la Germania è rimasta senza governo per cinque mesi, evento senza precedenti. Recentemente - per coincidenza, nello stesso giorno delle elezioni italiane, il 4 marzo 2018 - il CDU e i socialdemocratici hanno infine accettato di formare una "grande coalizione". Un governo tedesco sarà presto in carica, ma i dati dei sondaggi mostrano il continuo declino del sostegno popolare alla CDU e in particolare ai socialdemocratici. AfD sarà il più grande partito di opposizione nel Bundestag e, per ora, il suo sostegno nei sondaggi è in aumento.

 

Il movimento anti-Europa in Italia

 

Gli sviluppi italiani sono stati paralleli. In Italia il Movimento Cinque Stelle, guidato dal comico-blogger Giuseppe "Beppe" Grillo, è passato da una relativa oscurità alla preminenza nelle elezioni del febbraio 2013, ottenendo il 25% dei voti. L'Italia si è trovata in una recessione quasi costante dall'inizio del 2011, con una crescente perdita di posti di lavoro, soprattutto tra i giovani. L'appello a una democrazia diretta lanciato dal Movimento Cinque Stelle è entrato in risonanza con gli elettori frustrati dalle politiche monetarie e fiscali europee, che hanno profondamente influenzato le loro vite ma che da parte loro si sentivano impotenti ad influenzare. Le aree più povere del Sud hanno votato per i candidati dei Cinque Stelle. Ma sia al Nord sia al Sud, la percentuale di voti ricevuti dai candidati dei Cinque Stelle è stata maggiore nelle regioni colpite dalla più alta disoccupazione (Romei 2018).

 

Per gli italiani, le sofferenze degli anni della crisi si sono aggiunte alla stagnazione economica già iniziata da quando l'Italia è entrata nell'area dell'euro, nel 1999. La produttività economica - fonte di standard di vita più elevati - ha smesso di crescere, i produttori italiani hanno perso competitività internazionale e posti di lavoro ben remunerati hanno incominciato a sparire, senza essere sostituiti da nulla di equivalente. Le crisi finanziarie - prima la crisi globale iniziata nel luglio 2007 e poi la crisi permanente dell'area euro - hanno aggravato le disfunzioni economiche e politiche italiane. L'enfasi posta dalle autorità dell'eurozona su una politica monetaria rigida e un'incessante austerità hanno depresso la crescita economica e hanno quindi avuto la conseguenza perversa di aumentare il peso del debito pubblico. Nel frattempo, l'austerità fiscale forzata ha affossato la capacità del governo di attutire le sofferenze dei cittadini più vulnerabili in campo economico. E sebbene l'annuncio del presidente della BCE Mario Draghi nel luglio 2012 che la BCE avrebbe fatto "qualsiasi cosa fosse necessaria" per salvare l'euro abbia contribuito a ridurre il tasso di interesse nominale che il governo italiano paga sul suo debito, il tasso di interesse "reale" (tasso nominale aggiustato per l'inflazione) è rimasto alto. Lo strangolamento economico per l'Italia continua. All'inizio del 2013 l'italiano medio era più povero rispetto al momento dell'ingresso nell'euro.

 

Nelle elezioni del febbraio 2013 Grillo ha condotto la campagna su una piattaforma anti-europea, promettendo addirittura di indire un referendum per stabilire se l'Italia dovesse rimanere nell'unione monetaria. Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente, nominato a capo di un governo provvisorio "tecnocratico" nel novembre 2011, ha fatto una campagna elettorale pro-Europa e ha preso una batosta elettorale. Pier Luigi Bersani, capo del Partito Democratico (PD) di centrosinistra, promise a sua volta un governo filo-europeo, facendo scendere il suo partito al 29% dei voti, in calo rispetto al 38% delle elezioni del 2008.

 

Benché il PD sia riuscito a guidare un governo di coalizione, è passato attraverso due presidenti del Consiglio - Enrico Letta e Matteo Renzi - prima di convergere su Paolo Gentiloni. Ma il danno ormai era fatto. La lotta per il potere all'interno del PD, in gran parte legata a Renzi, ha eroso la reputazione del partito e la sua posizione pubblica. Nelle elezioni del marzo 2018, il PD ha preso il 19% dei voti. Al contrario, il Movimento Cinque Stelle ha aumentato la sua quota di voti portandola al 32%. I partiti anti-europei hanno ricevuto complessivamente circa la metà dei voti; se si aggiunge Forza Italia dell'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con il suo scetticismo europeo più morbido, nelle ultime elezioni quasi due terzi degli italiani hanno preso le distanze dall'Europa.

 

Così, in Germania AfD ha attirato i tedeschi in ansia per i problemi economici e preoccupati che il governo tedesco stia facendo troppo per l'Europa. In Italia, il Movimento Cinque Stelle ha guadagnato voti perché gli italiani in ansia sono arrabbiati perché il sistema europeo li svantaggia, e persino pregiudica il loro futuro. Nonostante il continuo calo dei tassi di interesse nominali nell'ambito del programma di quantitative easing della BCE in atto da gennaio 2015, il tasso di interesse reale per gli italiani rimane superiore all'1%; al contrario, il tasso di interesse reale per i tedeschi è -1%, il che dà ai produttori e ai consumatori tedeschi una maggiore capacità di spesa e crescita. Attuare una politica monetaria unica per tutti continua ad alimentare la divergenza economica tra Stati membri del Nord e del Sud, che a sua volta sostiene e amplifica le divisioni politiche.

 

Oggi molti sperano che, spronata dalla richiesta del presidente francese Emmanuel Macron di procedere a una riforma dell'eurozona, la Merkel lavorerà per riparare l'architettura dell'area dell'euro. Ma è una speranza illusoria. La Merkel è fin troppo consapevole che qualsiasi segno di generosità finanziaria nei confronti dell'Europa incoraggerà i ribelli all'interno della CDU. Altre nazioni del Nord hanno chiarito che si opporranno a qualsiasi richiesta che vada a carico dei contribuenti del loro Paese (Rutte 2018, Ministri delle Finanze 2018). Nessuno stato membro dell'area dell'euro è disposto a cedere la sovranità del proprio parlamento nazionale in materia di politica fiscale. Le decisioni strategiche rimarranno scollegate dalla responsabilità politica. E così, anche se fossero pianificati nuovi accordi finanziari, sarà impossibile ottenere la responsabilità politica nella gestione dell'area dell'euro. Le tensioni politiche continueranno a crescere.

 

Osservazioni conclusive

 

Non ci sono risposte facili ai problemi economici e politici dell'Europa. Per questo motivo, come sostengo nel mio prossimo libro, le risposte non saranno trovate nel "più Europa". Per troppo tempo i leader dell'eurozona hanno respinto o denigrato le ribellioni pubbliche nazionali. Questo è un errore terribile. Per quanto possano avere limiti, o essere a volte nazionaliste e xenofobe, queste ribellioni trasmettono un messaggio importante. Oltre alla sofferenza che l'euro infligge direttamente, la moneta unica distrae l'attenzione dei leader europei da dove dovrebbe essere rivolta: alle priorità nazionali. Di particolare importanza è il rafforzamento del capitale umano, una capacità in cui tutti i paesi dell'area dell'euro meridionale (e anche alcuni paesi del Nord) sono in ritardo rispetto ai leader mondiali.

 

In parole povere, i leader europei devono spostare i loro sforzi dall'obiettivo, in ultima analisi impossibile, di rendere più politicamente responsabile la gestione dell'eurozona, concentrandoli verso i programmi economici nazionali che possano dare speranza a chi oggi non si sente più trattato come un cittadino. Se non riusciranno in questo cambiamento, la politica interna continuerà a frammentarsi, e mentre ciò accade la politica europea diventerà sempre più aggressiva.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Finance Ministers from Denmark, Estonia, Finland, Ireland, Latvia, Lithuania, the Netherlands and Sweden (2018), “Shared Views and Values in the Discussion on the Architecture of the EMU”, 6 marzo.

Fratzscher, M (2018), The German Illusion, New York: Oxford University Press.

Friedman, M (1997), “Why Europe Can’t Afford the Euro”, The Times,19 novembre.

Guiso, L, H Herrera, M Morelli, and T Sonno (2017), “Populism: Demand and Supply”, 21 novembre.

Kaldor, N (1978), “The Dynamic Effects of the Common Market”, in N Kaldor, Further Essays on Applied Economics, New York: Holmes and Meier.

Mair, P (2013), Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, London: Verso.

Mody, A (2018), EuroTragedy: A Drama in Nine Acts, New York: Oxford University Press.

Rutte, M (2018), “Speech by the Prime Minister of the Netherlands, Mark Rutte, at the Bertelsmann Stiftung, Berlin.” 2 marzo.

Romei, V (2018), “Italy’s Election: Charts Show How Economic Woes Fuelled Five Star”, Financial Times, 7 marzo.

Roth, A and G Wolff (2017), “What Has Driven the Votes for Germany’s Right-Wing Alternative Für Deutschland?”, Bruegel Blogpost, 5 ottobre.

Sutherland, P (1997), “The Case for EMU: More Than Money”, Foreign Affairs 76(1): 9–14.

Werner, P (1970), “Report to the Council and the Commission on the Realization by Stages of Economic and Monetary Union in the Community”, in Monetary Committee of the European Communities, 1986, Compendium of Community Monetary Texts, Luxembourg: Office of Official Publications of the European Communities.

 

12/06/17

J. Corbyn: il Regno Unito può stare meglio fuori dall’Unione Europea

L'unico vero vincitore delle recenti General Election britanniche è Jeremy Corbin, che facendo crescere il Labour del 10% nel voto popolare e guadagnando 32 deputati rispetto alle precedenti elezioni ha risollevato le sorti del partito ed assestato un nuovo, durissimo colpo all'opposizione interna dei blairites, sostenitori del New Labour, il nuovo corso impresso un decennio fa al partito da Tony Blair. Sostenitore molto tiepido della campagna Remain durante il referendum sulla Brexit, Corbyn ha ormai apertamente sposato la linea del Leave, su una piattaforma tesa alla difesa dei diritti dei lavoratori e al recupero della sovranità da Bruxelles, come si può leggere in questo articolo del Guardian di qualche mese fa. Un segnale molto preciso a chi pensa che la sconfitta politica della May sia imputabile ad un ripensamento dei britannici sulla Brexit.


 

 

 

di Anushka Asthana, 10 gennaio 2017

 

(traduzione a cura di Malachia Paperoga e Saint Simon)

 

Nel suo primo discorso del 2017 Jeremy Corbyn dichiarerà che l’Inghilterra può stare meglio fuori dall’Unione Europea e ribadirà che il partito Labour non ha alcuna obiezione di principio a porre fine alla libera circolazione dei lavoratori europei nel Regno Unito.

 

Nello stabilire la posizione del suo partito sulla Brexit, nell’anno in cui Theresa May attiverà l’articolo 50, il leader del Labour farà ricorso al linguaggio dei sostenitori del Leave promettendo di tenere fede all’impegno di spendere milioni di sterline aggiuntive alla settimana nel Servizio Sanitario Nazionale (NHS).

 

Dirà che la priorità del Labour nei negoziati con la UE rimarrà il pieno accesso al mercato unico europeo, ma che il suo partito vuole una “migrazione gestita” e che intende recuperare la sovranità da Bruxelles per riportarla in patria, perché il governo possa intervenire a favore delle industrie in difficoltà, come quella dell’acciaio.  Secondo alcune fonti le richieste economiche riguarderanno un accesso in esenzione tariffaria al mercato unico, anziché la partecipazione come membro effettivo.

 

Il discorso di Corbyn e le sue apparizioni programmate sui media rappresentano il primo esempio della nuova tattica anti-establishment progettata dagli strateghi, per enfatizzare e diffondere la sua immagine di populista di sinistra presso un nuovo bacino elettorale. La speranza è che il cambiamento tattico permetterà di ribaltare i sondaggi elettorali sfavorevoli effettuati nel paese, con particolare attenzione alle imminenti elezioni a Copeland, in Cumbria.

 

Durante il discorso a Peterborough, località scelta perché tendenzialmente conservatrice, ma che ha votato pesantemente a favore della Brexit, e che il Labour vorrebbe conquistare, Corbyn insisterà sul fatto che la May non ha ancora divulgato i suoi piani per la Brexit, e dirà che il Labour non lascerà mano libera al governo durante i negoziati.

 

In un’intervista al Guardian, dopo aver paragonato il rifiuto del Primo Ministro di concedere ai parlamentari il diritto di votare sull’accordo finale della Brexit  al comportamento di Enrico VII, Corbyn dirà: “Non accadeva più dalla seconda guerra mondiale che  l’élite britannica mettesse così incautamente il Paese in una posizione di tale rischiosità senza avere un piano”.

 

In un paese che ha vissuto un periodo di forte cambiamento in termini di immigrazione, userà un linguaggio più forte che mai sulla questione:

 

 “Il Labour non è legato indissolubilmente in linea di principio alla libertà di circolazione dei cittadini UE. Ma non possiamo nemmeno perdere il completo accesso al mercato unico europeo, dal quale dipendono tante imprese e lavoratori britannici. Un cambiamento delle regole sull'immigrazione sarà parte dei negoziati”.


 

Il Labour sostiene regole eque e un’immigrazione ragionevolmente controllata come parte della relazione con la UE post-Brexit”.


 

Corbyn dirà anche che, in ogni caso, non si faranno “false promesse sull’immigrazione” e che il suo partito non riprenderà le promesse dei conservatori di arrivare a una riduzione del numero degli immigrati dell'ordine delle decine di migliaia.

 

Invece, ripeterà la sua tesi secondo la quale azioni volte a contrastare l’abbassamento dei salari e il peggioramento delle condizioni di lavoro, a eliminare le aree grigie nella legislazione del lavoro e a vietare l'esportazione all'estero dei posti di lavoro, potrebbero far scendere il numero di persone che arrivano nel Regno Unito:

 

“Questo avrebbe come effetto la riduzione del numero di lavoratori immigrati provenienti dalla UE nei settori più deregolamentati, indipendentemente dall’esito dei negoziati sulla Brexit”.


 

Il discorso avverrà in un momento di tensione crescente all’interno del Labour, dato che un certo numero di parlamentari di alto profilo, tra i quali il vice coordinatore, Tom Watson, e il presidente della commissione agli affari interni, Yvette Cooper, sostengono che il partito deve cambiare la propria posizione sulla libertà di circolazione.

 

In questo fine settimana due parlamentari - Emma Reynolds e Stephen Kinnock – hanno suggerito che è arrivato il memento di pensare a un sistema a due velocità, secondo il quale lavoratori altamente qualificati con contratti di lavoro già conclusi, come i medici, potranno liberamente entrare nel Regno Unito, mentre l'ingresso di lavoratori meno qualificati sarà contingentato. Secondo loro il referendum sulla UE è stato un “voto per il cambiamento sull’immigrazione”, una tesi sostenuta anche dalla stessa May.

 

Reynolds, membro del comitato ristretto  sull'uscita dalla UE, ha dichiarato di accogliere con favore l'impegno di Corbyn sul controllo dell'immigrazione, ma ha aggiunto che il partito deve capire cosa questo significhi.

 

 

Corbyn è stato criticato all'interno del partito per aver omesso di parlare della riforma della libertà di movimento, sottolineando invece spesso l'impatto positivo dell'immigrazione. Alcuni parlamentari temono che questa posizione potrebbe costare voti al partito in tutto il nord dell'Inghilterra e nelle midlands, dove negli ultimi dieci anni gli elettori hanno abbandonato il Labour.

 

Corbyn utilizzerà il suo discorso anche per cercare di contrastare la posizione del Labour e dei Conservatori sul Servizio Sanitario Nazionale, dopo che la Croce Rossa britannica ha affermato che il NHS stava affrontando una crisi umanitaria.

 

 

Promettendo di porre fine alla scarsità di fondi e alla privatizzazione del NHS, dirà anche: "I Brexiters Conservatori e i loro alleati nell'Ukip hanno promesso che la Brexit avrebbe garantito un finanziamento di 350 milioni di sterline a settimana al NHS. L'impegno è già saltato".

 

"Il popolo britannico ha votato per rifinanziare l'NHS, e questo faremo". Le fonti non dicono se ciò significa necessariamente un impegno di 350 milioni di sterline alla settimana.

 

Mentre i politici e gli accademici si cimentano nelle interpretazioni del voto di giugno per la Brexit, il leader del partito fornirà la sua interpretazione, sostenendo che la Brexit riguarda il riprendersi il controllo dell'economia, della democrazia e della vita delle persone:

 

"Spingeremo per mantenere il pieno accesso al mercato unico europeo per proteggere gli standard di vita e i posti di lavoro, ma ci impegneremo anche a rimpatriare i poteri da Bruxelles, per permettere al governo britannico di sviluppare una vera strategia industriale, essenziale per l'economia del futuro".


 

Corbyn ha disapprovato le norme comunitarie in materia di aiuti di Stato, che impediscono ai governi di intervenire in settori come quello dell'acciaio. Inoltre vuol discutere di riprendere il controllo del mercato del lavoro attraverso i contratti collettivi nei settori chiave, e porre fine all'"uso senza scrupoli del lavoro interinale e al finto lavoro parasubordinato".

 

07/05/17

Sapir - Fine della Campagna Elettorale: le Secessioni

In chiusura della campagna elettorale più cruciale per il futuro dell'Europa e in attesa del risultato, su quale si  sono incentrate tante speranze ma il cui esito appare scontato a favore del candidato che più di tutti incarna l'establishment europeista,  facciamo spazio alle riflessioni di Jacques Sapir, il nostro economista francese di riferimento.  Lo scenario è quello di un paese profondamente diviso, sia geograficamente che  culturalmente e socialmente, tra gruppi che si trovano su posizioni opposte e inconciliabili.  Situazione complicata ulteriormente da quell'irriducibile corpo estraneo alla cultura francese che sono gli immigrati di seconda generazione. La situazione appare così compromessa da rischiare  di scivolare verso la violenza e la guerra civile, e tutti i politici ne portano la responsabilità; anche la Le Pen, che nella fase finale della campagna ha commesso grossi errori, nel migliore dei casi frutto di dilettantismo, e nel peggiore segno di un atteggiamento strumentale. Per non parlare degli utili idioti del "politicamente corretto", che nel loro confuso immaginario antifascista fungono da copertura agli interessi del grande capitale. 

 

 

di JACQUES SAPIR · pubblicato il 5 Maggio 2017 e aggiornato il 6 Maggio 2017

Questa campagna elettorale è conclusa.  Ha rivelato, nel comportamento di una certa stampa, l'aspetto più orrendo della società francese. Il risultato delle elezioni presidenziali non lascia spazio a dubbi. La sera del 7 maggio Emmanuel Macron sarà, con ogni probabilità, eletto Presidente. Ma questa campagna lascerà cicatrici profonde. Il paese è profondamente diviso e non riuscirà a riunirsi sotto il nuovo Presidente. Interi settori della popolazione sono già, o sono in procinto di entrare, in una condizione di secessione. Christophe Guilluy, del resto, ha attentamente analizzato l'effetto disastroso di quel pensiero "politicamente corretto" che si autodefinisce antifascista e che serve solo da copertura agli interessi dei potenti. [1]

 

L'orrore Macron

Entrambi i candidati hanno una chiara responsabilità in questa situazione. Emmanuel Macron, in primo luogo, la cui arroganza, combinata con la sua personale irrilevanza, si rivela essere un prodotto di quello che viene chiamato il "sistema", venduto agli elettori come si vende ai consumatori di un supermercato un fustino di detersivo (secondo Michel Onfray) o un dolce troppo grasso e zuccherato. Ha toccato dei livelli di indecenza veramente elevati sul tema del recupero della memoria, oltraggiando in maniera permanente la memoria storica, di cui conviene fare tesoro. Il suo errore sulla disoccupazione di massa nel corso del dibattito del 3 maggio in TV è davvero esemplare. Sostenendo che la Francia sia l'unico paese colpito dalla "disoccupazione di massa", dimenticando la situazione in Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, in realtà rivela i suoi pensieri. Questi paesi non sono più considerati come colpiti dalla disoccupazione perché hanno implementato, volontariamente o sotto costrizione, le politiche di "riforma del mercato del lavoro". Che queste politiche in realtà aggravino la situazione a cui dovrebbero porre rimedio, costituisce l'errore di fondo che sottende questo errore formale.

Entrando nel merito, poi, è già stato detto tutto su ciò che rappresenta il programma di Emmanuel Macron, in termini di profonda sottomissione al neoliberismo e al culto dell'Unione europea, sui suoi aspetti retrogradi mascherati da falso modernismo. Quest'uomo è il prodotto, come dichiarato da Aude Lancelin, di un colpo di stato silenzioso del CAC-40 (l'indice di borsa di Parigi, ndt), anche se Lancelin non ne descrive che molto vagamente i meccanismi e le cause. [2] Intorno a lui si raccolgono tutti i politici che hanno fallito in questi venti o trent'anni. E' stato incapace di ascoltare ciò che avevano da dirgli i francesi che ha incontrato. Murato nelle sue certezze, tutto d'un pezzo come si suol dire, questo prossimo Presidente per default sarà un fattore di divisione profonda e una causa di secessione tra i francesi. Come ha detto e scritto François Ruffin, sarà odiato per essere stato eletto di stretta misura e non beneficerà di nessun periodo di grazia. [3]

 

La (ir)responsabilità di Marine Le Pen

Ma anche Marine Le Pen ha una grande responsabilità in questa situazione. Non si è dimostrata in grado di sostenere il suo programma, e anche su qualsiasi critica le venisse fatta.  Questo programma aveva una sua coerenza, ma con i suoi ripensamenti dell'ultimo minuto la Le Pen ha contribuito a creare confusione. Ha dichiarato di aver sentito degli economisti su molte questioni, dall'euro alla globalizzazione, ma ovviamente non li ha ascoltati, né li ha capiti. I suoi vari riposizionamenti verso la fine della campagna, dall'euro all'età di pensionamento, sono stati disastrosi. Questo dimostra, nella migliore delle ipotesi, un grande dilettantismo nel trattare questioni che sono invece essenziali per la Francia e i francesi. Nel peggiore dei casi, rivela un atteggiamento strumentale su questi temi e più in generale sulla questione economica e sociale. Il suo stile battagliero si è trasformato in un'aggressività senza limiti. Contrariamente a quanto affermato dagli stupidi moralisti, tutto questo non fa della Le Pen una "fascista", e in nessun modo giustifica l'appello a "sbarrarle la strada". Ho detto in un post precedente [4] che cosa si può pensare di tutto questo. Comunque, la Le Pen si è rivelata essere la miglior nemica delle idee che ha affermato di sostenere. Se non riflette su questo, e se non ne trae le dovute lezioni, la Le Pen è perduta. Ma la disperazione che può derivarne rischia di favorire delle politiche che, queste sì veramente, saranno chiaramente condannabili e molto più radicali e pericolose.

 

La secessione

Tutto questo configura una divisione politica e culturale profonda dei francesi. E' chiaro che i sostenitori di Emmanuel Macron e quelli di Marine Le Pen non vivono più nello stesso paese. Vivono in paesi diversi, in primo luogo da un punto di vista geografico, con la distinzione tra la Francia "periferica" e la Francia metropolitana. Ma vivono anche in paesi diversi in termini di riferimenti culturali e sociali. Questa "secessione" è di una gravità straordinaria. Quando non abbiamo più un linguaggio comune, la porta è aperta alla guerra civile.

Questa secessione non è l'unica. Gli elettori di Jean-Luc Mélenchon, almeno quella gran parte di loro che si dichiarano contrari a votare Macron, si stanno muovendo verso un'altra forma di secessione. Il modo in cui questo elettorato è stato disprezzato, vilipeso, minacciato, perché si unisse alla coalizione macronista, rimane uno dei più grandi scandali e una delle più grandi vergogne di questa campagna elettorale. Soprattutto, questa campagna isterica e piena d'odio, come ho già denunciato su questo sito[5], spingerà coloro che si definiscono "Insoumis" (ribelli, ndt) alla secessione dal sistema politico. Non sono le manovre ridicole dell'ultima ora di un PCF agonizzante, tattiche denunciate da Mélenchon stesso, che potranno fermarlo. [6] E' probabile che queste manovre, e altre, si moltiplicheranno durante la campagna per le elezioni parlamentari di giugno. L'obiettivo è chiaro: privare gli "Insoumis" del numero di deputati a cui avrebbero diritto in base alla loro consistenza numerica. Se questo scenario si verificasse, la secessione degli "Insoumis" diventerebbe una realtà, e un tale processo, oltre alle secessioni di cui s'è parlato prima, porterebbe con sé delle minacce di violenza, o anche della violenza stessa. L'ultima frase di François Ruffin nella sua rubrica per il quotidiano Le Monde suona molto chiara su questo punto:

 
E' su questa base striminzita, su questa legittimità fragile che voi contate di portare avanti la vostra regressione a tappe forzate? O la va o la spacca? Lei è odiato, signor Macron, e io ho paura per il mio paese, non tanto per questa domenica sera, ma per più avanti, per i prossimi cinque anni e oltre: che si degeneri davvero, che la "frattura sociale" diventi una lacerazione. Lei porta con sé la guerra civile come le nuvole portano il temporale. A buon intenditore.

Francois Ruffin (Candidato per "Picardie debout!" e sostenitore di Jean-Luc Mélenchon)

 

La disperazione di essersi visti "rubare" l'elezione da parte del sistema, che impone nei fatti un Presidente che molti non vogliono, è foriera di spaccature e divisioni future. L'arroganza molto probabile che dovremmo aspettarci se Emmanuel Macron sarà eletto, amplificherà questa disperazione. E' sempre pericoloso spingere due fazioni di francesi l'una contro l'altra sino alla disperazione, fatto ignorato con superbia da Emmanuel Macron e dai suoi sostenitori, tra cui il catastrofico François Hollande. Queste persone hanno potenzialmente la responsabilità di aprire le porte alla guerra civile.

 

La secessione silenziosa

Ma c'è una quarta secessione, silenziosa, che si verifica nello stesso momento. Sempre più giovani francesi figli di immigrati e di religione musulmana rifiutano i principi di uguaglianza che stanno alla base della Repubblica. Anche qui ci troviamo di fronte ad un processo di secessione, tanto più grave in quanto viene tollerato, per clientelismo elettorale o per volontà di mantenere la quiete, dai politici di tutti gli schieramenti. [7] Questa secessione si manifesta nella esclusione sempre maggiore delle donne dalla sfera pubblica, nella descolarizzazione dei bambini e nella creazione di reti alternative di insegnamento al di fuori di ogni controllo.

Ora, questo è estremamente grave, di una gravità che supera il pericolo diretto del terrorismo e del salafismo. L'erosione lenta e silenziosa della laicità da parte delle organizzazioni vicine ai Fratelli musulmani pone un terribile problema alla politica francese. E' stato pubblicato solo poche settimane fa il testo di Jérôme Maucourant su questo tema. [8] Il problema è molto più grave rispetto all'isteria cosiddetta "anti-fascista" che ha preso possesso di una parte delle menti e della quasi totalità della stampa in occasione delle elezioni presidenziali. Qui siamo di fronte ad un'altra forma di secessione, e questa c'è da temere che sia ancora più inconciliabile rispetto alle altre tre.

Se vogliamo parlare del popolo, e senza il popolo non ci può essere alcuna sovranità, allora si impone la distinzione importante che deve essere fatta tra il popolo "politico" e il popolo "etnico". Ho dedicato intere pagine del libro che ho pubblicato nel 2016, "Sovranità, Democrazia e Laicità", [9] a questo tema, tema del quale  l'attualità, purtroppo, ci ricorda l'importanza. Non possiamo pensare alla Democrazia senza pensare al tempo stesso alla Sovranità, e che quest'ultima implica e impone la Laicità.  Parliamo proprio di questo con Bernard Bourdin, nel recente libro che abbiamo appena pubblicato. [10] Non ci possono essere individui liberi se non in una società libera. La sovranità definisce anche la libertà di decidere che caratterizza quelle comunità politiche che sono i popoli nel contesto della Nazione e dello Stato. E' inoltre necessario sapere che cosa costituisce la società. E' anche necessario capire che cosa costituisce un "popolo", e bisogna capire che quando si parla di un "popolo" non stiamo parlando di una comunità etnica o religiosa, ma della comunità politica di individui riuniti che prendono in mano il proprio futuro. Questo è il popolo al quale parlano i politici che realmente fanno il loro lavoro, e non quelli che, come Emmanuel Macron, sono promossi come un fustino di detersivo.

Questa elezione sembra ormai scontata. Questa elezione è stata soprattutto sottratta agli elettori dalla combinazione di una volontà cosciente e organizzata da parte di alcuni e di una mancanza di responsabilità da parte di altri. Ma non risolverà nulla, non deciderà nulla. Piuttosto, il suo probabile esito, facendo precipitare delle fratture precedenti, rischia - e spero con tutto il cuore di sbagliarmi - di portare la Francia verso un futuro molto scuro.

 

Note

[1] Guilluy C., « La posture anti-fasciste de supériorité morale de la France d’en haut permet en réalité de disqualifier tout diagnostic social » http://www.atlantico.fr/decryptage/christophe-guilluy-posture-anti-fasciste-superiorite-morale-france-en-haut-permet-en-realite-disqualifier-tout-diagnostic-social-3031677.html#CiyKyhEAzGD6UQfU.99

[2] De Castelnau R., http://www.vududroit.com/2017/05/presidentielle-sortir-machoires-piege/

[3] http://www.lemonde.fr/idees/article/2017/05/04/francois-ruffin-lettre-ouverte-a-un-futur-president-deja-hai_5122151_3232.html

[4] Voir « Mélenchon, la meute et la dignité », note publiée le 28 avril, https://russeurope.hypotheses.org/5948

[5] Idem.

[6] http://www.lefigaro.fr/politique/2017/05/04/01002-20170504ARTFIG00231-legislatives-la-france-insoumise-va-poursuivre-les-communistes-qui-se-reclament-de-melenchon.php

[7] Voir Pina C., Silence Coupable, Paris, Kéro, 2016. Voir aussi la recension de cet ouvrage sur ce carnet : Les salafistes et la République (recension de « Silence Coupable »), http://russeurope.hypotheses.org/4909

[8] https://russeurope.hypotheses.org/5892

[9] Sapir J., Souveraineté, Démocratie, Laïcité, Paris, Editions Michalon, 2016.

[10] Bourdin B. et Sapir J., Souveraineté, Nation, Religion, Paris, Editions du Cerf, 2017.

 

21/03/17

FT: l'insoddisfazione economica spinge i giovani elettori francesi verso la Le Pen

La difficile situazione economica accresce tra i giovani francesi, specie nelle zone rurali e tra i meno istruiti, la consapevolezza che passeranno buona parte delle loro vite in condizioni materiali peggiori di quelle dei loro genitori. Il Front National della Le Pen, col suo messaggio anti-globalizzazione focalizzato sull'economia, ha intercettato questa frustrazione ed è abile nel ritagliare su misura la propria comunicazione rivolta ai giovani. Il risultato è che, diversamente da quel che sembra accadere in altri paesi, quasi il 40% degli elettori tra i 18 e i 24 anni sostiene il Front National. "Dicono che dovremmo soffrire in silenzio, ma abbiamo intenzione di far sentire la nostra voce", afferma un giovane sostenitore. Sarà questo il jolly della Le Pen alle prossime elezioni presidenziali? Dal Financial Times.

di Michael Stothard, 18 marzo 2017

Il ventoso cavalcavia di un'autostrada non corrisponde all'idea più tipica di divertimento del venerdì sera, per un adolescente. Ma Justine Dieulafait e i suoi amici sono in missione - vogliono aiutare la candidata di estrema destra Marine Le Pen a vincere le elezioni presidenziali francesi.

Mentre il traffico scorre verso l'esterno dal porto bretone di Saint Malo, la diciottenne e altri 15 giovani "patrioti" sventolano uno striscione gigante: "Giovani con Marine". Per aumentare l'effetto accendono razzi rossi, bianchi e blu, sollecitando le auto a suonare il clacson in segno di supporto.

"I giovani sono in rivolta", dice Justine Dieulafait. "Abbiamo avuto 50 anni di destra e di sinistra, e guardi ai milioni tra noi che sono disoccupati, vivono in povertà, senza lavoro né un'abitazione stabile... è ora che il sistema cambi, è il momento di Marine".

In queste elezioni francesi piuttosto sorprendenti, con i candidati favoriti che crollano durante il percorso e quelli ribelli, tra cui Marine Le Pen, in testa ai sondaggi, Justine Dieulafait e le sue amiche incarnano un altro fenomeno: la forza del voto dei giovani, che sta spingendo il Fronte Nazionale verso il suo miglior risultato di sempre.

Secondo un recente sondaggio Ifop, il partito è il più popolare in Francia nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni, in cui conquista il 39 per cento dei voti. Da confrontare con il 21 per cento del candidato centrista Emmanuel Macron e con il 9 per cento del rivale di centro-destra Francois Fillon.

Un simile livello di sostegno a un partito populista di estrema destra da parte dei giovani sembra andare contro le recenti tendenze registrate altrove. Nel Regno Unito, l'anno scorso, i giovani si sono mobilitati contro la Brexit per difendere una visione cosmopolita della nazione. Negli Stati Uniti Donald Trump, con la sua posizione anti-immigrazione e anti-globalizzazione, se l'è cavata male con il voto dei giovani.

In Francia, al contrario, i giovani si stanno radunando attorno a un partito che ha paragonato i mussulmani in preghiera lungo le strade con l'occupazione nazista della Francia e ha promesso di lottare contro il libero scambio e l'immigrazione. L'aumento del sostegno negli ultimi anni è marcato: nel 2012 il supporto per il FN tra i giovani era solo al 18 per cento.

[caption id="attachment_10481" align="aligncenter" width="680"] La Le Pen è la favorita tra i giovani francesi - intenzioni di voto in percentuale divise per fasce d'età[/caption]

Questo sostegno è diventato un altro jolly in una gara dai risultati imprevedibili, dove uno scandalo legato a una questione di finanziamenti ha gravemente danneggiato l'ex favorito di centro-destra François Fillon, mentre il politico indipendente trentanovenne Emmanuel Macron, che non si è mai candidato alla presidenza, guida i sondaggi.

La frustrazione tra i giovani per la mancanza di lavoro e le cattive prospettive economiche costituiscono gran parte del fascino del FN. "Siamo una generazione che rischia di vivere peggio dei nostri genitori", afferma Dominique, uno dei ragazzi sul cavalcavia, che ha 21 anni e sta lottando per trovare un lavoro.

Sotto il governo socialista di François Hollande la disoccupazione è rimasta ostinatamente alta, il doppio del livello di Regno Unito e Germania. La disoccupazione giovanile è al 25 per cento - dal 18 per cento del 2008.

Joël Gombin, politologo e analista di dati francese, dice che la situazione economica è peggiorata in particolare per i giovani che vivono nelle zone rurali e per quelli che abbandonano più precocemente la scuola a tempo pieno - due caratteristiche spesso in correlazione con il sostegno al FN. "In Francia per un numero crescente di giovani meno istruiti il fatto che passeranno buona parte delle loro vite in una situazione economica precaria è quasi una certezza," dice.

[caption id="attachment_10482" align="aligncenter" width="655"] La disoccupazione giovanile in Francia cresce con la crisi finanziaria - tasso di disoccupazione in percentuale, sotto i 25 anni[/caption]

Un secondo motivo del supporto al FN è che i giovani non ricordano il partito ferocemente xenofobo degli anni '70. Oltre i 65 anni, tra quelli che invece lo ricordano, il sostegno al FN è solo al 17 per cento.

Negli ultimi dieci anni, e in particolare a partire dal 2011 sotto la guida di Marine Le Pen, il partito ha cercato di rimodellare la propria immagine. I funzionari, per esempio, ora parlano di "immigrazione", piuttosto che di "immigrati", e si oppongono all'"Islam radicale", piuttosto che all' "Islam", mentre i temi sui quali il partito organizza le sue campagne si sono ampliati oltre la sicurezza e l'immigrazione, per includere un messaggio anti-globalizzazione focalizzato sull'economia.

Justine Dieulafait aveva solo 12 anni quando la Le Pen ha preso la guida del partito; il "nuovo FN" è tutto quello che ha conosciuto. "Era un periodo diverso, allora negli anni '70... il partito di oggi è concentrato sui temi di oggi - posti di lavoro, case e il ripristino della sovranità e della cultura francese ".

Christèle Marchand Lagier, uno studioso del FN che lavora all'Università di Avignone, afferma che la maggior parte dei giovani elettori del FN non ha familiarità con i dettagli del suo programma, ma vuole semplicemente votare contro il sistema. "Si tratta di un voto negativo", dice.

Ma è chiaro che il FN è anche abile nel ritagliare il suo messaggio su misura per il voto giovanile. Per esempio è il partito che in Francia ha la più forte presenza sui social media. E due delle figure di più alto livello nel partito, David Rachline e Marion Maréchal-Le Pen, sono ventenni.

Tuttavia non è chiaro quanto di questo sostegno il partito sarà in grado di convertire in voti effettivi, dati i tassi di affluenza alle urne tradizionalmente bassi tra i giovani. Nelle ultime elezioni presidenziali francesi, il 28 per cento di quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni si è astenuto nel secondo turno, più della media nazionale del 20 per cento.

Ma questa volta il gruppo sul cavalcavia autostradale almeno sembra determinato a far valere la propria voce. Lo dichiara Dominique: "Dicono che dovremmo soffrire in silenzio - e invece abbiamo intenzione di alzarci e farci sentire."

 

19/03/17

ZH: in Europa i vincitori sono i perdenti e la sinistra è destra

Su Zerohedge, un'analisi delle elezioni olandesi, in linea con quella del professor Ellman, traccia un parallelo tra Wilders e la Le Pen. Sbaglia chi crede che quanto accaduto in Olanda si ripeterà in Francia: diverse le culture, i sistemi politici, lo spessore dei leader dei partiti anti-sistema e dei loro opponenti; a differenza di Wilders, il programma della Le Pen è ampio e dettagliato, ingloba politiche sociali di sinistra, e lei stessa è figura ben più preparata e accorta, con avversari politici tutti azzoppati. Inoltre, la Francia, a differenza dell'Olanda, sconta decenni di politiche fallimentari sull'immigrazione e una crisi economica acutissima, che rendono la situazione sociale esplosiva.

di Raul Ilargi Meijer, 17 marzo 2017

(traduzione a cura di @Malk_klaM)

Le elezioni olandesi di mercoledì scorso ci hanno fornito moltissimi discorsi Orwelliani. Il partito di destra del primo ministro Mark Rutte (il VVD), in realtà “Il Partito degli Affari”, o per meglio dire “il partito di chi cerca una rendita”, ha perso qualcosa come il 20% dei seggi che aveva ottenuto nelle precedenti elezioni generali nel novembre 2012, passando da 41 a 33 seggi, ed è stato dichiarato il grande vincitore. Al contrario, il PVV, il partito di estrema destra di Geert Wilders, ha ottenuto il 25% in più dei seggi, passando da 16 a 20, ed è il grande sconfitto. [...]

L’unica ragione per cui il VVD di Rutte ha finito per essere il partito più grande ha a che fare con Wilders. Le preoccupazioni per queste elezioni avevano tutto a che vedere con i sondaggi. Wilders è tutto il suo partito e ha un solo talento. Se dovesse mai lasciare, il suo partito si dissolverebbe. E il suo unico “messaggio” è che l'Islam è una cosa brutta e dovrebbe sparire prima dall'Olanda e poi dall'Europa. Non ha altri veri punti nel suo programma politico. D'accordo, c'è anche Bruxelles. Non gli piace nemmeno quella.

Forse è per questo che ha cercato di evitare i dibattiti pre-elettorali. Il problema è che questi dibattiti attirano molti telespettatori, e molta pubblicità gratis in TV. A dirla tutta, poiché per molti aspetti Wilders è il vero nemico di se stesso, non sorprende molto che il sostegno a suo favore sia crollato, se volessimo prendere i sondaggisti olandesi più seriamente delle loro controparti americane e britanniche. [...]

Sono degli illusi tutti quelli che nell'esperienza olandese pensano di poter vedere un segno che nelle elezioni di aprile e maggio siano diminuite le probabilità per Marine Le Pen di diventare presidente. A giudicare dalle reazioni nei mercati finanziari, gli illusi sembrano essere molti. Ma la Le Pen è una figura molto meno marginale rispetto a Wilders, e di certo non evita i dibattiti. E’ vero che il suo Front National si regge su di lei, ma la Le Pen ha un programma politico molto più chiaro di Wilders.

E inoltre non ha un avversario politico come Rutte, che in patria è diventato una presenza formidabile, come sarebbe chiunque riuscisse a restare primo ministro per molti anni senza essere messo da parte. Non lo è quello che dovrebbe essere l’avversario principale della Le Pen; Hollande è del tutto fuori gioco, e non osa nemmeno ricandidarsi. Il suo partito socialista è diventato una barzelletta. Il secondo avversario più forte dovrebbe essere Francois Fillon, ma è quasi del tutto sparito da quando è formalmente indagato.

Quindi resta solo Emmanuel Macron, un indipendente senza partito e senza programma. In Francia si può venire eletti anche in queste condizioni, ma poi si finisce per avere le mani legate perché serve un Parlamento per votare le leggi.
..le sfumature del sistema politico francese hanno creato a Macron qualche piccolo problema. Il presidente trae il suo potere dal supporto di una maggioranza nella camera bassa del Parlamento, l'Assemblea Nazionale. Macron è stato ministro nei governi socialisti, ma ha lasciato nel 2016 per formare un suo movimento politico. Ora non ha nemmeno un partito, meno che mai una maggioranza. Sebbene la Costituzione della quinta repubblica francese, creata da Charles De Gaulle nel 1958, abbia allargato i poteri presidenziali, non ha permesso al presidente di governare il Paese.

Sono pochi i poteri presidenziali che non necessitano dell'autorizzazione del primo ministro. Il presidente può nominare un primo ministro, sciogliere l'Assemblea Nazionale, autorizzare un referendum e diventare un “dittatore temporaneo” in circostanze eccezionali, quando la nazione è in pericolo. Inoltre può nominare tre giudici al Consiglio Costituzionale e rinviare qualsiasi legge a questo organo. Sebbene siano tutti compiti importanti, questo non significa governare una nazione, in qualunque modo la si voglia vedere. Il presidente non può suggerire leggi, farle transitare in Parlamento e poi renderle esecutive senza il primo ministro.

Il ruolo del presidente si può definire al meglio come quello di “arbitro”. I poteri presidenziali gli danno la capacità di sovrintendere a certe operazioni e ad agire quando c'è un impedimento al normale funzionamento delle istituzioni. Quindi un presidente può intervenire se sopraggiunge una situazione grave o per sbloccare uno stallo istituzionale tra primo ministro e Parlamento, per esempio annunciando un referendum su una questione in discussione o sciogliendo l'Assemblea Nazionale.

Stando così le cose, perché tutti vedono il presidente come una figura chiave? In poche parole, è perché la Costituzione non è mai stata applicata del tutto. Qui sta la diabolica bellezza della politica francese. Una nazione che sin dalla rivoluzione del 1789 è conosciuta per l'incapacità di raccogliere delle forti maggioranze in Parlamento è stata in grado, dal 1962, di fornire delle maggioranze solide.

Forse quelli che credono che sia probabile che quanto accaduto in Olanda succeda anche in Francia sono influenzati dall'idea che entrambe le nazioni fanno parte della UE. Ma si tratta di nazioni e culture molto diverse, che hanno sistemi politici molto diversi. E la Le Pen non è Wilders. Non dice più assurdità, ha ripulito la sua immagine pubblica sbarazzandosi del padre, e tiene lontano dai riflettori gli altri estremisti che rimangono nel partito.

In Francia c’è ancora molta diffidenza sulla sua figura, ma ci sono anche molte persone che sono d'accordo con lei, con le cose che dice. Probabilmente la dichiarazione più interessante che ha fatto di recente è che si dimetterebbe se dovesse perdere il referendum sull'uscita della Francia dalla UE, referendum che intende indire se dovesse essere eletta presidente. Questo dovrebbe tenere sul chi vive Bruxelles. Marine fa le cose che dice. E potrebbe iniziare a piacere a molti francesi per questo. In un panorama politico in cui gli avversari continuano a darsi la zappa sui piedi.

Un'altra cosa sulla Le Pen è che il suo programma politico contiene alcuni punti che potrebbero essere considerati di sinistra: la settimana lavorativa di 35 ore, il pensionamento a 60 anni, una diminuzione del costo dell'energia. Il fatto è che vuole riservare queste cose ai francesi. Gli stranieri, specialmente i musulmani, non sono invitati. E poi è decisamente contraria al neo-liberalismo e alla globalizzazione:
Ne hanno fatto una ideologia. Un globalismo economico che respinge tutti i limiti, tutte le regolamentazioni della globalizzazione, e che come conseguenza indebolisce le difese immunitarie degli Stati Nazionali, spossessandoli dei loro elementi costitutivi: i confini, la valuta nazionale, l'autorità delle sue leggi e la gestione dell'economia, portando così alla nascita e alla crescita di un altro globalismo: il fondamentalismo islamico.

La popolarità della Le Pen non viene da un razzismo innato e predominante in Francia, anche se di certo almeno in parte esiste. Deriva invece dall'incredibile fallimento delle politiche francesi sull’immigrazione degli ultimi decenni. Nei sobborghi delle principali città si è permessa la formazione di ghetti nei quali le persone che vengono dalle ex-colonie francesi, specialmente dall'Africa, si sentono in trappola, senza possibilità di uscita. I francesi tendono a sentirsi superiori a tutti gli altri, e il sistema politico ha permesso che la situazione sfuggisse completamente di mano.

Ora la Francia, e l'Europa in generale, deve gestire questo pasticcio. Fino ad adesso la principale reazione europea è stata quella di trasformare la Grecia in un campo di prigionia per una nuova ondata di rifugiati e migranti. Naturalmente questo può solo peggiorare le cose. E non risolve nessuno dei problemi esistenti. E questo rende inevitabile l'ascesa di Marine Le Pen.

E anche l'ascesa di Wilders: il suo è diventato il secondo partito in Olanda, perché ha guadagnato il 33% di seggi in più rispetto al 2012, passando da 15 a 20. Questa crescita del 33%, paragonato alla caduta del 20% di Rutte, fa passare Wilders per lo sconfitto, agli occhi di molti, “rincuorati” osservatori.

I vincitori sono gli sconfitti, e come è chiaro dalle politiche sociali della Le Pen per i francesi, nei governi europei di coalizione che comprendono partiti laburisti e di destra, e nella direzione presa dal partito Democratico negli USA, la sinistra è evidentemente la stessa cosa della destra.

Orwell vince sempre. Il prossimo problema è questo: la vera sinistra non è più rappresentata da nessuno.

18/03/17

Un'analisi delle elezioni olandesi: chi ha vinto veramente?

Dal blog dell'economista Domenico Mario Nuti, riportiamo questa analisi del voto olandese di Michael Ellman, docente dell'Università di Amsterdam. Secondo Ellman, le elezioni nei Paesi Bassi sono state una vittoria della politica mainstream, ma per arrivare a questo risultato i partiti tradizionali hanno dovuto far propri i temi del temuto populista Wilders, che è comunque ben lungi dall'aver perso. Il vero sconfitto di queste elezioni è il partito socialdemocratico PvdA (tra le cui file siede il falco Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo), che, punito dai suoi elettori per avere accettato l'austerità ed essere diventato un partito liberale, ha perso oltre il 75% dei propri seggi, confermando che a lungo termine le politiche di destra avvantaggiano solo la destra. In tutto questo, Bruxelles ha ben poco da rallegrarsi, dato che il nuovo governo avrà un'impronta più nazionalista e sarà ostile a qualsiasi progetto di ulteriore integrazione o espansione della UE.

di Mario Nuti, 16 marzo 2017

Le elezioni olandesi del 15 Marzo sono state ampiamente interpretate come una "sonora sconfitta" per il populismo. È molto difficile conciliare questa interpretazione con un governo che perde 37 seggi (dei quali, 8 dei 41 seggi del VVD di Rutte, nonostante si sia spostato verso il programma di Wilders - "Sii normale o vattene" - e 29 dei 38 del Partito Laburista PvdA), ovvero quasi la metà dei suoi precedenti 79 seggi. Rutte avrà bisogno di nuovi alleati per formare un governo. Il Partito di Geert Wilders invece ha guadagnato 5 seggi ed è cresciuto di un terzo diventando il secondo partito olandese. "Tutti sono autorizzati ad avere le proprie opinioni, ma non i propri fatti" (Daniel Patryick Moynihan). Così ho chiesto al professor Michael J. Ellman, dell'Università di Amsterdam, il suo giudizio sul risultato. Di seguito c'è la sua risposta, che trovo particolarmente illuminante, e che ho il permesso di riprodurre come post ospite su questo blog, cosa di cui lo ringrazio molto.

Da Michael Ellman (16 marzo 2017)

Di seguito ti riporto quel che mi sembra, con il caveat che al momento abbiamo solo risultati preliminari e che quelli definitivi potrebbero essere piuttosto differenti.

  1. L'affluenza è cresciuta significativamente. Questo indica che in aggiunta alle persone che usualmente votano, hanno votato altre persone che volevano fortemente esprimere la loro disapprovazione per le politiche della coalizione al governo e altre ancora che volevano far sentire forte la loro paura nei confronti di Wilders.

  2.  La coalizione che ha governato dalle ultime elezioni (nel 2012) ha perso male. Sono precipitati da una maggioranza (79 su 150 seggi al Parlamento) ad una minoranza di soli 42 seggi. Questo indica che la maggioranza della popolazione rigetta le politiche degli ultimi quattro anni (ortodossia fiscale/austerità).

  3. Il principale sconfitto è il tradizionale Partito socialdemocratico, il Partito laburista o PvdA dalle sue iniziali in olandese. Questo partito ha giocato un ruolo maggiore nella politica olandese fin dal 1945 ma se l'è passata terribilmente male in queste ultime elezioni. Penso che la ragione principale sia il fatto che il PvdA era il partito minore nella coalizione e ha accettato l'ortodossia fiscale/austerità che ha colpito molti dei suoi elettori tradizionali, che hanno votato altrove per esprimere la propria insoddisfazione. Da molti anni il PvdA è diventato un partito del tipo "New Labour" e non è una casa per le vittime della globalizzazione. Questo non ha fatto piacere ai suoi elettori tradizionali. Culturalmente, il partito inoltre è liberale, cosa che non è gradita a molti dei suoi sostenitori storici.

  4. Il primo ministro Rutte può sentirsi soddisfatto di se stesso. Anche se la coalizione che guidava ha perso malamente, il suo partito non se l'è passata così male, perdendo soltanto un quinto dei suoi elettori e diventando di gran lunga il partito più grande (alle ultime elezioni era soltanto poco davanti al partito Socialdemocratico). Per di più, molti dei voti persi sono andati ai Cristiano Democratici che sono ideologicamente vicini al suo partito. Inoltre, il partito di Rutte ha fatto sostanzialmente meglio del partito di Wilders. Il risultato è che il partito di Rutte giocherà un ruolo predominante nelle negoziazioni per formare la nuova coalzione.

  5. I partiti mainstream hanno vinto i due terzi (102) dei seggi. Questo indica che la politica e la società olandesi sono abbastanza stabili. Le negoziazioni per la coalizione potrebbero tranquillamente prendere qualche settimana (è abbastanza normale), ma il governo che ne risulterà sarà un governo mainstream.

  6. L'elezione è stata combattuta per lo più sul terreno culturale/identitario. I temi economici tradizionali hanno giocato un ruolo minore. L'identità nazionale olandese, il ruolo delle minoranze etniche nei Paesi Bassi, l'immigrazione e il ruolo dell'Olanda nella UE sono stati i temi principali. (Ovviamente l'immigrazione ha anche un aspetto economico). Il governo che si formerà sarà molto scettico sui piani per aumentare l'integrazione della UE o sull'espansione a nuovi membri (nei due referendum in passato, sulla proposta di costituzione della UE e sull'accordo commerciale con l'Ucraina, la maggioranza dei votanti ha respinto l'opzione preferita dalla UE). Questo, tra l'altro, significa che l'Olanda sarà ostile ai piani sull'unione bancaria nella UEM o all'unione di trasferimento. Uno dei sei paesi fondatori della UE adesso si oppone ad una integrazione più profonda.

  7. Per vincere e sconfiggere Wilders, Rutte si è impossessato di alcuni dei suoi temi principali. La necessità che gli immigrati e i loro discendenti si assimilino, se vogliono essere benvenuti, abbandonino alcune delle loro consuetudini e accettino quelle olandesi, sono state fortemente rimarcate da Rutte. Anche la posizione che ha tenuto contro i ministri turchi che volevano tenere comizi elettorali all'aperto in Olanda è piaciuta alla gente e probabilmente gli ha fatto guadagnare voti.

  8. Anche se Wilders può essere contento che alcuni dei suoi temi siano entrati nel mainstream e siano adesso ripetuti dal Primo Ministro, dovrebbe essere insoddisfatto del risultato. È vero che il numero di seggi del suo partito è cresciuto di un terzo. Tuttavia, considerato che prima si pensava che il suo partito avrebbe potuto emergere come il più grande, rimane di gran lunga dietro il partito di Rutte (20 a 33). Perciò Wilders non ha la minima possibilità di entrare nel governo e diventare ministro.

  9. L'altro partito populista (che ha meno pubblicità fuori dall'Olanda) è il Partito Socialista. È un partito tradizionale di sinistra a favore di maggiore spesa pubblica, salari più alti, affitti più bassi, tasse più alte per i ricchi e per le aziende etc etc. Sembra che scenderà da 15 a 14 seggi.

  10. Il risultato del piazzamento relativamente mediocre dei due partiti anti-sistema è che la politica consueta, sottoposta ad uno spostamento culturale/nazionalista verso destra, ha vinto. Per Bruxelles questo può essere rassicurante, ma la mancanza di sostegno all'ulteriore espansione e integrazione della UE, e la generale accettazione di un atteggiamento più nazionalista non sembra così positivo [per la UE, ndt].

  11.  Al momento è molto incerto prevedere su quali politiche la nuova coalizione troverà un accordo (in Olanda i partiti che formano una coalizione devono concordare sulle politiche, specificate in un Accordo di Coalizione scritto e dettagliato, prima che il nuovo governo sia formato e prenda l'incarico - nel frattempo i vecchi ministri rimangono in carica, ma ci si aspetta che non prendano nessun provvedimento radicale). Rimane da vedere fino a che punto il rigetto popolare dell'austerità e la preoccupazione per l'identità nazionale influenzerà le future politiche.