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20/10/20

El Paìs - Perché la Spagna non chiederà la sua quota di 70 miliardi del Recovery Fund


Dopo che il Ministro dell'economia Gualtieri e il Presidente del Consiglio Conte hanno finalmente deciso di rigettare il MES, per le stesse ragioni già da molto tempo denunciate dagli economisti dell'opposizione, ora sarebbe il caso di esercitare un ragionamento critico anche nei confronti dei prestiti del Recovery Fund, che recentemente la Spagna ha dichiarato di voler rifiutare. Le 'potenti ragioni per farlo' sono esposte in questo articolo di El Paìs.  


di Claudi Perez,  19 Ottobre 2020

Con tassi di interesse prossimi allo zero e un debito pubblico in forte aumento, il governo spagnolo preferisce limitarsi alle sovvenzioni piuttosto che chiedere alla UE i prestiti a cui avrebbe diritto - e non è l'unico paese a pensarla così.

Nel luglio di quest'anno, la Spagna ha annunciato con orgoglio che avrebbe ricevuto una quota significativa del Recovery Fund da 750 miliardi di euro concordato dai 27 membri dell'Unione europea dopo un lungo vertice a Bruxelles.

"Questo è un grande accordo: ci siamo assicurati 140 miliardi di euro per la Spagna, di cui 72,7 miliardi di euro in sovvenzioni", aveva detto il primo ministro Pedro Sánchez, del Partito socialista (PSOE), dopo la conclusione dello storico accordo volto a tirar fuori l'economia europea dal suo coma da Covid.

La Spagna conta sui fondi dell'UE per alimentare un bilancio ultra-espansivo in uno dei paesi più colpiti dalla pandemia da coronavirus, sia in termini sanitari che economici. Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha previsto che nel 2020 l'economia spagnola vedrà una contrazione maggiore della maggior parte degli altri paesi (ma meno di Grecia e Italia, ndt) e che il paese si dirigerà verso livelli record di deficit e debito.

[...] Eppure è molto probabile che la Spagna non riceverà mai tutti i 140 miliardi di euro. Lo stesso esecutivo spagnolo sta rinunciando a metà della somma, almeno per il momento, secondo fonti del ministero dell'Economia e della Moncloa, la sede del governo.

Per ora, la Spagna richiederà per il periodo 2021-2023 solo la parte dei fondi in forma di sovvenzioni, ma non è interessata ai quasi 70 miliardi di euro di prestiti, che alla fine si tradurrebbero in un aumento del debito. “La Commissione Europea consente ai membri di richiedere i prestiti fino a luglio 2023. Che senso avrebbe chiederli adesso? Lo faremo, se necessario, per il periodo 2024-2026", hanno dichiarato fonti governative.

La Spagna non è l'unico paese a trovarsi in questa congiuntura: il Portogallo e l'Italia, e anche la Francia, potrebbero considerare di rinunciare ad alcuni dei prestiti che sono stati loro assegnati dal fondo.

Ci sono alcune potenti ragioni per farlo. 

Per prima cosa il piano d'emergenza di acquisto titoli da parte della Banca centrale europea (BCE) ha ridotto al minimo i tassi di interesse pagati dai paesi per il prestito: proprio questa settimana, le tesorerie di Spagna e Italia hanno emesso obbligazioni con rendimento negativo, il che significa che effettivamente ricevono soldi per indebitarsi. Di conseguenza, ci sono meno incentivi a chiedere prestiti all'UE, indipendentemente da quanto possano essere economici.

In secondo luogo, la condizionalità che potrebbe derivare dai fondi, e che deve ancora essere ben definita, continua a fungere da deterrente. Così come il sospetto che, prima o poi, Bruxelles richiederà aggiustamenti ai paesi con livelli di debito pubblico in aumento - e tutte le nazioni dell'Europa meridionale sono già al di sopra del 100% del PIL. 

In terzo luogo, non è nemmeno chiaro se i governi abbiano la capacità amministrativa di spendere quell’ammontare di denaro.

 [...]

Giocando con il fuoco

Le fonti consultate da questo giornale hanno evitato di fornire spiegazioni sui motivi della decisione. Ma sembra ovvio che il programma di finanziamento europeo, noto pomposamente come Next Generation EU, potrebbe finire vittima del suo stesso successo.

 I tassi di interesse in tutta la periferia sono scesi a causa dell'azione combinata del programma di acquisto della BCE e delle prospettive di ripresa fornite dal forte stimolo fiscale concordato dai 27: ci sono meno incentivi a chiedere prestiti se i paesi emettono debito a tassi di interesse stracciati ”, osserva Lorenzo Codogno, ex segretario al Tesoro in Italia. "Il rischio reale è che il macro-stimolo europeo finisca per essere molto più piccolo di quanto concordato a luglio, e che questo peggiori le prospettive economiche".

Questo rischio arriva nel momento peggiore possibile, con focolai di coronavirus che si verificano in tutta Europa - e la Spagna guida ancora queste statistiche - che potrebbero creare ulteriori disastri sotto forma di maggiore disoccupazione, maggiore contrazione del PIL e maggiore debito pubblico.

Nel frattempo, lo stesso piano europeo subisce ritardi. Non c'è ancora un accordo tra la Commissione Ue, il Parlamento Ue e la presidenza tedesca dell'UE sui dettagli del pacchetto, e questo potrebbe ritardare i primi trasferimenti di denaro fino alla seconda metà del 2021.

Vale anche la pena notare che il programma di acquisti di emergenza per la pandemia della BCE non sarà sempre presente, e che i vincoli di bilancio dell'UE che stabiliscono obiettivi di debito e deficit non saranno sospesi per sempre - in effetti, quel dibattito tornerà in cima all'agenda non appena la Germania inizierà a sperimentare una ripresa, ed è un dato di fatto che ciò accadrà molto prima che l'Europa meridionale ne veda i primi segnali.

L'economista francese Jean Pisani-Ferry diceva che "gli errori di politica economica dell'Europa saranno studiati sui libri di storia", alludendo alla gestione disastrosa della recessione del 2008. Bruxelles e i governi nazionali hanno imparato la lezione questa volta, o almeno questa è la narrazione. Ma l'Europa è ancora in tempo a spararsi sui piedi.


 


 

24/09/20

I grafici del dott. Sventura e del dott. Sconforto

 


Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione di 50.000 al giorno”. Così il Daily Mail online del 22 settembre scorso intitola l’articolo che spiega le critiche mosse alla previsione presentata in televisione da Sir Patrick Vallance e dal prof. Chris Whitty, rispettivamente Capo Consulente Scientifico e Capo Consulente Medico del governo del Regno Unito.

Ai primi paragrafi dell’articolo del Daily Mail online aggiungiamo le critiche formulate in modo articolato dal prof. Paton, uno degli accademici intervistati nell’articolo, sul sito Unherd. I messaggi che emergono dalle sue considerazioni sono che le statistiche non debbono essere manipolate per fini politici e che, per non minare la fiducia del pubblico, i cittadini devono essere trattati con rispetto e devono essere forniti loro spiegazioni chiare e dati obiettivi.


Traduzioni di Rosa Anselmi

Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione  di 50.000 al giorno

di Sophie Borland e Vanessa Chalmers per il Daily Mail online, 22 settembre 2020

Gli scienziati si sono chiesti se il Regno Unito potrebbe davvero vedere 50.000 nuove infezioni da Covid-19 al giorno entro il mese prossimo come previsto dal capo consulente scientifico del Governo, che ha presentato lo scenario peggiore in un grafico terrificante. Ieri [N.d.T. 21 settembre] Sir Patrick Vallance ha dichiarato di credere che l’epidemia in Britannia stia raddoppiando ogni sette giorni ed ha affermato che, "se non si fa niente", i nuovi casi potrebbero aumentare esponenzialmente nel giro di un mese. Nel suo discorso televisivo alla nazione, ha avvertito che si potrebbe arrivare a 200 morti al giorno entro la metà di novembre, pur sottolineando le molte incognite dietro quelle allarmanti proiezioni.

Tuttavia alcuni esperti hanno criticato l'affermazione come “non plausibile'', insistendo sul fatto che finora né la Francia né la Spagna - i cui focolai si teme siano al pari con quelli del Regno Unito - hanno avuto un livello di infezione di tale portata, nonostante ci sia stata una chiara recrudescenza della malattia. I critici hanno accusato il n° 10 [N.d.T. di Downing Street] di aver cercato di "spaventare" le persone in vista della grande rivelazione serale da parte di Boris Johnson di politiche più severe per il controllo del Covid.

Altri accademici hanno affermato che Sir Patrick e il prof. Chris Whitty, apparso al suo fianco in televisione, hanno `”abusato'' dei dati, poiché è ``quasi certo'' che i casi non continueranno a raddoppiare ogni sette giorni ancora per molto tempo e hanno dichiarato che le proiezioni si riveleranno ”cupe e pessimistiche'' in confronto alla realtà che si manifesterà a metà ottobre. 

Il Prof. David Paton, economista industriale all’Università di Nottingham, ha suggerito che i dati forniti possono giustificare un'indagine da parte dell'Office for Statistics Regulation, ufficio che disciplina l'accuratezza dei dati forniti al pubblico. [...]


Riportiamo qui di seguito le considerazioni esposte dal prof. Paton su Unheard del 22 settembre scorso 


Whitty e Vallance stanno giocando a un gioco pericoloso

di David Paton, 22 settembre 2020

Negli ultimi 6 mesi le statistiche sono state usate spesso in modo così improprio da parte di coloro che dovrebbero essere i massimi esperti, da rimanerne veramente scioccati. Ringraziamo il Capo Consulente Medico (Chief Medical Officer - CMO) dell'Inghilterra e il Capo Consulente Scientifico (Chief Scientific Officer - CSO) del Regno Unito per esser riusciti a farlo nel loro briefing congiunto di ieri con così tanta facilità.

La presentazione è iniziata con il professor Chris Whitty e Sir Patrick Vallance che hanno mostrato come i casi di Coronavirus segnalati in Francia e Spagna siano aumentati di recente a una media giornaliera di 13 e 22 casi rispettivamente ogni 100.000 persone. Il suggerimento era che il Regno Unito potrebbe trovarsi su una traiettoria simile a quella di questi due paesi. 

Fin qui tutto ragionevole, ma poi è arrivata una diapositiva che pretendeva di mostrare che i casi nel Regno Unito potrebbero passare da 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre a 49.000 casi al giorno entro il 13 ottobre. Il CMO e il CSO sono stati attenti a dire che questo è ciò che potrebbe accadere "se" i casi nel Regno Unito dovessero raddoppiare ogni 7 giorni.



Avendo appena parlato di Francia e Spagna, un osservatore occasionale potrebbe aver pensato che stavano mostrando cosa sarebbe successo se i casi nel Regno Unito fossero aumentati a un ritmo simile.

In realtà, i casi segnalati in Francia e Spagna sono raddoppiati all'incirca ogni 3 settimane anziché ogni 7 giorni. Se Whitty e Vallance avessero utilizzato un tale periodo di raddoppio di 3 settimane come base per il loro scenario, ciò li avrebbe portati a meno di 10.000 casi al giorno entro metà ottobre, nemmeno vicino ai 49.000 visualizzati nella diapositiva.

Per aumentare la confusione, il CMO e il CSO hanno cambiato le loro unità di misura. Per la Spagna e la Francia, hanno fatto riferimento ai casi medi giornalieri ogni 100.000 persone, mentre per il Regno Unito sono passati al numero di casi al giorno. È facile capire il motivo: 50.000 casi al giorno nel Regno Unito raggiungono un tasso di circa 75 ogni 100.000 persone.

Il CMO e il CSO credono seriamente che lo scenario più probabile sia quello in cui il Regno Unito sperimenterà in sole tre settimane un tasso giornaliero pari a più di cinque volte l'attuale tasso in Francia ? Se avessero riportato il tasso per popolazione, giornalisti e politici si sarebbero immediatamente accorti che stava succedendo qualcosa di strano.

Ci sono ulteriori problemi sul modo in cui sono stati presentati i dati al briefing. Il Centro di Medicina basata sull’evidenza di Oxford ha dimostrato che, sebbene in Spagna i casi segnalati continuino ad aumentare, i dati in base alla data dei sintomi suggeriscono che le infezioni effettive hanno iniziato a stabilizzarsi alla fine di agosto. Allora perché il CMO e il CSO hanno scelto di mostrarci i casi spagnoli in base alla data di segnalazione?

Un'altra stranezza è che il grafico per il Regno Unito presentato nel briefing suggerisce che i 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre sono l'ultimo dato disponibile. In effetti, al momento della presentazione, erano stati denunciati i casi per altri 5 giorni, fino al 20 settembre. Quanto velocemente sono aumentati i casi segnalati? Ebbene, sulla base della media di 7 giorni (per appianare gli effetti dei rapporti su base giornaliera), nella settimana fino al 20 settembre i casi segnalati sono aumentati del 21%, a 3.679. Estrapolando il dato al 13 ottobre risulterebbero poco meno di 7.000 casi al giorno. Se si guardano i dati del Regno Unito per campione (piuttosto che per la data di segnalazione), il tasso di aumento è ancora più basso.

Problemi di capacità di test possono significare che i dati dei test positivi più recenti sottovalutano l'aumento delle infezioni, ma la media dei casi segnalati nel Regno Unito non è raddoppiata in un periodo di 7 giorni dall'impennata dei casi alla fine di agosto.

Naturalmente, nessuno sa con assoluta certezza cosa accadrà quanto a numero di casi che si verificheranno nel Regno Unito nelle prossime settimane. Indicare il probabile numero di casi se il Regno Unito seguisse la tendenza della Spagna o della Francia non sarebbe stato un approccio irragionevole da parte di Chris Whitty e Patrick Vallance. Allora perché non l'hanno fatto? L'ovvio sospetto è che 7.000-10.000 casi al giorno entro la metà di ottobre potrebbero non essere abbastanza spaventosi da consentire alle persone di accettare nuove imminenti restrizioni al loro stile di vita.

Chris Whitty e Patrick Vallance sono eminenti scienziati ed è inconcepibile che non sapessero cosa stavano facendo nel briefing. Da un lato, hanno raggiunto il loro obiettivo: i media stanno diligentemente riportando la spaventosa cifra di "50.000 casi entro il 13 ottobre" e sono state preparate le basi per il discorso del Primo Ministro in cui ci dice quali nuove restrizioni imporrà al paese.

Tuttavia, il prezzo della politicizzazione delle statistiche è che si rischia di minare la fiducia del pubblico nella scienza del governo. Se questo sarà l'effetto a lungo termine del briefing di ieri, mi chiedo se il professor Whitty e Sir Patrick continueranno a pensare che valesse la pena pagare quel prezzo.


24/10/19

Brexit: il Parlamento inglese ammanetta il Regno Unito a un esperimento fallimentare

Il progetto europeo sta miseramente fallendo, come testimoniano anche le rivolte civili in atto in Francia, Spagna e più recentemente in Olanda.  Un post del sito OffGuardian nota che questo rende ancora più paradossale l'atteggiamento del Parlamento inglese, che osteggia la realizzazione di una chiara volontà popolare (Brexit) pur di rimanere a bordo di una nave che affonda.

 

 

Di Kit Knightly, 20 ottobre 2019

 

 

La Brexit non avverrà. Non si uscirà né a destra né a sinistra. È tempo di rassegnarsi a questa idea.

 

Con la firma dell’assurdo Benn Act, l’opzione di un’uscita non concordata è stata eliminata, il che significa che il Regno Unito sarà costretto o a rimanere nell’Ue o ad accettare un accordo che è un Remain mascherato sotto falso nome.

 

L’emendamento Letwin e la richiesta di estensione che Boris Johnson non ha firmato sono solo uno squallido teatro. Inutili chiodi in una bara ben sigillata.

 

Il tutto assomiglia molto a “Weekend con il morto” – un cast di personaggi deludente, che porta in giro il cadavere della Brexit per tenere in piedi uno scherzo usurato che non era divertente nemmeno all’inizio.

 

Il Parlamento è diventato un’assurda pantomima, dove un Primo Ministro pagliaccio – che ha distrutto di proposito la sua maggioranza – lancia alla ribalta uomini di paglia che l’”opposizione” infilza con un entusiasmo sempre più maniacale. Nessuno pensa alla politica o alle conseguenze del gioco, ma solo ad aumentare il conteggio delle sconfitte parlamentari di Boris Johnson.

 

I laburisti, e i remainer isterici nei partiti liberal democratico, TIG (The Indipendent Group) e Verdi sono diventati solo dei bastian contrari – votano automaticamente contro qualsiasi cosa venga presentata dal governo, per la semplice soddisfazione di umiliare il giullare di corte al comando.

 

Corbyn è stato abbagliato con tanto successo dal suo PLP pieno di remainders, che non si rende nemmeno conto che sta tradendo i principi in cui ha creduto per tutta la sua vita, il suo mentore Tony Benn e intere zone del cuore del Labour nel Nord, dove hanno votato tutti Leave.

 

E quando si arriverà a un’elezione generale, non conterà nulla.

 

I laburisti verranno probabilmente distrutti, dato che gli elettori della classe lavoratrice o passeranno al partito della Brexit o semplicemente cadranno nell’apatia dell’astensione e rimarranno a casa.

 

Se i laburisti dovessero riuscire a mettere insieme abbastanza elettori dalle zone pro-Remain in Scozia e a Londra in modo da raggiungere una stretta maggioranza, be’, il loro manifesto socialista verrebbe paralizzato dalla politica di austerità UE e dalle sue restrizioni alle nazionalizzazioni (dei servizi, NdVdE).

 

In ogni caso, Corbyn verrebbe rimpiazzato da un nuovo signor nessuno laburista, poco conosciuto e ancora meno valido. La stampa dichiarerebbe morto il socialismo (di nuovo) e forse darebbe una pacca sulla spalla a Corbyn per avere fatto “bene, considerato che…” e per avere “cambiato il dibattito”.

 

Ci verrebbe richiesto di festeggiare la nuova (inevitabile) leader donna, come segno di “progresso”, mentre la società continua a scivolare indietro.

 

Che i Remainers più ostinati ottengano o meno la loro “Votazione del Popolo”, e chiunque venga scelto nella giostra di indesiderabili proposti come Primo Ministro quando tutto alla fine dovesse concludersi, la Brexit è morta. Il Parlamento l’ha uccisa.

 

Questo sabotaggio continuo a fuoco lento è duro da guardare – ma non voglio parlare di questo.

 

Quello di cui voglio parlare è una domanda. Una domanda importante. Una domanda che peserà molto sulle spalle dei Remainers alla vigilia della loro – per mancanza di una parola migliore – vittoria:

 

- davvero vogliamo questo? L’Ue, esattamente ora, ha davvero l'aria di qualcosa di cui vorremmo fare parte?

 

Diamo un’occhiata alla situazione nel Continente.

 



 

PARIGI, FRANCIA – DICEMBRE 2018 (Foto da Chris McGrath/Getty Images)

La Francia è in una situazione miserabile, non ne può più dell’austerità. Stanca di tagli di spesa, di calo degli standard di vita e di politiche economiche neoliberali, che promettono un effetto redistributivo dall’alto che mostra di non avvenire mai.

 

A Parigi – e in molte altre città francesi – i Gilet Gialli si apprestano a organizzare la cinquantesima settimana consecutiva di proteste, e non sembra che il fenomeno stia rallentando (speriamo che abbiano in programma qualcosa di carino per il loro primo anniversario).

 

La gente ha perso occhi, mani e persino la vita. Le proteste di Hong Kong – così a lungo in prima pagina nel Regno Unito – sono state un picnic a confronto.

 

In Ungheria, un presidente eletto è tenuto in ostaggio dalla burocrazia dell'Ue.  Qualunque cosa si pensi di Orban, è stato democraticamente eletto per mantenere le promesse politiche che ha fatto durante la sua campagna elettorale. È perverso che Bruxelles possa sanzionarlo e minacciare di rimuovere i diritti di voto dell'Ungheria per questo. Anti-democrazia in nome della democrazia.

 

Dicono che si tratta di “proteggere i valori europei” vero?

 

È difficile da credere, considerando la situazione che abbiamo altrove in Europa…

 



 

La Spagna presto sarà in fiamme quanto la Francia (l’articolo è stato profetico - NdVdE). Hanno già mandato in prigione tredici esponenti politici per sedizione.

 

Prendetevi un momento per considerare la parola – vera “sedizione” (ribellione violenta per rovesciare il potere costituito, NdVdE).

 

Questo è avvenuto dopo che la polizia antisommossa è stata mandata a impedire un referendum pacifico. La polizia spagnola ha picchiato gli elettori, arrestato i manifestanti e distrutto le urne.

 



La polizia antisommossa spagnola insegna a un'anziana signora i valori europei. 

 

Per tutto questo al governo di Madrid non è stata assegnata nessuna punizione, e nemmeno una critica. Loro – al contrario di Orban – hanno evitato sanzioni e censure. La polizia attacca le proteste per l’indipendenza in Catalogna sulle strade di Barcellona… e il silenzio di Bruxelles è inquietante.

 

(Immaginate se la Russia avesse appena incarcerato 13 politici dell’opposizione per sedizione. Immaginate se Maduro avesse accecato i rivoltosi con pallottole di gomma. La differenza di copertura mediatica e di atteggiamento toglierebbe il fiato).

 

Qual è la differenza tra Budapest e Parigi? O tra Mosca e Madrid?

 

Be’, Orban è anti-Ue (come lo sono i Gilet Gialli). I governi di Francia e Spagna sono Pro-Ue, con un accanimento che giustifica in pieno la lettera maiuscola P.

 

Se segui l’agenda pro-Ue di austerità, immigrazione incontrollata e globalizzazione, allora puoi sparare proiettili di gomma negli occhi di tutti i manifestanti che vuoi.

 

Più guardiamo attentamente, più sembra che “valori europei” sia un modo per dire "potere europeo”.

 

Le discussioni riguardo all'esercito dell'UE ribollono dietro le quinte, mentre il Parlamento Europeo vota allegramente il massiccio finanziamento di programmi "StratCom" per "contrastare la disinformazione".

 

Sentiamo parlare di pace, ma non la vediamo. Sentiamo parlare di prosperità, ma non ne godiamo.

 

L’austerità sta strangolando il luogo dove è nata la democrazia, e i suoi – ancora una volta, in mancanza di un nome più appropriato – “leader” spendono le entrate fiscali in propaganda e per l’esercito.

 

Tutto questo aiuterà anche un solo cittadino comune a uscire dalla povertà? Queste mosse sono progettate per rendere la vita giusta, uguale e semplice per i cittadini comuni? O per consolidare e far rispettare l’autorità?

 

Guardate all'Europa. Guardatela davvero. Sta bruciando. Eppure, i Remainers si siedono tra le fiamme e dicono che  va tutto bene.

 

Veniamo giudicati sulla base dei “valori europei”, ma questa frase ha perso di significato da anni, e tutti i giorni si avvicina sempre di più a una vera e propria parodia.

 

L’Europa è una nave che affonda, ma i topi del Parlamento si rifiutano di lasciarla.

 

 

11/03/18

Flassbeck - Il disastro dell'euro

"Se l'euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito". E a dimostrarlo per l'ennesima volta stanno i grafici mostrati in questo articolo di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow apparso su Flassbeck Economics, a testimonianza del dibattito in corso nella sinistra tedesca. Ma se il lavoro è corretto nella parte analitica, individuando la causa della progressiva divergenza delle maggiori economie europee nelle politiche neoliberali che avvantaggiano solo la Germania, risulta meno convincente la proposta di applicare "riforme strutturali" alle politiche macroeconomiche e istituzionali europee. La domanda è la solita: atteso che una riforma della UE sia auspicabile dal punto di vista italiano (e non lo è a causa del processo di meridionalizzazione in cui la penisola incorrerebbe), come si possono cambiare politiche che sono inscritte nei principi dei trattati e nel DNA ideologico della UE, che - en passant - è in mano alla stessa potenza egemone che trae benefici da queste politiche e che di quella ideologia è alfiere?

 

 

 

di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow, 8 marzo 2018

 

 

L'Unione Economica e Monetaria Europea (UEM) è in crisi permanente dal 2008. Non tutti gli stati membri ne sono colpiti in ugual misura - tuttavia si è generato un grave squilibrio, risultato di uno sviluppo economico diseguale, che pone una minaccia diretta all'ininterrotta esistenza dell'unione monetaria.

 

Anche i quattro maggiori paesi dell'euro - Germania, Francia, Italia e Spagna - hanno sperimentato sviluppi molto differenti sotto il regime dell'euro, in particolare dal 2008 con lo scoppio della crisi finanziaria permanente.

 

Grafico 1 - Lo sviluppo economico delle quattro nazioni maggiori dell'eurozona.
Qui si illustra lo sviluppo economico dei quattro più grandi stati della zona euro, mettendo a base il 2008: da quell'anno, la Germania si è distinta come il paese che ha apparentemente avuto lo sviluppo maggiore all'interno di questo gruppo. In effetti, è stata la favorita - anche se il crollo del 2009 è stato particolarmente profondo in Germania.

 

[caption id="attachment_14320" align="alignnone" width="2000"] Grafico 1[/caption]

 

La Francia, d'altro canto, ha visto una crescita molto modesta dall'inizio della crisi. La situazione nei due paesi più grandi dell'unione monetaria si è così invertita: prima della crisi la Germania è stata a lungo considerata il "malato" d'Europa, conseguendo solo fasi molto brevi di crescita dal 1999 al 2000 e dal 2006 al 2007. La Francia sotto l'euro inizialmente ha registrato uno sviluppo davvero costante e molto più robusto. Mentre per Italia, che ha sperimentato una crescita modesta come quella della Germania prima della crisi, la situazione da allora si è sensibilmente deteriorata. Sembra essere caduta dentro una trappola dalla quale non può fuggire.

 

La Spagna ha vissuto rapidi alti e bassi: inizialmente un lungo boom, quindi un crollo repentino che, come in Italia, ha avuto luogo durante una doppia recessione. Da qualche anno ormai il paese nel Sud ovest dell'eurozona sta mostrando una crescita relativamente forte in termini di dati ufficiali sul PIL. In ogni caso, la disoccupazione rimane molto alta.

 

Non è sorprendente quindi che la Germania oggi sia generalmente lodata dai media e dai politici come esempio e modello tra i grandi paesi membri dell'euro, mentre Francia e Italia, secondo le interpretazioni ufficiali, non hanno adottato le "politiche necessarie" e sembrano non fare progressi. I presunti compiti a casa trascurati sono naturalmente le "riforme strutturali". Il termine si riferisce alla urgente e necessaria liberalizzazione del mercato del lavoro e una riduzione del ruolo dello Stato, che sono dipinte come necessarie al ripristino della competitività. Perfino la crisi finanziaria globale dal 2007 al 2009 e la crisi dell'euro, ancora irrisolta dal 2009, non sono state capaci di ispirare ai decisori delle politiche economiche le dovute riflessioni. L'Europa rimane incrollabilmente neo-liberale.

 

Da questo punto di vista, la Francia e l'Italia si ostacolano da sole sulla strada della propria felicità, perché rifiutano di prendere la medicina: il miracoloso potere curativo del mercato. Oggigiorno, questo mantra viene ripetuto incessantemente da opinionisti considerati esperti e conseguentemente ripreso ad nauseam dai media. Questa citazione di Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France, esprime perfettamente il nocciolo dell'ipotesi secondo cui la prolungata debolezza economica sarebbe dovuta al ritardo delle riforme strutturali:

 

"Venticinque anni fa, parlammo di 'Unione Economica e Monetaria'. Da allora, abbiamo avuto successo con l'unione monetaria, ma non siamo stati molto efficaci nell'unione economica. Le prestazioni economiche mediamente abbastanza buone nell'area dell'euro nascondono ancora eterogeneità individuali. Pertanto, prima di tutto, alcuni paesi, come Francia e Italia, devono accelerare le riforme strutturali interne per aumentare l'operatività e la flessibilità delle loro economie. E permettetemi di essere chiaro, è nel nostro interesse nazionale: attualmente abbiamo una crescita economica e un'occupazione inferiore a quelle di alcuni nostri vicini, come la Germania, la Spagna e l'Olanda, che hanno avuto successo nel portare avanti le riforme necessarie".

 

L'ipotesi della persistente debolezza economica dovuta al ritardo delle riforme strutturali è, naturalmente, in linea con le solite superstizioni della teoria economica mainstream, secondo la quale i mercati devono essere liberati da tutte le "rigidità", poiché così renderanno possibile - sempre e ovunque - la crescita più veloce e la massima felicità generale. Se alcune economie crescono più velocemente di altre, ciò è dovuto alle riforme strutturali che sono state attuate con successo. Se le economie crescono con un ritmo più lento, questo è dovuto solamente al fatto che non hanno ancora attuato le urgenti riforme strutturali.

 

La semplicità intellettuale di questa visione del mondo è impressionante, e piace a quelli che, forse con un occhio all'opportunismo politico, vogliono semplicemente unirsi al gregge neo-liberale. Ma prima di spiegare un'alternativa, permetteteci di rivedere per prima cosa la situazione attuale e alcuni sviluppi storici nei quattro grandi stati membri dell'eurozona.

 

Il Grafico 2, lo sviluppo economico delle quattro maggiori nazioni dell'eurozona nell'era neo-liberale, mostra lo sviluppo economico dei quattro maggiori stati membri dell'euro dal 1980, tenendo come base il 1999, l'anno in cui fu introdotto l'euro. Ogni dieci anni, per esempio, c'è stata una recessione, ma in ogni caso ci sono stati sviluppi abbastanza simili in Germania, Francia e Italia negli anni '80 e '90.

 

[caption id="attachment_14323" align="alignnone" width="2000"] Grafico 2[/caption]

 

La Germania ha sperimentato una breve accelerazione della crescita negli anni attorno alla riunificazione tedesca; ma la Francia ha recuperato nuovamente nel corso degli anni '90. Nel complesso, lo sviluppo dell'Italia durante questo periodo è stato solo leggermente più lento di quello di Germania e Francia. La Spagna, dal canto suo, entrata nella Comunità Europea solo nel 1986, stava recuperando con successo, sperimentando una prolungata crescita fino al 2009. L'accelerazione della crescita della Spagna che iniziò a metà degli anni '80, esclusa la recessione all'inizio degli anni '90, fu mantenuta fino alla grande crisi finanziaria. Per la Germania e la Francia, nell'insieme, la tendenza è quasi parallela nel periodo successivo all'introduzione dell'euro: la Germania è stata paralizzata prima della grande crisi, e la Francia è stata paralizzata da allora. Nel caso della Spagna, osservatori ottimisti sperano adesso in una ripresa del processo di recupero, che potrebbe essere stato interrotto dalla profonda crisi finanziaria; mentre l'Italia sembra essere naufragata ai margini, sotto il regime dell'euro, come si può di nuovo chiaramente vedere nel grafico.

 

[caption id="attachment_14324" align="alignnone" width="2000"] Grafico 3. Lo sviluppo dei redditi pro-capite: processo di recupero e convergenza.[/caption]

 

Lo sviluppo del reddito pro-capite (in potere d'acquisto - stime aggiustate del FMI), che può essere visto nel grafico 3 per il periodo che inizia dal 1980, mostra anche che la Germania, tra i tre stati membri più anziani, aveva un leggero vantaggio di circa il 5% attorno al 2005, mentre la Spagna per un periodo è stata capace di ridurre significativamente le sue molto più ampie carenze. Ma la Spagna e persino la Francia da allora sono tornate significativamente indietro. È inoltre facile vedere perché la Germania generalmente è percepita come la vincitrice dell'euro e della sua crisi e perché il resto d'Europa è visto come perdente.

 

Il divario economico decisivo all'interno della zona euro si riflette anche nella situazione del mercato del lavoro (grafico 4): in Germania, il tasso di disoccupazione oggi è basso come prima della recessione dei primi anni '80, o addirittura più basso di quanto fu durante il "boom della riunificazione". Negli altri tre paesi, invece, vengono tutt'ora registrati primati storici negativi. In Francia e Italia il tasso di disoccupazione è sceso di poco negli ultimi anni. In Spagna è sceso più decisamente, ma partendo da un livello molto alto. La Germania tradizionalmente ha avuto un tasso di disoccupazione più basso degli altri tre paesi, ma è stata in controtendenza negli anni '90 fino alla grande crisi finanziaria. In quel periodo la disoccupazione in Germania è cresciuta, contrariamente alla tendenza nel resto della zona euro, e ha superato il livello di disoccupazione degli altri tre paesi maggiori. Perché la Germania ha avuto difficoltà in questo periodo? E come è stata capace di risorgere dalle ceneri, come una fenice - mentre gli altri paesi dell'euro, e la zona euro nel suo complesso, non si sono ancora risollevati dalla crisi?

 

[caption id="attachment_14328" align="alignnone" width="2000"] Grafico 4 - L'andamento della disoccupazione dal 1980, nelle economie maggiori della zona euro[/caption]

 

Lo sviluppo economico insolitamente scarso nella zona euro è particolarmente evidente se confrontato con quello di altri paesi sviluppati, specialmente quando si esamini lo sviluppo della domanda interna a partire dalla grande crisi finanziaria del 2009 (grafico 5). Anche se le economie sviluppate più importanti hanno per lo più fallito nello svilupparsi in modo soddisfacente dopo la crisi globale, la zona euro è rimasta molto indietro ed è la grande ritardataria nel panorama internazionale. Secondo i dati ufficiali, la zona euro non è riuscita a tornare ai livelli pre-crisi della domanda fino al 2016.

 

[caption id="attachment_14329" align="alignnone" width="2000"] Grafico 5 - Andamento della domanda interna - l'eurozona è molto in ritardo, secondo gli standard internazionali[/caption]

 

Il quadro d'insieme della situazione è inequivocabile e non c'è alcun modo convincente di negarlo: la politica economica della zona euro ovviamente ha fallito. In effetti, se l'euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito. L'instabilità politica e sociale in quasi tutti gli stati membri ha raggiunto livelli che fanno sembrare una reale possibilità la totale rottura della UEM. Pertanto parlare di "crisi esistenziale" della UE non è un'esagerazione. Wolfgang Munchau ha formulato appropriatamente e senza giri di parole questo punto, riferendosi ai principali colpevoli (Financial Times, 27 marzo 2017).

 

"L'insuccesso nel superare la crisi dell'eurozona è uno dei grandi errori storici dell'Europa del dopoguerra - l'eredità di Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Francois Hollande e tutti quelli che hanno avuto un ruolo in questo disastro politico. È una delle principali ragioni dell'ascesa del populismo. Ci ha reso tutti vulnerabili ad altre crisi. L'uscita di un singolo paese dall'eurozona scatenerebbe una crisi finanziaria di proporzioni inimmaginabili".

 

Sono soprattutto le politiche economiche della Germania a essere responsabili di avere spinto l'eurozona nella sua ancora irrisolta crisi esistenziale. È grottesco che la Germania, dopo aver distrutto la UEM con le sue peculiari politiche "beggar-thy-neighbour" [letteralmente "rovina il tuo vicino"; espressione usata per indicare politiche che beneficiano il proprio paese scaricandone i costi sui paesi vicini, ndt], continui a condurre le danze e ostacoli una vera ripresa dei suoi partner. L'eurozona in effetti ha bisogno di riforme strutturali. Ma le riforme di cui ha urgentemente bisogno riguardano le politiche macroeconomiche e istituzionali, e non hanno nulla a che fare con l'infilare l'Europa ancora più a fondo nel purgatorio neoliberale. L'agenda neoliberale di affamare lo Stato in nome dell'austerità e impoverire i lavoratori nel nome della flessibilità e della competitività può portare soltanto alla distruzione di quello che leader politici responsabili hanno cercato di costruire in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.

18/02/18

Le tasse sono per la gente comune, non per i miliardari

Le élite economiche e politiche del mondo si considerano una "nuova aristocrazia globale", che come quella feudale di sangue vuole godere del privilegio di essere esentata dal pagamento delle tasse. Una vera e propria rivolta dei privilegiati, in cui miliardari e multinazionali rifiutano di pagare le tasse, appoggiandosi ad una rete globale di professionisti e paradisi fiscali e praticando un vero e proprio terrorismo fiscale verso gli Stati nazionali. Una rivolta che non avrebbe successo senza l'appoggio complice dei governi e senza regole fatte su misura dai principali partiti nazionali per eludere le tasse e facilitare i condoni fiscali, in un'esplicita dimostrazione che gli stati nazionali sono ormai catturati dall'oligarchia globale. Da Huffpost Spagna.

 

 

 

di Miguel Urbàn, 9 febbraio 2018

 

Leona Helmsley, moglie del miliardario Harry Helmsley (condannato per evasione fiscale) ha dichiarato con orgoglio che "le tasse sono per le persone normali". E la verità è che la ragione non le manca. Da lungo tempo vediamo come anno dopo anno vengono alla luce nuove fughe di notizie, che dimostrano che le élite economiche e politiche del mondo si considerano una "nuova aristocrazia globale", che gode del privilegio di essere esentata dal pagamento delle tasse.

 

Nel frattempo, i lavoratori e i piccoli imprenditori contribuiscono con le loro tasse e sopperiscono anche alla parte che altri non hanno pagato. Aumenta la disuguaglianza nel mondo e l'austerità si insedia nelle politiche pubbliche con i tagli alla nostra educazione, alla nostra salute, in definitiva ai  nostri diritti.

 

L'evasione e l'elusione fiscale non sono casi isolati o congiunturali, ma sono intimamente legati a un fenomeno strutturale del capitalismo liquido del nostro tempo, e sono intimamente legati all'offensiva neoliberale che sta investendo le nostre economie da decenni. Lo stesso Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, ha dichiarato al Parlamento Europeo che siamo soggetti a un ingiusto regime fiscale globale e che dietro i paradisi fiscali si nasconde un settore  basato sulla segretezza che crea una "economia globale ombra". Un'economia globale che ha il suo epicentro amministrativo nel forum economico di Davos, che è si è tenuto qualche settimana fa nel primo e più importante paradiso fiscale del mondo, la Svizzera. Elite mondiali che rifiutano di pagare le tasse e concentrano sempre più ricchezza in poche mani.

 

I paradisi fiscali sono tra i principali responsabili dell'estrema disuguaglianza nella concentrazione della ricchezza, poiché consentono alle grandi multinazionali e alle grandi fortune di non pagare la giusta parte di tasse che spetta loro. In effetti, tutti gli studi dimostrano come non ci sia mai stato così tanto denaro nei paradisi fiscali come ora.

 

Secondo l'economista Gabriel Zucman, ci sono circa 7,6 trilioni di dollari di fortune personali nascoste in luoghi come la Svizzera, il Lussemburgo e Singapore. Ciò significa che le statistiche sulla disuguaglianza sottostimano seriamente il vero grado di concentrazione della ricchezza, poiché non includono il denaro nascosto in queste giurisdizioni opache o nei paradisi fiscali.

 

Nel mondo, oltre 600 miliardi (la metà del PIL spagnolo) sono redistribuiti artificiosamente ogni anno dalle multinazionali verso i paradisi fiscali. Tutte le società tranne una, Aena, dell'indice Ibex 35  "attualmente hanno una presenza in territori considerati paradisi fiscali, senza che tali sedi siano direttamente collegate all'esercizio della loro attività principale", sottolinea Oxfam. Una prassi che corrisponde a una macchinazione diffusa da parte delle multinazionali, per evitare di pagare le tasse massimizzando i propri profitti a scapito dei nostri diritti.

 

La nuova riforma fiscale di Donald Trump, fatta su misura per miliardari e multinazionali, ha abbassato le imposte societarie alle grandi multinazionali dal 35% al ​​20%, offrendo la possibilità di rimpatriare i profitti con una tassa dell' 8% per le attività illiquide e i profitti reinvestiti e del 15,5% per le attività liquide.

 

Come risultato del "condono fiscale" di Trump per i grandi capitali, Apple prevede di rimpatriare circa 250 miliardi di dollari di profitti che teneva nascosti in paesi terzi, in cambio di 38 miliardi di dollari di tasse da pagare, risparmiando più di 49,5 miliardi di dollari di imposta. Quasi nello stesso momento in cui Apple affermava in un comunicato che "un pagamento di queste dimensioni potrebbe essere il più grande del suo genere mai fatto", che in realtà ha coinciso con una delle più grandi truffe fiscali mai realizzate, querelava Attac Francia per le sue azioni di denuncia e critica delle pratiche di evasione fiscale effettuate dal colosso americano.

 

Panama è non solo uno dei più famosi paradisi fiscali del mondo, ma anche un caso paradigmatico della connessione tra le élite politiche e i facilitatori dell'evasione fiscale, un elemento essenziale perché la rete dell'evasione funzioni. Ramón Fonseca, mentre cogestiva lo studio con Jürgen Mossack, investito da una fuga di notizie conosciuta come "Panama Papers" e che lavorava con criminali e evasori di ogni tipo per i loro business off-shore, è stato un leader politico del principale partito del paese, che ha fornito consulenze o ha persino contribuito a redigere leggi a Panama. Un vero pirata offshore con lettera di corsa.

 

Nonostante gli scandali come la fuga di notizie dei Panama Papers, abbiamo visto come il governo spagnolo, che sa come restituire un favore, non solo non ha incluso Panama nella lista spagnola dei paradisi fiscali. Ma negli ultimi mesi ha insistito per tirarlo fuori dalla lista nera europea. L'elenco delle giurisdizioni terze che non cooperano in materia fiscale, ufficialmente chiamato la lista nera, intendeva essere la prima lista di paradisi fiscali comuni per tutta la UE, in sostituzione delle liste nazionali che avevano alcuni Stati, ma in realtà è nata già ferita a morte, dato che omette di menzionare o segnalare qualsiasi nascondiglio fiscale europeo. Una lista che più che nera è diventata la candeggina dei paradisi fiscali dei governi europei.

 

Stiamo assistendo ad una vera e propria rivolta dei privilegiati, in cui miliardari e multinazionali rifiutano di pagare le tasse praticando un vero e proprio terrorismo fiscale, con l'appoggio complice dei governi e dei partiti principali, mentre denunciano o minacciano chi denuncia la loro pratiche di appropriazione indebita delle finanze pubbliche. È per questo che la lotta contro l'evasione fiscale diventa ora più che mai una contestazione dell'ordine mondiale neoliberista imperante, una messa in discussione dell'accaparramento di tutte le risorse del pianeta da parte della minoranza dell'Un per cento. Una battaglia che non possiamo permetterci di perdere.

 

06/11/17

ZH: Preparatevi al collasso della UE

Zero Hedge rilancia un articolo che spiega come il caso catalano, dal punto di vista politico, sia l'ennesima inevitabile disfatta politica della UE. Nonostante qualcuno abbia ravvisato nella secessione catalana un obiettivo di frammentazione dello stato nazionale perseguito dai vertici europei, infatti, la situazione attuale non fa altro che esporre per l'ennesima volta la totale inettitudine delle istituzioni unioniste di Bruxelles. Nel frattempo il paese più potente, il vero egemone, la Germania, lascia fare per pura indifferenza. Qualunque cosa succeda, l'esito sarà quello di una conflittualità interna che nessuna istituzione superiore avrà l'autorità di mediare o ricomporre. Nel frattempo le forze armate tedesche si preparano al "caso peggiore", quello di crollo della UE.

 

 

di Raul Ilargi Meijer via The Automatic Earth blog, 05 novembre 2017

 

Se c'è una cosa che la diatriba tra Spagna e Catalogna può servire a ricordare è la Turchia. Per la UE si tratta di un problema molto più grosso di quanto si pensi.

 

Innanzitutto Bruxelles non può più continuare a insistere sul fatto che si tratti di un problema interno della Spagna, almeno non da quanto il presidente catalano Puidgemont è... a Bruxelles, dove si trovano anche altri quattro membri del suo governo.

 

Questa situazione sposta le decisioni dal sistema giudiziario spagnolo alla sua controparte belga. E le due parti non sono esattamente gemelle, nonostante si tratti di due paesi che fanno parte della UE. Questo porta alla luce un problema europeo piuttosto importante: la mancanza di omogeneità nei sistemi giudiziari. I cittadini dei paesi UE sono liberi di spostarsi e di lavorare in tutti i paesi della UE, ma sono comunque soggetti a diversi sistemi legislativi e a diverse costituzioni.

 

Il modo in cui il governo spagnolo sta cercando di mettere le mani su Puidgemont è esattamente lo stesso in cui il presidente turco Erdogan sta cercando di catturare il suo presunto arcinemico, Fethullah Gülen, che da tempo è residente in Pennsylvania. Ma gli Stati Uniti non sono disposti a estradare Gülen, nemmeno ora che la Turchia mette sotto arresto il personale delle ambasciate statunitensi. Gli americani ne hanno avuto abbastanza di Erdogan.

 

Erdogan accusa Gülen di organizzazione di un colpo di stato. Il primo ministro spagnolo Rajoy accusa il governo catalano esattamente della stessa cosa. Non si tratta, però, dello stesso tipo di colpo di stato. Quello turco è stato caratterizzato da violenza e morte. Quello spagnolo invece non lo è stato, o almeno non lo è stato da parte di chi oggi viene accusato di aver condotto questa azione.

 

Bruxelles avrebbe dovuto intervenire nel caos catalano già da molto tempo, invocando un incontro e una composizione pacifica, anziché insistere sul fatto che tutto questo non avesse a che vedere con la UE, come invece è stato vigliaccamente e facilmente affermato. O sei un'Unione oppure non lo sei. Se lo sei, allora è tua responsabilità garantire il benessere di tutti i tuoi cittadini. Non puoi fare distinzioni e preferenze, devi essere coerente.

 

Oggi il giornale belga De Standaard ha fatto una curiosa distinzione. Ha detto che al sistema giudiziario belga non è stato chiesto di "estradare" (uitlevering) Puidgemont in Spagna, ma di cederlo (overlevering). È questo l'assurdo lessico del legalese.

 

L'articolo ha anche affermato che il caso sarà portato davanti a tre diverse corti giudiziarie, ciascuna delle quali avrà 15 giorni per annunciare una propria decisione. Per questo motivo Puidgemont è al sicuro per almeno un mese e mezzo. Poi, per il 21 dicembre, Rajoy ha indetto le elezioni in Catalogna. In vista di queste si dice che voglia bandire come illegali diversi partiti. Non sorprendetevi se tra questi ci sarà il partito di Puidgemont.

 

Peraltro, se anche il presidente catalano democraticamente eletto dovesse perdere tutti i ricorsi a sua disposizione, potrebbe sempre chiedere asilo politico al Belgio (a quanto pare il Belgio è l'unico paese UE a cui i cittadini UE possano chiedere asilo politico). A quel punto ci troveremmo in una situazione giudiziaria alquanto caotica, che vedrà la Spagna contro il Belgio contro la UE. In un certo senso questo sarebbe un fatto positivo, perché metterebbe alla prova un sistema che non è affatto preparato a tutte queste divergenze.

 

Ma che ennesimo disastro sarebbe, per la UE! Ha già mostrato zero capacità di leadership in questo caso politico, sia da parte dei suoi vertici come il capo della Commissione Europea, Juncker, sia da parte di Angela Merkel, il suo capo di stato più potente. Come potremmo non pensare che l'Unione Europea sia completamente alla deriva? Da questo punto di vista si tratta di una situazione non meno grave della crisi dei rifugiati o della decapitazione dell'economia greca.

 

La minaccia di infliggere condanne a 30 anni di prigione a persone che hanno solamente organizzato un'elezione pacifica non è esattamente ciò per cui la UE dovrebbe battersi. E adesso che sta avvenendo, questo minaccia la sua stessa sopravvivenza. L'Europa non può essere la terra di Francisco Franco o di Erdogan. Non può voltarsi dall'altra parte e pretendere di andare avanti.

 

Potrebbe essere questo il motivo per il quale le forze armate tedesche, la Bundeswehr, hanno preparato un rapporto che considera gli scenari futuri per l'Europa, inclusi i peggiori. L'articolo di Der Spiegel è scritto solo in tedesco, e il mio tedesco è un po' arrugginito, ma la traduzione via Google sembra terribilmente accurata. Ho dovuto cambiare solo poche parole.

 

Gli autori non immaginano che l'opzione peggiore si verifichi in Spagna o in Grecia, ma forse dovrebbero. Ad ogni modo, le loro proiezioni sono abbastanza chiare e danno da pensare.

 

Gli strateghi militari pensano che il crollo della UE sia possibile:

 

Secondo le informazioni di Der Spiegel, la Bundeswehr avrebbe esaminato per la prima volta scenari che seguono le tendenze della società e della politica fino al 2040. Gli strateghi stanno cercando di definire anche il peggiore degli scenari possibili. La Bundeswehr ritiene che la fine dell'Occidente nella sua forma attuale sia una possibilità che potrebbe verificarsi entro i prossimi decenni. Tutto questo secondo le informazioni che Der Spiegel ha ottenuto da "Prospettive strategiche 2040", un documento che è stato adottato alla fine di febbraio dai vertici del Ministero della Difesa e che da allora è stato tenuto sotto silenzio.


Per la prima volta nella storia, questo documento di 102 pagine della Bundeswehr mostra come le tendenze nella società e i conflitti internazionali possano influenzare le politiche di sicurezza tedesche dei decenni a venire. Lo studio definisce il quadro entro il quale la Bundeswehr dovrà probabilmente muoversi nel prossimo futuro.


Il documento non fornisce alcuna decisione specifica sugli equipaggiamenti e le forze in campo. In uno dei sei scenari ("La disintegrazione della UE e la Germania in modalità reattiva") gli autori ipotizzano una serie di "contrapposizioni multiple". Le proiezioni future descrivono un mondo nel quale l'ordine internazionale sarà eroso dopo "decenni di instabilità", i sistemi di valori globali divergeranno e la globalizzazione avrà termine.


"L'ampliamento della UE è stato un obiettivo per lo più abbandonato, già altri paesi hanno lasciato il blocco UE e l'Europa ha perso la sua competitività globale", scrive uno stratega della Bundeswehr. "Un mondo sempre più caotico e propenso al conflitto ha mutato drasticamente il contesto della difesa per la Germania e l'Europa". Nel quinto scenario ("Oriente contro Occidente"), alcuni paesi della UE orientale hanno bloccato il processo di integrazione europea mentre altri hanno già "aderito al blocco orientale".


Nel quarto scenario ("competizione multipolare") l'estremismo è in crescita e ci sono paesi UE che "occasionalmente sembrano avvicinarsi al modello russo" di capitalismo statale. Il documento non fa espressamente alcuna previsione, ma tutti gli scenari sembrano "verosimili entro il 2040", scrivono gli autori. Le simulazioni sono state sviluppate da studiosi del Federal Armed Forces Planning Office.


 

È abbastanza divertente notare che le "proiezioni future" assomigliano proprio alla UE di oggi, almeno per come la vedo io, non a quella del 2040.

 

C'è un lungo articolo a pagamento di Der Spiegel su questo, ma tutto ciò dovrebbe essere quantomeno argomento di discussione. Angela Merkel può anche passare tutto il suo tempo a pronunciare discorsi pro-UE, e così possono fare anche tutti gli altri leader europei, ma il suo esercito ha dei seri dubbi su tutto ciò. E di fronte alla palude che si è aperta col caso catalano, chi potrebbe più dubitare che abbiano ragione ad avere dubbi?

 

Il movimento DiEM25 di Yanis Varoufakis è completamente indirizzato alla democratizzazione della UE, ma si tratta davvero di un obiettivo realistico? Quanto deve divergere un'Unione prima di decidere che è meglio lasciarla andare al suo destino? La Polonia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca perseguono obiettivi completamente diversi da quelli dei Paesi Bassi e della Germania. Il nuovo presidente francese Macron si sta rendendo sempre più conto che tutto ciò che può fare è ciò che la Merkel gli permette di fare.

 

E ora ecco che arriva la Spagna e cerca di comminare leggi franchiste e violenza ai suoi cittadini. Bruxelles non fa nulla, Berlino non fa nulla. I rifugiati possono restarsene a marcire sulle isole greche se i paesi dell'Est non li vogliono, e le nonne catalane vengono massacrate dalle truppe franchiste mentre Bruxelles non trova proprio niente da ridire.

 

Il modo in cui la UE funziona oggi non è un caso, così come non lo sono i suoi recenti sviluppi. La Bruxelles di oggi è il culmine di 50-60 anni di progressiva istituzionalizzazione. Non è cosa che si possa cambiare con un'elezione qua o là.

 

La Catalogna sarà la fine dei giochi per Bruxelles? O lo sarà invece la crisi dei rifugiati? Lo sarà la Brexit? E' impossibile dirlo, ma ciò che è sicuro è che allo stato attuale l'Unione non ha futuro, e al tempo stesso non c'è alcuna soluzione in vista. I poteri attualmente in essere sono ben radicati, e non hanno alcuna intenzione di abdicare solo perché lo vuole qualche paese, o parte di qualche paese, o qualche partito politico, o qualche gruppo di elettori.

 

La UE è profondamente antidemocratica e ha tutta l'intenzione di rimanerlo.

 

Immaginate che il Belgio "ceda" Puidgemont, l'uomo il cui movimento ha portato la nonviolenza a un livello nuovo e moderno, e immaginate che Rajoy lo condanni a 30 anni di carcere, e che lo stesso individuo il giorno dopo sieda a qualche meeting a Bruxelles. Che quadro verrebbe dipinto davanti agli occhi di 500 milioni di cittadini europei?

 

Sono pazzi se pensano di cavarsela in questo modo.

 

05/10/17

Marco Zanni a Sputnik: il governo Rajoy è finito, quali conseguenze?

In un'intervista a Sputnik, l'europarlamentare Marco Zanni commenta la questione Catalogna per quelli che potrebbero essere i suoi effetti sulla Unione europea: se certamente il referendum catalano metterà in crisi il governo Rajoy, che come spiegato dall'europarlamentare non avrà probabilmente più i numeri per far passare la sua legge di bilancio, si pone la questione di dove porta questa instabilità del governo spagnolo. Una possibilità potrebbe essere l'avanzata di partiti euroscettici, con l'indebolimento della UE, mentre l'altra vede la stessa Unione europea avvantaggiarsi di questa crisi dello stato nazionale per portare a compimento la centralizzazione di tutti i poteri a Bruxelles. E la seconda, purtroppo, data l'affinità tra Podemos e Tsipras, appare come la più probabile.  

 

 

 

3 Ottobre 2017

 

Secondo le autorità catalane, oltre il 90% degli oltre 2 milioni di voti ha sostenuto l'indipendenza, ma Madrid considera illecito il voto. La popolazione della Catalogna è di 7,5 milioni, con circa 5,4 milioni di elettori.

 

Marco Zanni, membro del Parlamento europeo, ha sottolineato come il potenziale crollo del governo Rajoy potrebbe portare al potere i partiti euroscettici in Spagna, contribuendo ad un acuirsi della tensione, che già esiste in molti paesi europei, tra i sostenitori dell'UE e i suoi oppositori.

 

La votazione catalana rappresenta una sconfitta per la carriera politica di Rajoy

 

Secondo Zanni, è difficile valutare le conseguenze del conflitto tra Madrid e la Catalogna, ma la carriera politica del primo ministro molto probabilmente ne soffrirà.

 

"Penso che la conseguenza politica più importante di quello che è successo ... [domenica] in Catalogna sarà la fine di questo governo di minoranza e la fine della carriera politica di Rajoy", ha detto Zanni.

 

L'attuale governo spagnolo si è formato dopo uno stallo prolungato, in quanto né il Partito Popolare di Rajoy (PP) né il Partito socialista dei lavoratori spagnolo (PSOE) erano in grado di formare il governo da soli.

 

Il PP detiene 134 seggi su 350 alla Camera dei deputati e 149 seggi su 266 al Senato. Il PSOE ha rispettivamente 84 e 62 seggi.

 

"In realtà, senza il sostegno del Partito Nazionalista Basco (PNV), [Rajoy] non sarà in grado di far passare il bilancio 2018 in Parlamento; questo porterà alle elezioni anticipate nella primavera del 2018, con un esito difficile da prevedere", ha detto Zanni.

 

Il PNV coi suoi cinque seggi alla Camera è stato cruciale per l'approvazione del bilancio 2017, ma c'è da considerare che i Baschi hanno avuto nel passato diversi movimenti separatisti e un'esperienza diretta di lotta per l'indipendenza.

 

Zanni ha quindi concluso dicendo che probabilmente il governo cadrà e che la campagna elettorale potrebbe svolgersi in un'atmosfera "densa di nervosismo".

 

Lunedì, Rajoy ha incontrato il leader del PSOE, Pedro Sanchez, che ha invitato il Primo Ministro a discutere della crisi catalana con tutti i partiti presenti in Parlamento. Il PSOE ha anche chiesto al governo di avviare negoziati con Carles Puigdemont, il capo del governo catalano.

 

Il referendum può portare instabilità nell'UE

 

Secondo il politico italiano, l'Unione europea potrebbe avere a che fare con l'effetto domino dell'instabilità in Spagna.

 

"Per l'UE le conseguenze potrebbero essere duplici: potrebbe esserci un impatto negativo sulle future riforme dell'UE e della zona euro (Rajoy è stato uno degli alleati più importanti per le istituzioni dell'UE e di Bruxelles) e un impatto sulla stabilità della Spagna e del governo spagnolo che potrebbe portare Podemos o altri partiti anti-UE al potere in Spagna", ha spiegato Zanni.

 

Il membro del Parlamento europeo ha suggerito anche che "la debolezza di uno Stato nazionale" in seguito al referendum catalano potrebbe provocare una conseguenza positiva per l'Unione europea, creando l'occasione per "dar vita a un'Unione europea più centralizzata e non democratica".

 

Zanni ha aggiunto che se il governo catalano dichiarasse unilateralmente l'indipendenza, allora l'Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero prendere una posizione più chiara sulla questione.

 

Lunedì la Commissione europea ha dichiarato di considerare il voto illegale, ma ha sottolineato che si tratta di una questione interna.

 

Secondo Zanni, la Commissione europea dovrebbe intervenire anche sull'eccessivo uso della forza da parte di Madrid, "invocando una violazione dell'articolo 7 del Trattato" sull'Unione europea, che stabilisce la procedura per sanzionare gli stati membri per violazioni dei diritti.

 

Madrid ha inviato forze di pubblica sicurezza in Catalogna nel tentativo di impedire il referendum. Secondo il Dipartimento della Salute catalano, 893 persone hanno avuto bisogno di cure mediche in seguito agli scontri avvenuti nel giorno del referendum.

 

 

A completamento e precisazione dell'intervista, le considerazioni di Zanni pubblicate sulla sua pagina Facebook:

 

 

"...L'unica conseguenza politica rilevante sarà la caduta del governo di minoranza di Rajoy e la fine della sua carriera politica ad alti livelli. Da modello degli europeisti sostenitori dell'austerità espansiva, il primo ministro spagnolo diventerà un amico scomodo, da scaricare il prima possibile. Non si preoccupino gli Juncker, i Draghi, i Tusk e compagnia bella, ci penseranno gli indipendentisti baschi a far saltare il banco, non votando la legge di bilancio spagnola per il 2018. Questo porterà a nuove elezioni nella primavera del 2018 e il risultato non potrà che essere un governo con una grande coalizione di "responsabili" che continui a portare avanti le politiche di risanamento volute da Bruxelles e dalla Troika. Questo perché nello scenario politico attuale della Spagna non vedo una forza di rottura avversa a euro e a UE in grado di far saltare il banco. Podemos si è dimostrata degna alleata di Tsipras e non farà niente di rilevante, limitandosi a partecipare come curatore fallimentare allo smantellamento del Paese.

 

Certo, un rischio per l'UE c'è: perdere un alleato importante come Rajoy in un Paese importante e dover trovarsi a gestire una situazione politica molto instabile in Spagna. Non credo che questo accadrà perché appunto, come già evidenziato, non vedo all'orizzonte forze politiche in grado di sparigliare le carte. Spero, come dico nell'intervista, di essere smentito da Podemos, ma ne dubito fortemente.

 

L'ultimo punto di riflessione riguarda l'utilizzo politico che la Commissione Europea fa delle regole e dei Trattati. Chi mi segue ormai è consapevole del fatto che l'UE non sia un'istituzione democratica e che le regole vengono interpretate a seconda della convenienza e della forza del Paese in campo.

 

A rigor di logica, ci sarebbe tutto lo spazio per iniziare un'indagine e poi eventualmente far partire un processo sanzionatorio contro il governo spagnolo per aver contravvenuto alle disposizioni dell'articolo 7 del Trattato, che punisce gli Stati membri che utilizzino la forza militare contro la propria popolazione. Vi ricordate l'articolo 7? Sicuramente, perché è quello su cui poggia il battibecco recente tra Commissione europea e Polonia e Ungheria: il rispetto della cosiddetta Rule of Law, i minimi standard di democrazia secondo l'UE. Bene, con i governi nemici e scomodi (perché euroscettici) di Polonia e Ungheria Juncker e il suo vice Timmermans hanno alzato la voce, arrivando anche, per i polacchi, a far partire una procedura di infrazione. Pensate che Juncker e i suoi compari, teleguidati dalla Merkel, saranno altrettanto zelanti con l'amico e alleato Rajoy? Non credo proprio.

 

Concludo dicendo e ribadendo un concetto che, al di là di tutto, ritengo fondamentale per la nostra battaglia contro la dittatura UE: oggi lo spazio di discussione e lotta democratica dentro questo sistema marcio è e sarà lo Stato-nazione e le nostre Costituzioni nazionali. All'interno di questo Stato noi dobbiamo continuare la nostra battaglia per una democrazia sostanziale e non solo cosmetica, per ripristinare le tutele socio-economiche scritte a chiare lettere nella nostra Costituzione. E' quindi nostro compito tutelare l'integrità dello Stato-nazione come spazio naturale della dialettica democratica. Possiamo sicuramente discutere di più o meno autonomia nella gestione delle risorse e dei compiti, e questo può essere positivo, ma sempre nell'ambito di questo contenitore. Preservare l'integrità dello Stato-nazione è un passo fondamentale per portare avanti la nostra battaglia contro istituzioni illegittime e anti-democratiche.

 

 

 

03/10/17

Sapir - La Catalogna insanguinata


  1. Jacques Sapir scrive un equilibrato articolo sulla questione del referendum catalano tenuto questa domenica 1° ottobre. La violenza che è stata inflitta dalla polizia ai manifestanti e l'arroganza del governo di Rajoy, che si è rifiutato di considerare in qualsiasi modo la consultazione referendaria, sono stati gravissimi errori del governo centrale, in un paese la cui fragile unità era stata consolidata nel 20° secolo con difficili compromessi. Dopo ciò che è avvenuto, la questione di un referendum legittimato dal governo non è più eludibile, almeno da un punto di vista politico.

01/09/17

La Catalogna, come il Belgio, è l’anello debole nella lotta dell’Europa contro il terrorismo

All'indomani della strage terroristica alla Rambla di Barcellona, lo storico e scrittore inglese Michael Burleigh rivela inquietanti retroscena sui collegamenti tra Islam radicale e movimenti separatisti catalani. La debolezza di una piccola regione dilaniata da divisioni interne, l'insufficienza di capacità organizzative e di intelligence, e una retorica superficiale sull'integrazione: questo è il mix esplosivo che ha reso la Catalogna, così come altri stati europei di piccole dimensioni, particolarmente vulnerabile di fronte alla minaccia terroristica.

 

 

 

di Michael Burleigh

22 agosto 2017

 

 

I fatti sanguinosi di venerdì scorso in Catalogna come di consueto hanno suscitato tardivi  moniti sulle barriere di sicurezza nei luoghi pubblici, e messaggi istituzionali di solidarietà da parte di sindaci, primi ministri e presidenti. Gli ‘esperti’ di terrorismo hanno anche potuto dissertare a proposito di dissuasori e di vetri anti-proiettile per vetrine.

 

 

Quello che invece varrebbe la pena capire, e con urgenza, è come una ricca provincia del nordest spagnolo di 7,5 milioni di abitanti sia potuta diventare una fucina dell’Islam radicale, e in che modo ciò si rapporti ai movimenti separatisti e alle questioni di sicurezza in tutti i piccoli stati o aspiranti tali, come ad esempio il Belgio e la Scozia.

 

 

La Catalogna ospita mezzo milione di musulmani, più di un quarto del totale di tutta la Spagna, molti dei quali erano stati originariamente reclutati per lavorare nelle campagne a sud-ovest della regione vicino a Tarragona. Molti musulmani residenti in Europa del nord transitano regolarmente da questa regione nei loro viaggi verso il Nord Africa. Solo a Barcellona si trovano 60.000 pachistani.

 

 

Tra il 2013 e il 2017, un quarto degli arrestati per terrorismo in Spagna provenivano da Barcellona o il suo circondario, e la quota sale a 37,5% nel caso dei condannati per crimini jihadisti tra il 2004 e il 2012.

 

 

Non c’è da stupirsi.

 

 

Si prenda ad esempio questo cablogramma diplomatico del 2007 (diffuso da Wikileaks) dell’allora ambasciatore americano in Spagna Eduardo Aguirre:

 

 

La forte ondata migratoria - legale e illegale - dal Nord Africa e dal Sudest asiatico ha trasformato la Catalogna in un polo d’attrazione per il reclutamento dei terroristi...la minaccia è evidente...la regione autonoma di Catalogna è divenuta una delle principali basi operative per attività terroristiche. Le autorità spagnole riferiscono di temere i rischi causati dalla presenza di comunità disgregate di immigrati suscettibili di radicalizzazione, ma di non disporre dell’intelligence o della capacità di infiltrare tali gruppi.”2


 

 

Come evidenziato dai servizi segreti spagnoli nel 2011, la Catalogna ospita un quarto delle moschee salafite presenti in Spagna, ossia quell’Islam arcaico praticato e propagato dall’Arabia Saudita ed altri stati de Golfo. I sauditi hanno finanziato la costruzione di una mega moschea a Salt per i 12.000 fedeli della città. Il Qatar non è da meno, avendo investito a Barcellona nella conversione di un’arena per corride in disuso – La Monumental – nella terza più grande moschea al mondo dopo Mecca e Medina3.

 



 

LA MONUMENTAL

 

 

La maggior parte delle moschee salafite sono in realtà situate in modesti locali, in scantinati o garage, e la preponderanza della setta è generalmente dovuta a infiltrazioni ed intimidazioni contro gli imam moderati, che vengono sistematicamente estromessi dai fanatici.

 

 

HISBA E AL-ANDALUS

 

 

Ovunque sia presente, il Salafismo tende immancabilmente a raggelare la vita normale, allo stesso modo in cui uno spiffero da sotto una porta o una finestra rende spiacevole stare in una stanza. C’è un nome per questo ed è “hisba”, il preteso diritto di imporre comportamenti ritenuti giusti e proibire quelli non conformi. I severi guardiani dell’ordine sono per lo più giovani marginalizzati, che tentano di accrescere il loro status sociale auto-proclamandosi arbitri della morale pubblica.

 

 

Ciò si traduce nel perseguitare i bambini non-musulmani che mangiano panini al prosciutto a scuola, incoraggiare gli uomini a picchiare le mogli disobbedienti, obbligare le ragazze ad indossare l’hijab, impedire ai proprietari di kebab di vendere birra e, come in un episodio accaduto a Lleida, avvelenare dozzine di cani perché ritenuti ‘impuri’.

 

 

Nei casi estremi, la narrazione storica salafita tende anche a trasformare i suoi devoti in guerrieri impegnati nella riconquista di Al-Andalus, il califfato islamico medievale che dominò la Spagna dal 711 al 1492, anche se in Catalogna l’esperienza è durata meno di un secolo (per questo nella regione non si trovano esempi di architettura islamica) 4.

 

 

LA SECESSIONE E LA SICUREZZA

 

 

Va anche sottolineato il collegamento tra le attività dei gruppi islamici e le ambizioni secessionistiche della Catalogna, che il 1 ottobre saranno messe alla prova in un referendum illegale per la secessione dalla Spagna.

 

 

Come si è già visto nel caso del Belgio, questi stati di dimensioni particolarmente piccole non sono molto efficienti nel fronteggiare adeguatamente il terrorismo islamico, anche perché sono spesso dilaniati da conflitti inter-linguistici che assorbono tutta la loro attenzione, come quello tra fiamminghi e valloni, e che hanno come risultato una decentralizzazione e frammentazione senza speranza dei servizi di sicurezza e di intelligence.

 

 

La Spagna a dire il vero dispone di forze nazionali di contro-spionaggio estremamente capaci, abituate ad intervenire preventivamente in caso di complotti e, grazie all’esperienza fatta con il terrorismo basco dell’Eta, in grado di gestire gli elementi pericolosi disperdendoli in carceri separate. Lo stesso non si può dire dei Mossos d’Esquadra catalani, la forza di polizia regionale, la cui principale preoccupazione è al momento il ruolo che dovrebbero ricoprire durante il referendum illegale.

 

 

I partiti catalani indipendentisti promuovono da tempo l’immigrazione dai paesi arabi in ragione del fatto che questi immigrati (a differenza degli ecuadoriani o dei peruviani che parlano spagnolo) avrebbero automaticamente imparato il catalano invece dello spagnolo. L’utilizzo prevalente della lingua regionale è infatti fondamentale per l’identità catalana e la prospettiva di indipendenza. Questo va di pari passo con il tipico marketing mistificatore sulla diversità di Barcellona o sul suo ruolo centrale in un’ipotetica società multiculturale mediterranea. Il partito Convergenza e Unione ha cercato di rastrellare centomila voti islamici promettendo la licenza per la moschea di Barcellona nell’arena dismessa (dopo che nel 2012 il governo regionale aveva già abolito le corride per distinguere la Catalogna dalla Spagna)5.

 

 

Uno degli effetti più singolari è stata la conversione di un notevole numero di separatisti catalani all’Islam. Si parla di due militanti su dieci dell’estrema Sinistra Repubblicana di Catalogna, partito che attualmente fa parte della coalizione di governo della Catalogna. “Sto studiando l’arabo, ma preferisco leggere il Corano in catalano. Prego Allah in catalano. È in questa lingua che lo sento meglio,” queste le parole di uno di questi adepti. Rinunciare al Natale, al ballo della Sardana e a mangiare maiale sono piccoli sacrifici in confronto ad una coalizione tra estrema sinistra e Islam radicale.

 



 

 

SEPARATISTI SVENTOLANO BANDIERE CATALANANE

 

 

E INFINE, L’ISIS

 

 

Fino a venerdì scorso, le autorità (spagnole) erano riuscite a sventare grossi attentati, uno in particolare nel 2008 quando dieci pachistani furono fermati prima di replicare l’attentato del 2004 alla stazione Atocha di Madrid che causò 192 morti ed oltre duemila feriti in quella che è stata la peggior strage terroristica in Europa. Questa volta, l’obiettivo era la metropolitana di Barcellona.

 

 

Ma venerdì i catalani hanno avuto meno fortuna, poiché noleggiare alcuni furgoni per fare una strage non lascia molte tracce sospette, per quanto la fabbrica di esplosivi di Alcanar avrebbe dovuto destare preoccupazioni. Pare che il piano fosse di trasformare cento bombole di gas butano in un’autobomba, che avrebbe avuto come obiettivo la Sagrada Familia. Solo per caso gli aspiranti bombaroli si sono fatti saltare in aria mentre armeggiavano con gli esplosivi.

 

 

Un apparente effetto secondario della caduta del califfato dell’ISIS in Iraq e Siria sarà certamente un’ondata di attacchi terroristici sostitutivi, non solo in Europa o in America, ma anche in Iran, Cina, Russia e molti altri paesi, man mano che jihadisti con esperienza di combattimento si stabiliscono altrove come rifugiati. Come minimo, le autorità politiche avrebbero il dovere di fare in modo che nulla, nella cultura del paese ospitante, possa contribuire ad offrire terreno fertile in cui queste male erbe possano propagarsi. Ma guardando alla Catalogna, non c’è da essere molto ottimisti.

 

 

NOTE

 

 

Giulia Paravicini ‘Barcelona’s strong ties to radical Islam’ Politico.eu 18 agosto 2017

 

Soeren Kern ‘The Islamic Republic of Catalonia’, Gatestone Institute, 12 October 2012 per il testo del cablogramma.

 

Ignacio Cembrero ‘El CNI alerta de que Seis Paises Musulmanes Financianal Islamismo’ El Pais 31 luglio 2011

 

Lorenzo Vidonio ‘A Case Study: Catalonia’ in his Hisba in Europe? Assessing a Murky Phenomenon (European Foundation for Democracy 2013) pp. 45ss.

 

Soeren Kern ‘Catalonia to Muslims: Support Independence, Get Mega-Mosque’ Gatestone Institute 7 agosto 2014

 

 

Fra i libri di Michael Burleigh si ricorda "Blood and Rage: A Cultural History of Terrorism" (Harper Collins 2008). L'autore scrive da oltre quindici anni sul terrorismo islamico per varie testate giornalistiche.

07/08/17

Spagna: la povertà colpisce milioni di persone, nonostante la crescita


  • Nella Spagna che guida la "ripresa" dell'eurozona, la povertà non accenna a diminuire e anzi, diventata cronica, interessa sempre più parte della classe media, che si ritrova intrappolata nella condizione di working poor tra lavori precari e intermittenti e la disoccupazione. Sicché, mentre il perimetro dello stato si riduce lasciando che le lacune del welfare vengano colmate da organizzazioni caritatevoli private, che alleviano la condizione di indigenza di persone un tempo benestanti, anche nella "Spagna in ripresa" strombazzata dai media mainstream appare sempre più evidente che questo sistema distrugge molti posti di lavoro approfondendo le disuguaglianze in tempi di crisi senza essere capace di ridurle in tempi di ripresa economica. Da Euronews.


 

di Valerie Gauriat, 28 luglio 2017

 

 

Sembra una qualsiasi giornata d'estate in una piscina alla periferia di Siviglia, nel sud della Spagna: un gruppo di bambini sta sguazzando in acqua.

 

Ma è un giorno speciale per loro. Sono qui con gli operatori sociali dell'organizzazione Entre Amigos (Tra Amici).

 

Fanno parte dei milioni di spagnoli che non stanno raccogliendo i frutti della ripresa economica.
Li accompagniamo nel loro quartiere a Polígono Sur, noto come 'le 3.000 case', uno dei più poveri della Spagna.

 

I bambini sono tra le centinaia che ricevono pasti gratuiti dall'organizzazione nelle scuole del quartiere, durante le vacanze estive. Fanno parte di un programma lanciato a livello nazionale tre anni fa dalla ONG Educo.

 

"Le richieste per i nostri pasti estivi sono aumentati del 40% rispetto allo scorso anno", racconta Fernando Rodríguez di Educo Andalucía. "La crisi economica ha portato a tagli di bilancio nei finanziamenti sociali, nell'istruzione, nella salute. Questo ha portato molte famiglie a cercare di ridurre la spesa alimentare. Nessuno è ancora alla fame, ma in Spagna c'è malnutrizione".

 

Oltre il 40% dei bambini vive in povertà a Siviglia. Può essere una delle destinazioni turistiche principali, ma è anche la quinta città più povera del paese. Una situazione che guadagna terreno tra le famiglie della classe media spagnola.

 

Famiglie come quella di Salud Funes. Ogni mattina, lungo la strada verso il lavoro, lascia i suoi gemelli in una scuola nel quartiere Palmete, dove l'ONG Save the Children colma le lacune del welfare spagnolo, offrendo giochi per bambini e attività educative.

 

"Sono arrivate nuove famiglie, persone che hanno perso il lavoro o che lavorano in condizioni molto precarie e non hanno più benefici sociali. La nostra preoccupazione principale è che questo tipo di povertà si sta trasformando in un fenomeno cronico", afferma Javier Cuenca, direttore di Save the Children Andalucía.

 

Salud vive con la sua famiglia nella casa dei genitori, insieme alle famiglie della sorella e del fratello.

 

Sia lei che suo marito hanno un posto di lavoro - lei lavora come aiutante domestica, lui è un operaio edile - ma non possono permettersi di pagare l'affitto per proprio conto.

 

"Mia madre ci aiuta, mette ogni giorno cibo sul tavolo e compra la prima colazione per i bambini. Andiamo avanti in questo modo", ci dice.

 

Uscito dal mondo del lavoro per diversi anni dopo la crisi economica, il marito di Salud finalmente ha trovato un posto di lavoro pochi mesi fa. Ma non si può far affidamento sul salario, dice.

 

"Il primo mese ha guadagnato 800 euro, il secondo 900 euro, il terzo 550 euro. È un disastro totale, non sappiamo cosa guadagneremo da un mese all'altro. Dipende, a seconda di quante ore di lavoro ci danno. Così faccio risparmi nei mesi che guadagno di più, che poi spendo quando guadagno meno. Perché altrimenti ci sono mesi in cui non saremmo nemmeno in grado di pagare le bollette".

 

In un'altra parte di Siviglia, nel cuore del centro storico, incontriamo Manolo Garrido. È un attivista e portavoce della cosiddetta Piattaforma per le vittime del mutuo, il PAH.

 

La maggior parte delle persone che incontriamo presso la sede del PAH a Siviglia aveva una vita confortevole. La crisi ha cambiato tutto questo. Indebitati, incapaci di far fronte a tassi bancari proibitivi, alcuni hanno già perso le propria casa. Altri stanno combattendo per tenersela.

 

"Vengono qui per trovare conforto e aiuto, diciamo loro che c'è sempre spazio per negoziare. Se non riescono a pagare il loro debito, forse c'è un'altra soluzione, non devono necessariamente finire per strada", spiega Manolo.

 

Celestina Velasco è tra coloro che hanno trovato speranza al PAH. Gestiva una società edile con suo marito, impiegava circa quindici persone. Quando i loro maggiori clienti non hanno pagato i conti, la coppia non è riuscita a rimborsare i propri prestiti bancari. Sono andati in bancarotta. Il loro appartamento è stato sequestrato. Gli uffici della società sono stati messi all'asta.

 

"Guarda", ci mostra gli uffici chiusi, "questi erano i nostri uffici. Ho perso la mia casa, ed ora è in corso un processo giudiziario, ed è probabile che la banca si prenderà l'immobile. E anche allora, dovrò continuare a pagare il mio debito... per il resto della mia vita".

 

Oggi, Celestina vive con i suoi due figli nell'appartamento del figlio venticinquenne. Con il suo stipendio mensile di 1.000 euro, copre la maggior parte delle loro esigenze.

 

La rovina economica di Celestina le ha causato una grave depressione e un divorzio. A 53 anni, sta cercando di risorgere. Ha appena trovato un lavoro temporaneo in una società di servizi per gli anziani, per 500 euro al mese.

 

"Ho questo lavoro da due o tre mesi, non so per quanto durerà", ci dice. "Ogni giorno cerco lavoro, non ho mai smesso. Chiedo aiuto agli operatori sociali e alla Caritas, mi hanno messo in contatto con un po' di gente e pertanto invio i CV a ristoranti, bar, luoghi così. Sto solo cercando di trovare qualcosa".

 

La Spagna ha uno dei tassi di crescita più alti della zona euro. Ma i tassi di povertà in Andalusia sono gli stessi di quando si era nel pieno della crisi, afferma Mariano Perez de Ayala, direttore regionale della Caritas (l'Agenzia cattolica per l'aiuto internazionale e lo sviluppo). Secondo lui, le politiche di austerità e le riforme in materia di diritto del lavoro hanno portato a una maggiore precarietà in Spagna.

 

"Il nostro sistema non riduce le diseguaglianze in tempi di boom economico e distrugge molti posti di lavoro e approfondisce le disuguaglianze in tempi di crisi", afferma. "La crisi ha cancellato molti successi sociali in Europa. Abbiamo visto l'ascesa di un modello neoliberale che minaccia il sistema di assistenza sociale. Le riforme del lavoro che sono state attuate in base a questo modello sono state deleterie per molti conquiste sociali degli ultimi anni".

 

Asunción Campanario non ha avuto un lavoro a tempo indeterminato per nove anni. Una volta alla settimana, va dai grossisti per comprare beni che vende nei mercati e nel suo quartiere.

 

Madre di due bambini, si occupa anche della sua madre anziana. Dice che lei e suo marito semplicemente non ce la potevano fare senza l'aiuto delle organizzazioni caritatevoli.

 

"Ho avuto la mia attività, ho gestito un bar, ho anche lavorato nel commercio all'ingrosso, ho venduto gioielli e accessori. Anche mio marito lavorava ovunque trovasse un posto di lavoro - nella manutenzione degli ascensori, nei cantieri - ce la siamo cavata abbastanza bene. Abbiamo lavorato per gli altri e stavamo molto meglio allora. Ora siamo lavoratori autonomi e lavoriamo parecchio di più per meno".

 

La mattina seguente, incontriamo Asunción al mercato.

 

"Le vendite non sono molte, non sono molte, perché è molto caldo e non ci sono molte persone, ma sto lottando! Parlo molto, quindi riesco a vendere! "

 

Asunción fa del proprio meglio, ma non si aspetta che le cose migliorino presto: "Andrà avanti così", ci dice. "I politici continueranno a rubare denaro e a riempirsi le tasche. Pensano solo a se stessi! E noi, i poveri, siamo gli ultimi! Continueremo ad essere poveri. I poveri saranno più poveri e i ricchi saranno più ricchi. È sempre stato così".