Dalla rassegna stampa di Eurointelligence una importante osservazione sulla vera novità dello scenario politico europeo: l’attuale governo italiano non desta scalpore tanto per le sue posizioni politiche, sebbene divergenti e non allineate, quanto per la sua inedita mancanza di paura e sudditanza. Paura e sudditanza che in precedenza avevano sempre caratterizzato la classe di governo del nostro Paese - e peraltro anche i commentatori politici italiani - obbligandoci a subire pedissequamente regole e normative anche profondamente contrarie ai nostri interessi.
Eurointelligence, 22 giugno 2018
Il vero pericolo che viene dall'Italia per l'UE non è un ipotetico piano di uscita dall'euro. O una presa di posizione più dura sull'immigrazione. Questo è un tipo di diavolo che conosciamo.
La vera minaccia viene da un'improvvisa perdita della paura. È la paura dell'isolamento che nel corso dei decenni ha tenuto in riga l'Italia, pronta ad accettare ogni normativa anche manifestamente contraria all'interesse del Paese, come la direttiva sulla risoluzione delle banche o anche il trattato dell'ESM, almeno per come è costruito.
Dopo che Giuseppe Conte aveva minacciato di non recarsi questa domenica al mini-summit sull’immigrazione, Angela Merkel lo ha chiamato per assicurargli che la bozza di risoluzione sarebbe stata messa da parte. Conte ha ottenuto un impegno: che da questo incontro non sarebbe arrivata alcuna conclusione. Questa è anche la posizione dei paesi di Visegrad, con cui l'Italia è allineata.
Il primo segno concreto dell'assertività italiana è arrivato a Bruxelles ieri, secondo una cronaca riportata dal Corriere della Sera. Fabrizio Massari, l'ambasciatore italiano, ha formulato una riserva formale sui fondi che l'UE ha stanziato per la Turchia e l'Africa. Il documento sottolinea giustamente che la presentazione di una riserva formale al Coreper spesso prefigura un voto negativo al Consiglio. L'articolo scrive che l'Italia passa dalle parole ai fatti.
”L'Italia si sta predisponendo, senza paura delle conseguenze, a una vera e propria guerra diplomatica: sa che potrebbe non ottenere nulla, ma sembra fermamente convinta di non poter fare passi indietro, anche a costo di isolarsi”.
Dobbiamo ancora vedere la reazione formale dell'Italia alle riforme dell'eurozona, ma dubitiamo che le idee franco-tedesche sopravviveranno al filtro politico italiano. Se è previsto un cambiamento del trattato, questo governo italiano richiederà come minimo la fine del fiscal compact e delle relative regole fiscali. Anche il PD lo aveva chiesto durante la campagna elettorale.
La paura dell'isolamento rimane però nel DNA dei commentatori politici italiani. Massimo Franco scrive sul Corriere della Sera che con questa amministrazione questo rischio rimarrà sempre sullo sfondo. Ricordiamo che uno dei primi atti di Matteo Renzi come primo ministro è stato quello di cercare di farsi fotografare con la Merkel - dopo avere a lungo denunciato le sue politiche nella fase precedente alla sua ascesa al governo. Ora è evidentemente diverso.
Ciò che rende Matteo Salvini così pericoloso per l'UE è la sua completa mancanza di paura. Un tipo di politico deciso e ostinato, che nell'UE la Merkel non aveva ancora incontrato. Conte non decide da solo. Egli agisce in accordo con le istruzioni dei suoi due leader. Sull'immigrazione, è Salvini quello che conta.
In questo nuovo clima politico non è intelligente da un punto di vista diplomatico per Germania e Francia perseguire la loro classica diplomazia pre-summit. La Merkel ha disperatamente bisogno di un accordo nel giro di una settimana per tenere insieme il suo governo. Cosa che sembra sempre più improbabile. Dubitiamo che Conte accetterà di firmare qualsiasi pezzo di carta che affermi che l'Italia prenderà i rifugiati dalla Germania. Accetterà solo proposte finalizzate a proteggere le frontiere esterne dell'UE. Sono in atto dei tentativi di placare la nuova amministrazione italiana. È trapelata una bozza di conclusioni del Consiglio europeo della prossima settimana che prevede le piattaforme di sbarco regionali.
Notiamo anche due importanti nomine che sembrano aver scioccato alcuni osservatori. Una è quella di Claudio Borghi alla presidenza della commissione Bilancio della Camera dei deputati; l'altra è quella di Alberto Bagnai alla commissione Finanze del Senato. Sono due euroscettici. Hanno all’attivo diverse pubblicazioni sull'uscita italiana dall'euro.
Abbiamo sempre detto che la campagna contro Paolo Savona era una falsa pista. Non pensiamo che questo governo pianifichi un'uscita dall'euro - anche se pensiamo che metterà in atto preparativi tecnici. Ma con Borghi e Bagnai ai posti di comando del Parlamento, il ministero delle Finanze è fortemente costretto. Lo spread delle obbligazioni italiane ieri a un certo punto è salito a 242,6 punti base e le azioni sono calate del 2%. La Repubblica ha osservato che Salvini si stava ancora riprendendo dal rifiuto della nomina di Savona a ministro delle Finanze.
Visualizzazione post con etichetta Governo Lega-5stelle. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Governo Lega-5stelle. Mostra tutti i post
22/06/18
Lucio Baccaro: Italia e Europa, la corda troppo tirata rischia di rompersi
Intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit, il professor Lucio Baccaro, direttore del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, esprime il suo punto di vista sull'attuale evoluzione del sistema politico in Italia e sui futuri possibili scenari. Un'eventuale disgregazione dell'unione monetaria, ipotesi un tempo ritenuta poco plausibile, appare sempre più realistica e anche auspicabile.
di Thomas Aussheuer, 13 Giugno 2018
Il nuovo governo italiano scuote l'Unione europea, perfino la fine della moneta unica è diventata concepibile. Una conversazione con il noto politologo Lucio Baccaro sulla crisi del suo Paese e su una disgregazione concordata dell'Eurozona
DIE ZEIT: Signor Baccaro, l'Italia scuote l'Europa. I neofascisti della Lega formano un governo con il fuoco fatuo del Movimento Cinque Stelle. Come si è arrivati a questo punto?
Lucio Baccaro: L'economia italiana ha ristagnato per vent'anni. Il prodotto interno lordo pro capite è ancora inferiore a quello del 1999. L'alto livello di debito pubblico deriva principalmente dagli anni '70 e '80, quando fu creato lo stato sociale italiano. A quell'epoca iniziò ad accumularsi l'indebitamento con cui il Paese si trova a lottare ancora oggi (qui è opportuno precisare che in realtà i dati raccontano un'altra storia: dagli anni '70 sino ai primi anni '80 il debito pubblico italiano era molto contenuto, tra il 40 e il 60 % del Pil, ndVdE). Dagli anni '90 in poi l'Italia, con l'eccezione del 2009, ha registrato ogni anno un avanzo primario.
ZEIT: Sembrerebbe che l'Italia stia tornando a crescere economicamente?
Baccaro: Io non la vedo così. L'Italia è ancora il Paese la cui economia sta crescendo meno di tutti gli altri paesi in Europa, incluso il Regno Unito. E i dati recenti suggeriscono che i consumi e le esportazioni sono in calo.
ZEIT: Il filosofo Angelo Bolaffi, in un'intervista al Süddeutsche Zeitung, ha affermato che la crisi italiana ha poco a che fare con l'introduzione dell'euro.
Baccaro: Penso che abbia torto su questo. A mio parere, l'adesione all'euro ha ridotto il tasso di crescita italiano. Ovviamente non si può dire con certezza, perché non possiamo riportare indietro la ruota della storia e vedere cosa sarebbe successo se l'Italia fosse rimasta fuori dall'euro. Una cosa è certa: prima dell'introduzione della moneta unica l'economia italiana cresceva altrettanto velocemente o addirittura più velocemente rispetto ad altri Paesi europei.
ZEIT: Lei si è fatto un nome come ricercatore studiando le convergenze nello sviluppo del sistema economico e di quello politico. Ora i neofascisti del Nord si stanno coalizzando con un partito anti-establishment che ha avuto molto successo al Sud. Entrambe queste forze politiche rappresentano, come direbbe lei, un blocco sociale. Lo trova sorprendente?
Baccaro: Al contrario, sono sorpreso che il collasso del sistema partitico tradizionale non si sia verificato prima. La ragione per me - per spiegarlo con un'affermazione del politologo Fritz Scharpf - è la mancanza di "legittimità dell'output". Con un ritornello di rito, i precedenti governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno continuato a ripetere che la crisi era stata superata e che si poteva intravvedere una luce in fondo al tunnel.
In realtà, le condizioni economiche non sono migliorate in modo sostenibile. Matteo Renzi del Partito Democratico (PD) ha riscontrato un certo successo perché è stato in grado di presentarsi come un politico nuovo che avrebbe portato la tanto sperata svolta. Così non è stato.
ZEIT: E proprio perché i problemi sono rimasti gli stessi che gli elettori continuano a regalare i loro voti ai politici più radicali?
Baccaro: Decidono di dare il loro voto a volti e partiti ancora più nuovi e che promettono un cambiamento di rotta ancora più forte. L'Italia è costantemente alla ricerca di nuovo personale politico e di nuovi partiti, in quanto il loro ciclo di vita si accorcia sempre più.
ZEIT: Che cosa collega la sinistra anti-istituzionale alla destra radicale più statalista?
Baccaro: La coalizione di Lega e Cinque Stelle è meno strana di quanto possa sembrare a prima vista. Entrambi sono partiti anti-sistema, entrambi rappresentano il "popolo" rispetto alle "élite". Entrambi sono euroscettici, la Lega ancora più del Movimento Cinque Stelle, che recentemente ha rallentato la sua retorica anti-UE, principalmente per ragioni tattiche. I due partiti hanno molto in comune - altrimenti non sarebbero stati in grado di concordare un programma governativo in così poco tempo.
ZEIT: Quanto pensa che sia pericoloso il fronte italiano?
Baccaro: La Lega si è trasformata in un partito sciovinista e difensore dello stato sociale sulla falsa riga del Fronte Nazionale di Marine Le Pen o del Fidesz di Viktor Orbán. Il suo programma economico è di destra sulle questioni fiscali e di politica pubblica, ma al contempo vuole rafforzare il ruolo dello Stato nell'economia. Non è per uno smantellamento dello stato sociale, ma per la restrizione dell'accesso alla cittadinanza e l'esclusione degli stranieri. La retorica del "Prima gli italiani!" è il suo grido di battaglia centrale.
ZEIT: E i Cinque Stelle?
Baccaro: È un partito più difficile da giudicare. I loro elettori sono più istruiti di quelli del tipico partito anti-sistema. Sembra essere un partito veramente cross-class, che ottiene voti da tutti i ceti sociali, sebbene sia particolarmente forte nel Sud del paese e tra l'elettorato giovane.
ZEIT: Il movimento Cinque Stelle è ancora un partito di sinistra?
Baccaro: È difficile a dirsi. Le loro posizioni politiche sono troppo sottili per questo. I temi cardine sono l'enfasi sul "popolo" in contrasto con i politici di professione, la lotta alla corruzione, un maggiore controllo degli eletti da parte degli elettori, il rafforzamento della democrazia diretta e una sorta di "reddito di cittadinanza". Se questa proposta sia di sinistra o di destra, dipende dalla struttura politica del reddito del cittadino. Finora, i Cinque Stelle hanno accettato senza troppa resistenza la proposta della Lega di introdurre una tassa regressiva. Se questo aumenta la disuguaglianza sociale, può essere compensata in parte dal reddito di cittadinanza. Ma non è detto che vada così. Tra l'altro, il catalogo delle misure punitive contro i migranti proposto dalla Lega è stato accettato anche dal movimento Cinque Stelle.
ZEIT: Il suo predecessore Wolfgang Streeck accusava l'UE di accerchiare i paesi membri con una fitta rete di regolamentazioni neoliberiste, contribuendo così a eliminare qualsiasi spazio di manovra nazionale e alimentando in questo modo la protesta populista, sia da sinistra che da destra. Condivide la sua opinione?
Baccaro: Sono d'accordo con questo punto di vista, ma lo formulerei in un altro modo. Le regole di coordinamento dell'area dell'euro prevedono un solo meccanismo di adeguamento: la svalutazione interna. Se un paese ha un deficit della bilancia dei pagamenti, deve compensarlo provocando la deflazione nei confronti degli altri paesi membri. Questo non solo è doloroso, ma anche inefficace. Le unioni monetarie, tuttavia, possono funzionare solo se dispongono di meccanismi che garantiscano che le misure siano assorbite in modo simmetrico da tutti i membri. In altre parole, i paesi in eccedenza devono fare la loro parte nell'adeguamento. La strategia di svalutazione interna ha portato alla perdita totale di credibilità della politica.
ZEIT: Si sta riferendo al surplus della Germania. Come mai è la Germania a svolgere il ruolo di cattivo in questo gioco?
Baccaro: La maggior parte degli italiani è stufa delle politiche di austerità. Non sono più disposti ad accettare l'argomentazione secondo la quale basterà che mettano in atto ulteriori riforme strutturali e poi potranno prosperare felici sotto il sole. Ci sono state molte riforme negli ultimi anni, come quella delle pensioni e del mercato del lavoro e non hanno portato alcuna crescita.
ZEIT: Lei è molto gentile nei confronti della Germania. Che cosa hanno sbagliato la signora Merkel e il signor Schäuble?
Baccaro: La rabbia degli italiani è diretta principalmente contro i loro stessi politici, non contro i tedeschi. E la maggioranza è contraria al ritorno alla lira. Tuttavia, gli articoli offensivi apparsi di recente sulla stampa tedesca hanno attirato l'attenzione e hanno alimentato molta animosità. E per quanto riguarda la signora Merkel, il signor Schäuble o altri politici: trovo difficile accusarli di qualcosa di diverso dalla miopia. Sono politici eletti che fanno ciò che pensano sia meglio per i loro elettori. Finora, la strategia di crescita tedesca ha funzionato bene, anche se ciò non vale per tutta la popolazione. L'errore di alcuni politici tedeschi, tuttavia, è di credere che ciò che ha funzionato in Germania probabilmente funzioni anche altrove. Ma si deve comprendere che è impossibile avere tutte le economie orientate all'esportazione allo stesso tempo. E i politici tedeschi dovrebbero capire che la corda rischia di rompersi quando è troppo tirata. E forse si romperà davvero.
ZEIT: Emmanuel Macron vuole impedirlo e propone un parlamento dell'eurozona. Una soluzione di questo tipo potrebbe evitare l'impressione fatale che sia la Germania l'unica a prendere decisioni in Europa?
Baccaro: Sì, un parlamento dell'eurozona potrebbe aiutare. Ma dovrebbe avere un potere reale, un bilancio europeo con capacità di tassazione su scala europea. Inoltre, dovrebbe essere in grado di legittimare democraticamente l'introduzione di meccanismi di regolazione simmetrici. Ciò trasformerebbe l'eurozona in una vera unione politica. Per il momento, però, non vedo molte possibilità. Non abbiamo bisogno di un parlamento che abbia solo un potere simbolico.
ZEIT: Angela Merkel ha tenuto Emmanuel Macron in attesa di una risposta per mesi. L'iniziativa di Macron è già fallita, soprattutto ora che l'Italia ha un governo eurocritico al potere e l'Europa dovrebbe parlare con una sola voce dopo la débacle del G7?
Baccaro: Al contrario, la posizione di Macron potrebbe essere rafforzata da questa situazione di turbolenza. Il governo tedesco potrebbe rendersi conto di dover agire. A mio parere, tuttavia, le proposte di Macron non sono sufficientemente avanzate. Né saranno in grado di risolvere la crisi italiana - e questa crisi è la più grande minaccia per l'UE.
ZEIT: Cosa la preoccupa del piano di Macron?
Baccaro: Contro la resistenza tedesca, Macron vuole una certa condivisione del rischio nel debito nazionale. Allo stesso tempo, vuole rafforzare la capacità dei mercati finanziari di punire paesi con alti debiti, come l'Italia. Temo che tutto questo acceleri piuttosto che porre fine alla crisi. Supponendo che ci sia un attacco speculativo da parte dei mercati, allora il governo italiano non si accontenterebbe di negoziare semplicemente un memorandum con la Troika di Bruxelles senza combattere. Tutto sarebbe possibile a quel punto. Potrebbe essere la fine dell'euro.
ZEIT: Il governo potrebbe semplicemente dimettersi?
Baccaro: Sì, la pressione della zona euro e del mercato finanziario potrebbe portare a una capitolazione del governo, come nel caso del governo greco nel 2015. Tuttavia, a mio avviso, questo scenario è improbabile. La mia ipotesi è che se il nuovo governo dovesse trovarsi con le spalle al muro - come successe allora al governo greco - farebbe saltare in aria la casa. Di fronte a uno scenario diverso l'UE potrebbe accettare che in Italia la priorità vada alla crescita e che il paese mantenga standard di deficit meno rigidi.
ZEIT: L'entusiasmo tedesco a riguardo sarebbe piuttosto scarso.
Baccaro: Il governo federale dovrebbe cambiare rotta per quanto riguarda la riforma della zona euro. Ma non credo che questo sia molto probabile.
ZEIT: Non c'è altra soluzione?
Baccaro: Assolutamente. Bisognerebbe ammettere che le economie dell'area dell'euro sono troppo diverse per una pacifica convivenza. Ecco perché, infine, sarebbe necessario negoziare i termini per un divorzio consensuale. Quest'ultimo dovrebbe essere progettato in modo che in seguito i partner possano continuare a parlarsi.
ZEIT: Se l'euro fallisce, allora l'Europa fallisce.
Baccaro: Penso di aver chiarito che quello che potrebbe crollare è l'euro e, si spera, non l'Europa. In effetti, siamo a un punto critico. Dobbiamo assolutamente separare l'idea dell'Europa dalla realtà concreta dell'euro. Il fallimento dell'euro, se dovesse arrivare, non deve portare al fallimento dell'Europa.
di Thomas Aussheuer, 13 Giugno 2018
Il nuovo governo italiano scuote l'Unione europea, perfino la fine della moneta unica è diventata concepibile. Una conversazione con il noto politologo Lucio Baccaro sulla crisi del suo Paese e su una disgregazione concordata dell'Eurozona
DIE ZEIT: Signor Baccaro, l'Italia scuote l'Europa. I neofascisti della Lega formano un governo con il fuoco fatuo del Movimento Cinque Stelle. Come si è arrivati a questo punto?
Lucio Baccaro: L'economia italiana ha ristagnato per vent'anni. Il prodotto interno lordo pro capite è ancora inferiore a quello del 1999. L'alto livello di debito pubblico deriva principalmente dagli anni '70 e '80, quando fu creato lo stato sociale italiano. A quell'epoca iniziò ad accumularsi l'indebitamento con cui il Paese si trova a lottare ancora oggi (qui è opportuno precisare che in realtà i dati raccontano un'altra storia: dagli anni '70 sino ai primi anni '80 il debito pubblico italiano era molto contenuto, tra il 40 e il 60 % del Pil, ndVdE). Dagli anni '90 in poi l'Italia, con l'eccezione del 2009, ha registrato ogni anno un avanzo primario.
ZEIT: Sembrerebbe che l'Italia stia tornando a crescere economicamente?
Baccaro: Io non la vedo così. L'Italia è ancora il Paese la cui economia sta crescendo meno di tutti gli altri paesi in Europa, incluso il Regno Unito. E i dati recenti suggeriscono che i consumi e le esportazioni sono in calo.
ZEIT: Il filosofo Angelo Bolaffi, in un'intervista al Süddeutsche Zeitung, ha affermato che la crisi italiana ha poco a che fare con l'introduzione dell'euro.
Baccaro: Penso che abbia torto su questo. A mio parere, l'adesione all'euro ha ridotto il tasso di crescita italiano. Ovviamente non si può dire con certezza, perché non possiamo riportare indietro la ruota della storia e vedere cosa sarebbe successo se l'Italia fosse rimasta fuori dall'euro. Una cosa è certa: prima dell'introduzione della moneta unica l'economia italiana cresceva altrettanto velocemente o addirittura più velocemente rispetto ad altri Paesi europei.
ZEIT: Lei si è fatto un nome come ricercatore studiando le convergenze nello sviluppo del sistema economico e di quello politico. Ora i neofascisti del Nord si stanno coalizzando con un partito anti-establishment che ha avuto molto successo al Sud. Entrambe queste forze politiche rappresentano, come direbbe lei, un blocco sociale. Lo trova sorprendente?
Baccaro: Al contrario, sono sorpreso che il collasso del sistema partitico tradizionale non si sia verificato prima. La ragione per me - per spiegarlo con un'affermazione del politologo Fritz Scharpf - è la mancanza di "legittimità dell'output". Con un ritornello di rito, i precedenti governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno continuato a ripetere che la crisi era stata superata e che si poteva intravvedere una luce in fondo al tunnel.
In realtà, le condizioni economiche non sono migliorate in modo sostenibile. Matteo Renzi del Partito Democratico (PD) ha riscontrato un certo successo perché è stato in grado di presentarsi come un politico nuovo che avrebbe portato la tanto sperata svolta. Così non è stato.
ZEIT: E proprio perché i problemi sono rimasti gli stessi che gli elettori continuano a regalare i loro voti ai politici più radicali?
Baccaro: Decidono di dare il loro voto a volti e partiti ancora più nuovi e che promettono un cambiamento di rotta ancora più forte. L'Italia è costantemente alla ricerca di nuovo personale politico e di nuovi partiti, in quanto il loro ciclo di vita si accorcia sempre più.
ZEIT: Che cosa collega la sinistra anti-istituzionale alla destra radicale più statalista?
Baccaro: La coalizione di Lega e Cinque Stelle è meno strana di quanto possa sembrare a prima vista. Entrambi sono partiti anti-sistema, entrambi rappresentano il "popolo" rispetto alle "élite". Entrambi sono euroscettici, la Lega ancora più del Movimento Cinque Stelle, che recentemente ha rallentato la sua retorica anti-UE, principalmente per ragioni tattiche. I due partiti hanno molto in comune - altrimenti non sarebbero stati in grado di concordare un programma governativo in così poco tempo.
ZEIT: Quanto pensa che sia pericoloso il fronte italiano?
Baccaro: La Lega si è trasformata in un partito sciovinista e difensore dello stato sociale sulla falsa riga del Fronte Nazionale di Marine Le Pen o del Fidesz di Viktor Orbán. Il suo programma economico è di destra sulle questioni fiscali e di politica pubblica, ma al contempo vuole rafforzare il ruolo dello Stato nell'economia. Non è per uno smantellamento dello stato sociale, ma per la restrizione dell'accesso alla cittadinanza e l'esclusione degli stranieri. La retorica del "Prima gli italiani!" è il suo grido di battaglia centrale.
ZEIT: E i Cinque Stelle?
Baccaro: È un partito più difficile da giudicare. I loro elettori sono più istruiti di quelli del tipico partito anti-sistema. Sembra essere un partito veramente cross-class, che ottiene voti da tutti i ceti sociali, sebbene sia particolarmente forte nel Sud del paese e tra l'elettorato giovane.
ZEIT: Il movimento Cinque Stelle è ancora un partito di sinistra?
Baccaro: È difficile a dirsi. Le loro posizioni politiche sono troppo sottili per questo. I temi cardine sono l'enfasi sul "popolo" in contrasto con i politici di professione, la lotta alla corruzione, un maggiore controllo degli eletti da parte degli elettori, il rafforzamento della democrazia diretta e una sorta di "reddito di cittadinanza". Se questa proposta sia di sinistra o di destra, dipende dalla struttura politica del reddito del cittadino. Finora, i Cinque Stelle hanno accettato senza troppa resistenza la proposta della Lega di introdurre una tassa regressiva. Se questo aumenta la disuguaglianza sociale, può essere compensata in parte dal reddito di cittadinanza. Ma non è detto che vada così. Tra l'altro, il catalogo delle misure punitive contro i migranti proposto dalla Lega è stato accettato anche dal movimento Cinque Stelle.
ZEIT: Il suo predecessore Wolfgang Streeck accusava l'UE di accerchiare i paesi membri con una fitta rete di regolamentazioni neoliberiste, contribuendo così a eliminare qualsiasi spazio di manovra nazionale e alimentando in questo modo la protesta populista, sia da sinistra che da destra. Condivide la sua opinione?
Baccaro: Sono d'accordo con questo punto di vista, ma lo formulerei in un altro modo. Le regole di coordinamento dell'area dell'euro prevedono un solo meccanismo di adeguamento: la svalutazione interna. Se un paese ha un deficit della bilancia dei pagamenti, deve compensarlo provocando la deflazione nei confronti degli altri paesi membri. Questo non solo è doloroso, ma anche inefficace. Le unioni monetarie, tuttavia, possono funzionare solo se dispongono di meccanismi che garantiscano che le misure siano assorbite in modo simmetrico da tutti i membri. In altre parole, i paesi in eccedenza devono fare la loro parte nell'adeguamento. La strategia di svalutazione interna ha portato alla perdita totale di credibilità della politica.
ZEIT: Si sta riferendo al surplus della Germania. Come mai è la Germania a svolgere il ruolo di cattivo in questo gioco?
Baccaro: La maggior parte degli italiani è stufa delle politiche di austerità. Non sono più disposti ad accettare l'argomentazione secondo la quale basterà che mettano in atto ulteriori riforme strutturali e poi potranno prosperare felici sotto il sole. Ci sono state molte riforme negli ultimi anni, come quella delle pensioni e del mercato del lavoro e non hanno portato alcuna crescita.
ZEIT: Lei è molto gentile nei confronti della Germania. Che cosa hanno sbagliato la signora Merkel e il signor Schäuble?
Baccaro: La rabbia degli italiani è diretta principalmente contro i loro stessi politici, non contro i tedeschi. E la maggioranza è contraria al ritorno alla lira. Tuttavia, gli articoli offensivi apparsi di recente sulla stampa tedesca hanno attirato l'attenzione e hanno alimentato molta animosità. E per quanto riguarda la signora Merkel, il signor Schäuble o altri politici: trovo difficile accusarli di qualcosa di diverso dalla miopia. Sono politici eletti che fanno ciò che pensano sia meglio per i loro elettori. Finora, la strategia di crescita tedesca ha funzionato bene, anche se ciò non vale per tutta la popolazione. L'errore di alcuni politici tedeschi, tuttavia, è di credere che ciò che ha funzionato in Germania probabilmente funzioni anche altrove. Ma si deve comprendere che è impossibile avere tutte le economie orientate all'esportazione allo stesso tempo. E i politici tedeschi dovrebbero capire che la corda rischia di rompersi quando è troppo tirata. E forse si romperà davvero.
ZEIT: Emmanuel Macron vuole impedirlo e propone un parlamento dell'eurozona. Una soluzione di questo tipo potrebbe evitare l'impressione fatale che sia la Germania l'unica a prendere decisioni in Europa?
Baccaro: Sì, un parlamento dell'eurozona potrebbe aiutare. Ma dovrebbe avere un potere reale, un bilancio europeo con capacità di tassazione su scala europea. Inoltre, dovrebbe essere in grado di legittimare democraticamente l'introduzione di meccanismi di regolazione simmetrici. Ciò trasformerebbe l'eurozona in una vera unione politica. Per il momento, però, non vedo molte possibilità. Non abbiamo bisogno di un parlamento che abbia solo un potere simbolico.
ZEIT: Angela Merkel ha tenuto Emmanuel Macron in attesa di una risposta per mesi. L'iniziativa di Macron è già fallita, soprattutto ora che l'Italia ha un governo eurocritico al potere e l'Europa dovrebbe parlare con una sola voce dopo la débacle del G7?
Baccaro: Al contrario, la posizione di Macron potrebbe essere rafforzata da questa situazione di turbolenza. Il governo tedesco potrebbe rendersi conto di dover agire. A mio parere, tuttavia, le proposte di Macron non sono sufficientemente avanzate. Né saranno in grado di risolvere la crisi italiana - e questa crisi è la più grande minaccia per l'UE.
ZEIT: Cosa la preoccupa del piano di Macron?
Baccaro: Contro la resistenza tedesca, Macron vuole una certa condivisione del rischio nel debito nazionale. Allo stesso tempo, vuole rafforzare la capacità dei mercati finanziari di punire paesi con alti debiti, come l'Italia. Temo che tutto questo acceleri piuttosto che porre fine alla crisi. Supponendo che ci sia un attacco speculativo da parte dei mercati, allora il governo italiano non si accontenterebbe di negoziare semplicemente un memorandum con la Troika di Bruxelles senza combattere. Tutto sarebbe possibile a quel punto. Potrebbe essere la fine dell'euro.
ZEIT: Il governo potrebbe semplicemente dimettersi?
Baccaro: Sì, la pressione della zona euro e del mercato finanziario potrebbe portare a una capitolazione del governo, come nel caso del governo greco nel 2015. Tuttavia, a mio avviso, questo scenario è improbabile. La mia ipotesi è che se il nuovo governo dovesse trovarsi con le spalle al muro - come successe allora al governo greco - farebbe saltare in aria la casa. Di fronte a uno scenario diverso l'UE potrebbe accettare che in Italia la priorità vada alla crescita e che il paese mantenga standard di deficit meno rigidi.
ZEIT: L'entusiasmo tedesco a riguardo sarebbe piuttosto scarso.
Baccaro: Il governo federale dovrebbe cambiare rotta per quanto riguarda la riforma della zona euro. Ma non credo che questo sia molto probabile.
ZEIT: Non c'è altra soluzione?
Baccaro: Assolutamente. Bisognerebbe ammettere che le economie dell'area dell'euro sono troppo diverse per una pacifica convivenza. Ecco perché, infine, sarebbe necessario negoziare i termini per un divorzio consensuale. Quest'ultimo dovrebbe essere progettato in modo che in seguito i partner possano continuare a parlarsi.
ZEIT: Se l'euro fallisce, allora l'Europa fallisce.
Baccaro: Penso di aver chiarito che quello che potrebbe crollare è l'euro e, si spera, non l'Europa. In effetti, siamo a un punto critico. Dobbiamo assolutamente separare l'idea dell'Europa dalla realtà concreta dell'euro. Il fallimento dell'euro, se dovesse arrivare, non deve portare al fallimento dell'Europa.
Etichette:
Angela Merkel,
Autori,
crisi dell'euro,
Die Zeit,
Fonti,
Governo Lega-5stelle,
in evidenza,
Italia,
Lega,
Lucio Baccaro,
Movimento Cinque Stelle,
Nazioni,
Schäuble
18/06/18
Il melting pot dell'Unione Europea sta crollando
Sul Times Niall Ferguson sostiene chiaramente che il problema dell’immigrazione si pone oggi in tutta la sua drammaticità a causa delle disastrose politiche passate, promosse dalla Merkel in Germania e dai governi mainstream in Italia, da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi. Le conseguenti tensioni politiche dicono che il futuro dell’Europa non sarà di maggiore integrazione, ma di divisione, talmente esplosiva da far sembrare la Brexit solo un piccolo segnale premonitore.
Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018
Sull’immigrazione, i populisti italiani sono il futuro. La Merkel rappresenta il passato.
Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.
“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.
È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].
Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.
Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.
Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.
Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. A sinistra si insiste nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).
Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare molte persone.
Politicamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.
I centristi europei hanno le idee molto confuse sull’immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.
In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia. La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.
In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.
E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.
Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.
Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.
Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.
Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.
La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.
Niall Ferguson è assistente anziano alla Milbank Family presso la Hoover Institution, Stanford
Di Niall Ferguson, 17 giugno 2018
Sull’immigrazione, i populisti italiani sono il futuro. La Merkel rappresenta il passato.
Centodieci anni fa l’autore britannico Israel Zangwill completò la sua opera teatrale “Il melting pot”. Rappresentata per la prima volta a Washington nell’ottobre 1908 – dove fu accolta entusiasticamente dal Presidente Theodore Roosvelt – celebrava gli Stati Uniti come un gigantesco crogiolo, che fondeva insieme “Celti e Latini, Slavi e Teutoni, Greci e Siriani – neri e gialli – Ebrei e Gentili” per formare un unico popolo.
“Sì”, dichiara l’eroe della commedia (un immigrato ebreo dalla Russia, come il padre di Zangwill), “Est e Ovest, Nord e Sud, la palma e il pino, il polo e l’equatore, i musulmani e i cristiani… qui saranno tutti uniti per costruire la Repubblica degli Uomini e il Regno di Dio”.
È piuttosto difficile immaginare di scrivere un’opera simile riguardo all’Unione Europea all’inizio del ventunesimo secolo. O piuttosto, è facile immaginarne una molto diversa. In questa, l’influsso di immigrati da tutto il mondo avrebbe esattamente l’effetto opposto di quello immaginato da Zangwill. Anziché portare alla fusione, la crisi migratoria europea sta portando alla fissione. La commedia potrebbe chiamarsi “Il Meltdown Pot” [quindi non un crogiolo dove si fondono insieme diversi metalli, ma un posto dove una materia solida si liquefa disperdendosi, NdVdE].
Sono sempre più convinto che la crisi migratoria sarà vista dai futuri storici come l’ingrediente fatale che ha sciolto l’UE. Nelle loro ricostruzioni, la Brexit sembrerà a mala pena un sintomo premonitore della crisi. Ci diranno che l’immenso “Völkerwanderung” [movimento di massa di persone, NdVdE] ha sopraffatto il progetto di integrazione europea, esponendo la debolezza dell’UE come istituzione e spingendo gli elettori nelle braccia della politica nazionale per trovare soluzioni.
Cominciamo dalla dimensione dell’afflusso. Nel solo 2016 sono arrivati nei 28 paesi membri UE circa 2,4 milioni di immigrati da paesi non-UE, portando il totale della popolazione nata all’estero a 36,9 milioni, più del 7% del totale.
Questo potrebbe essere solo l’inizio. Secondo gli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh, “il numero di migranti di prima generazione nati in Africa e tra i 15 e i 64 anni, fuori dall’Africa sub-Sahariana aumenterà da 4,6 milioni a 13,4 milioni tra il 2010 e il 2050”. La grande maggioranza di questi si dirigerà sicuramente in Europa.
Il problema è insolubile. La popolazione dell’Europa Continentale sta invecchiando e diminuendo, ma il mercato del lavoro europeo ha pessime esperienze nell’integrazione di immigrati non specializzati. Inoltre, un’ampia proporzione degli immigrati in Europa sono musulmani. A sinistra si insiste nel sostenere che sarebbe possibile per cristiani e musulmani convivere pacificamente in un’Europa secolare post-cristiana. In pratica, la combinazione di sospetti storicamente radicati e di divergenze moderne nelle posizioni – in particolare sullo status e il ruolo delle donne – sta rendendo difficile l’assimilazione (paragonate la situazione dei marocchini in Belgio a quella dei messicani in California, se non mi credete).
Infine, c’è un problema pratico. È quasi impossibile difendere i confini dell’Europa del sud dalle flottiglie degli immigrati, a meno che i leader dell’Europa non siano pronti a lasciar annegare molte persone.
Politicamente, il problema dell’immigrazione sembra poter essere fatale a quelle alleanze allargate tra socialdemocratici moderati e conservatori moderati/cristiani democratici su cui si è basata l’integrazione europea negli ultimi 70 anni.
I centristi europei hanno le idee molto confuse sull’immigrazione. Molti, specialmente nel centro-sinistra, vorrebbero avere sia frontiere aperte sia uno stato sociale. Ma le evidenze dicono che è difficile “fare la Danimarca” in una società multiculturale. La mancanza di solidarietà sociale rende insostenibili alti livelli di tassazione e redistribuzione.
In Italia possiamo vedere un possibile futuro: i populisti di sinistra (il Movimento Cinque Stelle) e i populisti di destra (la Lega) si sono uniti per formare un governo. La loro coalizione si concentrerà su due cose: difendere le vecchie norme dello stato sociale (il governo prevede di revocare una recente riforma delle pensioni) ed escludere gli immigrati. La scorsa settimana, con un ampio consenso popolare, il ministro degli interni Matteo Salvini ha respinto una nave che portava 629 immigrati recuperati dal mare della Libia. La Aquarius ora si dirige in Spagna, il cui nuovo governo di minoranza socialista si è offerto di accettare il carico umano.
In quali altri posti i populisti possono andare al potere? Sono già al governo in qualche modo in sei membri UE: Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia. Ma in tutta l’UE ci sono in totale 11 partiti populisti con un sostegno popolare superiore al 20%, il che implica che il numero di governi populisti potrebbe all’incirca duplicare. Il fatto è che pochi paesi stanno alla pari dell’Italia per flessibilità politica. Immaginate, se ci riuscite, il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che si siede con i tedeschi di sinistra (Die Linke) a mangiare salsicce e bere birra a Berlino. Impossibile. Di conseguenza, come hanno constatato i tedeschi dopo le scorse elezioni, in effetti non esiste alternativa alla vecchia Grande Coalizione tra centro-destra e centro-sinistra, che procede zoppicando.
E intendo proprio “zoppicare”. La scorsa settimana la cancelliera Angela Merkel si è scontrata con Horst Seehofer, il suo ministro dell’interno, che voleva respingere sui confini tedeschi tutti gli immigrati già registrati in altri paesi UE. Secondo il regolamento di Dublino, il paese dove l’immigrato mette piede per primo in UE è in teoria responsabile per la sua richiesta di asilo. Ma in pratica gli immigrati cercano in giro la destinazione più gradita, grazie al sistema delle frontiere aperte di Schengen, a cui la Germania appartiene.
Secondo la Merkel, la Germania non può uscire da Schengen senza rischiare il collasso dell’intero sistema di libertà di movimento. La sua speranza è quella di mettere insieme una sorta di pacchetto pan-europeo in materia di immigrazione al vertice UE di Bruxelles a fine mese. Ma non è ancora chiaro se il suo alleato della CSU Bavarese (il partito guidato da Seenhofer) possa accettare questa linea. La CSU ha elezioni locali il prossimo ottobre e teme di perdere consensi a favore di AfD proprio sulla questione dell’immigrazione. In ogni caso, la possibilità di una strategia coerente pan-europea sull’immigrazione sembra remota. I confini nazionali sembrano una soluzione più semplice.
Ero scettico riguardo all’opinione che la Brexit significasse semplicemente abbandonare una nave che affonda. Ma adesso devo ricredermi. Anche se l’impossibilità di riconciliare i conservatori nostalgici dell’UE e i sostenitori della Brexit sembra un pericolo esistenziale per Theresa May, gli eventi in Europa si muovono in una direzione che sembrava impensabile pochi anni fa.
Nel suo libro in uscita riguardo all’immigrazione USA, il mio brillante amico Reihan Salam – lui stesso figlio di immigrati dal Bangladesh – sostiene una tesi coraggiosa: o l’America mette restrizioni all’immigrazione o rischia la guerra civile a causa della combinazione tra crescente disuguaglianza e tensione razziale.
Spero che Salam abbia ragione quando sostiene che il melting pot americano può essere in qualche modo salvato. Ma non nutro la stessa speranza per l’Europa. Nessuno che abbia passato un po’ di tempo in Germania dopo la grande scommessa della Merkel nel 2015-2016 può onestamente credere che sia in atto un melting pot anche lì. Chiunque visiti oggi l’Italia può vedere che le politiche dello scorso decennio – austerità e frontiere aperte – hanno prodotto un tracollo politico.
La fusione può ancora essere la soluzione per gli Stati Uniti. Per l’Europa, temo, il futuro è nella divisione – un processo potenzialmente così esplosivo che potrebbe relegare la Brexit a una nota a piè di pagina nella storia futura.
Niall Ferguson è assistente anziano alla Milbank Family presso la Hoover Institution, Stanford
Etichette:
AfD,
Angela Merkel,
Autori,
Brexit,
CDU,
CSU,
Fonti,
Governo Lega-5stelle,
in evidenza,
Italia,
Matteo Salvini,
Nazioni,
Niall Ferguson,
Schengen,
The Times,
Voci dall'estero
23/05/18
AEP sul Telegraph - In Italia gli insorti fanno infuriare la Germania, ma si ribellano alle minacce dell'UE
Ambrose Evans Pritchard rappresenta nei suoi ultimi articoli sul Telegraph la situazione italiana in tutta la sua rischiosità, ma anche nella sua grande potenzialità.
Nell'articolo del 17 maggio “I ribelli italiani fanno infuriare la Germania e rischiano il congelamento dei pagamenti da parte della BCE” Pritchard rileva come la proposta di contratto di governo Lega-5 Stelle, soprattutto nella sua formulazione originaria, abbia suscitato le vibranti proteste del professor Clemens Fuest, presidente dell'IFO Institute, e di tutto l'establishment tedesco, di fronte a quello che è stato definito come ”un ultimatum da parte dei 'ribelli italiani', i quali pretenderebbero trasferimenti da parte della Germania minacciando in caso contrario di uscire dall'euro”. A detta degli economisti tedeschi, l'Italia in questo modo mette una pietra tombale sulla proposta di unione fiscale avanzata dalla Francia. Tuttavia, come sottolinea lo stesso Pritchard, era in realtà già ”molto difficile che la proposta potesse veramente realizzarsi”: la "lega anseatica" degli stati del Nord guidata dagli olandesi aveva infatti già avvisato di non essere affatto disposta a farsi trascinare in “avventure romantiche” mentre Olaf Scholz, ministro delle finanze tedesco della SPD, aveva dichiarato che ”molto del piano di Macron non vedrà mai la luce”.
Nel suo articolo successivo del 21 maggio ”Gli insorti italiani si ribellano allo spread e alle minacce della UE” Pritchard osserva come i moniti all'Italia si vadano moltiplicando: anche l'agenzia di rating Fitch ha lanciato l'allarme sul nuovo rischio paese, mentre il leader conservatore al Parlamento europeo, Manfred Weber, ha dichiarato che gli italiani stanno ”giocando con il fuoco” e il ministro delle finanze francese ha avvertito che l'Italia potrebbe trovarsi in un disastro di tipo “greco”.
Le misure di spesa e di riduzione delle tasse previste nel programma Lega-5 Stelle arriveranno a costare, secondo Citigroup, il 6% del PIL, e il deficit di bilancio raggiungerà la doppia cifra. Ma oltre a questo, l'abolizione del bail-in, lo stop alla privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena, la volontà di ignorare le norme dell'UE in materia di aiuti di Stato per quanto riguarda l'Alitalia e l'industria siderurgica, sono passi che equivalgono, dice Pritchard, a "una rivolta totale". Ma l'Italia non è la Grecia, e il suo peso nell'unione monetaria non può essere ignorato:
"I mercati obbligazionari hanno preso coscienza dell'enormità di ciò che sta accadendo in un paese che non può essere facilmente schiacciato e sottomesso "à la Grecque", e che è abbastanza grande da distruggere l'unione monetaria."
Benché lo spread di rischio sul debito italiano a dieci anni sia salito di 65 punti base nelle ultime tre settimane e il contagio abbia cominciato a diffondersi sul debito spagnolo e portoghese, secondo Pritchard non siamo ancora in una situazione di pericolo reale:
“Il dramma nei mercati obbligazionari in questa fase è ancora simbolico. L'Italia ha ‘anticipato’ gran parte del suo fabbisogno finanziario per quest'anno. La Banca centrale europea sta ancora assorbendo gran parte delle emissioni di debito dell'Italia attraverso l'allentamento quantitativo. Il problema si presenterà alla fine dell'anno, quando la BCE chiuderà il rubinetto del QE.
In quel momento, l'Italia non avrà più un prestatore di ultima istanza alle sue spalle. Il Paese sarà nuovamente esposto alle forze del mercato. Un salvataggio sarà disponibile solo se il Paese entrerà in un programma di salvataggio ufficiale (ESM-OMT) a condizioni draconiane, che dovrà essere votato dal Bundestag tedesco e dall'olandese Tweede Kamer."
A quel punto, Pritchard prevede zero possibilità di una accettazione delle condizioni da parte della Lega e dei "Grillini", che inizierebbero ad attivare i minibot, ripristinando il pieno controllo sovrano sulla Banca d'Italia e sul sistema bancario italiano.
Tuttavia, nonostante per il momento l'Italia sia coperta dall'esposizione ai mercati, non è improbabile che si possa arrivare a una resa dei conti molto prima, secondo Pritchard.
Berlino ha minacciato di tagliare la liquidità della banca centrale e di estromettere l'Italia dal sistema dei pagamenti interbancari dell'eurozona, il Target2, nel quale la Germania vanta crediti - principalmente verso Italia e Spagna - per 927 miliardi di euro. Crediti che sono in continuo aumento.
A questo proposito Pritchard cita Claudio Borghi, economista della Lega, secondo il quale le minacce della Germania potrebbero rivelarsi un boomerang. Borghi ha dichiarato al Telegraph:
"Se vogliono davvero giocare duro, il loro gioco gli si ritorcerà contro. È la Germania il creditore di Target2, non noi, e sono loro che subiranno le perdite se noi andiamo in default. Vorrei esortare a un po' di cautela."
“Se qualcuno in Europa pensa di poter aumentare gli spread e che saremo estromessi, ha torto. Abbiamo vissuto tutto questo con Mario Monti nel 2011. Tutti in Italia comprendono che la manipolazione politica degli spread è il modo in cui impongono la loro austerità sul paese. Avremo con l'UE una discussione molto franca”.
In merito al nuovo governo, Pritchard commenta la scelta di compromesso per il primo ministro, che ancora attende di essere confermata dal Presidente Mattarella: Giuseppe Conte, un giurista sconosciuto ai più e senza esperienza politica. Secondo Pritchard, Conte sarebbe in realtà un prestanome di Salvini e Di Maio, che nella sostanza eserciterebbero il potere avvalendosi di un organo speciale di risoluzione delle eventuali controversie composto dai due partiti, una novità al di fuori della struttura costituzionale italiana.
Paolo Savona, probabile ministro delle finanze, è definito da Pritchard “il flagello del trattato di Maastricht e dell'euro tedesco”. Nome noto nelle capitali europee, è considerato una persona su cui si può contare, non destinato a soccombere facilmente alle pressioni europee.
Infine, Ambrose Evans Pritchard ha intervistato Alberto Bagnai:
"Alberto Bagnai, senatore della Lega e stratega economico di importanza fondamentale, ha detto che il nuovo governo si adopererà al fine di accelerare la moneta parallela dei minibot per coprire i 70 miliardi di euro di pagamenti arretrati dello Stato verso appaltatori e famiglie: 'Intendiamo partire entro un anno e probabilmente quest'anno stesso. Ci sono molte aziende in grave difficoltà finanziaria.
C'è una fortissima richiesta politica dei minibot. La gente li vuole e li avrà. Se l'UE dice che non possiamo farlo, lo faremo comunque. La Francia ha violato le regole fiscali negli ultimi dieci anni.
Se la Germania o le autorità dell'UE tenteranno di ricattare l'Italia, questo alimenterà il risentimento nazionale e la gente in massa voterà per noi. Sono già molto arrabbiati', ha detto Bagnai. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che in eventuali elezioni anticipate le forze populiste anti-UE prenderebbero una valanga di voti."
Pritchard osserva infine come la UE si trovi in una situazione non facile e potrebbe essere costretta a concedere molto di più di quanto ora non dia ad intendere. D'altra parte, anche l'Italia si trova in mezzo a una tempesta, con grandi rischi, ma anche grandi finestre di opportunità. Ecco le conclusioni di Pritchard:
”L’UE dovrà procedere con molta attenzione. Sta già affrontando una crisi gemella sulla Brexit e la deriva autoritaria nell'Europa orientale. Rischia una spaccatura strategica con gli Stati Uniti. L'Europa potrebbe dover accogliere le richieste della Lega-Grillini in misura molto superiore a quanto ora non lasci intendere. 'La voglia di scontro a Bruxelles è praticamente zero' , ha detto Lorenzo Codogno, ex capo economista del tesoro italiano ora a LC Macro Advisors.
L'Italia sta entrando nel vortice di due correnti potenti e opposte. Da un lato, uno stimolo fiscale netto del 2% o del 3% del PIL, man mano che il rallentamento dell'economia si esaurisce e si chiude l'output gap, porterà a un'impennata della crescita. Dall'altro, la crescita dei rendimenti dei titoli e la fuga dei capitali sono indici di una possibile crisi per un paese con un debito pubblico del 132% del PIL.
È tutt'altro che chiaro quale delle due tendenze in conflitto prevarrà nei prossimi due anni. Quello che è certo è che l'UE non può rischiare di fare altri errori.”
Iscriviti a:
Post (Atom)