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17/02/20

Bloomberg - La moneta unica europea sta crollando

Da Bloomberg, una analisi dettagliata del nuovo crollo sui mercati della moneta unica. Un insieme di circostanze che unite insieme formano un quadro di un'Europa politicamente nel caos ed economicamente votata al fallimentare modello mercantilistico, con le maggiori economie preda di un inarrestabile rallentamento e incapaci di affrontare le conseguenze della nuova crisi che giunge dalla Cina. Ironia della sorte, la dura legge del mercato tanto osannata dall'ultraliberismo eurista si sta abbattendo sulla moneta unica, che "se due decenni fa era considerata una sfida all’esorbitante privilegio americano, ora si sta rivelando un modello politico profondamente difettoso con un'economia strutturalmente disfunzionale".  A quasi dieci anni di distanza, il "tramonto dell'euro" diventa anche il sottotitolo di Bloomberg. 

 

di John Authers, 11 febbraio 2020

 

Dalle turbolenze politiche in Germania al rallentamento della produzione, tutto sta andando storto.

 

Il tramonto dell’euro

 

Il 2020 doveva essere l'anno in cui l'Europa avrebbe iniziato a ripartire. Dopo avere subito la decisione del Regno Unito di uscire, l'Unione europea aveva la possibilità di procedere con maggiore sicurezza. L'allentamento della guerra commerciale Usa-Cina avrebbe potuto aiutare la ripresa, dopo un crollo della produzione che sembrava giunto al termine. E l'euro avrebbe potuto iniziare a rafforzarsi nei confronti del dollaro, una conclusione attesa a mani giunte nelle capitali dell'Europa e degli Stati Uniti.

 



 

Non è andata così. Dopo una brutta giornata in borsa, lunedì, l'euro ha toccato il minimo da quattro mesi, è andato vicino al minimo di 30 mesi, al di sotto del livello raggiunto nel giorno delle elezioni statunitensi, a novembre 2016. Ancora una volta l'euro sta crollando.

 

Cosa sta accadendo, esattamente? Dietro a questo declino non c'è un solo fattore, ma piuttosto una travolgente combinazione di circostanze che sta spingendo la valuta a deprezzarsi.

 

Prima di tutto, ovviamente, c'è la politica. In tutta Europa, il centro non riesce più a reggere. In Germania, la disputa sull'opportunità di consentire al partito di destra Alternative für Deutschland di prendere parte al governo dello stato della Turingia ha portato nel fine settimana alle dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer, leader dell'Unione Democratica Cristiana di centrodestra e designata alla successione di Angela Merkel come cancelliera. La politica tedesca quindi naviga nel caos.

 

Similmente, in Irlanda, l'emergere del partito radicale di sinistra Sinn Fein alle elezioni politiche del paese come il partito di maggioranza nella camera bassa ha portato i partiti di centro sinistra e centro destra in uno stato di confusione. Anche la politica irlandese ha subito un riallineamento e non è chiaro quale tipo di politiche o di coalizione di governo ne emergerà.

 

Poi c'è il settore manifatturiero. Lunedì l'Italia, dopo la Germania e la Francia, ha riportato dati orribili sulla produzione industriale alla fine dell'anno scorso. Il coronavirus non aveva ancora avuto alcun effetto; la manifattura si sarebbe dovuta riprendere ed era in attesa di una spinta dalla rinnovata domanda cinese, dopo la guerra commerciale.  Stiamo assistendo ora, alla chiusura dell’anno, a un brusco rallentamento di tutte e tre le maggiori economie della zona euro.

 



 

In terzo luogo, la situazione è negativa perché  l'eurozona in questi giorni non appare un luogo in cui trovare riparo dai problemi dell'economia cinese. Un rallentamento di una certa importanza per la Cina può ormai essere considerato un dato di fatto, come risultato delle tardive misure per contenere l'epidemia. Purtroppo per l'Europa, questo avverrà nel momento in cui la Germania si è messa in balia dell'economia cinese. I dati del Fondo monetario internazionale mostrano che le esportazioni dalla Germania verso la Cina oggi superano, anche se di poco, quelle dagli Stati Uniti, un'economia molto più grande.

 



 

Se si cerca un rifugio dalla Cina, questo non è certamente l'euro. Ed è probabilmente il dollaro. Questo grafico di John Velis della Bank of New York Mellon Corporation mostra che, se anche gli Stati Uniti sono il paese che a livello internazionale ha condotto  politiche aggressive nei confronti del potere commerciale cinese, ora sono quelli che soffriranno meno di tutti per le attuali difficoltà dell'economia. È il paese rifugio più ovvio:

 



 

Al di là di questi motivi fondamentali, vi è anche il problema tecnico che l'euro è diventato una valuta molto interessante per i finanziamenti carry trade: ovvero la pratica di prendere in prestito in una valuta con bassi tassi di interesse, parcheggiare il denaro in una con tassi più elevati e intascare la differenza, il cosiddetto "carry”. Tradizionalmente, i carry trade sono stati quasi sinonimo dello yen giapponese, che è stato utilizzato come valuta di finanziamento per molte operazioni speculative andate disastrosamente male durante la crisi finanziaria globale. Ma ora l'euro, con i suoi tassi negativi, funziona ancora meglio. Negli ultimi cinque anni è stata una valuta di finanziamento molto più redditizia per coloro che vogliono parcheggiare in pesos messicani, ad esempio, rispetto allo yen:

 



 

Quando una valuta diventa popolare per il carry trade, subisce naturalmente una pressione al ribasso. Ciò sta contribuendo ai problemi dell'euro.

 

Anche tenendo conto di tutto ciò, tuttavia, è chiaro che il dollaro sembra attualmente molto attraente per i traders di valuta estera. Lo dimostra il grafico seguente, che rappresenta il divario tra i rendimenti obbligazionari a 10 anni negli Stati Uniti e in Germania. Questo dovrebbe essere un fattore determinante per un tasso di cambio, con i fondi che vengono attratti dal tasso più elevato. Se il differenziale si riduce, ci aspetteremmo che la valuta con i tassi più alti si indebolisca. Ma, come mostra il grafico, il differenziale si è costantemente ridotto a favore dell'euro dalla fine del 2018. E questo non ha aiutato. Secondo i futures sui fed funds, la Federal Reserve dovrebbe ora tagliare i tassi target almeno una volta quest'anno, con una probabilità del 50 per cento di una seconda riduzione, mentre la Banca centrale europea è ferma. E anche questo non fa nessuna differenza. La forza del dollaro è in diretto contrasto con le pressioni provenienti dai mercati obbligazionari:

 



 

Quindi perché i soldi corrono verso gli Stati Uniti, nonostante tutto? Senza voler lasciare spazio ad alcun trionfalismo politico, i mercati sono ovviamente prevenuti rispetto alla situazione attuale, in cui il senatore Bernie Sanders è considerato il probabile candidato dei democratici ed è dato probabilmente perdente nei confronti di Donald Trump. C'è anche un po' di trionfalismo attorno alle società statunitensi. Le più grandi aziende del mondo, al momento, sono tutte americane e stanno conquistando il resto del pianeta. Il dominio dei gruppi Internet statunitensi ha contribuito a garantire che il mercato azionario statunitense continui ad avere prestazioni migliori rispetto al resto del mondo, e in particolare all'Europa, in misura notevole. Il grafico mostra la performance relativa dei titoli statunitensi dall'inizio del 1999, quando è nato l'euro.

 



 

Quando vi è un tale flusso di capitali verso le società americane, chiaramente il dollaro si rafforza. Il dollaro, ponderato in base agli scambi commerciali, ha appena vissuto la sua settimana più forte in quasi un anno.

 

Traspare un certo trionfalismo. Come afferma Marc Chandler di Bannockburn Global Forex, con sede a New York, il coronavirus è ora ampiamente interpretato come la circostanza che ha rivelato che la Cina non è, nei fatti, pronta a sfidare l'egemonia economica americana, e c'è anche una certa eccitazione all'idea che il pasticcio nella gestione della situazione a Wuhan potrebbe anche sottolineare i gravi problemi del modello politico cinese.

 

Combinando tutto questo con la sensazione che l'Europa, la cui moneta comune due decenni fa era considerata anch’essa una sfida all’esorbitante privilegio americano, si sta ora rivelando un modello politico profondamente difettoso con un'economia strutturalmente disfunzionale, potenzialmente ne deriva un momento di classica repulsione dei mercati per l'Europa, unito al trionfo americano e a un dollaro molto forte.

 

Il trionfalismo potrebbe essere prematuro? Certo. Il sistema politico americano è sottoposto a diversi tipi di pressioni, e dobbiamo attenderci altri nove mesi di classica soap opera politica americana fino alle elezioni. È molto probabile che alla fine qualcun altro diventi presidente, non Donald Trump; presumibilmente qualcuno che si definisca socialista. Ma per ora questo è un momento di trionfo americano e di sconfitta europea, e si manifesta chiaramente nel gioco a somma zero del mercato dei cambi.

 

15/10/18

Bloomberg: i populisti italiani combattono Bruxelles per mettere fine all’austerità

Il governo italiano sta tentando di sfidare l’imposizione dell’austerity da parte della UE, pur proponendo una manovra solo moderatamente espansiva, che prevede surplus primario di bilancio e deficit complessivo inferiore a quanto dichiarato dalla Francia. A questa manovra l’UE ha risposto duramente, ma difficilmente potrà opporsi con successo: l’attuale governo gode di ampio consenso popolare, diversamente da quanto avvenne nel 2011, e ogni scontro con Bruxelles per rispettare le promesse elettorali accresce anziché diminuire la popolarità del governo gialloverde. Con le elezioni europee alle porte, la UE sta giocando una pericolosa partita, che rischia di poter solo perdere.

 

 

Di John Follain, 10 ottobre 2018

 

 

I populisti italiani si stanno preparando a stappare il prosecco. Dopo aver preso il potere solo quattro mesi fa, gli strani alleati Luigi Di Maio del partito anti-establishment M5S e Matteo Salvini della Lega anti-immigrati, hanno ingaggiato una battaglia contro Bruxelles che potrebbero tranquillamente vincere.

 

L’Italia e gli altri 18 paesi che usano l’euro come moneta hanno tempo fino al 15 ottobre per presentare la loro manovra finanziaria alla Commissione Europea perché venga approvata. La “manovra del popolo” che DI Maio e Salvini stanno costruendo tenta di soddisfare le costose promesse elettorali, a discapito delle regole dell’Unione Europea che mettono limiti ai deficit e al debito pubblico. Se la BCE dovesse cedere, Roma porterebbe a casa uno stimolo di stampo neo-Keynesiano, sfuggendo all’austerità dominante. Se invece dovesse ricevere un semaforo rosso, gli italiani verrebbero redarguiti, cosa che il governo può sfruttare per consolidare le proprie posizioni sfruttando la rabbia della base elettorale e rinfocolando l'offensiva contro l’élite di Bruxelles. “Il governo populista non può perdere” dice Giovanni Orsina, direttore dell’Università degli studi sociali Luiss-Guido Carli di Roma. “Se l’UE dice di no alla manovra, è manna dal cielo – imposterebbero su questo la loro campagna per le elezioni europee del prossimo maggio”.

 

Sulla carta, la disputa è sui soldi per cominciare a onorare le promesse elettorali. Il Movimento 5 Stelle ha promesso un reddito di base per i poveri di 780€ al mese, mentre la Lega ha promesso di tagliare le tasse e di abbassare l’età di pensionamento. I piani fiscali del governo prevedono un deficit del 2,4% del PIL per il 2019, tre volte rispetto a quanto avrebbe voluto la precedente amministrazione. Nonostante le pressioni della UE e degli investitori, che hanno ripetutamente spinto al rialzo gli interessi sui bond italiani fino ai massimi da diversi anni, la coalizione al potere non ha ceduto su questo punto, accettando però di abbassare gli obiettivi di deficit per gli anni seguenti.

 

L’Italia si sta ribellando all’austerità, seguendo le orme del governo socialista portoghese, che ha alzato i minimi salariali e aumentato i salari del settore pubblico, facendosi beffe dello spirito del pacchetto di salvataggio da 78 miliardi ottenuto dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale nel 2011. Anche la Francia e la Spagna hanno giocato al tira e molla con le regole fiscali UE, senza per questo incorrere nelle sanzioni fino allo 0,2 percento del PIL che Bruxelles può richiedere ai paesi che eccedono i limiti in maniera reiterata.

 

Guntram Wolff, direttore del think-tank Bruegel di Bruxelles, dice che si tratta della più grande prova di forza riguardo a una manovra di un paese UE sin dalla crisi debitoria dell’eurozona che iniziò in Grecia, e poi si diffuse in Spagna e Portogallo. “La Francia ha sempre cooperato con Bruxelles, e anche il Portogallo, il dialogo c’era” ha detto. “La cosa più importante è che l’Italia ha un debito più alto e una crescita della produttività minore rispetto alla Francia” – il che significa che la sua situazione è più “fragile”.

 

Attestandosi sopra il 130%, il rapporto debito/PIL italiano è il secondo più alto dell’eurozona dopo quello della Grecia. “Dobbiamo fare di tutto per evitare un’altra crisi greca – questa volta in Italia”, ha detto il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, il primo di ottobre.

 

Per i populisti italiani, la battaglia sulla manovra è il simbolo del loro tentativo di strappare il controllo a Juncker e al suo esercito di eurocrati e restituirlo ai governi delle capitali europee, un tema destinato a risuonare in tutto il continente mentre ci si avvicina alle elezioni per il Parlamento Europeo del prossimo anno. “Abbiamo consegnato troppo potere a Bruxelles. Dobbiamo essere un paese leader, non un paese che si fa guidare” ha detto Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico. “Vogliamo assicurarci che le regole europee sul commercio, l’immigrazione e altre questioni rispondano agli interessi italiani”.

 

I Cinque Stelle e la Lega sono saliti al potere sull’onda del malcontento degli elettori, che hanno sopportato una serie di primi ministri impopolari messi al comando dopo negoziazioni politiche – incluso l’economista Mario Monti, che è stato in carica dal 2011 al 2013 per guidare il paese quando la crisi del debito era più acuta. “Gli elettori si ribellano contro la cessione di sovranità a poteri che hanno imposto l'austerità e hanno raccontato che non si poteva fare niente per limitare l’immigrazione”  ha detto Orsina. “Ecco perché la classe dirigente tradizionale sta pagando un prezzo più salato che in altri paesi.” La frustrazione è aumentata in anni di politiche recessive e ha prodotto quello che sembrava politicamente impossibile: unire la Lega di destra, la cui base elettorale è il ricco nord industriale, con i Cinque Stelle, un movimento nato sul web che ottiene la sua forza dal depresso sud.

 

I membri dell’establishment italiano stanno organizzando una resistenza silenziosa. Il Presidente Sergio Mattarella, un 77enne già giudice della corte costituzionale, ha formato un’alleanza con il Ministro delle Finanze Giovanni Tria nel tentativo di imporre limiti di spesa al governo [e qui vediamo i danni dell’informazione nazionale all’opera: che Tria sia mai stato contro i partiti di governo è tutto da dimostrare NdVdE]. Se la moral suasion non fosse sufficiente, Mattarella potrebbe esercitare i poteri a lui accordati dalla Costituzione del 1948 e rifiutarsi di firmare la legge finanziaria – anche se potrebbe rimandarla al parlamento una volta sola.

 

Più che Bruxelles, sono i mercati finanziari che hanno il potere di deludere le ambizioni dei populisti italiani, specialmente in un momento in cui la Banca Centrale Europea sta riducendo i suoi acquisti di obbligazioni. Salvini si diverte regolarmente a sfidare gli investitori “mi mangerò lo spread a colazione” ha detto, con la sua consueta retorica, lo scorso 30 settembre – riferendosi allo spread tra le obbligazioni a 10 anni italiane e tedesche, termometro della situazione del mercato.

 

Nonostante tutte le prese di posizione e le parole dure, Carsten Brzeski, ex funzionario della Commissione Europea, si aspetta che l’impasse tra Roma e Bruxelles venga risolto in maniera amichevole. “Ci sarà un dare-avere e alla fine troveranno un compromesso, un accordo” dice Brzeski, che ora è il capo economista di ING-DiBa AG, la filiale tedesca del gruppo bancario olandese ING.

 

Nel frattempo, aspettiamoci altri scontri verbali pirotecnici. Seduto di fianco alla nazionalista francese Marine Le Pen a un evento di Roma l’8 ottobre, Salvini ha lanciato una bordata contro Juncker e Moscovici, il capo della politica economica UE. “Siamo contro i nemici dell’Europa – Juncker e Moscovici – chiusi dentro i loro bunker di Bruxelles” ha detto.

 

CONCLUSIONE – l’imminente scontro tra Roma e Bruxelles riguardo la manovra italiana, può fornire munizioni ai nazionalisti mentre ci avviciniamo alle elezioni per il Parlamento Europeo.

 

02/10/18

Bloomberg - L'economia della Germania è a un bivio

Nonostante la forte espansione dell'economia tedesca e il quarto cancellierato della Merkel, i segni di instabilità si moltiplicano: da Bloomberg, una serie di mappe che illustrano le sfide a cui il Paese si trova davanti. Certo, avanti a tutte un'industria manifatturiera per l'80% rivolta alle esportazioni.  

 

 

 

di Andre Tartar, Dodge Sam e Jeremy Scott Diamond

 

2 ottobre 2018

 

Nel cuore dell'Europa stanno comparendo delle crepe. Nonostante la storica espansione economica della Germania e la cancelliera Angela Merkel all'inizio del suo quarto mandato, ci sono sempre più segni di instabilità.

 

La globalizzazione e la tecnologia minacciano di portare cambiamenti strutturali profondi nel Paese, legato alla tradizione, dove non tutti hanno ugualmente beneficiato della crescita, e l'afflusso di rifugiati nel 2015 ha portato allo scoperto un sentimento nazionalista. Il sostegno ai principali partiti politici, incluso il blocco della Merkel, si sta esaurendo, e il populista AfD è in crescita, specialmente nelle sacche dove permane un alto tasso di disoccupazione.

 



 

Per tutto l'anno, i giornalisti di Bloomberg hanno viaggiato attraverso la Germania per esplorare le sfide di un paese al bivio.

 

Ciò che rende la Germania particolarmente complessa è il fatto che la sua potenza economica è distribuita dal Nord al Sud e dall'Est all'Ovest, piuttosto che concentrata in una capitale dominante - retaggio della divisione del dopoguerra e di forti stati federali. Questa struttura stratificata e decentralizzata rischia tensioni su molti fronti.

 

Un'analisi di Bloomberg su indicatori come occupazione e produzione mostra la distribuzione delle principali industrie nei circa 400 distretti della Germania. Le seguenti mappe distinguono i diversi distretti per intensità di colore (a seconda del grado di concentrazione dell'industria) e per intensità di tratteggio (sul loro grado di specializzazione).

 



 

Il marchio "Made in Germany" è di grande importanza nella storia di successo economico del paese. Che si tratti di turbine a gas di Siemens AG, trapani elettrici di Robert Bosch GmbH o componenti speciali prodotte dai cosiddetti "campioni nascosti" delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, gli esportatori tedeschi hanno diffuso il vangelo della superiorità dell'ingegneria tedesca in tutto il mondo. Il rischio è che la manodopera qualificata è sempre più difficile da trovare e le tecnologie digitali stanno minando il valore del know-how meccanico della vecchia scuola.

 

Nel 2017, il più grande settore manifatturiero impiegava circa otto milioni di lavoratori tedeschi (circa uno su cinque) e contribuiva per quasi 700 miliardi di euro al prodotto nazionale lordo, ovvero il 23% del totale. Questa attività è concentrata soprattutto nella Renania settentrionale-Vestfalia e Baden-Württemberg, dove hanno sede più della metà delle oltre 1.600 compagnie considerate leader del mercato globale, con una particolare concentrazione attorno a Stoccarda. Il tasso di disoccupazione medio nei distretti manifatturieri di più alto livello è del 5% inferiore a quello degli altri settori.

 



 

Dato che la Germania è la patria di Volkswagen, Porsche, Mercedes-Benz, Audi e BMW, non si può sottovalutare l'importanza dell'industria automobilistica. Il passaggio graduale a un'era di veicoli elettrici a guida autonoma rappresenta una sfida significativa per i marchi tradizionali associati a potenza e maneggevolezza.

 

Mentre c'è un forte gruppo attorno alla sede centrale di Daimler AG a Stoccarda, Volkswagen - la più grande casa automobilistica del mondo - ha sede a Wolfsburg, nel nord, mentre BMW in Baviera. Anche l'Est ex-comunista è diventato una base manifatturiera dopo la riunificazione.

 

Nel 2017, le case automobilistiche del Paese hanno prodotto all'interno 5,6 milioni di autovetture, di cui quasi l'80% destinato all'esportazione. In questo contesto, i politici locali hanno messo in guardia contro lo smantellamento del libero mercato globale in favore del protezionismo.

 



 

Mentre Londra è ancora il principale centro finanziario d'Europa, la Brexit rappresenta un'opportunità d'oro per Francoforte, il secondo in classifica. A partire da marzo, le banche hanno già annunciato la rilocalizzazione di almeno 3.000 posti di lavoro presso la casa madre Deutsche Bank AG e Commerzbank AG, che hanno avuto problemi di bassa redditività e compiuto passi falsi strategici. I guai delle due maggiori banche hanno portato alla richiesta, da parte degli ambienti di governo, di un campione bancario europeo con sede in Germania, abbastanza grande e abbastanza forte da sostenere gli esportatori.

 

Si aggiungerebbe alle 385 casse di risparmio pubbliche, note come "Sparkassen", che rappresentano una forza dominante nel settore bancario al dettaglio, ma rappresentano anche un potenziale rischio nascosto per il panorama finanziario della Germania a causa di una supervisione discutibile.

 



 

La Germania può essere più conosciuta per le sue macchine di fascia alta e per i suoi prodotti industriali, ma anche gli agricoltori sono un gruppo produttivo. Nel 2017 hanno spedito all'estero oltre 37 miliardi di dollari di materie prime e prodotti agricoli trasformati, più della metà del totale e il doppio della Francia. Le maggiori esportazioni tedesche comprendono carne suina (circa 4,8 miliardi di dollari), formaggio e latticini (4,4 miliardi di dollari) più latte e panna (3 miliardi di dollari).

 

Ma la siccità di questa estate ha fatto sì che il secondo produttore di cereali in Europa si sta trasformando in importatore netto, per la prima volta da tre decenni. Tuttavia, l'impatto dei cambiamenti climatici non è stato affatto negativo. I viticoltori tedeschi si aspettano un raccolto eccezionale, perché il clima caldo e secco aumenta la quantità e la qualità delle uve del paese.

 

I principali distretti agricoli si trovano nella Bassa Sassonia e nello stato costiero del Mar Baltico del Meclemburgo-Pomerania occidentale, convenientemente situato in prossimità dei principali porti marittimi della Germania.

 



 

Le miniere di carbone e le acciaierie della Ruhr Valley hanno alimentato la macchina militare tedesca durante due guerre mondiali e l'hanno trasformata in una potenza industriale durante la ricostruzione. Ma i metalli a basso prezzo dall'Asia stanno indebolendo i posti di lavoro nel settore dell'acciaio, e la Merkel ha istituito una commissione per formulare un piano di uscita del Paese dal carbone e lo spostamento verso l'energia rinnovabile. Queste tendenze si scontrano nel nord Reno-Westfalia, dove la proproga di una miniera di lignite a cielo aperto fa salire la tensione.

 

I tassi di disoccupazione nei distretti minerari sono in genere superiori alla media nazionale, a volte fino a 6,8 punti percentuali. Anche i centri di lignite nell'est-Brandeburgo, Sassonia e Sassonia-Anhalt sono sotto pressione.

 



 

Dalle automobili alle macchine tipografiche ai robot industriali, la maggior parte degli esportatori tedeschi esporta via mare. Bremerhaven ha spedito oltre 2,1 milioni di auto nel 2016 e il porto principale del paese è Amburgo, il terzo più trafficato di-Europa.

 

In termini di trasporto aereo, i dati di Eurostat mostrano che l'aeroporto di Francoforte, l'hub di Lufthansa AG, ha gestito oltre la metà del totale nazionale nel 2017, ovvero circa tre milioni di tonnellate. Anche le autostrade del Paese sono importanti per il trasporto, benché molte strade e ponti abbiano un disperato bisogno di manutenzione.

 



 

La divisione politica della Germania fino alla riunificazione del 1990 è evidente nella distribuzione dei posti di lavoro pubblici, con forti concentrazioni non solo a Berlino, ma anche nella capitale della Germania occidentale, Bonn.

 

Le autorità federali e statali hanno oltre tre milioni di tedeschi nei loro libri paga. Può sembrare molto, ma rappresentando circa l'11% dell'occupazione complessiva, è il più basso tasso in Europa. In confronto, l'organico della pubblica amministrazione in Francia rappresenta il 21% dei posti di lavoro.

 



 

Mentre la vicina Francia rimane la principale destinazione europea per i viaggiatori di tutto il mondo, gli hotel e i resort della Germania hanno fatto buoni affari nel 2017, con 459 milioni di pernottamenti totali. Quattro su cinque di questi pernottamenti hanno riguardato turisti tedeschi, che si sono riversati in gran parte sulle coste del Mar Baltico e del Mare del Nord. Berlino è stata una delle principli destinazioni e, a Sud, la Baviera, sede dell'Oktoberfest e di favolosi castelli come Neuschwanstein, l'anno scorso ha attirato 6,2 milioni di visitatori.

 

Nel frattempo, la maggior parte degli stranieri si è fermata a Sud-ovest, lungo il confine con la Francia, il Belgio e il Lussemburgo.

 



 

Come dimostrato nelle mappe, la struttura economica della Germania è a più livelli, con alcune aree più robuste e diverse rispetto ad altre. La sfida consiste nel fare in modo che il divario tra chi ha e chi non ha non si allarghi troppo e fomenti ulteriori tensioni sociali.

 

 

08/09/18

Bloomberg: Trump chiarisce che la UE non sfuggirà a lungo alla sua ira sui rapporti commerciali

In una intervista rilasciata a Bloomberg nello studio ovale, il presidente americano Donald Trump ritorna alla carica sugli squilibri commerciali con la UE, riaprendo uno scontro che sembrava sopito dopo la visita di Juncker a luglio. Bloomberg cerca di presentare le sue considerazioni come dei capricci, ma è significativo che Trump ribadisca l'importanza della moneta, sottolineando l'eccessiva debolezza dell'euro, messo alla pari del renminbi e dello yuan.

 

 

di Shawn Donnan, 31 agosto 2018

 

A fine luglio Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, era ritornato a casa da Washington con una tregua, un accordo commerciale sancito da una stretta di mano che, egli aveva ragione di credere, avrebbe salvato il continente europeo dalla collera del presidente americano Donald Trump.

 

La tregua non è durata.

 

In una intervista a Bloomberg dello scorso giovedì il presidente americano ha parlato dell’Unione Europea come del prossimo bersaglio nel suo mirino. “È problematica quasi quanto la Cina, è solo più piccola”, ha dichiarato.

 

Le osservazioni di Trump gettano dubbi sulla durata del suo accordo con Juncker, accordo che avrebbe dovuto scongiurare una guerra commerciale tra USA ed Europa dopo l’imposizione, da parte del presidente americano, di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio dall’Europa all’inizio di quest’anno. La disputa transatlantica ha scosso i mercati e lo stesso ordine internazionale che era stato creato alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

Simili osservazioni mostrano anche il motivo per il quale Trump continua a essere visto come un mutevole affarista a livello internazionale, e sollevano dubbi sulla sua capacità di trattare con la Cina, o sulla possibile durata di un accordo commerciale con Canada e Messico per correggere il Nafta, accordo che appare imminente.

 

Come tutti i cessate il fuoco anche questo è a rischio, ma sarà mantenuto”, ha detto Juncker alla televisione tedesca ZDF questo venerdì, aggiungendo che se Trump dovesse aumentare i dazi sulle importazioni di automobili, il blocco europeo sarà nuovamente pronto a rivalersi.

 

Nell’intervista, tenuta nello studio ovale, Trump ha paragonato l’euro debole al renminbi cinese o allo yuan, cioè a una valuta che viene manipolata a svantaggio delle aziende americane e a scapito dei suoi sforzi per raddrizzare gli squilibri nel commercio mondiale.

 

Non stiamo competendo solo contro lo yuan, stiamo competendo anche contro l’euro”, ha detto. “Si svalutano, si svalutano continuamente”.

 

Trump ha anche rimproverato alla Germania di Angela Merkel di avere acquistato energia dalla Russia, minando l’alleanza NATO che la stessa Merkel aveva così spesso difeso di fronte a lui.

 

Le ho detto che ritengo ridicolo stare nella NATO per proteggersi da un certo paese e poi pagare una fortuna a quello stesso paese”, ha riferito Trump. “Le ho detto: che genere di affare è questo?

 

Trump ha rifiutato le aperture fatte dalla UE poche ore prima che avesse luogo l’intervista con Bloomberg, aperture tese a eliminare i dazi sull’importazione di automobili dall’Europa. Trump ha minacciato il ritiro dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ritiro che destabilizzerebbe un sistema di commercio globale che le potenze europee e gli stessi USA avevano impiegato sette decenni a costruire.

 

Mi viene da dire che l’Organizzazione Mondiale del Commercio è il peggiore accordo che sia mai stato fatto”, ha detto.

 

I funzionari europei hanno lasciato Washington dopo la visita di Juncker a luglio, confessando privatamente che sapevano che qualsiasi accordo con l’attuale presidente americano sarebbe stato vulnerabile ai suoi capricci.

 

Ma, nonostante abbia chiamato Juncker il “grande Jean-Claude”, nella sua intervista Trump ha messo in piena luce la sua volubilità e ha infranto le speranze di ritorno a una specie di normalità apparente nelle relazioni economiche tra due alleati di lungo corso.

 

I funzionari europei erano nuovamente a Washington la scorsa settimana per discutere come procedere con l’accordo transatlantico per ridurre i dazi e le barriere commerciali relative ai beni industriali diversi dalle automobili, accordo che era stato annunciato da Juncker e dallo stesso Trump.

 

Un’altra missione UE era a Washington la settimana scorsa, seduta al tavolo con USA e Giappone per discutere il modo in cui le tre potenze debbano rapportarsi alla Cina, in modo congiunto, nell’ambito di quella stessa Organizzazione Mondiale del Commercio che Trump aveva appena fustigato.

 

Il presidente Trump ha chiarito che dopo tutti i recenti discorsi una pace commerciale transatlantica potrebbe non durare a lungo. Un accordo implicherebbe un cambiamento significativo non solo a livello di regolamentazioni e standard UE, ma anche di comportamento dei consumatori, e Trump ha espresso particolare scetticismo sul fatto che gli europei siano disposti a cambiare le proprie preferenze in fatto di acquisti.

 

Non va ancora bene”, ha detto riferendosi all’offerta di eliminazione dei dazi sulle automobili da parte della UE. “Le loro abitudini, le abitudini dei loro consumatori sono di acquistare le proprie automobili, non le nostre”, ha detto.

 

L’Unione Europea non lascia entrare i nostri prodotti agricoli”, ha proseguito. “Hanno un muro”, si è lamentato. “Non è nemmeno un dazio. È un muro”.

 

Trump ha vantato che le sofferenze dell’Europa – e talvolta le sue monete deboli – sono tornate utili ai suoi affari in passato.

 

Nella vita personale ho sempre preferito che il dollaro fosse debole e il tasso di interesse basso, ok? Un dollaro forte andava bene solo se volevo acquistare Turnberry in Europa, in Scozia, o se volevo comprare Aberdeen, o Doonbeg in Irlanda”, ha spiegato. “Solo per quello andava bene un dollaro forte”.

 

Da presidente la penso un po’ diversamente”, ha detto Trump. “Da presidente, c’è qualcosa che mi suona molto bene nel fatto che il nostro dollaro sia così forte e così potente. Il problema, però, è che rende la vita più difficile quando cerchi di vendere dei prodotti al resto del mondo”.

 

Per gli europei bramosi di tornare a un clima più propizio nelle relazioni transatlantiche, Trump ha comunque lasciato un po’ di spazio alla speranza.

 

Alla domanda se ritenesse di poter reggere la sfida più a lungo degli europei, così come a quella se ritenesse di poter reggere ai cinesi nelle sue battaglie commerciali, Trump ha detto di essere certo della vittoria. Ma ha anche chiarito di essere pronto a un accordo, e di ritenere che anche la UE lo sia.

 

Muoiono dalla voglia di fare un accordo”, ha detto.

 

21/08/18

Bloomberg - L'ordalia greca è tutt'altro che finita

Mentre la propaganda politica che domina sui media spaccia l'uscita della Grecia dai programmi di "salvataggio" come un successo e una vittoria di Tsipras, i siti più prestigiosi di informazione finanziaria come Bloomberg - rivolgendosi in primo luogo agli investitori che maneggiano denaro - non hanno alcun interesse a nascondere la verità dei fatti. E mostrano con i dati la cruda realtà: le proiezioni della UE sull'andamento del debito greco nei prossimi anni si basano su avanzi di bilancio realisticamente impossibili da ottenere, per cui il risultato sarà inevitabilmente un'altra crisi.

 

 

 

Redazione di Bloomberg, 20 agosto 2018

 

Solo una vera cancellazione del debito può garantire che non sarà di nuovo crisi.

 

La Grecia raggiunge oggi un traguardo importante: dopo quasi nove anni di crisi, austerità brutale e caos politico, sta uscendo da quello che dovrebbe essere l'ultimo di tre programmi di salvataggio. Se solo non avesse ancora il debito più pesante di tutta Europa.

 

I leader europei sono comprensibilmente desiderosi di mettere fine a una storia imbarazzante. La crisi del debito, iniziata nel 2010, ha messo in luce non solo la cattiva gestione finanziaria della Grecia, ma anche come la Germania, la Francia e altri paesi del Centro abbiano permesso alle loro banche di realizzare questi prestiti. Salvare la Grecia è stato un gioco di prestigio politico: ha indirettamente salvato le banche, scaricandone il peso sul popolo greco.

 

Miracolosamente, la Grecia è sopravvissuta. Il bilancio pubblico è in surplus e l'economia sta crescendo di nuovo dopo una delle recessioni più profonde di sempre. Ma il conto è ancora da pagare: oltre 240 miliardi di euro di debito ufficiale, che insieme al debito privato porta l'indebitamento complessivo del governo a oltre il 180% del prodotto interno lordo.

 

I creditori dell'Unione europea insistono sul fatto che il debito è sostenibile. Hanno ridotto gli interessi da pagare e dato alla Grecia più tempo per i pagamenti, estendendo alcune scadenze fino al 2060. Questo, stimano, dovrebbe aiutare il governo a riportare il debito a circa il 100% del PIL entro il 2060 - ancora molto alto, ma almeno orientato nella giusta direzione. Ecco approssimativamente come appare la situazione:

 

 

Pura illusione

 



 

Sfortunatamente, le proiezioni dell'UE implicano un pensiero estremamente ottimistico. Per esempio, assumono un livello di austerità impossibile: la Grecia deve realizzare un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,4% del PIL per un decennio, e poi del 2,2% fino all'anno 2060 - qualcosa che nessun paese dell'area dell'euro con una così  precaria storia economica ha mai fatto. Ridimensionando queste proiezioni a un soltanto improbabile 2 per cento e poi 1 per cento, e usando le stime di crescita e di tasso d'interesse del Fondo monetario internazionale, si ha un quadro molto diverso:

 

Previsione un po' meno illusoria

 



 

Nei prossimi decenni, anche in uno scenario ottimistico, la Grecia dovrà prendere in prestito centinaia di miliardi di euro dagli investitori privati ​​per pagare i suoi creditori ufficiali. Se quegli investitori penseranno che i debiti del governo sono fuori controllo, saranno costretti a ritirarsi - e i leader europei dovranno affrontare un'altra crisi greca.

 

La soluzione ovvia è che l'UE conceda alla Grecia un'autentica cancellazione del debito. Quanto prima, tanto meglio.

16/08/18

Bloomberg: Germania, le infrastrutture stradali sprofondano nella crisi

A seguito del tragico crollo del ponte autostradale a Genova, Bloomberg esamina la condizione delle infrastrutture stradali (e non solo) di un nostro vicino: la Germania. Nonostante un territorio decisamente più semplice di quello italiano, la Germania presenta rischi legati a infrastrutture obsolete e con carenza cronica di manutenzione e investimenti. Proprio il disastro di Genova viene mostrato da Bloomberg come esempio di ciò che potrebbe accadere. A questa situazione ha contribuito ovviamente l'ideologia del pareggio di bilancio, in nome del quale si è accumulato un enorme ritardo negli investimenti.

 

 

 

di Leonard Kehnscherper, 15 agosto 2018

 

A Langsdorf, una minuscola cittadina tedesca di 200 abitanti posta a circa 40 chilometri dalla costa baltica, l’unica cosa che separa i residenti dalla taverna Zur Kastanie è una stretta striscia di selciato. La strada principale, normalmente così sonnolenta, oggi è intasata da circa 10.000 automobili e camion al giorno, rendendo quasi impossibile fare un salto in taverna a prendere un boccale di birra e un piatto di maiale affumicato.

 

Il rumore e la puzza del traffico sono i nostri maggiori disagi”, ha detto il sindaco, Hartmut Kolschewski, in piedi proprio di fianco alla causa del problema: un tratto dell’autostrada [“Autobahn”, NdT] A20 che l’anno scorso si è sbriciolato.

 



 

L’ultima prova dei rischi posti da un sistema infrastrutturale che invecchia l’abbiamo avuta martedì, quando un ponte autostradale è crollato in Italia, uccidendo almeno 35 persone. Anche la Germania è esposta a questo rischio. La sua rete di strade, ponti e ferrovie, un tempo tanto invidiata, è in decadenza a causa di decenni di spesa insufficiente. La Germania è caduta al 15° posto per qualità delle strade, dietro all’Oman e al Portogallo, secondo la classifica della competitività del World Economic Forum.

 

Serpeggiando tra le verdeggianti pianure del Nord-est della Germania, la A20 attraversa il distretto elettorale della cancelliera Angela Merkel. La Merkel stessa inaugurò questa fondamentale arteria autostradale nella regione ex-comunista, in una cerimonia che si tenne non lontano da Zur Kastanie nel dicembre 2005, nemmeno un mese dopo il suo primo giuramento da leader del paese. Ma 12 anni dopo questa autostrada a quattro corsie è crollata, quando le sue fondamenta hanno ceduto all’interno del terreno paludoso. Si trattò del primo segno evidente di una crescente crisi delle infrastrutture.

 

Oltre al rischio per le vite umane, l’economia tedesca dipende dal buon funzionamento della rete dei trasporti per la distribuzione delle merci. Secondo Michael Schreckenberg, ricercatore dell’Università di Duisburg-Essen, lo scorso anno gli ingorghi del traffico avrebbero causato oltre 60 miliardi di euro di danni all’economia del Paese, in termini di ore lavorative perse e ritardi nelle consegne.

 

Recuperare la situazione sarà costoso. Il buco complessivo di investimenti dei Comuni tedeschi, che non include i progetti regionali o nazionali, ammontava a 159 miliardi di euro nel 2017, secondo uno studio della banca nazionale di investimenti KfW. Le infrastrutture stradali contavano per circa un quarto di quella cifra.

 

Logoramento


 

Gli investimenti netti in Germania sono stati in negativo per la maggior parte del “regno” della Merkel

 



 

Con circa l’11 per cento dei ponti autostradali tedeschi in condizioni insoddisfacenti secondo il ministero dei Trasporti, il governo della Merkel ha finalmente aperto gli occhi sulla condizione di negligenza, dopo la frenata alla spesa seguita dalla crisi del debito in Europa. L’accordo di governo stipulato all’inizio dell’anno richiede livelli record di investimenti nelle infrastrutture, nonché 2,4 miliardi di euro per risolvere i problemi di una copertura della connettività digitale a macchia di leopardo.

 

Non stiamo chiudendo gli occhi di fronte alla realtà”, ha dichiarato ai giornalisti Svenja Friedrich, portavoce del ministero dei Trasporti questo mercoledì a Berlino. Per evitare un incidente come quello di Genova, gli ispettori dovranno stilare dei report sulle condizioni delle autostrade ogni sei mesi, ha detto, aggiungendo che: “La modernizzazione dei ponti è un punto cruciale del bilancio federale. Stiamo spendendo miliardi per questo”.

 

Oltre ad allocare soldi su questo problema, le autorità puntano ad accelerare la pianificazione e l’approvazione delle procedure. I critici tuttavia non sono soddisfatti.

 

Si sta facendo ancora troppo poco per quanto riguarda gli investimenti nelle infrastrutture stradali in Germania”, ha dichiarato Marcel Fratzscher, direttore dell’istituto economico DIW di Berlino, notando che il ritardo negli investimenti in Germania ammonta a 11,3 miliardi di euro dal 2013 a oggi, dato che le spese del governo su questo fronte non tengono il passo con il deterioramento in corso.

 



 

Se in Germania le infrastrutture alla vecchia maniera stanno andando lentamente in rovina, anche le reti necessarie per la nuova economia digitale rimangono indietro. In quanto a penetrazione della telefonia mobile la Germania si colloca al 76° posto, dietro Algeria, Mali e Sri Lanka, secondo il World Economic Forum.

 

Le zone prive di rete wireless sono un problema così persistente che il ministro dei Trasporti, Andreas Scheuer, ha deciso di mettere a punto entro la fine dell’anno una app attraverso cui le persone potranno riportare i problemi di mancata ricezione. Questa estate durante un vertice con gli operatori telefonici Deutsche Telekom AG, Vodafone Group Plc e Telefonica SA, Scheuer ha anche offerto di ridurre le tasse per un miliardo di euro sulle nuove licenze 5G in cambio di un ampliamento della copertura delle reti esistenti.

 



 

”Il digitale è la risorsa più importante al giorno d’oggi”, ha dichiarato Bernhard Lorentz della società EY a Berlino. ”Se la Germania vuole giocare un ruolo in questo settore, dovrà investire molto di più”.

 

Langsdorf è l’epicentro di questo fallimento infrastrutturale tedesco. Il sindaco Kolschewski si trova spesso a dover camminare su e giù per il proprio giardino in cerca del segnale della rete mobile, mentre il traffico stradale rumoreggia in tutta la città e si svolgono lavori sul chilometro di strada danneggiato.

 

Le riparazioni sono piuttosto rumorose, ma questa è musica per noi abitanti”, ha dichiarato un insegnante in pensione di 64 anni, indicando la testa di un ponte dove la Merkel aveva inaugurato l’autostrada. La riapertura però non è prevista prima del 2021.

 

09/08/18

Bloomberg - Trump non riuscirà a eliminare il surplus commerciale tedesco

Un articolo di Bloomberg aggiorna la descrizione dello scontro, solo apparentemente sospeso, tra Stati Uniti e Germania. Quest'ultima sta continuando ad accumulare surplus commerciali e surplus di bilancio da record, senza dare nessun ascolto alle lamentele. Lo squilibrio è destinato ad aggravarsi, da un lato con l'ottima ripresa economica degli Stati Uniti, dall'altro con le divergenti politiche monetarie della Fed vs BCE (la Fed aumenta i tassi, facendo rivalutare il dollaro, mentre la BCE continua con il programma di acquisto titoli che mantiene l'euro svalutato). Lo squilibrio del tasso di cambio viene finalmente e giustamente esplicitato come un nodo cruciale della disputa.

 

 

di Piotr Skolimowski e Catherine Bosley, 09 agosto 2018

 

Il surplus commerciale tedesco sembra destinato a restare elevato, per quanto Donald Trump faccia ogni sforzo per cercare di azzerarlo.

 

Il presidente americano ha accusato la sua “patria ancestrale” – suo nonno era un immigrato tedesco – di adottare pratiche commerciali sleali e ha minacciato la Germania di imporre dazi sulle importazioni di automobili. Se intende realizzare questa minaccia entro i quattro anni del suo mandato, il tempo sta per scadere.

 

Ad ogni modo i fondamentali economici che forniscono alle produzioni tedesche un vantaggio sull’export sembrano lì per restare, e in misura non secondaria questo è dovuto anche ai tagli alle tasse e al boom economico negli Stati Uniti, di cui Trump continua a vantarsi.

 

Se l’economia va bene, la gente compra automobili e altri prodotti esteri, e questo ovviamente aiuta le esportazioni tedesche”, ha detto Carsten Hesse, economista per Berenberg, a Londra.

 

Cosa significa un deficit  “gigantesco”?

 

In maggio Trump twittava che gli Stati Uniti avevano un “gigantesco deficit commerciale con la Germania”. Nel 2017 questo squilibrio era di 50 miliardi di euro, ovvero una parte cospicua del surplus globale dei paesi europei verso il resto del mondo, pari a 244 miliardi di euro.

 

In realtà la Germania non registra un deficit annuale con il resto del mondo dal 1951 (per gran parte di questo periodo, si intendeva la Germania Ovest), né un deficit mensile dal 1991. I dati di questa settimana mostrano che il surplus per quest’anno, fino a ora, è in linea con quello del 2017, e solo di poco inferiore a quello record del 2016.

 

In aumento

 

La Germania esporta più di quello che importa – da anni.

 



 

Acquistare tedesco

 

Nel secondo trimestre l’economia statunitense è cresciuta ad un tasso su base annua del 4,1%, superando di gran lunga la Germania, con un'espansione economica guidata dlla bassa disoccupazione e dai tagli fiscali di Trump.

 

Questo ha spinto verso l’alto la spesa per i consumi, e per i consumatori che vogliono spendere per automobili di lusso la Germania è un buon fornitore. I veicoli di case automobilistiche come Mercedes-Benz, BMW e Porsche hanno rappresentato il maggior valore di esportazione l’anno scorso. La BMW ha registrato un aumento del 2,8% delle unità vendute negli Stati Uniti nel corso della prima metà del 2018. La Germania è anche un importante fornitore di macchinari, prodotti chimici e apparecchi elettrici per gli Stati Uniti.

 

Un sacco di automobili

 

Nel 2017 le automobili hanno rappresentato la prima voce tra le categorie di export della Germania verso gli Stati Uniti.

 



 

Come è stato notato dal Fondo monetario internazionale in una dichiarazione di luglio, “nel breve termine il rimbalzo della domanda globale, parzialmente guidata dallo stimolo fiscale statunitense, sosterrà le esportazioni tedesche e l’elevato surplus commerciale della Germania”.

 

Una moneta debole

 

Il Ministero del Tesoro americano ha inserito la Germania – assieme alla Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e alla Svizzera – nella sua lista di monitoraggio dei paesi che hanno un elevato surplus commerciale, un elevato surplus di partite correnti, oppure che intervengono sul mercato valutario. Il consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro, aveva già accusato la Germania di beneficiare di un euro “ampiamente sottovalutato”.

 

La moneta unica si è svalutata di circa il 13% rispetto al dollaro nel corso degli ultimi cinque anni. Questo dato però riflette l’economia dei 19 paesi dell’eurozona. Il FMI stima che il tasso di cambio reale effettivo sia di circa il 10-20 percento più debole rispetto a quello che la Germania avrebbe con una propria moneta sovrana.

 

Non ci sono prospettive che questo vantaggio venga eroso nel breve termine, a causa del fatto che una economia statunitense più forte  implica una divergenza di politica monetaria tra Federal Reserve e Banca centrale europea, che andrebbe nella direzione di una rivalutazione del dollaro.

 

Le aspettative sono che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse per la terza volta in un anno, a seguito della riunione di settembre, con una ulteriore manovra anche a dicembre. La BCE non interromperà invece il suo programma di acquisto titoli prima della fine dell’anno, e si è impegnata a mantenere i tassi di interesse al livello minimo record almeno fino a tutta l’estate 2019.

 

Un ampio divario

 

I tassi di interesse USA sono destinati a rimanere più alti di quelli dell’eurozona.

 



 

Solo discorsi

 

Le minacce di Trump di imporre dazi all’Europa sono più retorica che realtà, per il momento. Lui e il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker hanno concordato, lo scorso mese, di evitare di imporre alcun dazio finché le trattative sono ancora in corso.

 

La scorsa settimana la BMW ha affermato di non voler calcolare alcun potenziale impatto dei dazi sulle proprie previsioni di bilancio fino a che la situazione non avrà avuto uno sviluppo più chiaro. La Siemens, il maggiore gruppo tecnologico europeo, ha avuto una lieve flessione negli ordinativi dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo trimestre, ma per ora non c’è stato nessun “terremoto”.

 

Juncker si è detto d’accordo a mantenere l’impegno dell’Europa di acquistare una maggiore quantità di gas naturale dagli Stati Uniti, ma ha anche detto che questo carburante è più costoso, per la Germania, rispetto alle forniture che vengono dalla Russia.

 

Gli altri surplus

 

La Germania sostiene da tempo di non poter imporre alle proprie aziende di ridurre le esportazioni o ai propri consumatori di aumentare le importazioni, come mezzo per ridurre il surplus commerciale. Questo però non vuol dire che non ci sia soluzione. Il FMI ha raccomandato al governo tedesco di usare “l’intero spazio di manovra fiscale” a disposizione per aumentare la produttività, aumentare l’offerta di posti di lavoro e incoraggiare gli investimenti, poiché questo avrebbe aiutato a riequilibrare l’economia.

 

Il governo sembra però concentrato più che altro sulla riduzione del debito. È preoccupato del finanziamento delle pensioni e dei servizi di cui la sua popolazione sempre più anziana avrà bisogno, e per quattro anni ha accumulato surplus del bilancio pubblico.

 

Costruirsi una riserva

 

La Germania accumula surplus di bilancio [pubblico] da quattro anni.

 



 

Molte delle scelte politiche da parte tedesca sono in qualche modo comprensibili, se si guarda la situazione interna”, ha detto Oliver Rakau, capo economista tedesco alla Oxford Economics di Francoforte. “A mio parere dovrebbero essere intraprese delle misure per ridurre il surplus delle partite correnti, anche semplicemente perché avrebbe senso spendere i soldi in più dell’avanzo di bilancio, o darli alla gente”.

 

 

12/07/18

Prove da monarca assoluto per Macron a Versailles

Come riporta perfino Bloomberg, gli atteggiamenti di Macron rivelano la sua vera natura: un monarca assoluto, che non ascolta i consigli di nessuno, si preoccupa di fare gli interessi dei suoi ricchi sostenitori e si infastidisce davanti alle critiche del popolo. I sondaggi rivelano il crollo della sua popolarità persino all’interno del suo schieramento, mentre l’opposizione denuncia la sua concezione della politica, degna dell’Ancient Régime.

 

 

Di Gregory Viscusi, ‎08 luglio ‎2018

 

 

Il presidente francese Emmanuel Macron sarà lunedì a Versailles per parlare a una sessione plenaria delle due camere del parlamento francese, mentre la sua popolarità è in declino e gli avversari lo accusano di comportarsi come se la Francia fosse ancora una monarchia.

 

Il quarantenne è stato criticato per il suo stile altezzoso e per le sue politiche che favoriscono i ricchi, impressioni confermate da episodi come la costruzione di una nuova piscina in una residenza presidenziale nel sud della Francia, la sostituzione del vasellame del palazzo residenziale con un nuovo e costoso set e l’aggressione verbale a un adolescente che gli ha parlato in maniera confidenziale.

 

“La denuncia di uno stile che viene visto sempre più come monarchico non proviene solo dall’estrema sinistra” ha detto Celine Bracq, il direttore generale dell’agenzia di sondaggi Odoxa. “Le critiche provengono anche dal suo stesso campo, secondo il quale Emmanuel Macron vive in una torre d’avorio da dove non ascolta i consiglieri, i parlamentari e gli alleati politici”.

 

Politicamente, il presidente francese non corre rischi: il suo movimento mantiene una solida maggioranza parlamentare, e non ci sono elezioni nazionali in vista fino alle elezioni del parlamento europeo nel maggio 2019.

 

Ma un sondaggio Odoxa pubblicato il 5 luglio da Le Figaro dice che il 71% dei francesi pensa che le politiche di Macron siano ingiuste, il 65% pensa che siano inefficienti, il 55% pensa che il discorso di lunedì non sia necessario. Un sondaggio di Elabe per Les Echos pubblicato anch’esso il 5 luglio ottiene risultati quasi identici: il 76% trova le politiche ingiuste, e il 66% inefficienti.

 

Altre Politiche

 

Un sondaggio di Elabe pubblicato il 6 luglio dice che il gradimento di Macron è sceso di 6 punti nell’ultimo mese, ed è ora al 34%, appena di '3 punti superiore a quello del suo predecessore Francois Hollande allo stesso punto della sua presidenza. Harris diceva il 29 giugno che il suo tasso di gradimento era sceso di 7 punti, al 40%.

 

Poco dopo la sua elezione di maggio 2017, il governo Macron ha indebolito le tutele dei lavoratori, ha eliminato una imposta patrimoniale e annunciato piani per il taglio di alcuni programmi di welfare. Ma il portavoce governativo Benjamin Griveaux ha detto venerdì che le critiche dovrebbero guardare ad altre politiche, come il raddoppio del numero di insegnanti in alcune scuole e l’aumento della spesa nella formazione lavorativa.

 

“Sono stanco di sentire che tutto quello che facciamo è fare regali ai ricchi”, ha detto Griveaux. “Non governiamo tenendo il naso sui sondaggi di opinione”.

 

I re francesi

 

Far viaggiare i parlamentari 20 chilometri per organizzare un incontro pomposo a Versailles, ex corte dei sovrani francesi, contribuisce solo ad alimentare coloro che denunciano l’arroganza di Macron.

 

A seguito di una modifica costituzionale del 2008 voluta dall’allora presidente Nicolas Sarkozy, i presidenti francesi possono convocare le due assemblee (577 e 348 parlamentari rispettivamente) a Versailles per una sessione comune. Macron ha parlato al Congresso nel luglio dello scorso anno e ha detto che rinnoverà l’esercizio tutti gli anni. Per contro, Macron non rispetta più la tradizione dei suoi predecessori di parlare alla nazione il Giorno della Bastiglia, il prossimo sabato.

 

Il discorso di Versailles serve a spiegare il programma di governo per il prossimo anno,  inclusi i controversi tentativi di riunificare i diversi sistemi pensionistici francesi, e i piani ad ora sospesi di migliorare il servizio sanitario, ridurre la povertà e migliorare l’edilizia pubblica. Conterà su questi punti per rispondere alle accuse che le sue politiche hanno favorito i benestanti.

 

“Trasformare il paese richiede tempo perché stiamo affrontando le radici dei problemi, non soltanto i sintomi” ha detto Griveaux.

 

Gli avversari non sembrano impressionati. I 18 deputati di France Unbowed hanno dichiarato che boicotteranno il discorso. Griveaux ha detto che dovrebbero quantomeno “mostrare la normale cortesia di venire ad ascoltare”.

 

“Il monarca Emmanuel Macron riceve ancora una volta i rappresentanti del popolo a Versailles” ha scritto su twitter Eric Coquerel, un parlamentare del partito di sinistra France Unbowed, il 3 luglio. “Avranno il diritto di ascoltare sua maestà e di rispondere una volta che egli se ne sarà andato. Questo nuovo mondo somiglia molto all’Ancien Regime e per niente alla Repubblica”.

 

 

 

01/07/18

Bloomberg - Manuale di tattica populista italiana: come scuotere l'establishment europeo

Contrariamente al tenore dei commenti che circolano sui media italiani, generalmente critici sul debutto del nuovo governo al vertice UE,  all'estero la visione dei "populisti" italiani che circola su molti importanti media è ben diversa: dopo il riconoscimento da parte di Eurointelligence dell'assertività italiana, il positivo resoconto di Bloomberg sull'accordo raggiunto dopo una nottata di lavori,  l'articolo di Le Figaro che riconosce ai capi di governo italiano e austriaco il ruolo di nuovi leader europei,  un altro commento, ancora da Bloomberg, che questa volta esalta la tattica seguita dal nostro governo nell'affrontare il difficile scontro all'interno dell'Unione per far valere finalmente gli interessi dell'Italia. Prossima tappa a settembre, il bilancio.  

 

 

 

di  Nikos Chrysoloras, 30 giugno 2018

 

I populisti di tutto il mondo che cercano di sfidare l'establishment farebbero bene a studiare la tattica del nuovo primo ministro italiano, Giuseppe Conte, che al suo primo vertice dei leader dell'Unione europea di giovedì ha ottenuto una serie di concessioni sulla migrazione.

 

Ecco una guida rapida su come ha fatto.

 

 

Fase uno: scegli la tua battaglia

 

Nel 2015, quando Alexis Tsipras cercò di liberarsi dalle regole di bilancio dell'Unione, la Grecia arrivò a uno scontro frontale con l'UE. Quella mossa si concluse con una capitolazione umiliante e con l'economia sull'orlo del collasso.

 

Anche l'Italia e l'UE sono in lotta per i vincoli di spesa, ma Conte ha scelto di combattere prima sull'immigrazione. Questo è un settore in cui l'UE è già divisa e la tedesca Angela Merkel è sotto pressione, cosa che dà all'Italia più potere.

 

Inoltre, a dire sommessamente il vero, il peggio della crisi dell'immigrazione era stato risolto due anni fa. Quindi c'era un grosso potenziale per un successo.

 

 


Fase due: stabilire l'agenda


 

L'Italia ha fatto dell'immigrazione la questione numero uno al vertice, dato che questo mese ha respinto una nave di soccorso di immigrati provocando un incidente diplomatico con la Francia. Parte della strategia consiste nel fare cose che infrangono le pratiche consuete e le regole della diplomazia internazionale - lasciando gli avversari sorpresi e incerti su come rispondere.

 

Parigi ha giocato a favore di Conte con il Presidente francese Emmanuel Macron che è esploso, lanciando insulti verso il nuovo governo italiano. E gli eventi in Germania sono stati per Conte un colpo di fortuna, con il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer che ha scelto proprio questo momento per ribellarsi alla Merkel.

 

 

 

Fase tre: formulare una minaccia credibile

 

Quando Tsipras affrontò l'UE, la sua opzione nucleare era di uscire dall'euro. Ciò avrebbe danneggiato l'intera unione valutaria - e stroncato l'economia greca.

 

Conte ha lanciato una minaccia meno pesante, di porre il suo veto su tutte le decisioni del vertice UE. Il perdente più diretto di quella mossa sarebbe stata la Merkel, non l'Italia. Quindi questa è totalmente un'altra dinamica.





Fase quattro: essere flessibili


 

L'Italia può anche aver trascorso le settimane che hanno preceduto il vertice litigando con i francesi, ma fin dall'inizio di giovedì, Conte e Macron hanno stretto una partnership che ha portato avanti i negoziati.

 

Imprevedibili cambiamenti di virata ti permettono di sfruttare le opportunità che si presentano e possono disorientare i tuoi avversari.

 

 

Fase cinque: pianificare in anticipo?

 

Le tattiche shock-and-awe (colpisci e terrorizza, ndt) messe in atto da Conte questa settimana potrebbero non essere sostenibili a lungo termine.

 

"Non puoi trattare ogni vertice come se fosse un incontro una tantum in cui non vi è accordo su nulla fino a quando non si raggiunge l'accordo su tutto; questo non è sostenibile a lungo termine", ha dichiarato Guntram Wolff, direttore del think tank Bruegel a Bruxelles. "A lungo termine, queste tattiche hanno un prezzo di credibilità politica".

 

La prossima volta che i leader europei si incontreranno sarà a fine settembre a Salisburgo, in Austria. A quel punto, il programma del bilancio italiano del 2019 sarà al centro dell'attenzione. E potrebbe provocare uno scontro molto più forte con l'establishment europeo.

29/06/18

Bloomberg - I populisti italiani spingono l'UE a irrigidire le politiche sull'immigrazione

Il resoconto di Bloomberg sull'accordo al vertice UE conclusosi nelle prime ore del mattino dopo una nottata di trattative, mette in luce come il governo italiano abbia ottenuto molto più di quanto non siano riusciti a ottenere, in anni di suppliche, i governi precedenti. E anche se l'accordo non sembra poter risolvere il problema, ma semplicemente rimanda a soluzioni future che non saranno facili da attuare, la novità è che l'Italia ha fatto sentire chiaramente la propria voce, mettendo gli altri paesi di fronte alla necessità di tentare di risolvere il problema. Che poi l'Unione europea possa effettivamente riuscirci, questo è certamente un altro paio di maniche.

 

 

 

di John Follain, Gregory Viscusi e Patrick Donahue, 29 giugno 2018

 

Il nuovo primo ministro italiano, Giuseppe Conte, è uscito dal suo primo summit dell'Unione europea con un pacchetto di misure per arginare il flusso dei migranti e condividere l'onere di gestire gli arrivi.

 

Durante i colloqui a Bruxelles, che si sono conclusi dopo le 4:30 di venerdì, gli stati membri hanno concordato di incrementare la sicurezza delle frontiere, istituire centri di detenzione per gestire i richiedenti asilo e imporre controlli più severi alle ONG che salvano i migranti sul Mar Mediterraneo. Un funzionario italiano ha detto che Conte ha ottenuto circa il 70% di quello che avrebbe voluto.

 

"L'Italia non è più sola", ha detto il premier ai giornalisti mentre lasciava la sede del vertice.

 

In seguito all'accordo, che ha disinnescato la disputa che apriva vecchie e nuove fratture all'interno dell'UE, l'euro è salito dello 0,8%.

 

I colloqui sono ripresi venerdì mattina con due ore di ritardo rispetto a quanto previsto, con i 27 leader che, dopo la partenza del primo ministro Theresa May, rientrata a Londra, hanno discusso sullo stato dei negoziati sulla Brexit. La dichiarazione, che contiene un avvertimento sui rischi di un divorzio senza accordo, è stata approvata in meno di un minuto, secondo il primo ministro maltese Joseph Muscat, che ha fatto il confronto con le quasi nove ore impiegate per l'accordo sui migranti. Non è ancora chiaro se l'accordo aiuterà la cancelliera tedesca Angela Merkel a evitare una rivolta del suo partito gemello bavarese, l'Unione sociale cristiana, che potrebbe privarla della maggioranza parlamentare. I primi segnali sono promettenti, poiché Hans Michelbach, un vice leader del CSU - e moderato all'interno del partito - ha accolto favorevolmente l'accordo. "È un segnale positivo che le cose si stanno muovendo in Europa nella giusta direzione. Dobbiamo riconoscere che c'è stato movimento e da parte nostra questo può certamente essere visto come positivo", ha detto alla televisione tedesca ARD.

 

Alexander Dobrindt, un altro funzionario della CSU fortemente critico nei confronti del cancelliere, ha affermato che avrebbe esaminato attentamente l'accordo, notando che contiene delle dichiarazioni sui flussi migratori interni che sono la principale preoccupazione della Germania.

 

All'interno dell'Unione permangono divisioni profonde tra coloro che hanno una posizione relativamente liberista nei confronti della migrazione, come Merkel o Pedro Sanchez della Spagna, e leader come l'ungherese Viktor Orban. Quest'ultimo al suo arrivo ha detto ai giornalisti che "l'invasione deve essere fermata". Dopo un'impennata nel 2015 i flussi migratori sono effettivamente diminuiti drasticamente.

 

Nella preparazione dei colloqui, l'amministrazione populista di Conte ha animatamente discusso con la Spagna e in particolare con la Francia per la sua decisione di bandire le navi di salvataggio migranti dall'attracco nei porti italiani. E tuttavia nel corso dei negoziati a Bruxelles il Presidente francese Emmanuel Macron ha assunto un ruolo chiave nella gestione dell'accordo.

 

Conte e Macron si sono brevemente confrontati prima che iniziassero i colloqui e poi hanno tenuto due incontri separati faccia a faccia durante la notte. Un funzionario italiano ha accolto con favore quello che ha definito un cambio di atteggiamento da parte francese. L'immagine dei due leader che lavorano insieme - a un certo punto Macron ha twittato una foto - potrebbe aiutare a ristabilire i rapporti tra i due governi, che nelle ultime settimane si sono scambiati insulti.

 

"Con Giuseppe Conte stiamo lavorando insieme per trovare un accordo europeo sulla condivisione dei rifugiati", ha scritto Macron in un tweet.

 

Molto dell'accordo rimane poco chiaro, tuttavia, non ultimo il fatto se sia effettivamente possibile implementarlo più di quanto non sia accaduto con i precedenti tentativi di condivisione degli oneri. La promessa di nuovi fondi UE per combattere la migrazione illegale potrebbe aiutare. Ma finora l'Italia, la Spagna, il Belgio e la Bulgaria hanno tutti dichiarato che non accetteranno l'invito a creare nuovi centri su base volontaria.

 

Giovedì, Conte aveva minacciato di bloccare l'intero programma del summit a meno che non avesse ottenuto il sostegno richiesto. Alla fine ha ottenuto più di qualsiasi altra cosa i suoi predecessori siano riusciti a strappare in anni di suppliche, da quando la crisi dell'immigrazione è esplosa nel 2015.

 

Tuttavia, la lotta per riuscire a condividere queste misure dà il segnale delle ulteriori battaglie che saranno necessarie in futuro, poiché i sostenitori della linea dura, in paesi come l'Austria, l'Italia e l'Europa dell'est, sentono che questo è il momento di portare avanti la loro causa. In un discorso al Bundestag, giovedì, Merkel ha avvertito che la questione dell'immigrazione "potrebbe trasformarsi in un problema che mette in gioco il destino dell'Unione europea".

 

Mentre lasciava il summit, la Merkel ha sorriso stancamente salutando l'accordo come un "messaggio positivo". Macron l'ha considerato un approccio coerente al fenomeno della migrazione e ha dichiarato:

 

"Questo è il frutto di uno sforzo congiunto ed è il frutto di una cooperazione a livello europeo, mentre un mancato accordo o delle decisioni a livello nazionale non sarebbero state né efficaci né durature".

 

07/06/18

Bloomberg - L'Italia ha bisogno di un piano di uscita dall'euro, e così anche gli altri paesi

Un articolo pubblicato su Bloomberg spiega perché il piano B di Savona è un fatto di puro buonsenso. Nonostante la carenza di analisi economica sugli effetti della moneta unica e i luoghi comuni, anche spiacevoli - come quello ad esempio che gli italiani vorrebbero essere salvati a spese degli altri paesi - l'articolo chiarisce un punto cruciale,  e cioè che non potrà mai esistere una politica monetaria che vada bene per tutti, e quella seguita fino ad ora, con le sue fasi alterne, è stata più allineata agli interessi della Germania che a quelli dell'Italia. In questo quadro, le crisi dell'eurozona non possono che essere ricorrenti, e l'Italia, come anche gli altri paesi, fanno benissimo a tenersi in tasca un piano B. 

 

 

di Ramesh Ponnuru, 01 giugno 2018

 

Se anche la moneta comune dovesse riuscire a cavarsela questa volta, produrrà nuove crisi in futuro.

 

La turbolenza in Italia si sta placando, almeno per il momento, ma il problema che l'ha provocata è destinato sicuramente a produrre altri sconvolgimenti in futuro.

 

La coalizione populista che ha vinto le ultime elezioni aveva proposto Paolo Savona come Ministro delle Finanze, un economista che sostiene che l'Italia abbia bisogno di un "piano B" per l'uscita dall'euro. Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica, ha posto il veto su quella nomina. Dopo una iniziale insistenza su Savona, i populisti anti-euro hanno trovato per lui una collocazione differente. I mercati si sono calmati e la  formazione del governo è andata avanti.

 

Mattarella ha ragione sul fatto che parlare di "piano B" metta a rischio l'euro, e sul fatto che il paese abbia il diritto di discutere la questione in una campagna elettorale per poi decidere attraverso le urne. E se uscire dall'euro ora creerebbe un grande caos, è comunque vero che sarebbe saggio avere a disposizione almeno un tacito piano di emergenza nell'eventualità di un'uscita.

 

Savona ha esagerato nel definire l'euro "una gabbia tedesca". L'euro ha offerto un reale beneficio all'Italia a livello microeconomico, come anche ad altri stati che ne fanno parte: l'abbassamento dei costi di transazione nel commercio coi vicini, la promozione del turismo e degli investimenti.

 

Tuttavia, avere una moneta comune costringe tutti i diversi paesi dell'eurozona ad avere anche un'unica politica monetaria. Questa politica monetaria ha funzionato piuttosto male per l'Italia e, sì, ha funzionato piuttosto bene per la Germania.

 

David Beckworth, ricercatore presso il Mercatus Center della George Mason University, ha mostrato che le politiche della Banca centrale europea hanno sempre avuto la tendenza ad adattarsi meglio ai paesi del centro dell'Unione europea anziché ai paesi della periferia. La sua analisi utilizza la Taylor Rule, una misura del tasso di interesse ideale per un paese basata sul tasso di inflazione e sulla differenza tra produzione economica potenziale ed effettiva. I tassi della BCE sono stati molto più vicini alle prescrizioni della Taylor Rule per i paesi del centro dell'eurozona rispetto ai paesi della periferia. La politica monetaria è stata troppo allentata per i paesi periferici durante il periodo del boom che ha preceduto la crisi economica del 2008-2009, e troppo restrittiva da quel momento in poi.

 

La politica monetaria può essere giudicata anche sulla base della sua capacità di stabilizzare la crescita della spesa in una data economia. Anche secondo questa misura la BCE ha funzionato piuttosto male per l'Italia. Prima della crisi il livello di spesa in Italia cresceva più che in Germania, e dopo è cresciuto più lentamente, o è addirittura diminuito. Le ampie oscillazioni sono segnali che la politica monetaria è controproducente. La diminuzione dei livelli di spesa, in particolare, è dannosa. Aumenta il peso del debito e richiede aggiustamenti del mercato del lavoro dolorosi e generalmente lunghi.

 

Che esistano differenze tra diverse regioni è inevitabile. Se la politica della BCE fosse stata perfetta per l'Italia, sarebbe stata destabilizzante per la Germania.

 

Se le specifiche politiche della BCE si possono criticare - ad esempio, perché sono state troppo restrittive per l'intera eurozona nel 2010 e 2011 - la radice del problema sta nella moneta unica in sé. E questo non è qualcosa che sia stato imposto agli italiani dall'esterno. La maggior parte degli italiani, secondo i sondaggi, vorrebbe stare nell'euro, forse a causa degli indubbi vantaggi che ha a livello microeconomico.

 

Secondo molti elettori italiani, non c'è dubbio, la condizione ideale sarebbe di continuare a ricevere i benefici dell'euro e salvataggi incondizionati da parte degli altri paesi. Ma non sono loro gli unici attori in questo dramma ad avere delle aspettative irrealistiche, sebbene comprensibili.

 

La Germania vuole mantenere i salvataggi e l'inflazione al minimo possibile, e al tempo stesso mantenere la moneta unica. Se anche l'euro dovesse riuscire a cavarsela questa volta, produrrà nuove crisi in futuro. L'Italia dovrebbe tenersi in tasca un piano di uscita. E lo stesso dovrebbero fare gli altri paesi.

30/05/18

Il Presidente italiano ha appena messo in pericolo l’euro

L’autorevole economista Ashoka Mody osserva su Bloomberg che, al di là delle polemiche di diritto costituzionale, la scelta di Mattarella di impuntarsi sull’esecutivo M5S-Lega è folle. Gli elettori italiani vogliono incidere sui processi decisionali, mentre l’insediamento di un nuovo governo “tecnocratico” non farebbe che aumentare il consenso per i partiti euroscettici (che potrebbero invece ottenere concessioni sacrosante dai partner UE). D’altra parte, questa situazione era inevitabile dopo che - in media - gli italiani sono meno ricchi oggi rispetto a quando, quasi vent’anni fa, aderirono alla moneta unica. Senza nemmeno averlo scelto.

 

 

 

Di Ashoka Mody, 29 maggio 2018

 

Bloccare i populisti servirà solo a renderli più forti.

 

Il Presidente italiano Sergio Mattarella può anche pensare di avere difeso una posizione di principio ponendo il veto sul ministro delle finanze euroscettico Paolo Savona, e di fatto impedendo la formazione di un governo guidato da Movimento 5 Stelle e Lega. Ma rigettando la scelta di una coalizione dotata di consenso popolare, può aver messo in moto una crisi finanziaria dalla quale sarà dura uscire, e che potrebbe mettere a rischio l’intero progetto europeo.

 

La mancanza di considerazione da parte di Mattarella delle recenti vicende politiche mette in luce una ostinazione scioccante. Nell’ottobre 2011, il cancelliere tedesco Angela Merkel fece una telefonata all’allora Presidente italiano Giorgio Napolitano, in seguito alla quale Napolitano colse al volo l’opportunità di rimpiazzare Silvio Berlusconi con il tecnocrate non eletto Mario Monti, gradito a Bruxelles. Nonostante la Merkel e Napolitano negassero di avere complottato per favorire l’uscita di scena di Berlusconi, questa fu l’impressione prevalente. L’Economist applaudì sfacciatamente la Merkel per “essersi sbarazzata di un clown come l’italiano Silvio Berlusconi”. Molti italiani si infuriarono, convinti che la Germania avesse violato la loro sovranità nazionale.

 

Non stupisce che il movimento euroscettico M5S abbia guadagnato consenso popolare. Nelle elezioni di febbraio 2013, i 5 Stelle emersero con più di un quarto dei voti, umiliando politicamente Monti e diventando il più grande partito del parlamento. Anche se il Partito Democratico di centrosinistra rimase al potere (con tre differenti presidenti del consiglio), il sentimento antieuropeo in Italia crebbe. Nelle elezioni di marzo 2018, i 5 Stelle e la Lega, un altro partito euroscettico, hanno ottenuto il consenso degli elettori e insieme hanno formato una maggioranza assoluta.

 

La semplice verità è che i partiti tradizionali mainstream – Forza Italia guidata da Berlusconi e il centrosinistra del Partito Democratico – hanno fallito per troppo tempo. In media, gli italiani sono più poveri oggi di quando l’Italia entrò nell’eurozona nel 1999. Il peso si è scaricato in maniera particolare sui giovani italiani, moltissimi dei quali sono o disoccupati o così scoraggiati che hanno deciso di non registrarsi neppure tra chi cerca lavoro. Mattarella e gli osservatori europei a lui simili osservano con orrore l’euroscetticismo del M5S e della Lega. Ma gli italiani hanno chiarito che vogliono un cambiamento.

 

Senza dubbio, Savona era una scelta controversa: il suo “piano B” per una eurexit era impraticabile e allarmista, e quindi avrebbe potuto apportare gravi danni all’Italia. Ma al di là dei loro roboanti proclami, la coalizione Lega-M5S ha alcune proposte intelligenti: la BCE dovrebbe dare più importanza alla disoccupazione quando definisce la politica monetaria (come fa la Federal Reserve negli USA); le regole fiscali dovrebbero essere più elastiche nei confronti delle spese per investimenti. Invece di dare agli euroscettici un’opportunità di confrontarsi con le difficoltà del governare – e di riconoscere la futilità di alcune loro proposte – Mattarella sta tentando di assemblare un altro governo tecnocratico.

 

Il monito della storia è chiaro. Il M5S e la Lega manterranno il loro peso elettorale e potrebbero addirittura uscirne rafforzati. Nel frattempo, l’incombente crisi politica e finanziaria potrebbe avere conseguenze molto gravi. La follia di Mattarella non si sarebbe potuta manifestare in un momento peggiore. Il buon andamento dell’economia globale nella seconda metà del 2017 sta peggiorando, e l’economia italiana fa ancora fatica a riprendersi. Negli ultimi mesi, il commercio globale è diminuito, e lo slancio economico europeo si è affievolito.

 

L’aritmetica economica per l’Italia è davvero deludente. Pur avendo la BCE che sta di fatto acquistando praticamente ogni nuovo bond emesso dal governo, il rendimento delle obbligazioni era a circa l’1,8% in aprile. Ora, si avvicina al 3%. Con un’inflazione annua di appena lo 0,6%, ciò significa un interesse reale (scorporato dell’inflazione) superiore al 2%. L’Italia non può sostenere un tasso di interesse così alto: la crescita della produttività è praticamente nulla, e il suo potenziale di crescita economica a lungo termine è ben sotto l’1%.

 

La crisi provocata da Mattarella potrebbe autoalimentarsi: i tassi reali potrebbero salire ancora, mentre gli interessi nominali applicati ad aziende e consumatori aumentano e un’economia in frenata smorza l’inflazione. Tassi così alti distruggerebbero l’economia. Il peso del debito governativo, testardamente fermo sopra il 130% del PIL, diventerebbe più difficile da ripagare mentre le entrate fiscali scenderebbero. Le banche italiane, già in difficoltà sotto il peso dei crediti deteriorati, dovrebbero affrontare un nuovo ciclo di insolvenze.

 

La BCE ora si trova tra l’incudine e il martello. Se prende l’iniziativa di prolungare il suo programma QE, presto raggiungerà il limite che si è autoimposta di non comprare più di un terzo del totale dei bond italiani. La Germania e altri paesi “del Nord” dell’eurozona si preoccuperebbero giustamente su chi dovrebbe sostenere il peso di un’eventuale default del governo italiano su questa grande massa di obbligazioni detenute dalla BCE. Se per la pressione dei paesi del Nord la BCE dovesse ridurre gli acquisti di bond, i tassi di interesse reali italiani salirebbero ancor più rapidamente, aumentando le probabilità di una recessione dell’Italia.

 

Mattarella e i suoi consiglieri sono intrappolati in un pensiero di gruppo europeo, che nega ai cittadini italiani il diritto di dire la loro opinione su come gestire il proprio paese ed esclude compromessi ragionevoli. Nel tentativo di preservare l’ortodossia europea, possono scatenare forze distruttive che non sono in grado di controllare.

 

 

11/05/18

Bloomberg - Il Nuovo ordine mondiale americano è ufficialmente morto

Una fonte mainstream quale il Bloomberg dichiara ufficialmente morto il sogno americano di imporre il proprio sistema di controllo mondiale. La Russia, dopo essersi ripresa dal crollo dell'Unione Sovietica, assieme a una nuova potenza come la Cina, sono sfuggite alla guida statunitense creando poli alternativi di influenza. Naturalmente Bloomberg assume un punto di vista assolutamente favorevole e roseo sul nuovo ordine mondiale pacifico e collaborativo che gli Stati Uniti avrebbero tentato di perseguire e considera negativamente la sua fine, gettandone la responsabilità sull'autoritarismo e le mire di potenza di Cina e Russia. In sostanza però questa rinuncia ufficiale all'ambizione di integrare questi paesi sotto l'impero americano non significa pace: secondo Bloomberg la conseguenza sarà che gli USA dovranno impegnarsi in maniera sempre più aggressiva a difendere militarmente l'impero americano finora consolidato. 

 

 

di Hal Brands, 27 settembre 2017

 

La politica estera americana ha raggiunto uno  storico punto di svolta, e qui è la sorpresa: non ha molto a che vedere con l'estenuante e controversa presidenza di Donald Trump.

 

Per circa 25 anni dopo la fine della Guerra Fredda uno dei temi dominanti della politica USA è stato quello di condurre uno sforzo per globalizzare l'ordine liberale internazionale che originariamente aveva preso piede nei paesi occidentali a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Il governo di Washington sperava di riuscire a integrare in esso i potenziali avversari del sistema, vale a dire la Russia e la Cina, in modo così profondo che non avessero più motivo o desiderio di mandare all'aria quel sistema. L'obiettivo era di spingere tutte le maggiori potenze mondiali, tramite incentivi economici e diplomatici, verso un sistema nel quale esse si ritenessero soddisfatte, e dove gli USA e i suoi valori avrebbero regnato supremi.

 

Era un'ambizione esaltante, basata sull'idea che Russia e Cina si stessero avviando definitivamente sul sentiero della liberalizzazione politica ed economica, e che alla fine avrebbero potuto definire i propri interessi in un modo compatibile con quelli americani.

 

E tuttavia questo progetto si trova ora innegabilmente in una via senza uscita. Il nuovo obiettivo della strategia americana non è più quello di integrare le grandi potenze rivali in un vero ordine globale, ma solo di difendere il sistema internazionale attualmente esistente - sistema funzionante ma incompleto.

 

Questa conclusione può essere dura da accettare, perché si scontra con il grande ottimismo che aveva caratterizzato l'epoca successiva alla Guerra Fredda. Al termine del grande confronto tra le due superpotenze, la democrazia e il libero mercato si erano diffusi come incendi, i muri erano caduti e le divisioni geopolitiche stavano scomparendo.

 

Anche la Russia e la Cina - la prima una grande rivale geopolitica dell'America già da molto tempo, la seconda una superpotenza che si stava profilando all'orizzonte - stavano mostrando interesse per una maggiore cooperazione e integrazione con la comunità internazionale guidata dagli USA. Sembrava possibile che il mondo si muovesse verso un unico modello di organizzazione politica ed economica, verso un unico sistema globale guidato dall'America.

 

Promuovere un tale risultato era diventato la principale preoccupazione della politica estera americana. Gli USA cercavano di approfondire i legami diplomatici con la Russia di Boris Yeltsin e di incoraggiare le riforme democratiche e per il libero mercato, nonostante queste si scontrassero con il possibile revanscismo russo e l'instabilità europea dovuta all'espansione della NATO verso i paesi che prima appartenevano al Patto di Varsavia.

 

Allo stesso modo Washington perseguiva un obiettivo di "ampio coinvolgimento" della Cina, mirato a integrare Pechino verso l'economia globale e a incoraggiarla a prendere un ruolo più attivo nella diplomazia regionale e internazionale. L'idea era che una Cina più ricca sarebbe alla fine diventata una Cina più democratica, dato che la crescita della classe media avrebbe fatto pressione per delle riforme politiche. La politica americana di integrazione prevedeva al contempo di dare a Pechino una maggior partecipazione nell'ordine liberale allora esistente guidato dagli USA. Questo avrebbe dunque tolto ai leader cinesi il motivo di sfidare l'ordine esistente.

 

Come descritto dall'amministrazione del presidente Bill Clinton, questo approccio mirava ad "accogliere il desiderio di entrambi i paesi [Russia e Cina] di partecipare all'economia globale e alle istituzioni globali, insistendo che entrambe accettassero gli obblighi, così come i benefici, dell'integrazione".

 

Questa strategia, riassunta dal vice-segretario di stato Robert Zoellick nel 2005 come "modello dell'azionista responsabile", rifletteva l'ammirabile aspirazione a lasciarsi per sempre alle spalle le intense competizioni geopolitiche e ideologiche del ventesimo secolo. Tuttavia, come è diventato sempre più chiaro nel corso dell'ultimo decennio, prima in Russia e adesso in Cina, questo approccio era basato su due assunzioni che non hanno retto al confronto con la realtà.

 

La prima assunzione era che Cina e Russia si stessero davvero muovendo inesorabilmente verso uno stile occidentale di liberalismo economico e politico. Le riforme in Russia si sono arrestate alla fine degli anni '90, nel mezzo della crisi economica e del caos politico. Nei successivi 15 anni Vladimir Putin ha progressivamente ristabilito un modello di governo caratterizzato da un autoritarismo politico sempre meno mascherato, e con una collusione sempre più stretta tra lo stato e i grandi interessi commerciali.

 

In Cina la crescita economica e l'integrazione verso l'economia globale non hanno portato a una automatica liberalizzazione politica. Il Partito Comunista al governo ha invece utilizzato i vertiginosi tassi di crescita economica come sistema per ottenere legittimazione e seppellire il dissenso. Negli anni recenti il sistema politico cinese è diventato anzi più autoritario, il governo ha assiduamente represso le richieste di diritti umani e l'attivismo politico indipendente, e ha raggiunto un potere centralizzato che non si vedeva da decenni.

 

La seconda assunzione era che queste potenze avrebbero potuto definire i propri interessi nel modo voluto dagli USA. Il problema qui è che la Russia e la Cina non sono mai state davvero disposte ad abbracciare l'ordine liberale americano, che enfatizzava idee liberali che avrebbero inevitabilmente minacciato i regimi dittatoriali, per non parlare dell'espansione della NATO verso quella che prima era la sfera di influenza di Mosca, e la persistenza delle alleanze e delle forze militari americane in tutta la zona dell'Asia orientale al confine della Cina. E così Pechino e Mosca hanno iniziato a ottenere o riguadagnare il potere di mettere in discussione quell'ordine mondiale, e hanno progressivamente iniziato a esercitarlo.

 

La Russia ha cercato, nell'ultimo decennio, di modificare l'ordine post-Guerra Fredda in Europa con la forza e l'intimidazione, in particolare con le invasioni della Georgia nel 2008 e dell'Ucraina nel 2014. Il governo di Putin ha lavorato anche per minare istituzioni chiave dell'ordine liberale, come la NATO e l'Unione Europea, e si è intromesso aggressivamente nelle elezioni e negli affari politici interni dei paesi occidentali.

 

La Cina, dal canto suo, è stata ben lieta di raccogliere i benefici dell'inclusione nell'economia globale, mentre cercava progressivamente di dominare la sua zona periferica sull'oceano, e di costringere e intimidire i vicini, come il Vietnam e il Giappone, e cercava di indebolire le alleanze USA nell'area del Pacifico.

 

I funzionari americani speravano che Mosca e Pechino si sarebbero infine sentiti soddisfatti dello status quo. Invece, come ha scritto Thomas Wright della Brookings Institution, si stanno comportando alla classica maniera revanscista.

 

L'era dell'integrazione è dunque finita, nel senso che non c'è più nessuna prospettiva realistica a breve termine di riportare la Russia o la Cina dentro un sistema guidato dall'America. Questo non significa, comunque, che l'America sia destinata alla guerra con la Russia e la Cina, o che debba cercare di isolare una o l'altra delle due potenze.

 

Nel bene o nel male, il rapporto commerciale tra America e Cina resta necessario per la prosperità americana e per la salute dell'economia globale. La cooperazione tra Washington e Pechino, e anche tra Washington e Mosca, è importante per poter affrontare le sfide diplomatiche internazionali come la proliferazione nucleare e il cambiamento climatico.

 

Ciò che questo significa, però, è che gli USA devono diventare al tempo stesso più duri e meno ambiziosi nel loro approccio alle relazioni con le grandi potenze e con il sistema internazionale. Meno ambizioni nel senso che dovranno mettere da parte l'idea che l'ordine liberale possa diventare davvero globale o possa coinvolgere tutte le maggiori potenze, almeno nel prossimo futuro. E devono diventare più duri nel senso di capire che serviranno sforzi maggiori per difendere l'ordine attualmente esistente dalla sfida rappresentata dalle potenze revisioniste.

 

Questo richiede di intraprendere passi difficili ma necessari, come quello di fare gli investimenti militari necessari per mantenere la potenza americana e la capacità di deterrenza nell'Europa dell'est e nel Pacifico occidentale, nonché sviluppare le capacità necessarie per contrapporsi alla coercizione cinese e alla sovversione politica della Russia verso i rispettivi vicini. Questo richiederà di raccogliere vecchi e nuovi alleati contro la minaccia posta dall'espansionismo russo e cinese. Soprattutto, significherà accettare l'idea che le relazioni tra le grandi potenze debbano entrare in un periodo di maggiore tensione e pericolo, e che la volontà di accettare maggiori costi e rischi sarà il prezzo da pagare per affrontare la sfida revisionista e proteggere gli interessi americani.

 

In breve, l'obiettivo di raggiungere un mondo completamente integrato non è più raggiungibile oggi. Riuscire a difendere l'ordine internazionale esistente che gli USA hanno costruito e guidato nel corso degli anni sarà una sfida - e un risultato - già più che sufficiente.