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08/04/20

Una lettera dal futuro agli amici italiani

Ecco tradotta la lettera dal futuro agli amici italiani arrivata su Goofynomics. Quello che già nel 2017 ci veniva raccontato sembra ormai essere molto vicino. Come in un film al rallentatore è da tempo che ci stiamo avvicinando al precipizio, e sembra quasi impossibile fermarci. Possiamo contare sulla resistenza fino all'ultimo e oltre dei nostri cari amici in Parlamento, e sulla sveglia che improvvisamente sembra cominciare a scuotere anche i molti che finora dormivano. Ma come dice Grigoriou è una strana guerra, comunque vada non sarà facile, e la attraverseremo con coraggio. 


Caro Alberto, cari lettori di Goofynomics, cari amici italiani,

ti sto seguendo sul tuo blog e sono lieto di trovarti in buona salute. Dalla Grecia seguiamo il dramma italiano con molta commozione, consapevoli del collasso economico che molto probabilmente seguirà.

Mi ritrovo confinato nella nostra scialuppa di salvataggio, la nostra vecchia e piccola barca a vela ormeggiata in un piccolo porto del Peloponneso, con mia moglie e i nostri due gatti. Scrivo spesso sul mio blog greekcrisis.fr, mentre l’altra mia attività legata ai viaggi vacanza, greceautrement.fr, è in stallo. Si prevede che il turismo, che rappresenta il 25% del PIL greco, quest'anno sicuramente non ripartirà.

22/02/20

Varoufakis - Euroleaks: perché pubblicarle? E perché ora?

Sul suo sito Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco ai tempi  della troika, spiega come e perché decise di registrare le riunioni  dell'Eurogruppo, organo "informale" non previsto nei trattati e di cui non esistevano verbali, ma in cui i paesi creditori decidevano a porte chiuse le sorti del suo paese, ben sapendo i danni che ne sarebbero derivati per il popolo. Spiega anche perché ora ha deciso di pubblicarle, non appena le trascrizioni saranno completate.  Sulle registrazioni è basato anche il libro di memorie di Varoufakis  "Adulti nella stanza", da cui il regista greco Costas-Gavras  ha tratto un film che è stato presentato al Festival del cinema di Venezia, ma non ci risulta  poi essere stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane.  I burocrati europei hanno tentato invano di evitare che il film venisse girato, ma la vera natura del processo decisionale europeo, opaco e privo di regole e in quanto tale facile da piegare a qualsiasi convenienza politica, è già emersa in maniera chiara e ormai è anche oggetto di satira

 

 

di Yanis Varoufakis, 16 febbraio 2020

 

Durante la prima metà del 2015, come ministro delle Finanze della Grecia, ho partecipato a tredici incontri cruciali dell'Eurogruppo - prima che il governo SYRIZA (ignorando il risultato referendario del 5 luglio) capitolasse. Il risultato di quella capitolazione furono le mie immediate dimissioni e un programma di austerità permanente (fino al... 2060).

 

Fin dall'inizio, dal primo Eurogruppo, fu chiaro che i leader della troika che dominavano quegli incontri erano determinati a evitare qualsiasi serio dibattito sul "programma" della Grecia. Ero arrivato lì con l’idea di trovare un onorevole compromesso sulla base di opportune proposte tecniche il cui scopo era di aiutare il popolo greco a respirare di nuovo, minimizzando i costi per i nostri creditori (che dominavano l'Eurogruppo).

 

In netto contrasto, i leader della troika, e i ministri delle Finanze loro complici, si opposero con fermezza, rifiutandosi di discutere le mie proposte o di fare qualsiasi controproposta che potesse  avere un senso finanziario, politico o morale. Ripetutamente chiesero la resa del nostro governo a un programma neocoloniale di austerità che loro stessi, a porte chiuse, confessavano che sarebbe fallito!

 

Dopo i primi tre incontri all'Eurogruppo mi sono reso conto, con orrore, che non si teneva nessun verbale. Inoltre, l'assenza di qualsiasi traccia di ciò che veniva detto permetteva ai burocrati della troika di indulgere in un'orgia di fughe di notizie e insinuazioni che si diffondevano rapidamente in tutto il mondo.

 

È stata una grande Operazione di Capovolgimento della Verità: la troika stava diffondendo la notizia che sarei arrivato agli incontri impreparato, privo di preparazione tecnica, e che annoiavo a morte i miei colleghi con discorsi ideologici o teorici che non coglievano il punto.

 

È stata la mia prima, vera e dolorosa esposizione al vero significato del termine fake news.

 

Per riuscire a informare accuratamente il mio Primo ministro e il Parlamento su ciò che accadeva in quelle interminabili riunioni, e anche per difendermi dalle distorsioni e dalle vere e proprie menzogne ​​riguardanti i miei interventi (come anche dalle bugie su ciò che quelli della troika mi stavano dicendo), ho iniziato a registrare i lavori sul mio smartphone.

 

Non volendo mantenere il segreto su questo, ne parlai in un'intervista al New York Times - come mezzo per avvertire i propalatori di notizie false che avrei potuto dimostrare che stavano diffondendo bugie. La reazione della Commissione europea fu una falsa indignazione, ma, cosa interessante, smisero di far trapelare le notizie!

 

Successivamente, ho pubblicato il mio libro di memorie (Adulti nella stanza), che è basato, in larga misura, su quelle registrazioni, pensando che sarebbe stata la fine della storia.

 

Perché vi sto annoiando ora con questa storia di cinque anni fa?

 

Perché, per i motivi che esporrò di seguito, MeRA25-DiEM25 e io abbiamo deciso che ora è il momento giusto per rendere disponibili al pubblico queste registrazioni.

 

Perché ora?

 

Dopo aver pubblicato Adults in the room [Adulti nella stanza, NdT], non avevo l’intenzione di rendere pubbliche le registrazioni inedite anche se, ancora tre anni dopo la pubblicazione del libro, e specialmente qui in Grecia, le fake news sugli eventi del 2015 vengono ancora spacciate come fatti reali. Avendo già estratto dalle registrazioni la maggior parte delle cose importanti in Adulti nella stanza, ero intenzionato a voltare pagina.

 

Tuttavia, la scorsa settimana due eventi qui in Grecia mi hanno fatto cambiare idea:

 

1. Il nuovo governo di destra di Nuova Democrazia ha recentemente approvato una legge sulla vendita dei mutui ipotecari in sofferenza a fondi, che scateneranno sfratti di massa per le famiglie che, a causa della crisi infinita, non possono pagare i loro mutui. Dal 1° maggio, una nuova ondata di miseria sommergerà la nostra popolazione già sconfitta. In Parlamento, dove dirigo MeRA25 (il nuovo partito progressista di DiEM25 in Grecia), il Primo ministro e i suoi Ministri si sono alternati per "spiegare" ciò che stanno facendo, incolpando del loro nuovo impulso liquidatore... me e il modo in cui "avrei sconvolto" i miei colleghi ministri delle Finanze in quegli incontri dell'Eurogruppo del 2015!

 

2. I miei ex colleghi di governo (SYRIZA) hanno appena fatto trapelare una revisione interna sugli errori compiuti dal 2014 e sul perché sono stati sconfitti alle elezioni generali del luglio 2019. La loro principale conclusione sembra essere che il loro ministro delle Finanze nel 2015 (io!) si è inimicato i suoi colleghi dell'Eurogruppo, mancando di presentare proposte ragionevoli, avendo un comportamento recalcitrante ecc. (Ovvero SYRIZA ha adottato pienamente la narrativa della troika).

 

Alla luce di quanto sopra, mi è ora ampiamente chiaro che le fake news relative alle riunioni dell'Eurogruppo del 2015 stanno fungendo da copertura per una nuova ondata di assalti contro i cittadini più deboli. Per questo motivo, in un dibattito parlamentare su questioni attinenti al diritto del lavoro che coinvolgono i leader del partito (venerdì scorso 14 febbraio), mi sono rivolto direttamente ai miei detrattori:

 

"Siete andati avanti cinque anni", ho detto loro "a mentire su ciò che era accaduto in queste riunioni dell'Eurogruppo. Ora, su queste distorsioni della verità, state programmando nuovi provvedimenti di legge sulla austerità e sui procedimenti di liquidazione. Per questo motivo, prima che i membri del Parlamento possano esprimere un voto informato su tali progetti di legge, hanno il diritto e il dovere di sapere esattamente cosa è stato veramente detto in quelle riunioni dell'Eurogruppo".

 

A quel punto, ho dato lettura di una decisione dell'Alta Corte greca secondo la quale queste registrazioni sono pienamente legali (dato che non riguardano la vita privata dei partecipanti e sono state registrate nel corso dell’esercizio delle loro pubbliche funzioni). Quindi, ho tirato fuori una busta contenente una chiavetta USB con tutte le registrazioni in mio possesso e l'ho sottoposta alla segreteria della Camera dichiarando che la consegnavo al Presidente della Camera perché decidesse su come rendere il materiale disponibile ai parlamentari e al pubblico in generale.

 

Poco dopo, un agente ha riportato la chiavetta USB nel mio ufficio, su ordine del Presidente, che ha ritenuto il mio gesto "inaccettabile". Alcune ore dopo, ho rilasciato una dichiarazione secondo cui DiEM25-MeRA25, in conseguenza della posizione del Presidente, pubblicherà il materiale rendendolo disponibile al pubblico.

 

"Vi sono state raccontate delle storie su ciò che è accaduto in questi incontri, vi siete comportati come se sapeste esattamente cosa è stato detto, ma ora siete nel panico al solo pensiero di scoprire cosa è stato veramente detto", abbiamo quindi aggiunto.

 

Qual è il significato di queste registrazioni, che va oltre la Grecia?

 

Queste registrazioni / trascrizioni rendono interessante l'ascolto / lettura per tutti coloro che desiderano formarsi un punto di vista indipendente su quello che è il processo decisionale all'interno dell'UE.

 






  • Gli europeisti hanno molto da imparare su come l'euroscetticismo, di cui la Brexit rappresenta un esempio, è stato aiutato e favorito dall'inaccettabile processo decisionale al cuore dell'UE. Imparare queste lezioni è un prerequisito per riformare, o ancora meglio trasformare, l'UE.


 

 

 

  • Sfortunatamente, in queste registrazioni gli euroscettici troveranno delle prove che giustificano i loro atteggiamenti.


 

 





  • Coloro che studiano le relazioni internazionali, che conducono studi europei, di finanza e di economia, acquisiranno preziose informazioni su come vengono prese decisioni delicate e cruciali per l'economia mondiale.


 

 

 

  • E, infine, poiché la democrazia senza trasparenza è assolutamente impossibile, la pubblicazione di questi file è un servizio piccolo, ma non insignificante, ai democratici di tutto il mondo.


 

 

 

Le  registrazioni inedite saranno pubblicate intorno al 10 marzo 2020 (una volta che saranno fatte le trascrizioni e saranno state rese adeguatamente accessibili a tutti). 

 

Iscrivetevi alla newsletter DiEM25 (https://i.diem25.org/newsletter) per essere informati del momento in cui DiEM25 pubblicherà le registrazioni e le trascrizioni.

12/12/19

Grecia: privatizzazioni e scontri

Non si parla più molto della Grecia, dove è in corso un imponente programma di privatizzazioni. Intervenendo al Forum di Capital Link "Invest in Greece" di New York il ministro dello Sviluppo e degli Investimenti Adonis Georgiadis ha esposto l'intenzione del Governo di procedere sempre più ampiamente e velocemente con le privatizzazioni, rendendo così il Paese "una zona calda per gli investitori", una sorta di nuovo paradiso per gli investimenti esteri. E mentre un membro del Governo così blandiva gli investitori stranieri, ad Atene i membri del sindacato dei medici ospedalieri greci, che protestavano contro la privatizzazione della sanità pubblica, sono stati bersagliati con gas lacrimogeni dalla Polizia in assetto antisommossa. Da Keep Talking Greece, riportiamo uno dopo l'altro due post sui due argomenti. 

 

 

 

di Keep Talking Greece, 11 novembre 2019

 

La polizia antisommossa spara gas lacrimogeni contro i medici ospedalieri che protestano contro la privatizzazione della sanità

 

Mercoledì la polizia antisommossa greca ha sparato gas lacrimogeni contro i medici ospedalieri nel centro di Atene. Durante gli scontri tra manifestanti e polizia, una persona anziana ha avuto un malore.

 

Gli scontri sono iniziati quando i membri del sindacato Associazione ellenica dei medici ospedalieri (OENGE) hanno tentato di entrare nella sala di Aigli Zappeion dove la Panhellenic Medical Association (PIS) ospitava un evento sulla pianificazione delle collaborazioni tra il settore privato e quello della sanità pubblica.

Alla fine, i manifestanti sono riusciti a entrare nella sala e interrompere l'incontro, portando così alla sua sospensione.

L'OENGE aveva in precedenza lanciato un'interruzione del lavoro dalle 9:00 alle 15:00.

 

Il sindacato dei medici degli ospedali pubblici accusa la leadership dell'Associazione medica di essere “in prima linea nella promozione dei piani del governo per la piena sottomissione della sanità pubblica” alle partnership tra i settori della sanità pubblica e privata e “della consegna della sanità pubblica ai grandi interessi privati."

 

Il sindacato ha citato come "casus belli" la possibilità che "i medici privati ​​lavorino negli ospedali pubblici, che la gestione delle attrezzature tecnico-mediche sia affidata a società private e che lo status degli ospedali pubblici sia trasformato in quello di aziende private.”

 

Come precedente, hanno citato le trasformazioni del servizio sanitario nazionale britannico degli ultimi anni.

 

 


Il ministro dello Sviluppo e degli investimenti greco Adonis Georgiadis

 

Il ministro degli Investimenti: "Privatizziamo tutto" e la Grecia diventa una "zona calda" per gli investitori

 

Il ministro dello Sviluppo e degli Investimenti, Adonis Georgiadis, ha ammesso pubblicamente che il governo di "Nuova Democrazia" in Grecia intende privatizzare tutto. Parlando al 21° Forum annuale di Capital Link sugli Investimenti in Grecia, il Ministro non ha lasciato spazio a interpretazioni errate. Ha assicurato al pubblico, gli investitori statunitensi, che l'unico obiettivo del governo è quello di privatizzare tutto.

 

"L'unica domanda che ci giunge dai nostri elettori è perché non lo facciamo più velocemente, perché siamo così in ritardo, perché non stiamo vendendo di più, perché non stiamo privatizzando tutto...", ha detto.

 

"E devo rassicurarvi che il nostro appetito è così grande, che ogni mese che passa aumenta", ha aggiunto.

Georgiadis, che è stato uno dei relatori principali del Forum "Invest in Greece" di New York, ha spiegato la sua visione e la politica del governo sul concetto di massimo sviluppo liberale.

 

"Noi privatizziamo, voi investite", ha detto e ha parlato "dell'inizio di una nuova era per la Grecia". Ha sottolineato che ora è il momento giusto per investire in Grecia e ha invitato gli investitori statunitensi a sbrigarsi a recuperare il ritardo, approfittando dell'impulso alla crescita e delle opportunità derivanti dalla nuova politica di investimento del Paese.

 

“Quindi il mio messaggio per gli investitori americani è questo: ora è il momento di investire in Grecia. Per chi non ha smesso di investire nel nostro Paese, anche nel mezzo della nostra peggiore crisi economica, ora è tempo di raccogliere i frutti. E per quelli che non hanno investito, ora è il momento di approfittare delle opportunità uniche che si presentano nel nostro Paese", ha dichiarato.

 

Come ha sostenuto il Ministro dello Sviluppo, "l'ex pecora nera dell'area dell'euro, il paese più colpito dalla crisi, che ha perso il 25% della sua produttività nell'ultimo decennio, si sta ora trasformando in un nuovo punto caldo per gli investitori e in una delle economie più favorevoli all'imprenditorialità in tutto il mondo."

P.S.: Una volta venditore televisivo, sempre venditore televisivo... Speriamo che il ministro Georgiadis non intenda esattamente quello che ha detto, nonostante la sua solita retorica da venditore. E che non creda sinceramente che le "zone calde" siano qualcosa a cui desiderare ardentemente di appartenere.

28/11/19

Ue: Draghi ha salvato i banchieri, non i lavoratori

La stampa mainstream e i leader europei hanno esaltato in Mario Draghi il salvatore dell'euro. Ma questo, non sorprendentemente, ha significato imporre ai governi misure di austerità in misura sempre maggiore e in modalità sempre meno democratica. In pratica la Banca centrale europea si è mossa all'opposto delle altre banche centrali: mentre queste sostengono i governi per aiutarli a praticare politiche espansive di sostegno all'economia, la BCE condiziona gli aiuti all'applicazione di misure di austerità sempre più rigide. Con un potere di ricatto che mette in discussione il concetto stesso di democrazia in eurozona. Il caso più eclatante è stato quello della Grecia. Da Jacobin.

 

 

 

Di Thomas Fazi, 17 novembre 2019 

 

Quando il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha lasciato l'incarico, il mese scorso, è stato ampiamente elogiato per "avere salvato l'euro". Ma lo ha fatto a spese dei lavoratori, sfruttando la crisi per imporre un regime di austerità sempre più ineluttabile.

 

Quando il mandato di otto anni di Mario Draghi si è concluso, il mese scorso, i governanti europei hanno fatto a gara nel riversare sul presidente uscente della Banca centrale europea (BCE) un tributo di lodi ai confini del culto. Questa auto-adulazione d'élite ha sfiorato il ridicolo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha elogiato Draghi per "averci passato il testimone dell'umanesimo europeo". Il presidente italiano Sergio Mattarella lo ha ringraziato per avere reso "il sistema economico europeo più efficace". L'ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI) Christine Lagarde - che ha preso il posto di Draghi come capo della BCE - ha esaltato il suo successo nel "garantire il futuro dell'eurozona e il benessere delle sue popolazioni". Ma, soprattutto, Draghi è stato celebrato per "avere salvato l'euro".

 

In quest'ultima affermazione c'è della verità. Ma è un risultato assai discutibile. Proprio perché Draghi ha “salvato” l'euro, è anche l'uomo che ha ricattato i governi, obbligandoli ad attuare misure di austerità paralizzanti e “riforme strutturali” neoliberali - e che ha schiacciato chiunque osasse resistere. È il principale responsabile della trasformazione dell'Eurozona da un'unione monetaria disfunzionale, ma formalmente democratica, in una struttura di controllo senza precedenti, in cui i governi sono disciplinati e puniti.

 

Attraverso i meccanismi introdotti da Draghi e il suo approccio "attivista" nei confronti delle banche centrali, i processi democratici formali sono stati sistematicamente sovvertiti attraverso il ricatto finanziario e monetario, prima di tutto da parte della BCE. Sotto una simile struttura di governance, ci si potrebbe ragionevolmente domandare se gli Stati membri dell'Eurozona possano ancora essere considerati democrazie, anche in base alla stretta accezione "borghese" del concetto. In definitiva, Draghi simboleggia la pericolosa ascesa al potere dei tecnocrati non eletti - "esperti" che affermano di non essere contaminati dalla politica, ma che in realtà incarnano la volontà di dominio senza limiti del capitale.

 

La nascita di un drago


 

Draghi non è spuntato dal nulla. Ha assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una brillante carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005) e governatore della Banca d'Italia (2005–2011). Già a questa data la Banca centrale europea si era attirata molte critiche, anche da parte degli ambienti allineati, per la sua gestione della crisi finanziaria e poi della recessione seguente. Nel 2010 e nel 2011, la BCE si era opposta a qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito della Grecia, assoggettando invece il suo governo a un uleriore debito che è andato a ripagare i suoi creditori bancari francesi e tedeschi.

 

Nel 2011, quando tutte le altre banche centrali stavano abbassando i tassi di interesse, la BCE li ha invece alzati due volte, aggravando ulteriormente la recessione. Ancora più preoccupante, nei primi anni della crisi il predecessore di Draghi Jean-Claude Trichet ha rifiutato nettamente di intervenire per sostenere sui mercati i titoli di Stato dell'area dell'euro, lasciando gli Stati membri in balia della speculazione finanziaria e costringendoli a perseguire drastiche misure di austerità per far fronte all'aumento del pagamento degli interessi. In alcuni casi questo ha costretto gli Stati, per ottenere assistenza finanziaria, a rivolgersi a una stretta collaborazione con la cosiddetta troika - un comitato tripartito formato da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del Fondo monetario internazionale (FMI). Questa era essa stessa uno strumento politico, con i suoi "aiuti" accordati solo in cambio di misure di austerità ancora più severe.

 

Come in seguito avrebbe ammesso Trichet , il rifiuto della banca centrale di sostenere sui mercati i titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria aveva lo scopo di spingere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci e attuare (neoliberali) "riforme strutturali".

 

Con l'arrivo di Draghi, molti speravano che le cose potessero cambiare. La speranza era che la BCE avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista ed energico alla cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, che era ormai in pieno svolgimento. E l'intervento è esattamente quello che hanno ottenuto, sebbene non del tipo che la maggior parte di loro aveva in mente. È stato un classico caso di "attento a quello che desideri". Draghi ha radicalizzato il tipo di interferenza negli affari degli Stati membri che era già emerso sotto Trichet.

 

In effetti, questo è stato visibile già nell'agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi entrasse ufficialmente in carica nel suo ruolo alla BCE. Mentre i tassi di interesse sui titoli italiani si alzavano, Draghi e Trichet inviarono al governo italiano una lettera straordinaria, che avrebbe dovuto rimanere segreta. Ma la missiva successivamente trapelò - e mostrò esattamente come la BCE intendesse sfruttare la crisi per ricattare l'Italia obbligandola a mettere in atto le "riforme strutturali".

 

La lettera affermava che il piano di riduzione del deficit post-crisi in Italia non era "sufficiente" e chiedeva "una profonda revisione della pubblica amministrazione", compresa "la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali", “privatizzazioni su larga scala”, “riduzione del costo dei dipendenti pubblici... se necessario, riducendo i salari ”, "riforma [del] sistema di contrattazione salariale collettivo", “più rigorosi... criteri per le pensioni di anzianità” e persino "riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali". Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per "ripristinare la fiducia degli investitori".

 

Simili richieste rappresentavano un enorme superamento dei limiti delle competenze monetarie della BCE. Giulio Tremonti, allora ministro dell'Economia e delle Finanze italiano, dichiarò in seguito che il suo governo quell'estate aveva ricevuto due lettere minatorie: una da un gruppo terroristico, l'altra dalla BCE. "E quella della BCE era peggio", scherzò. Il governo italiano rispose impegnandosi in riforme di vasta portata e tagli di bilancio più profondi, in seguito ai quali la BCE accettò di intervenire con l'acquisto di obbligazioni italiane per mantenere bassi i costi di finanziamento.

 

A settembre, tuttavia, i tassi dei titoli decennali italiani avevano ripreso a salire, e a novembre avevano raggiunto la soglia critica del 7%, costringendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a dimettersi in seguito alla perdita della sua maggioranza parlamentare. A quel punto il presidente italiano Giorgio Napolitano nominò Mario Monti, ex commissario europeo e consigliere internazionale di Goldman Sachs, dandogli l'incarico di formare un cosiddetto governo tecnico - presumibilmente al di sopra delle divisioni politiche.

 

La maggior parte dei resoconti descrivono questa crisi politica come la risposta "naturale" dei mercati finanziari alla cattiva gestione della crisi economica da parte di Berlusconi, in linea con la narrativa dominante della "crisi del debito" europea. La realtà, tuttavia, è molto più preoccupante. Come anche il  Financial Times ha  recentemente riconosciuto, è ormai sempre più chiaro che la BCE sotto Draghi "ha costretto Silvio Berlusconi a lasciare l'incarico a favore di Mario Monti, non eletto" interrompendo i suoi acquisti di obbligazioni italiane - e così facendo deliberatamente aumentare i tassi di interesse al di sopra del livello di sicurezza - e rendendo l'espulsione di Berlusconi la condizione necessaria per ottenere un ulteriore sostegno da parte della BCE alle obbligazioni e alle banche italiane. Ciò è stato tardivamente ammesso anche dallo stesso Mario Monti, che ha affermato in un'intervista del 2017 che alla fine del 2011 Draghi "decise anche di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce, che avevano dato ossigeno al governo Berlusconi nell’estate e autunno 2011".

 

È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente "indipendente" e "apolitica" che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto è accaduto in Italia nel 2011. Come Jacob Kirkegaard del Peterson Institute for International Economics ha notato lo stesso anno, sotto la guida di Draghi la BCE si stava rapidamente evolvendo in un "attore politico a tutto tondo impegnato in una strategia volta a costringere i leader politici dell'UE ad abbracciare la rettitudine fiscale".

 

Questo divenne ancora più evidente quando, appena un mese dopo il suo silenzioso colpo di stato in Italia, Draghi lanciò l'idea di un "patto fiscale", quello che egli definì "una riaffermazione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da ottenere credibilità oltre ogni dubbio”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell'UE (con le notevoli eccezioni del Regno Unito e della Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita (SPG) istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Trattato di stabilità, coordinamento e governance nell'Unione economica e monetaria, comunemente noto come Fiscal Compact.

 

Il nuovo trattato aveva effetti politici diretti, e progettati per durare. In particolare, richiedeva agli Stati membri di trasporre una "norma sul pareggio di bilancio" nei sistemi giuridici nazionali "attraverso disposizioni vincolanti e permanenti, [e] preferibilmente [costituzionali]". Questo equivaleva a niente di meno che un tentativo di istituzionalizzare e cristallizzare su scala europea i presunti programmi di austerità di "emergenza" perseguiti dall'élite dell'UE e imposti agli Stati membri dall'inizio della crisi dell'euro. Una dichiarazione congiunta rilasciata all'epoca dal Corporate Europe Observatory e dal Transnational Institute rilevava che il Fiscal Compact avrebbe istituito "un regime permanente di austerità, che avrebbe inevitabilmente portato a tagli così profondi da relegare ai libri di storia il welfare state europeo".

 

Confermando indirettamente questi timori, in un'intervista rilasciata poco dopo al Wall Street Journal, Draghi chiarì che non vi era stato alcun dibattito: "Non c'è alternativa al consolidamento fiscale", disse. "Il modello sociale europeo appartiene già al passato". Il trattato ha inoltre introdotto, per la prima volta, "meccanismi di correzione automatica" e sanzioni quasi automatiche in caso di inosservanza delle regole, per rimuovere qualsiasi elemento di discussione e decisione democratica, e quindi realizzare un sogno neoliberista permanente: la completa separazione tra processo democratico e politiche economiche e la morte della gestione macroeconomica attiva.

 

In poche parole, il Fiscal Compact mirava a impostare l'economia sul pilota automatico, isolandola efficacemente dalla volontà popolare. Il concetto è stato ulteriormente chiarito da Draghi nel 2013. Dopo incerte elezioni italiane in cui il movimento Cinque stelle "populista" emerse come il partito numero uno del Paese, Draghi attenuò i timori che ciò potesse indurre l'Italia a deviare dal percorso dell'austerità e quindi a riaccendere la crisi del debito in Europa. E insistette sul fatto che “gran parte dell'adeguamento fiscale che l'Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico". Il messaggio era chiaro: grazie al nuovo regime di governance post-crisi che aveva aperto la strada, i risultati delle elezioni non avrebbero più avuto importanza. La reingegnerizzazione delle società e delle economie europee, soggette a un quadro neoliberale ancora più radicale, sarebbe andata avanti a prescindere dalla volontà democratica dei popoli europei. Come il ministro delle Finanze tedesco mise in chiaro ancora più esplicitamente: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole."

 

Salvare l'euro


 

Ma questa depoliticizzazione e de-democratizzazione della politica economica è stata anche ciò che ha permesso a Draghi il suo più grande trionfo - il famoso discorso che ha "salvato l'euro" nell'estate del 2012. Qui, Draghi ha annunciato il programma OMT (Outright Monetary Transactions) della BCE, con il quale si è impegnato, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari al fine di preservare "un'adeguata trasmissione della politica monetaria e la sua unicità" - o più semplicemente, come si espresse Draghi, "fare qualsiasi cosa fosse necessaria per preservare l'euro."

 

L'implicazione era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe entrata nel gioco, acquistando le obbligazioni stesse, ponendo così teoricamente fine al gioco degli speculatori. L'annuncio di Draghi bastò a ridurre immediatamente i tassi di rendimento nei paesi interessati (senza nemmeno che dovesse effettivamente attivare un singolo programma OMT), con conferma indiretta che i rendimenti obbligazionari sono in definitiva determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla "fiducia dei mercati" nelle politiche di un paese né dai livelli di deficit e debito rispetto al PIL, contrariamente a quanto Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

 

Tuttavia, mentre questo ha aiutato i Paesi a evitare l'insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche fiscali di stimolo (cioè deficit più elevati) - esattamente ciò che il nuovo quadro fiscale sostenuto da Draghi ha proibito. In questo senso, l'OMT non è riuscita a trasformare la BCE in una "normale" banca centrale: infatti, l'accesso al sostegno dell'OMT comporta "una condizionalità rigorosa ed efficace", ovvero austerità e "riforme strutturali" neoliberali da parte dello Stato che lo richiede. Non c'è da stupirsi quindi se nessun paese abbia ancora presentato domanda di essere incluso in un programma OMT.

 

In altre parole, mentre le altre banche centrali (come la Federal Reserve negli Stati Uniti) si sono impegnate in politiche monetarie espansive (di acquisto di obbligazioni) proprio per sostenere i governi nell'effettuare politiche di espansione fiscale, la BCE ha fatto esattamente il contrario: ha accettato di intervenire sui mercati obbligazionari solo a condizione che i governi non aumentino i loro deficit e si impegnino invece ad applicare misure di austerità. Come osserva Marshall Auerback , "in effetti, con una mano si è dato e con l'altra si è tolto, poiché le misure di austerità hanno semplicemente esacerbato il problema della bassa domanda dei consumatori e delle imprese e costretto i governi interessati a emettere ancora più debito". Questo è anche il motivo per cui il programma di allentamento quantitativo (QE) della BCE, tardivamente avviato nel 2015, ha clamorosamente fallito nell'aumentare l'inflazione nell'area dell'euro, lasciando così molte economie intrappolate nella "spirale della bassa inflazione", che causa la stagnazione della produzione, dell'occupazione e dei salari.

 

Schiacciare la Grecia


 

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, quelle che gli sono valse molti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento, ma l'hanno resa invece uno "spacciatore di ultima istanza", con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli, costringendoli ad attuare riforme neoliberali basate sull'austerità.

 

Ciò è diventato chiaro nell'estate del 2015, quando Draghi ha dimostrato fino a che punto era disposto ad arrivare per sostenere lo status quo fiscale -economico della zona euro, anche se questo significava mettere in ginocchio un intero paese. Dopo che il partito di sinistra Syriza, guidato da Alexis Tsipras, che aveva fatto la campagna elettorale su una piattaforma radicale anti-austerità, andò al potere in Grecia nel gennaio 2015, ne seguì un drammatico scontro politico tra il governo greco e le autorità dell'UE. Tsipras tentò di rinegoziare il debito pubblico del paese, la politica fiscale e il programma di riforme e di invertire le politiche di austerità che avevano tanto danneggiato il paese. Ma il periodo di stallo era già finito entro l'estate, quando il governo greco capitolò e accettò i termini onerosi di un altro accordo di prestito subordinato a ulteriori misure di austerità e di deregolamentazione, ponendo così fine alla "ribellione" greca.

 

La responsabilità della capitolazione di Syriza è generalmente attribuita ai principali stati europei (prima fra tutti la Germania). Tuttavia, il ruolo più pernicioso è stato svolto dalla stessa BCE. In effetti, nella guerra europea contro il nuovo governo greco, i primi colpi furono sparati dalla banca centrale. Il 4 febbraio, appena nove giorni dopo la prima vittoria elettorale di Syriza, la BCE tolse al governo greco una delle sue principali linee di credito, dichiarando che non avrebbe più consentito alle banche greche di accedere alla "normale" liquidità della BCE offrendo come garanzia collaterale obbligazioni nazionali greche ufficialmente classificate come "spazzatura" - un'eccezione concessa ai paesi sottoposti a un programma di aiuti finanziari della troika. Da quel momento in poi, le banche avrebbero dovuto fare affidamento sul più costoso Emergency Liquidity Assistance (ELA). La BCE addusse la scusa che "al momento non è possibile ipotizzare una conclusione positiva della revisione del programma [di aiuti finanziari]".

 

Questa fu una decisione straordinaria, per una serie di motivi: il nuovo governo greco aveva solo una settimana di vita e aveva tre settimane per estendere l'accordo di prestito con i creditori e con la troika. Peggio ancora, la mossa della BCE diede il via a una corsa agli sportelli, che accelerò la fuga di capitali che era già iniziata. Seguirono mesi di negoziati molto tesi, durante i quali le proposte del governo greco furono tutte respinte dalla troika, il che esacerbò ulteriormente il deflusso di capitali e fece precipitare il valore patrimoniale e la capitalizzazione di mercato delle banche greche. La vertenza si chiuse nel giugno 2015. Il 25 giugno il governo di Tsipras respinse l'"offerta finale" presentata dalla troika di un nuovo prestito per consentire al governo di rinnovare un pagamento di 1,55 miliardi di euro dovuto al FMI e due giorni dopo, in una mossa strategica per rafforzare la propria mano nei negoziati futuri, annunciò che avrebbe lanciato un referendum sulle condizioni dell'offerta, che si sarebbe tenuto il 5 luglio. Il giorno seguente, il 28 giugno, la BCE rifiutò alla banca centrale greca il diritto di aumentare la propria disponibilità nel contesto dell'ELA, non lasciando al governo greco altra scelta che chiudere le banche, imporre un controllo sui capitali e limitare i prelievi individuali a 60 euro al giorno, a un costo enorme per le imprese e i cittadini greci.

 

Il resto della storia è noto: sebbene il popolo greco avesse respinto in massa il pacchetto di austerità richiesto dalla troika, il governo greco fece un voltafaccia e accettò la condizioni dell'Unione europea, che erano persino più punitive di quelle che aveva in precedenza respinto. Non c'è dubbio che la BCE abbia svolto un ruolo cruciale nel portare alla fine il governo greco alla resa, in quella che chiaramente equivaleva a una mossa strettamente politica, senza giustificazioni solo tecniche. Come scrive l' economista Mario Seccareccia, la BCE ha tagliato la liquidità alle banche greche “anche se sapeva perfettamente che il problema non era la liquidità delle banche, ma che c'era soprattutto un problema di liquidità sistemica, derivante dalla crescente incertezza e paura da parte della popolazione, riflessa nel crescente accumulo di liquidità"- paura che è stata "indubbiamente aggravata dalle azioni della stessa BCE ":

 

"Quindi, invece di cercare di sostenere e promuovere il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti di uno dei suoi stati membri, che in nessun momento, aveva proposto ufficialmente l'uscita dall'Eurozona (in effetti, erano i leader tedeschi ad avere proposto di mettere in atto una "temporanea" Grexit), la BCE ha effettivamente interrotto deliberatamente la propria assistenza in materia di liquidità, al fine di destabilizzare ulteriormente il sistema di pagamenti greco e costringere il governo di Syriza ad accettare le dure misure di austerità proposte."


 

Questo episodio dimostra che nell'eurozona i presunti benefici dell'indipendenza della banca centrale sono stati invece sostituiti dalla dipendenza dei governi dalla banca centrale, non più soggetta ad alcun tipo di controllo democratico.

È difficile trovare un altro esempio nella storia in cui una banca centrale ha deliberatamente fatto crollare il sistema bancario del proprio paese, al fine di forzare la sua agenda politica imponendola al governo eletto. Eppure questo è esattamente quello che è successo sotto Draghi.

 

Questa esperienza mostra anche che i problemi dell'area dell'euro si estendono ben oltre le differenze tra i Paesi o il fatto che manchino meccanismi di stabilizzazione a livello federale e istituzioni veramente rappresentative (sebbene tutte queste cose siano vere). La realtà è molto più inquietante: nel corso dell'ultimo decennio, l'eurozona si è evoluta dal managerialismo post-democratico a una gabbia di ferro autoritaria. E, in larga misura, di questo dobbiamo ringraziare Mario Draghi.

 

 

Thomas Fazi è scrittore, giornalista, traduttore e ricercatore. È coautore di "Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World" (Pluto Press; 2017).

 

 

19/04/19

Il Parlamento greco approva una risoluzione per richiedere alla Germania le riparazioni della Seconda guerra mondiale

Ed ecco un'altra manifestazione del grande clima di fratellanza e pace donatoci dall'Unione europea: la Grecia - ovvero il Paese che ha pagato più caro il sistema di folli regole previste dal trattato di Maastricht e l'intransigenza nel farle rispettare a dispetto del buon senso e delle evidenze dell'Economia - ha un tardivo guizzo di orgoglio e richiede alla Germania le riparazioni per le sofferenze inflittele durante la Seconda guerra mondiale. Forse, potrebbe fare un conto unico con le sofferenze inflitte alla popolazione in occasione dell'ultima crisi, la peggiore della storia. Da Keep talking Greece.

 

 

di KeepTalkingGreece, 7 aprile 2019

 

Il parlamento greco ha approvato una risoluzione che invita ufficialmente il governo a presentare le sue richieste per ottenere le riparazioni tedesche della Seconda guerra mondiale. L'adozione della risoluzione da parte del parlamento apre la strada ad azioni diplomatiche e legali. La Grecia invierà presto una cosiddetta "nota verbale" alla Germania.

 

Il parlamento greco mercoledì sera ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che invita ufficialmente il governo a presentare le sue richieste per le riparazioni tedesche della Seconda guerra mondiale.

 

I partiti hanno votato alzandosi in piedi, compreso Alba Dorata, estrema destra, mentre i deputati del partito comunista (KKE) sono rimasti seduti, affermando di appoggiare la propria risoluzione, che chiedeva di presentare una denuncia sia alla Germania sia a tutte le agenzie internazionali competenti.

 

La risoluzione chiede al governo greco "di intraprendere tutte le azioni diplomatiche e legali appropriate per richiedere e ottenere piena soddisfazione di tutte le richieste dello stato greco riguardo alla Prima e Seconda guerra mondiale".

 

Il primo passo sarebbe una nota verbale inviata dal governo greco a Berlino.

 

La richiesta di riparazione si riferisce al prestito della Grecia alla Germania, ai risarcimenti per le città e i paesi distrutti e per le famiglie delle vittime, alla distruzione e al furto di manufatti culturali e alla carestia.
"La questione riveste una molteplicità di aspetti", ha dichiarato il presidente del Parlamento, Nikos Voutsis, aggiungendo che il parlamento europeo e tutti i parlamenti nazionali degli stati membri dell'Ue saranno informati della risoluzione, una volta votata.

 

Ha detto inoltre che il ritardo nella richiesta, dopo un rapporto parlamentare ufficiale uscito due anni fa, è stato dovuto al fatto che il governo non voleva sollevare la questione fino alla fine del memorandum sul prestito alla Grecia.

 

"La Grecia non ha mai rinunciato a nessuna delle sue richieste nei confronti della Germania", ha dichiarato, riferendosi alle conclusioni del comitato parlamentare interpartitico, che ha anche stabilito che queste richieste non possono essere cancellate né essere considerate scadute. Da amna.gr.

01/04/19

Wolfgang Streeck - L'Unione Europea è un impero

Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, direttore emerito del Max Planck Institute, in questa intervista alla rivista spiked non si tira certo indietro: denuncia l'Unione Europea come impero neoliberale, volto allo smantellamento di tutte le normative commerciali e sociali che impediscono il libero dispiegarsi delle "quattro libertà" del mercato unico; un impero in cui il centro impone le sue politiche e i suoi valori alla periferia, se necessario anche rimuovendo governi sgraditi a favore di governatori imperiali come Monti. E ne ha anche per la sinistra, specie quella britannica, che troppo pavida e ottusa si è bevuta qualsiasi narrazione irenica e sembra preferire il limbo dei diritti dei lavoratori all'interno dell'Unione che l'organizzazione sindacale e la lotta di classe fuori da essa.

 

29 marzo 2019

 

 

Sono passati due anni da quando il governo ha attivato il processo dell'Articolo 50. Ormai la Gran Bretagna dovrebbe essere fuori dall'Unione Europea. Ma oltre alla capitolazione del primo ministro di fronte a Bruxelles nelle negoziazioni per l'uscita, e al disprezzo del parlamento per il risultato referendario, ci sono ragioni strutturali più profonde che spiegano perché lasciare la UE si sia dimostrato così difficile? Per il sociologo ed economista, Professore Wolfgang Streeck, la UE è un "impero liberale". Streeck è direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies [Istituto Max Planck per lo studio delle società, ndt] in Germania. spiked lo ha raggiunto per fare quattro chiacchiere.

 

spiked: Come si sono sviluppati il ruolo e le priorità della UE negli ultimi decenni?

 

Wolfgang Streeck: All'inizio, la UE era un'organizzazione per la pianificazione economica congiunta tra sei paesi confinanti. La pianificazione riguardava specifici settori, limitati all'estrazione del carbone e all'industria metallurgica, successivamente anche l'energia nucleare, nel contesto del capitalismo guidato dallo stato del periodo post-bellico. Quindi si è trasformata in una zona di libero scambio, sempre più consacrata a diffondere l'internazionalismo neoliberale, in particolare la libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro, sotto le regole del Mercato Interno.

 

Mentre crescevano in continuazione il numero e l'eterogeneità degli stati membri, l'"integrazione positiva" divenne sempre più difficile. Al contrario, c'è stata un'integrazione "negativa": la rimozione di normative fondamentali che impedivano il libero scambio all'interno dell'area. Dopo la fine del Comunismo nel 1989, la UE divenne un progetto geostrategico, strettamente intrecciato con la geostrategia degli Stati Uniti in relazione alla Russia. Dai 6 paesi originari, che cooperavano nella gestione di pochi fattori chiave delle loro economie, la UE è diventata un impero neoliberale di 28 stati molto eterogenei. L'idea era ed è quella di disciplinare questi stati a livello centrale tramite l'obbligo di farli astenere dall'intervento dello stato nelle proprie economie.

 

spiked: La Ue è riformabile?

 

Streeck: La costituzione de facto della UE consiste nel Trattato dell'Unione Europea, che è praticamente impossibile da modificare, e nelle sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che soltanto la corte stessa può cambiare. Il nucleo neoliberale dell'istituzione UE e i risultati dell'integrazione europea sono destinati, nelle intenzioni dei loro autori, ad essere eterni e irreversibili. Ciò è mostrato dalla dura opposizione di Bruxelles all'uscita della Gran Bretagna, e dall'intenzione di renderla quanto più sgradevole possibile.

 

Ciò si può anche vedere, e forse in modo ancora più significativo, nell'incapacità delle istituzioni della UE di rispondere costruttivamente alle richieste di una maggiore autonomia nazionale, come affermato dai vari contro-movimenti "populisti". Questi movimenti oggi stanno bloccando il processo di integrazione europea e c'è un alto rischio che l'insistenza di Berlino, Parigi e Bruxelles nel prolungare ed estendere le istituzioni europee porterà a gravi conflitti tra le nazioni europee, come non ne abbiamo più visti dal 1945.

 

spiked: Perché l'opposizione alla UE viene vista come immorale?

 

Streeck: Molto semplicemente, penso che la natura neoliberale e geostrategica della UE post-1990 non sarebbe capace di generare nulla di simile alla legittimità necessaria affinché un regime politico sia sostenibile. Deve essere inventata ogni sorta di narrazione sentimentale per far dimenticare alla popolazione la spoliazione delle politica democratica nazionale che è alla base della costruzione della UE.

 

Oggi, l'ideale dell'internazionalismo della sinistra liberale è stato dirottato dall'anti-statalismo neoliberale, e la solidarietà internazionale è identificata col libero mercato. Tutto ciò è puramente ideologico, e non depone bene per l'acutezza del ceto medio di sinistra che si è bevuto la versione "Terza via" della pace e dell'amicizia internazionale. In nessun punto della storia del socialismo, ad esempio, si trova l'idea che i lavoratori sono moralmente obbligati a competere fino a perdere il lavoro con lavoratori in paesi dove gli stipendi sono più bassi. Invece, la solidarietà ha sempre significato che i lavoratori cooperano, nel senso che si organizzano insieme, per proteggersi contro i tentativi dei datori di lavoro di metterli gli uni contro gli altri.

 

Poi c'è l'Unione Monetaria Europea, che funziona come un regime internazionale gold-standard. Si sa dagli anni '30 del Novecento che il gold standard è incompatibile con la democrazia e la pace internazionale. Mette i governi contro i popoli e i popoli gli uni contro gli altri, in competizione per i mercati internazionali. La propaganda UE recluta il desiderio di pace e amicizia dei popoli per derubarli del loro retaggio istituzionale più importante: lo stato nazione. Lo stato nazione è l'unico posto per una politica favorevole a qualcosa come uno stato redistributivo o una democrazia egualitaria.

 

spiked: Perché la sinistra è diventata così attaccata alla UE?

 

Streeck: Vorrei saperlo. Forse perché confondono la UE con l'Europa? La UE è un costrutto istituzionale deplorevolmente antidemocratico, così complesso che non si può capire come funziona a meno di inchieste dettagliate - e anche allora si potrebbe non capire bene di cosa si tratta. Ciò significa che ci si può leggere quasi tutto. La si può identificare con i propri sogni personali di un mondo libero dai fardelli della storia. O la si può vedere come la personificazione di un piacevole stile di vita consumistico: diritti senza doveri, libera circolazione, nessuna tassa, forza lavoro immigrata, un mercato internazionale del lavoro per laureati che parlano inglese. L'"Europa" è l'ostrica personale: un parco giochi per la nuova classe media, i bobos, come li chiamano i francesi: i Bohémien borghesi, gli autoproclamati cosmopoliti che credono che importando manodopera a basso costo per le loro famiglie stiano facendo qualcosa per il progresso dell'umanità.

 

Molte persone oggi vogliono lasciarsi alle spalle il proprio bagaglio storico nazionale. Per molti cittadini britannici, il Regno Unito significa colonialismo. Sembrano credere che l'"Europa" non abbia mai avuto colonie, così vogliono essere "europei" anziché "piccoli inglesi". In Germania è pure peggio, per ragioni comprensibili. Se si è all'estero, dovunque nel mondo, e si incontra qualcuno che dice di venire "dall'Europa", si può essere sicuri che viene dalla Germania.

 

spiked: In che misura la UE ricorda un impero?

 

Streeck: La UE ha un centro e una periferia, con un ripido gradiente di potere tra il primo e la seconda. Il centro impone e fa rispettare il suo ordine politico ed economico nelle periferia, sotto forma delle moneta unica, le "quattro libertà" del mercato comune, e l'obbligo generale di aderire ai "valori europei".

 

Inoltre, l'obbedienza è ricompensata dai trasferimenti fiscali, in particolare i fondi strutturali e sociali. Il centro - che sia la Germania soltanto o la Germania e la Francia assieme è una domanda ancora aperta - offre protezione militare ai paesi della periferia in cambio della lealtà imperiale (si vedano la Polonia e gli stati baltici in particolare).

 

I paesi periferici che non seguono le regole, come la Grecia sotto il governo Syriza, vengono puniti dalle istituzioni centrali come la Banca Centrale Europea, mentre paesi centrali come la Francia sono esentati dalla punizione. A volte, governi imprevedibili nei paesi membri periferici vengono rimpiazzati dal centro con governatori imperiali, come è successo con la sostituzione di Silvio Berlusconi con Mario Monti in Italia, o di George Papandreou con Lucas Papademos in Grecia. E l'uscita dall'impero, pur possibile, è resa quanto più difficile possibile, per scongiurare che i paesi periferici negozino termini di appartenenza al blocco più idonei alla loro situazione particolare.

 

spiked: Se la Gran Bretagna lascerà mai la UE, riuscirà a rendere la Brexit un successo?

 

Streeck: Dipende da quel che intende per successo. Mi permetta di concentrarmi sulla sinistra britannica, che sembra essere a favore del Remain in modo schiacciante. Secondo me, non c'è sinistra in Europa e negli Stati Uniti più demoralizzata e disfattista della sinistra pro-UE nel Regno Unito. La ragione principale per cui ritengono indispensabile l'appartenenza all'UE è che temono che senza di essa i conservatori si impadroniranno del paese per sempre e rimuoveranno anche le protezioni minime - assolutamente minime - per i lavoratori che devono tutelare sotto il Trattato di Maastricht. In altre parole, credono che non potranno difendere nemmeno gli striminziti standard minimi garantiti loro da Bruxelles.

 

Lo stesso vale per la politica regionale, che in Gran Bretagna è in gran parte finanziata dall'elemosina UE. Anche se le disparità regionali in Gran Bretagna rimangono drammatiche - peggiori che in gran parte dei paesi europei, ad eccezione dell'Italia - la sinistra pro-UE esorta la popolazione ad essere grata per le benedizioni sparpagliate dai fondi strutturali europei. L'assunto sembra essere che se saranno cancellati questi regalini europei, la sinistra e quelli che si suppone rappresenti non faranno nulla, rimarranno seduti, le cinture di sicurezza allacciate, e soffriranno in silenzio. Non condivido questa visione.

 

La sinistra pro-UE britannica, per paura della Thatcher e dei suoi seguaci attuali e futuri, ha venduto la sua primogenitura anti-capitalista per la minestrina di un diritto minimo europeo a pochi giorni di congedo parentale. La gente può chiedere di più, come ha fatto con successo in tutti gli altri paesi ricchi d'Europa. Ma la destra racconta loro che queste misure significherebbero minore occupazione - e loro sembrano crederci! La Gran Bretagna è uno dei paesi più ricchi al mondo. Ma la sinistra è stata persuasa che avere una politica regionale richieda il denaro delle imposte europee, anche se questo non ha portato nessuna differenza nelle disuguaglianze regionali.

 

Una volta ritirati dal mercato gli anestetici europei, i lavoratori e gli elettori potrebbero ricordare la tradizione britannica di sindacati potenti e uno stato sociale universale, riunirsi di nuovo, scioperare per migliori condizioni di lavoro ed eleggere un governo laburista degno di questo nome. Se questo potesse essere il risultato della Brexit, non varrebbe la pena tentare almeno di "riprendere il controllo"?

 

01/03/19

Moscovici: “Gli avanzi primari sono troppo alti”, e incolpa l’FMI e il governo greco

Si avvicinano le elezioni europee, e gli eurocrati provano a lavarsi le mani, sporche di sangue, delle atrocità da loro commesse in Grecia. Come riporta Keep Talking Greece, Pierre Moscovici rivela che l’avanzo primario richiesto alla Grecia è troppo alto, ma questo non perché l’abbia voluto l'unione europea, bensì i cattivi del Fmi. Giova ricordare che qualche mese lo stesso commissario Ue chiedeva un maggiore surplus primario all’Italia a causa dell’alto rapporto deficit/PIL (130%, mentre quello della Grecia è addirittura intorno al 180%). Il nostro eroe-per-un-giorno raccomanda allora di allentare i vincoli di bilancio greci? Ovviamente no, perché ormai per lui è tardi per ridiscutere gli accordi a suo tempo presi, con la pistola alla tempia, dalla Grecia. L’ipocrisia degli eurocrati non ha limiti, ma tra due mesi i popoli europei avranno l’occasione per ripagarli con la giusta moneta.

 

 

28 febbraio 2019

 

 

Il commissario Ue, Pierre Moscovici, ha colto di sorpresa i Greci dichiarando che il surplus primario richiesto al Paese è “troppo elevato”.

 

Giovedì il Commissario agli affari finanziari stava ricevendo alcuni membri del parlamento greco, quando ha dichiarato che parte degli avanzi primari richiesti al Paese erano “troppo alti e impraticabili”.

 

“Ieri, un giornalista mi ha intervistato riguardo i surplus e ho replicato che pacta sunt servanda, i patti vanno rispettati” ha detto Moscovici.

 

“Questi surplus non sono stati proposti dalla Commissione Europea, ma imposti da altri e sono stati accettati nel quadro di un Accordo dell’Eurogruppo”, ha aggiunto.

 

Nel suo solito stile da Moscovici io-non-ne-so-nulla, ha scaricato il barile sul Fondo Monetario Internazionale per l’imposizione e al governo greco per averla accettata.

 

Il Santo Pierre (Moscovici NdVdE) potrebbe avere dimenticato o rimosso il ricordo del ruolo della Commissione Europea nel ricatto alla Grecia, che l'ha costretta ad accettare tutte le direttive dell’Fmi, inclusi gli alti surplus primari.

 

Milioni di Greci però non l’hanno dimenticato.

 

“Naturalmente rispetto gli accordi perché la stessa Grecia sarà più rispettata se rispetta gli accordi”, ha detto il Commissario.

 

Allo stesso tempo, ha notato che i surplus primari “non sono realistici, a un certo punto dovranno essere ridotti”. La Commissione Europea sa che un paese può non riuscire sempre a raggiungere gli obiettivi, ha aggiunto.

 

Voglio davvero vedere Moscovici e più in generale la Commissione lottare per la Grecia, la prossima volta che questa proverà ad abbassare i surplus previsti. Per esempio quando New Democracy arriverà al potere, come ha promesso il suo leader Kyriakos Mitsotakis?

 

Ah! Quando si tratta di prendere una posizione chiara, Moscovici diventa cauto e si rifiuta di prendere impegni.

 

Alla domanda fatta dall’agenzia di stampa statale Amna “c’è spazio per rinegoziare gli obiettivi di avanzo primario?” Moscovici ha risposto:

 

“Non consiglierei a nessuno di farlo. La Commissione non è nello spirito di perpetuare questi avanzi per sempre, ma la credibilità è ancora al centro della questione. È dimostrando in maniera duratura che la Grecia può convincere i suoi partner, quando verrà il momento, che si può fare un passo avanti. Questo potrebbe essere il risultato, non una precondizione. Se provi a farlo immediatamente, creerai solo dubbi nei tuoi partner. La gente deve avere fiducia che la Grecia rispetterà i suoi impegni non solo per gli ultimi sei mesi, ma anche per i prossimi anni. Quindi (chiedere di ridurre i surplus primari NdVdE) non è l’idea più brillante che si possa avere”.

 

Quindi, per Moscovici, l’alfa e omega nei rapporti tra Grecia e i creditori UE è la fiducia.

 

Il resto è semplicemente “avanzi primari irrealizzabili imposti dal Fmi e accettati dal Governo greco”.

 

La fiducia, e nient’altro che la fiducia.

 

Amen

 

P. S. Poi questi politici in Europa ancora si domandano perché ci sia un crescente euroscetticismo. Hanno mai considerato che possa magari essere a causa di questa ipocrisia?

 

 

18/02/19

La testimonianza di Yanis Varoufakis che lo condanna - I negoziati segreti e le speranze deluse

 

Eric Toussaint, dottore in scienze politiche dell’università di Liegi e di Paris VIII e coordinatore dei lavori della "Commissione per la verità sul debito pubblico greco" creata il 4 aprile 2015 su iniziativa del Presidente del Parlamento greco e poi ben presto disciolta, ha ricostruito in una serie di articoli le vicende dei febbrili negoziati tra Bruxelles e il governo greco durante i giorni più caldi della crisi, basandosi sul libro pubblicato dall'ex ministro Varoufakis e sui suoi stessi ricordi. Qui si ricostruiscono gli accordi sulle privatizzazioni con i Cinesi e le interferenze della Germania, le speranze disilluse sull'aiuto dei russi e degli americani, e la fugace esaltazione per la coraggiosa decisione, presto rientrata, di non pagare il debito al Fmi. In particolare Toussaint sottolinea la rinuncia del governo greco a comunicare col popolo degli elettori per cercar di spiegare la situazione e ottenere il sostegno ad azioni coraggiose. 


 

 

 

di Eric Toussaint, 8 febbraio 2019


Traduzione di Rododak



Attracco d'una nave porta container Cosco al porto del Pireo di Atene

 

Nell'undicesimo capitolo del suo libro, Yanis Varoufakis spiega di essere intervenuto per portare a termine la vendita del terzo terminal del Porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, che già gestiva dal 2008 i terminal 1 e 2. Come Varoufakis stesso riconosce, Syriza prima delle elezioni aveva promesso che non avrebbe consentito la privatizzazione della parte restante del porto del Pireo. Varofakis continua: "Syriza durante la campagna dal 2008 prometteva non soltanto che avrebbe impedito il nuovo accordo, ma che avrebbe totalmente estromesso Cosco". E aggiunge: "Avevo due colleghi ministri che dovevano la loro elezione a questa promessa". Tuttavia Varoufakis si affretta a cercar di concludere l'accordo di  vendita a Cosco. Se ne occupa con l'assistenza di uno dei consulenti senior di Alexis Tsipras, Spyros Sagias, che fino all'anno precedente era stato consulente legale della Cosco. Nella scelta di Sagias c'era quindi un chiaro conflitto di interessi, cosa che Varoufakis riconosce (pag. 313). Era stato lo stesso Sagias, peraltro, a redigere il primo accordo con Cosco nel 2008. Sagias negli anni '90 era stato consigliere anche del primo ministro del PASOK Konstantinos Simitis, che aveva organizzato la prima grande ondata di privatizzazioni. Nel 2016, dopo avere lasciato il suo ruolo di segretario del governo Tsipras, Sagias riprende ancora più attivamente la sua attività professionale, in particolare come consulente di Cosco [1]. Varoufakis non prova imbarazzo nel dichiarare di avere rivisto i termini della gara d'appalto all'inizio di marzo 2015 per adeguarla alle richieste di Cosco: "Sagias ed io abbiamo informato Alexis (Tsipras), prima di passare ai preparativi (della finalizzazione dell'accordo con Cosco sul Pireo). L'obiettivo era riformulare la gara d'appalto per il Pireo in base alle condizioni accettate dai cinesi " (pag. 316).

Varoufakis riassume così la sua proposta a Pechino attraverso l'ambasciatore cinese di stanza ad Atene: "La Grecia ha una forza lavoro altamente qualificata, i cui stipendi sono diminuiti del 40%. Perché non chiedere ad aziende come Foxconn di costruire o riunire le loro strutture in un polo tecnologico, beneficiando di un regime fiscale specifico, non lontano dal Pireo?" (pag. 312). In questa proposta troviamo tutto il piccolo armamentario di argomenti dei governi neoliberisti che vogliono attirare gli investitori: una forza lavoro qualificata i cui salari sono diminuiti e sgravi fiscali per i datori di lavoro.


 

Varoufakis spiega anche che aveva proposto alle autorità cinesi di acquistare le ferrovie greche, in modo che la Cina avesse un accesso più facile al resto del mercato europeo su binario e ne facesse un ulteriore segmento della "New Silk Road". Questo ultimo progetto non è stato realizzato. [2]


 

Varoufakis nel marzo 2015 sperò invano che Pechino avrebbe acquistato buoni del tesoro greci per diversi miliardi di euro (contava su un totale di 10 miliardi, pag. 315), che il governo avrebbe usato per ripagare il suo debito con il Fmi. Con grande disperazione di Varoufakis, i leader cinesi non mantennero la loro promessa e si accontentarono di due acquisti da 100 milioni di euro.


 

Le proposte di Varoufakis alle autorità cinesi sono inaccettabili: prendere prestiti dalla Cina per rimborsare il Fondo monetario internazionale; abbandonare il controllo della Grecia sulle sue ferrovie; procedere ad altre privatizzazioni!


 

Il suo progetto è fallito perché le autorità cinesi e tedesche hanno concordato che la Cina non avrebbe offerto una bombola di ossigeno al governo di Tsipras. Scrive Varoufakis: "Berlino aveva chiamato Pechino, con un messaggio chiaro: evitate di trattare con i greci prima che noi abbiamo concluso con loro" (pag. 317).


 

Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi effettuano acquisizioni a prezzo stracciato.


 

Alla fine, la realizzazione dell'accordo con Cosco non ebbe luogo quando Varoufakis era ministro. Fu concluso all'inizio del 2016 e a condizioni che, a suo parere, erano più favorevoli per l'azienda cinese rispetto all'accordo preliminare che lui aveva cercato di ottenere (capitolo 11, nota 8, pag. 516). Questo dimostra che le autorità cinesi si sono messe d'accordo con le autorità di Berlino: hanno lasciato asfissiare lentamente la Grecia e poi ne hanno aprofittato, condividendo la torta con gli altri predatori dei beni pubblici greci. Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi hanno effettuato acquisizioni a prezzo di svendita. Ma anche se nel 2015 le autorità cinesi avessero concretizzato le speranze di Varoufakis, questo non sarebbe comunque andato a beneficio della Grecia e del suo popolo.


 

Nel frattempo, anche le autorità russe, che erano state contattate da Tsipras e Panagiotis Lafazanis poco dopo i contatti di Varoufakis con Pechino, rifiutarono di aiutare il governo greco [3]. Putin invece trattò con la Merkel per ottenere un ammorbidimento delle sanzioni dell'Ue contro la Russia in seguito al conflitto con l'Ucraina, in cambio del rifiuto di Mosca di andare in aiuto del governo di Syriza.


 

Per quanto riguarda le speranze di Varoufakis e Tsipras di ottenere aiuto da Barack Obama, anche questa è stata una delusione. Secondo Varoufakis, l'amministrazione di Barack Obama affermò che la Grecia faceva parte della sfera di influenza di Berlino e lo stesso Obama raccomandò a Varoufakis di fare delle concessioni alla Troika. [4]


 

 

 


"Lasciate respirare la Grecia": manifestazione di solidarietà a Londra nel febbraio 2015


 

Diplomazia segreta e false comunicazioni di cui Tsipras e Varoufakis sono stati complici


 

Varoufakis dà conto della riunione dell'Eurogruppo che seguì la resa del 20 febbraio, falsamente presentata all'opinione pubblica greca come un successo: fine della Troika e della prigione del debito per la Grecia. All'Eurogruppo del 9 marzo a Bruxelles Varoufakis non riuscì a ottenere alcun gesto o concessione da parte dei leader europei, della Bce o del Fmi. Nonostante ciò, Varoufakis e Tsipras continuarono ad affermare che l'incontro era stato un successo. Varoufakis riporta che Tsipras gli avrebbe detto: "Lo presenteremo come un successo: secondo l'accordo del 20 febbraio inizieranno presto dei negoziati per sbloccare la situazione " (pag. 330).


 

Ciò che colpisce è il tempo speso da Varoufakis e Tsipras in interminabili riunioni all'estero, in colloqui nei quali loro fanno concessioni, mentre la Troika persegue metodicamente la sua opera di demolizione delle speranze del popolo greco. A Tsipras e Varoufakis non viene mai in mente di chiedere del tempo per incontrare il popolo greco, per organizzare incontri pubblici a cui la popolazione greca potesse partecipare. Non si muovono per il Paese a incontrare gli elettori, ad ascoltarli e spiegare loro quello che stava accadendo nei negoziati, per spiegare le misure che il governo avrebbe preso per combattere la crisi umanitaria e rilanciare l'economia del Paese.


 

Varoufakis e Tsipras non hanno cercato modi di comunicare con l'opinione pubblica internazionale né di mobilitare la solidarietà internazionale a sostegno del popolo greco. Non hanno mai approfittato delle loro visite a Bruxelles o in altre capitali per parlare direttamente con i molti attivisti che volevano capire che cosa stava realmente accadendo ed esprimere la loro solidarietà con il popolo greco.


 

Varoufakis e Tsipras hanno una pesante responsabilità nel mancato sviluppo di una solidarietà attiva e massiccia nei confronti della Grecia. Perché molti cittadini si mobilitassero sarebbe stato necessario rivolgersi a loro, informarli, per contrastare la massiccia campagna di denigrazione e stigmatizzazione di cui non solo il governo, ma l'intera popolazione greca era fatta oggetto.

 

Varoufakis e il Fmi


 

Si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento del debito


 

Il 12 febbraio 2015 la Grecia ha rimborsato 747,7 milioni di euro per uno dei crediti concessi dal Fondo monetario internazionale nel quadro del primo memorandum. È stato un grave errore, si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento di questo debito, con due argomenti: 1. lo stato di necessità [5] in cui si trovava il governo greco, nell'urgenza di dare precedenza alla lotta contro la crisi umanitaria; 2. l'avvio di un processo di revisione del debito pubblico greco, con la partecipazione dei cittadini, durante il quale il pagamento doveva essere sospeso [6]. Si sarebbe potuta giustificare questa revisione con l'applicazione del regolamento 472 dell'Unione europea. Questo articolo afferma: "Uno Stato membro soggetto a un programma di aggiustamento macroeconomico effettua un audit completo delle sue finanze pubbliche al fine, tra l'altro, di valutare i motivi che hanno portato all'accumulo di livelli eccessivi di debito e di individuare eventuali irregolarità" [7]. Né Varoufakis né Tsipras presero seriamente in considerazione la sospensione del pagamento combinata con un'inchiesta per determinare se il debito da pagare fosse legittimo o no, odioso o no.


 

Sarebbe stato possibile avviare una campagna di informazione da parte del governo, per mettere in discussione la legittimità dei crediti del Fmi elargiti alla Grecia dal 2010. Tsipras e Varoufakis avevano a disposizione i documenti segreti del Fmi, attestanti il carattere profondamente illegittimo e odioso della pretesa. Il problema è che Varoufakis era convinto che non avesse alcun senso parlare dell'illegittimità e dell'odiosità dei debiti addossati alla Grecia.


 

Il Wall Street Journal aveva reso pubblici i documenti segreti del Fmi fin da ottobre 2012, come già menzionato in un articolo. Alcuni giorni dopo la loro pubblicazione, incontrai Tsipras per parlare di una possibile collaborazione con il CADTM per condurre la procedura di revisione del debito. Dissi a Tsipras e al suo consigliere economico dell'epoca, John Milios: "Ora avete un argomento concreto contro il Fmi, perché se avete le prove che il Fmi sapeva che il suo programma non poteva funzionare e sapeva che il debito era insostenibile, abbiamo il materiale per affondare il colpo sull'illegittimità e illegalità del debito." [8] Tsipras rispose: "Ascolta... il Fmi sta prendendo le distanze dalla Commissione europea." Capii che aveva in mente che il Fmi avrebbe potuto essere un alleato di Syriza nel caso in cui Syriza fosse salito al governo. Un'idea del tutto priva di fondamenti ragionevoli.


 

A febbraio 2015 Tsipras e Varoufakis erano ancora fermi su quella posizione. Erano convinti che sarebbero stati in grado di ammorbidire il Fmi grazie al sostegno di Barack Obama e all'influenza dei consiglieri statunitensi scelti da Varoufakis, Jeffrey Sachs e Larry Summers. Erano totalmente sulla falsa strada. Varoufakis lo capì di persona una prima volta per ovvi motivi il 20 febbraio, e nei giorni seguenti, quando Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, dichiarò all'Eurogruppo che non era assolutamente il caso di derogare dal memorandum stabilito.


 

Nonostante questa dimostrazione dell'atteggiamento ostile del Fmi, Varoufakis e Tsipras continuarono a rimborsare il Fondo monetario internazionale per tutto il mese di marzo 2015. Varoufakis ha dichiarato che il suo ministero ha pagato al Fmi 301,8 milioni di euro il 6 marzo, 339,6 milioni il 13 marzo, 565,9 milioni il 16 marzo e 339,6 milioni il 20 marzo. Complessivamente, nel mese di marzo 2015 sono stati pagati oltre 1.500 milioni di euro, utilizzando tutta la liquidità disponibile, benché le speranze di Varoufakis di ricevere denaro dalla Cina fossero svanite, e la Bce avesse confermato che non avrebbe pagato gli interessi dovuti alla Grecia sui buoni acquistati tra il 2010 e il 2012 e che non avrebbe ripristinato l'accesso alla liquidità ordinaria delle banche greche. Eppure il governo greco aveva sicuramente bisogno, per combattere la crisi umanitaria e promuovere l'occupazione, del denaro che finiva nelle casse del Fmi. Secondo Varoufakis, "che il mio ministero sia riuscito a trovare 1,5 miliardi di dollari per pagare l'Fmi ha del miracoloso, soprattutto tenendo conto del fatto che dovevamo continuare a pagare pensioni e dipendenti pubblici " (Capitolo 13, pag. 348).


 

La decisione di sospendere il pagamento del debito al FMI


 

Varoufakis riferisce di un incontro surreale tra Tsipras e i suoi ministri più importanti, tenutosi venerdì 3 aprile 2015. Spiega che prima della riunione aveva cercato di convincere Tsipras a non effettuare il pagamento successivo al Fondo monetario internazionale, previsto per il 9 aprile 2015 per un importo di 462,5 milioni di euro. La sua tesi: bisognava fare pressione sui leader europei e la Bce per ottenere qualcosa (ad esempio, un passo indietro sulla restituzione alla Grecia di due miliardi di euro incassati dalla Bce sui titoli greci 2010-2012), perché durante il mese di marzo non avevano ottenuto nulla. Varoufakis dice che sentiva di non essere riuscito a convincere Tsipras. Racconta in questo modo le intenzioni e il comportamento di Tsipras durante il "Consiglio dei ministri informale" (sic! pag. 348), che seguì:


 

"Eravamo su una strada che non portava da nessuna parte, disse, ma più parlava, più l'atmosfera diventava lugubre. Quando finì, sulla stanza pesava una cappa di rassegnazione. Diversi ministri parlarono, ma tradirono un profondo abbattimento. Alexis riprese la parola per concludere. Finì come aveva iniziato - lento, abbattuto, quasi depresso - ricordando che la situazione era critica e potenzialmente pericolosa, ma a poco a poco riprese il ritmo e riguadagnò energia.


 

"Prima che arrivaste, stavo parlando con Varoufakis. Stava cercando di convincermi che è il momento di fare default sul Fmi. I nostri interlocutori non mostrano alcun desiderio di raggiungere un accordo onesto, economicamente fattibile e politicamente sostenibile, mi ha detto. Ho risposto che non è il momento. (...) Ma sapete una cosa, compagni? Penso che abbia ragione. Quel che è troppo è troppo. Abbiamo scrupolosamente rispettato le loro regole. Abbiamo seguito le loro procedure. Abbiamo fatto marcia indietro per mostrare loro che siamo pronti a scendere a compromessi. E che cosa stanno facendo? Ritardano, per poi accusarci di ritardare. La Grecia è un paese sovrano, e oggi tocca a noi, al Consiglio dei ministri, di dire basta. Si alzò dalla sedia e con una voce sempre più forte mi puntò il dito contro, urlando: Non soltanto faremo default sul debito verso il Fmi, ma tu ora prendi un aereo, vai di corsa a Washington e lo comunichi di persona alla gran dama del Fmi!


 

La stanza fu attraversata da grida di gioia. Alcuni si scambiavano sguardi stupiti, consapevoli di vivere un momento storico. La tristezza e l'oscurità erano scomparse, qualcuno aveva strappato la tenda per far entrare la luce. Come tutti, forse anche di più, mi lasciai andare all'eccitazione. La si sarebbe detta una rivelazione, un'Eucarestia, per quanto strano possa sembrare in una banda di atei dichiarati." (Cap. 13, pp. 349-350).


 

Totale silenzio di Varoufakis sulla Commissione per la verità sul debito


 

Varoufakis ignora totalmente l'esistenza della commissione a cui aveva promesso la sua assistenza


 

Il resto di questa storia è allo stesso tempo scandalo e farsa. Varoufakis parte il giorno successivo per Washington via Monaco per incontrare con urgenza Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale. Mentre racconta nei dettagli la riunione del 3 aprile e l'incontro con il direttore del Fmi a Washington il 5 aprile, ignora totalmente un incontro a cui ha partecipato il 4 aprile. Un'omissione non banale, perché proprio quel giorno si è tenuto presso il Parlmento greco l'incontro pubblico di apertura dei lavori della Commissione per la verità sul debito pubblico, in presenza di Alexis Tsipras, del Presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou, del Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e di dieci ministri, tra cui Yanis Varoufakis, che è intervenuto. Sono stato il coordinatore scientifico di questo comitato, quindi ho preso la parola subito dopo gli interventi del Presidente della Repubblica e della Presidente del Parlamento greco e prima degli interventi di tre miei colleghi della Commissione e di Varoufakis.


 

In realtà nel suo voluminoso libro Varoufakis ignora totalmente l'esistenza della commissione a cui aveva promesso il suo aiuto. Ha un bel sostenere sul suo blog e nelle interviste successive alla pubblicazione del suo libro di avere sostenuto la Commissione: questo è del tutto falso.


 

A mio parere è significativo anche che il 3 aprile, mentre si teneva l'importante incontro in cui venne deciso di sospendere il pagamento del debito al Fmi, George Katrougalos, che era un membro del governo, non ne era nemmeno al corrente. Ero con lui al suo ministero durante questo incontro. Allo stesso modo, la sera del 3 aprile ho incontrato anche la Presidente del Parlamento, a lungo, per preparare i dettagli della prima riunione della Commissione e nemmeno lei era a conoscenza né di questo incontro né della decisione di bloccare la restituzione del debito. Nemmeno Panagiotis Lafazanis, uno dei sei "super" ministri (questa è l'espressione usata da Tsipras), era stato invitato all'incontro. Questo testimonia il modo di muoversi di Tsipras e della sua cerchia: decisioni cruciali prese da un gruppo ristrettissimo, in segreto, senza consultare una grande parte dei membri del governo, né la Presidente del Parlamento né la direzione di Syriza.


 

Va anche sottolineato che il lavoro della Commissione per la verità sul debito ha avuto un enorme impatto sulla popolazione greca, e ne sono stato testimone personalmente. Molto spesso la gente mi ha manifestato simpatia o rivolto ringraziamenti per strada, sui mezzi pubblici o ancora al mercato settimanale del quartiere popolare di Atene dove ho vissuto tra aprile e luglio 2015. Questo significa che molte persone hanno seguito il lavoro della Commissione e ne conoscevano i membri principali, che tra l'altro sono stati oggetto di una sistematica campagna diffamatoria da parte dei media di destra.


 

Dalla tragedia alla farsa:  non è che un volo aereo


 

Non avevo mai sentito niente di così assurdo.


 

Ma riprendiamo il racconto di Varoufakis. Al suo arrivo a Washington, domenica 5 aprile, Tsipras gli trasmette un contrordine.


 

Ecco il dialogo tra Tsipras e Varoufakis, così come è riportato nel libro di quest'ultimo:


 

"Ascolta, Yanis, è stato deciso di non andare al default adesso, è troppo presto."


 

- "Come sarebbe 'è stato deciso' "? - Ho risposto, stordito. - "Chi è che ha deciso che non faremo default?"


 

- "Io, Sagias, Dragasakis... ci siamo detti che sarebbe stata una decisione prematura, appena prima di Pasqua".


"Grazie di avermi avvertito" gli ho risposto, fuori di me. Poi, prendendo il tono più neutro e distaccato possibile, gli ho chiesto: e adesso che cosa faccio? Prendo l'aereo e torno? Non vedo qual è il punto a incontrare la Lagarde.


 

- "Assolutamente no, non annullare l'appuntamento. Tu vai avanti come concordato. Tu incontri la signora e le dici che facciamo default."


 

Non avevo mai sentito niente di più assurdo.


 

- "Che cosa intendi, esattamente? Le dico che faremo default dicendole allo stesso tempo che abbiamo deciso il contrario"?


 

- "Esatto. Tu la minacci, in modo che in preda all'ansia chiami Draghi e gli chieda di porre fine alla restrizione della liquidità. A quel punto la ringraziamo e annunciamo che paghiamo il Fmi. "


 

Così Varoufakis accetta di andare a recitare una commedia grottesca alle sede del Fmi e dichiara a Christine Lagarde: "Sono autorizzato a informarvi che tra quattro giorni faremo default in relazione al nostro programma di rimborso al Fondo monetario internazionale, e questo finché i nostri creditori continueranno a trascinare i negoziati e la Bce limiterà la nostra liquidità."


 

Ora, la partenza di Varoufakis per Washington era stata resa pubblica. Ciò che Varoufakis non dice nel suo libro è che Dimitris Mardas, vice ministro delle Finanze scelto da Varoufakis [9], aveva dichiarato alla stampa internazionale che la Grecia il 9 aprile 2015 avrebbe pagato quanto dovuto al Fmi. L'agenzia di stampa ufficiale tedesca, Deutsche Welle, scriveva: "Il vice ministro delle Finanze Dimitris Mardas ha dichiarato sabato che la Grecia ha denaro a sufficienza. 'Il pagamento dovuto all'Fmi sarà effettuato il 9 aprile. C'è il denaro sufficiente per pagare gli stipendi, le pensioni e tutte le altre spese che dovranno essere erogate la prossima settimana', ha affermato Mardas"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

[1] Sagias è tornato a essere il consigliere designato dei grandi interessi stranieri per promuovere nuove privatizzazioni. Nel 2016 ha servito gli interessi dell'emiro del Qatar, che voleva acquistare un'isola greca, l'isola di Oxyas a Zacinto, appartenente a un parco naturale. Sagias è stato anche consulente di Cosco nel 2016-2017 in una controversia con i lavoratori del porto del Pireo, quando si è trattato di trovare una formula di pensionamento anticipato (o licenziamento dissimulato) per oltre un centinaio di lavoratori vicini all'età della pensione. Fonte: http://www.cadtm.org/Varoufakis-s-is-holding-of-the-dominant-order-as-advisers


 

[2] La società privata italiana Ferovialia ha acquistato le ferrovie pubbliche greche OSE per 45 milioni di euro nel giugno 2016 sotto la conduzione del ministro Stathakis, amico intimo di Tsipras ( https://tvxs.gr/news/ ellada / giati-i-trainose-polithike-monon-enanti-45-ekatommyrion-eyro ), con la prospettiva di un sussidio operativo di 250 milioni di euro da parte dello stato greco per i prossimi 5 anni (50 milioni all'anno). Vedi anche: http://net.xekinima.org/trainose-to-xroniko-mias-idiotikopoi/


 

[3] Vedi p. 342 e nota 5, cap. 12, p. 518.


 

[4] Vedi la dichiarazione di Obama secondo Varoufakis, cap. 14, pp. 368-369.


 

[5] Lo stato di necessità è riconosciuto dal diritto internazionale come una situazione che permette di sospendere il pagamento del debito.


 

[6] Ricordiamo che nel programma di Syriza per le elezioni del giugno 2012, tra le cinque priorità si poteva leggere: "Istituzione di una commissione internazionale di revisione del debito, insieme alla sospensione del pagamento del debito fino alla fine dei lavori di questa commissione".


 

[7] "Regolamento (UE) n. 472/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013", art. 7 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32013R0472&from=IT


 

[8] Nel 2017, il CADTM ha pubblicato e commentato questi documenti segreti, conosciuti grazie alle rivelazioni del Wall Street Journal nel 2012: http://www.cadtm.org/Documents-secrets-du-FMI-sur-la


 

[9] Per quanto riguarda D. Mardas, bisogna sapere che il 17 gennaio 2015, otto giorni prima della vittoria di Syriza, Mardas ha pubblicato un articolo particolarmente aggressivo contro la deputata di Syriza Rachel Makri, intitolato "Rachel Makri vs Kim Jong Un e Amin Dada ". L'articolo si conclude con la domanda molto eloquente (sottolineata da lui stesso) "Sono questi quelli che ci governeranno?". Dieci giorni dopo, grazie a Varoufakis, lo stesso Mardas è diventato viceministro delle Finanze. Varoufakis spiega nel suo libro che dopo un mese dalla nomina a ministro si è reso conto di avere fatto una scelta sbagliata. Va notato che Mardas, che ha sostenuto la capitolazione nel luglio 2015, è stato eletto deputato di Syriza nelle elezioni di settembre 2015.


 

Fonte: CADTM, Eric Toussaint , 08-02-2019


 

26/01/19

NYT – La grande emorragia della Grecia

I dati snocciolati da questo articolo di Nikos Konstandaras, giornalista greco, pubblicato sul New York Times, mostrano un Paese di fatto colonizzato, ridotto a eterno debitore sotto tutela, come un tempo avveniva solo ad alcuni stati africani post-coloniali. La Grecia resterà sotto “stretta supervisione” dei creditori fino al 2060, finché non avrà pagato tutti i debiti, mentre i suoi cittadini vengono vessati, espropriati per pagare gli arretrati a un sistema fiscale diventato predatorio. Intere generazioni vivranno nella servitù del debito. I crediti inesigibili sono esplosi in mano al sistema bancario, che non riesce più a finanziare investimenti. Chi può emigra, ma a differenza del passato oggi non si tratta di lavoratori poco qualificati, bensì di professionisti a cui lo stato greco ha pagato la formazione universitaria e post-universitaria a caro prezzo.

 

 

 

di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019

 

Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.

 

Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.

 

Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.

 

Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.

 

In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.

 

La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.

 

Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.

 

Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.

 

Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.

 

La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.

 

Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.

 

Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).

 

I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.

 

La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.

 

La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.

 

Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.

 

Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.

 

In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.

 

In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.