La libertà di circolazione, come tutte le “conquiste” della Ue, è un bene solo per chi se la può permettere. Molti, illusi dalla prospettiva di cambiare vita, emigrano per trovare qualche lavoro precario e sottopagato, e magari poi finire per strada, senza più i mezzi e i contatti per tornare indietro. Questo articolo di Politico raccoglie le denunce delle associazioni per l’assistenza sociale, che hanno visto in una manciata di anni un incremento vertiginoso dei senzatetto, soprattutto di provenienza Ue. E proprio la Ue viene additata come corresponsabile di questa situazione.
di Hanne Cokelaere, 19 febbraio 2020
Secondo i suoi paladini, la libertà di movimento sarebbe uno dei maggiori successi della Ue. Tuttavia, sta lasciando per strada molti dei suoi cittadini più indigenti.
Oggi c'è un numero record di cittadini che vivono e lavorano in un altro paese UE, ma anche il numero di quelli che si spostano altrove per poi finire a vivere per strada è in crescita. Operatori sociali e parlamentari sostengono che è il momento che Bruxelles faccia qualcosa.
I lavoratori Ue possono muoversi liberamente all’interno del blocco dei paesi, ma non tutti trovano una vita facile e confortevole una volta arrivati alla loro destinazione. Le procedure per l’ottenimento di un alloggio favoriscono le persone che possono dimostrare di non essere un peso per i sistemi assistenziali locali, e questo significa che le persone più povere, spesso quelle in posizioni precarie e con impieghi sottopagati, rischiano di cadere nel baratro.
Il problema della gente che dorme per strada è difficile da ignorare nella capitale belga, dove numerosi senzatetto vivono per le strade e nelle stazioni della metropolitana attorno al “quartiere Ue” della città – sede della Commissione Europea, del Consiglio, del Parlamento e di altre istituzioni. Qui i senzatetto chiedono l’elemosina ai funzionari e diplomatici meglio pagati della Ue.
“Non sono venuto dalla Romania [in Belgio] solo per ricevere assistenza sociale”, ha detto Nicolae, 59 anni, parlandoci in un affollato caffè del centro, davanti a un tè alla menta. “Voglio lavorare.”
Sei anni fa Nicolae ha perso il suo monolocale in Molenbeek, un variegato quartiere del centro di Bruxelles, perché non poteva più permettersi di pagare l’affitto. Oggi passa le notti in un rifugio per senzatetto, e le sue giornate nell’area attorno alla stazione Midi di Bruxelles – stazione di destinazione degli Eurostar e di altri treni che attraversano l’Europa. Qui beneficia delle mense per i poveri e degli hotspot Wi-Fi gratuiti.
L’aumento dei senzatetto è ben visibile nel blocco dei paesi UE. Secondo un report del 2019 della FEANTSA, organizzazione che lavora per i senzatetto in Ue, almeno 700.000 persone vivono per strada o negli appositi dormitori. Si tratta di un aumento del 70 per cento rispetto a un decennio fa. In Finlandia, paese che ha messo a punto una strategia di lungo termine per offrire casa ai senzatetto, il numero è diminuito.
Dormire per strada
Non ci sono statistiche ufficiali dei senzatetto in Belgio, ma le organizzazioni che si occupano del problema hanno segnalato un aumento del numero di cittadini provenienti da altri paesi UE che hanno bisogno di aiuto.
I dati di Samusocial, organizzazione per gli alloggi di emergenza a Bruxelles, indicano che il 15,3 per cento delle persone che ha cercato un rifugio presso di loro nel 2018 erano cittadini Ue non provenienti dal Belgio. I belgi rappresentano il 16,4 per cento del totale. Il restante 61,6 percento è rappresentato da persone provenienti da altri paesi al di fuori del blocco Ue (le cui origini non sono documentate). Tra gli europei, il 33 per cento viene dai paesi dell’Est.
L’organizzazione sociale Diogènes di Bruxelles afferma che il 42 per cento delle persone che chiede aiuto erano belgi, il 43 per cento erano altri cittadini Ue, e il 15 per cento provenienti da paesi terzi. I polacchi da soli rappresentano il 15 per cento delle persone che si sono rivolte all’associazione nel 2019.
Altre grandi città europee riportano tendenze simili. Barcellona ha registrato un rapido aumento di uomini senzatetto di provenienza Ue, con una proporzione sul totale che è balzata da un terzo nel 2014 (rispetto a spagnoli ed extra-Ue) al 44 per cento nel 2018. Anche tra le donne, il numero di senzatetto di provenienza Ue (non-spagnola) ha superato il numero delle spagnole e delle donne non-Ue.
E se il 49 per cento di quelli che dormivano per strada a Londra tra il 2018 e il 2019 erano britannici, il 31 per cento proveniva dall’Europa dell’Est, e un altro 7 per cento dal resto del blocco dei paesi, secondo la Greater London Authority.
“Moralmente, la UE ha parte della responsabilità”, ha dichiarato Freek Spinnewijn, direttore della FEANTSA, sottolineando il collegamento tra la libertà di circolazione e i senzatetto. “È un male che chiudano gli occhi di fronte alle conseguenze negative della libertà di circolazione”.
“Questo problema è grave già da 10 anni, ma è stato fatto ben poco per contrastarlo”, ha aggiunto.
L’estensione dell’assistenza sociale a persone provenienti da altri paesi Ue è un argomento scivoloso, perché i parlamentari temono le possibili ripercussioni sul sistema dei servizi sociali.
“La libertà di circolazione dei lavoratori è una buona cosa per i cittadini europei che stanno cercano opportunità, per l’economia e per la domanda di lavoro nei paesi Ue, ma non deve trasformarsi in libera circolazione del sostegno sociale”, ha detto Gilles Verstraeten, parlamentare di Bruxelles per il partito fiammingo nazionalista N-VA. Questo potrebbe portare a uno “shopping dell’assistenza sociale”, dove i sistemi dei paesi più generosi vengono presi di mira, ha aggiunto.
Ma Spinnewijn ha affermato che la UE dovrebbe assicurarsi che le persone vengano guidate nella ricerca di un nuovo lavoro, o altrimenti garantire che possano fare ritorno a un paese dove hanno accesso all’assistenza sociale in modo sostenibile – in questo ha sottolineato la necessità che alcuni paesi UE mettano in piedi un sistema di servizi di questo tipo. Ciò richiederebbe una collaborazione al livello della UE, ha concluso.
A Bruxelles, quantomeno, si stanno facendo degli sforzi per venire a capo di questo crescente problema. Alain Maron, ministro dei Verdi per la regione di Bruxelles, ha annunciato una nuova strategia per il problema dei senzatetto a dicembre, con un aumento di 14,8 milioni di euro in finanziamenti per rifugi e progetti preventivi e di riassegnazione di una casa a chi l’ha persa, seguendo l’approccio della Finlandia.
Il cambio di paradigma dovrebbe aiutare la città a passare dalle misure di emergenza – come quelle di incrementare i soccorsi durante il periodo invernale – allo sviluppo di strategie più sostenibili nel lungo termine, ha detto Maron alla radio locale. “La gente muore per strada anche d’estate. Vogliamo che gli operatori gestiscano il problema su base annuale.”
La nuova Commissione ha affermato di ascoltare le chiamate all’azione. “Quello della casa è il fulcro di tutti i problemi sociali”, ha detto il commissario per il lavoro, Nicolas Schmit, al Parlamento Europeo durante un dibattito a gennaio, promettendo uno sforzo comune di governi nazionali e regioni per contrastare il problema dei senzatetto.
La trappola di chi si ritrova senzatetto
Un grosso ostacolo per gli immigrati a bassa qualificazione provenienti da altri paesi Ue è quella di orientarsi nella burocrazia del paese in cui sono arrivati.
Nicolae ha lasciato la regione romena della Transilvania nel 2007, anno in cui il suo paese ha aderito alla UE, per cercare lavoro nella “capitale d’Europa”. A quel tempo aveva poco meno di cinquant’anni, e trovò un lavoro come frutticoltore a Londerzeel, piccolo comune a 20 chilometri a nord di Bruxelles. La sua paga era bassa, ma migliore di quella che avrebbe potuto guadagnare in Romania, e includeva l’alloggio, ci racconta. Il suo datore di lavoro però due anni dopo è morto, e lui si è ritrovato di nuovo per strada.
Nel 2011 si è ammalato gravemente. La sua sventura però si è rivelata finanziariamente vantaggiosa, almeno all’inizio. È infatti riuscito a compiere un primo passo nel processo di registrazione in Belgio nel momento in cui il governo federale ha deciso che sarebbe potuto rimanere per ottenere le cure mediche di cui aveva bisogno. E in quanto persona in procinto di acquisire i diritti di soggiorno, ha ricevuto anche un assegno mensile e una somma una tantum per una sistemazione, che ha usato per trasferirsi nel suo appartamento a Molenbeek.
Ma la sua sistemazione sarebbe durata poco. Il governo ha in seguito revocato la decisione di lasciarlo restare nel Paese per motivazioni mediche, e gli ha tolto l’assegno. “Tutto quello che avevo: la TV, il letto, il frigorifero...tutto perso”, racconta.
Ora, nel mezzo di un procedimento di appello avviato nel 2014, nutre ancora la speranza che la decisione del governo venga rivista. “Se mi avessero detto fin dall’inizio che dovevo tornare in Romania, sarebbe stato meglio”, dice Nicolae. Ora non ha più i mezzi per ritornare, ci dice. I suoi genitori sono morti da quando lui è arrivato in Belgio.
Un problema ricorrente è l’inaffidabilità dell’accesso ai servizi sociali per i cittadini UE, dato che i servizi sono spesso riservati ai residenti legali di un dato paese. Questo è esacerbato dall’approccio di neutralità assunto dalla Ue rispetto al modo in cui i diversi governi valutano lo stato di occupazione delle persone nelle loro domande di richiesta di residenza. I paesi propendono spesso per un’interpretazione restrittiva di cosa sia un “vero” lavoro, e i cittadini che si spostano all’estero per occupare posti di lavoro precari e sottopagati sono particolarmente vulnerabili, e rischiano di essere lasciati fuori, secondo la FEANTSA.
Questo significa che i senzatetto che provengono da altri paesi Ue rischiano di trovarsi in un circolo vizioso che rende il loro status pressoché permanente: no residenza senza soldi, ma no soldi senza lavoro, e no lavoro senza residenza.
“Senza un indirizzo non esisti, dunque non hai diritti”, ha spiegato Bran Van de Putte, assitente sociale per Diogènes.
Molti paesi Ue sono ben lontani dal rompere questo circolo vizioso.
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26/01/19
NYT – La grande emorragia della Grecia
I dati snocciolati da questo articolo di Nikos Konstandaras, giornalista greco, pubblicato sul New York Times, mostrano un Paese di fatto colonizzato, ridotto a eterno debitore sotto tutela, come un tempo avveniva solo ad alcuni stati africani post-coloniali. La Grecia resterà sotto “stretta supervisione” dei creditori fino al 2060, finché non avrà pagato tutti i debiti, mentre i suoi cittadini vengono vessati, espropriati per pagare gli arretrati a un sistema fiscale diventato predatorio. Intere generazioni vivranno nella servitù del debito. I crediti inesigibili sono esplosi in mano al sistema bancario, che non riesce più a finanziare investimenti. Chi può emigra, ma a differenza del passato oggi non si tratta di lavoratori poco qualificati, bensì di professionisti a cui lo stato greco ha pagato la formazione universitaria e post-universitaria a caro prezzo.
di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019
Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.
Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.
Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.
Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.
In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.
La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.
Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.
Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.
Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.
La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.
Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.
Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).
I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.
La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.
La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.
Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.
Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.
In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.
In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.
di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019
Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.
Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.
Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.
Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.
In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.
La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.
Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.
Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.
Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.
La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.
Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.
Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).
I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.
La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.
La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.
Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.
Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.
In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.
In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.
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02/07/18
3000 € per salire sull'Aquarius: di chi è la colpa?
Renaud Girard, famoso editorialista de Le Figaro, in una recente intervista rivela senza troppi giri di parole il meccanismo con il quale viene gestito il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. La sinergia, forse inconsapevole, tra criminali trafficanti, ONG e forze dell'ordine di stati europei ha permesso per anni un flusso illegale ed incontrollato di esseri umani. La retorica, spesso reiterata nei paesi europei, secondo cui questi immigrati servono per fornire manodopera ad un continente in crisi di natalità, è smascherata da Girard come l'aspetto più tragico e crudele di tutto questo traffico: gli esseri umani non sono semplici fattori economici, ma sono prima di tutto portatori di cultura, e sradicarli dalla loro terra li rende alienati ed infelici, portandoli a rigettare la cultura che li ospita nella sua totalità. Inoltre i paesi d'origine vengono privati dei loro giovani più scolarizzati ed intraprendenti, proprio nel momento in cui il nascente sviluppo economico ne avrebbe più bisogno. Ed infine, le tensioni sociali acuite da flussi massicci di immigrati in Europa stanno erodendo tra gli europei la fiducia nell'Unione, annullando in breve tempo tutti gli sforzi di integrazione fatti negli ultimi decenni.
Le Figaro, 19 giugno 2018
https://youtu.be/wLBNCf_Oc-k
Ariane Lecœur - La polemica sull'accoglienza dell'Aquarius negli ultimi giorni ha toccato quello che da anni è stato il cuore di un malessere tutto francese. È questo il tema della rubrica del giorno nel Figaro di Renaud Girard. Buongiorno Renaud.
Renaud Girard - Buongiorno.
L - Quindi, nella sua rubrica, questa rubrica... che ha suscitato un certo numero di reazioni tra i lettori del Figaro e tra i nostri lettori, probabilmente, lei analizza la complessità della situazione guardando all'evento prima dell'evento, cioè, a cosa succede prima che queste barche arrivino. Si tratta del problema delle reti dei trafficanti e delle ONG. Secondo lei dunque sono loro, con i loro metodi ben oliati, ad alimentare questo traffico e queste sofferenza? Perché? È una cosa voluta?
G - Beh, i trafficanti devono fare soldi! Bisogna capire che ogni passaggio costa tra i 3000 e i 5000 euro, ossia ogni persona paga 3000 o 5000...tra 3000 e 5000 euro a delle reti di trafficanti. Queste reti di trafficanti...
L - Il che è una somma considerevole!
G - ....Considerevole per l'Africa, e che sarebbe molto meglio utilizzata per un investimento nel villaggio africano, per scavare un pozzo, per avviare una fattoria, per fare un progetto fotovoltaico, ma queste sono somme che vengono raccolte per inviare un giovane al cosiddetto Eldorado europeo. Sono mafie, infatti, sparse un po’ dappertutto tra la Libia, il Niger, i paesi di origine, e anche in parte sulla costa europea, che li organizzano.
Questa pratica è diventata oggi (...) che rappresenta un giro d'affari, che è ovviamente illegale, molto più importante del traffico di droga. Lei parlava del malessere francese...sì, perché se, potremmo dire, i popoli europei hanno accettato liberamente, nello spazio di due generazioni votando in referendum o in elezioni parlamentari, l'indipendenza di tutti i paesi africani, allo stesso modo non è mai stato chiesto a nessuna nazione europea e con nessun referendum...- in Francia siamo stati consultati su molte cose: la durata del mandato del Presidente, la questione della Nuova Caledonia, l'entrata dell'Inghilterra nell'Unione Europea, ecc. - ...non abbiamo mai consultato il popolo francese per sapere se volevano un'immigrazione di massa a casa o meno. È una decisione, infatti, decisione che è iniziata con il ricongiungimento familiare di Giscard e Chirac nel 1976, con un semplice decreto, che non è stato neppure discusso in seno al Consiglio dei ministri e che non è nemmeno mai stato l'argomento di nessun dibattito. Quindi, c'è anche un problema in Europa di carenza democratica.
Quindi la gente dice, i “buonisti” di sinistra dicono, "oh sì, ma la Germania ha bisogno di lavoratori". È possibile, non lo sappiamo. Ma forse dovremmo chiederci, perché in Germania dopo tutto c'è ancora una democrazia, se i tedeschi vogliono ancora di più, se vogliono questi trasferimenti di persone o non li vogliono.
Sono estremamente bravi a sfruttare, di fatto, le regole della carità cristiana in Europa. In che modo? È molto semplice. Il metodo è, si raccolgono dei disperati, ciascuno dei quali ha pagato 5000 euro, su un canotto gonfiabile improvvisato, lo si porta a 12 miglia nautiche della costa della Libia in acque internazionali, e lì si invia un SOS. Si chiama, loro chiamano...perché hanno telefoni satellitari, lì dove ci sono i centri di soccorso italiani, dicendo che c’è un naufragio imminente, e poi se ne vanno, e da quel momento sono le organizzazioni umanitarie o la Marina italiana o la Guardia Costiera italiana che vengono a recuperarli e che fanno a tutti gli effetti il resto del lavoro, e che trasportano questi migranti nei porti europei. Sarebbe più logico che questi poveri naufraghi, o quelli che passano per naufraghi, vengano riportati sulle costa dalle quali provengono, ossia che queste organizzazioni le riportino nei porti di Tripoli o in altri porti libici. E invece no, perché dicono che non è possibile riportarli in un paese pericoloso, e quindi c'è una specie di... Il passaggio illegale di questi migranti dall'Africa all'Europa è organizzato a scopo di lucro dai trafficanti e gratuitamente dalle ONG, dalla Marina e dalla Guardia Costiera europea. I trafficanti sanno come sfruttare il sentimentalismo europeo, la carità cristiana europea
L - La sensazione di questa Europa così ricca, come lei precisa, e quindi che alimenta questa colpa dell'uomo bianco, sfruttata secondo lei qui con furbizia, e che destabilizza profondamente l'Unione Europea
G - Sì, la destabilizza profondamente, vale a dire che in effetti questa tratta di esseri umani è diventata doppiamente deleteria. È deleteria per l'Africa, ed è deleteria per l'Europa. È deleteria per l'Africa perché in realtà fa venire in Europa ... questo traffico, questa chiamata enorme, grazie a tutto questo sistema...a questa alleanza involontaria tra contrabbandieri e ONG... questo traffico sta portando degli uomini...dei giovani africani capaci, che dispongono del denaro per pagare il passaggio, somme di denaro ingenti che potrebbero essere utilizzate per importanti investimenti nei villaggi africani, per scavare un pozzo, fare una fattoria fotovoltaica, irrigare, e cose come questa, perché con cinquemila euro si fanno un sacco di cose in Africa, e in effetti sono giovani industriosi, abbastanza intelligenti, non sono i più poveri che se ne vanno, i più poveri non riescono a partire, e così...
L- È una perdita umana, economica...
G - È una perdita umana, si svuota...in realtà l'Africa viene svuotata della sua sostanza. Ma poi ciò crea delle persone sradicate, che non sono necessariamente felici in Europa. E, sapete, dato che provengono da una cultura diversa ... ed è ciò che la Merkel non ha capito: le persone, prima di essere esseri economici sono esseri culturali, uomini, è questa la cosa importante. Per loro, ecco, tutto ciò provoca un rifiuto, provoca un rifiuto di tutte le politiche liberali, provoca un rifiuto dell'Unione Europea come abbiamo visto con la Brexit, o con le ultime elezioni legislative britanniche...E così questa follia di migrazioni incontrollate e illegali è dannosa per l'Africa e sta distruggendo questa Europa liberale e unita che è stata pazientemente costruita dagli anni '50, fin dal Trattato di Roma del 1957.
L - Grazie mille Renaud per le sue osservazioni e per questa rubrica, che si trova in versione integrale nelle colonne del Figaro di oggi e nelle pagine premium di figaro.fr.
G - Grazie.
Le Figaro, 19 giugno 2018
https://youtu.be/wLBNCf_Oc-k
Ariane Lecœur - La polemica sull'accoglienza dell'Aquarius negli ultimi giorni ha toccato quello che da anni è stato il cuore di un malessere tutto francese. È questo il tema della rubrica del giorno nel Figaro di Renaud Girard. Buongiorno Renaud.
Renaud Girard - Buongiorno.
L - Quindi, nella sua rubrica, questa rubrica... che ha suscitato un certo numero di reazioni tra i lettori del Figaro e tra i nostri lettori, probabilmente, lei analizza la complessità della situazione guardando all'evento prima dell'evento, cioè, a cosa succede prima che queste barche arrivino. Si tratta del problema delle reti dei trafficanti e delle ONG. Secondo lei dunque sono loro, con i loro metodi ben oliati, ad alimentare questo traffico e queste sofferenza? Perché? È una cosa voluta?
G - Beh, i trafficanti devono fare soldi! Bisogna capire che ogni passaggio costa tra i 3000 e i 5000 euro, ossia ogni persona paga 3000 o 5000...tra 3000 e 5000 euro a delle reti di trafficanti. Queste reti di trafficanti...
L - Il che è una somma considerevole!
G - ....Considerevole per l'Africa, e che sarebbe molto meglio utilizzata per un investimento nel villaggio africano, per scavare un pozzo, per avviare una fattoria, per fare un progetto fotovoltaico, ma queste sono somme che vengono raccolte per inviare un giovane al cosiddetto Eldorado europeo. Sono mafie, infatti, sparse un po’ dappertutto tra la Libia, il Niger, i paesi di origine, e anche in parte sulla costa europea, che li organizzano.
Questa pratica è diventata oggi (...) che rappresenta un giro d'affari, che è ovviamente illegale, molto più importante del traffico di droga. Lei parlava del malessere francese...sì, perché se, potremmo dire, i popoli europei hanno accettato liberamente, nello spazio di due generazioni votando in referendum o in elezioni parlamentari, l'indipendenza di tutti i paesi africani, allo stesso modo non è mai stato chiesto a nessuna nazione europea e con nessun referendum...- in Francia siamo stati consultati su molte cose: la durata del mandato del Presidente, la questione della Nuova Caledonia, l'entrata dell'Inghilterra nell'Unione Europea, ecc. - ...non abbiamo mai consultato il popolo francese per sapere se volevano un'immigrazione di massa a casa o meno. È una decisione, infatti, decisione che è iniziata con il ricongiungimento familiare di Giscard e Chirac nel 1976, con un semplice decreto, che non è stato neppure discusso in seno al Consiglio dei ministri e che non è nemmeno mai stato l'argomento di nessun dibattito. Quindi, c'è anche un problema in Europa di carenza democratica.
Quindi la gente dice, i “buonisti” di sinistra dicono, "oh sì, ma la Germania ha bisogno di lavoratori". È possibile, non lo sappiamo. Ma forse dovremmo chiederci, perché in Germania dopo tutto c'è ancora una democrazia, se i tedeschi vogliono ancora di più, se vogliono questi trasferimenti di persone o non li vogliono.
Sono estremamente bravi a sfruttare, di fatto, le regole della carità cristiana in Europa. In che modo? È molto semplice. Il metodo è, si raccolgono dei disperati, ciascuno dei quali ha pagato 5000 euro, su un canotto gonfiabile improvvisato, lo si porta a 12 miglia nautiche della costa della Libia in acque internazionali, e lì si invia un SOS. Si chiama, loro chiamano...perché hanno telefoni satellitari, lì dove ci sono i centri di soccorso italiani, dicendo che c’è un naufragio imminente, e poi se ne vanno, e da quel momento sono le organizzazioni umanitarie o la Marina italiana o la Guardia Costiera italiana che vengono a recuperarli e che fanno a tutti gli effetti il resto del lavoro, e che trasportano questi migranti nei porti europei. Sarebbe più logico che questi poveri naufraghi, o quelli che passano per naufraghi, vengano riportati sulle costa dalle quali provengono, ossia che queste organizzazioni le riportino nei porti di Tripoli o in altri porti libici. E invece no, perché dicono che non è possibile riportarli in un paese pericoloso, e quindi c'è una specie di... Il passaggio illegale di questi migranti dall'Africa all'Europa è organizzato a scopo di lucro dai trafficanti e gratuitamente dalle ONG, dalla Marina e dalla Guardia Costiera europea. I trafficanti sanno come sfruttare il sentimentalismo europeo, la carità cristiana europea
L - La sensazione di questa Europa così ricca, come lei precisa, e quindi che alimenta questa colpa dell'uomo bianco, sfruttata secondo lei qui con furbizia, e che destabilizza profondamente l'Unione Europea
G - Sì, la destabilizza profondamente, vale a dire che in effetti questa tratta di esseri umani è diventata doppiamente deleteria. È deleteria per l'Africa, ed è deleteria per l'Europa. È deleteria per l'Africa perché in realtà fa venire in Europa ... questo traffico, questa chiamata enorme, grazie a tutto questo sistema...a questa alleanza involontaria tra contrabbandieri e ONG... questo traffico sta portando degli uomini...dei giovani africani capaci, che dispongono del denaro per pagare il passaggio, somme di denaro ingenti che potrebbero essere utilizzate per importanti investimenti nei villaggi africani, per scavare un pozzo, fare una fattoria fotovoltaica, irrigare, e cose come questa, perché con cinquemila euro si fanno un sacco di cose in Africa, e in effetti sono giovani industriosi, abbastanza intelligenti, non sono i più poveri che se ne vanno, i più poveri non riescono a partire, e così...
L- È una perdita umana, economica...
G - È una perdita umana, si svuota...in realtà l'Africa viene svuotata della sua sostanza. Ma poi ciò crea delle persone sradicate, che non sono necessariamente felici in Europa. E, sapete, dato che provengono da una cultura diversa ... ed è ciò che la Merkel non ha capito: le persone, prima di essere esseri economici sono esseri culturali, uomini, è questa la cosa importante. Per loro, ecco, tutto ciò provoca un rifiuto, provoca un rifiuto di tutte le politiche liberali, provoca un rifiuto dell'Unione Europea come abbiamo visto con la Brexit, o con le ultime elezioni legislative britanniche...E così questa follia di migrazioni incontrollate e illegali è dannosa per l'Africa e sta distruggendo questa Europa liberale e unita che è stata pazientemente costruita dagli anni '50, fin dal Trattato di Roma del 1957.
L - Grazie mille Renaud per le sue osservazioni e per questa rubrica, che si trova in versione integrale nelle colonne del Figaro di oggi e nelle pagine premium di figaro.fr.
G - Grazie.
09/01/18
Politico – La Lettonia, una nazione che sta scomparendo
Politico si occupa della gravissima crisi demografica che ha colpito la Lettonia, portata ad esempio di miracolo economico innescato dall'austerità, da quando è entrata nell'Unione Europea. La bassa natalità, l'alta mortalità, e l'abbandono dei giovani in cerca di opportunità migliori, facilitato dalla libertà di movimento consentita dall'appartenenza alla UE, stanno minacciando l'esistenza stessa del piccolo paese baltico. Indipendentemente dalle ragioni specifiche per le quali l'ingresso nella UE ha avviato l'esodo, viene da domandarsi quale sia il senso di un'appartenenza "europea" che anziché favorire uno sviluppo omogeneo o preferibilmente prioritario per le zone più povere scatena un deflusso di forza lavoro (a basso salario) verso i paesi più ricchi.
di Gordon J. Sander, 05 gennaio 2018
Riga – Atis Sjanits ha un incarico un po’ inusuale per essere un ambasciatore. Il diplomatico lettone infatti non è responsabile delle relazioni con un’altra nazione – ma si deve occupare della diaspora che sta avvenendo nel suo stesso paese.
Il compito di Sjanits è quello di reagire all’esodo scatenato dall’entrata della Lettonia nell’Unione Europea. Da quando è entrata nel blocco europeo, infatti, quasi un quinto dei cittadini del paese baltico se n’è andato a cercare lavoro in uno dei maggiori e più ricchi paesi UE: Gran Bretagna, Irlanda, Germania.
Nel 2000 la popolazione lettone era di 2,38 milioni di persone. All’inizio di quest’anno era di 1,95 milioni. Nessun altro paese ha avuto un crollo così drastico della propria popolazione – si tratta del 18,2% secondo le statistiche delle Nazioni Unite. Solo la Lituania, paese limitrofo della Lettonia e su una simile traiettoria, con il 17,5% in meno, e la Georgia con il 17,2% in meno, si avvicinano al record lettone.
“La realtà è che stiamo vedendo sparire il nostro popolo, e molto velocemente”, ha detto Sjanits in un’intervista nel suo ufficio, all’interno dell’imponente edificio del ministero degli esteri nella capitale.
A dire il vero la migrazione economica non è l’unico motivo per il quale la popolazione del paese sta diminuendo. A questo fenomeno contribuiscono anche il tasso di nascite relativamente basso e il tasso di mortalità relativamente alto del piccolo paese baltico.
Il risultato finale, dice Sjanits, è nientemeno che una minaccia all’esistenza stessa dello stato lettone. Detto in altre parole, non stanno nascendo abbastanza futuri soldati o futuri contribuenti.
“La Lettonia è un paese a bassa densità abitativa”, ha detto Otto Ozols, un importante giornalista e commentatore televisivo. “Andando avanti di questo passo, nel giro di 50 anni o giù di lì la Lettonia potrebbe smettere di essere una nazione”.
“Siamo a cinque minuti dalla nostra mezzanotte”, ha detto.
L’impatto della crisi demografica lettone è più grave e più evidente nella sua regione più povera, Latgale, nell’angolo sud-orientale del paese, al confine con la Russia. Il salario medio mensile in Lettonia è di 670 euro. Nella regione di Latgale, le persone guadagnano mediamente circa la metà di quella cifra. “Le paghe sono ridicole”, ha detto Aleksandr Rube, giornalista del Latgales Laiks, il giornale locale. “C’è qualcuno che deve chiedersi il perché le persone se ne vogliano andare?”
Alcuni giovani si spostano nella capitale, Riga – la cui popolazione è di 640.000 persone, e finalmente ora sta un po’ crescendo dopo un lungo declino. Ma la maggior parte di loro se ne va semplicemente dal paese. Interi quartieri di edifici vuoti a ridosso del centro nel capoluogo regionale di Daugavpils danno alla città il senso di un parziale abbandono.
“È fin troppo semplice”, ha detto Rube. “Le frontiere sono aperte, le informazioni sulla vita negli altri paesi UE sono disponibili e tutti le hanno. Per cui molti dei nostri giovani se ne vanno in Inghilterra, in Irlanda o in Germania”.
Di solito non tornano più indietro, se non per fare qualche visita.
“Io non voglio tornare”, ha detto Irina Sivakova, 22 anni, che è andata in Inghilterra ormai diversi anni fa ed è tornata nella città natale per fare visita alla sorella. “La situazione qui è troppo brutta”. Alla domanda sull’impatto della Brexit sul modo in cui è stata trattata in Gran Bretagna, però, ha ammesso che “a molti britannici noi non piacciamo”.
Le persone come Sivakova sono la disperazione di Vladislavs Stankevics, il nonostante tutto ottimista capo dell’ufficio per lo sviluppo economico di Latgale. “Qui ci sono posti di lavoro”, ha detto nel suo ufficio di epoca sovietica in centro città. “Di base chiunque abbia voglia di lavorare ha la possibilità di restare e di trovare un impiego”.
Sebbene insista che i salari aumenteranno, ha ammesso che al momento attuale sono piuttosto bassi. “Inoltre”, ha continuato, riferendosi ai giochi militari tra la NATO e la Russia avvenuti in quella zona durante l’ultimo anno, “tutto questo parlare della guerra, che sia vera o no, non rendono la situazione particolarmente attraente per chi vuole restare”. E allontana anche gli investimenti esteri, ha aggiunto.
Ci sono segni del fatto che, sebbene la tendenza non dia alcun segno di volersi capovolgere, stia tuttavia perdendo la sua forza. Secondo l’Ufficio Statistico Centrale della Lettonia, il numero di emigrati che sono tornati nel paese natale nel 2016 era del 40%, a confronto di appena il 26-37% dei precedenti tre anni.
“Un sacco di gente qui pensa che sia facile andare all’estero e fare un sacco di soldi”, ha detto Svetlana Lonska, che è tornata dopo molti anni e ha avviato con successo una palestra di Zumba fitness. “Io cerco di spiegare a tutti che farsi una vita in un altro paese è molto più difficile di quanto si creda”.
Svetlana cerca anche di parlare agli aspiranti emigranti che c’è più vita che denaro. “Sono orgogliosa di aver saputo guadagnarmi da vivere nel mio paese natio e nel luogo dove sono nata. Questo per me ha un significato”.
Ciononostante ha ammesso che “la gente continua ad andarsene”.
di Gordon J. Sander, 05 gennaio 2018
Riga – Atis Sjanits ha un incarico un po’ inusuale per essere un ambasciatore. Il diplomatico lettone infatti non è responsabile delle relazioni con un’altra nazione – ma si deve occupare della diaspora che sta avvenendo nel suo stesso paese.
Il compito di Sjanits è quello di reagire all’esodo scatenato dall’entrata della Lettonia nell’Unione Europea. Da quando è entrata nel blocco europeo, infatti, quasi un quinto dei cittadini del paese baltico se n’è andato a cercare lavoro in uno dei maggiori e più ricchi paesi UE: Gran Bretagna, Irlanda, Germania.
Nel 2000 la popolazione lettone era di 2,38 milioni di persone. All’inizio di quest’anno era di 1,95 milioni. Nessun altro paese ha avuto un crollo così drastico della propria popolazione – si tratta del 18,2% secondo le statistiche delle Nazioni Unite. Solo la Lituania, paese limitrofo della Lettonia e su una simile traiettoria, con il 17,5% in meno, e la Georgia con il 17,2% in meno, si avvicinano al record lettone.
“La realtà è che stiamo vedendo sparire il nostro popolo, e molto velocemente”, ha detto Sjanits in un’intervista nel suo ufficio, all’interno dell’imponente edificio del ministero degli esteri nella capitale.
A dire il vero la migrazione economica non è l’unico motivo per il quale la popolazione del paese sta diminuendo. A questo fenomeno contribuiscono anche il tasso di nascite relativamente basso e il tasso di mortalità relativamente alto del piccolo paese baltico.
Il risultato finale, dice Sjanits, è nientemeno che una minaccia all’esistenza stessa dello stato lettone. Detto in altre parole, non stanno nascendo abbastanza futuri soldati o futuri contribuenti.
“La Lettonia è un paese a bassa densità abitativa”, ha detto Otto Ozols, un importante giornalista e commentatore televisivo. “Andando avanti di questo passo, nel giro di 50 anni o giù di lì la Lettonia potrebbe smettere di essere una nazione”.
“Siamo a cinque minuti dalla nostra mezzanotte”, ha detto.
L’impatto della crisi demografica lettone è più grave e più evidente nella sua regione più povera, Latgale, nell’angolo sud-orientale del paese, al confine con la Russia. Il salario medio mensile in Lettonia è di 670 euro. Nella regione di Latgale, le persone guadagnano mediamente circa la metà di quella cifra. “Le paghe sono ridicole”, ha detto Aleksandr Rube, giornalista del Latgales Laiks, il giornale locale. “C’è qualcuno che deve chiedersi il perché le persone se ne vogliano andare?”
Alcuni giovani si spostano nella capitale, Riga – la cui popolazione è di 640.000 persone, e finalmente ora sta un po’ crescendo dopo un lungo declino. Ma la maggior parte di loro se ne va semplicemente dal paese. Interi quartieri di edifici vuoti a ridosso del centro nel capoluogo regionale di Daugavpils danno alla città il senso di un parziale abbandono.
“È fin troppo semplice”, ha detto Rube. “Le frontiere sono aperte, le informazioni sulla vita negli altri paesi UE sono disponibili e tutti le hanno. Per cui molti dei nostri giovani se ne vanno in Inghilterra, in Irlanda o in Germania”.
Di solito non tornano più indietro, se non per fare qualche visita.
“Io non voglio tornare”, ha detto Irina Sivakova, 22 anni, che è andata in Inghilterra ormai diversi anni fa ed è tornata nella città natale per fare visita alla sorella. “La situazione qui è troppo brutta”. Alla domanda sull’impatto della Brexit sul modo in cui è stata trattata in Gran Bretagna, però, ha ammesso che “a molti britannici noi non piacciamo”.
Le persone come Sivakova sono la disperazione di Vladislavs Stankevics, il nonostante tutto ottimista capo dell’ufficio per lo sviluppo economico di Latgale. “Qui ci sono posti di lavoro”, ha detto nel suo ufficio di epoca sovietica in centro città. “Di base chiunque abbia voglia di lavorare ha la possibilità di restare e di trovare un impiego”.
Sebbene insista che i salari aumenteranno, ha ammesso che al momento attuale sono piuttosto bassi. “Inoltre”, ha continuato, riferendosi ai giochi militari tra la NATO e la Russia avvenuti in quella zona durante l’ultimo anno, “tutto questo parlare della guerra, che sia vera o no, non rendono la situazione particolarmente attraente per chi vuole restare”. E allontana anche gli investimenti esteri, ha aggiunto.
Ci sono segni del fatto che, sebbene la tendenza non dia alcun segno di volersi capovolgere, stia tuttavia perdendo la sua forza. Secondo l’Ufficio Statistico Centrale della Lettonia, il numero di emigrati che sono tornati nel paese natale nel 2016 era del 40%, a confronto di appena il 26-37% dei precedenti tre anni.
“Un sacco di gente qui pensa che sia facile andare all’estero e fare un sacco di soldi”, ha detto Svetlana Lonska, che è tornata dopo molti anni e ha avviato con successo una palestra di Zumba fitness. “Io cerco di spiegare a tutti che farsi una vita in un altro paese è molto più difficile di quanto si creda”.
Svetlana cerca anche di parlare agli aspiranti emigranti che c’è più vita che denaro. “Sono orgogliosa di aver saputo guadagnarmi da vivere nel mio paese natio e nel luogo dove sono nata. Questo per me ha un significato”.
Ciononostante ha ammesso che “la gente continua ad andarsene”.
30/07/17
Die Anstalt - Ridendo e scherzando, qualche notizia sull'Africa che nessuno ci dà
Dopo l'intelligente sketch sull'equilibrio dei mercati, diamo ancora spazio alla trasmissione televisiva tedesca Die Anstalt, questa volta impegnata, nel suo stile leggero - ma non per questo banale - a fornirci qualche informazione sulle cause dell'emigrazione di massa dall'Africa. E vedrete che sono informazioni che molto raramente si leggono sui nostri media, e di cui la nostra satira "de sinistra" solitamente non si occupa.
16/07/17
MPI - Il crescente legame tra migrazioni e microcredito
In anni recenti una pletora di ricerche ha cercato di documentare gli impatti sulla riduzione della povertà del microcredito (il prestito di piccole somme di denaro a tassi agevolati a famiglie povere, per lo sviluppo di microimprese sostenibili a livello locale). Molto meno conosciuti sono gli studi, come quello che qui traduciamo, che evidenziano un'altra realtà: il microcredito, in un'incredibile eterogenesi dei fini, in anni recenti sta incrementando l'emigrazione dai paesi in via di sviluppo verso quelli ricchi. Fornisce infatti accesso al credito alle famiglie che prima non lo avevano e che lo usano per coprire i costi dell'emigrazione nell'aspettativa di future, preziose rimesse dai propri familiari nei paesi di destinazione. Indebitarsi per l'emigrazione è una strategia sviluppata dalle stesse famiglie, per ottenere accesso a nuovo credito e mitigare i rischi di insuccesso dell'impresa locale o mantenere costanti le possibilità di investimento e consumo. Gli istituti di microfinanza sono stati cooptati in questa strategia e iniziano a supportarla per espandere i propri servizi finanziari, in alcuni casi aiutati da programmi governativi che vedono nelle rimesse un mezzo alternativo o complementare agli investimenti diretti esteri per lo sviluppo del proprio paese. Tutti questi fattori creano una forte pressione verso l'emigrazione, rendendo raramente possibile ciò che molti emigranti (e gli istituti di microcredito con loro) affermano di volere: la possibilità di guadagnarsi da vivere a casa propria.
di Maryann Bylander, 13 giugno 2013
Negli ultimi tre decenni, il mondo in via di sviluppo ha visto una rivoluzione nell'accesso al credito. Ciò è avvenuto in gran parte attraverso l'espansione del microcredito - prestiti relativamente piccoli, accessibili principalmente alle famiglie povere per realizzare investimenti e microimprese. Il microcredito è cresciuto sensibilmente e costantemente in tutto il mondo in via di sviluppo: oggi circa 100 milioni di persone in più di 90 paesi prendono prestiti dagli istituti di microfinanza (IMF). La maggioranza di questi prestiti è rivolta alle donne nelle zone rurali, e ai poveri.
L'emigrazione tipicamente trova poco spazio nei ragionamenti sulla microfinanza, poiché ciò che questa dovrebbe fare è proprio consentire alle persone di rimanere a casa. La maggior parte degli IMF afferma che i prestiti di microcredito sono sia impiegati sia restituiti dalle microimprese locali - e molte istituzioni hanno strategie esplicite in questo senso per la concessione dei prestiti. Tutte queste strategie e aspettative riguardano il modo in cui la microfinanza si propone di ridurre la povertà: permettendo alle famiglie povere di investire in attività che generano reddito a casa loro.
Tuttavia, sempre più spesso ci sono fili del discorso che legano l'emigrazione alla microfinanza. Gli IMF (talvolta con il sostegno delle istituzioni per lo sviluppo) si rivolgono alle famiglie degli emigrati con una varietà di servizi di microfinanza, inclusi i prestiti. Queste organizzazioni, nonché alcuni accademici e decisori politici, considerano gli istituti di microfinanza attori ideali attraverso i quali emancipare le famiglie degli emigrati.
Inoltre, c'è la crescente consapevolezza che l'emigrazione e la microfinanza stiano già interagendo in modi inaspettati e talvolta problematici. Alcune famiglie utilizzano il microcredito come anticipo sulle rimesse attese da parte dei familiari all'estero; altre utilizzano prestiti per finanziare i costi dell'emigrazione. Ci sono anche prove che l'emigrazione viene utilizzata come meccanismo di copertura per gestire il debito quando le microimprese falliscono, spingendo all'estero chi ha preso il prestito, alla ricerca di migliori opportunità economiche. Queste connessioni evidenziano che il collegamento tra emigrazione e microfinanza può espandere le opportunità degli emigranti e delle loro famiglie, ma anche generare o aggravarne le vulnerabilità.
Questo articolo esplora le connessioni tra microcredito ed emigrazione, analizzando nei suoi diversi risvolti il suggerimento che il microcredito possa supportare l'emigrazione all'interno di una strategia di sviluppo e sviscerando le domande che dovrebbero essere poste riguardo a questa possibilità. Aggiornato con uno studio qualitativo condotto in una comunità rurale cambogiana con forti legami con la Thailandia, l'articolo descrive come le famiglie stiano già utilizzando il microcredito in combinazione con l'emigrazione e affronta domande critiche su chi benefici di questo legame - e quali vulnerabilità potrebbe creare per gli emigranti.
Microfinanza: sfruttare l'emigrazione internazionale per lo sviluppo?
L'ottimismo sulla microfinanza, come mezzo per sostenere gli emigranti (e la emigrazione come strategia di sviluppo), si basa sulle rimesse - gli utili che gli emigranti mandano nei loro paesi d'origine.
Negli ultimi dieci anni, i paesi in via di sviluppo, inclusa la Cambogia, hanno visto un notevole aumento delle rimesse ricevute dagli emigrati all'estero. Le stime della Banca Mondiale suggeriscono che il livello dei flussi di rimesse nei paesi in via di sviluppo (in aumento di 400 miliardi di dollari nel 2012) è grande quasi quanto gli investimenti diretti esteri e più del doppio rispetto ai flussi di aiuti verso questi paesi. Questa straordinaria crescita, unitamente al dominio delle idee neoliberiste, ha portato a un rinnovato interesse politico intorno all'idea di sfruttare l'emigrazione per lo sviluppo. Di conseguenza, i politici, i governi e le istituzioni internazionali hanno investito in una serie di strategie volte a utilizzare le rimesse per generare uno sviluppo sostenibile.
Gli IMF vengono percepiti come attrezzati unicamente per supportare i programmi di sviluppo basati sulle rimesse. Tendono infatti ad essere localizzati nelle stesse aree povere rurali dove l'emigrazione è comune, e stanno già fornendo servizi finanziari in questi contesti. Per questo motivo sono adatti a diventare fornitori di prodotti finanziari destinati alle famiglie degli emigranti.
Lo strumento principale attraverso cui gli IMF si stanno già impegnando nello sviluppo basato sulle rimesse sono i prodotti per il trasferimento di denaro. In gran parte del mondo in via di sviluppo gli emigrati inviano denaro attraverso reti informali, pagando commissioni elevate e con poca sicurezza nel garantire che il denaro arrivi a destinazione. Dove gli emigrati possono utilizzare istituti di microfinanza per trasferire il denaro a casa, l'ipotesi è che il trasferimento sia più economico, più facile e più affidabile, consentendo così a chi è emigrato di tenersi una maggior parte dei suoi risparmi.
Gli IMF sono sempre più interessati a lavorare con gli emigranti in modo maggiormente significativo, in particolare con i sistemi riferibili al credito. La maggior parte degli IMF è interessata a continuare ad espandere i suoi portafogli di prestiti, sfruttando nuovi mercati e offrendo una gamma più ampia di prodotti. Gli emigranti - e le potenziali rimesse che rappresentano - offrono un nuovo mercato lucrativo.
Di conseguenza, gli IMF stanno prendendo in considerazione non solo i servizi di trasferimento di denaro per chi emigra, ma anche prodotti di credito fatti specificatamente su misura per le famiglie degli emigranti. Programmi di questo tipo sono già stati testati in America Latina con il sostegno di istituzioni internazionali per lo sviluppo, e sono presi in considerazione altrove. In questi tipi di programmi di credito mirati agli emigranti, le rimesse vengono considerate come una fonte stabile di reddito e sono essenzialmente trattate come prova del merito di credito. Gli IMF possono quindi sia aiutare gli emigrati a inviare denaro a casa sia aspettarsi che queste rimesse siano utilizzate come mezzo per rimborsare i prestiti.
Questi tipi di programmi di microcredito mirati agli emigranti sono relativamente nuovi e ancora molto rari. Tuttavia, gli IMF sono già in linea di principio collegati alla emigrazione in modi meno evidenti, spesso trascurati e che sollevano domande decisive sul microcredito come strategia di utilizzo dell'emigrazione per ottenere lo sviluppo. In tutto il mondo in via di sviluppo, le prove suggeriscono che almeno alcuni istituti di microfinanza prestano regolarmente a famiglie che già hanno un familiare che lavora all'estero o intendono inviare qualcuno all'estero poco dopo aver ricevuto il prestito. In entrambi i casi, i prestiti che sembrano destinati ad essere rimborsati attraverso l'impresa locale vengono in realtà rimborsati grazie alle rimesse. Presi insieme, li si può considerare come migra-prestiti - prestiti ottenuti da istituti di microfinanza che vengono poi utilizzati insieme a strategie di emigrazione internazionale.
Migra-prestiti: emigrazione e microfinanza in Cambogia
Uno studio condotto in Cambogia dall'autore, dal 2008 al 2010, ha indagato in dettaglio i modelli e le pratiche dei migra-prestiti. La Cambogia è un caso di studio rivelatore per capire come il settore in espansione del microfinanziamento abbia incontrato (e forse modellato) schemi di emigrazione internazionale, perché si tratta di un paese in cui sia la emigrazione internazionale sia la microfinanza sono cresciute sensibilmente negli ultimi due decenni.
Sia i microfinanziamenti sia gli schemi contemporanei di emigrazione internazionale possono essere ricondotti all'inizio degli anni '90, quando la Cambogia cominciò finalmente a riprendersi dalla devastazione lasciata dal regime dei Khmer Rossi (1975-79), concluso con un numero stimato tra 1,5 e 2 milioni di cambogiani morti per esecuzioni, fame e malattie.
La successiva occupazione vietnamita è durata il decennio successivo, fino a quando nel 1991 è arrivata nel paese un'autorità di transizione sostenuta dalle Nazioni Unite, che ha promosso elezioni democratiche, organizzate due anni dopo. La maggior parte delle istituzioni sociali e finanziarie contemporanee, e molti dei modelli demografici che si vedono oggi in Cambogia, hanno mosso i primi passi in questo periodo di nuova stabilità. Prima di questo periodo, le istituzioni finanziarie ufficiali erano praticamente inesistenti: i Khmer Rossi durante il loro breve governo abolirono anche i soldi (così come la proprietà privata, i mercati, i sistemi sanitari ed educativi).
La microfinanza in Cambogia è iniziata nel 1992, inizialmente come piccolo progetto sostenuto a livello internazionale, finalizzato alla creazione di posti di lavoro per i soldati smobilizzati. I modelli contemporanei (più commerciali), oggi prevalenti, si sono evoluti nel tempo, ma fin dai primi anni 2000 la microfinanza ha avuto una crescita veramente esplosiva (vedi tabella 1). Oggi la Cambogia è tra i primi cinque paesi al mondo per numero totale di mutuatari verso istituti di microfinanza come percentuale della popolazione e le dimensioni medie dei prestiti degli IMF superano il livello del reddito nazionale lordo (RNL) pro capite, secondo le statistiche del MIX Market, la piattaforma Microfinance Information Exchange per la trasmissione delle informazioni sulla microfinanza.
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L'espansione del microcredito in Cambogia, 1997-2011. Colonne da sinistra a destra: anno di riferimento; numero di IMF nel paese; numero di uffici/filiali delle IMF; numero di persone che hanno ricevuto prestiti; prestito medio per mutuatario (in dollari); prestito medio per mutuatario come percentuale del RNL pro-capite.[/caption]
Accanto all'espansione del credito formale, anche la emigrazione internazionale è cresciuta in importanza e portata. Circa 250.000 cambogiani vivono e lavorano in Thailandia (la destinazione principale dell'emigrazione per i cambogiani), un numero aumentato significativamente nel corso degli ultimi dieci anni. La maggior parte sta emigrando da aree rurali emarginate, luoghi in cui la recente crescita dell'economia cambogiana non ha avuto ricadute tali da migliorare sostanzialmente i mezzi di sussistenza.
Gli emigranti partono a causa di povertà, disoccupazione, emergenza ambientale, desiderio di mobilità o semplicemente per la mancanza di scelte migliori. In molte comunità l'emigrazione è diventata normale, di modo che i giovani che raggiungono la maggiore età crescono con gli occhi rivolti verso la Thailandia - immaginando che il proprio futuro comporti necessariamente dover andare a lavorare all'estero.
Lo studio qualitativo dell'autore (in una comunità cambogiana rurale in cui l'emigrazione in Thailandia è comune) ha evidenziato come le famiglie utilizzano l'emigrazione e la microfinanza in combinazione. Alcune famiglie hanno utilizzato esplicitamente prestiti di microfinanza per finanziare i costi dell'emigrazione; per gli altri, l'emigrazione era una strategia di copertura del rischio per gestire gli shock che causano un indebitamento eccessivo. Più comunemente, i prestiti di microfinanza sono stati ottenuti dalle famiglie che ricevono rimesse o da quelle che se le aspettano. In questo caso le rimesse sono state considerate come un mezzo stabile per rimborsare i prestiti a basso costo recentemente disponibili, utilizzati per svariati scopi, tra cui la costruzione di abitazioni e l'acquisto di articoli di consumo di grandi dimensioni, come le moto. Questi migra-prestiti costituivano una specie di strategia di risparmio autoimposto, che garantiva alle famiglie di essere in grado di acquistare o di investire a casa, prima ancora di avere i soldi in mano per farlo.
L'uso di prestiti di microfinanza in coordinamento con l'emigrazione internazionale è stato sia normale sia percepito come strategico. Al contrario, i prestiti erano considerati rischiosi se utilizzati per la microimpresa locale. Poiché era difficile ottenere un profitto consistente attraverso i sistemi di sostentamento locale, per ottenere un prestito spesso l'emigrazione è stata vista come necessaria. Un ex emigrante ha descritto il legame in questo modo: "Il problema più grande è che qui non possiamo guadagnarci da vivere... se non guadagniamo abbastanza, la nostra unica scelta è di prendere in prestito denaro da banche private, e poi come facciamo a ripagarlo? Così emigriamo". Un non-emigrante, non-mutuatario ha risposto più semplicemente: "Possiamo farcela al villaggio, se non siamo indebitati. Se però abbiamo debiti, non c'è via di uscita".
I legami tra microcredito ed emigrazione sono stati visti dai soggetti intervistati sia come fonte di maggiori possibilità sia come problematici. Ad esempio, l'uso dei prestiti come anticipo sulle rimesse è stato visto come una strategia innovativa che ha cooptato creativamente gli obiettivi e le politiche stabilite dagli IMF (presumibilmente orientati a microimprese localmente sostenibili). Inoltre hanno sia incoraggiato il risparmio (nelle parole di un intervistato, questa strategia "ha fatto spendere poco per la birra") sia incrementato il consumo delle famiglie nei momenti per loro importanti.
Tuttavia, questi prestiti generavano spesso anche pressioni sui membri della famiglia, spingendoli a inviare più soldi dall'estero, spendere meno o emigrare, poiché l'imperativo di pagare il debito era significativamente più potente del desiderio di risparmiare. Di conseguenza, i giovani sono stati spinti molto presto ad abbandonare la scuola ed emigrare per rimborsare i debiti contratti con gli IMF.
Inoltre nei casi in cui l'emigrazione non va a buon fine per qualche motivo (ad esempio perché gli emigranti vengono espulsi, ingannati e privati del salario, o fermati dalla polizia), il debito delle famiglie verso gli IMF può rapidamente diventare problematico, ispirando una serie di strategie di copertura alternativa che riducono le risorse delle famiglie.
Emigrazione e microcredito oltre la Cambogia: libertà in espansione o esasperazione delle debolezze?
Recenti osservazioni suggeriscono che i legami tra emigrazione e microfinanza sono presenti anche in altri paesi. Nel 2012 l'antropologo David Stoll ha pubblicato un ampio esame etnografico su come il microcredito abbia aiutato l'emigrazione clandestina dal Guatemala negli Stati Uniti. Similmente ai risultati dell'autore in Cambogia, il lavoro di Stoll evidenzia che le famiglie in Guatemala utilizzano il microcredito in modi sia inaspettati sia non intenzionali da parte di chi lo promuove, e che i migra-prestiti generano nuove vulnerabilità e pressioni sulle famiglie che li ottengono. È importante notare che ciò non riguarda solo la necessità di rimborsare i debiti, ma anche le vulnerabilità inerenti alla posizione degli emigranti nei paesi di destinazione, soprattutto quando arrivano senza i regolari permessi.
Un certo numero di studi recenti ha accennato a simili modelli in altri paesi. Ad esempio, la geografa Amelia Duffy-Tumasz, attraverso il lavoro etnografico in Senegal, descrive come le famiglie utilizzino il microcredito come anticipo in contanti sulle rimesse dei parenti che vivono all'estero. La studiosa suggerisce che il microcredito in questo contesto non è visto come una fonte di credito a basso costo per l'espansione dell'impresa finanziata, ma piuttosto come un mezzo per sostenere la famiglia quando le rimesse sono irregolari.
Marcus Taylor, sociologo che studia la microfinanza nell'Andhra Pradesh, in India, nota anche la predominanza delle famiglie che utilizzano le rimesse per rimborsare i prestiti degli IMF e sostiene che il microcredito può anche diventare il motivo dell'emigrazione, dato che le famiglie devono fare fronte all'onere del debito e all'incapacità di rimborsare i prestiti attraverso le strategie di sostentamento locale.
Anche i volontari di Kiva, una piattaforma online entrata in servizio nel 2005 che funziona come intermediario per i prestiti da pari a pari, hanno documentato - anche in blog pubblici - i collegamenti tra emigrazione e microcredito. Meg Gray, che ha lavorato a Nagarote, in Nicaragua, come Socio Kiva, ha raccontato nel suo blog, nel novembre 2009, che occasionalmente gli IMF hanno persino clienti che inviano direttamente le rimesse agli agenti di prestito, con istruzioni per usare i soldi per ripagare i prestiti a carico dei familiari. Rosalind Piggot, lavorando in Tagikistan anche in questo caso come Socio Kiva, ha notato nel giugno 2010 che, durante il periodo peggiore della recente crisi finanziaria, solo i mutuatari degli IMF con membri della famiglia che inviavano rimesse dalla Russia potevano permettersi di ripagare le loro rate mensili.
Questi e altri studi suggeriscono che il microcredito, anche se ha il fine di porsi come strategia autonoma di sviluppo, può essere considerato dai potenziali mutuatari più utile se utilizzato in combinazione con l'emigrazione, non come un suo sostitutivo. In altre parole, il contesto conta. In aree caratterizzate da scarse infrastrutture, mancanza di accesso ai mercati e/o precarietà ambientale, è improbabile che il credito da solo (o le rimesse da sole) porterà a opportunità di investimento redditizie o ad uno sviluppo sostenibile basato su risorse locali.
Da una prospettiva di microfinanza, l'utilizzo dell'emigrazione in combinazione con il prestito non è problematico, finché i prestiti sono rimborsati. Infatti, molti agenti di prestito intervistati dall'autore in Cambogia consideravano l'emigrazione come il mezzo ideale per il rimborso del prestito, poiché era molto più facile guadagnare denaro in Thailandia che in zone povere rurali della Cambogia. Chiaramente ciò rende problematici gli obiettivi di sviluppo locale che gli IMF spesso rivendicano.
Tuttavia, i migra-prestiti pongono domande dalla prospettiva dell'emigrante: cosa succede quando l'emigrazione è l'unico (o il miglior) mezzo sicuro di rimborso dei prestiti di microcredito? I debiti portano spesso a turbolenze emigratorie? Dove gli emigranti rimborsano i prestiti tramite lavoro salariato all'estero, i posti di lavoro all'estero offrono protezione, sicurezza, un livello minimo di diritti e stabilità? Gli emigranti che detengono prestiti rischiano di essere espulsi, riducendo così la loro capacità di rimborsare il debito con successo?
Poiché molti IMF sono sovvenzionati da fondi per lo sviluppo, sembra particolarmente importante chiedersi come questi prestiti stiano promuovendo lo sviluppo sostenibile e come potrebbero generare o esacerbare vulnerabilità tra coloro che intendono aiutare.
Impatti della rivoluzione del credito sull'emigrazione e la mobilità
L'espansione dell'accesso al credito attraverso la microfinanza - che ormai è un settore che vale molti miliardi di dollari - ha portato a cambiamenti profondi in tutto il mondo in via di sviluppo. Eppure, mentre una pletora di ricerche ha cercato di documentare gli impatti del microcredito sulla riduzione della povertà, si sono esplorati poco gli impatti sociali della rivoluzione del credito - o in particolare il suo impatto sulla mobilità.
La ricerca dell'autore ha evidenziato che le famiglie di emigranti cambogiani in gran parte hanno visto il credito recentemente disponibile come un modo per integrare l'emigrazione - il modo più redditizio e sicuro per garantire il rimborso del debito. Sebbene in alcuni casi questo abbia funzionato abbastanza bene, molti cambogiani hanno sentito gli effetti della dipendenza migratoria: lunga separazione dai membri della famiglia; pressioni intense alla emigrazione per garantire il benessere delle loro famiglie; e problemi di rimborso del debito quando la strategia di emigrazione è fallita. La microfinanza è stata considerata utile, ma solo in una certa misura. È stata considerata anche potenzialmente pericolosa, perché crea un rischio finanziario tanto spesso quanto lo media. La cosa più importante è che raramente ha reso possibile ciò che molti emigranti hanno affermato di volere: la possibilità di guadagnarsi da vivere a casa propria.
L'espansione dell'accesso al credito può spostare, modellare, limitare e generare opportunità di emigrazione. Può aumentare le possibilità di investimento o mettere gli emigranti in situazioni rischiose. Di conseguenza è necessario indagare ulteriormente come l'espansione dell'accesso al credito interagisce con modelli di emigrazione preesistenti e quali tutele dovrebbero essere istituite per garantire che i programmi destinati ad utilizzare la microfinanza per sfruttare le rimesse lo facciano in modo che aiuti e protegga gli emigranti.
Fonti
Duffy-Tumasz, Amelia. 2009. Paying back comes first: why repayment means more than business in rural Senegal. Gender and Development 17(2):243-54.
Piggot, Rosalind. 2010. How Useful is Microfinance (Migration v. Microfinance). Hosted on Kiva Fellows Blog: Stories from the Field. June 28 2010. Disponibile online.
Gray, Meg. 2009. Microfinance, Migration, and a Constant Stream of Remittances. Hosted on Kiva Fellows Blog: Stories from the Field. November 24, 2009. Disponibile online.
O'Connell Davidson, Julia. 2013. Troubling freedom: migration, debt and modern slavery. Migration Studies 1(1): doi:10.1093/migration/mns002
Shaw, Judith. 2005. Ed. Remittances, Microfinance and Development: building the links. Brisbane: The Foundation for Development Cooperation.
Stoll, David. 2012. El Norte or Bust. How Migration Fever and Microcredit Produced a Financial Crash in a Latin American Town. Rowman & Littlefield.
Taylor, Marcus. 2011. Freedom from Poverty is Not for Free: Rural Development and the Microfinance Crisis in Andhra Pradesh, India. Journal of Agrarian Change 11(4):484-504.
USAID. 2008. Remittances and Microfinance in Latin America and the Caribbean: Steps forward on a long road ahead. Microreport #118: USAID.
di Maryann Bylander, 13 giugno 2013
Negli ultimi tre decenni, il mondo in via di sviluppo ha visto una rivoluzione nell'accesso al credito. Ciò è avvenuto in gran parte attraverso l'espansione del microcredito - prestiti relativamente piccoli, accessibili principalmente alle famiglie povere per realizzare investimenti e microimprese. Il microcredito è cresciuto sensibilmente e costantemente in tutto il mondo in via di sviluppo: oggi circa 100 milioni di persone in più di 90 paesi prendono prestiti dagli istituti di microfinanza (IMF). La maggioranza di questi prestiti è rivolta alle donne nelle zone rurali, e ai poveri.
L'emigrazione tipicamente trova poco spazio nei ragionamenti sulla microfinanza, poiché ciò che questa dovrebbe fare è proprio consentire alle persone di rimanere a casa. La maggior parte degli IMF afferma che i prestiti di microcredito sono sia impiegati sia restituiti dalle microimprese locali - e molte istituzioni hanno strategie esplicite in questo senso per la concessione dei prestiti. Tutte queste strategie e aspettative riguardano il modo in cui la microfinanza si propone di ridurre la povertà: permettendo alle famiglie povere di investire in attività che generano reddito a casa loro.
Tuttavia, sempre più spesso ci sono fili del discorso che legano l'emigrazione alla microfinanza. Gli IMF (talvolta con il sostegno delle istituzioni per lo sviluppo) si rivolgono alle famiglie degli emigrati con una varietà di servizi di microfinanza, inclusi i prestiti. Queste organizzazioni, nonché alcuni accademici e decisori politici, considerano gli istituti di microfinanza attori ideali attraverso i quali emancipare le famiglie degli emigrati.
Inoltre, c'è la crescente consapevolezza che l'emigrazione e la microfinanza stiano già interagendo in modi inaspettati e talvolta problematici. Alcune famiglie utilizzano il microcredito come anticipo sulle rimesse attese da parte dei familiari all'estero; altre utilizzano prestiti per finanziare i costi dell'emigrazione. Ci sono anche prove che l'emigrazione viene utilizzata come meccanismo di copertura per gestire il debito quando le microimprese falliscono, spingendo all'estero chi ha preso il prestito, alla ricerca di migliori opportunità economiche. Queste connessioni evidenziano che il collegamento tra emigrazione e microfinanza può espandere le opportunità degli emigranti e delle loro famiglie, ma anche generare o aggravarne le vulnerabilità.
Questo articolo esplora le connessioni tra microcredito ed emigrazione, analizzando nei suoi diversi risvolti il suggerimento che il microcredito possa supportare l'emigrazione all'interno di una strategia di sviluppo e sviscerando le domande che dovrebbero essere poste riguardo a questa possibilità. Aggiornato con uno studio qualitativo condotto in una comunità rurale cambogiana con forti legami con la Thailandia, l'articolo descrive come le famiglie stiano già utilizzando il microcredito in combinazione con l'emigrazione e affronta domande critiche su chi benefici di questo legame - e quali vulnerabilità potrebbe creare per gli emigranti.
Microfinanza: sfruttare l'emigrazione internazionale per lo sviluppo?
L'ottimismo sulla microfinanza, come mezzo per sostenere gli emigranti (e la emigrazione come strategia di sviluppo), si basa sulle rimesse - gli utili che gli emigranti mandano nei loro paesi d'origine.
Negli ultimi dieci anni, i paesi in via di sviluppo, inclusa la Cambogia, hanno visto un notevole aumento delle rimesse ricevute dagli emigrati all'estero. Le stime della Banca Mondiale suggeriscono che il livello dei flussi di rimesse nei paesi in via di sviluppo (in aumento di 400 miliardi di dollari nel 2012) è grande quasi quanto gli investimenti diretti esteri e più del doppio rispetto ai flussi di aiuti verso questi paesi. Questa straordinaria crescita, unitamente al dominio delle idee neoliberiste, ha portato a un rinnovato interesse politico intorno all'idea di sfruttare l'emigrazione per lo sviluppo. Di conseguenza, i politici, i governi e le istituzioni internazionali hanno investito in una serie di strategie volte a utilizzare le rimesse per generare uno sviluppo sostenibile.
Gli IMF vengono percepiti come attrezzati unicamente per supportare i programmi di sviluppo basati sulle rimesse. Tendono infatti ad essere localizzati nelle stesse aree povere rurali dove l'emigrazione è comune, e stanno già fornendo servizi finanziari in questi contesti. Per questo motivo sono adatti a diventare fornitori di prodotti finanziari destinati alle famiglie degli emigranti.
Lo strumento principale attraverso cui gli IMF si stanno già impegnando nello sviluppo basato sulle rimesse sono i prodotti per il trasferimento di denaro. In gran parte del mondo in via di sviluppo gli emigrati inviano denaro attraverso reti informali, pagando commissioni elevate e con poca sicurezza nel garantire che il denaro arrivi a destinazione. Dove gli emigrati possono utilizzare istituti di microfinanza per trasferire il denaro a casa, l'ipotesi è che il trasferimento sia più economico, più facile e più affidabile, consentendo così a chi è emigrato di tenersi una maggior parte dei suoi risparmi.
Gli IMF sono sempre più interessati a lavorare con gli emigranti in modo maggiormente significativo, in particolare con i sistemi riferibili al credito. La maggior parte degli IMF è interessata a continuare ad espandere i suoi portafogli di prestiti, sfruttando nuovi mercati e offrendo una gamma più ampia di prodotti. Gli emigranti - e le potenziali rimesse che rappresentano - offrono un nuovo mercato lucrativo.
Di conseguenza, gli IMF stanno prendendo in considerazione non solo i servizi di trasferimento di denaro per chi emigra, ma anche prodotti di credito fatti specificatamente su misura per le famiglie degli emigranti. Programmi di questo tipo sono già stati testati in America Latina con il sostegno di istituzioni internazionali per lo sviluppo, e sono presi in considerazione altrove. In questi tipi di programmi di credito mirati agli emigranti, le rimesse vengono considerate come una fonte stabile di reddito e sono essenzialmente trattate come prova del merito di credito. Gli IMF possono quindi sia aiutare gli emigrati a inviare denaro a casa sia aspettarsi che queste rimesse siano utilizzate come mezzo per rimborsare i prestiti.
Questi tipi di programmi di microcredito mirati agli emigranti sono relativamente nuovi e ancora molto rari. Tuttavia, gli IMF sono già in linea di principio collegati alla emigrazione in modi meno evidenti, spesso trascurati e che sollevano domande decisive sul microcredito come strategia di utilizzo dell'emigrazione per ottenere lo sviluppo. In tutto il mondo in via di sviluppo, le prove suggeriscono che almeno alcuni istituti di microfinanza prestano regolarmente a famiglie che già hanno un familiare che lavora all'estero o intendono inviare qualcuno all'estero poco dopo aver ricevuto il prestito. In entrambi i casi, i prestiti che sembrano destinati ad essere rimborsati attraverso l'impresa locale vengono in realtà rimborsati grazie alle rimesse. Presi insieme, li si può considerare come migra-prestiti - prestiti ottenuti da istituti di microfinanza che vengono poi utilizzati insieme a strategie di emigrazione internazionale.
Migra-prestiti: emigrazione e microfinanza in Cambogia
Uno studio condotto in Cambogia dall'autore, dal 2008 al 2010, ha indagato in dettaglio i modelli e le pratiche dei migra-prestiti. La Cambogia è un caso di studio rivelatore per capire come il settore in espansione del microfinanziamento abbia incontrato (e forse modellato) schemi di emigrazione internazionale, perché si tratta di un paese in cui sia la emigrazione internazionale sia la microfinanza sono cresciute sensibilmente negli ultimi due decenni.
Sia i microfinanziamenti sia gli schemi contemporanei di emigrazione internazionale possono essere ricondotti all'inizio degli anni '90, quando la Cambogia cominciò finalmente a riprendersi dalla devastazione lasciata dal regime dei Khmer Rossi (1975-79), concluso con un numero stimato tra 1,5 e 2 milioni di cambogiani morti per esecuzioni, fame e malattie.
La successiva occupazione vietnamita è durata il decennio successivo, fino a quando nel 1991 è arrivata nel paese un'autorità di transizione sostenuta dalle Nazioni Unite, che ha promosso elezioni democratiche, organizzate due anni dopo. La maggior parte delle istituzioni sociali e finanziarie contemporanee, e molti dei modelli demografici che si vedono oggi in Cambogia, hanno mosso i primi passi in questo periodo di nuova stabilità. Prima di questo periodo, le istituzioni finanziarie ufficiali erano praticamente inesistenti: i Khmer Rossi durante il loro breve governo abolirono anche i soldi (così come la proprietà privata, i mercati, i sistemi sanitari ed educativi).
La microfinanza in Cambogia è iniziata nel 1992, inizialmente come piccolo progetto sostenuto a livello internazionale, finalizzato alla creazione di posti di lavoro per i soldati smobilizzati. I modelli contemporanei (più commerciali), oggi prevalenti, si sono evoluti nel tempo, ma fin dai primi anni 2000 la microfinanza ha avuto una crescita veramente esplosiva (vedi tabella 1). Oggi la Cambogia è tra i primi cinque paesi al mondo per numero totale di mutuatari verso istituti di microfinanza come percentuale della popolazione e le dimensioni medie dei prestiti degli IMF superano il livello del reddito nazionale lordo (RNL) pro capite, secondo le statistiche del MIX Market, la piattaforma Microfinance Information Exchange per la trasmissione delle informazioni sulla microfinanza.
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Accanto all'espansione del credito formale, anche la emigrazione internazionale è cresciuta in importanza e portata. Circa 250.000 cambogiani vivono e lavorano in Thailandia (la destinazione principale dell'emigrazione per i cambogiani), un numero aumentato significativamente nel corso degli ultimi dieci anni. La maggior parte sta emigrando da aree rurali emarginate, luoghi in cui la recente crescita dell'economia cambogiana non ha avuto ricadute tali da migliorare sostanzialmente i mezzi di sussistenza.
Gli emigranti partono a causa di povertà, disoccupazione, emergenza ambientale, desiderio di mobilità o semplicemente per la mancanza di scelte migliori. In molte comunità l'emigrazione è diventata normale, di modo che i giovani che raggiungono la maggiore età crescono con gli occhi rivolti verso la Thailandia - immaginando che il proprio futuro comporti necessariamente dover andare a lavorare all'estero.
Lo studio qualitativo dell'autore (in una comunità cambogiana rurale in cui l'emigrazione in Thailandia è comune) ha evidenziato come le famiglie utilizzano l'emigrazione e la microfinanza in combinazione. Alcune famiglie hanno utilizzato esplicitamente prestiti di microfinanza per finanziare i costi dell'emigrazione; per gli altri, l'emigrazione era una strategia di copertura del rischio per gestire gli shock che causano un indebitamento eccessivo. Più comunemente, i prestiti di microfinanza sono stati ottenuti dalle famiglie che ricevono rimesse o da quelle che se le aspettano. In questo caso le rimesse sono state considerate come un mezzo stabile per rimborsare i prestiti a basso costo recentemente disponibili, utilizzati per svariati scopi, tra cui la costruzione di abitazioni e l'acquisto di articoli di consumo di grandi dimensioni, come le moto. Questi migra-prestiti costituivano una specie di strategia di risparmio autoimposto, che garantiva alle famiglie di essere in grado di acquistare o di investire a casa, prima ancora di avere i soldi in mano per farlo.
L'uso di prestiti di microfinanza in coordinamento con l'emigrazione internazionale è stato sia normale sia percepito come strategico. Al contrario, i prestiti erano considerati rischiosi se utilizzati per la microimpresa locale. Poiché era difficile ottenere un profitto consistente attraverso i sistemi di sostentamento locale, per ottenere un prestito spesso l'emigrazione è stata vista come necessaria. Un ex emigrante ha descritto il legame in questo modo: "Il problema più grande è che qui non possiamo guadagnarci da vivere... se non guadagniamo abbastanza, la nostra unica scelta è di prendere in prestito denaro da banche private, e poi come facciamo a ripagarlo? Così emigriamo". Un non-emigrante, non-mutuatario ha risposto più semplicemente: "Possiamo farcela al villaggio, se non siamo indebitati. Se però abbiamo debiti, non c'è via di uscita".
I legami tra microcredito ed emigrazione sono stati visti dai soggetti intervistati sia come fonte di maggiori possibilità sia come problematici. Ad esempio, l'uso dei prestiti come anticipo sulle rimesse è stato visto come una strategia innovativa che ha cooptato creativamente gli obiettivi e le politiche stabilite dagli IMF (presumibilmente orientati a microimprese localmente sostenibili). Inoltre hanno sia incoraggiato il risparmio (nelle parole di un intervistato, questa strategia "ha fatto spendere poco per la birra") sia incrementato il consumo delle famiglie nei momenti per loro importanti.
Tuttavia, questi prestiti generavano spesso anche pressioni sui membri della famiglia, spingendoli a inviare più soldi dall'estero, spendere meno o emigrare, poiché l'imperativo di pagare il debito era significativamente più potente del desiderio di risparmiare. Di conseguenza, i giovani sono stati spinti molto presto ad abbandonare la scuola ed emigrare per rimborsare i debiti contratti con gli IMF.
Inoltre nei casi in cui l'emigrazione non va a buon fine per qualche motivo (ad esempio perché gli emigranti vengono espulsi, ingannati e privati del salario, o fermati dalla polizia), il debito delle famiglie verso gli IMF può rapidamente diventare problematico, ispirando una serie di strategie di copertura alternativa che riducono le risorse delle famiglie.
Emigrazione e microcredito oltre la Cambogia: libertà in espansione o esasperazione delle debolezze?
Recenti osservazioni suggeriscono che i legami tra emigrazione e microfinanza sono presenti anche in altri paesi. Nel 2012 l'antropologo David Stoll ha pubblicato un ampio esame etnografico su come il microcredito abbia aiutato l'emigrazione clandestina dal Guatemala negli Stati Uniti. Similmente ai risultati dell'autore in Cambogia, il lavoro di Stoll evidenzia che le famiglie in Guatemala utilizzano il microcredito in modi sia inaspettati sia non intenzionali da parte di chi lo promuove, e che i migra-prestiti generano nuove vulnerabilità e pressioni sulle famiglie che li ottengono. È importante notare che ciò non riguarda solo la necessità di rimborsare i debiti, ma anche le vulnerabilità inerenti alla posizione degli emigranti nei paesi di destinazione, soprattutto quando arrivano senza i regolari permessi.
Un certo numero di studi recenti ha accennato a simili modelli in altri paesi. Ad esempio, la geografa Amelia Duffy-Tumasz, attraverso il lavoro etnografico in Senegal, descrive come le famiglie utilizzino il microcredito come anticipo in contanti sulle rimesse dei parenti che vivono all'estero. La studiosa suggerisce che il microcredito in questo contesto non è visto come una fonte di credito a basso costo per l'espansione dell'impresa finanziata, ma piuttosto come un mezzo per sostenere la famiglia quando le rimesse sono irregolari.
Marcus Taylor, sociologo che studia la microfinanza nell'Andhra Pradesh, in India, nota anche la predominanza delle famiglie che utilizzano le rimesse per rimborsare i prestiti degli IMF e sostiene che il microcredito può anche diventare il motivo dell'emigrazione, dato che le famiglie devono fare fronte all'onere del debito e all'incapacità di rimborsare i prestiti attraverso le strategie di sostentamento locale.
Anche i volontari di Kiva, una piattaforma online entrata in servizio nel 2005 che funziona come intermediario per i prestiti da pari a pari, hanno documentato - anche in blog pubblici - i collegamenti tra emigrazione e microcredito. Meg Gray, che ha lavorato a Nagarote, in Nicaragua, come Socio Kiva, ha raccontato nel suo blog, nel novembre 2009, che occasionalmente gli IMF hanno persino clienti che inviano direttamente le rimesse agli agenti di prestito, con istruzioni per usare i soldi per ripagare i prestiti a carico dei familiari. Rosalind Piggot, lavorando in Tagikistan anche in questo caso come Socio Kiva, ha notato nel giugno 2010 che, durante il periodo peggiore della recente crisi finanziaria, solo i mutuatari degli IMF con membri della famiglia che inviavano rimesse dalla Russia potevano permettersi di ripagare le loro rate mensili.
Questi e altri studi suggeriscono che il microcredito, anche se ha il fine di porsi come strategia autonoma di sviluppo, può essere considerato dai potenziali mutuatari più utile se utilizzato in combinazione con l'emigrazione, non come un suo sostitutivo. In altre parole, il contesto conta. In aree caratterizzate da scarse infrastrutture, mancanza di accesso ai mercati e/o precarietà ambientale, è improbabile che il credito da solo (o le rimesse da sole) porterà a opportunità di investimento redditizie o ad uno sviluppo sostenibile basato su risorse locali.
Da una prospettiva di microfinanza, l'utilizzo dell'emigrazione in combinazione con il prestito non è problematico, finché i prestiti sono rimborsati. Infatti, molti agenti di prestito intervistati dall'autore in Cambogia consideravano l'emigrazione come il mezzo ideale per il rimborso del prestito, poiché era molto più facile guadagnare denaro in Thailandia che in zone povere rurali della Cambogia. Chiaramente ciò rende problematici gli obiettivi di sviluppo locale che gli IMF spesso rivendicano.
Tuttavia, i migra-prestiti pongono domande dalla prospettiva dell'emigrante: cosa succede quando l'emigrazione è l'unico (o il miglior) mezzo sicuro di rimborso dei prestiti di microcredito? I debiti portano spesso a turbolenze emigratorie? Dove gli emigranti rimborsano i prestiti tramite lavoro salariato all'estero, i posti di lavoro all'estero offrono protezione, sicurezza, un livello minimo di diritti e stabilità? Gli emigranti che detengono prestiti rischiano di essere espulsi, riducendo così la loro capacità di rimborsare il debito con successo?
Poiché molti IMF sono sovvenzionati da fondi per lo sviluppo, sembra particolarmente importante chiedersi come questi prestiti stiano promuovendo lo sviluppo sostenibile e come potrebbero generare o esacerbare vulnerabilità tra coloro che intendono aiutare.
Impatti della rivoluzione del credito sull'emigrazione e la mobilità
L'espansione dell'accesso al credito attraverso la microfinanza - che ormai è un settore che vale molti miliardi di dollari - ha portato a cambiamenti profondi in tutto il mondo in via di sviluppo. Eppure, mentre una pletora di ricerche ha cercato di documentare gli impatti del microcredito sulla riduzione della povertà, si sono esplorati poco gli impatti sociali della rivoluzione del credito - o in particolare il suo impatto sulla mobilità.
La ricerca dell'autore ha evidenziato che le famiglie di emigranti cambogiani in gran parte hanno visto il credito recentemente disponibile come un modo per integrare l'emigrazione - il modo più redditizio e sicuro per garantire il rimborso del debito. Sebbene in alcuni casi questo abbia funzionato abbastanza bene, molti cambogiani hanno sentito gli effetti della dipendenza migratoria: lunga separazione dai membri della famiglia; pressioni intense alla emigrazione per garantire il benessere delle loro famiglie; e problemi di rimborso del debito quando la strategia di emigrazione è fallita. La microfinanza è stata considerata utile, ma solo in una certa misura. È stata considerata anche potenzialmente pericolosa, perché crea un rischio finanziario tanto spesso quanto lo media. La cosa più importante è che raramente ha reso possibile ciò che molti emigranti hanno affermato di volere: la possibilità di guadagnarsi da vivere a casa propria.
L'espansione dell'accesso al credito può spostare, modellare, limitare e generare opportunità di emigrazione. Può aumentare le possibilità di investimento o mettere gli emigranti in situazioni rischiose. Di conseguenza è necessario indagare ulteriormente come l'espansione dell'accesso al credito interagisce con modelli di emigrazione preesistenti e quali tutele dovrebbero essere istituite per garantire che i programmi destinati ad utilizzare la microfinanza per sfruttare le rimesse lo facciano in modo che aiuti e protegga gli emigranti.
Fonti
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