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23/11/20

Facebook nega la "scienza": bloccato lo studio danese che mette in dubbio l'efficacia delle mascherine


Incredibilmente le più note piattaforme dei social media continuano ad arrogarsi il diritto di censura, contrassegnando come "false informazioni" tutte le tesi o notizie considerate politicamente scorrette, su un numero crescente di argomenti.  Andando avanti così, il rischio è che si crei l'abitudine e si ritenga anche giusto lasciar spazio solo a quei ragionamenti che confermano il pregiudizio, negando come pericolosa e destabilizzante ogni possibilità di pensiero critico. Qui Zero Hedge denuncia Facebook, che addirittura segnala come "falsa informazione" un articolo che riporta uno studio basato sull'evidenza scientifica. 


Zero Hedge, 21 Novembre 2020

Mercoledì degli scienziati danesi hanno pubblicato uno studio "rivoluzionario" che dimostra che indossare la mascherina fa molto poco per ridurre la diffusione del COVID-19. Venerdì, un professore dell'Università di Oxford, citando lo studio in un articolo pubblicato su The Spectator, ha riferito di essere stato segnalato da Facebook per "false informazioni" mentre tentava di ripubblicare l'articolo sulla piattaforma del social media. 

Prima di iniziare, vogliamo ricordare ai lettori che, poche ore dopo la pubblicazione dello studio su Annals of Internal Medicine, intitolato "Efficacia della raccomandazione sull’uso della mascherina in aggiunta alle altre misure di sanità pubblica per prevenire l'infezione da SARS-CoV-2", ci samo posti subito una domanda diretta su come le società dei social media avrebbero risposto a questi nuovi sviluppi.

Bene, la risposta è arrivata molto presto, quando il direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'Università di Oxford, Carl Heneghan, venerdì ha twittato che il suo articolo intitolato "Importante studio danese non evidenzia effetti significativi dall’uso delle mascherine" è stato contrassegnato da Facebook come false informazioni.

Ecco il tweet di Heneghan che spiega cosa è successo:

 


“Ecco cos’è successo quando ho postato su Facebook l’ultimo articolo di @spectator – so che succede anche ad altri – che cosa accade alla libertà accademica e alla libertà di parola? In questo articolo non c’è niente che sia “falso”.”

Nell'articolo pubblicato su The Spectator, Heneghan parla del nuovo studio:

"Ieri è stato pubblicato un trial danese, a lungo procrastinato, che vuole rispondere proprio a questa domanda. Il 'trial Damask-19' è stato condotto in primavera, con oltre 6.000 partecipanti, in un periodo in cui al pubblico non veniva richiesto di indossare mascherine, ma erano in atto altre misure di salute pubblica. A differenza di altri studi che prendono in esame le mascherine, lo studio Danmask era uno studio controllato randomizzato, di conseguenza con una evidenza scientifica della massima qualità".

E continua:

"Circa la metà di coloro che hanno partecipato allo studio ha ricevuto 50 mascherine chirurgiche usa e getta, con la consegna di cambiarle dopo otto ore di utilizzo. Dopo un mese, i partecipanti allo studio sono stati testati utilizzando sia PCR che anticorpi e test a flusso laterale, e i risultati sono stati confrontati con i partecipanti all’esperimento che non indossavano mascherine."

"Alla fine, non è risultata alcuna differenza statisticamente significativa tra coloro che indossavano mascherine e quelli che non le utilizzavano. L'1,8% di coloro che indossavano mascherine ha contratto il Covid, rispetto al 2,1% del gruppo di controllo. Di conseguenza, sembra che l’effetto delle mascherine nel prevenire la diffusione della malattia nella comunità sia stato minimo".

RT News sottolinea che Heneghan è stato anche messo "sotto attacco" da studiosi accademici, come Thomas Conti del Brasile, il quale ha affermato che lo studio è stato progettato male e sostiene che le mascherine funzionano.

Dopo la pubblicazione dello studio e dell’articolo di Heneghan, che mette in discussione l'efficacia delle mascherine, il governatore dell'Iowa Kim Reynolds (un repubblicano) ha detto che "entrambi i campi" del dibattito sulle mascherine hanno validità scientifica. Tuttavia, mentre i casi di COVID-19 aumentavano in tutto il paese, e il Midwest risultava essere la regione più colpita, Reynolds ha proceduto con l’imposizione obbligatoria della mascherina nel suo stato, oltre ad altre misure.

"C'è scienza da entrambe le parti, e questo si sa", ha detto Reynolds, senza entrare nei dettagli. "Se si cerca bene, si può sempre trovare una prova a supporto della propria posizione."

La maggior parte dei media che hanno riportato queste osservazioni hanno notato che la dichiarazione del governatore contraddiceva le linee guida ufficiali del CDC. Ma vale la pena ricordare che prima o dopo  la FDA, il CDC, il Surgeon General, ecc., hanno tutti suggerito che le mascherine fanno poco per fermare la diffusione del COVID-19. Il CDC ha ammesso che l'80% dei nuovi infetti indossava la mascherina seguendo tutte le restrizioni.

Il CDC ha recentemente pubblicato un nuovo studio che pretende di dimostrare che le mascherine proteggono sia chi le indossa che il pubblico in generale. Tuttavia, come hanno notato i ricercatori danesi nel loro studio, le connessioni scientifiche in realtà non sono affatto ben solide. I ricercatori hanno anche avvertito che i loro risultati non sono certo conclusivi e i responsabili politici non dovrebbero basarsi su di essi.

Ciò che è chiaro è che i moderatori di Facebook non consentono di ascoltare entrambe le parti del dibattito sulle mascherine.

05/10/19

Se le energie rinnovabili costano così poco, perché fanno salire il prezzo dell'elettricità?

Un articolo di Forbes, dell'anno scorso, ma molto attuale oggi, mostra lo sbilanciamento della posizione dei mezzi di informazione - e di conseguenza dell'opinione pubblica - sull'energia prodotta da fonti rinnovabili: l'energia prodotta con il solare e con l'eolico è sempre presentata, e quindi considerata, come economicamente molto più conveniente di quello che è. Benché i costi dei pannelli e delle pale eoliche in sé siano in calo, più essi vengono utilizzati per produrre energia, più ne fanno salire il prezzo per gli utenti. Un fattore di cui non si può non tenere conto nel dibattito e nelle decisioni di politica energetica. 

 

 

Di Michael Schellenberger, 23 aprile 2018

 

Nell'ultimo anno, i media hanno pubblicato articoli su articoli su articoli a proposito del prezzo in calo dei pannelli solari e delle pale eoliche.


Le persone che leggono questi articoli restano comprensibilmente con l'impressione che più energia solare ed eolica produciamo, più bassi saranno i prezzi dell'elettricità.


Eppure non è quello che sta succedendo. In realtà, succede il contrario.


Tra il 2009 e il 2017, il prezzo dei pannelli solari per watt è diminuito del 72%, mentre quello delle pale eoliche per watt è diminuito di poco meno del 50% .


Eppure - nello stesso periodo - il prezzo dell'elettricità per gli utenti nelle zone dove si è fatto ricorso a quantità significative di energie rinnovabili è aumentato in misura notevole.


I prezzi dell'elettricità sono aumentati in questa misura:


- 51 per cento in Germania, durante l'espansione dell'energia solare ed eolica dal 2006 al 2016;
- 24 per cento in California durante la produzione di energia solare dal 2011 al 2017;
- oltre il 100 per cento in Danimarca dal 1995, quando ha iniziato a distribuire sul serio energie rinnovabili (principalmente eolico).


Come mai? Se i pannelli solari e le pale eoliche sono diventati molto più economici, perché il prezzo dell'elettricità per gli utenti è aumentato invece di diminuire?



Un'ipotesi potrebbe essere che, mentre l'elettricità solare ed eolica è diventata più economica, altre fonti energetiche come il carbone, il nucleare e il gas naturale siano diventate più costose, eliminando qualsiasi risparmio e aumentando il prezzo complessivo dell'elettricità.


Ma, anche in questo caso, non è questo che è successo.


Tra il 2009 e il 2016 negli Stati Uniti il prezzo del gas naturale è diminuito del 72%,  grazie alla rivoluzione del fracking. Nello stesso periodo in Europa i prezzi del gas naturale sono diminuiti di poco meno della metà.


Il prezzo del nucleare e del carbone in quelle aree nello stesso periodo è stato per lo più stabile.



Un'altra ipotesi potrebbe essere che la chiusura delle centrali nucleari abbia comportato un aumento dei prezzi dell'energia.


Una prova a sostegno di questa ipotesi deriva dal fatto che gli stati leader nella produzione di energia nucleare - Illinois, Francia, Svezia e Corea del Sud - godono dell`elettricità più economica al mondo.


Dal 2010, la California ha chiuso un impianto nucleare (2.140 MW di capacità installata) mentre la Germania ha chiuso cinque impianti nucleari e quattro reattori in impianti ancora operativi (10.980 MW in totale).


L'elettricità in Illinois è del 42 per cento più economica che in California, mentre in Francia costa il 45 per cento in meno che in Germania.


Ma l'ipotesi è indebolita dal fatto che il prezzo dei principali carburanti sostitutivi, gas naturale e carbone, è rimasto basso, nonostante l'aumento della domanda di questi due carburanti in California e Germania.


Questo ci lascia con il solare e l'eolico come principali sospettati di essere la causa dell'aumento dei prezzi dell'energia elettrica.


Ma perché pannelli solari e pale eoliche più economiche produrrebbero un'elettricità più costosa?


La causa principale sembra essere stata prevista da un giovane economista tedesco nel 2013.


In un articolo su Energy Policy, Leon Hirth ha stimato che il valore economico del vento e del solare diminuirà in modo significativo mano a mano che occuperanno una quota maggiore della produzione di elettricità.


La ragione? La loro natura fondamentalmente inaffidabile. Sia il solare che il vento producono troppa energia quando le società non ne hanno bisogno e non abbastanza quando il bisogno c'è.


Il solare e l'eolico richiedono quindi che gli impianti alimentati a gas naturale, le dighe idroelettriche, le batterie e altre forme di energia affidabile siano pronte immediatamente a iniziare a produrre energia elettrica quando il vento smette di soffiare e il sole smette di splendere.
L'inaffidabilità richiede che i luoghi a forte produzione di solare e/o eolico come la Germania, la California e la Danimarca  paghino le nazioni o gli stati vicini per assorbire la loro energia solare ed eolica quando ne producono troppa.


Hirth ha previsto che il valore economico del vento sulla rete europea diminuirà del 40 per cento una volta che diventerà il 30 per cento delle fonti di elettricità, mentre il valore del solare scenderà del 50 per cento quando raggiungerà già solo il 15 per cento della produzione.



Nel 2017, la quota di elettricità proveniente dall'energia eolica e solare era del 53 per cento in Danimarca, del 26 per cento in Germania e del 23 per cento in California. Danimarca e Germania hanno la prima e la seconda elettricità più costose in Europa.


Parlando della diminuzione dei costi dei pannelli solari e delle pale eoliche, ma non menzionando il fatto che fanno salire il prezzo dell'elettricità, i giornalisti - che sia o meno loro intenzione - traggono in errore i politici e l'opinione pubblica su queste due tecnologie.


Il Los Angeles Times l'anno scorso ha dato conto del fatto che il prezzo dell'elettricità per gli utenti in California era in aumento, ma non ha collegato l'aumento alle energie rinnovabili, provocando un'aspra reazione da parte dell'economista dell'Università di Berkeley James Bushnell.


"La storia di come il sistema elettrico della California è arrivato al suo stato attuale è lunga e cruenta", ha scritto Bushnell, ma "la spinta politica dominante nel settore elettrico è stato senza dubbio il focus sullo sviluppo di fonti di produzione di elettricità rinnovabili".


Parte del problema è che molti giornalisti non comprendono la questione dell'elettricità. Pensano all'elettricità come a un prodotto quando, in effetti, è un servizio, come mangiare al ristorante.
Il prezzo che paghiamo per il lusso di mangiare fuori non è solo il costo degli ingredienti, la maggior parte dei quali, proprio come i pannelli solari e le pale eoliche, sono  diminuiti di prezzo per decenni.


Piuttosto, il prezzo di servizi come il mangiare fuori e l'elettricità riflette non solo il costo degli ingredienti, ma anche della loro preparazione e consegna.


Questo è però un problema di schieramento, non solo di analfabetismo energetico. Anche giornalisti normalmente scettici guardano regolarmente con un occhio di favore alle energie rinnovabili. Il motivo  non è perché non sappiano fare inchieste in modo critico sull'energia - lo fanno regolarmente quando si tratta di fonti di energia non rinnovabili - ma piuttosto perché non vogliono farlo.


Ciò può - e dovrebbe - cambiare. I giornalisti hanno l'obbligo di riferire in modo accurato ed imparziale su tutte le questioni di cui si occupano (sì, buonanotte - NdVdE), in particolare su quelle importanti come l'energia e l'ambiente.


Un buon inizio sarebbe fare un'inchiesta sul perché, se il solare e l'eolico sono così economici, stanno rendendo l'elettricità per gli utenti così costosa.


03/09/19

Si stringe il bavaglio globale sull'informazione

Un articolo dell'autorevole settimanale inglese The Economist passa in rassegna a 360 gradi le molteplici minacce alla libertà di informazione e di parola, che aumentano in tutto il mondo. Se nei paesi non liberi il pericolo viene dai governi che perseguitano i giornalisti indipendenti e i dissidenti, nelle democrazie mature è il culto del politically correct e la difesa sempre più violenta delle minoranze deboli - o presunte tali - che si sta trasformando in una minaccia per chiunque osi esprimere opinioni non allineate. Tra i possibili strumenti per imbavagliare la libertà di parola è citato anche il diffondersi delle leggi contro l'hate speech, fenomeno difficile da valutare oggettivamente, che rischiano di trasformare qualsiasi critica in un reato perseguibile penalmente.  

 

 

 

17 agosto 2019

 

Sia negli stati democratici sia in quelli autoritari alzare la voce diventa sempre più difficile

 

Il 22 giugno in Etiopia si è verificato un presunto tentativo di colpo di stato. Il capo del personale dell'esercito è stato ucciso, così come il presidente dell' Amhara, una delle nove regioni del paese. I cittadini comuni in Etiopia cercavano disperatamente di capire che cosa stesse succedendo. E poi il governo ha sospeso Internet. A mezzanotte, circa il 98% dell'Etiopia era offline.

 

"La gente riceveva notizie distorte ed era molto confusa su ciò che stava accadendo... in quel preciso istante non c'era alcuna informazione", ricorda Gashaw Fentahun, giornalista presso l'Amhara Mass Media Agency, un ente di informazione statale. Lui e i suoi colleghi stavano provando a realizzare un resoconto degli avvenimenti. Invece di caricare file audio e video in digitale, hanno dovuto inviarli alla sede principale in aereo, il che ha causato un enorme ritardo.

 

L'anno scorso 25 governi hanno imposto blackout su Internet. Soffocare la connessione fa infuriare le persone e mette in ginocchio le economie. Tuttavia, gli autocrati ritengono che ne valga la pena, di solito per impedire che le informazioni circolino durante una crisi.

 

Questo mese il governo indiano ha chiuso Internet nel contestato Kashmir, per la 51esima volta quest'anno. "Non ci sono notizie, niente", afferma Aadil Ganie, un cittadino del Kashmir bloccato a Delhi, aggiungendo che non sa nemmeno dove sia la sua famiglia, perché sono bloccati anche i telefoni. Negli ultimi mesi il Sudan ha chiuso i social media per impedire ai contestatori di organizzarsi, il regime del Congo ha disattivato le reti mobili in modo da poter truccare le elezioni di nascosto, e il Chad ha azzoppato i social media, per mettere a tacere le proteste contro il piano del presidente di rimanere al potere fino al 2033.

 

Lingue legate


 

La libertà di parola è dura da conquistare e facile da perdere. In Etiopia solo un anno fa era fiorita, durante il mandato di un nuovo primo ministro apparentemente liberale, Abiy Ahmed. Tutti i giornalisti in prigione sono stati rilasciati e sono stati aperti centinaia di siti web, blog e canali TV satellitari. Ma ora il regime ci sta ripensando. Senza una dittatura a contenerla, la violenza etnica è divampata. I fanatici hanno incitato alla pulizia etnica sui social media da poco resi liberi. Quasi 3 milioni di Etiopi sono stati cacciati dalle loro case.

 

L'Etiopia sta affrontando una vera emergenza e molti etiopi ritengono ragionevole che il governo metta a tacere chi sostiene la violenza. Ma durante il presunto colpo di stato il governo ha fatto molto di più: di fatto ha messo a tacere tutti. Come ha scritto Befekadu Haile, giornalista e attivista: "Nell'oscurità, tutto quello che succedeva è stato raccontato dal governo".

 

Alcuni ora temono un ritorno ai giorni bui dei predecessori di Abiy, quando i blogger dissidenti venivano torturati. Il regime possiede ancora camionate di kit elettronici per spiare e censurare, molti dei quali acquistati dalla Cina. Sta inoltre progettando di rendere reato l' "hate speech" (discorsi caratterizzati da forte aggressività e violenza, ndt), con una legge che potrebbe richiedere una sorveglianza di massa e un attento monitoraggio dei social media da parte della polizia. Molti temono che la legge verrà utilizzata per bloccare anche i dissidenti pacifici.

 

Secondo Freedom House, organizzazione che osserva le condizioni di libertà e democrazia nei paesi, la libertà di parola negli ultimi dieci anni è diminuita a livello globale. I regimi repressivi lo sono diventati ancora di più: tra quelli classificati come "non liberi" da Freedom House, il 28% ha stretto ulteriormente il guinzaglio negli ultimi cinque anni; solo il 14% lo ha allentato. I paesi "parzialmente liberi" hanno avuto le stesse probabilità di migliorare o peggiorare, ma i paesi "liberi" sono regrediti. Circa il 19% di questi (16 paesi) è diventato meno tollerante verso la libertà di parola negli ultimi cinque anni, mentre solo il 14% è migliorato (vedi mappa).

 



 

Questo è avvenuto per due ragioni principali. In primo luogo, i partiti al potere in molti paesi hanno trovato nuovi strumenti per sopprimere fatti e idee che li mettono in difficoltà. In secondo luogo, si sentono incoraggiati a usare questi strumenti, in parte anche perché il sostegno globale alla libertà di parola si è indebolito. Nessuna delle superpotenze del mondo ha intenzione di difenderla. La Cina censura spietatamente il dissenso in patria ed esporta la tecnologia per censurarlo all'estero. Gli Stati Uniti, un tempo sostenitori della libera espressione, sono ora guidati da un uomo che dice cose del genere:

 

"Non vogliamo certo soffocare la libertà di parola, ma ... non penso che i media mainstream siano la libertà di parola ... perché sono così disonesti. Quindi, per me, la libertà di parola non è che tu veda qualcosa di buono e scriva volutamente che è cattivo. Per me questo è un discorso molto pericoloso, che mi fa infuriare."


 

Davvero? Ma vedere qualcosa che il governo presenta come positivo e sottolineare perché è negativo è una funzione essenziale del giornalismo. In effetti, è una delle garanzie più cruciali della democrazia. Il presidente Donald Trump non ha la facoltà di censurare i media in America, ma le sue parole contribuiscono a un clima globale di disprezzo per il giornalismo indipendente. Gli autocrati che ovunque promuovono la censura citano spesso gli slogan di Trump, il quale definisce le notizie critiche "fake news" e i giornalisti critici "nemici del popolo".

 

L'idea che certe opinioni debbano essere messe a tacere è popolare anche a sinistra. In Gran Bretagna e in America gli studenti impediscono di parlare agli oratori che ritengono essere razzisti o transfobici, mentre gli attivisti su Twitter chiedono che sia chiuso l'account di chiunque violi un elenco di tabù in continua espansione. Molti radicali occidentali pretendono che, se qualcosa a loro parere è offensivo, nessuno debba essere autorizzato a dirlo.

 

I regimi autoritari, ovunque, concordano. Ma giudicare qualcosa "offensivo" è soggettivo, quindi le leggi sull'hate speech possono diventare strumenti elastici per criminalizzare il dissenso. A marzo il Kazakistan ha arrestato Serikzhan Bilash per "incitamento all'odio etnico". Si era lamentato dell'incarcerazione di massa degli Uiguri in Cina, grande partner commerciale del Kazakistan. Il governo del Ruanda interpreta quasi ogni critica che gli viene posta come sostegno a un nuovo genocidio. In India sono state proposte nuove regole che richiederebbero che le piattaforme digitali blocchino tutti i contenuti illegali, un compito difficile se pensiamo che in India è illegale promuovere la disarmonia "per motivi di religione, razza, luogo di nascita, residenza, lingua, casta o comunità o qualsiasi altro motivo”.

 

Un modo per stroncare la libertà di parola è uccidere l'oratore. Almeno 53 giornalisti sono stati uccisi sul lavoro nel 2018, leggermente più che nei due anni precedenti, secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ ), un'organizzazione di controllo. Pochi degli omicidi sono stati catturati. Il paese più letale per i giornalisti è stato l'Afghanistan, dove ne sono stati uccisi 13. In un caso, un jihadista si è travestito da giornalista, in modo da mescolarsi e massacrare i primi reporter e medici ad arrivare sulla scena di un precedente attentato suicida.

 

Forse l'omicidio più sfrontato del 2018 è stato quello di Jamal Khashoggi, un critico del regime saudita. Una squadra di killer è sbarcata in Turchia su jet privati ​​facilmente identificabili, ha guidato un'auto di lusso fino al consolato saudita di Istanbul e ha fatto a pezzi Khashoggi in territorio consolare. Chiunque abbia ordinato l'azione presumibilmente ha pensato che non ci sarebbero state serie conseguenze dal massacro di un collaboratore del Washington Post. Aveva ragione. Sebbene Germania, Danimarca e Norvegia abbiano bloccato le vendite di armi all'Arabia Saudita, Trump ha sottolineato che l'America rimarrà il "partner fisso" del regno.

 

Il 1° dicembre 2018 il CPJ ha contato più di 250 giornalisti in prigione a causa del loro lavoro: almeno 68 in Turchia, 47 in Cina, 25 in Egitto e 16 in Eritrea. Il numero reale è sicuramente più alto, dal momento che molti giornalisti sono detenuti senza accuse e senza nemmeno che lo si sappia. Tuttavia, il numero in Eritrea potrebbe essere inferiore, poiché quasi tutti sono stati tenuti in condizioni terribili da quando il presidente Issaias Afwerki ha chiuso i media indipendenti nel 2001, e alcuni probabilmente sono morti.

 

Piuttosto che rischiare la seccatura e la cattiva pubblicità di mettere i giornalisti sotto processo, alcuni regimi cercano di renderli docili intimorendoli. In Pakistan, quando gli ufficiali militari chiamano i giornalisti per lamentarsi di un articolo, questi in generale si piegano. Ahmad Noorani, un giornalista che ha osato scrivere del ruolo dell'esercito in politica, è stato coinvolto in un'imboscata da sconosciuti assalitori in una strada trafficata della capitale, Islamabad, e picchiato quasi a morte con un piede di porco.

 

In India i giornalisti che criticano il partito al potere, Bharatiya Janata Party (BJP), ricevono caterve di minacce sui social media dai nazionalisti indù. Se sono di sesso femminile, queste minacce possono includere lo stupro. I giornalisti sono spesso screditati: vengono diffuse le immagini delle loro famiglie, invitando la gente ad attaccarli. Barkha Dutt, una presentatrice televisiva, ha presentato una denuncia contro i troll che le avevano inviato minacce di morte e pubblicato il suo numero di telefono personale spacciandolo per quello di un servizio di escort. Quattro sospetti sono stati arrestati a marzo.

 

A volte le peggiori minacce contro i giornalisti indiani vengono anche messe in atto, dando così una credibilità agghiacciante a tutte le altre. Gauri Lankesh, un giornalista che spesso ha criticato il nazionalismo indù, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco fuori dalla sua casa nel 2017. I sostenitori del BJP hanno festeggiato. L'uomo arrestato per avere premuto il grilletto ha detto alla polizia che i suoi mandanti gli avevano detto che doveva farlo per "salvare" la sua religione.

 

L'intimidazione però non sempre funziona. Ivan Golunov, un giornalista russo, ha indagato sui funzionari della città di Mosca che acquistano in nero dimore milionarie e sugli agenti di sicurezza che entrano in affari con la mafia. Le sue storie erano poco conosciute, pubblicate su un piccolo sito web chiamato Meduza. Il 6 giugno la polizia si è impadronita di Golunov, lo ha legato in un'auto, lo ha portato in un edificio governativo, lo ha picchiato e ha affermato di avere trovato droga nel suo zaino. Il ministero dell'Interno ha pubblicato nove foto di droga sostenendo che era stata trovata nel suo appartamento, ma poi ne ha rimosse otto, ammettendo che erano state portate da altrove e affermando che erano state pubblicate per errore.

 

I sostenitori di Golunov erano convinti che quella delle droghe fosse solo una messa in scena. Con sorpresa delle autorità, la storia si è diffusa rapidamente su Facebook e Twitter: la Russia non ha nulla a che vedere con la capacità della Cina di sopprimere i post indesiderati sui social media. Gruppi di manifestanti sono scesi in strada per chiedere il rilascio di Golunov. I media stranieri hanno ripreso la vicenda, che ha oscurato il vertice di Putin con Xi Jinping, presidente cinese, in corso quella settimana. Un Cremlino imbarazzato ha ordinato la liberazione di Golunov. Quando la sua nuova indagine è stata pubblicata da Meduza, poche settimane dopo, è stata letta da 1,5 milioni di persone, enormemente di più del suo pubblico abituale.

 

Ultime notizie


 

Mentre le entrate pubblicitarie che servono a sostenere il giornalismo indipendente diminuiscono, molti governi hanno trovato più facile distorcere le notizie con i sudati soldi dei contribuenti. Il metodo più semplice è di pomparli nei media statali, che supportano ossequiosamente i partiti al potere. La maggior parte dei regimi autoritari lo fa. Cina e Russia vanno oltre, sponsorizzando i media globali che cercano di minare la democrazia ovunque. Tuttavia, il problema dei media statali, dal punto di vista di un autocrate, è che tendono ad essere noiosi.

 

Quindi un altro metodo è quello di utilizzare la pubblicità del governo per premiare la sottomissione e punire l'indipendenza. In molti paesi il governo è di gran lunga il più grande inserzionista, quindi i giornali e le stazioni televisive hanno il terrore di infastidirlo.

 

Un metodo più sottile è quello di intessere rapporti con imprenditori che dipendono dallo stato per concessioni o contratti, e spingerli ad acquistare media. A differenza dei normali imprenditori, questi non hanno bisogno delle loro società di media per realizzare profitti. I favori che le loro imprese di costruzione ricevono superano di gran lunga le perdite che subiscono gestendo emittenti televisive allineate. Di fatto, riescono spesso a danneggiare i loro rivali dei media indipendenti, esacerbando i disagi finanziari causati dal declino della pubblicità, da controlli fiscali aggressivi, da multe irragionevoli e via dicendo. Media indipendenti a corto di soldi sono ovviamente più economici da comprare e addomesticare per la cricca governativa.

 

Numerosi partiti al potere usano queste tattiche. L'India ne usa la maggior parte, così come la Russia e la Turchia. Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, è accusato di avere promesso una regolamentazione favorevole a una società di telecomunicazioni, in cambio di una posizione favorevole su un sito web di proprietà della stessa società. A gennaio, il quotidiano più popolare del Nicaragua ha pubblicato una prima pagina bianca, per denunciare che le sue forniture importate di inchiostro, carta e altri materiali erano state misteriosamente sequestrate alla dogana, dopo che aveva pubblicato rapporti critici sul partito sandinista al potere.

 

Loschi traffici di questo tipo si sono insinuati perfino in aree considerate democratiche dell'Europa. Il partito al potere ungherese, Fidesz, ha usato denaro pubblico per dominare l'opinione pubblica. L'agenzia di stampa statale è stata riempita di leccapiedi e offre i suoi bollettini gratuitamente ai mezzi di informazione senza soldi. "Ricevi una notizia flash su [una nuova stazione radio rock indipendente], ma [è] totalmente propaganda governativa... perché è gratuita", si lamenta un giornalista locale.

 

Il budget pubblicitario del governo ungherese è aumentato enormemente dal 2010, quando il primo ministro Viktor Orban ha preso il potere. La sua cricca ha acquistato emittenti e siti web precedentemente aggressivi. "È un processo inarrestabile", afferma un giornalista indipendente. “Gli ungheresi sono abituati all'idea che le notizie online siano gratuite. Quindi [le aziende dei media] devono fare affidamento sul denaro dei loro proprietari. E molti degli imprenditori nella vita pubblica sono legati al governo.” L'anno scorso i proprietari di 476 società di media, compresi praticamente tutti i giornali locali in Ungheria, li hanno ceduti gratuitamente a una nuova megafondazione gestita da un amico di Orban. Privi di fondi, i giornalisti seri hanno difficoltà a fare il proprio lavoro. "È praticamente impossibile indagare anche sulle principali storie di corruzione, perché ce ne sono così tante", afferma Agnes Urban di Mertek, organizzazione che vigila sui media.

 

Nel frattempo nelle democrazie mature il sostegno alla libertà di parola sta diminuendo, specialmente tra i giovani, mentre cresce l'aperta ostilità nei suoi confronti. In nessun luogo questo è più sorprendente che nelle università degli Stati Uniti. In un sondaggio Gallup pubblicato lo scorso anno, il 61% degli studenti americani ha affermato che il clima del campus impedisce alle persone di esprimere ciò in cui credono, rispetto al 54% dell'anno precedente. Altri dati tratti dallo stesso sondaggio potrebbero spiegare il perché. Un notevole 37% ha dichiarato che è "accettabile" zittire gli oratori con cui non si è d'accordo per impedire che siano ascoltati, e un incredibile 10% ha approvato che siano fatti tacere con l'uso della violenza.

 

Molti studenti lo giustificano sostenendo che alcuni oratori sono razzisti, omofobi od ostili ad altri gruppi svantaggiati. Questo a volte è vero. Ma gli oggetti dell'indignazione espressa nelle università sono stati spesso studiosi seri e stimati. Heather Mac Donald, ad esempio, che sostiene che le proteste di "Black Lives Matter" hanno spinto la polizia a ritirarsi dai quartieri ad alto tasso di crimine e che ciò ha fatto impennare il tasso di omicidi, ha dovuto essere portata fuori dal Claremont McKenna College, in California, in un'auto della polizia. Manifestanti furiosi sostenevano che lasciarla parlare era un atto di "violenza" che negava "il diritto all'esistenza dei neri".

 

Simili contorsioni verbali sono diventate comuni a sinistra. Molti radicali sostengono che le parole sono "violenza" se denigrano gruppi svantaggiati. Alcuni aggiungono che chiunque conceda un pulpito agli oratori offensivi non condanna le loro idee malvagie. Inoltre, dato che l'America si è polarizzata politicamente, molti hanno iniziato a dividere il mondo in modo semplicistico tra le persone "buone" (quelli che sono d'accordo con loro) e le persone "cattive" (quelli che non lo sono). Ciò ha portato a strani contrasti. Al Reed College di Portland, nell'Oregon, Lucia Martinez Valdivia, docente di razza mista, gay e con disturbo post traumatico da stress, è stata accusata di essere "anti-nera" perché si era lamentata degli studenti aggressivi che le stavano accanto impedendole, a forza di urlare, di tenere una lezione sulla poesia lesbica greca antica (a cui i disturbatori obiettavano perché la poetessa Saffo oggi sarebbe considerata bianca).

 

Come sostengono Greg Lukianoff e Jonathan Haidt in "The coddling of the American mind" (Viziare la mentalità americana, ndt)

 

"Se alcuni studenti ora pensano che sia giusto prendere a pugni un fascista o un suprematista bianco, e se chiunque non sia d'accordo con loro può essere etichettato come un fascista o un suprematista bianco, beh, è chiaro come questa mossa retorica potrebbe rendere le persone riluttanti a esprimere opinioni dissenzienti all'università."


 

L'abitudine di cercare di mettere a tacere le opinioni opposte, invece di combatterle, si è diffusa anche fuori dalle università. A Portland, in Oregon, questo fine settimana, estremisti di destra stanno pianificando di radunarsi, ci si aspetta che i loro avversari "antifa" (antifascisti) tenteranno di impedirlo, ed entrambe le parti sono impazienti di venire alle mani. Quando gli stessi gruppi si sono scontrati a giugno, un giornalista conservatore, Andy Ngo, è stato percosso così violentemente che è stato ricoverato in ospedale con un'emorragia cerebrale.

 

Una intolleranza simile si è diffusa anche in Europa. I manifestanti francesi dei "gilet gialli" hanno picchiato diverse volte le troupe televisive (e molto più spesso sono stati picchiati violentemente dalla polizia, ndt). In Gran Bretagna qualsiasi discussione sulle questioni riguardanti i transgender è esplosiva. A settembre, ad esempio, il Consiglio comunale di Leeds ha vietato a Woman's Place Uk, un gruppo femminista, di tenere un incontro perché gli attivisti le avevano accusate di "transfobia". (Le femministe non pensano che il semplice dichiarare "Io sono una donna" debba consentire a maschi biologici il diritto di entrare negli spazi riservati alle donne, come spogliatoi e rifugi antistupro.)

 

È quasi impossibile avere un dibattito libero [su questo argomento]. Non ho mai visto niente del genere", afferma Ruth Serwotka, co-fondatrice di Woman's Place Uk. Oggi, il gruppo comunica ai membri dove le riunioni avranno luogo con soltanto un paio d'ore di anticipo, per evitare interruzioni. Le femministe che mettono in discussione l'"autoidentificazione di genere" (l'idea che se dichiari di essere una donna, dovresti essere automaticamente trattata come una donna a termini di legge) sono sistematicamente minacciate di stupro o morte. Alcune hanno affrontato campagne organizzate per farle licenziare dai loro posti di lavoro, bannare da Twitter o arrestare. A marzo, ad esempio, Caroline Farrow, una giornalista cattolica, è stata interrogata dalla polizia britannica dopo che qualcuno si era lamentato del fatto che avesse usato il pronome sbagliato per descrivere una ragazza transgender. Un'altra femminista, la sessantenne Maria MacLachlan, è stata picchiata da un'attivista transgender allo Speakers' Corner di Londra, dove la libertà di parola dovrebbe essere sacrosanta.

12/04/19

I segreti delle elezioni americane: Julian Assange intervistato da John Pilger

Nella settimana dell’arresto di Julian Assange traduciamo questa sua intervista del noto giornalista e regista australiano John Pilger del 2016, in cui l’eroe della libera informazione parla delle elezioni americane, delle guerre della Clinton e di Obama, della politica estera degli Stati Uniti, e di come lui stesso, Assange, sia a tutti gli effetti un prigioniero politico, costretto per anni a un esilio forzato e illegale e come tutto questo sia stato confermato dalla stessa ONU. Nelle prossime settimane apprenderemo le novità sulla sua sorte, che comunque resta un emblema di  quanto si possa essere perseguitati, nel democratico Occidente, per avere divulgato la verità.

 

 

5 novembre 2016

 

Questa intervista è stata filmata presso l’ambasciata ecuadoregna a Londra il 30 ottobre 2016 – dove Julian Assange vive come rifugiato politico – ed è stata trasmessa il 5 novembre. La potete vedere per intero a questo link:

 

John Pilger: 

 

Qual è il significato dell’intervento dell’FBI in questi giorni di campagna elettorale americana, specialmente rispetto al caso contro Hillary Clinton?

 

Julian Assange:

 

Se guardate la storia dell’FBI, vi accorgerete che è diventata in effetti la polizia politica d’America. L’FBI lo ha dimostrato deponendo l’ex capo della CIA [il generale David Petraeus] a causa di informazioni riservate che avrebbe passato alla sua amante. Non c’è praticamente nessuno che sia intoccabile. L’FBI ha sempre cercato di dimostrare che nessuno le può resistere. Ma Hillary Clinton ha resistito a lungo alle investigazioni dell’FBI, per cui c’è questa rabbia all’interno dell’FBI perché questa situazione fa sembrare debole la stessa agenzia di intelligence. Abbiamo pubblicato circa 33.000 email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato. Queste email provengono da un insieme di oltre 60.000 mail delle quali la Clinton è riuscita a tenere riservate circa la metà – 30.000 –,  mentre noi abbiamo pubblicato l’altra metà.

 

Poi abbiamo pubblicato le email di Podesta. John Podesta è il principale manager della campagna elettorale di Hillary Clinton, per cui c’è un legame fra tutte queste email. C’è parecchio giro di denaro in cambio dell’accesso a informazioni su stati, individui e aziende. Combinate con l'insabbiamento delle email della Clinton riferite al periodo in cui era Segretario di Stato, tutto questo ha portato a un aumento della pressione sull’FBI.

 

John Pilger:

 

La campagna elettorale della Clinton è stata centrata sul fatto che la Russia sarebbe dietro a tutte queste vicende, che la Russia avrebbe manipolato la campagna e sarebbe la fonte di WikiLeaks e di tutte le email.

 

Julian Assange:

 

La campagna della Clinton è riuscita a proiettare questo tipo di isteria maccartista secondo cui la Russia sarebbe la responsabile di ogni cosa. Hillary Clinton afferma più volte, falsamente, che diciassette agenzie di intelligence americana avrebbero stabilito che la Russia era la fonte delle nostre pubblicazioni. Questo è falso. Possiamo affermare che il governo russo non è la nostra fonte.

 

WikiLeaks pubblica materiali da dieci anni, e in questi dieci anni abbiamo pubblicato dieci milioni di documenti, molte migliaia di pubblicazioni individuali, molte migliaia di fonti differenti, e non ci siamo mai sbagliati.

 

John Pilger:

 

Le email fornivano prove sulla possibilità di colloqui a pagamento con Hillary Clinton [denaro in cambio di informazioni], e di come lei stessa beneficiasse di questo, anche in termini politici, e in modo alquanto straordinario. Penso a quando il rappresentante del Qatar ha pagato un assegno di un milione di dollari per un colloquio di cinque minuti con Bill Clinton.

 

Julian Assange:

 

E dodici milioni di dollari dal Marocco...

 

John Pilger:

 

Dodici milioni dal Marocco, sì.

 

Julian Assange:

 

Perché Hillary Clinton partecipasse a un ricevimento.

 

John Pilger:

 

Soprattutto nel campo della politica estera degli Stati Uniti le email rivelano molte cose, mostrano la connessione diretta di Hillary Clinton con la costruzione dello Jihadismo, dell’ISIS in Medio Oriente. Potrebbe parlarci di come le email dimostrano che coloro che avrebbero dovuto combattere gli jihadisti dell’ISIS erano in effetti gli stessi che hanno contribuito a crearli?

 

Julian Assange:

 

C’è una email di Hillary Clinton dell’inizio del 2014, non molto tempo dopo che la Clinton aveva lasciato il Dipartimento di Stato, indirizzata al manager della sua campagna elettorale, John Podesta. In questa email la Clinton afferma che l’ISIS è finanziato dal governo di Arabia Saudita e Qatar. Questa è la mail più significativa dell’intera raccolta, forse perché i soldi provenienti dall’Arabia Saudita e dal Qatar finanziano abbondantemente la Fondazione Clinton. Anche il governo statunitense concorda che alcune figure rilevanti dell’Arabia Saudita hanno sostenuto l’ISIS. Ma si diceva che sì, si trattava solo di qualche principe saudita mascalzone che usava parte dei suoi proventi petroliferi per fare quello che voleva, con la disapprovazione del governo saudita.

 

Ma quella email lo nega, dice che erano proprio i governi di Arabia Saudita e Qatar a sostenere i finanziamenti all’ISIS.

 

John Pilger:

 

I sauditi, il Qatar, il Marocco, il Baharain, ma soprattutto i sauditi e il Qatar, danno tutti questi soldi alla Fondazione Clinton nel mentre che Hillary Clinton ricopre la carica di Segretario di Stato e il Dipartimento di Stato approva ingenti vendite di armi, specialmente verso l’Arabia Saudita.

 

Julian Assange:

 

Sotto Hillary Clinton è stato fatto il più grande accordo mondiale di vendita di armi con l’Arabia Saudita, per una cifra di oltre 80 miliardi di dollari. Durante il suo mandato come Segretario di Stato il totale delle esportazioni di armi dagli Stati Uniti, in termini di valore, è raddoppiato.

 

John Pilger:

 

Certo, la conseguenza di tutto questo è che il noto gruppo terrorista conosciuto come ISIS è stato costruito con una gran massa di denaro proveniente da quelle stesse persone che finanziano la Fondazione Clinton.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Straordinario.

 

Julian Assange:

 

Mi dispiace per Hillary Clinton come persona, perché la vedo divorata dalle sue ambizioni, letteralmente tormentata, al punto di ammalarsi. Queste persone crollano di fronte alle proprie ambizioni. Lei rappresenta un’intera rete di persone e un’intera rete di relazioni con specifici stati. La domanda è come Hillary Clinton si inserisca in questa rete più ampia. Lei è il perno centrale. Ci sono un sacco di ingranaggi diversi all’opera, da grandi banche come Goldman Sachs, a elementi importanti di Wall Street, dell’Intelligence, e personale del Dipartimento di Stato, oltre ai sauditi.

 

Lei è il centralizzatore che interconnette tutti questi ingranaggi. È al centro di tutto questo, e per “tutto questo”  va inteso ciò che è attualmente il potere negli Stati Uniti. È ciò che definiamo l’establishment o il “Washington consensus”. Una delle email più significative di Podesta che noi abbiamo pubblicato riguardava il modo in cui il gabinetto di Obama era formato, e come metà di questo gruppo fosse, essenzialmente, stato nominato da un rappresentante della City Bank. È abbastanza notevole.

 

John Pilger:

 

Quindi City Bank ha fornito una lista?

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

… che poi si è rivelata coincidere con buona parte del gabinetto di Obama.

 

Julian Assange:

 

Sì.

 

John Pilger:

 

Quindi Wall Street decide chi debbano essere i collaboratori del Presidente degli Stati Uniti?

 

Julian Assange: 

 

Se avete seguito la campagna di Obama dall’inizio, e da vicino, avrete visto come si sia avvicinata sempre di più agli interessi delle banche.

 

(…)

 

Julian Assange:

 

Quindi, non credo che possiate capire pienamente la politica estera di Hillary Clinton senza capire l’Arabia Saudita. Le connessioni coi sauditi sono molto profonde.

 

John Pilger:

 

Perché la Clinton si è dimostrata così entusiasta della distruzione della Libia? Può parlarci un po’ di quello che dicono le email, di quello che è successo là, e del perché la Libia sia la fonte di così tanto caos che oggi vediamo in Siria, dello jihadismo dell’ISIS, e così via? E perché si può dire quasi che questa sia stata l’invasione personalmente voluta da Hillary Clinton? Cosa ci dicono le email a questo proposito?

 

Julian Assange:

 

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton più di qualsiasi altra. Barack Obama inizialmente si era opposto. Chi era la persona che sosteneva la causa di quella guerra? Hillary Clinton. È ben documentato attraverso le sue email. Ha messo il suo agente preferito, Sidney Blumenthal, a occuparsi di questo. Ci sono più di 1.700 email, fra le 33.000 della Clinton che abbiamo pubblicato, che si riferiscono alla Libia. Il punto non è che la Libia ha il petrolio. La Clinton percepiva la caduta di Gheddafi e dello stato libico come qualcosa che avrebbe potuto usare a proprio favore nella corsa alle elezioni presidenziali.

 

Così, alla fine del 2011 troviamo un documento interno chiamato Libia Tick Tock, che era stato prodotto per la Clinton, ed è la descrizione cronologica di come lei sia in effetti la figura centrale nella distruzione dello stato libico e nella morte di 40.000 persone in Libia. Poi sono entrati gli jihadisti, è entrato l’ISIS, e questo ha portato alla crisi dei migranti e dei rifugiati verso l’Europa.

 

Non solo ci sono persone che fuggono dalla Libia, che fuggono dalla Siria, c’è la destabilizzazione di altri paesi africani in conseguenza dell’afflusso di armi, ma ora lo stato libico non è più in grado di controllare i movimenti di persone al proprio interno. La Libia si affaccia sul Mediterraneo ed è stato per così dire il tappo di quella bottiglia che è l’Africa. E così sono esplosi tutti i problemi, i problemi economici, le guerre civili in Africa – prima le persone che fuggivano da quei problemi non finivano in Europa, perché la Libia svolgeva il ruolo di polizia del Mediterraneo. Questo fu detto esplicitamente, a quel tempo, ancora all’inizio del 2011, da Gheddafi: “Cosa pensano di fare questi europei, vogliono bombardarci e distruggere lo stato libico? Ci saranno immensi flussi di migranti e di jihadisti dall’Africa verso l’Europa”. E questo è esattamente ciò che è successo.

 

John Pilger:

 

Ricevi lamentele da persone che dicono: “Ma cosa sta facendo WikiLeaks? Sta cercando di portare Trump alla Casa Bianca?”

 

Julian Assange:

 

La mia risposta è che a Trump non verrà permesso di vincere. Perché lo dico? Perché ha tutto l’establishment contro di sé. Trump non ha un establishment, forse con la sola eccezione degli Evangelici, se li volete chiamare establishment. Ma le banche, le agenzie di intelligence, le aziende produttrici di armi, il grande capitale estero, sono tutti uniti in favore di Hillary Clinton, e così pure i media, i proprietari dei media e gli stessi giornalisti.

 

John Pilger:

 

Si muove l’accusa che WikiLeaks sia in combutta coi russi. Alcuni dicono “Be’, perché WikiLeaks non fa indagini e non pubblica email anche sulla Russia?”

 

Julian Assange:

 

Abbiamo pubblicato circa 800.000 documenti di vario tipo che si riferiscono alla Russia. Molti di quelli sono critici. E sono stati anche scritti molti libri basati sulle nostre pubblicazioni riferite alla Russia, e anche la maggior parte di questi libri sono critici. I nostri documenti sulla Russia sono stati anche usati in un gran numero di casi giudiziari, casi di rifugiati che sostenevano di essere perseguitati in Russia, e che hanno usato i nostri documenti per dimostrarlo.

 

John Pilger:

 

Per quanto la riguarda, ha una posizione rispetto alle elezioni statunitensi? Preferisce la Clinton o Trump?

 

Julian Assange:

 

Parliamo di Donald Trump. Cosa rappresenta nella mentalità americana e in quella europea? Rappresenta il peggio dell’etnia bianca, quelli che Hillary Clinton ha chiamato “deplorevoli e irredimibili”. Questo è ciò che significa, per un establishment cosmopolita e istruito, dalla prospettiva della metropoli. Quei deplorevoli sono dei bifolchi e non ci potete fare nulla. Poiché Trump, in modo così evidente, attraverso le parole e le azioni e il tipo di persone che lo ascoltano durante i comizi, rappresenta gente che non è né la classe media, né la classe dirigente e istruita, tutti hanno paura di essere associati in qualche modo a quella gente. C’è un timore sociale di vedere il proprio status di classe diminuito per il fatto di avere assistito a un comizio di Trump o di essergli legato in qualche modo, o anche solo di muovere delle critiche contro Hillary Clinton. Se guardate al modo in cui la classe media ha guadagnato il suo potere economico e sociale, questo ha sicuramente senso.

 

John Pilger:

 

Vorrei parlare dell’Ecuador, il piccolo paese che le ha offerto rifugio e asilo politico presso la sua ambasciata a Londra. Ora l’Ecuador ha tagliato la linea internet qui dove stiamo facendo l’intervista, nella sua ambasciata, per la ragione ovvia che ha paura di sembrare coinvolto nella campagna elettorale americana. Potrebbe parlarci di questa decisione e di qual è la sua opinione rispetto al sostegno che l’Ecuador le sta dando?

 

Julian Assange:

 

Torniamo indietro di quattro anni. Ho fatto domanda di asilo politico all’Ecuador presso questa ambasciata, in seguito alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti. Il risultato è stato che dopo un mese la domanda è stata accolta. Da allora l’ambasciata è circondata dalla polizia. Si tratta di un’operazione di polizia abbastanza costosa, in cui il governo britannico ha ammesso di avere speso oltre 12,6 milioni di sterline. Lo hanno ammesso più di un anno fa. Ora c’è polizia sotto copertura qui intorno e sorveglianza computerizzata di vario tipo – per cui sembra esserci un conflitto abbastanza grave, proprio qui, nel cuore di Londra, tra l’Ecuador, un paese di sedici milioni di abitanti, e il Regno Unito, oltre ovviamente agli Stati Uniti che stanno dalla parte del Regno Unito. Quindi questa scelta è stata molto coraggiosa, e una scelta di principio, da parte dell’Ecuador. Ora ci sono le elezioni per la campagna elettorale americana, mentre le elezioni in Ecuador si terranno nel febbraio del prossimo anno. E c’è la Casa Bianca che sente il peso politico delle informazioni che vengono pubblicate.

 

WikiLeaks non pubblica nulla sotto la giurisdizione dell’Ecuador, da questa ambasciata o dal territorio dell’Ecuador. Tutto quello che pubblichiamo viene lanciato in Internet dalla Francia, o dalla Germania, dai Paesi Bassi e da alcuni altri stati. Stanno cercando di schiacciare WikiLeaks tramite il mio status di rifugiato. Questo è intollerabile. Significa che stanno cercando di schiacciare un’organizzazione di stampa. Stanno cercando di impedire la pubblicazione di informazioni reali che sono nel totale interesse del popolo americano e di altri, e tutto questo a causa delle elezioni.

 

John Pilger:

 

Ci spieghi cosa succederebbe se lei uscisse ora da questa ambasciata.

 

Julian Assange:

 

Verrei immediatamente arrestato dalla polizia britannica e verrei estradato subito verso gli Stati Uniti oppure in Svezia. In Svezia io non ho alcun capo di imputazione, sono già stato prosciolto. Non è del tutto chiaro cosa succederebbe a quel punto in Svezia, ma sappiamo che il governo svedese non ha voluto negare la mia eventuale estradizione verso gli Stati Uniti. Sappiamo che hanno già estradato il 100% di coloro che gli Stati Uniti volevano farsi estradare, almeno dal 2000 a questa parte. Per cui negli ultimi quindici anni qualsiasi persona di cui gli Stati Uniti abbiano chiesto l'estradizione dalla Svezia è stata effettivamente estradata, e infatti si rifiutano di dare delle garanzie.

 

John Pilger:

 

La gente mi chiede spesso come tu faccia a resistere in questo isolamento.

 

Julian Assange:

 

Guarda, uno degli attributi migliori degli esseri umani è che sono adattabili. Uno degli attributi peggiori degli esseri umani è, di nuovo, che sono adattabili. Si adattano e iniziano a tollerare gli abusi, si adattano e si lasciano coinvolgere negli abusi, si adattano alle avversità, e così via. Quindi nella mia situazione, francamente, sono un internato. Questa ambasciata è il mio mondo. Il mio mondo che io posso vedere.

 

John Pilger:

 

È il mondo senza la luce del sole, quantomeno, no?

 

Julian Assange:

 

È il mondo senza la luce del sole. Non vedo la luce del sole da così tanto tempo che non me la ricordo nemmeno più.

 

John Pilger:

 

Sì.

 

Julian Assange:

 

Quindi, sì, ti adatti. La sola cosa veramente irritante è pensare ai miei figli – anche loro si adattano. Si adattano a non avere un padre. Questo è un doversi adattare veramente duro, che loro non avevano chiesto.

 

 John Pilger:

 

È preoccupato per loro?

 

Julian Assange:

 

Sì, sono preoccupato per loro. E sono preoccupato per la loro madre.

 

John Pilger:

 

La gente dice: “Bene, e allora perché non metti fine a tutto questo, esci dalla porta e ti lasci estradare in Svezia?”

 

Julian Assange:

 

Il gruppo di lavoro dell’ONU per la detenzione arbitraria ha considerato la mia situazione. Per diciotto mesi si sono impegnati in contenziosi formali. Siamo io e l’ONU contro la Svezia e il Regno Unito. Chi ha ragione? L’ONU ha concluso che io sono detenuto arbitrariamente e illegalmente, privato della mia libertà, e quello che sta succedendo non rispetta le leggi del Regno Unito o della Svezia, e questi paesi dovrebbero obbedire all’ONU. Si tratta di un abuso illegale. Le Nazioni Unite stanno chiedendo: “Cosa sta succedendo? Qual è la vostra spiegazione legale per tutto questo? Assange dice che dovreste riconoscere il suo asilo”.

 

La Svezia ha formalmente ribattuto all’ONU dicendo: “No, non riconosceremo la giurisdizione dell’ONU, lasciamo aperta la possibilità di estradizione.”

 

Trovo sorprendente che questa storia, questa situazione, non venga diffusa dalla stampa, ma è perché non si allinea alla narrazione dell’establishment occidentale. E la verità è che sì, l’Occidente ha i suoi prigionieri politici, è la realtà, e non si tratta solo di me, c’è un mucchio di altra gente. L’Occidente ha i suoi prigionieri politici. Certo, nessuno stato accetta di ammettere che le persone vengono imprigionate o detenute per motivi politici, come prigionieri politici. Non si parla di prigionieri politici in Cina, non si parla di prigionieri politici in Azerbaijan, e non si parla di prigionieri politici negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Svezia. È assolutamente inammissibile avere questo tipo di auto-percezioni.

 

C’è il caso svedese, dove io non mi è mai stato imputato un crimine, dove sono già stato prosciolto dalle accuse e ritenuto innocente. Dove la stessa donna che mi avrebbe accusato ha in realtà sostenuto che è stata tutta un’invezione della polizia, dove l’ONU ha detto che l’intera storia è illegale, dove l’Ecuador ha investigato e ha trovato che mi si debba dare asilo. Questi sono i fatti, ma qual è la storia che viene narrata?

 

John Pilger:

 

Sì, la narrazione è diversa.

 

Julian Assange:

 

La retorica è fingere, fingere continuamente che io sia stato imputato di un crimine, non dire mai che sono già stato prosciolto dalle accuse, non dire mai che la donna stessa che doveva essere la mia accusatrice ha affermato che si è trattato di un’invenzione della polizia.

 

La retorica sta cercando di evitare di dire la verità, cioè che l’ONU stessa ha affermato formalmente che tutto questo è illegale, non menzionare mai il fatto che l’Ecuador ha fatto una sua valutazione formale, attraverso un processo formale, e ha concluso che sì, io sono soggetto a una persecuzione da parte degli Stati Uniti.

 

 

29/10/18

Prescrire - Obbligati? Sull'imposizione dei vaccini

Sulla delicata e seria questione dell'obbligo vaccinale (qui una lettura consigliabile per approfondire l'argomento), il "frame" costruito dai media mette in scena due schieramenti contrapposti: quello dei fedeli alla scienza, propugnatori sia dell'utilità dei vaccini sia dell'obbligo di legge come misura necessaria per sostenerne la diffusione; e quello della irrazionalità e dell'ignoranza, che disconosce i vantaggi delle vaccinazioni e si oppone per questo non solo al loro obbligo ma anche alla loro  pratica. In soldoni: chi non è d'accordo sull'obbligo è un "novax". Non è così. Al contrario, nel mondo scientifico il ricorso all'obbligo di vaccinazione non ha mai goduto di particolare sostegno. Per contribuire a un quadro più corretto, proponiamo l'editoriale uscito all'inizio di quest'anno sulla autorevolissima rivista medica  francese La revue Prescrire, considerata a livello internazionale un autentico caposaldo della letteratura medica fondata sulle prove ed indipendente dagli interessi delle case farmaceutiche. L'obbligo di vaccinazione, secondo Prescrire, è il triste segno dell'incapacità di rispondere alle contestazioni, ma anche alla richiesta di maggiori conoscenze, con dati solidi e scelte trasparenti.

 

 

 

Di Prescrire, febbraio 2018

 

In Francia oggi la consuetudine prevede di praticare ai neonati 11 vaccinazioni. Una scelta giustificata da motivazioni solide. Tre erano già obbligatorie, mentre le altre otto erano raccomandate. Nel 2018 sono state rese tutte obbligatorie. Avrebbero anche potuto diventare tutte "raccomandate".

 

Le autorità sanitarie francese, con la ratifica del Parlamento, hanno scelto la strada dell'obbligo per accrescere o mantenere la copertura vaccinale, di fronte alle forti resistenze espresse nei confronti di alcune vaccinazioni (leggi alle pagine 103-104).

 

Ai timori sugli effetti indesiderati di alcune vaccinazioni e alle richieste di ricerche più attive sulle loro conseguenze a lungo termine, le autorità sanitarie francesi hanno scelto di rispondere con l'autoritarismo, giudicando i genitori che si oppongono alle vaccinazioni come degli "irresponsabili": espongono i loro bambini al rischio di tetano, la collettività al rischio di morbillo, le donne incinte al rischio di rosolia. Per questi genitori, sono le autorità sanitarie che sono "irresponsabili": si rifiutano di prendere in considerazione avvertimenti che emergono dalla farmacovigilanza, esponendo i bambini a gravi effetti indesiderati, in particolare neurologici.

 

La autorità sanitarie francesi nel 2017 hanno deciso di forzare la mano, assumendo un atteggiamento paternalistico, anche nei confronti di chi domanda maggiori conoscenze, in particolare sugli adiuvanti. Questa risposta deresponsabilizza i genitori e gli operatori sanitari, e alimenta la diffidenza. Rischia di portare a uno scontro con genitori convinti di difendere i bambini. Certezza contro certezza, senza alcun progresso sulla strada della valutazione.

 

Questa risposta è un triste segno di incapacità. Incapacità di affrontare una contestazione, quale che ne sia la parte di irrazionalità e di scientificità. Incapacità di costruire una risposta adeguata, in una società in cui il sapere è condiviso e multiplo. Incapacità di sostenere gli operatori sanitari nel loro ruolo di mediatori, fornendo dati non influenzati dalle opinioni per quantificare i rischi e i benefici.

 

La nostra società non deve essere obbligata a scattare sull'attenti. Raccomandare le vaccinazioni che hanno un rapporto tra benefici e rischi favorevole offre il vantaggio di imporre alle autorità sanitarie alcuni obblighi: l'obbligo di fornire argomenti di sostegno chiari, senza negare i dubbi, l'obbligo di modificare le raccomandazioni a seconda dell'evolversi delle conoscenze, l'obbligo di mantenere comportamenti  esemplari nei rapporti con le case farmaceutiche che producono i vaccini e nelle scelte di sanità pubblica.

20/10/18

Alberto Bagnai - L’informazione, il deficit, e i mercati

Dal blog Goofynomics di Alberto Bagnai traduciamo un post in inglese, principalmente rivolto agli investitori internazionali o comunque a un pubblico non esperto delle cose italiane, in cui, facendo riferimento a un articolo di Reuters, ne dimostra l'inesattezza, se non la tendenziosità. In giornate in cui il nostro paese si trova sotto attacco per la legittima volontà del suo governo di attuare un programma di rilancio dell'economia, che rischia l'asfissia, gli esempi di un'informazione imprecisa o volutamente manipolativa, che arriva a sfiorare il procurato allarme,  si moltiplicano, purtroppo soprattutto in Italia. E invece qualcuno che parla chiaro, inaspettatamente, lo troviamo proprio in Germania...

 

 

 

 

di Alberto Bagnai, 14 ottobre 2018

 

I mercati sono nervosi, e li capisco bene. A volte le informazioni che ricevono dall’Italia sono davvero terrificanti! Li inviterei però a prenderle cum grano salis.

 

Prendiamo per esempio questo articolo, pubblicato qualche ora fa da Reuters. Mi concentrerò solo su una delle molte affermazioni discutibili: l’idea che il governo italiano programmi di “triplicare il deficit l’anno prossimo, facendo marcia indietro sulla precedente promessa di ridurlo”.

 



 

Ho provato a leggere questa frase con gli occhi di un investitore internazionale, comprensibilmente all’oscuro dei fatti e dei dati fondamentali dell’economia italiana, che conosce poco o nulla delle modalità con cui la legge di bilancio è scritta, discussa e approvata.

 

Prese alla lettera, queste parole significano che il governo italiano ha deciso di triplicare il deficit di bilancio del 2019 rispetto al valore di quest’anno. Quest’ultimo per ovvie ragioni non è ancora noto, ma secondo la maggior parte delle stime (incluse quelle del governo) è probabile che sarà all’1,8% del PIL. Poiché 1,8x3=5,4, gli investitori internazionali potrebbero concludere che il governo italiano programmi di espandere il deficit di bilancio oltre il 5% del PIL. Le loro preoccupazioni sarebbero del tutto giustificate.

 

Fortunatamente, tutti sanno che il dato corretto è 2,4: meno della metà del dato suggerito da Reuters. Da dove viene allora questo “triplo”? Per capirlo servono un po’ di informazioni di contesto. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) stabilisce un piano triennale per la politica di bilancio italiana, dove uno scenario di riferimento (il cosiddetto “tendenziale”, ovvero l’andamento previsto a politiche invariate) viene confrontato con uno scenario controfattuale (il cosiddetto “programmatico”, ovvero uno scenario che prende in considerazione il programma economico del governo). E ora possiamo spiegare questo presunto “triplo” prendendo 2,4 (il dato corretto) e dividendolo per 3: 2.4/3=0.8.

 

I mercati potrebbero avere dimenticato questo dato. Io no, perché lo scorso maggio ho riferito sul DEF al Senato della Repubblica Italiana: 0.8 era il rapporto deficit/PIL nel “tendenziale” proposto dal precedente governo.

 

Il resoconto di Reuters è quindi inesatto sotto almeno altri due aspetti. Primo, perché sarebbe inutile confrontare un dato “tendenziale” (non aggiornato, tra l’altro) con uno “programmatico”. In altre parole, nessuno sa cosa avrebbe fatto il Partito Democratico a settembre se fosse stato ancora in carica. Abbiamo abbastanza elementi per sospettare che avrebbe aumentato il suo dato “programmatico” di settembre rispetto al suo “tendenziale” di maggio, come in molti altri casi, ma questa è una questione discutibile. Non può essere fatto nessun confronto sensato tra il nostro 2,4 e il loro 0,8. Il secondo motivo per cui il resoconto di Reuters è errato è che l’attuale governo ad aprile non era in carica: quindi è in ogni caso sbagliato sostenere che sta “facendo marcia indietro”. Il governo italiano non ha fatto marcia indietro: è cambiato. Sospetto che qualcuno a Reuters possa essere dispiaciuto per questo, e me ne rammarico, ma non è colpa mia: è la democrazia.

 

Per farla breve: non c’è stata nessuna triplicazione del deficit, non c’è stata nessuna marcia indietro. C’è invece un grave problema di qualità dell’informazione. L’informazione, ancora più del denaro, è la materia prima più preziosa per chi lavora nei mercati. Spero che queste persone siano consapevoli del problema, e c’è qualche segnale che effettivamente lo sono.

 

14/02/17

Sapir: DECODEX e il Ministero della Verità

 Jacques Sapir su Russeurope denuncia lo stile orwelliano del "Decodex", un particolare motore di ricerca recentemente lanciato dal sito del quotidiano francese Le Monde, che pretende di indicare ai lettori quali siti di informazione sono affidabili e quali no, con un sistema a quattro colori: rosso, arancione, blu, verde. Con il risultato prevedibile che verdi, cioè "affidabili", sono solo i siti in sintonia con la posizione ideologica del giornale. Mentre impazza in Europa e negli Usa la nuova caccia alle streghe contro le presunte fake-news - paradossale, in un contesto in cui la menzogna domina nei media ufficiali più importanti - avvenimenti come il lancio di questo Decodex ne rivelano con chiarezza sempre maggiore lo scopo reale.

 

di Jacques Sapir, 9 febbraio 2017

Il sito web del quotidiano Le Monde ha lanciato nei giorni scorsi, uno "strumento" chiamato "Decodex", che dovrebbe consentire agli utenti dei diversi siti di discernere la verità dalla menzogna.

Nessuno qui contesta la necessità di verificare le fonti. Si potrebbe supporre che questo strumento sia un onesto tentativo di aiutare il lettore. Ma in realtà quello che risulta è che si tratta di uno strumento ideologico, che serve sia all'autopromozione del quotidiano (il che si può anche capire, senza per questo approvarlo), sia, ed è su questo punto che l'intera operazione è molto più discutibile, come uno strumento di vaglio ideologico. Sostenendo di combattere contro quelle che sono chiamate le "fake news", cioè la moltiplicazione di notizie false, i giornalisti di Le Monde non hanno trovato di meglio da fare che reinventare l'Indice dei libri proibiti del Vaticano. A quando l' imprimatur?

Il Decodex si presenta come un motore di ricerca utilizzabile da chiunque. Il sistema classifica i siti da verdi (garanzia di informazione "buona") a rossi (sito ritenuto pericoloso), passando per l'arancione (sito poco serio) e il blu (sito di satira). Sennonché, per far funzionare un sistema come Decodex, è necessario preliminarmente fare un elenco dei siti di informazione ritenuti o meno raccomandabili e una lista dei criteri da usare per valutare e giudicare la credibilità di questo o quel sito. E qui entriamo in un territorio in cui gioca alla grande la soggettività ideologica dei giornalisti di Le Monde. Attribuendo i colori - che sia verde, arancione o rosso - Le Monde si arroga il diritto di ergersi a giudice, mentre lui stesso non è che - e nessuno glielo rimprovera - un giornale d'opinione, giornale che difende le sue idee, ma idee che rappresentano solo la sua soggettività. Quello che infastidisce, quello che sorprende di questa invenzione di Le Monde è che il giornale si è così attribuito il ruolo di censore del Web, delle informazioni online. Si appropria così di un potere che potrebbe, al limite, appartenere a una commissione indipendente, o al CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel, Consiglio superiore dell'audiovisivo, ndt), ma certamente non a un giornale che è una parte in gioco nel campo dell'informazione e non può quindi pretendere di avere l'imparzialità necessaria per una simile funzione.

La dimensione ideologica dell'operazione si rivela quando si esamina un po' questo Decodex. Si constata allora che le fonti dell'establishment dei media (i giornali con cui Le Monde ha collaborazioni, apertamente o implicitamente) sono sempre verdi. Gli altri sono di colore arancione e rosso, in particolare le fonti cosiddette alternative. È qui che si rivela la dimensione "monopolista"  dell'operazione. In un mondo dove il giornalismo tradizionale è messo in discussione, perché chiunque può, a suo piacimento, creare un sito d'informazione, l'operazione Decodex si rivela come lo sforzo un po' puerile ed evidentemente disperato di alcuni giornalisti per assicurarsi il monopolio dell'informazione. Sarebbe stato più utile, e più vantaggioso per tutti, che questi cosiddetti giornalisti si interrogassero sulle ragioni della loro perdita di lettori. Ma su questo tipo di autocritica, è meglio non illudersi: chiaramente, non ne sono capaci.

Vediamo un esempio eloquente. Il mio blog ha ottenuto, come il blog di Olivier Berruyer, la classifica di arancione. Olivier però ha risposto in modo pungente ai guardiani di Decodex. La classificazione è stata motivata con un esempio di "notizie false" che Le Monde presenta in questo modo: " ... a volte riferisce informazioni false, negando la presenza di truppe russe in Ucraina nel 2014, benché fosse stata accertata." Se questi "giornalisti" avessero fatto il loro lavoro, avrebbero potuto constatare che non avevo affatto negato la presenza di soldati russi a Donetsk e Lugansk, ma che, citando in particolare un generale americano di stanza presso la NATO, avevo segnalato che la presenza di militari russi non era in grado di spiegare le vittorie riportate dalle forze della DNR e LNR nel settembre 2014. Ma è chiaro che qui la verità importa poco ai giornalisti di Le Monde. Chi vuole annegare il suo cane lo accusa di avere la rabbia.

Sarebbe facile anche ribattere che lo stesso Le Monde ha pubblicato notizie false o non confermate, come ha dimostrato Vincent Glad in un articolo sul sito di  Libération [1]. Lo stesso Le Monde ha ripreso recentemente la notizia falsa di un'azione di hackeraggio dei russi contro una centrale elettrica negli Stati Uniti. Allora perché non attribuire allo stesso Le Monde l'arancione nella classifica di Decodex ?

Aude Lancelin si è scagliata contro questa operazione di Le Monde, e si può pensare che probabilmente finirà con lo screditare in misura anche maggiore la stampa tradizionale. In realtà, una rapida scorsa dei diversi siti coinvolti mostra che i potenziali utenti del Decodex lo utilizzano in modo opposto rispetto a quello che volevano i giornalisti di Le Monde. I contatti di questi blog sembrano essere aumentati e tutto sembra mostrare che il lettore consideri "sospetta" una classificazione verde che dovrebbe segnalare la "buona" informazione, e ricerchi proprio i siti segnalati da Decodex come "sospetti". Se questo è confermato, avremmo il risultato paradossale di un'operazione organizzata di diffamazione, per usare il linguaggio del Ministero della giustizia, che si ritorce contro i suoi stessi autori...

Al di là di questo, Decodex pone un problema fondamentale. Nessuno può certificare la "verità". Alcuni fatti possono essere ragionevolmente stabiliti, ma sempre sapendo che resta comunque un margine di incertezza.

L'interpretazione di questi fatti, però, si differenzia a seconda delle opinioni, della soggettività di ciascuno, delle diverse ricerche che possono essere fatte. Qui rimando il lettore ai miei molti post sul tema della disoccupazione in Francia, e sull'abuso da parte dei giornalisti della famosa "categoria A" della DARES (una categoria di disoccupati utilizzata dall'istituto francese di statistica - DARES, Direction de l'animation de la recherche des études et des statistiques ndt). Nessuno può decidere di avere il monopolio della verità e dell' informazione; non si può certificare una "verità", né metterla sotto diritto d'autore. È per questo che l'intera operazione Decodex si rivela in realtà abbastanza nauseante, per quello che descrive dell'immaginario dei suoi autori. Non ci si deve, dunque, meravigliare del costante calo di lettori di questa stampa che continua a screditarsi in modo così costante e regolare. Questa stampa che ormai è arrivata a mescolare il ridicolo alla vergogna.

A nessuno può sfuggire il sapore "orwelliano" del Decodex. C'è un "Ministero della Verità" all'opera in quello che hanno fatto i giornalisti di Le Monde.

 

[1] Glad, V. " Qui décodexera le Décodex? De la difficulté de labelliser l'information de qualité" ("Chi decodexerà il Decodex? Sulla difficoltà di certificare l'informazione di qualità"), post del 3 febbraio 2017.

09/02/17

Chi ha sconfitto Hitler? USA, Regno Unito o Russia?

Abbiamo parlato da poco su questo blog di un episodio contemporaneo di scrittura alterata della storia. Qui ZeroHedge mostra un altro esempio eclatante, soffermandosi sui risultati dell'opera compiuta: scompare nell'opinione pubblica la consapevolezza del ruolo preponderante della Russia sovietica - e dei suoi immensi sacrifici in vite umane - nella sconfitta del nazismo.  

 

di Tyler Durden, 10 gennaio 2017

 Nel 1945, la maggior parte dei francesi pensava che all'Unione Sovietica andasse il maggior merito per la sconfitta della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale - benché i sovietici non avessero giocato un ruolo importante nella liberazione della Francia, rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.

Nel 1995 e nel 2004, però, i francesi avevano cambiato modo di pensare, e attribuivano in maggior misura  agli Stati Uniti il merito di avere contribuito alla vittoria in Europa (sondaggio IFOP, Institut Français d’Opinion Publique).

 

Sondaggio francese: "Secondo lei, quale paese ha più contribuito alla sconfitta della Germania nel 1945?" (Fonte: IFOP 1945, 1994, 2004, 2015)



Fonte: Olivier Berruyer, Les Crises (blog)

 

Valutare "chi abbia più contribuito alla vittoria" in modo rigoroso è straordinariamente difficile. Si finisce con lo scivolare in un confronto tra ipotesi mai realizzate: la verità è che nessuno ha una idea convincente di come la guerra sarebbe andata a finire senza l'intervento degli Stati Uniti, o se il patto di non aggressione tedesco-sovietico avesse retto e via dicendo. La vittoriosa resistenza dell'Unione Sovietica all'invasione nazista e la successiva liberazione dell'Europa orientale è stato il più importante di molti fattori nella sconfitta della Germania. Come lo storico Richard Overy spiega nel suo libro Why the Allies Won (Perché gli Alleati hanno vinto):
"Se la sconfitta dell'esercito tedesco era l'obiettivo strategico centrale, il principale conflitto era quello sul fronte orientale. L'esercito tedesco fu indebolito e poi respinto prima che il grosso delle forze di terra e aeree alleate lo affrontassero nel 1944. Oltre quattrocento divisioni tedesche e sovietiche sostennero combattimenti lungo più di 1.000 miglia (1.600 km, ndT). La scala e l'estensione geografica del fronte orientale hanno fatto sembrare minuscole tutte le guerre precedenti. Le perdite su entrambi i lati hanno superato di gran lunga qualsiasi altro contesto di guerra. La guerra sul fronte orientale fu combattuta con una ferocia quasi sconosciuta sui fronti occidentali. Le battaglie di Stalingrado e di Kursk, che distrussero la retroguardia dell'esercito tedesco, succhiarono ai soldati di entrambe le parti fino all'ultima goccia di energia fisica e morale."

 Se si guarda al tributo di vite umane legato alla guerra, i sovietici chiaramente hanno sostenuto le perdite più pesanti.  Postwar (Dopoguerra) di Tony Judt cita stime che indicano in 8,6 milioni i soldati sovietici morti durante la seconda guerra mondiale e in oltre 16 milioni i morti tra i civili. Gli Stati Uniti hanno  perso  418.500 persone tra militari e civili in tutti i teatri di guerra - una cifra da capogiro, certo, ma non nella stessa scala delle perdite tra sami e sovietici. Naturalmente, è possibile - e altamente preferibile! - avere dato un contributo decisivo ma meno tragico alla guerra. Ma vale la pena riflettere su quanto sia stato enorme il sacrificio del popolo sovietico.

Seconda guerra mondiale: soldati morti in Europa per fronte/anno (milioni)



Fonte: Olivier Berruyer, Les Crises (blog)

 
"I vincitori sono quelli che scrivono la storia. Questo è quello che viene scritto nei nostri libri di scuola, non la vera storia come si è svolta, ma una storia favorevole al campo dei vincitori.  La storia ha cessato da tempo di essere una sintesi di tutta l'umanità, oggi appartiene solo ad una manciata di individui ".

Maxime Chattam, The mysteries of chaos (I misteri del caos)

04/11/14

L'Eurobarometro e la Retorica de "La Stampa" sull'Italia confusa perché ormai euroscettica

Le falsità e la retorica dei mass media si fa scomposta:  il nostro @Chemiculture ci ha mandato un commento all'articolo de La Stampa che tratta gli italiani da confusi alla ricerca di formule magiche solo perché il sondaggio dell'Eurobarometro UE rivela che secondo noi l'Euro non è una cosa buona per il nostro paese...  


"Se tutti pensano la stessa cosa, allora qualcuno non sta pensando" ebbe a dire il generale Patton. E da come operano i media oggi, sembra che a non pensare siano in parecchi...

13/08/14

L'Occidente sulla Strada Sbagliata

Da Handesblatt, il più importante giornale economico tedesco, un lungo e coraggioso editoriale contro i venti di guerra che soffiano dagli USA, un appello al realismo e alla pacifica convivenza tra popoli vicini, contro le ripetute violazioni del diritto internazionale, scritto in tedesco, in russo e in inglese. Apprezziamo, ma non possiamo fare a meno di notare come le stesse belle parole di esortazione, in molti punti del discorso, potrebbero benissimo rivolgersi alla politica tedesca così cieca verso i vicini della periferia.
  
   
Alla luce degli avvenimenti in Ucraina, il governo e molti media sono passati da un atteggiamento equilibrato a uno stato di agitazione. Il ventaglio delle opinioni si è ridotto al campo visivo di un fucile di precisione. La politica dell'escalation non ha un obiettivo realistico - e danneggia gli interessi della Germania.

Düsseldorf -
Ogni guerra è accompagnata da una sorta di mobilitazione mentale: la febbre della guerra. Anche le persone intelligenti non sono immuni dagli attacchi di questa febbre. "Questa guerra in tutta la sua atrocità è tuttavia una cosa grande e meravigliosa. E' una esperienza che vale la pena" esultò Max Weber nel 1914, quando le luci si spensero in Europa. Thomas Mann provava un "senso di purificazione, di liberazione, e un'enorme speranza".

11/08/14

Stampa Malese Conclude che l'MH17 è Stato Abbattuto dall'Aviazione Ucraina

Un articolo apparso sul News Strait Times, storica testata giornalistica della Malesia pubblicata in lingua inglese, diffonde la ricostruzione della tragedia MH17 che addossa la reponsabilità alle forze governative Ucraine 



KUALA LUMPUR: Già gli analisti dei servizi segreti negli Stati Uniti avevano concluso che il volo Malaysia Airlines MH17 era stato abbattuto da un missile aria-aria, e che il governo ucraino c'entrava qualcosa.


Questo corrobora una
nuova teoria postulata da investigatori locali, secondo cui il Boeing 777-200 è stato colpito da un missile aria-aria e poi distrutto a colpi di artiglieria da un areo da caccia che gli si era affiancato mentre si stava abbattendo al suolo.

15/06/14

Twittare sull’Uscita della Grecia dall'Euro Aggrava la Crisi!

Jason Douglas, nel suo blog sul Wall Street Journal, descrive una curiosa ricerca svolta da economisti di tre diverse università, dalla quale risulta che una delle cause del famigerato spread... siamo noi! – Cioè noi che twittiamo, scriviamo sui blog, commentiamo e condividiamo su facebook....


di Jason Douglas  12 giugno 2014

I social media contribuiscono a diffondere le notizie a macchia d’olio. Questa è un’ottima cosa se siete una celebrità che diffonde la sua ultima registrazione, o un attivista che cerca di portare alla luce un’ingiustizia, ma può non essere altrettanto ottimo se siete un paese dell’eurozona con un problema di debito.