Mentre l’Unione Europea a guida tedesca si sforza comicamente di scaricare i crimini nazisti sulla coscienza della Russia, Putin ricorda alcuni semplici fatti allo smemorato occidente: Francia e Inghilterra scesero a patti con i nazisti ben prima dell’URSS, ammiravano i politici Mussolini e Hitler e ne condividevano le idee sull’eugenetica. Chi usa l’antinazismo ai propri fini politici, salvo poi appoggiare i gruppi di veri neonazisti in Ucraina, è destinato a ripetere gli errori del passato.
Di Matthew Ehret, 1 gennaio 2020
Il Presidente Putin ha recentemente suscitato un vespaio ricordando alle nazioni occidentale la loro complicità nel sostenere l’ascesa del Nazismo, molto prima che venisse firmato il patto Molotov-Ribbentrop il 23 agosto del 1939.
Ma cosa ha riguardato esattamente questo vespaio?
Tra il 19 e il 24 dicembre, Putin ha parlato in diverse occasioni del pericolo di una rinascita del fascismo in Europa apostrofando l’allora ambasciatore polacco in Germania, Józef Lipski (1934-1939), come “Feccia e maiale antisemita, non c’è altro modo di descriverlo… Condivideva i sentimenti anti-semiti di Hitler e promise addirittura di erigere un monumento a Varsavia per celebrare la persecuzione del popolo ebraico”.
Putin ha pronunciato queste parole più che altro per sottolineare la grande ipocrisia nascosta sotto la forma di una Risoluzione del Parlamento Europeo, adottata il 17 settembre, che chiedeva agli Stati Europei di riconoscere ufficialmente che il Patto di non aggressione russo-tedesco del 1939 (chiamato Patto Molotov-Ribbentrop) fu l’unica causa della Seconda Guerra Mondiale! L’attuale governo polacco ha dimostrato di essere uno dei sostenitori più sfegatati di questa risoluzione, cosa particolarmente pericolosa in quanto è anche uno dei membri NATO di maggiore importanza strategica e che ospita lo scudo balistico antimissile (ABM) nel suo territorio, come parte della dottrina militare di “Dominio a Completo Spettro” predicata dagli utopisti militare industriali della NATO e del “Deep State” americano.
Putin ha ricordato ai suoi ascoltatori che la vera responsabilità della guerra dovrebbe essere attribuita a quelle potenze europee che avevano già firmato patti di non aggressione con Hitler molto prima della Russia, a cominciare dall’Accordo di Monaco del 1938 tra la Francia, l’Inghilterra e la Germania, che avrebbe permesso più tardi l’annessione tedesca della Cecoslovacchia. Su questo punto, Putin ha detto: “Facciamogli leggere i documenti storici, così che possano vedere che l’accordo di Monaco fu firmato nel 1938: i leader dei più importanti paesi europei – la Francia e il Regno Unito – firmarono un accordo con Hitler per dividere la Cecoslovacchia”.
Il leader russo ha continuato dicendo “E’ gente come questa che ha negoziato con Hitler – è gente come quella che oggi sta distruggendo i monumenti ai soldati che ci hanno liberato dal nazismo, soldati dell’Armata Rossa che hanno liberato l’Europa e i popoli europei dai nazisti”.
Il riferimento di Putin alla “distruzione di monumenti” faceva diretto riferimento alla Polonia, che si è distinta come il più entusiasta tra i distruttori di monumenti pro-sovietici dedicati alla Seconda guerra mondiale negli ultimi 30 anni. Dal 1989, centinaia di questi monumenti sono stati abbattuti e, nonostante ne rimangano ancora 200, il loro futuro è in grande pericolo, dato che il clima anti-russo è a un massimo storico. Altre nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia e che hanno seguito le stesse orme nella distruzione di monumenti pro-russi negli ultimi anni sono lo stato neonazista dell’Ucraina, la Repubblica Ceca e la Bulgaria.
Ora, aggiungerò un’altra verità scomoda che è stata sollevata dagli avvertimenti di Putin: la posizione filonazista dell’ambasciatore polacco e le politiche filonaziste da parte di Inghilterra e Francia non erano casi isolati negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale. Il fatto è che l’eugenetica come quasi-scienza razzista aveva ottenuto un’adesione semi-religiosa da buona parte dell’establishment politico e scientifico occidentale durante gli anni ’20 e ’30, con sostenitori di spicco, in Inghilterra, quali Sir Winston Churchill, il fascista britannico Sir Oswald Mosley e Re Edoardo VIII, che vantavano l’importanza della “purificazione della razza”.
Churchill nel 1933 definì Mussolini “il più grande tra i legislatori” e nel 1938 disse: “se l’Inghilterra dovesse subire un disastro nazionale, dovrebbe pregare Dio che invii un uomo dalla forza mentale e dalla volontà di Adolph Hitler”.
Il regime francese di Vichy aveva abbracciato l’eugenetica sotto la guida del fanatico antisemita Feldmaresciallo Pétain, che non vedeva l’ora di collaborare coi Nazisti. Viene facilmente dimenticato che perfino le leggi tedesche sulla sterilizzazione furono modellate sulle leggi eugenetiche americane e canadesi, che erano già in vigore da decenni.Si tratta di un affare un po' imbarazzante per l’occidente che le Fondazioni Rockefeller/Carnegie abbiano riversato soldi nelle università occidentali e tedesche sin dal 1912 per legittimare la “scienza della purificazione razziale”, una copertura per il “controllo della popolazione”.
Infine, non dimentichiamo che la stessa Wall Street e le banche della City di Londra che oggi spingono per un governo fascista globale mondiale avevano entusiasticamente riversato delle fortune nei forzieri di guerra fascisti durante il decennio che precedette la Seconda Guerra Mondiale.
Quindi, quando Putin evidenzia l’ipocrisia delle nazioni occidentali, cieche alle lezioni del loro passato, non è preoccupato tanto del passato, quanto perché sa che coloro che ignorano la loro vera storia sono condannati a ripeterla.
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
03/01/20
Putin ricorda all’Occidente: coloro che ignorano la storia sono condannati a ripeterla
Etichette:
Armata Rossa,
Churchill,
eugenetica,
Fonti,
in evidenza,
Nazioni,
Polonia,
Russia,
Seconda guerra mondiale,
Strategic Culture,
Unione Europea,
Voci dall'estero
19/09/19
Per la democrazia – contro l’Unione Europea
Secondo questo articolo di spiked, è impossibile per la vita politica britannica recuperare una dimensione democratica in assenza della Brexit. Infatti, non esiste un’Europa democratica dei popoli che è stata tradita da governanti incapaci e malvagi. Esiste invece l’attuale costruzione europea, nata proprio allo scopo di privare i cittadini del controllo sulle decisioni politiche più importanti, che devono essere delegate a un’élite totalmente priva del dovere di rispondere delle sue azioni ai cittadini.
Di Mike Hume, 15 luglio 2019
Non possiamo rendere democratica la politica britannica senza la Brexit.
Qualsiasi programma di riforma democratica in Gran Bretagna deve comprendere – ma non limitarsi a – la Brexit. Lasciare l'Ue è la precondizione per rendere il Regno Unito una società veramente democratica, per due motivi.
In primo luogo, perché l'Unione europea non è solo antidemocratica– è intrinsecamente antidemocratica, perché priva i popoli d'Europa della libertà di decidere i propri destini.
E in secondo luogo, perché 17,4 milioni di persone hanno votato “leave”, il più grande mandato democratico nella storia britannica. Se l’establishment può sentirsi libero di ignorare o rovesciare il voto popolare, allora come possiamo dire di vivere in una società democratica?
Dalla sua fondazione come Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nel 1953, poi diventata Comunità Economica Europea dal 1956, e infine Unione Europea dal 1993, un valore coerente sostenuto dall'élite dell'Ue è stata l’anti-democrazia – la creazione in Europa di un sistema che separa il potere e il controllo da qualsiasi espressione della volontà popolare.
L'obiettivo dell'UE non è mai stato quello di "rappresentare" i popoli d'Europa, ma di limitare la sovranità popolare e la democrazia. L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione antidemocratica delle élite politiche europee. Come ha scritto il principale giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon sull'Ue vent'anni fa, "La mancanza di "demos" [il popolo] è la ragione principale della mancanza di democrazia. E il sistema democratico senza "demos" è solo "cratos" – potere." Da allora, l'UE 0si è ulteriormente adoperata nell’aumentare il potere della burocrazia e della tecnocrazia sulla sovranità nazionale e sulla democrazia popolare.
I Remainers membri dei partiti laburisti e liberaldemocratici affermano che dovremmo "restare e riformare". L'idea è apparentemente quella di colmare il "deficit democratico" di Bruxelles. Tuttavia, come ha osservato lo storico britannico di sinistra Eric Hobsbawm, è "ingannevole parlare di ‘deficit democratico’ dell'Unione Europea. L'Ue è stata esplicitamente costruita su basi non democratiche (cioè non elettorali) e pochi sostengono seriamente che altrimenti sarebbe arrivata dove è". Se ci rendiamo conto del carattere intrinsecamente antidemocratico dell'Unione Europea e delle sue istituzioni, perché preoccuparsi di cercare di riformarla?
Gli apologeti dell'UE sostengono che la sua formazione dopo la Seconda guerra mondiale sia stata un tentativo di salvare l'Europa da ulteriori conflitti. La verità è che le élite europee vedevano la sovranità nazionale come la causa principale della guerra – a causa dell'"egemonia" della politica nazionalista sui popoli d'Europa. In questa miope visione del mondo, la politica delle masse aveva portato alla guerra. Quindi, per coloro che cercano di costruire una nuova pace in Europa dall'alto verso il basso, la democrazia popolare era parte del vecchio problema, non della soluzione. I fondatori dell'Ue volevano gestire le questioni europee isolandosi dalla pressione delle masse e degli Stati nazionali (“al riparo del processo elettorale”, come ebbe a dire Mario Monti, NdVdE).
Mettere la camicia di forza alla democrazia nell’Europa occidentale del dopoguerra significava creare sistemi dotati di elezioni formali e rappresentanti eletti, ma che allo stesso tempo avrebbero portato la politica democratica lontana dalle decisioni importanti.
I segnali furono chiari nel 1951, quando i leader delle sei nazioni fondatrici – Germania Occidentale, Francia, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo –firmarono la famosa Dichiarazione Europea, che mise in atto la creazione della Comunità Europea e poi dell'Ue. Essa affermava che i firmatari "danno prova della loro determinazione a creare la prima istituzione 'sovranazionale' e che così gettano le vere fondamenta di un'Europa organizzata". Il prefisso 'sovra', dal latino supra, significa sopra, oltre o fuori portata. Le istituzioni "sovranazionali" dell'Ue appena nata, avrebbero operato oltre e al di sopra della politica nazionale e al di fuori della portata dei cittadini di ogni Stato nazionale.
Dagli anni '50 ad oggi, la chiara intenzione delle élite politiche europee è stata quella di creare una struttura sovranazionale unitaria al di sopra e al di là della portata dei parlamenti nazionali. Guardate alle principali istituzioni che operano nell'Ue, in un clima di segretezza e di silenzio pubblico, le cui camere sono tanto svuotate dall'aria della democrazia quanto dal fumo del tabacco.
Il nucleo dell'attività dell'Ue si svolge attraverso il COREPER – il Comitato dei Rappresentanti Permanenti – una riunione di alti funzionari nazionali che gestisce il 90 per cento della legislazione dell'Ue. I suoi procedimenti sono trattati come segreti di stato, i suoi documenti sono di solito classificati come "non cartacei", il che significa che non sono accessibili da parte della stampa o del pubblico nonostante le presunte norme di trasparenza dell'Ue.
Il COREPER, in genere a porte chiuse, fa il grosso del lavoro di preparazione per le riunioni del Consiglio dell'Ue, che riunisce i governi per concordare le leggi europee. Gran parte di queste è già stata decisa nelle centinaia di comitati e gruppi di lavoro del Consiglio, che operano tutti in segreto. La grande vetrina dell'Ue è la riunione regolare del Consiglio Europeo, solitamente descritta come un "vertice" dei leader europei. Non c'è traccia pubblica di ciò che vi viene detto, esistono solo foto per i media e un comunicato del vertice preparato dal COREPER. Questo documento, noto come Conclusioni del Consiglio, impegna i governi a quanto è stato concordato, indipendentemente da ciò che accade nei loro parlamenti nazionali o nelle elezioni che abbiano luogo tra successive riunioni.
Come ha detto Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles che esamina come la segretezza dell'Ue bypassa la democrazia, "le conclusioni del Consiglio sono un patto tra i leader che cancella e sostituisce il rapporto tra gli elettori e i loro governi". Questo è un punto chiave. Alcuni potrebbero obiettare, dopo tutto, che il Consiglio Europeo sia un simbolo di democrazia rappresentativa, poiché riunisce capi di governo eletti. Ma quando questi sono a porte chiuse nel Consiglio europeo, cessano di essere rappresentanti di Stati nazionali responsabili nei confronti dei loro elettori e si trasformano in una nuova entità politica: gli Stati membri dell'Ue. Questi capi degli Stati membri traggono la loro autorità dall'appartenenza all’Unione e dal loro sedersi al tavolo di vertice. Sono membri di un club esclusivo da cui il pubblico votante è escluso.
Poi c'è la Commissione Europea (Ce), l'unico organismo che può proporre una legge. La Ce è un organismo non eletto, che ritiene di praticare quello che uno dei suoi ex presidenti ha chiamato "dispotismo benigno". Questo organo burocratico propone e gestisce migliaia di norme e regolamenti dell'Ue, consultandosi con un esercito di funzionari esperti che non riconoscerebbero un elettore neanche se ne urtassero uno a pranzo in un ristorante di Bruxelles.
Per lo storico Perry Anderson, "la trinità di Consiglio, COREPER e Commissione" crea "non solo un'assenza di democrazia", ma anche "un'attenuazione della politica di qualsiasi tipo, come normalmente intesa. L'effetto di questo asse è quello di cortocircuitare – soprattutto al livello critico del COREPER – le legislature nazionali che si confrontano continuamente con una massa di decisioni sulle quali mancano di qualsiasi supervisione". Le questioni principali che riguardano la politica interna, anziché essere considerate questioni politiche da discutere e decidere nei parlamenti nazionali, vengono trattate come questioni tecniche da risolvere e archiviare nei comitati dell'Ue e nei vertici diplomatici segreti.
Ma cosa c’è di non democratico nel Parlamento Europeo eletto? Beh, è un parlamento, Jacques, ma non del tipo classico. Non ha il potere legislativo – non ha alcun potere di proporre e approvare leggi. Non elegge un governo, come i parlamenti delle nazioni europee. Non ha nemmeno il potere di scegliere dove ritrovarsi, dato che fa il pendolo tra Bruxelles e Strasburgo per capriccio della Commissione. È uno specchietto democratico per le allodole piuttosto grigio, costoso e poco convincente per un sistema in cui il vero potere proviene da consigli, commissioni e comitati attraverso diktat burocratici e accordi diplomatici segreti.
Le tendenze antidemocratiche che sono sempre state intrinseche, sono diventate più esplicite dalla formazione dell'Unione europea, un quarto di secolo fa. Le élite dell'Ue dichiarano ora la loro contrarietà alle frontiere - "la peggiore invenzione mai fatta dai politici" secondo Jean-Claude Juncker. Naturalmente, non sono contrari ai confini intorno alla "Fortezza Europa", che hanno costruito e che difendono, spendendo grosse somme. I confini che odiano sono i confini nazionali all'interno dell'Europa, perché questi segnano gli Stati nazionali con governi sovrani e democratici. Juncker e i suoi amici non amano le frontiere non perché amano i migranti, ma perché disprezzano le democrazie nazionali.
Eppure, lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l'unica base per una democrazia funzionante che l'umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia "europea" o addirittura di "democrazia globale" significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno - che appoggiano.
La regola dell'Ue che esige che gli Stati membri permettano la libertà di circolazione attraverso i loro confini, esemplifica il modo in cui gli eurocrati negano la democrazia, in nome della "libertà". Essa ha rimosso il diritto dei parlamenti nazionali di controllare democraticamente i loro confini. Il popolo di una nazione come la Gran Bretagna ha avuto un'immigrazione di massa imposta loro dall'alto, senza che mai essa fosse decisa nelle urne. Questo è stato uno dei motivi per cui molti di noi che non sono contrari all’immigrazione, e che magari hanno protestato a favore dei diritti dei migranti, hanno votato in favore della Brexit – per riprendere il controllo e consentire un dibattito democratico su questioni come l'immigrazione. Non è possibile un dibattito di questo tipo finché rimaniamo intrappolati nelle norme dell'Ue.
Il voto del 2016 rimane, ovviamente, la principale ragione democratica della Brexit. Anche se l'Unione europea fosse l'istituzione più responsabile al mondo, la democrazia richiederebbe ugualmente la nostra uscita dall’UE. Ma come hanno dimostrato gli ultimi tre anni, non c’è niente che faccia emergere gli istinti antidemocratici delle élite dell'Ue come le masse in rivolta che esprimono la loro volontà attraverso un referendum.
Non ci può essere una vera riforma democratica senza la Brexit. E non ci sarà una vera Brexit senza una rivolta democratica sostenuta contro l'establishment dei remainer del Regno Unito.
Mick Hume è un editorialista di spiked. Il suo ultimo libro, Ribelliamoci! Come l'establishment sta minando la democrazia – e ciò di cui ha paura, è pubblicato da William Collins.
Di Mike Hume, 15 luglio 2019
Non possiamo rendere democratica la politica britannica senza la Brexit.
Qualsiasi programma di riforma democratica in Gran Bretagna deve comprendere – ma non limitarsi a – la Brexit. Lasciare l'Ue è la precondizione per rendere il Regno Unito una società veramente democratica, per due motivi.
In primo luogo, perché l'Unione europea non è solo antidemocratica– è intrinsecamente antidemocratica, perché priva i popoli d'Europa della libertà di decidere i propri destini.
E in secondo luogo, perché 17,4 milioni di persone hanno votato “leave”, il più grande mandato democratico nella storia britannica. Se l’establishment può sentirsi libero di ignorare o rovesciare il voto popolare, allora come possiamo dire di vivere in una società democratica?
Dalla sua fondazione come Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nel 1953, poi diventata Comunità Economica Europea dal 1956, e infine Unione Europea dal 1993, un valore coerente sostenuto dall'élite dell'Ue è stata l’anti-democrazia – la creazione in Europa di un sistema che separa il potere e il controllo da qualsiasi espressione della volontà popolare.
L'obiettivo dell'UE non è mai stato quello di "rappresentare" i popoli d'Europa, ma di limitare la sovranità popolare e la democrazia. L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione antidemocratica delle élite politiche europee. Come ha scritto il principale giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon sull'Ue vent'anni fa, "La mancanza di "demos" [il popolo] è la ragione principale della mancanza di democrazia. E il sistema democratico senza "demos" è solo "cratos" – potere." Da allora, l'UE 0si è ulteriormente adoperata nell’aumentare il potere della burocrazia e della tecnocrazia sulla sovranità nazionale e sulla democrazia popolare.
I Remainers membri dei partiti laburisti e liberaldemocratici affermano che dovremmo "restare e riformare". L'idea è apparentemente quella di colmare il "deficit democratico" di Bruxelles. Tuttavia, come ha osservato lo storico britannico di sinistra Eric Hobsbawm, è "ingannevole parlare di ‘deficit democratico’ dell'Unione Europea. L'Ue è stata esplicitamente costruita su basi non democratiche (cioè non elettorali) e pochi sostengono seriamente che altrimenti sarebbe arrivata dove è". Se ci rendiamo conto del carattere intrinsecamente antidemocratico dell'Unione Europea e delle sue istituzioni, perché preoccuparsi di cercare di riformarla?
Gli apologeti dell'UE sostengono che la sua formazione dopo la Seconda guerra mondiale sia stata un tentativo di salvare l'Europa da ulteriori conflitti. La verità è che le élite europee vedevano la sovranità nazionale come la causa principale della guerra – a causa dell'"egemonia" della politica nazionalista sui popoli d'Europa. In questa miope visione del mondo, la politica delle masse aveva portato alla guerra. Quindi, per coloro che cercano di costruire una nuova pace in Europa dall'alto verso il basso, la democrazia popolare era parte del vecchio problema, non della soluzione. I fondatori dell'Ue volevano gestire le questioni europee isolandosi dalla pressione delle masse e degli Stati nazionali (“al riparo del processo elettorale”, come ebbe a dire Mario Monti, NdVdE).
Mettere la camicia di forza alla democrazia nell’Europa occidentale del dopoguerra significava creare sistemi dotati di elezioni formali e rappresentanti eletti, ma che allo stesso tempo avrebbero portato la politica democratica lontana dalle decisioni importanti.
I segnali furono chiari nel 1951, quando i leader delle sei nazioni fondatrici – Germania Occidentale, Francia, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo –firmarono la famosa Dichiarazione Europea, che mise in atto la creazione della Comunità Europea e poi dell'Ue. Essa affermava che i firmatari "danno prova della loro determinazione a creare la prima istituzione 'sovranazionale' e che così gettano le vere fondamenta di un'Europa organizzata". Il prefisso 'sovra', dal latino supra, significa sopra, oltre o fuori portata. Le istituzioni "sovranazionali" dell'Ue appena nata, avrebbero operato oltre e al di sopra della politica nazionale e al di fuori della portata dei cittadini di ogni Stato nazionale.
Dagli anni '50 ad oggi, la chiara intenzione delle élite politiche europee è stata quella di creare una struttura sovranazionale unitaria al di sopra e al di là della portata dei parlamenti nazionali. Guardate alle principali istituzioni che operano nell'Ue, in un clima di segretezza e di silenzio pubblico, le cui camere sono tanto svuotate dall'aria della democrazia quanto dal fumo del tabacco.
Il nucleo dell'attività dell'Ue si svolge attraverso il COREPER – il Comitato dei Rappresentanti Permanenti – una riunione di alti funzionari nazionali che gestisce il 90 per cento della legislazione dell'Ue. I suoi procedimenti sono trattati come segreti di stato, i suoi documenti sono di solito classificati come "non cartacei", il che significa che non sono accessibili da parte della stampa o del pubblico nonostante le presunte norme di trasparenza dell'Ue.
Il COREPER, in genere a porte chiuse, fa il grosso del lavoro di preparazione per le riunioni del Consiglio dell'Ue, che riunisce i governi per concordare le leggi europee. Gran parte di queste è già stata decisa nelle centinaia di comitati e gruppi di lavoro del Consiglio, che operano tutti in segreto. La grande vetrina dell'Ue è la riunione regolare del Consiglio Europeo, solitamente descritta come un "vertice" dei leader europei. Non c'è traccia pubblica di ciò che vi viene detto, esistono solo foto per i media e un comunicato del vertice preparato dal COREPER. Questo documento, noto come Conclusioni del Consiglio, impegna i governi a quanto è stato concordato, indipendentemente da ciò che accade nei loro parlamenti nazionali o nelle elezioni che abbiano luogo tra successive riunioni.
Come ha detto Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles che esamina come la segretezza dell'Ue bypassa la democrazia, "le conclusioni del Consiglio sono un patto tra i leader che cancella e sostituisce il rapporto tra gli elettori e i loro governi". Questo è un punto chiave. Alcuni potrebbero obiettare, dopo tutto, che il Consiglio Europeo sia un simbolo di democrazia rappresentativa, poiché riunisce capi di governo eletti. Ma quando questi sono a porte chiuse nel Consiglio europeo, cessano di essere rappresentanti di Stati nazionali responsabili nei confronti dei loro elettori e si trasformano in una nuova entità politica: gli Stati membri dell'Ue. Questi capi degli Stati membri traggono la loro autorità dall'appartenenza all’Unione e dal loro sedersi al tavolo di vertice. Sono membri di un club esclusivo da cui il pubblico votante è escluso.
Poi c'è la Commissione Europea (Ce), l'unico organismo che può proporre una legge. La Ce è un organismo non eletto, che ritiene di praticare quello che uno dei suoi ex presidenti ha chiamato "dispotismo benigno". Questo organo burocratico propone e gestisce migliaia di norme e regolamenti dell'Ue, consultandosi con un esercito di funzionari esperti che non riconoscerebbero un elettore neanche se ne urtassero uno a pranzo in un ristorante di Bruxelles.
Per lo storico Perry Anderson, "la trinità di Consiglio, COREPER e Commissione" crea "non solo un'assenza di democrazia", ma anche "un'attenuazione della politica di qualsiasi tipo, come normalmente intesa. L'effetto di questo asse è quello di cortocircuitare – soprattutto al livello critico del COREPER – le legislature nazionali che si confrontano continuamente con una massa di decisioni sulle quali mancano di qualsiasi supervisione". Le questioni principali che riguardano la politica interna, anziché essere considerate questioni politiche da discutere e decidere nei parlamenti nazionali, vengono trattate come questioni tecniche da risolvere e archiviare nei comitati dell'Ue e nei vertici diplomatici segreti.
Ma cosa c’è di non democratico nel Parlamento Europeo eletto? Beh, è un parlamento, Jacques, ma non del tipo classico. Non ha il potere legislativo – non ha alcun potere di proporre e approvare leggi. Non elegge un governo, come i parlamenti delle nazioni europee. Non ha nemmeno il potere di scegliere dove ritrovarsi, dato che fa il pendolo tra Bruxelles e Strasburgo per capriccio della Commissione. È uno specchietto democratico per le allodole piuttosto grigio, costoso e poco convincente per un sistema in cui il vero potere proviene da consigli, commissioni e comitati attraverso diktat burocratici e accordi diplomatici segreti.
Le tendenze antidemocratiche che sono sempre state intrinseche, sono diventate più esplicite dalla formazione dell'Unione europea, un quarto di secolo fa. Le élite dell'Ue dichiarano ora la loro contrarietà alle frontiere - "la peggiore invenzione mai fatta dai politici" secondo Jean-Claude Juncker. Naturalmente, non sono contrari ai confini intorno alla "Fortezza Europa", che hanno costruito e che difendono, spendendo grosse somme. I confini che odiano sono i confini nazionali all'interno dell'Europa, perché questi segnano gli Stati nazionali con governi sovrani e democratici. Juncker e i suoi amici non amano le frontiere non perché amano i migranti, ma perché disprezzano le democrazie nazionali.
Eppure, lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l'unica base per una democrazia funzionante che l'umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia "europea" o addirittura di "democrazia globale" significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno - che appoggiano.
La regola dell'Ue che esige che gli Stati membri permettano la libertà di circolazione attraverso i loro confini, esemplifica il modo in cui gli eurocrati negano la democrazia, in nome della "libertà". Essa ha rimosso il diritto dei parlamenti nazionali di controllare democraticamente i loro confini. Il popolo di una nazione come la Gran Bretagna ha avuto un'immigrazione di massa imposta loro dall'alto, senza che mai essa fosse decisa nelle urne. Questo è stato uno dei motivi per cui molti di noi che non sono contrari all’immigrazione, e che magari hanno protestato a favore dei diritti dei migranti, hanno votato in favore della Brexit – per riprendere il controllo e consentire un dibattito democratico su questioni come l'immigrazione. Non è possibile un dibattito di questo tipo finché rimaniamo intrappolati nelle norme dell'Ue.
Il voto del 2016 rimane, ovviamente, la principale ragione democratica della Brexit. Anche se l'Unione europea fosse l'istituzione più responsabile al mondo, la democrazia richiederebbe ugualmente la nostra uscita dall’UE. Ma come hanno dimostrato gli ultimi tre anni, non c’è niente che faccia emergere gli istinti antidemocratici delle élite dell'Ue come le masse in rivolta che esprimono la loro volontà attraverso un referendum.
Non ci può essere una vera riforma democratica senza la Brexit. E non ci sarà una vera Brexit senza una rivolta democratica sostenuta contro l'establishment dei remainer del Regno Unito.
Mick Hume è un editorialista di spiked. Il suo ultimo libro, Ribelliamoci! Come l'establishment sta minando la democrazia – e ciò di cui ha paura, è pubblicato da William Collins.
Etichette:
Brexit,
democrazia,
Fonti,
in evidenza,
Nazioni,
Spiked,
UE,
UK,
Unione Europea,
Voci dall'estero
02/08/19
L’altra periferia dell’Unione Europea
L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.
Di Frank Lee, 27 luglio 2019
Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).
Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.
Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.
Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.
Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.
La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.
Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.
Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.
Pertanto, le svalutazioni sono escluse.
Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.
Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.
Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro
(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).
Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.
L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.
Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.
Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).
Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.
Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.
Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.
La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.
Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.
Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."
L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.
In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.
Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.
Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.
Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.
Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.
Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.
Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.
Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.
Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.
Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"
Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.
L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...
...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]
Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.
Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).
La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.
Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.
Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.
Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.
Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.
Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.
Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.
VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.
Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.
Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.
Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]
Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.
Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).
Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.
Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.
Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...
“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."
Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.
Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.
Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.
Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.
Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.
Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.
Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.
Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.
Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.
Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.
Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.
È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.
In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.
Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.
A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.
Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.
Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.
È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.
Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.
Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.
Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.
Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]
Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.
La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.
La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.
Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.
Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.
Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.
Direi che hanno ragione.
Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.
Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.
Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.
[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.
La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente è dovuta alla sua eredità sovietica.
In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]
Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.
Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.
NOTE
Di Frank Lee, 27 luglio 2019
Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:
La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).
Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.
Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.
Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.
Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.
La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.
Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.
Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.
Pertanto, le svalutazioni sono escluse.
Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.
Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.
Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro
(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).
Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.
L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.
Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.
DOV'È LA MIA PORSCHE?
Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).
Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.
Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.
Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.
La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.
Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.
Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."
L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.
LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA
In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.
Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.
Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.
Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.
Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.
Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.
Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.
Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.
Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.
Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"
Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.
L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...
...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]
AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?
Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.
Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).
La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.
Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.
Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.
Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.
Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.
Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.
Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.
VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.
Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.
Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda
Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.
Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]
Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.
Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).
POLITICO
Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.
Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.
Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...
SPOPOLAMENTO
“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."
Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.
Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.
Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.
Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.
Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.
Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.
Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.
Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.
Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.
Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.
Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.
È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.
In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.
Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.
A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.
Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.
Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.
È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.
Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.
Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.
Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.
Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]
CONCLUSIONi
Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.
La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.
La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.
Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.
Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.
Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.
Direi che hanno ragione.
Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.
Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.
Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.
[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.
La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente è dovuta alla sua eredità sovietica.
In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]
Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.
Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.
NOTE
- [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.
- [2]Ibid – page 289
- [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.
- [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225
- [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.
- [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87
Etichette:
Anschluss,
colonialismo,
Fonti,
in evidenza,
Lettonia,
liberalismo,
Nazioni,
off Guardian,
PECO,
Polonia,
popolazione,
Romania,
Russia,
stato sovrano,
Ucraina,
Ungheria,
Unione Europea,
URSS,
Voci dall'estero
01/08/19
Vi presento il nuovo capo (ma è lo stesso di prima)
Un articolo di Jacobin Mag punta il dito contro l'Unione Europea, e più in generale contro le strutture neoliberali del potere sovranazionale, che si sono costruiti un board di dirigenti fedeli e totalmente dediti alla "lotta di classe" a senso unico dei ricchi contro i poveri, un board di alfieri del neoliberalismo che si riciclano continuamente attraverso infinite porte girevoli, con la scusa della "competenza" e dell'esperienza, con la pretesa di essere gli unici capaci di gestire la complessità dell'economia del presente. Ma le porte girevoli attraverso cui passano diventano muri contro la democrazia e contro ogni tentativo di cambiamento ideologico. (Unico difetto dell'articolo può essere considerato il presentare gli esponenti di Syriza come sinceri oppositori dello status quo durante la crisi greca).
di Pawel Wargan, luglio 2019
L’Unione europea è così ostile alla democrazia che la sua nuova leadership è composta esclusivamente da persone già al potere da anni. Non importa se le loro politiche hanno rovinato la vita a milioni di persone. L’unico requisito è stare dalla parte di chi detiene la ricchezza.
C’è una forma particolare di sadismo nel ricompensare un torturatore dandogli il potere. Ma per i greci, gli italiani, i ciprioti, gli irlandesi e i portoghesi – e per le tante altre vittime delle politiche di austerità del Fondo monetario internazionale (FMI) e dei suoi alleati della troika – questo spettacolo sta per cominciare proprio ora.
Nell'ultimo, notevole tentativo di riciclare i tecnocrati ai posti di vertice del potere, i leader dell’Unione europea hanno concluso un accordo dietro le quinte per nominare quattro candidati alla leadership UE.
Ursula von der Leyen, già ministro della difesa di Angela Merkel, coinvolta in uno scandalo per pagamenti di decine di milioni di euro di consulenze come nel caso McKinsey, è stata nominata a capo della Commissione europea. È stata votata dal Parlamento europeo con una maggioranza risicata.
Ma la scelta decisamente più interessante è stata quella della managing director del FMI, nonché pregiudicata, Christine Lagarde. È stata portata a capo della Banca centrale europea (BCE), il ruolo più potente nella UE e uno dei più influenti sulla politica mondiale. (Lo scorso anno la Lagarde si era auto-dichiarata fuori dai giochi per la candidatura a questa posizione.)
La sua nomina ha avviato una corsa alla leadership anche all'interno delo stesso FMI. L’elenco finale dei contendenti deve ancora apparire, ma i primi nomi ad aver fatto il giro sembrano usciti da una squadra di fantacalcio dei neoliberali. I nomi vanno dall’ex di Goldman Sachs e presidente uscente della BCE, Mario Draghi, al Conservatore ed ex cancelliere britannico George Osborne, all’ex ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, i cui prodigi come capo dell’Eurogruppo includono le fasi più critiche e controverse della crisi del debito greco.
Assieme alla Lagarde questi uomini sono stati tra gli architetti di un decennio di austerità europea. Nonostante i danni devastanti causati dalle loro politiche, si trovano ancora nelle posizioni di vertice.
Il “Fantasy Team” dell’austerità
Al cuore dell’architettura istituzionale e legale dell’Europa sta l’insistenza sulla disciplina fiscale, il dogma neoliberale secondo il quale le spese di uno stato non possono superare il gettito fiscale. Quando il sistema bancario globale è crollato nel 2008, scatenando la crisi dei debiti sovrani in Europa, l’establishment politico europeo è accorso a salvare le banche. Nella perversa logica dei falchi del deficit, l’enorme mobilitazione di fondi pubblici che questo salvataggio ha richiesto doveva essere compensata da tagli altrove.
L’austerità è diventata lo strumento per fatturare ai poveri il costo del fallimento dei ricchi.
Nel caso delle economie europee periferiche, che sono state colpite in modo particolarmente forte dalla crisi, la troika, cioè la coalizione di FMI, BCE e Commissione europea, ha iniziato a somministrare dosi di pacchetti di salvataggio.
I salvataggi assomigliavano ai classici programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI: programmi per trasferimenti su ampia scala verso i ricchi, mascherati da pacchetti di sostegno finanziario. Ecco come funzionano: al picco della crisi economica il FMI e la Banca Mondiale si intromettono e offrono un prestito: un finanziamento direttamente al governo o un sostegno per il servizio del debito privato.
Questi prestiti sono generalmente condizionati all’implementazione di riforme neoliberali di mercato, un retaggio dei tentativi di rallentare l’espansione del socialismo durante la Guerra Fredda. Quando i paesi debitori falliscono il tentativo di ripagare il debito, FMI e Banca Mondiale li costringono a implementare ulteriori riforme: privatizzazioni, tagli alle pensioni, riduzioni degli stipendi pubblici e profondi tagli ai servizi sociali.
Questo non solo azzoppa le economie nazionali – un fatto che lo stesso FMI ha riconosciuto nel 2016, quando i suoi ricercatori ammettevano che l’austerità aumenta le disuguaglianze e minaccia le prospettive future di sviluppo economico di un paese (l’antropologo Jason Hickel lo spiega in modo più brutale, definendo i programmi di aggiustamento strutturale come “la principale causa di povertà dai tempi del colonialismo”.)
Questo mina anche la democrazia. Il FMI, in tempo di crisi, diventa a tutti gli effetti un surrogato del ministero delle finanze, costringendo i governi a imporre sanzioni economiche gravose ai suoi cittadini. La crisi economica diventa così crisi della legittimazione democratica.
Così è andata in Grecia. Il paese gravato dal debito non è mai stato aiutato a uscire dalla sua situazione di crisi. Al contrario, la troika lo ha costretto a finanziare i salvataggi delle banche francesi e tedesche impoverendo i propri cittadini. L’accordo firmato con l’Eurogruppo è un sogno thatcheriano: ha alzato le tasse ai lavoratori, ridotto le pensioni, distrutto i sindacati e, sotto la supervisione delle istituzioni UE, ha privatizzato i beni pubblici. Ci sono volute poche settimane per riuscire a far passare le riforme.
La Lagarde ha simpaticamente suggerito che, per i greci dissoluti ed evasori fiscali, era “tempo di rimborsare i loro debiti”.
Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, ha portato questo modello in patria. Nel 2011, al culmine della crisi dei debiti sovrani, lui e l’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, hanno mandato una lettera segreta al primo ministro Silvio Berlusconi chiedendo profonde riforme politiche, tra cui la “liberalizzazione” delle condizioni di lavoro, la privatizzazione di massa dei servizi pubblici, il taglio dei salari degli impiegati pubblici, tasse più elevate e riforma delle pensioni, tutto in cambio di un bailout. È stato suggerito che questo fosse parte di un complotto per costringere Berlusconi alle dimissioni.
Jeroen Dijsselbloem, come capo provvisorio dell’Eurogruppo, è diventato il principale rappresentante dei falchi fiscali europei. È stato strumentale nel costringere Grecia, Portogallo e Cipro ad adottare tagli in cambio di pacchetti di salvataggio, il tutto mentre lavorava per trasformare i Paesi Bassi in un paradiso fiscale nel proprio ruolo di ministro delle finanze olandese. Nel 2017 ha detto che i paesi colpiti dalla crisi sprecavano i loro soldi in “alcool e donne”.
Cosa più notevole, l’austerità è stata implementata volontariamente, senza necessità di una celata costrizione da parte delle élite economiche europee. George Osborne, che ha aumentato i tagli già fatti sotto il New Labour, è generalmente riconosciuto come l’architetto dell’austerità nel Regno Unito, una politica che anche il suo successore Conservatore, Philip Hammond, ha ammesso essere stata guidata da scelte politiche più che da necessità economiche. Nel Regno Unito i profondi tagli ai servizi pubblici hanno inaugurato livelli dickensiani di deprivazione sociale.
A livello di intero continente europeo, gli effetti combinati di queste politiche sono difficili da immaginare. I senzatetto sono in aumento, la percentuale di lavoratori che vivono in povertà è in crescita, i servizi sociali (un tampone fondamentale contro la disuguaglianza) sono in diminuzione. Un europeo su dieci non può permettersi di riscaldare la casa e 118 milioni sono a rischio di povertà o esclusione sociale.
E nelle convulsioni sistemiche di questa “zombie economy”, supportata da interventi pubblici senza precedenti che hanno favorito i ricchi, la destra reazionaria si sta alimentando dell'ansia diffusa tra la popolazione.
La logica dell’espropriazione
In un articolo del 2007, Neoliberalismo e distruzione creativa, il teorico David Harvey aveva descritto la logica del capitalismo globalizzato come una lotta di classe a senso unico: la lotta dei ricchi contro i poveri. “Se il principale successo del neoliberalismo è stato quello redistributivo anziché produttivo”, scrive, “allora ci devono essere dei modi di trasferire i beni e redistribuire la ricchezza e il reddito dalla massa della popolazione verso le classi più agiate, o dai paesi più vulnerabili a quelli più ricchi”.
Harvey, ovviamente, ha ragione. I suoi "quattro pilastri" della lotta di classe globale neoliberale – privatizzazione, finanziarizzazione, gestione e manipolazione delle crisi, redistribuzione dei beni pubblici verso i ricchi – si stanno manifestando sotto i nostri occhi. FMI, BCE e Banca Mondiale sono la catena logistica dell’espropriazione neoliberale. E Lagarde, Dijsselbloem, Osborne, and Draghi, sono tra i principali rappresentanti di questo sistema.
La struttura di potere del capitalismo finanziarizzato, quindi, è mantenuta attraverso la riproduzione dei loro ruoli, e l’esclusione degli altri attraverso la nozione artificiosa di “professionalità” o “esperienza”.
La nostra economia politica opera sotto l’assunzione implicita che ci sia una sfera economica troppo tecnica – o troppo noiosa – per essere soggetta a un qualsiasi livello di responsabilità democratica. Pertanto le decisioni economiche ricadono nelle mani dei tecnocrati: gente con decenni di esperienza – che sia alla Goldman Sachs o come ministri dei governi – che colludono per sviluppare regole sempre più bizantine per cose complicate come valutare il rischio di mercato, potenziare la “competitività” e sostenere la crescita economica.
La crescita della complessità sistemica – e, con essa, del potere dei tecnocrati – riduce lo spazio per la responsabilità democratica. Solo coloro che hanno i curricula più impressionanti, o le più profonde connessioni nella politica e negli affari, possono ambire alle posizioni di vertice e così influenzare gli esiti delle decisioni economiche.
Ma l’esperienza dei tecnocrati segnala qualcosa di più della competenza. Decenni di gavetta ai margini del sistema economico sono un segno di fedeltà ideologica. È poco probabile che vogliate capovolgere il sistema se avete speso quindici noiosi anni a strutturare i derivati – guadagnandovi intanto l’accesso alla classe dei ricchi.
A un certo livello la Lagarde è una pessima scelta per la BCE. Non è un’economista ma un avvocato diventato politico. Ha prestato servizio nel gabinetto di Jacques Chirac e poi di Nicolas Sarkozy. Ed è pregiudicata: nel 2016 è stata condannata per negligenza in un caso di frode riguardante un pagamento di 403 milioni di euro a un amico di Sarkozy. Un verdetto di colpevolezza che però non è stato seguito da una pena.
Ma, come Dijsselbloem, Osborne, e Draghi, la Lagarde è una neoliberale in carriera. È un agente fidato del sistema capitalista di espropriazione. In questo senso è una scelta ovvia per un centro politico il cui potere sta declinando, e il cui sistema economico – che è ancora soggetto ad attacchi e convulsioni, un decennio dopo essere stato screditato – è sotto attacco. La frode è la sua naturale conseguenza.
Per tirarci fuori dalle crisi globali della disuguaglianza e del tracollo climatico, le istituzioni come FMI, Banca Mondiale e BCE devono abbandonare il loro impegno verso le politiche di austerità, sfidare le tendenze della finanza internazionale all’espropriazione, e immettere nuova vita nelle istituzioni pubbliche.
Ma la decisione di passare a una nuova politica richiede radicalismo. E il radicalismo, a sua volta, richiede una sfida democratica all’egemonia dei tecnocrati.
Forse questo è il motivo per il quale i tecnocrati non possono sopportare i radicali. Provate a ricordare i parossismi di Dijsselbloem il quale, costretto a negoziare il bailout greco con Syriza e il ministro delle finanze Varoufakis, si è trovato di fronte a una politica che era tutto il contrario di quello che lui rappresentava: fresca, lungimirante, socialista, radicale. Quello che veniva offerto era una possibilità – ma esattamente quel tipo di possibilità che i nostri governanti non possono ammettere.
Un approccio radicale sfiderebbe la sacralità di un sistema nel quale intere vite – e intere carriere – vengono prestabilite. Gli avvocati, i banchieri di investimento, i consulenti di management, e i loro compagni di viaggio le cui carriere sono simbioticamente legate a uno status quo fallimentare. Le porte girevoli che loro attraversano diventano barriere contro il cambiamento: per i tecnocrati la democrazia stessa viene al secondo posto, dopo la loro paura di diventare obsoleti.
di Pawel Wargan, luglio 2019
L’Unione europea è così ostile alla democrazia che la sua nuova leadership è composta esclusivamente da persone già al potere da anni. Non importa se le loro politiche hanno rovinato la vita a milioni di persone. L’unico requisito è stare dalla parte di chi detiene la ricchezza.
C’è una forma particolare di sadismo nel ricompensare un torturatore dandogli il potere. Ma per i greci, gli italiani, i ciprioti, gli irlandesi e i portoghesi – e per le tante altre vittime delle politiche di austerità del Fondo monetario internazionale (FMI) e dei suoi alleati della troika – questo spettacolo sta per cominciare proprio ora.
Nell'ultimo, notevole tentativo di riciclare i tecnocrati ai posti di vertice del potere, i leader dell’Unione europea hanno concluso un accordo dietro le quinte per nominare quattro candidati alla leadership UE.
Ursula von der Leyen, già ministro della difesa di Angela Merkel, coinvolta in uno scandalo per pagamenti di decine di milioni di euro di consulenze come nel caso McKinsey, è stata nominata a capo della Commissione europea. È stata votata dal Parlamento europeo con una maggioranza risicata.
Ma la scelta decisamente più interessante è stata quella della managing director del FMI, nonché pregiudicata, Christine Lagarde. È stata portata a capo della Banca centrale europea (BCE), il ruolo più potente nella UE e uno dei più influenti sulla politica mondiale. (Lo scorso anno la Lagarde si era auto-dichiarata fuori dai giochi per la candidatura a questa posizione.)
La sua nomina ha avviato una corsa alla leadership anche all'interno delo stesso FMI. L’elenco finale dei contendenti deve ancora apparire, ma i primi nomi ad aver fatto il giro sembrano usciti da una squadra di fantacalcio dei neoliberali. I nomi vanno dall’ex di Goldman Sachs e presidente uscente della BCE, Mario Draghi, al Conservatore ed ex cancelliere britannico George Osborne, all’ex ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, i cui prodigi come capo dell’Eurogruppo includono le fasi più critiche e controverse della crisi del debito greco.
Assieme alla Lagarde questi uomini sono stati tra gli architetti di un decennio di austerità europea. Nonostante i danni devastanti causati dalle loro politiche, si trovano ancora nelle posizioni di vertice.
Il “Fantasy Team” dell’austerità
Al cuore dell’architettura istituzionale e legale dell’Europa sta l’insistenza sulla disciplina fiscale, il dogma neoliberale secondo il quale le spese di uno stato non possono superare il gettito fiscale. Quando il sistema bancario globale è crollato nel 2008, scatenando la crisi dei debiti sovrani in Europa, l’establishment politico europeo è accorso a salvare le banche. Nella perversa logica dei falchi del deficit, l’enorme mobilitazione di fondi pubblici che questo salvataggio ha richiesto doveva essere compensata da tagli altrove.
L’austerità è diventata lo strumento per fatturare ai poveri il costo del fallimento dei ricchi.
Nel caso delle economie europee periferiche, che sono state colpite in modo particolarmente forte dalla crisi, la troika, cioè la coalizione di FMI, BCE e Commissione europea, ha iniziato a somministrare dosi di pacchetti di salvataggio.
I salvataggi assomigliavano ai classici programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI: programmi per trasferimenti su ampia scala verso i ricchi, mascherati da pacchetti di sostegno finanziario. Ecco come funzionano: al picco della crisi economica il FMI e la Banca Mondiale si intromettono e offrono un prestito: un finanziamento direttamente al governo o un sostegno per il servizio del debito privato.
Questi prestiti sono generalmente condizionati all’implementazione di riforme neoliberali di mercato, un retaggio dei tentativi di rallentare l’espansione del socialismo durante la Guerra Fredda. Quando i paesi debitori falliscono il tentativo di ripagare il debito, FMI e Banca Mondiale li costringono a implementare ulteriori riforme: privatizzazioni, tagli alle pensioni, riduzioni degli stipendi pubblici e profondi tagli ai servizi sociali.
Questo non solo azzoppa le economie nazionali – un fatto che lo stesso FMI ha riconosciuto nel 2016, quando i suoi ricercatori ammettevano che l’austerità aumenta le disuguaglianze e minaccia le prospettive future di sviluppo economico di un paese (l’antropologo Jason Hickel lo spiega in modo più brutale, definendo i programmi di aggiustamento strutturale come “la principale causa di povertà dai tempi del colonialismo”.)
Questo mina anche la democrazia. Il FMI, in tempo di crisi, diventa a tutti gli effetti un surrogato del ministero delle finanze, costringendo i governi a imporre sanzioni economiche gravose ai suoi cittadini. La crisi economica diventa così crisi della legittimazione democratica.
Così è andata in Grecia. Il paese gravato dal debito non è mai stato aiutato a uscire dalla sua situazione di crisi. Al contrario, la troika lo ha costretto a finanziare i salvataggi delle banche francesi e tedesche impoverendo i propri cittadini. L’accordo firmato con l’Eurogruppo è un sogno thatcheriano: ha alzato le tasse ai lavoratori, ridotto le pensioni, distrutto i sindacati e, sotto la supervisione delle istituzioni UE, ha privatizzato i beni pubblici. Ci sono volute poche settimane per riuscire a far passare le riforme.
La Lagarde ha simpaticamente suggerito che, per i greci dissoluti ed evasori fiscali, era “tempo di rimborsare i loro debiti”.
Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, ha portato questo modello in patria. Nel 2011, al culmine della crisi dei debiti sovrani, lui e l’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, hanno mandato una lettera segreta al primo ministro Silvio Berlusconi chiedendo profonde riforme politiche, tra cui la “liberalizzazione” delle condizioni di lavoro, la privatizzazione di massa dei servizi pubblici, il taglio dei salari degli impiegati pubblici, tasse più elevate e riforma delle pensioni, tutto in cambio di un bailout. È stato suggerito che questo fosse parte di un complotto per costringere Berlusconi alle dimissioni.
Jeroen Dijsselbloem, come capo provvisorio dell’Eurogruppo, è diventato il principale rappresentante dei falchi fiscali europei. È stato strumentale nel costringere Grecia, Portogallo e Cipro ad adottare tagli in cambio di pacchetti di salvataggio, il tutto mentre lavorava per trasformare i Paesi Bassi in un paradiso fiscale nel proprio ruolo di ministro delle finanze olandese. Nel 2017 ha detto che i paesi colpiti dalla crisi sprecavano i loro soldi in “alcool e donne”.
Cosa più notevole, l’austerità è stata implementata volontariamente, senza necessità di una celata costrizione da parte delle élite economiche europee. George Osborne, che ha aumentato i tagli già fatti sotto il New Labour, è generalmente riconosciuto come l’architetto dell’austerità nel Regno Unito, una politica che anche il suo successore Conservatore, Philip Hammond, ha ammesso essere stata guidata da scelte politiche più che da necessità economiche. Nel Regno Unito i profondi tagli ai servizi pubblici hanno inaugurato livelli dickensiani di deprivazione sociale.
A livello di intero continente europeo, gli effetti combinati di queste politiche sono difficili da immaginare. I senzatetto sono in aumento, la percentuale di lavoratori che vivono in povertà è in crescita, i servizi sociali (un tampone fondamentale contro la disuguaglianza) sono in diminuzione. Un europeo su dieci non può permettersi di riscaldare la casa e 118 milioni sono a rischio di povertà o esclusione sociale.
E nelle convulsioni sistemiche di questa “zombie economy”, supportata da interventi pubblici senza precedenti che hanno favorito i ricchi, la destra reazionaria si sta alimentando dell'ansia diffusa tra la popolazione.
La logica dell’espropriazione
In un articolo del 2007, Neoliberalismo e distruzione creativa, il teorico David Harvey aveva descritto la logica del capitalismo globalizzato come una lotta di classe a senso unico: la lotta dei ricchi contro i poveri. “Se il principale successo del neoliberalismo è stato quello redistributivo anziché produttivo”, scrive, “allora ci devono essere dei modi di trasferire i beni e redistribuire la ricchezza e il reddito dalla massa della popolazione verso le classi più agiate, o dai paesi più vulnerabili a quelli più ricchi”.
Harvey, ovviamente, ha ragione. I suoi "quattro pilastri" della lotta di classe globale neoliberale – privatizzazione, finanziarizzazione, gestione e manipolazione delle crisi, redistribuzione dei beni pubblici verso i ricchi – si stanno manifestando sotto i nostri occhi. FMI, BCE e Banca Mondiale sono la catena logistica dell’espropriazione neoliberale. E Lagarde, Dijsselbloem, Osborne, and Draghi, sono tra i principali rappresentanti di questo sistema.
La struttura di potere del capitalismo finanziarizzato, quindi, è mantenuta attraverso la riproduzione dei loro ruoli, e l’esclusione degli altri attraverso la nozione artificiosa di “professionalità” o “esperienza”.
La nostra economia politica opera sotto l’assunzione implicita che ci sia una sfera economica troppo tecnica – o troppo noiosa – per essere soggetta a un qualsiasi livello di responsabilità democratica. Pertanto le decisioni economiche ricadono nelle mani dei tecnocrati: gente con decenni di esperienza – che sia alla Goldman Sachs o come ministri dei governi – che colludono per sviluppare regole sempre più bizantine per cose complicate come valutare il rischio di mercato, potenziare la “competitività” e sostenere la crescita economica.
La crescita della complessità sistemica – e, con essa, del potere dei tecnocrati – riduce lo spazio per la responsabilità democratica. Solo coloro che hanno i curricula più impressionanti, o le più profonde connessioni nella politica e negli affari, possono ambire alle posizioni di vertice e così influenzare gli esiti delle decisioni economiche.
Ma l’esperienza dei tecnocrati segnala qualcosa di più della competenza. Decenni di gavetta ai margini del sistema economico sono un segno di fedeltà ideologica. È poco probabile che vogliate capovolgere il sistema se avete speso quindici noiosi anni a strutturare i derivati – guadagnandovi intanto l’accesso alla classe dei ricchi.
A un certo livello la Lagarde è una pessima scelta per la BCE. Non è un’economista ma un avvocato diventato politico. Ha prestato servizio nel gabinetto di Jacques Chirac e poi di Nicolas Sarkozy. Ed è pregiudicata: nel 2016 è stata condannata per negligenza in un caso di frode riguardante un pagamento di 403 milioni di euro a un amico di Sarkozy. Un verdetto di colpevolezza che però non è stato seguito da una pena.
Ma, come Dijsselbloem, Osborne, e Draghi, la Lagarde è una neoliberale in carriera. È un agente fidato del sistema capitalista di espropriazione. In questo senso è una scelta ovvia per un centro politico il cui potere sta declinando, e il cui sistema economico – che è ancora soggetto ad attacchi e convulsioni, un decennio dopo essere stato screditato – è sotto attacco. La frode è la sua naturale conseguenza.
Per tirarci fuori dalle crisi globali della disuguaglianza e del tracollo climatico, le istituzioni come FMI, Banca Mondiale e BCE devono abbandonare il loro impegno verso le politiche di austerità, sfidare le tendenze della finanza internazionale all’espropriazione, e immettere nuova vita nelle istituzioni pubbliche.
Ma la decisione di passare a una nuova politica richiede radicalismo. E il radicalismo, a sua volta, richiede una sfida democratica all’egemonia dei tecnocrati.
Forse questo è il motivo per il quale i tecnocrati non possono sopportare i radicali. Provate a ricordare i parossismi di Dijsselbloem il quale, costretto a negoziare il bailout greco con Syriza e il ministro delle finanze Varoufakis, si è trovato di fronte a una politica che era tutto il contrario di quello che lui rappresentava: fresca, lungimirante, socialista, radicale. Quello che veniva offerto era una possibilità – ma esattamente quel tipo di possibilità che i nostri governanti non possono ammettere.
Un approccio radicale sfiderebbe la sacralità di un sistema nel quale intere vite – e intere carriere – vengono prestabilite. Gli avvocati, i banchieri di investimento, i consulenti di management, e i loro compagni di viaggio le cui carriere sono simbioticamente legate a uno status quo fallimentare. Le porte girevoli che loro attraversano diventano barriere contro il cambiamento: per i tecnocrati la democrazia stessa viene al secondo posto, dopo la loro paura di diventare obsoleti.
10/06/19
Eurointelligence - Il Piano A dell'estrema destra è fallito, ma il piano B potrebbe far saltare in aria la UE
Nelle recenti elezioni europee, la destra euroscettica è cresciuta ma non è diventata la prima forza all'Europarlamento. D'altronde, se anche fosse riuscita nell'intento, ben difficilmente avrebbe potuto tradurre in realtà le mirabolanti promesse di Salvini, Le Pen e degli altri leader euroscettici di ribaltare le politiche europee, e l'Unione, dall'interno. Tuttavia, lungi dall'essere una buona notizia per gli europeisti incalliti, lo stallo potrebbe portare questi partiti a concentrarsi sulla presa o sul consolidamento del potere in casa propria, a livello nazionale. Inutile dire che la prospettiva di elezioni anticipate in Italia, che i poll danno per stravinte da Salvini, fa accapponare la pelle agli europeisti, poiché in verità nessuno (nemmeno in Italia, ci sentiamo di aggiungere) sa cosa voglia davvero Salvini e quale sia la sua ambizione ultima. Se spingesse fino in fondo il pedale dello scontro con la UE, in una escalation presto fuori controllo, l'Italia potrebbe avviarsi all'Italexit, di sicuro dall'eurozona e forse anche dalla UE. E questa volta, sull'altro lato dell'Atlantico, non ci sarebbe nessun Obama a mettere la tenuta dell'Unione tra le sue priorità.
di Wolfgang Munchau, 6 giugno 2019
In politica come in guerra, ci sono battaglie che possono rendere lo sconfitto ancora più pericoloso per il vincitore. C'è una buona ragione per ritenere che l'apparente intenzione di Viktor Orbàn di non aggregare il suo gruppo parlamentare a quello di Matteo Salvini, il populista di estrema destra più potente nella UE, rientri esattamente in questa categoria.
La scorsa settimana, due annunci a sorpresa a Budapest sono sembrati gli ultimi chiodi sulla bara dell'apparente Piano A di Salvini per proiettarsi alla sommità della politica europea. II capo di gabinetto di Orbàn ha rifiutato disinvoltamente un'alleanza tra Fidesz e la Lega, annunciando anche l'accantonamento di una controversa riforma giudiziaria. La motivazione, secondo commentatori ungheresi indipendenti, è il risultato delle elezioni europee. La grande onda di estrema destra non è riuscita a materializzarsi, principalmente a causa delle scarse prestazioni di altri partiti di estrema destra come AfD in Germania. Nei calcoli post-elettorali di Orbàn, rimanere con gli enfant terrible dell'EPP, o stringere relazioni con il partito ultra-conservatore polacco PiS, batte l'adesione all'Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni guidata da Salvini, imponente nel nome ma mediocre per numero dei propri parlamentari.
Il Piano A di Salvini, appoggiato con entusiasmo dai leader di partito che condividono le stesse idee in tutta Europa, era quello di capitalizzare la creduloneria dell'elettorato di estrema destra in modo da trasformare un miraggio in realtà politica. L'idea era di aumentare il numero dei voti di estrema destra in tutta la UE vendendo la proposta che sarebbe stato possibile creare un gruppo di parlamentari nazionali populisti abbastanza grande da attuare una trasformazione della politica europea e della stessa UE. Capitalizzando il fatto che la gran parte dei giornalisti intervistatori non avrebbe insistito sul punto per ignoranza del funzionamento dell'Europarlamento, l'estrema destra ha spensieratamente affermato che le elezioni del 2019 offrivano ai propri elettori un'opportunità senza precedenti per imporre una restrizione dei poteri della UE e cambiare il corso della politica europea. Il fatto che anche il gruppo più grande dell'Europarlamento non abbia nessuna possibilità di modellare il risultato politico senza costruire una grande coalizione è rimasto taciuto quando Jordan Bardella in Francia, Jorg Meuthen in Germania, o Salvini in Italia hanno promesso agli elettori che era arrivato il loro momento.
Notiamo l'ironia che il promesso sconvolgimento dall'interno dell'Europarlamento, un'istituzione a lungo derisa dalla destra euroscettica come un inutile luogo dove si fanno solo chiacchiere, de facto equivaleva a un'involontaria accettazione del sistema istituzionale della UE. Simpaticamente, ha spinto i candidati di spicco come Gilbert Collard del RN a dire che, ovviamente, deve essere dato maggior potere all'Europarlamento, poiché è espressione del voto del popolo. Dubitiamo che Collard fosse consapevole di mimare la posizione degli entusiasti federalisti europei. L'ironia non finisce qua. Il Piano A di Salvini ha aiutato a invertire una tendenza lunga decenni di disimpegno degli elettori dalle elezioni europee. Anche in questo caso, la Francia offre l'esempio più spettacolare. Anche se il RN ha visto il numero assoluto di voti crescere di ben oltre il mezzo milione, la sua percentuale di voti è scesa più di un punto rispetto a cinque anni fa perché ha fatto emergere anche l'opposizione al RN. Il Piano A dell'estrema destra ha rinvigorito l'importanza delle elezioni europee, aiutando l'Europarlamento ad affermare la propria autorità come l'espressione più diretta della democrazia europea.
Godere dell'ironia di tutto ciò non dovrebbe distrarci dal pericolo di fronte a noi. Il fallimento nel costruire una base di potere effettiva nell'Europarlamento logicamente farà concentrare gli sforzi dell'estrema destra su scenari alternativi. Questi sforzi saranno tutti basati sulla conquista di un maggior potere a livello nazionale, e Salvini è di gran lunga il più pericoloso tra i potenziali disgregatori. L'Italia sembra essere sul percorso che porta ad elezioni nazionali anticipate, e il sistema elettorale del paese darà alla Lega una grande vittoria, nelle attuali dinamiche politiche. Il pane quotidiano della politica di Salvini è la contrapposizione con la UE e le sue due potenze guida. Se Salvini vince le elezioni con un mandato elettorale per combattere la UE sulle politiche economiche, fiscali e sociali, potrebbe verificarsi uno scontro che porterà la UE e l'eurozona in territorio inesplorato.
La UE ha una comprovata esperienza nel far fare retromarcia ai governi, anche al prezzo di costringere un primo ministro alle dimissioni dopo averne distrutto l'autorità politica. George Papandreou ha dovuto fare un passo indietro dopo essere stato costretto ad abbandonare i suoi piani per un referendum. La posizione di Silvio Berlusconi è crollata completamente subito dopo che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno deliberatamente segnalato che non lo vedevano più come un interlocutore da prendere seriamente. Ma Salvini è molto più padrone di sé di quanto lo fosse Berlusconi. La situazione del 2019 è molto differente da quella del 2011. Oggi, Donald Trump potrebbe rallegrarsi dell'indebolimento della UE, mentre Barack Obama fece della sopravvivenza dell'eurozona una priorità fondamentale.
Nessuno che conosciamo ha una vera comprensione delle idee di Salvini e della sua ambizione finale. Vuole raggiungere il potere attraverso lo scontro, ma si tirerà indietro dall'intraprendere gli ultimi passi che farebbero rischiare all'Italia l'uscita dalla zona euro e forse dall'UE? La sua ostilità verso l'integrazione nell'UE è più tattica che ideologica? Cerca di condividere il potere con il mainstream, e se diventerà primo ministro si concederà di essere politicamente addomesticato, come membro del club dei leader? È uno stratega politico, un calcolatore attento, che flirta con la crisi ma che desidera evitarla una volta che la prospettiva diventi troppo reale? E come reagirebbero gli elettori italiani ad uno scontro che finisca fuori controllo?
Nel 2019 si può rispondere a queste stesse domande su altri leader e paesi, come ad esempio Orbàn e l'Ungheria. Ma mentre la perdita dell'Ungheria sarebbe un intoppo, la perdita dell'Italia sarebbe un disastro che potrebbe far saltare in aria la UE.
di Wolfgang Munchau, 6 giugno 2019
In politica come in guerra, ci sono battaglie che possono rendere lo sconfitto ancora più pericoloso per il vincitore. C'è una buona ragione per ritenere che l'apparente intenzione di Viktor Orbàn di non aggregare il suo gruppo parlamentare a quello di Matteo Salvini, il populista di estrema destra più potente nella UE, rientri esattamente in questa categoria.
La scorsa settimana, due annunci a sorpresa a Budapest sono sembrati gli ultimi chiodi sulla bara dell'apparente Piano A di Salvini per proiettarsi alla sommità della politica europea. II capo di gabinetto di Orbàn ha rifiutato disinvoltamente un'alleanza tra Fidesz e la Lega, annunciando anche l'accantonamento di una controversa riforma giudiziaria. La motivazione, secondo commentatori ungheresi indipendenti, è il risultato delle elezioni europee. La grande onda di estrema destra non è riuscita a materializzarsi, principalmente a causa delle scarse prestazioni di altri partiti di estrema destra come AfD in Germania. Nei calcoli post-elettorali di Orbàn, rimanere con gli enfant terrible dell'EPP, o stringere relazioni con il partito ultra-conservatore polacco PiS, batte l'adesione all'Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni guidata da Salvini, imponente nel nome ma mediocre per numero dei propri parlamentari.
Il Piano A di Salvini, appoggiato con entusiasmo dai leader di partito che condividono le stesse idee in tutta Europa, era quello di capitalizzare la creduloneria dell'elettorato di estrema destra in modo da trasformare un miraggio in realtà politica. L'idea era di aumentare il numero dei voti di estrema destra in tutta la UE vendendo la proposta che sarebbe stato possibile creare un gruppo di parlamentari nazionali populisti abbastanza grande da attuare una trasformazione della politica europea e della stessa UE. Capitalizzando il fatto che la gran parte dei giornalisti intervistatori non avrebbe insistito sul punto per ignoranza del funzionamento dell'Europarlamento, l'estrema destra ha spensieratamente affermato che le elezioni del 2019 offrivano ai propri elettori un'opportunità senza precedenti per imporre una restrizione dei poteri della UE e cambiare il corso della politica europea. Il fatto che anche il gruppo più grande dell'Europarlamento non abbia nessuna possibilità di modellare il risultato politico senza costruire una grande coalizione è rimasto taciuto quando Jordan Bardella in Francia, Jorg Meuthen in Germania, o Salvini in Italia hanno promesso agli elettori che era arrivato il loro momento.
Notiamo l'ironia che il promesso sconvolgimento dall'interno dell'Europarlamento, un'istituzione a lungo derisa dalla destra euroscettica come un inutile luogo dove si fanno solo chiacchiere, de facto equivaleva a un'involontaria accettazione del sistema istituzionale della UE. Simpaticamente, ha spinto i candidati di spicco come Gilbert Collard del RN a dire che, ovviamente, deve essere dato maggior potere all'Europarlamento, poiché è espressione del voto del popolo. Dubitiamo che Collard fosse consapevole di mimare la posizione degli entusiasti federalisti europei. L'ironia non finisce qua. Il Piano A di Salvini ha aiutato a invertire una tendenza lunga decenni di disimpegno degli elettori dalle elezioni europee. Anche in questo caso, la Francia offre l'esempio più spettacolare. Anche se il RN ha visto il numero assoluto di voti crescere di ben oltre il mezzo milione, la sua percentuale di voti è scesa più di un punto rispetto a cinque anni fa perché ha fatto emergere anche l'opposizione al RN. Il Piano A dell'estrema destra ha rinvigorito l'importanza delle elezioni europee, aiutando l'Europarlamento ad affermare la propria autorità come l'espressione più diretta della democrazia europea.
Godere dell'ironia di tutto ciò non dovrebbe distrarci dal pericolo di fronte a noi. Il fallimento nel costruire una base di potere effettiva nell'Europarlamento logicamente farà concentrare gli sforzi dell'estrema destra su scenari alternativi. Questi sforzi saranno tutti basati sulla conquista di un maggior potere a livello nazionale, e Salvini è di gran lunga il più pericoloso tra i potenziali disgregatori. L'Italia sembra essere sul percorso che porta ad elezioni nazionali anticipate, e il sistema elettorale del paese darà alla Lega una grande vittoria, nelle attuali dinamiche politiche. Il pane quotidiano della politica di Salvini è la contrapposizione con la UE e le sue due potenze guida. Se Salvini vince le elezioni con un mandato elettorale per combattere la UE sulle politiche economiche, fiscali e sociali, potrebbe verificarsi uno scontro che porterà la UE e l'eurozona in territorio inesplorato.
La UE ha una comprovata esperienza nel far fare retromarcia ai governi, anche al prezzo di costringere un primo ministro alle dimissioni dopo averne distrutto l'autorità politica. George Papandreou ha dovuto fare un passo indietro dopo essere stato costretto ad abbandonare i suoi piani per un referendum. La posizione di Silvio Berlusconi è crollata completamente subito dopo che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno deliberatamente segnalato che non lo vedevano più come un interlocutore da prendere seriamente. Ma Salvini è molto più padrone di sé di quanto lo fosse Berlusconi. La situazione del 2019 è molto differente da quella del 2011. Oggi, Donald Trump potrebbe rallegrarsi dell'indebolimento della UE, mentre Barack Obama fece della sopravvivenza dell'eurozona una priorità fondamentale.
Nessuno che conosciamo ha una vera comprensione delle idee di Salvini e della sua ambizione finale. Vuole raggiungere il potere attraverso lo scontro, ma si tirerà indietro dall'intraprendere gli ultimi passi che farebbero rischiare all'Italia l'uscita dalla zona euro e forse dall'UE? La sua ostilità verso l'integrazione nell'UE è più tattica che ideologica? Cerca di condividere il potere con il mainstream, e se diventerà primo ministro si concederà di essere politicamente addomesticato, come membro del club dei leader? È uno stratega politico, un calcolatore attento, che flirta con la crisi ma che desidera evitarla una volta che la prospettiva diventi troppo reale? E come reagirebbero gli elettori italiani ad uno scontro che finisca fuori controllo?
Nel 2019 si può rispondere a queste stesse domande su altri leader e paesi, come ad esempio Orbàn e l'Ungheria. Ma mentre la perdita dell'Ungheria sarebbe un intoppo, la perdita dell'Italia sarebbe un disastro che potrebbe far saltare in aria la UE.
Etichette:
elezioni europee 2019,
Eurointelligence,
Fonti,
in evidenza,
Matteo Salvini,
Parlamento europeo,
Unione Europea,
Viktor Orban,
Voci dall'estero
08/06/19
La valuta parallela dell'Italia è esplosiva per la zona euro
Come riporta questo articolo di Die Welt, in Germania la questione dei minibot italiani è presa molto seriamente. La diffusione di questi titoli statali di piccolo taglio, il cui valore sarebbe garantito dalla possibilità di usarli per pagare le tasse, porrebbe di fatto le basi per l’adozione di una nuova moneta nel Bel Paese. In uno scontro con l’UE, come avvenuto con la Grecia, l’Italia si troverebbe così a negoziare da una posizione di forza. Un paese che non ha beneficiato dei trattati attuali, che versa a Bruxelles più di quanto riceva in fondi europei, che ha un attivo di bilancia commerciale e con un’alternativa pronta già nelle tasche dei cittadini, potrebbe chiedere molto all’UE, oppure decidere che andarsene sia la scelta migliore.
Di Daniel Eckert, 4 giugno 2019
Traduzione di Musso
Il governo italiano gioca con il fuoco. I politici della Lega di Matteo Salvini continuano a mettere sul tavolo l'idea di una moneta parallela. I minibot, ora resi possibili dal Parlamento, sono un primo passo in questa direzione.
Portano un nome che suona in qualche modo carino: i minibot. Ma una volta diffusi, i loro effetti potrebbero non essere carini. Perché i minibot sono uno strumento finanziario con il quale il governo populista d'Italia potrebbe scardinare l’eurozona. Quantomeno potrebbero sconfessare Bruxelles e l'Unione europea (UE) e seminare un nuovo dissidio nel cuore dell'unione monetaria.
Tra l’indifferenza dell’opinione pubblica interna, la Camera dei Deputati italiana ha votato la scorsa settimana per l'introduzione dei minibot. In futuro, lo stato dovrebbe avere il diritto di pagare i fornitori nazionali con questi titoli di credito. Si parla di una cifra di importo miliardario. Allo stesso tempo, il Tesoro può accettare queste carte anche per il regolamento dei debiti fiscali. Pertanto, la definizione di mezzi di pagamento sembra essere soddisfatta, soprattutto dal momento che i minibot, come suggerisce il termine "mini", dovrebbero essere emessi in piccole denominazioni (ad esempio, 100 euro).
Da quel momento in poi, è solo un piccolo passo verso una valuta parallela, e questo è esattamente ciò che Matteo Salvini, leader della Lega di destra e vice primo ministro, potrebbe mirare a fare. Il portavoce economico della Lega, Claudio Borghi, è un acceso sostenitore dei piccoli mostri fiscali. Come per gli altri paesi dell'unione monetaria, vale anche per l'Italia: la moneta a corso legale è solamente l'euro.
I minibot come minaccia contro la Commissione Europea
Se i minibot si diffondessero in tutta l'economia italiana e venissero passati di società in società e di cittadino in cittadino, lo stato italiano potrebbe farsi il proprio denaro. Nel corso del tempo, i nuovi coupon sarebbero negoziati sul mercato e quotati ad un prezzo (presumibilmente inferiore) rispetto all'euro. Sarebbe l'inizio della strisciante uscita dell'Italia dall'euro.
Piani per i minibot erano discussi in Italia già prima delle elezioni parlamentari del 2018. Erano poi anche nell'accordo di coalizione, ma non furono perseguiti, poiché il desiderio della popolazione di un Italexit (un'uscita del paese dall'unione monetaria) non era particolarmente grande.
"Posso ben immaginare che i minibot ora tornino, per rappresentare una minaccia contro la Commissione europea nella prossima procedura di deficit", afferma Thomas Mayer, capo economista e direttore fondatore del ‘Flossbach von Storch Research Institute’. Mentre ciò non permetterebbe a Roma di aggirare i criteri fiscali, poiché essi si concentrano su deficit e debito piuttosto che sul finanziamento: "Ma si può minacciare di lasciare gradualmente l'euro, se si è costretti dall'UE a ridurre il deficit".
"I minibot non sono l'inizio di una nuova valuta", afferma Erik Nielsen, Chief Economist presso UniCredit a Londra. Tuttavia, la retorica dello stesso governo italiano ha il potenziale di disorientare le persone. La confusa politica di comunicazione di Roma ha contribuito a confondere l'idea potenzialmente significativa di cartolarizzare il debito pubblico, con la dottrina voodoo di una valuta parallela. Così, gli investitori hanno reagito quasi freneticamente alla vitazione del Parlamento in merito al minibot, venerdì, prima che si calmassero, più tardi.
Yanis Varoufakis ha seguito una strategia simile durante il suo breve mandato come ministro delle Finanze greco nel 2015. Alla fine, tuttavia, non è riuscito a prevalere contro la troika composta dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI). "La sua valuta parallela era solo all’inizio della pianificazione e i creditori fecero sapere, che la Grecia poteva anche lasciare l'unione monetaria, se lo avesse voluto", dice Mayer.
Al contrario, i minibot in Italia, secondo lui, sono già ben progettati. "La Commissione e altri paesi preferirebbero non minacciare una uscita dell'Italia. Salvini ha carte migliori oggi, rispetto a Varoufakis nel 2015", dice Mayer, riferendosi all'importanza dell'economia italiana.
L'Italia è la terza economia più grande nella zona euro dopo la Germania e la Francia. A differenza di altre economie, tuttavia, il membro fondatore della Comunità europea del 1957 non ha apparentemente beneficiato dell'appartenenza all'unione monetaria. Soprattutto dopo la crisi finanziaria, la debolezza degli europei del Sud è divenuta sempre più evidente: l’indice della Borsa di Milano oggi è allo stesso livello di dieci anni fa. Il Dax è più che raddoppiato nello stesso periodo.
Mentre altre importanti economie europee possono indebitarsi a tassi d'interesse pari a zero o appena marginali, i partecipanti al mercato dei capitali italiani richiedono il 2,6 per cento per i titoli di stato decennali. L’agitata Grecia ora paga solo leggermente di più, il 2,8 per cento. Il debito è uno dei più alti del mondo, pari a oltre il 130 percento del prodotto interno lordo. Secondo le normative dell'UE, è consentito un massimo del 60 per cento.
Tuttavia, è ancora del tutto incerto se Salvini troverà una maggioranza parlamentare a sostegno della distribuzione dei minibot. Nell'elezione alla Camera dei Deputati nel 2018, la Lega aveva ottenuto il 17,4% dei voti. Nelle elezioni europee del 26 maggio, tuttavia, i populisti di destra hanno raddoppiato la loro percentuale di voti, arrivando al 34,3%.
Pertanto, l'uomo politico della Lega potrebbe impostare le eventuali elezioni anticipate come un voto sull'indipendenza del paese da Bruxelles. Da sola, la minaccia di una valuta parallela, potrebbe destabilizzare l'eurozona. Con un debito totale di 2,3 trilioni di euro, Roma ha un enorme potenziale di minaccia.
Di Daniel Eckert, 4 giugno 2019
Traduzione di Musso
Il governo italiano gioca con il fuoco. I politici della Lega di Matteo Salvini continuano a mettere sul tavolo l'idea di una moneta parallela. I minibot, ora resi possibili dal Parlamento, sono un primo passo in questa direzione.
Portano un nome che suona in qualche modo carino: i minibot. Ma una volta diffusi, i loro effetti potrebbero non essere carini. Perché i minibot sono uno strumento finanziario con il quale il governo populista d'Italia potrebbe scardinare l’eurozona. Quantomeno potrebbero sconfessare Bruxelles e l'Unione europea (UE) e seminare un nuovo dissidio nel cuore dell'unione monetaria.
Tra l’indifferenza dell’opinione pubblica interna, la Camera dei Deputati italiana ha votato la scorsa settimana per l'introduzione dei minibot. In futuro, lo stato dovrebbe avere il diritto di pagare i fornitori nazionali con questi titoli di credito. Si parla di una cifra di importo miliardario. Allo stesso tempo, il Tesoro può accettare queste carte anche per il regolamento dei debiti fiscali. Pertanto, la definizione di mezzi di pagamento sembra essere soddisfatta, soprattutto dal momento che i minibot, come suggerisce il termine "mini", dovrebbero essere emessi in piccole denominazioni (ad esempio, 100 euro).
Da quel momento in poi, è solo un piccolo passo verso una valuta parallela, e questo è esattamente ciò che Matteo Salvini, leader della Lega di destra e vice primo ministro, potrebbe mirare a fare. Il portavoce economico della Lega, Claudio Borghi, è un acceso sostenitore dei piccoli mostri fiscali. Come per gli altri paesi dell'unione monetaria, vale anche per l'Italia: la moneta a corso legale è solamente l'euro.
I minibot come minaccia contro la Commissione Europea
Se i minibot si diffondessero in tutta l'economia italiana e venissero passati di società in società e di cittadino in cittadino, lo stato italiano potrebbe farsi il proprio denaro. Nel corso del tempo, i nuovi coupon sarebbero negoziati sul mercato e quotati ad un prezzo (presumibilmente inferiore) rispetto all'euro. Sarebbe l'inizio della strisciante uscita dell'Italia dall'euro.
Piani per i minibot erano discussi in Italia già prima delle elezioni parlamentari del 2018. Erano poi anche nell'accordo di coalizione, ma non furono perseguiti, poiché il desiderio della popolazione di un Italexit (un'uscita del paese dall'unione monetaria) non era particolarmente grande.
"Posso ben immaginare che i minibot ora tornino, per rappresentare una minaccia contro la Commissione europea nella prossima procedura di deficit", afferma Thomas Mayer, capo economista e direttore fondatore del ‘Flossbach von Storch Research Institute’. Mentre ciò non permetterebbe a Roma di aggirare i criteri fiscali, poiché essi si concentrano su deficit e debito piuttosto che sul finanziamento: "Ma si può minacciare di lasciare gradualmente l'euro, se si è costretti dall'UE a ridurre il deficit".
"I minibot non sono l'inizio di una nuova valuta", afferma Erik Nielsen, Chief Economist presso UniCredit a Londra. Tuttavia, la retorica dello stesso governo italiano ha il potenziale di disorientare le persone. La confusa politica di comunicazione di Roma ha contribuito a confondere l'idea potenzialmente significativa di cartolarizzare il debito pubblico, con la dottrina voodoo di una valuta parallela. Così, gli investitori hanno reagito quasi freneticamente alla vitazione del Parlamento in merito al minibot, venerdì, prima che si calmassero, più tardi.
Yanis Varoufakis ha seguito una strategia simile durante il suo breve mandato come ministro delle Finanze greco nel 2015. Alla fine, tuttavia, non è riuscito a prevalere contro la troika composta dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI). "La sua valuta parallela era solo all’inizio della pianificazione e i creditori fecero sapere, che la Grecia poteva anche lasciare l'unione monetaria, se lo avesse voluto", dice Mayer.
Al contrario, i minibot in Italia, secondo lui, sono già ben progettati. "La Commissione e altri paesi preferirebbero non minacciare una uscita dell'Italia. Salvini ha carte migliori oggi, rispetto a Varoufakis nel 2015", dice Mayer, riferendosi all'importanza dell'economia italiana.
L'Italia è la terza economia più grande nella zona euro dopo la Germania e la Francia. A differenza di altre economie, tuttavia, il membro fondatore della Comunità europea del 1957 non ha apparentemente beneficiato dell'appartenenza all'unione monetaria. Soprattutto dopo la crisi finanziaria, la debolezza degli europei del Sud è divenuta sempre più evidente: l’indice della Borsa di Milano oggi è allo stesso livello di dieci anni fa. Il Dax è più che raddoppiato nello stesso periodo.
Mentre altre importanti economie europee possono indebitarsi a tassi d'interesse pari a zero o appena marginali, i partecipanti al mercato dei capitali italiani richiedono il 2,6 per cento per i titoli di stato decennali. L’agitata Grecia ora paga solo leggermente di più, il 2,8 per cento. Il debito è uno dei più alti del mondo, pari a oltre il 130 percento del prodotto interno lordo. Secondo le normative dell'UE, è consentito un massimo del 60 per cento.
Tuttavia, è ancora del tutto incerto se Salvini troverà una maggioranza parlamentare a sostegno della distribuzione dei minibot. Nell'elezione alla Camera dei Deputati nel 2018, la Lega aveva ottenuto il 17,4% dei voti. Nelle elezioni europee del 26 maggio, tuttavia, i populisti di destra hanno raddoppiato la loro percentuale di voti, arrivando al 34,3%.
Pertanto, l'uomo politico della Lega potrebbe impostare le eventuali elezioni anticipate come un voto sull'indipendenza del paese da Bruxelles. Da sola, la minaccia di una valuta parallela, potrebbe destabilizzare l'eurozona. Con un debito totale di 2,3 trilioni di euro, Roma ha un enorme potenziale di minaccia.
Etichette:
Commissione Europea,
Die Welt,
Fonti,
in evidenza,
Italexit,
Italia,
Matteo Salvini,
MiniBot,
Nazioni,
Unione Europea,
uscita,
Voci dall'estero
24/05/19
L’establishment UE sarà sonoramente bocciato alle elezioni
Come ci ricorda l'editoriale di Strategic Culture, il successo dei partiti cosiddetti populisti non è dovuto a una congiura, a un nemico esterno o alla diffusione di notizie false. L’establishment europeo nega la più semplice delle spiegazioni: si tratta della bocciatura delle sue politiche da parte dei cittadini. L’UE e gli eurocrati che l’hanno governata hanno conseguito una lunga serie di fallimenti politici ed economici. Se l’élite si ostinerà ancora una volta a negare la realtà, la ribellione del popolo non potrà che aumentare e portare ulteriore disgregazione.
Editoriale, 24 maggio 2019
Durante questo fine settimana, i 28 stati membri dell’Unione Europea andranno alle urne, in un impressionante esercizio di democrazia. Le elezioni si svolgeranno durante quattro giorni e termineranno domenica. I risultati completi non saranno disponibili fino alla prossima settimana. Ma è già ampiamente previsto che i partiti cosiddetti populisti otterranno successi significativi in tutta l’Unione e avranno un maggior numero dei 751 posti del Parlamento Europeo.
Un’evidente anomalia è la partecipazione del Regno Unito a queste elezioni, a dispetto del fatto che, in teoria, avrebbe dovuto lasciare l'unione europea a marzo. Le discussioni sulla Brexit si sono protratte senza un risultato chiaro, il che significa che il Regno Unito è obbligato a partecipare alla elezioni parlamentari UE come gli altri 27 stati membri. I parlamentari europei eletti oltremanica potrebbero di fatto non occupare i loro posti a Bruxelles e Strasburgo, perché il processo della Brexit, una volta completato – quando sarà completato – renderà i loro posti eccedenti.
Un’altra anomalia è che le elezioni del 2019 sono state oscurate da affermazioni politiche e dei media, all’avvicinarsi della data del voto, secondo cui la Russia avrebbe lanciato una “campagna di interferenza” per convincere gli elettori a votare i partiti politici che avversano lo status quo UE.
Tuttavia, alla vigilia del voto, i media occidentali e diversi esperti di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non c'è stata alcuna prova della prevista “campagna di influenza del Cremlino”.
Questa ipotesi di una campagna russa nella UE riecheggia la vecchia e screditata favoletta applicata alle elezioni presidenziali USA del 2016. Non è mai stata prodotta alcuna prova che desse credibilità a questo scenario.
La Russia ha sempre negato con forza di avere tentato un’influenza di qualche tipo sugli elettori occidentali. Ma la grande anomalia è che i media occidentali e le agenzie di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non esiste alcuna prova che la Russia abbia messo nel mirino le elezioni UE con una campagna di interferenza sui media.
L’aumento dei movimenti politici nazionalisti, anti-immigrazione, euroscettici, anti-austerità, pacifisti, anti-capitalisti in tutta Europa è dovuto semplicemente a questo: un’ondata di consenso verso i partiti anti-establishment. La marea di proteste tra i cittadini europei contro l’establishment neoliberista non ha nulla a che vedere con la presunta “interferenza russa” e molto a che fare con il deficit democratico strutturale dell’Unione dei 28 membri.
Tentare di incolpare la Russia di avere “influenzato negativamente” i cittadini UE e avere foraggiato “partiti anti-UE”, come si è tentato di fare con lo scandalo governativo in Austria questa settimana, è un atto disperato di negazione della realtà politica da parte dell’establishment UE sui propri tremendi fallimenti politici ed economici. Questa negazione ufficiale della realtà e il tentativo di fare di Mosca un capro espiatorio sta solo alimentando ulteriormente le proteste popolari e l’instabilità interna della UE.
Il presidente francese Emmanuel Macron questa settimana ha incolpato come di consueto “la collusione tra i partiti nazionalisti e gli interessi stranieri che minacciano l’esistenza dell’Europa”. Le visioni elitiste di Macron sono sintomatiche del malessere dell’establishment, in realtà il nocciolo del problema della coesione e della autorevolezza della UE, che vanno collassando.
Il referendum inglese sulla Brexit, tenuto nel 2016, è stato un campanello di allarme sul dissenso popolare in tutta la UE nei confronti di un establishment di Bruxelles che viene considerato anti-democratico, ostaggio della grande finanza e dalla austerità neo-liberista capitalista e prono a un consenso guerrafondaio guidato da Washington e orientato verso guerre illegittime in terre straniere e all’espansionismo della NATO.
Lo status-quo UE ha portato a enormi problemi di immigrazione legati all’appoggio al bellicismo illegittimo USA in Medio Oriente e in Nord Africa. I cittadini europei si sono resi conto di questi problemi e si oppongono alla degenerazione dell’Europa in un vassallo dell’imperialismo di Washington. Il dissenso è inoltre evidente nella contrarietà di molti cittadini europei verso l'adesione UE alle sanzioni e all’ostilità verso la Russia imposte degli USA. Questo non significa che la Russia stia in qualche modo influenzando i movimenti di opposizione. È semplicemente un fatto che i cittadini europei si stanno rivoltando contro uno status quo anti-democratico che è troppo frequentemente servile verso l’asse transatlantico che non rispecchia i suoi fondamentali interessi democratici, così come molte altre politiche a cui lo status quo UE aderisce supinamente.
Emmanuel Macron e altre figure dell’establishment europeo possono anche pompare la fandonia che l’Unione sia sotto attacco da parte dei “partiti nazionalisti di estrema destra collusi con il Cremlino”.
Ma la realtà è che l’UE è semplicemente considerata da un numero crescente dei suoi 512 milioni di cittadini come un monolite che non risponde ai bisogni democratici. Ecco perché questi si ribellano contro lo status quo, votando per una serie di partiti anti-establishment. Se la UE non può riconoscere l’impulso verso la democrazia che arriva dal suo interno, allora il suo futuro prevede altri eventi disgreganti, come il movimento della Brexit fa presagire. Dare la colpa a “nemici esterni” come la Russia dei propri problemi politici interni si sta dimostrando una disperata negazione della realtà.
Questa settimana i popoli si esprimeranno. L’establishment UE farebbe meglio ad ascoltare.
Editoriale, 24 maggio 2019
Durante questo fine settimana, i 28 stati membri dell’Unione Europea andranno alle urne, in un impressionante esercizio di democrazia. Le elezioni si svolgeranno durante quattro giorni e termineranno domenica. I risultati completi non saranno disponibili fino alla prossima settimana. Ma è già ampiamente previsto che i partiti cosiddetti populisti otterranno successi significativi in tutta l’Unione e avranno un maggior numero dei 751 posti del Parlamento Europeo.
Un’evidente anomalia è la partecipazione del Regno Unito a queste elezioni, a dispetto del fatto che, in teoria, avrebbe dovuto lasciare l'unione europea a marzo. Le discussioni sulla Brexit si sono protratte senza un risultato chiaro, il che significa che il Regno Unito è obbligato a partecipare alla elezioni parlamentari UE come gli altri 27 stati membri. I parlamentari europei eletti oltremanica potrebbero di fatto non occupare i loro posti a Bruxelles e Strasburgo, perché il processo della Brexit, una volta completato – quando sarà completato – renderà i loro posti eccedenti.
Un’altra anomalia è che le elezioni del 2019 sono state oscurate da affermazioni politiche e dei media, all’avvicinarsi della data del voto, secondo cui la Russia avrebbe lanciato una “campagna di interferenza” per convincere gli elettori a votare i partiti politici che avversano lo status quo UE.
Tuttavia, alla vigilia del voto, i media occidentali e diversi esperti di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non c'è stata alcuna prova della prevista “campagna di influenza del Cremlino”.
Questa ipotesi di una campagna russa nella UE riecheggia la vecchia e screditata favoletta applicata alle elezioni presidenziali USA del 2016. Non è mai stata prodotta alcuna prova che desse credibilità a questo scenario.
La Russia ha sempre negato con forza di avere tentato un’influenza di qualche tipo sugli elettori occidentali. Ma la grande anomalia è che i media occidentali e le agenzie di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non esiste alcuna prova che la Russia abbia messo nel mirino le elezioni UE con una campagna di interferenza sui media.
L’aumento dei movimenti politici nazionalisti, anti-immigrazione, euroscettici, anti-austerità, pacifisti, anti-capitalisti in tutta Europa è dovuto semplicemente a questo: un’ondata di consenso verso i partiti anti-establishment. La marea di proteste tra i cittadini europei contro l’establishment neoliberista non ha nulla a che vedere con la presunta “interferenza russa” e molto a che fare con il deficit democratico strutturale dell’Unione dei 28 membri.
Tentare di incolpare la Russia di avere “influenzato negativamente” i cittadini UE e avere foraggiato “partiti anti-UE”, come si è tentato di fare con lo scandalo governativo in Austria questa settimana, è un atto disperato di negazione della realtà politica da parte dell’establishment UE sui propri tremendi fallimenti politici ed economici. Questa negazione ufficiale della realtà e il tentativo di fare di Mosca un capro espiatorio sta solo alimentando ulteriormente le proteste popolari e l’instabilità interna della UE.
Il presidente francese Emmanuel Macron questa settimana ha incolpato come di consueto “la collusione tra i partiti nazionalisti e gli interessi stranieri che minacciano l’esistenza dell’Europa”. Le visioni elitiste di Macron sono sintomatiche del malessere dell’establishment, in realtà il nocciolo del problema della coesione e della autorevolezza della UE, che vanno collassando.
Il referendum inglese sulla Brexit, tenuto nel 2016, è stato un campanello di allarme sul dissenso popolare in tutta la UE nei confronti di un establishment di Bruxelles che viene considerato anti-democratico, ostaggio della grande finanza e dalla austerità neo-liberista capitalista e prono a un consenso guerrafondaio guidato da Washington e orientato verso guerre illegittime in terre straniere e all’espansionismo della NATO.
Lo status-quo UE ha portato a enormi problemi di immigrazione legati all’appoggio al bellicismo illegittimo USA in Medio Oriente e in Nord Africa. I cittadini europei si sono resi conto di questi problemi e si oppongono alla degenerazione dell’Europa in un vassallo dell’imperialismo di Washington. Il dissenso è inoltre evidente nella contrarietà di molti cittadini europei verso l'adesione UE alle sanzioni e all’ostilità verso la Russia imposte degli USA. Questo non significa che la Russia stia in qualche modo influenzando i movimenti di opposizione. È semplicemente un fatto che i cittadini europei si stanno rivoltando contro uno status quo anti-democratico che è troppo frequentemente servile verso l’asse transatlantico che non rispecchia i suoi fondamentali interessi democratici, così come molte altre politiche a cui lo status quo UE aderisce supinamente.
Emmanuel Macron e altre figure dell’establishment europeo possono anche pompare la fandonia che l’Unione sia sotto attacco da parte dei “partiti nazionalisti di estrema destra collusi con il Cremlino”.
Ma la realtà è che l’UE è semplicemente considerata da un numero crescente dei suoi 512 milioni di cittadini come un monolite che non risponde ai bisogni democratici. Ecco perché questi si ribellano contro lo status quo, votando per una serie di partiti anti-establishment. Se la UE non può riconoscere l’impulso verso la democrazia che arriva dal suo interno, allora il suo futuro prevede altri eventi disgreganti, come il movimento della Brexit fa presagire. Dare la colpa a “nemici esterni” come la Russia dei propri problemi politici interni si sta dimostrando una disperata negazione della realtà.
Questa settimana i popoli si esprimeranno. L’establishment UE farebbe meglio ad ascoltare.
01/05/19
Le Figaro - Come l’euro ha condotto la Francia all’impasse
Il celebre quotidiano francese Le Figaro dà voce a un commento critico sull’euro e l’Unione europea. A vent’anni dalla sua creazione, l’euro non è l’unico problema, ma simboleggia perfettamente ciò che non funziona della cosiddetta “integrazione” europea: l’imposizione di uno standard unico a paesi con storie e caratteristiche profondamente eterogenee nella struttura economica, con tassi di inflazione divergenti ed esigenze sociali diverse. Uno standard che, ovviamente, si conforma ad alcuni meglio che ad altri, e che agli eterni inadeguati – tra i quali la Francia deve ormai riconoscersi a pieno titolo – può solo additare il supremo credo dell’ideologia neoliberale: “Bisogna adattarsi”.
di David Caylam 29 aprile 2019
Lo scorso febbraio un istituto di ricerca tedesco d’ispirazione ordoliberale, il Centro per le politiche europee (CEP), ha festeggiato a proprio modo i vent’anni dall’istituzione della moneta unica pubblicando uno studio che mostrava come, dopo vent’anni di esistenza, l’euro abbia avuto effetti contrastanti. Se per alcuni paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, l’Unione Monetaria si è tradotta in un guadagno pro-capite stimato in oltre 20.000 euro nel periodo 1999-2007, per altri si è tradotta in una perdita, e le perdite accumulate sono apparse considerevoli, ovvero circa 56.000 euro a testa in Francia e 73.600 euro a testa in Italia.
Dunque la moneta unica non ha avuto gli stessi esiti per tutti i paesi. Il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sugli squilibri esterni ha sottolineato anche come, per diversi anni, il tasso di cambio dell’euro sia stato sopravvalutato per alcuni paesi come la Francia e l’Italia (e questo ha influito [negativamente] sulla loro competitività), e sia stato invece ampiamente sottovalutato (di circa il 20%) per la Germania, rappresentando così per essa un vantaggio decisivo, che spiega anche il suo enorme surplus estero.
In vent’anni l’economia europea si è trasformata profondamente
Perché una stessa moneta dovrebbe produrre effetti così diversi da un paese all’altro? La Francia è dunque inadatta all’euro? E se sì, per quale ragione?
Certo, possiamo sempre mettere in discussione l’attendibilità di questi studi, e specialmente del primo dei due, la cui metodologia è in realtà discutibile. La cosa fondamentale, però, è che ridurre gli squilibri economici europei alla sola questione monetaria rischia di far dimenticare le numerose trasformazioni istituzionali che hanno interessato in profondità l’economia europea nel corso degli ultimi decenni.
Dalla fine degli anni ’90 la creazione del mercato unico, la liberalizzazione dei precedenti monopoli pubblici, il rafforzamento delle politiche di austerità, la crescente finanziarizzazione dell’economia, la riforma della politica agricola comune, la messa in opera generalizzata di un sistema di mercato concorrenziale controllato dalla Commissione, la firma di un gran numero di trattati di libero scambio e, soprattutto, gli ampliamenti dell’Unione europea nel 2004 e nel 2007 verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, portati all’interno dello spazio economico europeo, hanno contribuito a intensificare il dumping sociale. Per questo l’Unione europea del 2019 in realtà non ha più molto a che vedere con quella di vent’anni fa. Tutto è stato cambiato nell’economia europea, non solo la moneta.
A rigor di logica non possiamo dunque ritenere la moneta unica come l’unica causa degli squilibri economici attuali. Inoltre, quando guardiamo le dinamiche industriali europee nel corso degli ultimi vent’anni, come ho già fatto in uno studio recentemente pubblicato, possiamo constatare che l’appartenenza all’eurozona non è un criterio determinante. I paesi europei periferici che si situano al di fuori dell’eurozona, come il Regno Unito e la Svezia, si sono de-industrializzati allo stesso ritmo dei paesi che hanno adottato l’euro e che si situano nelle stesse aree geografiche, come la Francia la Finlandia. Allo stesso modo, i paesi centrali hanno attirato investimenti industriali sia che appartenessero all’eurozona (Germania e Austria) che no (Polonia e Repubblica Ceca).

La creazione della moneta unica rappresenta solo una delle molte riforme che hanno contribuito a trasformare l’economia europea. Sebbene si tratti della più emblematica e ambiziosa di tutte le riforme, ha anche svolto un effetto parafulmine attirando tutte le critiche e mascherando la logica d’insieme attorno alla quale è ormai organizzata l’economia europea.
Un nuovo sistema economico europeo
Qual è, esattamente, questa logica d’insieme? Tra il 1986 e il 2012, l’economia dell’Unione europea è stata completamente ricostruita attorno a sei trattati.
L’atto unico del 1986, che stabiliva i principi del mercato unico, il trattato di Maastricht del 1992, che ha gettato le basi per l’euro e le sue caratteristiche principali, poi il trattato di Amsterdam del 1997, che perpetuava e rafforzava i vincoli di bilancio previsti da Maastricht, il trattato di Nizza del 2001, che ha riorganizzato le istituzioni europee in vista di un ampliamento, il trattato di Lisbona del 2007, che ha ripreso i punti essenziali del trattato costituzionale europeo che era stato respinto due anni prima, e che ha riscritto e precisato tutti i trattati precedenti, e infine il Fiscal Compact del 2012, che rafforzava i vincoli di bilancio a cui gli Stati sono chiamati a sottoporsi. Questi sei trattati hanno stabilito un’architettura economica volta a inquadrare le economie nazionali in un insieme di regole comuni e a farle convergere istituzionalmente.
Negli anni ’70 le economie europee avevano alcune specificità che avevano ereditato dalla loro storia, dalla loro cultura e dalle loro istituzioni nazionali. La Francia si caratterizzava per un capitalismo fondato sulle grandi imprese, su un settore pubblico forte, su rapporti conflittuali tra classi sociali e su un’amministrazione centrale forte. L’Italia era un paese di piccole e medie imprese efficienti, con una moneta debole e un settore finanziario poco sviluppato. L’industria del Nord Italia beneficiava di una forza lavoro nazionale a basso costo proveniente dal Sud del paese, e questo la rendeva molto efficiente. La Germania, dal canto suo, poteva contare su un dinamismo industriale fondato sulle complementarità tra il suo sistema di istruzione, i länder [le regioni tedesche, NdT] forti e capaci di intervenire nell’economia, un settore bancario che non esitava a investire a lungo termine per lo sviluppo industriale, e un sindacalismo di co-gestione.
Ciascuno di questi tre paesi aveva sperimentato un piccolo miracolo economico durante i “Trenta Gloriosi” [il trentennio di crescita economica fra il 1945 e il 1975, NdT], costruendo modelli di crescita che gli erano propri e che li rendevano efficaci, non solo al proprio interno, ma anche verso l’estero. Così, fino all’inizio degli anni ’80, l’Italia esportava più della Germania in proporzione al proprio PIL, e accumulava regolarmente ampi surplus commerciali.
La Francia beneficiava di un forte settore industriale costruito su grandi progetti nazionali basati su ambiziose politiche pubbliche (nuclearizzazione dell’energia, treno ad alta velocità, Airbus…).
Un unico “stampo” europeo
I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.
L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.
È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie. In effetti una moneta unica implica una banca centrale unica e un tasso di rifinanziamento unico. Tuttavia i tassi di inflazione sono diversi da un paese all’altro, quindi il tasso di interesse reale proposto dalla BCE sarà troppo basso per i paesi con maggiore inflazione (favorendo così la creazione di bolle finanziarie) e troppo elevato per i paesi con minore inflazione, col rischio di danneggiare gli investimenti. Allo stesso modo, uno stesso tasso di cambio non può essere adatto a un insieme eterogeneo di economie.
La libera circolazione dei capitali ha rafforzato la concentrazione degli investimenti industriali nei paesi “core”, dove si trovano i principali porti del Mare del Nord e le vie navigabili, a danno dell’Europa periferica. Certi paesi hanno così visto aumentare le proprie esportazioni, generando grandi surplus i quali, normalmente, dovrebbero causare un aumento del valore della moneta. Al contrario, i paesi in via di de-industrializzazione dovrebbero normalmente beneficiare di una svalutazione della moneta, ma lo “stampo” della moneta unica impedisce questi aggiustamenti.
La creazione del mercato unico ha generato problemi simili. L’esacerbazione della concorrenza europea non ha tenuto in alcun conto le disparità tra i sistemi fiscali e sociali. E invece le necessità in termini di spesa pubblica e di prestazioni sociali (pensioni, spesa sanitaria, politiche familiari) sono legate a parametri demografici e culturali che sono strettamente nazionali.
“Bisogna adattarsi”
L’euro è sintomatico di un sistema che è passato da una logica in cui le istituzioni economiche erano nazionali, per il fatto che dovevano adattarsi alle specificità dei paesi, a una logica del tutto opposta dove è necessario adattare le economie nazionali a un quadro istituzionale prestabilito e definito direttamente su scala europea. Il problema è che negando le specificità nazionali e imponendo a ciascun paese di adattarsi a un quadro comune, senza realizzare che ciascuno si era evoluto a partire da un universo istituzionale diverso e suo proprio, ha decisamente rafforzato le dinamiche di divergenza anziché creare la convergenza voluta.
In un libro pubblicato recentemente, Barbara Stiegler riassume l’ideologia neoliberale in una formula: “Bisogna adattarsi”. Sottolinea giustamente questo meccanismo del pensiero sotteso all’ideologia contemporanea. Spiega che l’essenza del neoliberalismo non è, contrariamente al liberalismo classico, quella di assicurare a tutti la libera ricerca della propria emancipazione personale, ma piuttosto quella di produrre una camicia di forza normativa rigida, stabilita in nome di un principio superiore – ad esempio la concorrenza libera e non distorta – che in realtà non è che un meccanismo per creare una gerarchia tra quelli che a tale principio si adattano facilmente e ne traggono vantaggio, e gli altri, il cui processo di adattamento sarà infinito perché si troveranno eternamente “in ritardo” rispetto ai paesi leader.
I risultati dello studio del CEP menzionato all’inizio sono, a tale proposito, alquanto rivelatori. Secondo questi economisti, se la Francia e l’Italia sono i grandi perdenti dell’euro, non sarebbe perché la creazione della moneta unica ha posto di per sé un problema, ma perché questi paesi avrebbero accumulato un “ritardo” nelle riforme delle loro istituzioni nazionali.
Vent’anni dopo la sua creazione, è ora di ammetterlo. L’euro non è stato fatto per servire le economie europee, ma per fornire un quadro normativo al quale le economie stesse sono costrette ad adattarsi. Ma ciò che non viene mai ricordato è che proprio questo imperativo di “adattarsi” equivale a negare le differenze geografiche, storiche, culturali, che persistono tra un paese e l’altro e che restano assolutamente reali. E così, anziché consentire alla Francia o all’Italia di adottare una politica monetaria e industriale che si adatti alle loro proprie realtà economiche, l’euro e il mercato unico, nel loro funzionamento, impongono eterne e inattuabili riforme volte a compensare il “ritardo” in una competizione le cui regole sono, in tutta evidenza, distorte.
di David Caylam 29 aprile 2019
Lo scorso febbraio un istituto di ricerca tedesco d’ispirazione ordoliberale, il Centro per le politiche europee (CEP), ha festeggiato a proprio modo i vent’anni dall’istituzione della moneta unica pubblicando uno studio che mostrava come, dopo vent’anni di esistenza, l’euro abbia avuto effetti contrastanti. Se per alcuni paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, l’Unione Monetaria si è tradotta in un guadagno pro-capite stimato in oltre 20.000 euro nel periodo 1999-2007, per altri si è tradotta in una perdita, e le perdite accumulate sono apparse considerevoli, ovvero circa 56.000 euro a testa in Francia e 73.600 euro a testa in Italia.
Dunque la moneta unica non ha avuto gli stessi esiti per tutti i paesi. Il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sugli squilibri esterni ha sottolineato anche come, per diversi anni, il tasso di cambio dell’euro sia stato sopravvalutato per alcuni paesi come la Francia e l’Italia (e questo ha influito [negativamente] sulla loro competitività), e sia stato invece ampiamente sottovalutato (di circa il 20%) per la Germania, rappresentando così per essa un vantaggio decisivo, che spiega anche il suo enorme surplus estero.
In vent’anni l’economia europea si è trasformata profondamente
Perché una stessa moneta dovrebbe produrre effetti così diversi da un paese all’altro? La Francia è dunque inadatta all’euro? E se sì, per quale ragione?
Certo, possiamo sempre mettere in discussione l’attendibilità di questi studi, e specialmente del primo dei due, la cui metodologia è in realtà discutibile. La cosa fondamentale, però, è che ridurre gli squilibri economici europei alla sola questione monetaria rischia di far dimenticare le numerose trasformazioni istituzionali che hanno interessato in profondità l’economia europea nel corso degli ultimi decenni.
Dalla fine degli anni ’90 la creazione del mercato unico, la liberalizzazione dei precedenti monopoli pubblici, il rafforzamento delle politiche di austerità, la crescente finanziarizzazione dell’economia, la riforma della politica agricola comune, la messa in opera generalizzata di un sistema di mercato concorrenziale controllato dalla Commissione, la firma di un gran numero di trattati di libero scambio e, soprattutto, gli ampliamenti dell’Unione europea nel 2004 e nel 2007 verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, portati all’interno dello spazio economico europeo, hanno contribuito a intensificare il dumping sociale. Per questo l’Unione europea del 2019 in realtà non ha più molto a che vedere con quella di vent’anni fa. Tutto è stato cambiato nell’economia europea, non solo la moneta.
A rigor di logica non possiamo dunque ritenere la moneta unica come l’unica causa degli squilibri economici attuali. Inoltre, quando guardiamo le dinamiche industriali europee nel corso degli ultimi vent’anni, come ho già fatto in uno studio recentemente pubblicato, possiamo constatare che l’appartenenza all’eurozona non è un criterio determinante. I paesi europei periferici che si situano al di fuori dell’eurozona, come il Regno Unito e la Svezia, si sono de-industrializzati allo stesso ritmo dei paesi che hanno adottato l’euro e che si situano nelle stesse aree geografiche, come la Francia la Finlandia. Allo stesso modo, i paesi centrali hanno attirato investimenti industriali sia che appartenessero all’eurozona (Germania e Austria) che no (Polonia e Repubblica Ceca).
La creazione della moneta unica rappresenta solo una delle molte riforme che hanno contribuito a trasformare l’economia europea. Sebbene si tratti della più emblematica e ambiziosa di tutte le riforme, ha anche svolto un effetto parafulmine attirando tutte le critiche e mascherando la logica d’insieme attorno alla quale è ormai organizzata l’economia europea.
Un nuovo sistema economico europeo
Qual è, esattamente, questa logica d’insieme? Tra il 1986 e il 2012, l’economia dell’Unione europea è stata completamente ricostruita attorno a sei trattati.
L’atto unico del 1986, che stabiliva i principi del mercato unico, il trattato di Maastricht del 1992, che ha gettato le basi per l’euro e le sue caratteristiche principali, poi il trattato di Amsterdam del 1997, che perpetuava e rafforzava i vincoli di bilancio previsti da Maastricht, il trattato di Nizza del 2001, che ha riorganizzato le istituzioni europee in vista di un ampliamento, il trattato di Lisbona del 2007, che ha ripreso i punti essenziali del trattato costituzionale europeo che era stato respinto due anni prima, e che ha riscritto e precisato tutti i trattati precedenti, e infine il Fiscal Compact del 2012, che rafforzava i vincoli di bilancio a cui gli Stati sono chiamati a sottoporsi. Questi sei trattati hanno stabilito un’architettura economica volta a inquadrare le economie nazionali in un insieme di regole comuni e a farle convergere istituzionalmente.
Negli anni ’70 le economie europee avevano alcune specificità che avevano ereditato dalla loro storia, dalla loro cultura e dalle loro istituzioni nazionali. La Francia si caratterizzava per un capitalismo fondato sulle grandi imprese, su un settore pubblico forte, su rapporti conflittuali tra classi sociali e su un’amministrazione centrale forte. L’Italia era un paese di piccole e medie imprese efficienti, con una moneta debole e un settore finanziario poco sviluppato. L’industria del Nord Italia beneficiava di una forza lavoro nazionale a basso costo proveniente dal Sud del paese, e questo la rendeva molto efficiente. La Germania, dal canto suo, poteva contare su un dinamismo industriale fondato sulle complementarità tra il suo sistema di istruzione, i länder [le regioni tedesche, NdT] forti e capaci di intervenire nell’economia, un settore bancario che non esitava a investire a lungo termine per lo sviluppo industriale, e un sindacalismo di co-gestione.
Ciascuno di questi tre paesi aveva sperimentato un piccolo miracolo economico durante i “Trenta Gloriosi” [il trentennio di crescita economica fra il 1945 e il 1975, NdT], costruendo modelli di crescita che gli erano propri e che li rendevano efficaci, non solo al proprio interno, ma anche verso l’estero. Così, fino all’inizio degli anni ’80, l’Italia esportava più della Germania in proporzione al proprio PIL, e accumulava regolarmente ampi surplus commerciali.
La Francia beneficiava di un forte settore industriale costruito su grandi progetti nazionali basati su ambiziose politiche pubbliche (nuclearizzazione dell’energia, treno ad alta velocità, Airbus…).
Un unico “stampo” europeo
I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.
L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.
È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie. In effetti una moneta unica implica una banca centrale unica e un tasso di rifinanziamento unico. Tuttavia i tassi di inflazione sono diversi da un paese all’altro, quindi il tasso di interesse reale proposto dalla BCE sarà troppo basso per i paesi con maggiore inflazione (favorendo così la creazione di bolle finanziarie) e troppo elevato per i paesi con minore inflazione, col rischio di danneggiare gli investimenti. Allo stesso modo, uno stesso tasso di cambio non può essere adatto a un insieme eterogeneo di economie.
La libera circolazione dei capitali ha rafforzato la concentrazione degli investimenti industriali nei paesi “core”, dove si trovano i principali porti del Mare del Nord e le vie navigabili, a danno dell’Europa periferica. Certi paesi hanno così visto aumentare le proprie esportazioni, generando grandi surplus i quali, normalmente, dovrebbero causare un aumento del valore della moneta. Al contrario, i paesi in via di de-industrializzazione dovrebbero normalmente beneficiare di una svalutazione della moneta, ma lo “stampo” della moneta unica impedisce questi aggiustamenti.
La creazione del mercato unico ha generato problemi simili. L’esacerbazione della concorrenza europea non ha tenuto in alcun conto le disparità tra i sistemi fiscali e sociali. E invece le necessità in termini di spesa pubblica e di prestazioni sociali (pensioni, spesa sanitaria, politiche familiari) sono legate a parametri demografici e culturali che sono strettamente nazionali.
“Bisogna adattarsi”
L’euro è sintomatico di un sistema che è passato da una logica in cui le istituzioni economiche erano nazionali, per il fatto che dovevano adattarsi alle specificità dei paesi, a una logica del tutto opposta dove è necessario adattare le economie nazionali a un quadro istituzionale prestabilito e definito direttamente su scala europea. Il problema è che negando le specificità nazionali e imponendo a ciascun paese di adattarsi a un quadro comune, senza realizzare che ciascuno si era evoluto a partire da un universo istituzionale diverso e suo proprio, ha decisamente rafforzato le dinamiche di divergenza anziché creare la convergenza voluta.
In un libro pubblicato recentemente, Barbara Stiegler riassume l’ideologia neoliberale in una formula: “Bisogna adattarsi”. Sottolinea giustamente questo meccanismo del pensiero sotteso all’ideologia contemporanea. Spiega che l’essenza del neoliberalismo non è, contrariamente al liberalismo classico, quella di assicurare a tutti la libera ricerca della propria emancipazione personale, ma piuttosto quella di produrre una camicia di forza normativa rigida, stabilita in nome di un principio superiore – ad esempio la concorrenza libera e non distorta – che in realtà non è che un meccanismo per creare una gerarchia tra quelli che a tale principio si adattano facilmente e ne traggono vantaggio, e gli altri, il cui processo di adattamento sarà infinito perché si troveranno eternamente “in ritardo” rispetto ai paesi leader.
I risultati dello studio del CEP menzionato all’inizio sono, a tale proposito, alquanto rivelatori. Secondo questi economisti, se la Francia e l’Italia sono i grandi perdenti dell’euro, non sarebbe perché la creazione della moneta unica ha posto di per sé un problema, ma perché questi paesi avrebbero accumulato un “ritardo” nelle riforme delle loro istituzioni nazionali.
Vent’anni dopo la sua creazione, è ora di ammetterlo. L’euro non è stato fatto per servire le economie europee, ma per fornire un quadro normativo al quale le economie stesse sono costrette ad adattarsi. Ma ciò che non viene mai ricordato è che proprio questo imperativo di “adattarsi” equivale a negare le differenze geografiche, storiche, culturali, che persistono tra un paese e l’altro e che restano assolutamente reali. E così, anziché consentire alla Francia o all’Italia di adottare una politica monetaria e industriale che si adatti alle loro proprie realtà economiche, l’euro e il mercato unico, nel loro funzionamento, impongono eterne e inattuabili riforme volte a compensare il “ritardo” in una competizione le cui regole sono, in tutta evidenza, distorte.
Iscriviti a:
Post (Atom)