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30/08/19

Foreign Policy – La Germania è un masochista economico

Le cose si mettono nuovamente male per la Germania e Foreign Policy riepiloga tutto quello che non va nell’approccio economico tedesco: la compressione della domanda interna, la troppa dipendenza dalle esportazioni (per un paese di tali dimensioni), le riforme Hartz, l’enorme accumulo di risparmio, gli scarsi investimenti interni e il pareggio di bilancio. La Germania confonde il successo economico (e la produttività) con la competitività di prezzo, e sbandiera orgogliosamente questa sua confusione. A nostro parere mancano due punti nell’analisi. Il primo, madornale ma comprensibilmente assente, è la menzione del ruolo della moneta unica (che come sappiamo paralizza proprio gli aggiustamenti della competitività di prezzo tra paesi). Il secondo è che forse alla classe dominante tedesca il successo economico potrebbe interessare relativamente poco rispetto all’imposizione delle condizioni che permettano il loro dominio politico sull’intera Europa.

 

 

di Simon Tilford, 21 agosto 2019

 

Durante la maggior parte degli ultimi 10 anni la Germania è stata lodata per la sua capacità di adattamento alla globalizzazione, la sua oculata gestione delle finanze pubbliche e la sua stabilità politica. Alcuni si sono perfino lanciati a parlare di un nuovo Wirtschaftswunder (miracolo economico). Oggi stanno crescendo i timori che un aggravarsi delle tensioni nel commercio globale e un rallentamento della Cina mettano in seri guai l’economia del tedesca, così dipendente dalle esportazioni, minacciando di riportare il paese alla condizione di “malato d’Europa” che aveva all’inizio degli anni 2000.

 

La realtà è meno esagerata di così. L’economia tedesca negli ultimi 10 anni non è andata così bene come si dice di solito, e d’altra parte il governo tedesco potrebbe facilmente intraprendere delle mosse per rafforzare la propria economia, se lo volesse. Tuttavia ci sono ben pochi segnali che indichino una sua volontà di fare quanto necessario; questo a causa di una radicata convinzione in Germania (in tutto lo spettro politico) che la spesa in deficit sarebbe economicamente controproducente e politicamente impopolare.

 

Nel corso degli ultimi 10 anni l’economia tedesca è andata abbastanza bene in confronto a economie europee simili, come quella francese e quella britannica, tuttavia non ha fatto meglio rispetto agli Stati Uniti. In più, nel corso degli ultimi 20 anni la Germania è cresciuta complessivamente in linea con le altre grandi economie europee (a eccezione dell’Italia, che è stata un disastro), e per molti aspetti è andata peggio rispetto agli Stati Uniti. Di sicuro non c’è stato alcun Wirtschaftswunder.

 

In aggiunta a tutto questo, l’economia tedesca nel corso dello stesso periodo è diventata fortemente dipendente dalle esportazioni. La Germania già da tempo tendeva ad accumulare surplus commerciali, ma mai della dimensione attuale. Il paese accumula surplus commerciali in media di quasi l’8 percento del PIL dal 2005, e del 6.5 percento dal 2004. Con una somma vicina ai 300 miliardi di dollari nel solo 2018, il surplus commerciale tedesco è indubbiamente il più grande al mondo. La forte attenzione dell’economia tedesca verso il commercio estero spiega perché la Germania abbia avuto un rimbalzo più rapido delle altre economie europee dopo la crisi finanziaria, ma spiega anche perché le prospettive della Germania si siano deteriorate in modo molto netto negli ultimi 12 mesi, periodo in cui il contesto internazionale è rapidamente peggiorato.

 

C’è la tendenza, in Germania e altrove, a parlare degli squilibri commerciali in termini di competitività, per cui i paesi coi surplus sarebbero “competitivi” e quelli coi deficit sarebbero “non competitivi”. In risposta alle critiche del presidente statunitense Donald Trump nel 2017 sulla dimensione del surplus tedesco, l’allora ministro dell’economia del paese, Sigmar Gabriel (socialdemocratico), scherzò dicendo che gli Stati Uniti dovevano preoccuparsi solo di costruire automobili migliori. Gli economisti tedeschi e i rappresentanti dei ministeri dell’economia e delle finanze, dal canto loro, tendono ad alzare le mani e dire che il surplus commerciale tedesco non è altro che l’esito delle decisioni del settore privato, e che il governo tedesco non ci può fare nulla. Entrambi i punti sono, nel migliore dei casi, fuorvianti.

 

La bilancia commerciale di un paese è la differenza tra ciò che il paese produce e quello che consuma. La Germania produce molto più di quello che consuma, perché è un paese che risparmia molto più di quanto investa. Questo non è dovuto in modo determinante all’invecchiamento della popolazione (il tasso di risparmio delle famiglie è sempre stato alto e non è cresciuto in modo determinante nel corso degli ultimi 15 anni), ma è dovuto al gonfiarsi dei risparmi del settore imprenditoriale e del settore pubblico, dato che la Germania accumula surplus fiscali dal 2013. Gli Stati Uniti, al contrario, consumano più di quanto producano. Vale a dire che i risparmi interni sono insufficienti a finanziare gli investimenti. Questo ci dice poco sul successo delle due rispettive economie, quantomeno se per successo intendiamo i livelli di produttività e, di conseguenza, gli standard di vita. Ci dice molto, invece, sulla competitività dei prezzi dei due paesi sui mercati globali.

 

È decisamente inusuale, per un’economia grande come la Germania, essere così sensibile ai cambiamenti della domanda estera. Di solito un’economia di quelle dimensioni è guidata principalmente dalla domanda interna. Ma non c’è nulla di inevitabile nella dipendenza della Germania dalle esportazioni. Essa riflette le scelte politiche fatte dal paese negli ultimi 15 anni. Lungi dall’essere alla mercé di forze globali oltre il proprio controllo, il governo tedesco potrebbe intraprendere delle misure per ribilanciare l’economia del proprio paese.

 

La ragione principale per la quale i risparmi tedeschi sono cresciuti e gli investimenti si sono indeboliti è un grande trasferimento del reddito nazionale dalle famiglie alle imprese. Questo riflette una crescita molto modesta dei salari per quelli che hanno un basso reddito, e una politica fiscale che ha favorito il settore commerciale a discapito delle famiglie. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i consumi delle famiglie tedesche sono crollati da circa il 63 percento del PIL nel 2005 al 51 percento del PIL nel 2018. Se il trasferimento dei redditi verso il settore imprenditoriale ha aumentato i profitti e la competitività di prezzo delle esportazioni tedesche, non ha fatto nulla per potenziare gli investimenti e, quindi, la crescita della produttività dell’economia tedesca nel suo insieme. La ragione è che la debolezza dei consumi ha minato gli incentivi delle aziende a investire all’interno del paese, preferendo invece sedersi su una montagna di liquidità.

 

La domanda estera di beni tedeschi si sta contraendo, portando l’economia del paese alla paralisi. Ma non c’è motivo di pensare che la Germania stia tornando a essere il malato d’Europa. La maggiore sfida alla quale il paese si trova di fronte è quella delle proprie politiche, non quella del peggioramento del contesto internazionale. La Germania potrebbe facilmente intraprendere delle misure per potenziare i consumi interni e compensare l’indebolimento della domanda estera. Il governo tedesco potrebbe ridurre le tasse sui redditi medio-bassi, aumentare i salari nel settore pubblico, lanciare un grande programma di investimenti pubblici e rovesciare gli elementi fondamentali della riforma Hartz del mercato del lavoro implementata tra il 2003 e il 2005, che ha minato il potere contrattuale dei lavoratori e contribuito a creare un’ampia economia di bassi salari.

 

Molti economisti tedeschi, e non solo quelli di sinistra, stanno chiedendo al governo di riformare l’impegno del paese, costituzionalmente sancito, sul pareggio di bilancio del governo federale nel ciclo economico. Affermano giustamente che questo impegno sta impedendo al paese di rinnovare le sue infrastrutture progressivamente fatiscenti. In una situazione in cui il costo del debito è addirittura negativo (vale a dire che gli investitori sono disposti a pagare pur di prestare soldi al governo tedesco), l’indebitamento si pagherebbe da solo. Molti economisti conservatori e molti uomini d’azienda, però continuano a sostenere che ciò di cui il paese ha bisogno sono tagli alle tasse per le aziende e ulteriore flessibilità nel mercato del lavoro.

 

Esiste un compromesso: un allentamento delle regole fiscali del paese e un aumento degli investimenti pubblici, ma anche l’abolizione della cosiddetta tassa di solidarietà, una sovrattassa del 5,5 percento sul reddito e sulle impsote societarie introdotta dopo la riunificazione per finanziare la ricostruzione della Germania orientale. Una maggiore spesa pubblica, specialmente in investimento, darà certamente stimolo all’economia, specialmente ora che il governo può prendere soldi in prestito gratuitamente. Maggiori investimenti pubblici stimolerebbero la produttività, per esempio alleviando i colli di bottiglia nei trasporti all’interno del paese e migliorando la scarsa infrastruttura di telecomunicazioni, senza con questo sostituirsi a maggiori investimenti privati. Al contrario delle affermazioni degli economisti conservatori, abolire la tassa di solidarietà farà ben poco per stimolare gli investimenti, perché servirà in modo sproporzionato a beneficiare chi sta già bene e le aziende e i gruppi che hanno un’alta propensione al risparmio. Con una tassazione sui profitti già ampiamente ridotta, le aziende siedono già su una montagna di liquidità che non ha precedenti. Ciò che un ulteriore taglio delle tasse sui profitti farebbe è di aumentare ancora di più i risparmi e, con essi, la dipendenza del paese dalle esportazioni.

 

01/02/18

Trump attaccherà l’UE e punirà Angela Merkel per aver falsificato i dati del commercio

Mentre qualcuno in Italia si autoflagella per il nostro mancato rispetto delle insensate quote-latte, gli USA pensano a introdurre una più sensata quota-automobili contro la politica commerciale aggressiva della Germania. Si profila sempre di più uno scontro tra chi cerca di approfittarsi della domanda estera (Berlino) e chi tale domanda è costretto a sostenerla (Washington). Il rischio per l’Italia è quello di schierarsi dalla parte dei tedeschi, difendendo il loro atteggiamento che in primis penalizza le nostre imprese a discapito di quelle tedesche.

 

 

Di Joseph Carey, 31 gennaio 2018

 

 

Il surplus commerciale di Berlino nel 2017 potrebbe essere addirittura di 80 miliardi di euro, cosa che ha spinto il professor Heiner Flassbeck, ex segretario di stato tedesco alle finanze, a dichiarare che Angela Merkel sta “falsificando i dati” (vedi qui l'articolo di Flassbeck da noi tradotto).

 

Il professor Flassbeck ha accusato la Germania di “falsificare i conti, in modo che non si veda che il surplus sta aumentando”, e la nazione della Merkel viene accusata di sminuire la vera portata dell’attuale surplus commerciale nel tentativo di evitare le crescenti critiche provenienti da tutto il mondo.

 

L’anno scorso il Presidente USA dichiarò che la Germania era “Molto scorretta riguardo al commercio”, puntando il dito contro i “milioni di automobili” che la Germania vende agli USA.

 

All’epoca il Presidente aveva dichiarato che “è terribile, fermeremo tutto questo”.

 

E il professor Flassbeck aggiunge che “Quello che stanno facendo è una forma di pressione politica 'soft', ma in pochi lo capiscono”.

 

Gary Hufbauer, esperto di commercio dell’istituto Peterson a Washington, sostiene che l’attacco dei Repubblicani potrebbe sfruttare i poteri della “sezione 232” (una forma USA di auto-tutela contro le importazioni che potrebbero minacciare la sicurezza nazionale NdVdE) per lanciare una serie di sanzioni “contro l’acciaio europeo” e imporre “una qualche forma di quota-automobili”.

 

Secondo lui “sicuramente il Presidente si scaglierà contro l’acciaio europeo, e la cosa più probabile è che poi imporrà una sorta di quota sulle automobili. Le due parole chiave che continua a usare sono 'reciprocità' e 'equità'. Quello che sembra voler dire è che il commercio non è reciproco se un partner mantiene un grande surplus, e non è equo se adotta barriere che gli USA non hanno. La Germania non è affatto equa riguardo alle auto, perché la UE adotta una tariffa doganale del 10%, mentre gli USA hanno una tariffa del 2,5%”.

 

Il notevole “surplus commerciale bilaterale” preoccupa molto gli USA, che potrebbero finire col punire l’intera UE per i flussi commerciali sbilanciati di Berlino.

 

L’ultimo rapporto del Tesoro USA dichiarava che “il surplus commerciale bilaterale della Germania con gli USA è molto ingente e fonte di preoccupazione. La Germania, in quanto quarta potenza economica globale, ha la responsabilità di contribuire a una crescita della domanda più bilanciata e a flussi commerciali più bilanciati”.

 

Dai rapporti risulta che tra l’80 e il 90% del commercio di Berlino sfrutta la domanda estera.

 

Nel frattempo, Peter Navarro, consulente commerciale alla Casa Bianca, ha detto che la Merkel mantiene il Marco Tedesco “fortemente svalutato” sfruttando l’unione economica e monetaria europea.

 

Dopo aver detto che gli USA hanno una relazione “per niente equa” con la UE, Donald Trump potrebbe lanciare un feroce attacco commerciale contro l’area valutaria europea nel tentativo di costringere la Germania a cambiare la sua condotta.

 

Durante un’intervista con il presentatore Piers Morgan, Trump ha detto che “ho avuto un sacco di problemi con l’Unione Europea, e potrebbe diventare qualcosa di veramente molto grosso dal punto di vista commerciale. E’ una situazione molto iniqua. Non riusciamo a esportare i nostri prodotti. E’ molto, molto dura, mentre loro esportano qui i loro prodotti – senza pagare tasse, o con tasse molto basse”.

 

Se Trump dovesse punire la UE per questioni commerciali, questo potrebbe portare a una battaglia tra l’Unione e gli USA.

 

L’UE ha dichiarato: “L’unione Europea è pronta ad agire prontamente e appropriatamente nel caso in cui le nostre esportazioni dovessero essere colpite da qualche misura commerciale restrittiva da parte degli Stati Uniti”.

 

Tuttavia, Hufbauer pensa che la testa calda Repubblicana potrebbe “vendicarsi” nuovamente e creare tensioni crescenti tra gli USA e l’UE.

 

Ha aggiunto: “Questo è un Presidente che potrebbe vendicarsi delle ritorsioni”.

 

Se Trump dovesse imporre una sanzione contro le automobili e l’acciaio tedesco, l’intera UE verrebbe trascinata nel conflitto – il che potrebbe penalizzare nazioni come l’Irlanda, che dipende significativamente dall’America per il commercio.

 

La Germania ha il maggior avanzo commerciale mondiale, in termini assoluti, dato che le statistiche hanno mostrato che ha raggiunto 287 miliardi di dollari lo scorso anno – battendo la Cina.

 

L’avanzo commerciale di Berlino è stato inoltre superiore all’8% del PIL negli ultimi anni.

 

 

19/07/17

Una risata li seppellirà?

Di fronte a certi paradossi logici, come l'idea che tra le nazioni "vinca" sempre chi esporta di più (realizzabile solo se alla fine esportano tutti su Marte), può succedere che l'umorismo sia più efficace di una spiegazione razionale. Proponiamo qui l'intelligente satira politica della trasmissione televisiva tedesca Die Anstalt, che discute a modo suo di economia, presentando un acuto operaio che cerca invano di spiegare a un CEO sociopatico che nel commercio internazionale non necessariamente si deve vincere o perdere: si può anzi collaborare, con vantaggio di tutti. E mettendo in luce le molteplici assurdità di cui è intessuta la narrazione tedesca (e non solo) della crisi dell'UE. 

 

16 maggio 2017

 

 

12/07/17

The Economist: Perché il surplus tedesco è un problema per l’economia mondiale

Nel suo articolo di copertina l'Economist, una delle fonti più mainstream in circolazione, fa delle mezze ammissioni interessanti sulla Germania e il suo esorbitante e irragionevole surplus commerciale. Come commenta un po' sarcasticamente l'Economist, nel recente vertice G20 Trump è apparso come il protezionista e la Merkel come la paladina del libero commercio, eppure oggi è proprio la Germania, non l'America, nei fatti, la vera minaccia al commercio mondiale. Cosa più sorprendente, il liberista Economist sostiene in più punti la necessità di alzare i salari in Germania, ponendosi di fatto più a sinistra dei sindacati tedeschi che hanno contrattato la moderazione salariale con il settore industriale. Per altri versi l'articolo resta nell'onda globalista del plauso al libero mercato, oltre a non essere privo di marchiane imprecisioni, come l'affermazione che il governo tedesco non sia coinvolto nella politica mercantilista o tante altre disseminate nell'articolo che i lettori non faranno fatica a riconoscere.

 

 

 

The Economist – 08 luglio 2017

 

I campi di battaglia sono ben definiti. Questa settimana, quando le più grandi economie del mondo si troveranno al vertice G20 di Amburgo, tutto è pronto per uno scontro tra l’America protezionista e la Germania favorevole al libero mercato.

 

Il presidente Donald Trump si è già chiamato fuori da un trattato commerciale, il Trans-Pacific Partnership (TPP), e ha chiesto la rinegoziazione di un altro, il North American Free-Trade Agreement (NAFTA). Sta soppesando l’opportunità di imporre dazi sull’importazione di acciaio in America, una mossa che quasi certamente provocherebbe delle rappresaglie da parte dei partner commerciali. La minaccia di una guerra commerciale incombe fin dall’inizio della presidenza Trump, a gennaio. Al contrario Angela Merkel, cancelliera tedesca nonché padrona di casa del summit di Amburgo, farà rullare i tamburi in favore del libero commercio. In un malcelato attacco contro Trump, nel suo discorso del 29 giugno la Merkel ha condannato le forze protezioniste e isolazioniste. Un imminente accordo di libero scambio tra Giappone e Unione Europea darà ulteriore sostanza alla sua retorica (vedi articolo).

 

Non c’è dubbio su chi abbia la meglio su questo argomento. La dottrina di Trump secondo cui il commercio deve essere equilibrato per essere corretto è economicamente analfabeta. La sua idea che i dazi potranno riequilibrare la situazione è ingenua e pericolosa: al contrario, ridurrebbero la prosperità per tutti. Ma almeno da un punto di vista Trump ha colto una scomoda verità. Ha ammonito la Germania per il suo surplus commerciale, che si colloca attualmente a quasi 300 miliardi di dollari all’anno, ed è il più grande del mondo in termini assoluti (il surplus accumulato dalla Cina è appena di 200 miliardi). La soluzione che lui minaccia – mettere fine all’acquisto di automobili tedesche – può essere controproducente per la stessa America, ma resta il fatto che la Germania risparmia troppo e spende troppo poco. La dimensione e la persistenza dei risparmi tedeschi fanno della Germania un difensore un po’ improbabile del libero commercio.

 

Armonia imperfetta

 

In fin dei conti il surplus tedesco consiste in un eccesso di risparmi a livello nazionale rispetto agli investimenti interni. Nel caso tedesco non si tratta del risultato di una politica mercantilista decisa dal governo, come alcuni all’estero lamentano. Non si tratta nemmeno, come spesso insistono i tedeschi, del riflesso di un’urgente necessità di accumulare risparmi per una società che sta rapidamente invecchiando. Il tasso di risparmio delle famiglie è stabile, sebbene ad un livello elevato, da anni. L’aumento dei risparmi è venuto soprattutto dalle imprese e dai governi.

 

Dietro al surplus tedesco sta un accordo di decenni tra imprese e sindacati a favore di una compressione dei salari al fine di rendere più competitive le industrie esportatrici (vedi articolo). Questa moderazione è stata molto utile all’economia tedesca, guidata dalle esportazioni, nella sua ripresa dopo la Seconda Guerra Mondiale e successivamente. È un istinto della Germania che spiega il suo passaggio da “malato d’Europa” negli anni ’90 all’attuale super-campione che è diventata.

 

C’è molto da invidiare al modello tedesco. L’armonia tra imprese e lavoratori è stata una delle principali ragioni delle strabilianti prestazioni dell’economia tedesca. Le imprese hanno potuto investire senza preoccuparsi che i sindacati sarebbero venuti a reclamare la propria parte. Lo stato ha fatto la propria parte sostenendo un sistema di formazione professionale che è giustamente ammirato. In America le prospettive lavorative degli uomini che non hanno un diploma di maturità [college] sono peggiorate di pari passo al declino dei posti di lavoro nella manifattura – questa è una delle cause che hanno prodotto il nazionalismo oggi sposato dal presidente Trump. La Germania non è sfuggita completamente a tutto questo, ma è riuscita a mantenere in misura maggiore i posti di lavoro degli operai che oggi mancano all’America. Questa è una delle ragioni per le quali il partito populista Alternativa della Germania resta ai margini della politica tedesca.

 

Ma gli effetti avversi di questo modello sono sempre più evidenti. Questo modello ha reso pericolosamente sbilanciati l’economia tedesca e il commercio globale. La compressione salariale ha portato la Germania a un basso livello di spesa interna e a uno scarso livello di importazioni. La spesa per i consumi è caduta ad appena il 54% del PIL, a confronto del 69% in America e al 65% in Gran Bretagna. Gli esportatori non investono poi i loro profitti entro i confini nazionali. E la Germania non è sola in questo. Anche la Svezia, la Svizzera, la Danimarca e l’Olanda hanno ammassato grandi surplus commerciali.

 

Il fatto che una grande economia in condizioni di piena occupazione accumuli surplus commerciali dell’8 percento di PIL all’anno comporta un’esagerata tensione sul sistema di commercio globale. Per compensare questi surplus e sostenere a sufficienza la domanda aggregata al fine di mantenere i posti di lavoro, il resto del mondo deve indebitarsi e spendere in uguale misura. In alcuni paesi, come l’Italia, la Grecia e la Spagna, i deficit persistenti alla fine hanno portato alla crisi. Il loro successivo ritorno al surplus è avvenuto a caro prezzo. La persistente sovrabbondanza di risparmi nel nord Europa ha reso inutilmente dolorosi i necessari riaggiustamenti. Nei periodi di alta inflazione negli anni ’70 e ’80 la propensione della Germania per gli elevati risparmi è stata una forza stabilizzatrice. Oggi invece sta trascinando verso il basso la crescita globale e rappresenta un bersaglio ideale per i protezionisti come Trump.

 

Andare oltre la parsimonia

 

Può essere risolto questo problema? Forse l’eccessivo surplus commerciale tedesco può essere eroso come è già avvenuto per la Cina: con un aumento dei salari. La disoccupazione è inferiore al 4% e la popolazione in età da lavoro si sta riducendo nonostante una forte immigrazione. Dopo decenni di declino il costo degli immobili sta aumentando, il che implica che le retribuzioni non basteranno più come un tempo. Le istituzioni che hanno determinato la compressione dei salari stanno perdendo influenza. L’euro potrebbe rafforzarsi. Nonostante ciò, l’istinto tedesco è ben radicato. I salari sono aumentati del 2,3 percento lo scorso anno, meno che nei due anni precedenti. Se lo si lascia a se stesso, il surplus tedesco potrebbe impiegare molti anni per scendere ad un livello ragionevole.

 

Il governo dovrebbe contribuire aumentando i livelli di spesa. Il bilancio pubblico tedesco è passato da un deficit del 3% nel 2010 a un lieve surplus. I funzionari politici la definiscono prudenza ma, dati gli alti livelli di risparmio nel settore privato, questa posizione è difficile da difendere. La Germania ha tanti progetti meritevoli di investimenti. I suoi edifici scolastici e le sue strade si stanno sbriciolando a causa della stretta sugli investimenti pubblici imposta dal rispetto di inopportune regole fiscali. L’economia è ancora indietro sulla digitalizzazione, collocandosi al 25esimo posto della classifica mondiale per velocità media di download. Una maggiore offerta di assistenza doposcuola fornita dallo stato potrebbe permettere a un numero maggiore di madri di lavorare a tempo pieno, in un’economia dove la partecipazione delle donne è bassa. Alcuni dicono che questa espansione sarebbe comunque impossibile a causa della già raggiunta condizione di pieno impiego. Eppure, in un’economia di mercato c’è un modo ben consolidato di attirare le risorse scarse: pagarle di più.

 

Soprattutto è già passato molto tempo ed è ora che la Germania ammetta che il proprio eccesso di risparmi è una debolezza. La Merkel ha ragione ad affermare il proprio messaggio a favore del libero commercio. Ma lei e i suoi compatrioti devono capire che sono proprio i surplus tedeschi a rappresentare una minaccia alla legittimità del libero commercio.

18/05/17

EHOC: la vera soluzione allo squilibrio esterno tedesco

Nel primo articolo della rivista European House of Cards, Desmond Lachman critica le soluzioni finora ipotizzate per ridurre l’enorme surplus tedesco di partite correnti. Il suo suggerimento è che questo eccesso di surplus venga trattato in maniera uguale e opposta agli eccessi di deficit: apprezzamento della moneta, politica fiscale fortemente espansiva. Purtroppo queste soluzioni restano impraticabili finché la Germania rimane nell’eurozona.

 

Di Desmond Lachman

 

Sembra che negli Stati Uniti sia iniziato un dibattito molto opportuno su che cosa si debba fare a proposito dell’enorme surplus di partite correnti della Germania.

Tuttavia, è un vero peccato che in questo dibattito venga prestata così scarsa attenzione al vantaggio gratuito che continua a essere per la Germania il suo aggancio a un euro debole. Il fatto è che - senza un drastico cambiamento nella politica del tasso di cambio tedesca – si può facilmente prevedere che il surplus in futuro non potrà che diventare ancora maggiore.

Che la Germania stia registrando uno squilibrio esterno talmente grande da essere preoccupante non è in discussione. Secondo i più recenti dati, sembra che la Germania abbia accumulato nel 2016 un surplus di più di 300 miliardi di dollari, ossia circa il 9% del suo PIL, il che equivale a uno squilibrio più che doppio rispetto a quello della Cina. Ciò che rende questo surplus ancora più problematico è il fatto che si produca in un momento in cui la Germania è in un periodo del ciclo economico in cui ha una posizione molto più forte rispetto ai suoi partner europei.

Se la Germania dovesse mantenere un avanzo delle partite correnti massiccio come quello attuale, danneggerebbe sia l’economia globale sia quella dei suoi partner europei. Dal punto di vista globale, in un momento di insufficiente domanda aggregata globale, l'ampio surplus di partite correnti della Germania comporterebbe una perdita di domanda aggregata per il resto del mondo. Analogamente, dal punto di vista europeo, in un momento in cui viene richiesto ai paesi della periferia europea di riequilibrare la propria economia, il persistere di un ampio surplus tedesco renderebbe il riequilibrio ancora più difficile.

Mentre gli analisti USA stanno ora focalizzando la loro attenzione sugli ampi squilibri esterni della Germania, come ha fatto il Tesoro USA nell’ultimo rapporto valutario al Congresso, le soluzioni che propongono per rimediare allo squilibrio sono a dir poco parziali. Per esempio, Greg Ip del Wall Street Journal propone che il problema possa essere risolto ottenendo che la Germania in qualche modo provochi un aumento del livello dei propri salari interni. La proposta si basa sulla considerazione che gli squilibri della Germania hanno origine da un eccesso di risparmio del settore privato. Da parte sua Brad Setser, del Consiglio delle Relazioni Estere, propone che il governo tedesco approfitti degli attuali tassi di interesse molto bassi per finanziare un forte impulso della spesa in infrastrutture.

La verità è che l’entità stessa dello squilibrio esterno tedesco rende necessario un approccio più ampio, se si vuole fare in modo di ridurlo sostanzialmente.

In effetti, allo stesso modo in cui il Fondo Monetario Internazionale prescrive una strategia ampia a un Paese che debba ridurre un grande deficit di partite correnti, lo stesso approccio ampio, anche se in senso contrario, dovrebbe essere prescritto a un Paese con un grandissimo surplus di partite correnti.

Per un approccio di questo tipo, sarebbero necessari due elementi-chiave. Il primo, sarebbe richiedere un sostanziale apprezzamento della moneta con cui devono misurarsi gli importatori ed esportatori tedeschi. Un simile apprezzamento sarebbe necessario sia per distogliere le risorse dal settore tedesco “tradable” (per la definizione si veda qui NdVdE) sia per ridurre il risparmio nazionale grazie all’aumento di fatto del livello dei salari reali tedeschi, con l’abbassamento dei prezzi delle importazioni. Il secondo elemento sarebbe ammorbidire significativamente la politica fiscale interna tedesca, per dare impulso alla domanda interna e compensare così la riduzione del contributo del settore estero all’economia nazionale.

Purtroppo, finché la Germania rimane ancorata all’euro, sembra molto improbabile che possa avere una moneta più forte nel prossimo futuro.

In realtà, dal momento che le politiche monetarie statunitensi ed europee sono ormai fuori sincrono e con l’economia europea che ancora arranca, c’è un’ottima probabilità che l’euro continui a deprezzarsi. Se ciò dovesse succedere, sarebbe facilmente prevedibile che lo squilibrio esterno della Germania aumenti ulteriormente.

Sembra che l’unico modo in cui la Germania possa avere una moneta nettamente rivalutata sia che esca dall’euro. Ovviamente, questo sviluppo rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto alle politiche attuali. Tuttavia, se questa decisione non verrà presa, il mondo dovrà abituarsi a un ingente squilibrio esterno tedesco che continua a durare nel tempo, mentre la periferia europea dovrà prepararsi a una sofferenza prolungata per ridurre i suoi squilibri economici.

 

Desmond Lachman è ricercatore all’ American Enterprise Institute.

In precedenza è stato vice direttore del Dipartimento di Sviluppo e Controllo delle Politiche presso il Fondo Monetario Internazionale e il principale stratega per le economie dei mercati emergenti presso Salomon Smith Barney.