Visualizzazione post con etichetta Wolfgang Munchau. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wolfgang Munchau. Mostra tutti i post

06/08/21

La campagna vaccinale sta commettendo gli stessi errori del “Remain”



Il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau pubblica su The Spectator le sue considerazioni critiche  sulla campagna vaccinale in corso. Anche dal punto di vista di chi è sinceramente convinto che una campagna vaccinale di massa sia la risposta giusta e possa portare all'immunità di gregge, l'opportunismo della comunicazione usata dai governi e dai media, basata su ciò che fa comodo o meno diffondere, in spregio alla verità e alla correttezza del dibattito, risulta non solo fastidioso, ma rischia anche di dimostrarsi controproducente rispetto agli obiettivi; come già successo, ad esempio, con il ribaltamento di tutte le aspettative avvenuto con la Brexit. 


di Wolfgang Münchau, 30 Luglio 2021


Una delle grandi lezioni degli ultimi cinque anni è come le campagne politiche possano iniziare con quelle che sembrano essere delle ottime premesse e finire poi  per perdere con il 48 per cento dei voti. Quello che è successo alla campagna per il “Remain” sta ora accadendo alla campagna vaccinale - e in diversi paesi.

I governi stanno etichettando gli anti-vaccinisti da stupidi; stanno esagerando le loro ragioni, come il ministro dell'istruzione francese, che ha suggerito che la vaccinazione significa che non si possono più infettare gli altri. Oppure danno lezioncine, dicendo che la gente dovrebbe ascoltare gli esperti. E quando le cose si mettono davvero male, parlano di obbligo. La vaccinazione obbligatoria è il secondo referendum del nostro tempo.

La vaccinazione è una delle grandi storie di successo della scienza moderna. Ed è un trionfo della scienza tedesca e britannica in particolare. L'obiettivo ora dovrebbe essere quello di rendere disponibili i vaccini a chiunque, in qualsiasi parte del mondo, e di diffondere tutte le informazioni a riguardo. Non combatteremo le bugie anti-vaxxer con il segreto d'ufficio.

Ricordate come la notizia dei coaguli di sangue di AstraZeneca è trapelata quasi per caso, quando un laboratorio di ricerca tedesco indipendente ha lanciato l'allarme? A quel tempo, nel Regno Unito erano già state distribuite moltissime dosi di quel vaccino. Perché il Regno Unito non ha fornito volontariamente tali informazioni? Questi dati cruciali sono stati condivisi solo quando le agenzie di medicina, allarmate dalla ricerca tedesca, ne hanno fatto richiesta. Perché non condividere i dati volontariamente? Il pubblico non era davvero in grado di gestire queste informazioni?

E perché non ammettere che logicamente esiste un certo grado di incertezza sugli effetti collaterali a lungo termine dei vaccini? Nel dibattito che si sta svolgendo in Germania sull'opportunità di somministrare il vaccino ai minori di 18 anni e ai bambini piccoli, tale incertezza è almeno riconosciuta dai funzionari. Logicamente è anche vero che il rischio di effetti collaterali da vaccino rispetto al rischio di malattia grave Covid-19 è diverso per i bambini rispetto agli anziani.

C'è anche una mancanza di informazioni sull'efficacia del vaccino. Gran parte dei dati disponibili sulla variante Delta sembrano provenire da Israele e dai Paesi Bassi. Com'è possibile, quando ci sono così tante più infezioni della variante Delta nel Regno Unito? Gli studi israeliani suggeriscono che il vaccino offre un'elevata protezione contro la malattia grave, ma un livello inferiore di protezione contro l'infezione e contro la diffusione del virus.

Se è così, qual è allora la logica di rendere obbligatoria la vaccinazione per determinati gruppi di persone? I test non sarebbero più efficaci? Forse la vera ragione per cui i governi vogliono aumentare i tassi di vaccinazione oltre i loro obiettivi originali è proprio perché i vaccini sono meno efficaci: ne servono di più per ottenere lo stesso grado di immunità di gregge.

Nel Regno Unito, l'89 per cento degli adulti si è fatto avanti per la vaccinazione, ma la diffusione sta rallentando. La stragrande maggioranza dei vaccini somministrati ora sono follow-up: la domanda per la prima dose sta diminuendo rapidamente.

 Allora, a chi si rivolge il governo con i suoi duri discorsi e i passaporti vaccinali? L'esitazione vaccinale è più acuta tra i giovani, gli indigenti e le minoranze etniche.

I recenti discorsi sul divieto per i non vaccinati di frequentare i locali notturni - o sull'autoisolamento dopo aver visitato i paesi dell'Amber list - non stanno avendo alcun effetto evidente sul tasso di vaccinazione dei giovani che si sta stabilizzando a un tasso inferiore.


 

Sapendo come funziona la comunicazione del governo, la spiegazione più plausibile è che le informazioni vengano diffuse in base a ciò che si deve sapere. I governi non vogliono che dei dati scomodi interferiscano con la campagna. Ma si ricordi che se si nascondono le informazioni, si lascia spazio alle persone su Facebook che dicono che i vaccini contengono un microchip del cervello di Bill Gates.

A quel punto si è persa la superiorità morale. Nella campagna di vaccinazione gli Stati Uniti sembrano dirigersi verso un'altra divisione 50-50, come il Remain contro Leave o Trump vs Clinton. Perché la campagna di vaccinazione abbia successo, richiede un margine di vittoria superiore a quello di Joe Biden su Donald Trump.

 

Wolfgang Münchau è direttore di EuroIntelligence, dalla cui rassegna quotidiana è tratto questo articolo.

21/04/21

Eurointelligence: la Dexit si fa strada in Germania




Sul prestigioso sito Eurointelligence, diretto da Wolfgang Munchau, già editorialista del Financial Times, troviamo alcune considerazioni sull'onda antieuropea che cresce in Germania.  In primo luogo il partito dell'AfD che assume una posizione netta per l'uscita dalla UE,  e che rischia di diventare un ostacolo agli equilibri della prossima coalizione di governo. In secondo luogo, gli ultimi sondaggi che segnalano come nella opinione pubblica tedesca il calo di fiducia verso la UE mostri un carattere duraturo e persistente, tale da apparire irreversibile e da richiamare  alla mente il déja-vu della Brexit. 


L'AfD per la Dexit,  13 Aprile 2021

Stanno accadendo un sacco di cose in Germania in questo momento, e ciascuna  potrebbe fare storia a sé. Una di queste è la decisione dell'AfD di sostenere la Dexit. Non è difficile indovinare cosa significhi questa parola. Il partito è nato con un'agenda di uscita dall'euro. Adesso vuole uscire dall'UE.

 Questa decisione è stata il risultato di una rivolta all'interno del partito. Uno dei suoi leader, Jörg Meuthen, che è anche un eurodeputato, avrebbe voluto una formulazione meno netta. Ma i radicali del partito sono riusciti a inserire l'intero pacchetto Dexit nel programma elettorale ufficiale. Come c’era da aspettarsi, il partito ha anche ribadito la sua posizione anti-immigrazione, così come la sua opposizione di principio al lockdown. Anche questo abbastanza scontato. Ma la Dexit è interessante per una serie di ragioni.

In Germania, ovviamente, un partito che favorisce la Dexit non vincerà le elezioni. Né l'AfD parteciperà a un governo. Ma crediamo che il numero di tedeschi che vogliono che il paese lasci l'UE sia maggiore dell'attuale base elettorale dell'AfD.

Se guardiamo  alle dinamiche della politica tedesca in questo momento, CDU / CSU sono irrimediabilmente divisi. Il FDP trarrà vantaggio da questo, ma il FDP non pesca a destra dello spettro politico.

L'AfD ha attraversato un brutto momento, ma ora  è dato all'11-12%, vicino al risultato del 2017. Se riuscissero a ottenere altri due o tre punti percentuali, ciò potrebbe avere una forte influenza sull'aritmetica della coalizione di governo. Infatti tutti gli altri partiti hanno dichiarato che in nessun caso entreranno in una coalizione con l'AfD, e ciò significa che più grande diventa l'AfD, maggiore sarà lo scoglio per la prossima coalizione. Anche due o tre punti percentuali sono quindi un grosso problema.

Abbiamo notato un paio di compiaciuti giornalisti politici tedeschi concludere che la Dexit sarà una proposta perdente. E abbiamo avuto un deja-vu. È così che è iniziata la Brexit. I sostenitori del Remain erano tranquilli e soddisfatti, e quando si sono resi conto che c’era una battaglia, hanno mantenuto le loro vecchie argomentazioni sui vantaggi del mercato unico. Non è affatto sicuro che i sostenitori tedeschi dell'UE saprebbero condurre meglio una campagna a favore dell'adesione all'UE, se mai si arrivasse a questo.

Consideriamo anche altri parallelismi con il Regno Unito. Negli ultimi anni c'è stata molta retorica antieuropea nel dibattito tedesco sull’Europa. La BCE è ancora impopolare. E per il disastro sugli ordini dei vaccini i tedeschi incolpano l'UE, non il loro governo incompetente. Il sostegno all'UE è in caduta, anche se non in misura tale da avere una maggioranza per l’uscita. Tuttavia ci sono abbastanza sostenitori della Dexit per garantire il successo di un singolo partito. Una delle lezioni della Brexit è di non sottovalutare le conseguenze politiche di un discorso antieuropeo.


Il carattere persistente dell'euroscetticismo, 21 Aprile 2021

Ci dispiace per i sondaggisti che detestano il risultato del loro sondaggio e quindi cercano di costruirci sopra uno spin. Il rispettabile istituto tedesco Allensbach ce l’ha messa tutta questa mattina per sottolineare che il suo ultimo sondaggio sull’atteggiamento nei confronti della UE conferma il sostegno della Germania all'integrazione europea. Ma se si guardano i numeri, non la si mette necessariamente allo stesso modo.

Per cominciare, i tedeschi hanno perso la fiducia nella Commissione europea. Solo il 21% dei tedeschi afferma di avere molta o un certo grado di fiducia nella Commissione, un dato in calo rispetto al 30% del 2019, e in contrasto con il 50% che mostra fiducia verso il governo tedesco.

L'8% afferma che la Germania ha tratto beneficio dagli acquisti di vaccini dell'UE, mentre il 46% lo nega. Ma ciò che colpisce davvero è l’euroscetticismo strisciante. Il 39% vuole il ritorno delle competenze dall'UE agli Stati membri. Solo il 12% desidera maggiori competenze per l'UE. Il 63% pensa che l'UE sia eccessivamente burocratica e il 58% ritiene che la Germania dovrà pagare per i paesi sovraindebitati della zona euro. Allensbach sottolinea che la maggior parte degli indicatori è rimasta invariata rispetto agli ultimi anni. Ma è interessante che il sostegno all'UE non sia migliorato dopo la crisi della zona euro, come ci sarebbe stato da aspettarsi. Sembra un effetto isteresi. Il sostegno alla UE diminuisce ad ogni crisi, e rimane bloccato al livello più basso.

Crediamo dunque che la campagna pro Dexit dell’AfD sia più pericolosa di quanto sembri. La divisione interna all'AfD potrebbe creare difficoltà, ma il partito ha il potenziale per attirare i voti di protesta dagli elettori scontenti della CDU, specialmente all'est. Ed è l'unico partito disposto a pescare nel serbatoio del sentimento anti-UE. I numeri di Allensbach non suggeriscono che i tedeschi siano in maggioranza a favore dell'uscita dall'UE. Ma ci dicono che l'euroscetticismo è ampio e persistente.

Teniamo a mente che è così che è iniziata la Brexit.

 


25/04/20

Wolfgang Munchau - Italia e Spagna piegate: passa il Recovery Fund tedesco



Wolfgang Munchau, direttore di Eurointelligence ed editor del Financial Times, commenta il “recovery fund” su cui il Consiglio Europeo giovedì ha trovato un accordo di massima, sebbene solo nelle intenzioni. Italia e Spagna ne escono sconfitte e passa il piano presentato dai tedeschi, con un fondo assolutamente insufficiente in termini di ampiezza, tardivo nell’applicazione, e da implementare in modalità tale da non farne assolutamente uno strumento di stimolo fiscale, di cui invece ci sarebbe bisogno. Munchau sottolinea  il fallimento di Conte nelle trattative, dovuto all’incapacità di fare squadra con altri paesi, ma anche all’inadeguata conoscenza dei meccanismi di funzionamento della UE.


di Wolfgang Munchau, 24 aprile 2020

Nella nostra valutazione dell’impatto economico delle misure finora concordate, sappiamo già gran parte di quanto è necessario conoscere. Il Consiglio Europeo ha trovato un accordo sulla versione di Angela Merkel, e non sui Coronabond né sulla proposta spagnola. Come riportato da FAZ stamattina, il piano prevede che la UE aumenti il suo bilancio dall’attuale 1,2% al 2% per un periodo di due o tre anni. Questo aumento non avverrà sotto forma di contributi diretti da parte dei paesi membri, ma sotto forma di garanzie. L’articolo stima il volume annuale a una somma di 100 miliardi di euro, ovvero, secondo i nostri calcoli, lo 0,6% del PIL dell’Unione Europea (EU-27). Il totale dei prestiti che potrebbero essere fatti sarebbe nell’ordine di 250-300 miliardi di euro nell’arco di due o tre anni.


21/01/20

EuroIntelligence – Il mondo ha scoperto come ricattare la Germania

Wolfgang Munchau in uno dei suoi “Briefing” su EuroIntelligence evidenzia come la Germania si trovi con le mani sempre più legate negli affari con l’estero, a causa della dipendenza del suo sistema economico da una ormai cristallizzata politica mercantilista. Gli Stati Uniti prima, e ora la Cina sulla questione dello sviluppo della rete 5G da parte di Huawei in Europa, possono sempre sollevare contro la Germania la minaccia dei dazi, particolarmente verso l’industria automobilistica, a causa della dipendenza del paese tedesco dalle esportazioni. E quello che vale per la Germania, vale sempre di più per la intera UE.

 

 

di Wolfgang Munchau - EuroIntelligence, 17 gennaio 2020

 

Dopo che l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre dazi sulle auto tedesche come conseguenza della questione Iran, adesso è la Cina che avanza la stessa minaccia con riferimento a Huawei. Il mondo ha scoperto che la Germania, e per estensione la UE, è vulnerabile alle minacce in chiave mercantilista. Questo è ciò che accade quando i surplus commerciali non si realizzano per caso, ma sono parte essenziale della propria strategia economica.

 

Il New York Times cita un membro della commissione per gli affari digitali del Bundestag, secondo il quale i cinesi avrebbero chiarito, durante conversazioni private con i funzionari tedeschi, che faranno rappresaglia proprio là dove fa male: contro l’industria automobilistica. Anche il precedente ambasciatore cinese in Germania aveva avvertito che ci sarebbero state conseguenze, ma senza specificarle. Le minacce manifestate in privato sembrano essere diventate uno strumento fondamentale della diplomazia internazionale. Il Washington Post questa settimana ha riportato che l’amministrazione statunitense avrebbe minacciato i funzionari UE di imporre dazi sulle automobili a meno che la UE non acconsentisse ad avviare una procedura di arbitrato sul nucleare iraniano.

 

Angela Merkel, come sempre, conduce l’affare da dietro le quinte. L’ultima decisione spetta al Bundestag. C’è forte opposizione contro Huawei da parte delle lobby pro-atlantiste nella CDU, e specialmente da parte di Norbert Rottgen, capo della commissione per gli Affari esteri. Uno degli argomenti degli Stati Uniti contro l’offerta di Huawei è che le compagnie automobilistiche in futuro raccoglieranno un’ampia quantità di dati personali sui conducenti, e la Germania renderebbe di fatto questi dati disponibili al Partito Comunista Cinese.

 

Rottgen ha sollevato un altro punto importante, secondo la nostra prospettiva. Se si permette a Huawei di entrare in Germania, si mina l’unità europea e si danneggiano indirettamente i due concorrenti nord-europei di Huawei. Da un punto di vista strategico è il classico caso in cui la UE dovrebbe unirsi, preferire la “opzione europea”, e accettare il fatto che questa potrebbe essere più costosa, più lenta e meno conveniente.

 

Riteniamo, comunque, che le chance siano a favore di Huawei. La politica estera tedesca è da sempre mercantilista, non strategica. La Germania e la Francia hanno sempre dato priorità ai propri ristretti interessi industriali rispetto al bene europeo.

 

Non dobbiamo nemmeno sovrastimare l’effettiva influenza e posizione di Rottgen. È uno di quei membri della CDU che viene citato nei media anglofoni, ma questo non riflette necessariamente la maggioranza del Bundestag, e forse nemmeno la maggioranza del suo stesso gruppo. La CSU è a favore di Huawei. La CDU è divisa. La SPD è tradizionalmente il partito delle auto e del carbone. I tedeschi potrebbero giungere alla conclusione che sarà comunque difficile evitare i dazi statunitensi sulle automobili.

 

E l’opinione pubblica è diventata incredibilmente anti-americana. Secondo un sondaggio di Deutschlandtrend, il 57% dei tedeschi non ha alcuna fiducia negli Stati Uniti, mentre solo il 25% esprime la stessa opinione rispetto alla Russia.

30/05/19

Juncker contro Salvini – La battaglia esistenziale della politica europea

Wolfgang Munchau commenta su EuroIntelligence l’attuale scenario europeo post-elezioni. La Commissione europea sta avviando una procedura per debito eccessivo contro l’Italia. Questa è riferita, a dire il vero, all’anno fiscale 2018, quando era in vigore la legge finanziaria del governo Gentiloni. Tuttavia, l’attuale scena politica italiana appare molto meno incline al compromesso di quanto lo fosse con il governo precedente, rendendo la situazione potenzialmente esplosiva alla luce degli equilibri in campo. Inoltre, a questa potrebbe aggiungersi a breve una procedura per deficit eccessivo.

 

 

 

Di Wolfgang Munchau, 30 maggio 2019

 

Nella battaglia in corso tra la Commissione europea e il governo italiano la posta in gioco è alta: il futuro della coalizione italiana, la credibilità delle regole fiscali UE, la solvibilità dello stato italiano e forse il futuro stesso dell’eurozona. Appare come l’ultima grande battaglia politica dell’uscente presidente di commissione Juncker.

 

Ieri Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno inviato una lettera a Giovanni Tria, dandogli due giorni di tempo per giustificare il fatto che l’Italia non abbia ridotto il debito pubblico. Se Roma non dovesse produrre argomenti soddisfacenti - e non lo farà - rischia di esporsi al primo passaggio della procedura per deficit eccessivo.

 

La procedura si compone di diversi passaggi, di cui il primo è il report che la Commissione presenterà all’Ecofin per ulteriori procedimenti. Ciò che ne consegue è una procedura molto dettagliata, che potrebbe terminare con l’imposizione di penalità fiscali contro lo stato membro in questione. Questo finora non era mai successo. Abbiamo già sostenuto varie volte che l’eurozona si sottoporrebbe a un grave rischio, se dovesse intraprendere questa procedura.

 

Il casus belli, stavolta, non  è il deficit eccessivo, ma il debito pubblico. Nel 2018 il rapporto debito/PIL dell’Italia è aumentato dal precedente 131% al 132%. Secondo l’ultima previsione sull’Italia formulata dalla Commissione, nel 2020 si arriverebbe a un ulteriore aumento, fino al 135%. La richiesta di Matteo Salvini di realizzare una forte riduzione delle tasse sui redditi non viene ancora nemmeno presa in considerazione in questi numeri. La previsione per il deficit di bilancio, corretto per il ciclo economico, è del 3,4% nel 2020, rispetto al 2,1% di adesso. Il punto, in questo momento, è il debito, ma nel bilancio 2020 il grande nodo sarà lo sforamento del limite del deficit.

 

Qualsiasi argomento Roma utilizzi, verrà incluso nel report iniziale stilato secondo l’articolo 126 del trattato della UE. La Commissione sottoporrà quindi il report alla Commissione Economia e Finanza. Questo costituirà l’atto di inizio del procedimento.

 

Non abbiamo idea di quali argomenti Tria potrebbe avanzare per cercare di convincere la Commissione e gli altri governi dell’eurozona che la sua politica fiscale rispetta la lettera o lo spirito delle regole fiscali. Dato l’isolamento politico di Roma nella UE che conta, e dati gli organismi di sorveglianza dell’eurozona, ci aspettiamo che il procedimento faccia il suo corso. Questo, a meno che il governo italiano non abbandoni la sua attuale politica di aumento del debito e del deficit e concordi tagli alla spesa, aumenti delle tasse, o entrambe le cose.

 

Data la forza politica di Salvini, questo non accadrà in alcuno scenario concepibile. Poniamo l'attenzione su un paio di scenari simulati, circolati sui media italiani, che hanno cercato di tradurre i risultati delle elezioni europee a livello nazionale. Secondo queste simulazioni Salvini avrebbe la maggioranza con una piccola coalizione formata in alleanza con i post-fascisti di Fratelli d’Italia. Viene ipotizzato che per formare un governo non ci sia nemmeno bisogno dell’anemica Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi.

 

Sommandosi alla controversia sul trattamento dei migranti, la radicalizzazione della politica italiana è a nostro parere il risultato diretto del tentativo dei precedenti governi di osservare le regole fiscali alla lettera, in particolare durante la presidenza di Mario Monti. È importante anche notare che la paventata procedura per deficit eccessivo è in realtà riferita all’anno fiscale 2018, per il quale la legge finanziaria fu redatta dal precedente governo, sotto la presidenza del Consiglio di Paolo Gentiloni. Questo conflitto sarebbe perciò sorto anche sotto un governo centrista.

 

L’attuale tendenza della politica italiana non favorisce il compromesso. Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle, verrà sottoposto a un voto di fiducia online da parte dei membri del suo partito. Ma se anche la coalizione dovesse durare ancora per alcuni mesi, non riusciamo a immaginare come possa raggiungere un compromesso compatibile con i parametri di Maastricht in vista della prossima legge finanziaria. Siamo di fronte a un prevedibile sforamento di deficit significativo, ben oltre la soglia del 3%, in qualsiasi scenario. Un governo decisamente di destra sarebbe meno elastico dal punto di vista fiscale rispetto all'attuale grande coalizione, perché non si impegnerebbe a mantenere l’attuale costoso sistema di welfare voluto dal Movimento Cinque Stelle. Ciononostante, un’amministrazione guidata da Salvini sarebbe puro veleno per la UE. Più la UE preme contro il governo italiano, maggiore sarà il contraccolpo da parte dell'Italia stessa. Questo è il motivo per cui non mi unisco al sollievo per la presunta debolezza dei populisti. Penso che un trionfo di Salvini abbia un impatto sulle politiche della UE ben maggiore di 10 o 20 europarlamentari “radicalisti” in più.

 

Al tempo stesso non c’è molto che la Commissione possa fare ora. Il Trattato pone un obbligo legale alla Commissione affinché agisca in queste circostanze, e lettere simili sono già state recapitate al Belgio e a Cipro. La questione è ovviamente meno esplosiva nel caso di questi ultimi paesi, benché la missiva belga potrebbe rappresentare un fattore di complicazione nelle difficili trattative post-elettorali che stanno avendo luogo in Belgio in questo momento per formare una maggioranza di governo.

10/02/19

Münchau - Il colpo di testa di Macron e la crisi franco-italiana

Su Eurointelligence, Wolfgang Münchau offre una piccola rassegna stampa e commenta in prima persona la recente crisi diplomatica tra Francia e Italia. Anche agli occhi degli europeisti convinti, come è Münchau,  l a  mossa di Macron sembrerebbe, per modalità e tempi, un vero e proprio colpo di testa fatto per motivi di politica interna, ed evidenzia la sua debolezza politica e la sua inadeguatezza per il ruolo. Non solo, infatti, compatta il governo italiano, ma toglie anche al presidente francese ulteriore credibilità come leader del fronte europeista alle prossime elezioni europee. Anche gli europeisti convinti dunque non esitano più a definirlo un buffone.

 

 

di Wolfgang  Münchau, 8 febbraio 2019

 

 

La Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, una mossa che non ha precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. La causa scatenante è stata l'incontro tra Luigi Di Maio e i gilets jaunes, ma in gioco c'è molto di più.

 

Di Maio e Matteo Salvini stanno attaccando Emmanuel Macron da mesi. Fino ad ora il presidente francese ha ignorato questi attacchi considerandoli insignificanti e ha ribadito che tratta soltanto col primo ministro italiano. Cosa è cambiato? Elevare una crisi politica ad affare di stato è una mossa alquanto straordinaria, che avrà conseguenze politiche. Macron ci ha riflettuto?

 

Per prima cosa esaminiamo la causa scatenante: Di Maio si è incontrato con membri della lista di Ingrid Levavasseur e di un altro dei rappresentanti più espliciti dei gilets jaunes, il controverso Christophe Chalencon. Di Maio ha quindi postato una foto tutti insieme in un tweet entusiasta su Twitter. La Levavasseur non c'era, aveva anche avvertito che Di Maio stava pregiudicando il progetto su cui stavano lavorando e ha ribadito che, anche se erano presenti dei membri della sua lista, la lista non c'entra niente. Quindi questa foto è soltanto un po' di fumo negli occhi, destinato agli elettori Cinque Stelle? La strategia di fomentare il risentimento contro il presidente francese può essere un modo per aumentare la sua visibilità in vista delle elezioni europee? Secondo il canale televisivo italiano La 7, la settimana scorsa Giuseppe Conte avrebbe detto ad Angela Merkel che Di Maio punta ad attaccare la Francia per recuperare il terreno perso in vista delle elezioni europee, poiché è rimasto indietro rispetto a Salvini che ha già dalla sua parte il tema dell'immigrazione.

 

Adesso che Macron ha risposto in modo così pesante, il gioco è cambiato. Il fatto che Chalencon abbia invocato un colpo di stato militare nelle prime settimane dei jilets jaunes aiuta il governo francese a sostenere la tesi per cui questo, dopo tutto, è un affare di stato. Ma non ci sembra un collegamento essenziale. Lo stesso ambasciatore è rimasto sorpreso dalla mossa di Macron di richiamarlo a Parigi. Les Echos cita un ex-ambasciatore in Italia che la considera una reazione eccessiva e pensa che sarà di breve durata.

 

Cosa ne viene a Macron? A livello europeo, Macron può sperare di rianimare il suo fronte anti-populista. Manda un'immagine forte, di un presidente che agisce se provocato. Gli elettori francesi di destra che lo hanno considerato troppo remissivo nei confronti degli interessi tedeschi col trattato di Aachen potrebbero rallegrarsi di questa risposta vigorosa all'Italia.

 

Ma questa messa in scena avrà effetti duraturi? Non gli si ritorcerà contro se cercherà egli stesso di formare un'alleanza transnazionale per le elezioni europee?

 

C'è un intento strategico dietro la decisione di Macron?

 

Non si può negare che la decisione francese di richiamare il suo ambasciatore dall'Italia rappresenti una grave crisi europea. Come ricordano i giornali italiani, questa è la prima volta che accade dal 1940 - quando si verificò per ovvie e differenti ragioni. I media italiani riportano che la decisione non è stata preceduta da una telefonata. Il ministro degli esteri lo ha appreso da un comunicato stampa, come chiunque altro. L'effetto immediato della mossa di Emmanuel Macron è quello di creare coesione tra il governo italiano e i suoi critici. Prendete Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia e nota ospite dei talk show televisivi, una persona che abbiamo sempre reputato vicina a Matteo Renzi. Di seguito la sua analisi di stamani:

 

"Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in "guerra" con la Francia. Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo in uno scontro frontale Italia-Francia per via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo."


 

Annunziata non si schiera con le tattiche di Luigi Di Maio, ma riserva gran parte della sua critica a Macron. Considera la sua decisione un segno di debolezza, visto il fallimento nel procurarsi il necessario sostegno alla sua visione europea.

 

In Italia, la generale reazione politica è stata contenuta. Il Primo Ministro Giuseppe Conte ha detto di essere semplicemente sbalordito - senza parole, più che arrabbiato. I politici Cinque Stelle hanno interpretato la reazione di Macron come un colpo di cannone che dà inizio alla campagna per le elezioni europee, e promettono di farlo anche loro. La Lega ha cercato di prendere le distanze dai Cinque Stelle, mentre la rivalità tra i due partiti cresce in vista delle elezioni europee. E, come suggerisce un articolo del Corriere di stamani, questo conflitto ha risollevato il profilo pubblico dei Cinque Stelle,  rimasto sotto tono rispetto a quello della Lega. In un colpo solo, i Cinque Stelle sono di nuovo sulla ribalta.

 

Nikolas Busse offre una prospettiva diversa nel suo commento sul Frankfurter Allgemeine. Non si concentra tanto sul fatto che Macron abbia ragione o torto ad agire in questo modo, quanto sull'impatto negativo che i populisti italiani hanno già avuto sulla cultura del dialogo politico in Europa. L'intera idea dell'integrazione europea è quella di risolvere le differenze legittime in modo civile, attraverso le negoziazioni. Quando un ministro italiano dialoga con dimostranti violenti, incluso un uomo che invoca una dittatura militare in Francia, ha attraversato una linea rossa. I teppisti di destra e di sinistra in Europa sono riusciti a distruggere le relazioni bilaterali tradizionalmente buone tra gli stati membri, in un breve periodo di tempo.

 

Scrive Wolfgang Münchau:

 

Macron ha trasformato un confronto politico transfrontaliero in un confronto tra stati. Supporrei, ma non posso esserne certo, che ci siano altri calcoli dietro questa mossa, oltre a quello che ci è stato detto. Suppongo anche, ma non posso esserne certo, che abbia una strategia d'uscita. Ha considerato se diventerà più facile o più difficile per lui dar vita a un'alleanza in un paese dove non ha alleati naturali nello spettro politico - eccezion fatta per Matteo Renzi, il lupo solitario della politica italiana? Un'altra domanda è come questa storia finirà nei paesi più piccoli della UE, che tradizionalmente sono sensibili alle prepotenze da parte dei paesi UE più grandi. I politici come Sebastian Kurz si schiereranno con il vicino italiano o con Macron?

 

Mi chiedo anche come Angela Merkel consideri questa situazione. Suppongo che Macron non l'abbia nemmeno consultata sulla decisione - poiché non si è nemmeno preoccupato di avvisare né Conte né il Presidente italiano Sergio Mattarella. Mattarella ha agito in modo molto professionale e si è offerto come mediatore nella disputa. Per quale motivo Macron non lo ha cooptato prima di prendere la decisione? La mossa di Macron coincide con un'altra: cancellare la sua partecipazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco per concentrarsi sui temi interni. Sono solidale con la posizione francese sul Nord Stream 2, ma non è stupido attaccare l'Italia e la Germania nello stesso giorno? In Inghilterra, ricordo che fino a non molto tempo fa il concetto di "diplomazia tedesca" era considerato un ossimoro. In questi giorni, se volete vedere reazioni diplomatiche impulsive, dovete guardare a sud delle Alpi e a ovest del Reno. La modalità delle decisione, la mancanza di coordinamento e la breve cronistoria della presidenza Macron mi portano a concludere che sia stato un atto impulsivo, fatto nel contesto della politica interna, senza alcuna considerazione per il bene e gli interessi della UE. La tragedia degli europeisti come noi è che il nostro rappresentante politico più illustre nella UE agisce come un buffone.

 


06/01/19

Münchau - La crisi del liberalismo moderno è causata dalle forze del mercato

In un commento sul FT Wolfgang Münchau spiega come, anche prendendo alla lettera i principi dell'ordoliberismo, la crisi del capitalismo è in realtà dovuta alla degenerazione degli stessi principi di mercato che tale dottrina considera supremi e inappellabili. Laddove i primi ordoliberisti tedeschi avevano chiaro che fosse necessario creare le condizioni per un'equa ridistribuzione delle risorse, una sorta di "aiuto" alla mano invisibile del mercato perché si orientasse in direzione inclusiva della maggior parte della popolazione, oggi l'attenzione è focalizzata su dati e concetti macroeconomici complessivi come il PIL, che mal si prestano a descrivere la reale condizione delle famiglie. Una parte crescente di popolazione diviene così non tracciabile dagli operatori, che puntualmente poi restano sorpresi quando la maggioranza esclusa esprime, nelle strade come nelle urne, il malcontento represso con risultati indesiderati.

 

 

 

Wolfgang Münchau, 23 dicembre 2018

 

 

Quando penso alla crisi del nostro sistema liberale, mi viene in mente un incontro di quasi 20 anni fa a Berlino con Wolfgang Kartte, ex presidente dell'ente tedesco per l’antitrust. Gli chiesi perché lui e i suoi successori avevano spesso adottato posizioni così conservatrici nei casi di concorrenza, e in particolare perché erano così sprezzanti nei confronti delle argomentazioni economiche.

 

Come la maggior parte dei responsabili delle politiche economiche in Germania, Kartte, deceduto nel 2003, era un avvocato. Mi rispose che secondo lui il suo lavoro consisteva nell’aiutare i deboli a difendersi dai forti. Questo era il compito di un avvocato, non di un economista. Aggiunse anche che non era interessato a creare un livellamento di risorse, ma a favorire i più deboli.

 

La crisi del liberismo moderno ha elementi simili. Oggi si ripresenta una nuova versione del problema deboli contro forti - ma non c'è nessuno che inclini il campo nella direzione opposta. Le imprese più piccole pagano più tasse in relazione al loro reddito rispetto alle grandi multinazionali. Le politiche economiche dopo la crisi finanziaria hanno finito per ampliare le differenze di reddito e di ricchezza. I grandi flussi migratori hanno creato insicurezza, così come l'arrivo di nuove tecnologie. Quando gli elettori vengono chiamati deplorevoli - o trattati con sufficienza, come è successo nel Regno Unito dopo il voto sulla Brexit - al danno si aggiunge la beffa.

 

Kartte era un ordoliberista tedesco di vecchio stampo, della scuola di pensiero nata dopo il crollo della democrazia tedesca nei primi anni '30. La macroeconomia dell'ordoliberismo tedesco è alquanto inadeguata. Ma c’è una cosa in cui eccellevano. I loro principali studiosi hanno spiegato meglio di chiunque altro come l'ordine liberale tedesco degli anni '20 abbia fallito alienando la maggior parte della popolazione.

 

Una risposta breve e insolente sarebbe che la Repubblica di Weimar avrebbe favorito i più forti. Gli shock macroeconomici del periodo - iperinflazione e depressione - sono ben noti a tutti. È chiaro che abbiano contribuito in larga misura all'alienazione politica delle classi medie. Ma non sono stati le uniche cause. Quel periodo vide anche la crescita dei cartelli industriali che minacciavano la sopravvivenza di piccoli commercianti e imprenditori.

 

Quando gli ordoliberisti giunsero finalmente al potere nella Germania del dopoguerra, iniziarono a inclinare il piano nella direzione opposta creando un'infrastruttura aziendale e finanziaria per sostenere le piccole e medie imprese. Il Mittelstand tedesco è stato una causa della forza tedesca, ma anche della sua stagnazione. E una delle lezioni principali della storia economica moderna è che non si può prescindere dalla distribuzione del reddito e della ricchezza.

 

Questo non significa necessariamente auspicare la ridistribuzione. Si tratta di gestire attivamente il campo di applicazione del capitalismo per garantire che la maggior parte della popolazione non resti esclusa. Pensiamo al capitalismo imprenditoriale di Margaret Thatcher nel Regno Unito negli anni '80. Tramite la privatizzazione, ordinari risparmiatori divennero azionisti. Attraverso la vendita di case popolari, inquilini si trasformarono in proprietari.

 

Oggi non è possibile replicare questo esempio: non ci sono case popolari da vendere, né società da privatizzare. Ma per salvare il capitalismo moderno avremo bisogno di trovare modi per mantenere l'elettore medio coinvolto nel sistema, proprio come fece la Thatcher negli anni '80. Direi che gli elettori sono ancora relativamente soddisfatti in paesi come la Germania, il Benelux e l’Irlanda. Ma lo sono molto meno in Regno Unito, Francia o Italia.

 

Ciò che spesso conduce i sostenitori e i difensori della moderna democrazia liberale fuori strada nella loro analisi è la loro dipendenza da variabili aggregate macroeconomiche come il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente. Il decennio prima del referendum sulla Brexit è stato un decennio di relativa crescita del PIL. Nulla nei dati suggeriva che il Regno Unito avrebbe votato per lasciare l'UE. Ma le informazioni granulari dipingono un'immagine diversa. I dati basati sul sondaggio ufficiale delle risorse familiari e dal think-tank Resolution Foundation mostravano che, tra il 2002 e il 2015, il reddito delle famiglie escluso il costo degli alloggi era stagnante per il 60% delle famiglie a più basso reddito.

 

Anche l'attuale ondata di malcontento in Francia mal si concilia con una crescita del PIL relativamente solida dopo la crisi finanziaria. Ma uno studio del McKinsey Global Institute ha mostrato che la crescita del reddito si è interrotta bruscamente per quasi tutte le famiglie nelle economie avanzate.

 

Il principale collegio elettorale che sostenne la rivoluzione Thatcher negli anni '80 era il C2 - la classificazione demografica per la classe operaia qualificata. La Thatcher si è occupata della classe media. I suoi successori dapprima hanno ignorato le classi medie, poi si sono mostrati scioccati da eventi come Brexit.

 

Ogni sistema che lascia indietro il 60% della popolazione è sempre destinato a fallire. È l'ironia della sorte: il liberalismo sta fallendo proprio a causa delle stesse forze del mercato.

 

 

23/10/18

Eurointelligence - L'Italia formula la prima fondamentale sfida al Patto di Stabilità rafforzato

 

Nella rassegna stampa di Eurointelligence di oggi, diretta dall'editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau, si commenta il disegno di legge di bilancio dell'Italia come un'aperta e chiara sfida alle regole di bilancio europee e al Patto di stabilità. E tuttavia si sottolinea il noto e importante precedente del 2003, quando fu la Germania, con la Francia, a violare apertamente le regole, sostenendo che lo sforamento era necessario a seguito delle riforme effettuate per il rilancio dell'economia del paese, per di più giustificandosi ufficiosamente (e odiosamente) con la considerazione che alcuni paesi sono senza dubbio più uguali degli altri. L'Italia è certamente un paese di peso, e vedremo come andrà a finire. Münchau lamenta che questa sfida aperta costituisca un ostacolo alle tanto necessarie riforme che renderebbero l'eurozona un'unione monetaria sostenibile. Ma in verità a noi appare evidente come sia proprio la inevitabilità di questa sfida a dimostrare che le vagheggiate riforme sono in realtà un mito, ben lontano dalla reale volontà politica di Bruxelles.

 

 

 

Eurointelligence, 23 ottobre 2018

 

 

È difficile immaginare una sfida più importante all'autorità della Commissione europea dell'annuncio, arrivato da uno stato membro, di avere l'intenzione di infrangere le regole deliberatamente e consapevolmente - come ieri ha fatto l'Italia. Una simile inosservanza intenzionale minaccia l'intero edificio dell'autorità della Commissione, basato sulle regole e, in ultima analisi, la stessa integrazione europea basata sui trattati. Fu per questo motivo, con una mossa sensazionale che pochi all'epoca compresero, che la Commissione giunse a portare l'Ecofin dinanzi alla Corte europea quando nel 2003 la maggioranza dei ministri delle Finanze votarono per autorizzare la decisione di Germania e Francia di violare deliberatamente e apertamente le regole sul disavanzo contenute nel Patto di Stabilità originale. Un anno dopo, la Commissione vinse il ricorso e lo screditato Patto di Stabilità fu revisionato, e fu il primo dei molti tentativi di far funzionare meglio l'unione monetaria.

 

Nell'attuale confronto tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano, uno sguardo indietro agli anni 2003-2005 è tanto divertente quanto istruttivo. Allora furono Francia e Germania a rompere il Patto di Stabilità, come riportava con soddisfazione il Daily Telegraph – leggete l'articolo se avete tre minuti a disposizione e avete voglia di farvi una risata mattutina. Ricordiamo che Hans Eichel sosteneva con veemenza che la programmata violazione temporanea della regola del disavanzo da parte della Germania fosse una conseguenza inevitabile del pacchetto di riforme strutturali che il suo governo stava attuando, che avrebbe portato a una conseguente ripresa della crescita e a un ridimensionamento del deficit. Sfortunatamente, Eichel allora dichiarò anche, confidenzialmente, che il Patto di Stabilità non era stato istituito per disciplinare paesi del calibro della Germania.

 

La lettera di ieri di Giovanni Tria alla Commissione in alcune parti riecheggia Eichel. Tria promette che l'infrazione alle regole sarà temporanea e dichiara che è accompagnata da un intero pacchetto di riforme strutturali che è stato sottovalutato e amplificherà il potenziale di crescita dell'Italia, argomento sostenuto anche da Giuseppe Conte nei suoi colloqui con i leader dell'UE a Bruxelles la scorsa settimana. Una differenza significativa è che Tria sottolinea la necessità di alleviare la difficile situazione delle fasce più povere della popolazione italiana, dopo un decennio di stagnazione economica, mentre Eichel sosteneva una dura medicina per il welfare state tedesco.

 

Quindi, come reagirà oggi la Commissione? Non siamo ancora arrivati al punto di una interruzione delle comunicazioni: nella sua lettera di ieri, e nelle dichiarazioni di tutte le parti in causa, è stata enfatizzata la volontà di continuare a dialogare, e saggiamente, dato l'umore politico che circola in Italia. Tria ha cercato di tendere un rametto d'ulivo, affermando che l'Italia correggerebbe la sua programmazione di bilancio nel caso in cui la crescita non fosse all'altezza delle proiezioni del governo, quasi universalmente considerate eccessivamente ottimistiche. Ma non vediamo altra strada da percorrere per la Commissione che continuare a chiedere a Roma di riportare la programmazione del bilancio in linea con gli obiettivi, e di intensificare gradualmente la disciplina richiesta dal Patto di Stabilità fino al raggiungimento dell'obiettivo. Riconoscendo così apertamente il mancato rispetto delle regole da parte dell'Italia e facendo eco alla ribellione franco-tedesca del 2003, Tria ha trasformato la questione italiana nella prima importante sfida al Patto di Stabilità rafforzato emerso dall'ultimo round di riforme.

 

Prendiamo nota per inciso del fatto che questo suona come una campana a morto per qualsiasi speranza di realizzare qualsiasi significativa riforma dell'eurozona quest'anno o l'anno prossimo. Se un importante Stato dell'Unione è bloccato in un conflitto fondamentale con la Commissione e con gli altri partner, qualsiasi sostanziale progetto di riforma verrà messo da parte e relegato fuori agenda. Con le elezioni europee del prossimo anno, un nuovo sforzo di riforma non avrà nessuna possibilità di essere messo seriamente in discussione prima del 2020 o anche oltre.

27/06/18

FT - Perché l'industria tedesca dovrebbe temere una Brexit senza accordo

Un eventuale mancato accordo sulla Brexit - osserva sul Financial Times il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau  - sarebbe dannoso soprattutto per la Germania e per la sua industria automobilistica, già fortemente colpita in uno dei suoi maggiori mercati di esportazione dalla minaccia dei dazi di Trump. In questo quadro, una guerra commerciale anche con l'UK provocherebbe all'economia mercantilista della Germania, che punta tutto sulle esportazioni, l'equivalente di un arresto cardiaco. E per ironia della sorte,  a finire intrappolati nei contro-dazi cinesi all'America sono proprio i fiammanti Suv Mercedes e BMW prodotti negli USA !  

 

 

di  Wolfgang Münchau, 24 giugno 2018

 

Le prospettive per le case automobilistiche sono sensibilmente peggiorate dopo il referendum del Regno Unito sulla Brexit

 

Alcuni eventi producono conseguenze importanti. Altri invece non riescono a incidere. La promessa di rinvio al Parlamento della decisione sulla Brexit rientra tra questi ultimi. La Camera dei Comuni ha respinto un astuto meccanismo che avrebbe potuto portare a un ribaltamento della Brexit.

 

Esiste poi un'altra categoria di eventi che riescono a diventare determinanti, ma non nella maniera che appare ovvia. Un esempio potrebbe essere la minaccia di Donald Trump di imporre tariffe alle importazioni di automobili. Ma cos'ha a che fare questo con la Brexit?

 

L'aspettativa delle tariffe di Trump ha il potenziale per cambiare il modo in cui l'UE guarderà alle sue future relazioni commerciali con il Regno Unito.

 

Per capirlo, immaginiamo che i negoziati sulla Brexit falliscano. Il Regno Unito si ritirerebbe dall'UE a marzo del prossimo anno senza un accordo. Le merci britanniche che entrano nell'UE sarebbero soggette alle tariffe UE e viceversa. L'UE applica un dazio del 10% sulle importazioni di automobili. Il Regno Unito potrebbe reciprocamente imporre dei dazi.

 

Consideriamo ora la posizione delle case automobilistiche tedesche. Secondo l'associazione tedesca dell'industria automobilistica, il paese l'anno scorso ha esportato 769.000 automobili nel Regno Unito, il suo principale mercato di esportazione. Gli Stati Uniti sono al secondo posto, con 494.000 automobili. Le case automobilistiche tedesche esportano 258.000 veicoli prodotti in Germania anche in Cina, oltre a quelli prodotti negli stabilimenti statunitensi e cinesi.

 

Se il Regno Unito fosse costretto a una hard Brexit con un cosiddetto "effetto precipizio", nel giro di pochi mesi l'industria automobilistica tedesca si troverebbe a fronteggiare nuovi dazi in entrambi i suoi maggiori mercati di esportazione. La settimana scorsa la Daimler-Benz ha lanciato un profit warning, proprio in relazione al previsto aumento delle tariffe cinesi sulle auto Mercedes prodotte negli Stati Uniti.

 

Immaginate cosa potrebbe succedere quando nel 2019 gli Stati Uniti imporranno tariffe sulle auto europee, e dopo si avesse la Brexit, probabilmente a distanza di pochi mesi. Se il Regno Unito partecipasse a una guerra tariffaria, l'industria subirebbe l'equivalente commerciale di un arresto cardiaco.

 

Tutto questo si sommerebbe al crescente scandalo sulle emissioni diesel. Mercedes potrebbe dover richiamare 774.000 auto per rimuovere i dispositivi software incriminati. A questo si aggiunga l'impatto commerciale a lungo termine del divieto del diesel nelle città, l'aumento delle vendite di auto elettriche e il complesso impatto dell'intelligenza artificiale, e le prospettive per l'industria tedesca peggiorate sensibilmente dopo il referendum sulla Brexit.

 

Ovviamente, l'UE non sta negoziando la Brexit a beneficio dell'industria tedesca. Né dovrebbe farlo. Angela Merkel dopo il referendum sulla Brexit del 2016 ha detto che non vuole che i capi dell'industria intervengano in queste delicate trattative. Ma il cancelliere tedesco non ha il margine di manovra politica di cui avrebbe bisogno per perseverare in una posizione che potrebbe provocare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. L'ultima cosa di cui ha bisogno è una guerra commerciale intra-europea.

 

Anche la geopolitica è cambiata dopo il referendum sulla Brexit. Trump pone una duplice sfida per la Germania e l'UE - sia sul commercio che sulla politica estera. Il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo nucleare iraniano e dall'accordo sul clima di Parigi hanno riavvicinato l'UE e il Regno Unito. E il primo ministro britannico Theresa May si è rivelato un alleato affidabile per l'UE. Gli interessi del Regno Unito e dell'UE sono ora più allineati rispetto a due anni fa.

 

Un'unione doganale con un accesso al mercato unico soltanto per le merci sarebbe molto utile al perseguimento del reciproco interesse, più di qualsiasi altro progetto Brexit con i paesi con cui si sono svolti negoziati: Norvegia, Svizzera o Canada. Ridurrebbe gli effetti economici per entrambe le parti, rispetterebbe gli impegni sul confine irlandese e manterrebbe l'integrità del mercato unico.

 

Affinché una unione doganale possa funzionare fino in fondo, i prodotti dovrebbero rimanere soggetti alle regole del mercato interno dell'UE. Il Regno Unito diventerebbe formalmente membro del mercato unico. Detto questo, l'UE è in grado di offrire un accordo doganale personalizzato, per le merci ma non per i servizi, con i vari diritti e obblighi che derivano da questo accordo.

 

Questo trasformerebbe il Regno Unito in uno stato vassallo, come sostengono alcuni dei Brexiters? Ovviamente no. Il Regno Unito non sarebbe soggetto ai trattati europei. L'unione doganale stabilirebbe restrizioni chiare ma limitate della sovranità: non accordi commerciali con paesi terzi in relazione ai manufatti; accettazione degli standard di produzione dell'UE; e un impegno minimo sulla libertà di movimento, ma ben al di sotto degli obblighi che si applicano oggi.

 

Non c'è paragone con i vincoli alla sovranità che derivano dalla piena adesione all'UE. E queste concessioni sono banali rispetto ai paralizzanti costi economici, sociali e politici di una hard Brexit senza accordo.

 

L'argomento decisivo a favore di un'unione doganale deriva dagli avvenimenti densi di conseguenze che si sono manifestati dopo il referendum, per il Regno Unito e per l'Unione europea.

06/06/18

Sarà l’irriformabilità dell’Europa, non l’Italia, a distruggere l’eurozona

Sul Financial Times, Wolfgang Münchau chiarisce che l’attuale rivolta italiana contro l’eurozona non è da attribuire a un governo populista non ancora insediato, ma ai vent’anni di economia stagnante nel Paese. Se questa rivolta dovesse portare a una dissoluzione dell’eurozona, sarà a causa dell’impossibilità di cambiare le assurde regole dell’area valutaria, e non della normale reazione di un popolo che non ha più alcun motivo per rimanere in essa.

 

 

Di Wolfgang Münchau, 3 giugno 2018

 

 

È un peccato che così tanti europei trattino l’integrazione europea come una questione di fede. Il dibattito sulla Brexit mette a confronto i veri credenti eurofili contro gli scettici atei, e questo è il motivo per cui si sta parlando di due cose ugualmente assurde: un secondo referendum e una Brexit “hard”. Gli italiani considerano la loro appartenenza all’euro in maniera simile. O sei in questo campo, o in quello. Se sei, come me, in una terra di mezzo, le persone si confondono. Ritengo che sia ragionevole per un paese in difficoltà come l’Italia rimanere nell’eurozona fintantoché esiste una minima speranza che la relazione sia sostenibile. È stato l’incondizionato pro-europeismo della passata leadership italiana ad aver causato l’attuale reazione nazionalista. I governi precedenti hanno accettato la legislazione europea, che era profondamente contraria agli interessi italiani. Per esempio la regola di calcolare i contributi italiani al Meccanismo Europeo di Stabilità, il paracadute di salvataggio dell’area, all’interno del deficit massimo ammesso. Poi l’accettazione delle regole di risoluzione delle crisi bancarie che ha lasciato migliaia di correntisti italiani senza protezione. E, peggio di tutti, l’adesione del 2012 al fiscal compact, che richiede di fatto all’Italia di avere il pareggio di bilancio. Se i precedenti primi ministri fossero stati più combattivi, la reazione anti-europea sarebbe stata minore. Trovo ugualmente stupido da parte del M5S e della Lega aver sollevato la questione di uno scontro totale e serrato con l’UE come hanno fatto. L’idea di chiedere alla BCE di cancellare il debito italiano acquistato nell’ambito del QE era folle. L’idea è apparsa in una bozza dell’accordo di governo ed è poi scomparsa. Per cominciare, il debito italiano è detenuto per la maggior parte dalla Banca d’Italia non dalla BCE (e quindi a maggior ragione… NdVdE). Se vogliono far la guerra all’eurozona, devono farsi furbi. Il mio primo consiglio sarebbe di abbandonare l’unilateralismo e iniziare un percorso transazionale – porre condizioni che permettano all’Italia di rimanere e prosperare nell’eurozona. Come prima priorità, Giuseppe Conte, il Primo Ministro italiano, dovrebbe prendere una dura posizione al Consiglio Europeo di questo mese nel dibattito sulla governance dell’eurozona. Angela Merkel ha rifiutato praticamente tutte le riforme proposte da Emmanuel Macron.

 

Conte dovrebbe considerare di sostenere il presidente francese per far capire alla cancelliera tedesca l’enorme costo del “no” tedesco. Pedro Sanchez, il leader del partito socialista che ha giurato sabato come Primo Ministro spagnolo, potrebbe aiutare a cementare l’alleanza.

 

Conte dovrebbe far capire che un’eurozona non riformata non ha possibilità di sopravvivenza. Finora, la migliore ragione per l’Italia di rimanere nell’eurozona era la speranza di un’eventuale riforma. Se sappiamo per certo che questo non succederà, le cose cambiano. Non è la politica italiana che uccide l’euro, ma la mancanza di riforme e l’enorme disavanzo commerciale della Germania. La maniera migliore per opporsi alle politiche dell’eurozona è dall’interno. L’Italia potrebbe usare il suo peso nelle prossime nomine dei principali attori UE: il presidente della Commissione Europea, il Consiglio Europeo e la BCE. Ci sono accordi e compromessi da fare. Non mettetevi a parlare di un’uscita unilaterale (dall’eurozona, NdVdE) finché tutto il resto non è fallito. In secondo luogo, la spinta fiscale keynesiana prospettata dal governo di coalizione italiano è ben fatta, ma troppo ambiziosa. Dovrebbero smorzarla e accompagnare una politica fiscale moderatamente espansiva con alcune riforme strutturali focalizzate, nel settore bancario, nel sistema giudiziario e nell’mministrazione pubblica. In terzo luogo, non c’è niente di sbagliato ad avere un buon piano B, una lista di misure da mettere in atto se una crisi dovesse rendere insostenibile la permanenza nell’eurozona. Sarei sorpreso se il precedente governo non avesse un piano del genere nascosto in un cassetto (si sorprenda pure, caro Munchau… NdVdE). Ma bisogna resistere al piano A: creare una situazione che porterebbe inesorabilmente a un’uscita dall’eurozona. Era il sospetto di questo piano che ha indotto Sergio Mattarella, il Presidente italiano, a mettere il veto su Paolo Savona come ministro delle Finanze. E infine, non pensate nemmeno di chiedere all’elettorato di esprimersi sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona. Sarebbe un autogol per qualsiasi politico che ponesse la domanda. L’uscita dall’eurozona è un incidente per cui essere preparati, non un risultato da perseguire. Dubito che un governo italiano gli sopravviverebbe. E quanto a noi, dovremmo smetterla di trattare questo nuovo governo come uno shock inaspettato. Il governo populista è la logica conseguenza di vent’anni di fallimenti economici dei governi dei partiti di centrosinistra e centrodestra. Questo è quel che ha causato tutto il caos. Se siete realmente favorevoli all’euro, il mio consiglio è di smetterla di considerarlo come un oggetto di fede, e di combattere per la sua sostenibilità. La battaglia non può essere vinta dall’Italia da sola. Richiede anche grandi cambiamenti di politiche a Bruxelles.

 

28/05/18

Eurointelligence sulla decisione di Mattarella: bentornati nella Germania di Weimar

Nella sua rassegna stampa di oggi, il sito Eurointelligence, diretto dall'editorialista del Financial Times Wolgang Munchau, commenta la decisione di Mattarella di porre il veto sul governo "populista" che stava per formarsi come un avvenimento molto grave e denso di conseguenze forse impreviste. Non era infatti mai accaduto nella storia delle democrazie europee che un presidente impedisse la formazione di un governo dotato di una solida maggioranza parlamentare. Il risultato sarà sicuramente una sfiducia diffusa del popolo italiano nel sistema democratico del proprio paese, e per alcuni aspetti appare una riedizione della miopia politica che portò alla tragedia di Weimar,  ma questa volta sotto forma di farsa.  

 

 

28 Maggio 2018

 

Nelle ultime dodici ore ha continuato a girarci nella mente l'idea che la storia si ripete, prima come tragedia poi come farsa. Il presidente Sergio Mattarella ha deciso di staccare la spina al governo 5 Stelle/Lega. La ragione apparente è stata la sua obiezione a Paolo Savona come ministro delle finanze, viste le sue opinioni scettiche sull'eurozona. Il suo veto su Savona ha provocato l'immediata decisione di Giuseppe Conte di rimettere il suo mandato alla formazione del governo. Il risultato sarà di inasprire il popolo italiano con una sensazione di sfiducia nel gioco democratico.

 

Il veto di Mattarella porterà quindi a nuove elezioni, probabilmente nella seconda metà dell'anno. Ma, a differenza delle ultime elezioni, queste saranno di fatto un referendum sull'appartenenza dell'Italia all'euro, date le ragioni per cui questo governo non è riuscito a formarsi. Nel frattempo, Mattarella ha deciso di dare l'incarico di Presidente del consiglio a Carlo Cottarelli, ex membro del FMI, per calmare i mercati. Cottarelli è un tecnocrate alla Mario Monti, mai eletto. Ma, a differenza di Monti, non avrà nemmeno una maggioranza parlamentare alle spalle.

 

Il Parlamento rimane il limite ultimo della politica italiana - ed è il motivo per cui questo espediente messo in atto dal Presidente difficilmente riuscirà. Non vediamo in alcun modo come questo Parlamento possa approvare un bilancio proposto da un'amministrazione Cottarelli. Si aspettano forse che i 5 Stelle o la Lega votino a favore? Più aumenta il caos nel paese, più voti otterranno.

 

Questi sono avvenimenti politici molto gravi, perché possono avere delle conseguenze importanti, alcune delle quali non intenzionali.

 

Per la prima volta a nostra memoria in uno stato europeo democratico, un presidente ha usato i suoi poteri per impedire l'insediamento di un governo con una solida maggioranza in parlamento. L'idea originale alla base del conferimento al Presidente di poteri così forti (di nomina, ndt) subito dopo le elezioni era proprio l'opposto: dare al Presidente il diritto di imporre un compromesso quando non c'è una maggioranza. La decisione di Mattarella susciterà in Italia la percezione diffusa che il sistema politico è guasto. Un primo assaggio è arrivato la scorsa notte quando Luigi Di Maio, il leader dei 5 Stelle, ha chiesto l'impeachment di Mattarella. È improbabile che possa aver successo, perché nel merito dovrebbe decidere la Corte costituzionale. Mattarella è stato uno dei giudici della Corte. Ma non è importante che l'impeachment abbia successo o fallisca. Rafforza comunque l'impressione di un sistema politico a pezzi.

 

 

Anche il discorso xenofobo ne esce rafforzato. Matteo Salvini, il leader della Lega, ha immediatamente accusato Berlino e Parigi di essere dietro a quello che considera un colpo di stato. In particolare cresce la rabbia anti-tedesca. E l'ira anti-italiana nei media tedeschi. Già all'inizio degli anni '90 Ralf Dahrendorf avvertì che l'euro avrebbe messo i popoli europei l'uno contro l'altro. Allora non ci credevamo, ma Dahrendorf aveva ragione.

 

La motivazione immediata della decisione di Mattarella è quella di evitare una possibile crisi. Potrebbe essere. Ma evitare una crisi finanziaria a breve termine ha un prezzo da pagare. Forzare delle elezioni che saranno viste come un referendum sull'appartenenza dell'Italia alla zona euro, potrebbe dare al prossimo governo un mandato ufficiale per un'uscita. Come Syriza nel 2015, un governo Lega / 5 Stelle non avrebbe avuto il mandato per un'uscita adesso. Entrambe le parti hanno attenuato la loro retorica anti-euro in vista delle elezioni. Ma questa volta sarà diverso.

 

In questo momento è difficile capire se il Movimento 5 Stelle chiarirà la sua posizione nel dibattito, ma ci aspettiamo che la Lega possa beneficiare in modo significativo di questa nuova situazione. Pensiamo che la Lega potrebbe ottenere più del 22% che registra attualmente nei sondaggi.

 

La decisione di Mattarella si basa anche sul calcolo che la Lega, insieme a Forza Italia e Fratelli d'Italia, potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi alle prossime elezioni, il che richiederebbe un minimo del 40% nel proporzionale. Se raggiungessero il 40%, finirebbero con una maggioranza assoluta precisa in parlamento (50% dei seggi più uno). In pratica, questo non sarebbe sufficiente per governare, perché la maggioranza di un solo seggio in più è inutile. Avrebbero ancora bisogno di formare una coalizione.

 

Il pensiero alla base di questa strategia è che, legando Salvini a una coalizione con Silvio Berlusconi, il suo euroscetticismo potrebbe risultarne mitigato. Pensiamo che questa opinione sia sbagliata. Ma, fatto ancora più importante, che sia astorica.

 

In precedenza avevamo già osservato i paralleli con Weimar, in particolare con il modo in cui un establishment liberale ha perduto il controllo della situazione: non risolvendo i problemi economici, mantenendo a qualsiasi costo fuori dal potere gli estremisti - allora i nazisti e i comunisti, oggi i populisti; sottovalutandoli; sopravvalutando la propria capacità di ricucire sempre le maggioranze contro la volontà popolare; e costringendo a ripetere le elezioni. È tutto lì. La storia si ripete come farsa.

 

14/05/18

Münchau sul Financial Times - L'Italia cerca la sua via d'uscita dall'eurozona

Wolfgang Münchau commenta sul Financial Times la nascente coalizione di governo in Italia con toni molto più realistici e pragmatici rispetto all'allarmismo che si va scatenando in queste ore sui media italiani e negli ambienti della politica prona a Bruxelles. Per il direttore di Eurointelligence la coalizione di governo si saprà muovere con prudenza e non ripeterà gli errori di Syriza in Grecia, e sui tre terreni di  scontro che si apriranno - regole fiscali, minibot e immigrazione - la UE,  già così debole e divisa al suo interno, non avrà tante carte in mano da giocare. 

 

 

di  Wolfgang Münchau, 13 maggio 2018 

 

I Cinque Stelle e la Lega vogliono mantenere le loro promesse elettorali rimanendo all'interno delle regole fiscali della UE, per ora.

 

La coalizione di governo in Italia tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega si sta definendo. Fino a non molto tempo fa, entrambi i partiti erano profondamente euroscettici, se non antieuropei. Tra i due, la Lega è il più estremista. C'è da preoccuparsi?

 

La risposta è sì, ma non per le ragioni avanzate solitamente. I nuovi leader italiani hanno studiato con attenzione lo scontro tra la Grecia e il resto dell'eurozona avvenuto tre anni fa. Non inizieranno il loro mandato infrangendo le regole fiscali dell'UE. Non minacceranno di uscire dall'euro. Ma dovremmo considerare questo atteggiamento come una ritirata tattica. Nessuno dei problemi dell'Italia nell'eurozona è stato risolto. Non ci saranno né grandi riforme strutturali né riforme sostanziali nella governance dell'eurozona.

 

I due partiti hanno condotto una campagna per l'attuazione di cambiamenti radicali delle politiche economiche e sociali italiane e in materia di immigrazione. La Lega vuole una flat tax sul reddito. I 5 Stelle hanno fatto una campagna per un reddito di cittadinanza universale. Entrambi i partiti vogliono cancellare la riforma delle pensioni del 2011. La Lega vuole uno studio di fattibilità per un "mini-BOT", uno strumento di debito garantito dalle entrate fiscali future che dovrebbe essere accettabile come mezzo di pagamento - in altre parole, una valuta parallela. La si può vedere come un modo per uscire dalla zona euro senza uscire dalla zona euro.

 

Queste promesse, se attuate in toto, non sono coerenti con lo spirito o le regole dell'UE. Secondo le ultime previsioni della Commissione europea, sotto l'amministrazione corrente il disavanzo corretto per il ciclo economico dell'Italia sarebbe già in aumento, dall'1,7% dello scorso anno al 2% nel 2019. Il nuovo governo subirà le stesse pressioni del precedente per tagliare il deficit. E Luigi Di Maio, il leader dei Cinque Stelle, ha dichiarato che rimarrà all'interno delle regole fiscali dell'UE.

 

Ci sono due modi per il nuovo governo di raggiungere gli obiettivi. Il primo è di annacquare le promesse elettorali, il secondo di implementarle in seguito. Il primo rischierebbe una rottura con gli elettori, il secondo una battaglia con l'UE. La coalizione dovrebbe fare entrambe le cose.

 

Ho sentito voci sulla trasformazione dell'impegno sul reddito di cittadinanza in una politica attiva del mercato del lavoro. Questa, in linea di principio, è una buona idea, perché l'Italia non ha le infrastrutture politiche del mercato del lavoro che ci sono negli altri paesi della UE. Ma potrebbe non funzionare politicamente. Non si può promettere agli elettori un assegno di assistenza sociale e poi offrire al suo posto una formazione professionale.

 

È possibile annacquare una flat tax e introdurre invece due o tre aliquote fiscali - una tassa ondulata invece che piatta. L'elettorato potrebbe passarci sopra se l'economia si riprende. Ma non vedo come questo possa accadere in un contesto in cui la crescita dell'eurozona si sta indebolendo e la politica fiscale si sta irrigidendo. Se non riuscissero a consegnare le loro promesse agli elettori, i Cinque Stelle e la Lega si autodistruggerebbero. L'evoluzione politica più probabile di questa amministrazione sarebbe, quindi, un periodo di riluttanza ad applicare le norme dell'UE, seguito da tre conflitti.

 

Il primo riguarderà la politica fiscale. Matteo Salvini, leader della Lega, ha dichiarato nel corso del fine settimana che l'Italia "soffocherà" se non ci sarà un cambiamento nelle regole fiscali. L'Italia chiederà un cambiamento nei trattati europei. Sono certo che l'UE respingerebbe la richiesta. Dovremmo forse smettere di essere ossessionati dal dubbio se Emmanuel Macron e Angela Merkel riusciranno a mettersi d'accordo sulle riforme della zona euro: probabilmente lo faranno. Ma dubito che possano cooptare il nuovo primo ministro italiano dentro un accordo se rifiutano la richiesta dell'Italia di allentare le regole fiscali.

 

Il secondo è il cosiddetto mini-BOT. Il Movimento Cinque Stelle è particolarmente cauto in proposito, ma la Lega lo considera un modo utile per eludere le regole fiscali. In Grecia l'idea è fallita  per mancanza di preparazione. Ma se fosse tecnicamente fattibile, la provocazione politica in questo caso sarebbe travolgente. Finché l'Italia si asterrà dal definirla una moneta parallela, non vedo cosa potrebbe fare l'UE per bloccarla.

 

E infine, la nuova amministrazione sarebbe ostile all'immigrazione. La Lega vuole espellere immediatamente gli immigrati clandestini e chiudere i campi rom. Quel poco che è rimasto dell'idea di una politica comune europea in materia di immigrazione non sarà coerente con la politica italiana.

 

La notizia che Silvio Berlusconi è ora autorizzato a candidarsi per una carica elettiva ha suscitato un certo entusiasmo, ma non avrà grande importanza per il futuro della politica italiana. Anche se Berlusconi rientra in parlamento, il suo tempo è ormai passato. La nuova maggioranza Cinque Stelle-Lega determinerà la politica italiana, probabilmente per l'intera legislatura.

 

Sarebbe ingenuo pensare che l'elezione di due partiti anti-establishment nella terza economia della zona euro sia irrilevante. Dopotutto, l'Italia non è la Grecia. E la Lega e i Cinque Stelle costituiscono una sfida molto più grande per il consenso della UE rispetto a Syriza.

 

09/05/18

Munchau sul FT - Il bilancio della Germania: una sciagura in arrivo

In un editoriale sul Financial Times, Wolfgang Munchau ribadisce le sue critiche alla rigidità della Germania, che nel suo eccesso mercantilista, vivendo di esportazioni a danno dei vicini, esaspera le politiche di rigore di bilancio al suo interno, programmando già dal prossimo anno una riduzione del debito tedesco sotto il 60% del Pil. La motivazione abbastanza evidente è quella di evitare ogni possibile condivisione del debito con i paesi periferici. Munchau teme che queste politiche diano la spinta decisiva alla disgregazione dell'eurozona e sollecita i paesi partner a denunciare la Germania, la prima a trasgredire le regole europee che richiederebbero una cooperazione nel campo della politica economica. 

 

 

 

di Wolfgang Munchau,  6 Maggio 2018

 

L'ossessione del ministro delle Finanze per il surplus di bilancio danneggerà i partner europei

 

Considerare l'eurozona insostenibile non porta necessariamente a prevederne la disgregazione come un fatto ineluttabile. Ma ci sono eventi che aumentano notevolmente la probabilità di un risultato del genere.

 

Il bilancio tedesco della scorsa settimana è uno di questi. Olaf Scholz, il nuovo ministro tedesco delle finanze, socialdemocratico, ha presentato un piano con le seguenti caratteristiche: un taglio nominale degli investimenti; una riduzione del rapporto tra spesa per la difesa e prodotto interno lordo; il congelamento dei fondi per gli aiuti allo sviluppo allo 0,5% del PIL; e un contributo al prossimo bilancio UE inferiore rispetto a quello che lo stesso ministro aveva precedentemente suggerito.

 

Il bilancio soddisfa invece due obiettivi limitati. Garantisce che il governo registrerà un avanzo nel periodo 2019-2022. E che nel 2019 il debito tedesco in percentuale sul PIL scenderà al di sotto della soglia del 60 per cento stabilita nel trattato di Maastricht.

 

L'ambizione dell'onorevole Scholz è portare il bilancio a un surplus dell'1 per cento del PIL, o superiore. Un tale avanzo, nel tempo, abbatterebbe tutto il debito pubblico. A quel punto la Germania avrà raggiunto un'utopia ordo-liberale: sarà diventata come la Romania di Nicolae Ceausescu, che nel 1989, poco prima che il dittatore fosse rovesciato, vantava un surplus di 9 miliardi di dollari.

 

Al di là delle conseguenze negative per la stessa Germania, questo bilancio aggraverà gli squilibri già significativi della zona euro.

 

Negli ultimi due anni la Germania ha registrato surplus delle partite correnti pari a circa l'8%. Secondo un rapporto di Der Spiegel, l'aeronautica del paese è ormai disfunzionale a causa della cronica carenza di investimenti. Il cancelliere Angela Merkel, che sostiene il bilancio, è stata meno che onesta nei confronti del suo impegno ripetuto di un obiettivo di spesa per la difesa della NATO pari al 2% del PIL.

 

Esiste una soluzione piuttosto semplice a tutti questi problemi: gestire un moderato deficit fiscale, ad esempio del 2% del PIL, investire nella ristrutturazione della capacità militare del Paese, rinnovare le infrastrutture pubbliche e promuovere progetti ad alta tecnologia. Ciò aiuterebbe la Merkel a controbattere alle accuse del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo cui la Germania non starebbe  contribuendo adeguatamente alla Nato. Ridurrebbe la vulnerabilità della Germania e dell'UE alle tariffe commerciali degli Stati Uniti, riducendo i surplus nei conti con l'estero della Germania e della zona euro. E rafforzerebbe il potenziale di crescita a lungo termine della Germania. Non accade spesso di poter fare così tanto con un solo intervento di politica economica.

 

Fare ciò significherebbe violare il "freno costituzionale all'indebitamento" - un vincolo fiscale che costringe la Germania a gestire un bilancio quasi in pareggio nel ciclo economico. Tuttavia questa è una scelta interna, non un vincolo esterno. Così facendo, Scholz non sta seguendo delle regole. Sta facendo più del necessario. L'SPD sta tornando alle sue radici pre-keynesiane.

 

Non mi preoccupa tanto l'autodistruzione del SPD, quanto gli effetti verso l’esterno. I tedeschi hanno fatto una scelta. Otterranno ciò per cui hanno votato. Ma questa politica interesserà milioni di persone che non hanno votato, perché il bilancio influenzerà il percorso del resto dell'eurozona.

 

In particolare, limiterà il grado di flessibilità fiscale che l'UE potrebbe concedere ai paesi durante una recessione economica. L'Italia, ad esempio, per uscire dalla stagnazione economica ha un disperato bisogno di maggiori investimenti pubblici, oltre che di fare le riforme.

 

Gli elettori si stanno allontanando dai partiti istituzionali: una tendenza destinata a continuare, a meno che non vi sia una ripresa economica sostenuta.

 

La Francia è in una posizione migliore, ma non è abbastanza forte per seguire la Germania. Potremmo essere rimasti sorpresi dall'ascesa di Emmanuel Macron alla presidenza, ma il Fronte Nazionale di estrema destra rimane un pericolo, sia per lui che per la zona euro.

 

Non ci sarà mai una soluzione alla situazione dell’eurozona a meno che gli altri paesi non alzino la testa di fronte al potere della Germania. Dovrebbero apertamente denunciare la Germania per la violazione della più importante regola politica stabilita nel trattato di Maastricht: che gli Stati membri considerino la politica economica una questione di interesse comune. Il bilancio tedesco è tanto anti-europeo quanto lo erano gli eccessivi deficit fiscali della Grecia.

 

C'è solo una spiegazione razionale per una simile politica. Liberarsi del proprio debito è un modo per chiudere il dibattito sulla condivisione del rischio nell'eurozona. Ma copiare la strategia economica di Ceausescu è un modo piuttosto estremo di risolvere la questione.

 

27/03/18

FT - I mercati finanziari non si sono accorti della bomba ad orologeria dell'eurozona: l'Italia.

Sul Financial Times, Münchau ci spiega come secondo lui l'establishment finanziario internazionale dovrebbe vedere l'Italia. Nel suo ruolo di eterna Cassandra dell'establishment, Münchau avverte che dopo l'ultima tornata elettorale l'Italia non sembra più verosimilmente propensa ad approvare leggi finanziarie improntate all'austerità, diventando con ciò una potenziale bomba ad orologeria per l'eurozona. E anche se Draghi volesse, politicamente non potrebbe farsi garante di un paese che violasse i parametri in modo deliberato. (Naturalmente, da parte nostra possiamo solo sperare che l'Italia veramente riesca a sottrarsi alle disastrose politiche europee.)

 

 

di Wolfgang Münchau, 25 marzo 2018

 

L’Italia non è l’unica potenziale fonte di instabilità economica nel futuro dell’eurozona, ma è certamente la più prevedibile. Altre fonti di instabilità derivano dalla guerra commerciale o da una crisi economica globale – o più probabilmente da entrambe le cose insieme. Una guerra commerciale rimane un pericolo evidente e attuale.

 

Per ora l’Unione europea si è garantita una sospensione dei dazi statunitensi su acciaio e alluminio. Ma il blocco dei paesi europei è pericolosamente dipendente dall’esportazione di beni manufatturieri. E dovremmo fare attenzione a non interpretare l’annuncio di una breve dilazione come un segno di condiscendenza da parte di Donald Trump. Il presidente USA ha preso la decisione tattica di non muovere guerra a Unione europea e Cina nello stesso momento. Per cui la minaccia verso la UE non è scomparsa, e le concessioni che Trump riuscirà a ottenere in cambio di una futura esenzione permanente dai dazi saranno formidabili.

 

Una guerra commerciale o un altro incidente geopolitico stanno diventando sempre più probabili. E potrebbero mettere fine all’attuale tendenza globale di espansione dell'economia. Una crisi, o anche un semplice breve periodo di recessione, per l’eurozona e per l’Italia sarebbero veleno.

 

La crisi dell’eurozona ha lasciato all’Italia un unico, improbabile percorso su cui procedere: quello di una stretta fiscale permanente da associare a riforme economiche (con la preghiera che questa fantasiosa combinazione di politiche economiche conservatrici possa garantire una sostenibilità del debito nel lungo termine). Tornando al mondo reale, non c’è nessun partito politico in Italia che abbia promesso delle serie riforme economiche, e i due partiti usciti vincitori dalle ultime elezioni politiche, cioè il Movimento Cinque Stelle e la Lega, partito anti-immigrazione, hanno minacciato di scatenare un qualcosa di assolutamente opposto a una stretta fiscale. Perciò, se l’economia globale dovesse andare in crisi, porterebbe l’Italia con sé.

 

Un momento cruciale a cui guardare sarà la legge finanziaria per il 2019, che dovrà essere approvata entro l’autunno. Per allora, l’Italia potrebbe anche riuscire a formare un governo. Ma le dinamiche politiche del Parlamento saranno determinanti. I partiti populisti contano, assieme, il 60 percento dei deputati e senatori Italiani. La loro priorità non è sicuramente quella di seguire il percorso fiscale imposto dalla UE. Quando i governi sono deboli, i parlamenti sono forti. La maggioranza presente nel Parlamento italiano non sembra decisamente una maggioranza propensa ad approvare un altro bilancio di austerità.

 

Ma allora perché i mercati finanziari sono così calmi? Penso che stiano commettendo due errori. Il primo è che Mario Draghi si è fatto garante della stabilità, almeno fino alla fine del suo mandato, che sarà a ottobre del prossimo anno. Non scommetterei, però, che il presidente della Banca centrale europea sia disposto a correre in sostegno di un paese membro che si faccia deliberatamente beffe dei vincoli fiscali europei.

 

Quando nel 2012 Draghi prese il suo impegno del “whatever it takes”, l’Italia era guidata da Mario Monti, un primo ministro eurofilo che rappresentava un governo di tecnocrati. Naturalmente Monti era ligio alle regole.

 

Il secondo errore di valutazione che i mercati stanno facendo è che l’establishment italiano riuscirà sempre a trovare il modo di tenere gli estremisti lontano dal potere. Ho perso il conto delle volte in cui mi è stato assicurato che le riforme elettorali avrebbero garantito la vittoria dei partiti centristi. Certo, i sistemi elettorali sono importanti, ma non possono creare per miracolo delle maggioranze che non esistono.

 

Ciò a cui stiamo assistendo ora in Italia è la prevedibile risposta a due decenni di politiche economiche che non sono riuscite a garantire posti di lavoro per i giovani. Molte delle vittime di queste politiche costituiscono oggi la spina dorsale del sostegno ai trionfanti partiti populisti. Nessun paese, nemmeno un paese paternalista come l’Italia, è in grado di mantenere un consenso pro-europeo in presenza di una interminabile calamità economica.

 

A meno che il Movimento Cinque Stelle o la Lega non decidano di autodistruggersi, non possono permettersi di venire meno alle loro promesse elettorali. Il Movimento Cinque Stelle ha promesso un reddito di cittadinanza universale. La Lega ha promesso la flat tax. Entrambi i partiti intendono cancellare la riforma delle pensioni. Queste promesse sono semplicemente incompatibili con il rispetto delle regole fiscali della UE.

 

Nuove elezioni non potranno risolvere il problema. Potrebbero condurre semplicemente allo stesso risultato, o perfino a una percentuale di voti ancora più alta per i partiti più estremi. Continuerà a non esserci una maggioranza favorevole alle riforme economiche e alla stretta fiscale. In altre parole: di tutte le possibili alternative in campo, si fa fatica a trovarne una che sia compatibile con il rispetto dei vincoli fiscali europei.

 

La tragedia dell’eurozona è che l’Italia è troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere salvata. L’eurozona non ha strumenti per agire efficacemente in caso di crisi di un grosso paese. I dibattiti franco-tedeschi sulle riforme dell’eurozona appartengono alla categoria delle cose che sarebbe bello realizzare. Si tratta di nuove regole per l’attuazione del Meccanismo Europeo di Stabilità, l’ombrello di salvataggio, e dei prossimi passi verso l’unione bancaria.

 

Ma se Parigi e Berlino facessero sul serio in merito alla prevenzione della crisi dovrebbero discutere di un fondo unico per arginare i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento fiscale capace di ravvivare il desolante paesaggio economico europeo. Politicamente, la probabilità di simili riforme è pari a zero.

 

Fino a che le cose stanno così come sono ora, possiamo tranquillamente dire che la stabilità economica è solo un periodo che intercorre tra due crisi.

21/02/18

FT - I riformatori dell'Eurozona agiscono come se la crisi non ci fosse mai stata

Dalle colonne del Financial Times, Wolfgang Münchau critica aspramente la famigerata proposta di riforma dell'eurozona formulata dai 14 economisti franco-tedeschi su incarico dei loro governi (piano di cui già si è parlato su Vocidallestero, e che è stato commentato qui da Sergio Cesaratto).  Münchau prende in esame  i cosiddetti  "European Safe Bond" progettati nel piano, che di sicuro hanno soltanto l'etichetta, in quanto si tratta di una nuova versione dei famigerati strumenti finanziari CDO alla base della crisi dei subprime.

 

 

di Wolfgang Münchau, 18 febbraio 2018

 

Ecco una ricetta per il disastro. Prima prendi i due strumenti finanziari più tossici degli ultimi 20 anni e poi li metti insieme. Il primo è il CDO (collateralised debt obligation o obbligazione garantita da crediti, ndt), il complesso strumento al centro della crisi dei subprime degli Stati Uniti di un decennio fa. Il settore finanziario ha creato un boom immobiliare attraverso un allentamento degli standard del credito, ha trasformato i mutui in complessi CDO, e poi li ha venduti a ignari investitori.

 

L'altro sembra uno strumento molto più innocente: un titolo di debito sovrano di un paese della zona euro. Sono in realtà attività rischiose perché i paesi dell'eurozona emettono debito sovrano ma non hanno più una propria autonoma banca centrale come acquirente di ultima istanza. Questo è il motivo per cui i mercati del debito dell'eurozona sono intrinsecamente più soggetti a crisi rispetto a quelli dei paesi con una politica monetaria indipendente.

 

Come passo successivo, mischi questi due strumenti molto diversi secondo le seguenti istruzioni: prendi i titoli di stato di tutti o parte dei paesi membri della zona euro e li trasformi in un CDO. Li chiami European Safe Bonds - o ESBies. Gli ESBies sono europei. Sono sicuri perché lo dice l'etichetta. E sono obbligazioni. Quindi cosa c'è che non va ?

 

Per i principianti, la truffa dei CDO degli anni dei subprime si fondava principalmente sulla collusione delle agenzie di rating, e le agenzie di rating hanno imparato la lezione. Gli alti rating che erano solite attribuire ai CDO erano basati su un giudizio errato, deliberato o meno, sulla natura del rischio. Un unico mutuo per la casa può sempre andare male. In tempi buoni, un tale rischio può essere neutralizzato. Ma se l'intero mercato immobiliare crolla, molti prestiti vanno male contemporaneamente.

 

La correlazione del rischio è stata un grosso problema anche per le obbligazioni sovrane durante la crisi dell'eurozona. Le due situazioni sono quindi paragonabili. Lo scorso anno Standard & Poor's ha dichiarato che avrebbe valutato gli ESBies nella fascia bassa della classificazione dei titoli "investment-grade".

 

Si poteva pensare che questo sarebbe bastato per bocciare l'idea. Ma una versione degli ESBies è stata ripresentata a sorpresa in un recente articolo di un gruppo di economisti francesi e tedeschi, che si propone di colmare le divergenze di opinioni dei loro paesi su come riformare la zona euro. Si ha la sensazione che gli autori conoscano la letteratura accademica sui mercati finanziari, ma non siano altrettanto informati sulla realtà dei mercati finanziari.

 

Una particolare sezione del documento procede come se la crisi dei subprime non si fosse mai verificata: "La sicurezza è ottenuta da una combinazione di diversificazione e grado di rischio. Nella . . . proposta più avanzata, gli intermediari finanziari acquisterebbero un portafoglio standardizzato di obbligazioni sovrane. . . e lo utilizzerebbero come garanzia per un titolo emesso in più tranche. Il "livello di subordinazione". . . sarebbe calibrato in modo che la perdita prevista a cinque anni della tranche più garantita. . . sia all'incirca la stessa di un titolo sovrano con rating AAA."

 

Gli ESBies presentano un altro problema, anche più serio. Non possono assumere la funzione di collaterale dei normali titoli di stato. Le economie moderne hanno bisogno di grandi quantità di attività sicure come collaterale per gli enormi volumi di transazioni quotidiane che hanno luogo sul mercato monetario. Le attività sicure sono utilizzate come garanzia nei cosiddetti pronti contro termine, o repo, una delle più grandi sezioni del mercato monetario.

 

 

Da un punto di vista puramente finanziario, la crisi dell'eurozona è iniziata con la realizzazione tra gli investitori che i titoli dei paesi periferici dell'eurozona non erano sicuri. La crisi si è conclusa quando Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, ha assicurato un impegno illimitato a comprare "whatever it takes". Impegno a cui hanno fatto seguito, alcuni anni dopo, acquisti effettivi di titoli del debito pubblico. Come conseguenza del programma di acquisto titoli della BCE, la zona euro ha guadagnato una attività sicura in forma virtuale.

 

A partire dalla fine di gennaio, in seguito agli acquisti di titoli di stato, la BCE deteneva 2,3 miliardi di euro di attività. È probabile che quest'anno gli acquisti vengano gradualmente eliminati, ma finché la BCE mantiene lo stock esistente, l'eurozona ha già un eurobond solido, benché sintetico. Le obbligazioni detenute dalla BCE costituiscono un pool disponibile di attività da utilizzare come garanzia per i pronti contro termine.

 

Per evitare una potenziale compressione del collaterale, la BCE è diventata un attore fondamentale nel mantenimento di un mercato dei pronti contro termine ordinato. Se la BCE dovesse passare dall'acquisto di attività alla vendita di attività e ridurre l'effettivo stock di titoli di stato, la zona euro dovrebbe quindi fare affidamento sui titoli nazionali o sugli ESBies sintetici per la stabilità finanziaria. Buona fortuna!

 

Non sarebbe un gran male se gli stati dell'eurozona creassero ESBies come una sorta di esercizio di pubbliche relazioni, come simbolo della loro unione. Questo va bene finché la BCE fa il lavoro pesante. Ma non ci vuole molta immaginazione per elaborare uno scenario in cui questo potrebbe non accadere più.

 

04/07/17

Eurointelligence - In Italia discussione pubblica su ristrutturazione del debito e uscita dall'euro

Dalla rassegna stampa di Eurointelligence la copertura del convegno “The Italian Public Debt in the Eurozone“ organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei deputati con la presenza di importanti esponenti del mondo economico e finanziario europeo, tra cui lo stesso direttore di Eurointelligence Wolfgang Munchau, oltre ad Alberto Bagnai e Brigitte Granville che hanno presentato lo studio di cui si parla nell'articolo. Come sempre, Munchau spera in un mutamento dell'orientamento politico della Germania che renda l'euro sostenibile, paventando i costi (soprattutto per il sistema finanziario europeo) di un Italexit.  Quello che viene sottolineato come veramente importante da Eurointelligence è comunque la grande rilevanza politica dell'evento, la serietà del dibattito e soprattutto il fatto che si discuta ormai apertamente dell'insostenibilità dell'eurozona, tema che solo poco tempo fa era considerato un tabù.   

 

 

 

Eurointelligence, 4 luglio 2017

 

Il Movimento Cinque Stelle ha organizzato al parlamento italiano una conferenza che ha avuto grande risalto, sul futuro del debito italiano nell'area dell'euro;


 

Luigi di Maio, leader del gruppo parlamentare del M5S, è sembrato prendere le distanze dallo scenario dell'euro exit, dimostrando però interesse per soluzioni alternative, come i sistemi di valuta parallela e i meccanismi di default;


 

Un esponente di Eurointelligence ha sottolineato che l'uscita dall'euro fa parte di quel genere di cose che o sono fatte all'improvviso e in maniera decisa - o non devono essere fatte;


 

La grande rilevanza pubblica di questa discussione segna un'importante svolta in Italia, dove, fino a poco tempo fa, questo argomento era considerato un tabù;


 

Dal nostro inviato a una importante conferenza che si è tenuta ieri a Roma, e di cui questa mattina hanno parlato i giornali italiani, sul futuro del debito pubblico italiano. Il convegno è stato organizzato alla Camera dei deputati italiana dal Movimento Cinque Stelle, e ha discusso apertamente di temi come i meccanismi di default all'interno della zona euro, i meccanismi di ristrutturazione del debito sovrano, sistemi di pagamento paralleli e, naturalmente, dell'uscita dall'euro.

 

 

L'aspetto più importante di questo dibattito è che si è svolto in pubblico – non vi è luogo più pubblico che le aule del parlamento.  Gli italiani, non solo il Movimento Cinque Stelle, stanno ora discutendo apertamente di questi temi.

 

 

Uno di noi era relatore (Wolfgang Munchau, ndt), e dal palco abbiamo ribadito la nostra critica all'idea portata avanti dai cinque stelle di un referendum sull'euro. Il punto essenziale che stavamo cercando di evidenziare nel dibattito, e che ha avuto una buona copertura questa mattina nei principali quotidiani, è che l'uscita dall'euro non è una decisione da prendere alla leggera. L'annuncio di un referendum produrrebbe una crisi finanziaria e potrebbe diventare una profezia autoavverante. L'uscita dall'euro appartiene a quel genere di cose che, citando Macbeth di Shakespeare  "Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto ".

 

 

Quello che ci ha colpito in questo evento è stato il suo grande peso politico. Luigi di Maio, il probabile candidato primo ministro dei cinque stelle, è sembrato prendere le distanze dall'uscita dall'euro. Ha partecipato a tutta la maratona di 12 ore di discussione. Beppe Grillo e Davide Casaleggio hanno fatto brevi apparizioni. È risultato molto chiaro che il Movimento Cinque Stelle sta affrontando con spirito battagliero l'argomento del futuro dell'Italia nella zona euro, che probabilmente diventerà un tema importante della campagna elettorale. E questo solleva anche delle domande, come hanno osservato alcuni commentatori italiani questa mattina, sulle possibili scelte di coalizione del partito, se adotterà una posizione più sfumata sull'euro.

 

 

È stato dato molto spazio al dibattito sui certificati di credito fiscale – dei buoni emessi dallo Stato e che possono essere utilizzati per il pagamento delle imposte. Ricordiamo che Yanis Varoufakis ha lavorato su uno schema simile per la Grecia e uno dei suoi consulenti di allora ha fornito alcuni dettagli su come tale sistema possa essere messo in funzione, e sul perché in Grecia non ha funzionato. La risposta è stata che richiede un livello straordinario di preparazione tecnica e logistica, che è al di fuori della portata delle competenze realmente disponibili per la maggior parte dei governi.

 

 

Conferenze come queste non raggiungono mai un consenso, ma sollevano domande. Una delle domande sui certificati di credito fiscale è se siano sostenibili o siano semplicemente uno strumento transitorio. È solo uno strumento attraverso il quale un paese effettua la transizione verso una nuova valuta, o semplicemente una misura di liquidità a breve termine, o può funzionare come una forma di moneta complementare?

 

 

Un'altra discussione che ci ha colpito è stato un lavoro di Alberto Bagnai e Brigitte Granville, che hanno fatto una simulazione stocastica sui costi dell'uscita dall'euro. Hanno osservato che ci sarebbe un costo iniziale, ma che la forte crescita anticiclica innescherebbe presto una ripresa. Il problema di questa simulazione è che non tiene sufficientemente conto degli shock finanziari multipli probabilmente dominanti durante tale fase. L'uscita dall'euro causerebbe danni importanti al sistema finanziario, sia dell'Italia che della zona euro. Gli autori hanno considerato una variabile che include una crisi bancaria, ma non pensiamo che questo tenga conto dell'armageddon finanziario cui probabilmente potremmo assistere dopo un'uscita italiana dall'euro.

 

 

E infine, abbiamo notato la relazione di Heiner Flassbeck, che è stato consulente del Ministero delle Finanze tedesco e dell'Unctad, il quale ha osservato che non può esistere una soluzione alla persistente crisi della zona euro che non insista per un aggiustamento simmetrico nell'eurozona. Egli sostiene la strategia che l'Italia dovrebbe minacciare in maniera credibile di uscire dall'euro per forzare un mutamento nell'orientamento politico della Germania.