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19/01/19

La "hard Brexit" e l'uscita dal mercato comune: e allora?

Sin dall'inizio dei negoziati per la Brexit, un articolo di Charles-Henri Gallois, responsabile economico dell'Union Populaire Républicaine, chiarisce con una serie di grafici e dati come dal punto di vista economico gli inglesi non devono temere una cosiddetta hard Brexit, perché i costi  di un'uscita dalle regole europee sono comunque inferiori ai vantaggi. Per non parlare dell'impareggiabile vantaggio di riappropriarsi dell'indipendenza e del potere di decidere sul proprio destino.

 

 

di Charles-Henri Gallois, 20 gennaio 2017

 

Nel Regno Unito negli ultimi tempi infuria il dibattito [1] sulle condizioni di uscita dall'Unione europea. Bisognerebbe o no rimanere nel mercato comune?

 

L'UPR ricorda qui che il mercato comune è nato con il trattato di Roma del 1957. Il principio alla base del mercato comune è la libera circolazione delle merci. Da allora, è stata aggiunta la libera circolazione dei capitali e delle persone. Va notato che nel quadro dello Spazio economico europeo (SEE), questo mercato non è limitato ai 28, che presto saranno 27, membri dell'Unione europea (UE), poiché vi rientrano anche tre paesi dell'Associazione europea di libero scambio (AELS): Norvegia, Islanda e Liechtenstein.

 

I sostenitori della Brexit sono stati messi in allarme dalle parole di Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere (equivalente del ministro dell'Economia), preoccupato per un'uscita dal mercato comune che, secondo lui, sarebbe catastrofica per il Regno Unito [2].

 

Va ricordato che Philip Hammond ha fatto campagna per il "Remain", vale a dire la permanenza del Regno Unito nell'UE. I Brexiters ritenevano, giustamente, che restare nel mercato comune equivarrebbe a un'uscita incompleta dall'UE, poiché l'appartenenza al mercato comune implica la libera circolazione dei capitali, dei beni e servizi e delle persone, nonché l'imposizione a tutta l'economia del Regno Unito di norme decise altrove.

 

I sostenitori del "Remain" spiegano che il costo di un'uscita dal mercato comune sarebbe troppo grande e dannoso per l'economia del Regno Unito. Theresa May si è impegnata nel suo discorso del 17 gennaio 2017 [3] a rispettare la volontà del popolo di riprendere in mano il proprio destino. Sarà quindi un'uscita piena e completa dal mercato comune. Che dire delle conseguenze economiche, che secondo tutti gli europeisti sarebbero catastrofiche?

 

Si tratta di una domanda fondamentale che interessa tutti i francesi nel quadro della Frexit proposta dall'URP e da François Asselineau.

 

I costi di un'uscita dal mercato comune

 

I fautori del Remain ritengono che in ogni caso al Regno Unito verranno imposti gli standard dell'UE anche se non avrà più voce in capitolo nella loro elaborazione. Questo è ovviamente falso. Le imprese che esportano verso l'UE dovranno conformare i loro prodotti destinati all'UE a questi standard, come fanno con gli standard americani o coreani e così via. Ma, giustamente, non sarà questo il caso per il resto dell'economia.

 

È importante capire che la quota delle esportazioni britanniche verso l'UE è solo del 44,4% ed è in costante diminuzione, come mostrato nel grafico seguente:

 



 

In valore assoluto, equivale a 184,1 miliardi di euro, pari al 9,1% del PIL del Regno Unito.

 

L'argomento principale a sostegno del costo dell'uscita dal mercato comune è che le esportazioni britanniche saranno soggette a barriere doganali. Ciò renderà quindi le esportazioni meno competitive.

 

Allo stato attuale, le barriere doganali, vale a dire la tariffa esterna dell'Unione europea, sono le seguenti [4]:

 



 

Questi dati risalgono al 2001 e, sotto l'influenza dell'OMC e degli Stati Uniti, le tariffe sono in costante diminuzione. Siamo molto lontani dalla tariffa esterna comune protezionistica degli anni '60. Sappiamo anche che il Regno Unito produce ed esporta pochissimi prodotti agricoli. Il loro tasso medio quindi probabilmente nel 2016 sarebbe molto più basso rispetto al 3,1% indicato.

 

Prendendo per buona questa ipotesi del 3,1%, questo rappresenta un costo aggiuntivo di 5,7 miliardi di euro che penalizzerebbe la competitività delle esportazioni.

 

I vantaggi dall'uscita dal mercato comune


 

Vi sono almeno tre vantaggi per il Regno Unito in seguito all'uscita dal mercato comune.

1. Risparmi significativi per le piccole e piccolissime imprese che non esportano nell'UE ed erano tenute ad applicare le norme e le direttive europee. I 100 regolamenti più costosi sono stimati a 27,4 miliardi di sterline, ovvero circa 31,7 miliardi di euro all'anno per l'economia britannica [5]. È chiaro che si tratta di un vantaggio enorme rispetto ai potenziali 5,7 miliardi di euro di dazi doganali sulle esportazioni.

 



 

2. Per accedere al mercato comune e essere membro dell'UE, il Regno Unito contribuisce al bilancio dell'UE. Ed è un contributore netto! Ogni anno il Regno Unito versa 17,1 miliardi di euro all'UE, che ne restituisce 11,6, di cui 5,3 sono rimborsi [6]! Si tratta quindi di una perdita annuale netta di 5,5 miliardi di euro. Pari, più o meno, ai dazi doganali supplementari. Con l'unica differenza che gli inglesi, ora, saranno padroni delle loro leggi!

 



 

3. Dobbiamo anche tenere conto, se guardiamo alle esportazioni, del calo della sterlina inglese, che tutti gli europei presentano come un disastro per il Regno Unito! Il cambio prima della Brexit era 1 sterlina = 1,32 euro, ora è 1 sterlina = 1,16 euro, con un deprezzamento del 12,1%. Ciò significa che i prodotti del Regno Unito saranno il 12,1% meno costosi per l'esportazione. Se applichiamo questo deprezzamento ai 184,1 miliardi di EUR di esportazioni [7] verso i paesi membri dell'UE e calcoliamo i dazi doganali stimati (tariffa esterna dell'UE), otteniamo che le esportazioni britanniche risulteranno meno costose per 17,3 miliardi di euro.

 



 

Nell'ambito del libero scambio britannico, inoltre, alcuni sostenitori della Brexit hanno spiegato che le tariffe doganali dell'UE non sono importanti perché il Regno Unito può importare i suoi prodotti a basso costo da paesi terzi, in particolare i prodotti agricoli, liberandosi così della tariffa esterna. In questa visione, dato il suo enorme deficit commerciale, il Regno Unito risulta vincente.

 

Il caso francese


 

Per quanto riguarda la Francia, il suo caso è un po' diverso perché le esportazioni sono soprattutto verso i paesi dell'Unione Europea (26 paesi escludendo il Regno Unito). Tuttavia, anche la quota delle nostre esportazioni verso l'UE nel suo insieme sta diminuendo, come si può vedere nel grafico seguente:

 



 

Nel 2015, in termini assoluti, abbiamo esportato 267,8 miliardi di euro, che rappresentano il 12,8% del nostro PIL. Se adottiamo lo stesso metodo del costo aggiuntivo sulle esportazioni dovuto alle tariffe doganali, con un tasso medio più elevato per la Francia (4,3%) poiché esporta più prodotti agricoli, arriviamo a un costo aggiuntivo di 11,5 miliardi di euro.

 

E tuttavia, i fatti sono incontrovertibili, e la Francia, in caso di Frexit, avrebbe dei vantaggi che superano di gran lunga questo costo aggiuntivo per le sue esportazioni verso i paesi dell'Unione europea.

 

  • - Anche il costo aggiuntivo dovuto all'adesione agli standard del mercato comune applicati a tutte le imprese, anche a quelle che non esportano nell'UE, è enorme per la Francia! Questo costo aggiuntivo è stimato in 37 miliardi di euro all'anno. [8]


 

 

 

 

 

 



 

Poiché l'inflazione normativa di origine europea è costante, questo costo può solo aumentare. Il costo aggiuntivo potenzialmente associato ai dazi doganali per l'ingresso nel mercato europeo appare ridicolo in confronto.

 



 

- Anche la Francia, come i nostri amici oltre Manica, è contributore netto al bilancio dell'UE. Ogni anno la Francia versa 22,6 miliardi all'UE, che le restituisce 14,2 miliardi di euro [9]. Si tratta quindi di una perdita netta di 8,4 miliardi di euro, quasi l'importo del costo aggiuntivo relativo ai dazi doganali. Occorre anche notare che in 25 anni il contributo francese è più che quadruplicato!

 



 

- Infine, per l'UPR è chiaro che l'uscita dal mercato comune sarà accompagnata da un'uscita dall' euro, che comporterà un deprezzamento del franco rispetto all'euro, se questo continuerà ad esistere. Ciò supporterà la competitività delle nostre esportazioni o l'attrazione del turismo e compenserà ampiamente i dazi doganali. Al netto, sulla base di un deprezzamento del 10% del franco e di 267,8 miliardi di euro di esportazioni verso l'UE, il guadagno sarebbe dell'ordine di 16,4 miliardi di euro!


 

Se il deprezzamento fosse del 20%, il guadagno netto sarebbe di circa 44 miliardi di euro!


Conclusioni

 

In conclusione, come per gli inglesi, non dobbiamo avere paura ed economicamente abbiamo più da guadagnare che da perdere da un'uscita dall'UE, dal mercato comune e dall'euro. Ma al di là dell'economia, e questo è ciò che la maggior parte degli elettori britannici ha capito, è soprattutto una questione di democrazia, e quindi di indipendenza nazionale. Lo ha detto lo stesso Charles de Gaulle, quando Alain Peyrefitte lo interrogava su un'uscita dalla CEE (l’antenato dell'UE) e dal mercato comune: "Se dovessimo scegliere tra l'indipendenza e il mercato comune, essere indipendenti sarebbe più importante del mercato comune "[10].

 

Note

 

1]http://www.dailymail.co.uk/news/article-3739473/Tory-rebels-demand-Theresa-set-timetable-UK-s-EU-departure-bid-avoid-Brexit-Lite.html

 

[2] http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2016/06/26/97002-20160626FILWWW00044-brexit-philip-hammond-s-inquiete-d-une-perte-de-l-acces-au-marche-unique.php

 

[3] http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2017/01/17/97002-20170117FILWWW00173-theresa-may-le-brexit-signifiera-la-sortie-du-marche-unique.php

 

[4] http://www.senat.fr/rap/r05-120/r05-12030.html

 

[5] http://openeurope.org.uk/intelligence/britain-and-the-eu/100-most-expensive-eu-regulations/

 

[6] http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/dossiers-pays/royaume-uni/l-union-europeenne-et-le-royaume-uni/

 

[7] Eurostat, chiffres de 2015

 

[8] Ce que nous coûte l’Europe, Christophe Beaudouin

 

[9] http://www.performance-publique.budget.gouv.fr/finances-publiques/financement-union-europeenne/approfondir/actualite/jaune-2015-relations-financieres-union-europeenne-france-toujours-3e-rang-contributeurs-nets

 

[10] C’était de Gaulle, Alain Peyrefitte, Fayard, 1997, tome 2, pp. 253 – 254

 

20/07/18

The Spectator – La UE è terrorizzata all’idea che la Brexit sia un successo per la Gran Bretagna

Un articolo di David Green su The Spectator descrive quello che una Gran Bretagna davvero indipendente dalla UE potrebbe fare per la propria economia. Le trattative attualmente in corso sulla Brexit vertono, più di quanto il dibattito pubblico lasci trapelare, sulla libertà di gestire investimenti pubblici e aiuti di Stato (questi ultimi formalmente vietati dalla UE). La storia economica recente mostra come un utilizzo adeguato di questi strumenti sia la base della prosperità economica dei paesi, anche di quelli più apparentemente "liberisti". Chi vuole impedire che gli Stati abbiano il pieno controllo dei propri mezzi economici attraverso la politica nazionale vuole, di fatto, mantenere lo status quo e i monopoli esistenti.

 

 

di David Green, 13 luglio 2018

 

Ora che gli intenti della UE sono usciti allo scoperto, possiamo vedere che espressioni come “paese vassallo”, “colonia” e “ossequio” erano ben scelte, e che i dubbi di Donald Trump sono legittimi. L’impegno per un nuovo insieme di regole comuni che includono il vincolo di rispettare norme che regolamentino gli aiuti di Stato implica, a farla breve, l’impegno a non darsi troppo da fare per avere successo economico. E tuttavia agli aiuti di Stato è stato a malapena accennato nel dibattito.

 

La libertà dalla camicia di forza della UE ci dà l’occasione per mostrare come un popolo indipendente possa creare prosperità, ma anziché cogliere questa opportunità, il Governo sta a preoccuparsi della eventuale distruzione delle catene di fornitura integrate nella UE. Queste possono includere, ad esempio, componenti automobilistici fabbricati in Italia, poi trasportati in Germania per essere rifiniti, e infine portati in una fabbrica in Gran Bretagna per l’assemblaggio. Questa prassi dispendiosa è anche dannosa per l’ambiente, a causa dei costi dei trasporti che sarebbero evitabili, e si sta già iniziando a sostituirla con catene di fornitura più ravvicinate.

 

Dal punto di vista economico ha senso che le componenti siano prodotte vicine alla fabbrica automobilistica, ma può dover esserci un investimento iniziale, che può coinvolgere il governo. Secondo le intenzioni dichiarate, il governo britannico dovrebbe chiedere il permesso a Bruxelles prima di poter investire in catene di fornitura britanniche e di creare, di conseguenza, posti di lavoro ben pagati legati ad esse. Cosa succederà quando chiederemo a Bruxelles il permesso di poter spendere i nostri stessi soldi? Le case automobilistiche tedesche, alcune delle quali hanno già dimostrato quanti pochi scrupoli hanno riguardo ai test sulle emissioni, faranno pressioni sulla UE per evitare gli investimenti britannici. Impedire l’innovazione va a tutto vantaggio degli interessi delle industrie già esistenti, ma impedisce a nuove iniziative imprenditoriali di sviluppare tecnologie e impianti per il futuro.

 

Qualsiasi paese che abbia mai prosperato economicamente ha dovuto il suo successo alle avvedute politiche di investimento e sostegno del suo governo. È stato così che la Germania e gli Stati Uniti hanno superato la Gran Bretagna nell’ultima parte del diciannovesimo secolo, ed è stato così che sono potuti avvenire i miracoli post-bellici in paesi come la Germania e il Giappone. È così, inoltre, che Taiwan, la Corea del Sud e Singapore sono diventate le tigri asiatiche, e il Brasile e l’India hanno avuto tanto successo a partire dagli anni ’80. Più di tutto, è stato così che la Cina è cresciuta fino al suo attuale status di potenza economica, ed è così che l’America porta avanti il proprio successo. Gli Stati Uniti come paese hanno sempre sostenuto la ricerca e lo sviluppo con i fondi pubblici, hanno finanziato le imprese tramite i piani della Small Business Administration, hanno finanziato l’industria soprattutto grazie a una generosa voce di bilancio per la difesa, e hanno permesso agli stati federali di portare avanti piani economici in favore delle industrie locali usando fondi pubblici.

 

La UE è terrorizzata all’idea del successo che potremmo avere grazie alla nostra indipendenza. Sa perfettamente che le sue politiche principali si sono rivelate disastrose. L’eurozona è fatalmente difettosa e l’accordo di Schengen sull’immigrazione è ormai ridotto a brandelli. Se avremo successo economicamente, questo manderà un messaggio a paesi come l’Italia e la Spagna, nei quali la disoccupazione è elevata, un messaggio che dirà che un’altra strada è possibile. La strategia negoziale della UE è quella di rendere quanto più difficile possibile il successo della Gran Bretagna. Sono spaventati dall’idea che potremmo andare bene, e che potremmo dimostrare al mondo quanto errato sia, nel suo insieme, il progetto UE. Gli oligarchi europei sono spaventati e sulla difensiva, ma anziché giocare queste carte a nostro vantaggio, i piani di Theresa May sono solo di aiuto per loro. È come se la May volesse farci entrare nella competizione dopo aver fatto agli altri contendenti la solenne promessa che noi non correremo al massimo della nostra velocità. Uscire senza alcun accordo sarebbe comunque meglio che accettare i piani proposti dalla UE.

 

25/05/18

Barron’s – Senza euro l’Italia non sarebbe l’Argentina o la Turchia, ma il Regno Unito

Un articolo molto chiaro e documentato su Barron's traccia un confronto tra l'economia italiana e quella britannica. Storicamente i fondamentali dei due paesi sono molto simili, con tassi di inflazione pressoché uguali e tassi di interesse reali largamente paragonabili. Entrambi i paesi hanno alcuni problemi strutturali e culturali, peraltro non troppo diversi. Londra è una metropoli globale, ma è anche un'eccezione nel contesto britannico. La grande differenza negli sviluppi economici recenti l'ha fatta il regime monetario, con una Gran Bretagna indipendente e un'Italia agganciata al marco tedesco (l'euro). Ridicolizzati i tentativi di confronto con i mercati emergenti (sullo stesso tema si veda anche questo articolo di Borghi e Bagnai sul Corriere), un buon termine di paragone per l'Italia è dunque il Regno Unito.

 

 

di Matthew C. Klein, 23 maggio 2018

 

Nel mio articolo economico della scorsa settimana sostenevo che i difetti dell’area euro spiegano molti dei problemi economici che l’Italia ha avuto nello scorso decennio. In particolare la moneta unica ha trasformato i titoli pubblici da prodotti con un tasso di rendimento in prodotti di credito. Questo costringe la politica fiscale ad essere troppo restrittiva, specialmente durante le fasi di contrazione dell’economia, e rende anche la politica monetaria più restrittiva di quello che dovrebbe essere.

 

Alcuni lettori erano in disaccordo. I costi di indebitamento dell’Italia, secondo loro, avrebbero avuto una componente di credito pro-ciclica anche se l’Italia avesse avuto la propria valuta e se la Banca d’Italia l’avesse potuta stampare. Il Brasile, per esempio, ha la sua propria valuta e un mercato di titoli pubblici denominati per lo più in valuta nazionale, e nonostante questo è stato costretto ad aumentare i suoi tassi di interesse e a praticare tagli di bilancio nel bel mezzo della peggiore recessione che fosse capitata da decenni. Jokesters ha disegnato dei diagrammi di Venn notando che l’Italia e l’Argentina hanno entrambe una vasta componente di etnia italiana nelle proprie popolazioni, mentre l’Italia e la Turchia hanno in comune una valuta locale tradizionale che si chiama lira. L’implicazione sarebbe che l’Italia è un caso disperato.

 

Questi argomenti però perdono di vista il punto fondamentale. L’Italia non è un mercato emergente, non più di quanto lo sia il Regno Unito, né storicamente né in questo momento.

 

Per prima cosa si considerino i tracciati di andamento dell’inflazione. È difficile distinguere quale tra le due sia l’economia “responsabile” e quale invece non lo sia:

 



 

Cosa ancora più importante dell’inflazione è la storia dei tassi di interesse. Il valore della sovranità monetaria è che il costo dei capitali segue le previsioni di crescita. Il grafico sotto confronta il tasso di interesse di riferimento del debito italiano rispetto a quello britannico dopo aver sottratto l’inflazione:

 



 

Come si può vedere, il governo italiano ha pagato tassi di interesse sostanzialmente uguali a quelli del Regno Unito nel corso degli ultimi quattro decenni, con due eccezioni da notare. Si tratta della crisi dello SME all’inizio degli anni ’90 e della crisi dell’euro negli anni recenti. Il Regno Unito avrebbe attraversato un’esperienza simile a quella dell’Italia, eccetto che il governo britannico, a differenza di quello italiano, ha deciso di abbandonare l’aggancio al marco tedesco durante la crisi dello SME, e di conseguenza ha perso l’opportunità di entrare nell’euro.

 

L’Italia ha molti altri problemi. Come ho scritto la settimana scorsa, l’Italia ha un andamento demografico eccezionalmente negativo, una contrapposizione molto netta tra il Nord e il Sud e una cultura aziendale anti-meritocratica. Ma anche il Regno Unito ha un sacco di problemi, se è per quello, tra cui una simile contrapposizione netta tra Nord e Sud e una cultura dell’istruzione che spesso premia il “bravo sportivo” e il “dilettante talentuoso” rispetto al rigoroso accademico. Entrambi i paesi hanno il problema delle banche gonfie (di crediti di dubbio valore, ndt). Togliete la metropoli londinese – la cui prosperità dipende in modo preoccupante dalla volontà di fornire servizi agli oligarchi del Medio Oriente e dell’ex Unione Sovietica – e il Regno Unito diventerà uno dei paesi più poveri dell’Europa Occidentale.

 

Tutto questo contribuisce a spiegare perché i lavoratori italiani sono stati, storicamente, più produttivi di quelli britannici, e anche ora sono circa allo stesso livello. Né l’Italia né il Regno Unito hanno avuto una gran crescita della produttività dal 2007 a oggi. Anche il governo britannico ha aumentato le tasse e tagliato le spese dopo le elezioni del 2010, e questo senza che ve ne fosse alcuna necessità o che i mercati dei capitali spingessero a farlo. Il fatto che la produzione economica nei due paesi sia stata notevolmente diversa [in questo contesto] è dipeso dal fatto che il Regno Unito gode della sovranità monetaria. Questo ha parzialmente compensato la debolezza delle sue istituzioni e l’incompetenza dei suoi politici. Come risultato il Regno Unito ha avuto una maggiore inflazione e più posti di lavoro.

 

Il grafico sotto mette a confronto i cambiamenti nel prodotto interno lordo pro-capite in Italia e nel Regno Unito assieme a due andamenti ipotetici:

 



 

La linea grigia tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se l’Italia avesse avuto lo stesso incremento in occupazione e in ore lavorate che c’è stato nel Regno Unito, mentre la linea gialla tratteggiata mostra cosa sarebbe successo se il Regno Unito avesse avuto lo stesso andamento del mercato del lavoro che c’è stato in Italia.

 

Ricordate che il PIL è semplicemente il prodotto per ora lavorata (produttività) moltiplicato per il numero di ore lavorate. Poiché l’Italia e il Regno Unito hanno avuto livelli e tassi di crescita della produttività quasi identici negli ultimi dodici anni, la differenza in crescita del PIL pro-capite è dovuta quasi interamente ai cambiamenti nel numero di ore lavorate.

 

Il Regno Unito ha sempre avuto tassi di occupazione maggiori rispetto all’Italia, perché il suo mercato del lavoro è meno regolamentato e ci sono meno barriere culturali all’ingresso delle donne nella forza lavoro. Gli italiani storicamente hanno compensato questa differenza occupando meno posti di lavoro part-time. Nel 2007 il lavoratore italiano medio ha lavorato circa l’8,5% di ore in più all’anno rispetto al lavoratore britannico medio, mentre la proporzione di britannici con un posto di lavoro era circa del 13% più alta della proporzione di italiani con un posto di lavoro.

 

Ovviamente c’è ampio spazio per dei miglioramenti nelle leggi sul lavoro in Italia. Ma ciò che conta ai fini di questo confronto è come il tasso di occupazione e le ore lavorate per posto di lavoro siano cambiate in ciascun paese. Dal 2007 a oggi il tasso di occupazione britannico è cresciuto di tre punti percentuali, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è rimasto invariato. In Italia il tasso di occupazione è caduto di quasi un punto percentuale, mentre il numero di ore lavorate per posto di lavoro è crollato di quasi il 5%. Nessuno dei due paesi ha fatto dei gran cambiamenti negli incentivi a lavorare, il che suggerisce che le differenze siano dovuto per lo più alle differenze tra i rispettivi regimi monetari.

 

L’effetto combinato è sorprendente. Se l’Italia avesse avuto lo stesso (basso) costo dei capitali e la stessa flessibilità nel tasso di cambio di cui ha goduto il governo britannico, oggi andrebbe meglio di circa il 10%. Al contrario, se il Regno Unito fosse stato gravato dall’appartenenza all’euro come l’Italia, i suoi standard di vita oggi sarebbero del 10% inferiori.

 

Gli italiani non stanno vivendo nel migliore dei mondi possibili. Se non fossero mai entrati nell’euro i loro problemi attuali non sarebbero quelli dell’Argentina, del Brasile o della Turchia. Non se la starebbero passando bene – l’Italia è l’unico grande paese sviluppato ad aver fatto peggio del Regno Unito negli ultimi dieci anni – ma se la passerebbero sicuramente meglio di adesso.

16/04/18

La giustificazione legale del governo britannico per il bombardamento in Siria è totalmente falsa

Craig Murray mostra come gli attacchi aerei di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro la Siria siano stati lanciati in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Il governo britannico, in particolare, ha emesso un comunicato che contiene un'argomentazione  legale opinabile a sostegno dell'attacco. Tuttavia non menziona nessuna autorità internazionale, e per giunta cerca di presentare come consuetudine di diritto internazionale pratiche controverse e osteggiate da molti paesi.

 

 

di Craig Murray, 15 aprile 2018

 

Mi perdonerete se faccio notare che le argomentazioni presentate dal prof. Dapo Akande dell’Università di Oxford nella sua opinione legale, pubblicata oggi dal Partito Laburista, sono in ogni aspetto e in ogni dettaglio identiche all’analisi che avevo pubblicato ieri. Questo per tutti i troll che vengono a dire che non conosco le leggi internazionali…

 

Ho riportato un sommario dell’opinione del prof. Akande alla fine di questo post.

 

Theresa May ha pubblicato una lunga giustificazione legale a sostegno della partecipazione britannica a un attacco rivolto contro uno stato sovrano. La giustificazione è così viziata da essere totalmente priva di valore. Essa presenta come specifiche consuetudini di diritto internazionale delle pratiche che in realtà sono rifiutate da un’ampia maggioranza dei paesi, e non possono perciò essere ritenute tali. Diventa quindi secondario che i fatti e le interpretazioni citate nella giustificazione della May siano erronee, ma si dà il caso che pure quelle siano totalmente sbagliate.

 

Lasciate prima di tutto che vi riporti per esteso l’argomentazione legale avanzata dal governo:

 

1. Questa è la posizione espressa dal governo sulla legittimità dell’azione militare britannica intrapresa per alleviare le estreme sofferenze umanitarie patite dal popolo siriano, azione che si è esplicata nel ridurre le capacità del regime siriano di produrre armi chimiche a seguito degli attacchi chimici avvenuti a Douma il 7 aprile 2018.

 

2. Il regime siriano uccide i propri cittadini da sette anni. Il suo utilizzo delle armi chimiche, che ha esacerbato le sofferenze umanitarie, rappresenta un grave crimine a livello internazionale, una violazione delle consuetudini di diritto internazionale che proibiscono l’uso di armi chimiche, ed equivale a un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

 

3. Il Regno Unito è autorizzato dal internazionale, in via eccezionale, ad adottare misure volte ad alleviare enormi sofferenze umanitarie. La base legale per l’uso della forza è l’intervento umanitario, che richiede che siano soddisfatte tre condizioni:

 

(i) devono esserci sufficienti prove, riconosciute ampiamente a livello della comunità internazionale nel suo insieme, che sia in atto una sofferenza umanitaria su ampia scala, che richiede un sollievo urgente e immediato;

 

(ii) deve essere oggettivamente chiaro che non esistono alternative praticabili all’uso della forza per poter salvare delle vite; e

 

(iii) l’uso della forza deve essere necessario e proporzionato allo scopo di dare sollievo alla situazione di sofferenza umanitaria e deve essere strettamente limitato nel tempo e nel raggio d’azione a questo scopo (deve cioè trattarsi del minimo indispensabile per raggiungere quel fine, e non avere altri scopi).

 

4. Il Regno Unito considera che l’azione militare soddisfi i requisiti per l’intervento umanitario nelle circostanze del presente caso:

 

(i) il regime siriano utilizza armi chimiche dal 2013. L’attacco avvenuto a est di Damasco il 21 agosto 2013 ha ucciso più di 800 persone. Nel 2013 il regime siriano non ha onorato il suo impegno di distruggere le proprie potenzialità di attacco con armi chimiche. L’attacco con armi chimiche avvenuto a Khan Sheikhoun nell’aprile 2017 ha ucciso circa 80 persone e ha procurato lesioni ad altre centinaia. Il recente attacco a Douma ha ucciso fino a 75 persone e ha procurato lesioni a oltre 500. Più di 400.000 persone sono finora morte nel corso del conflitto in Siria, di cui la gran parte civili. Più di metà della popolazione siriana è stata sfollata, e più di 13 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. L’uso ripetuto e letale di armi chimiche da parte del regime siriano rappresenta un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. In base a ciò che sappiamo sulle modalità di utilizzo di armi chimiche da parte del regime siriano fino ad ora, è decisamente probabile che il regime ne faccia uso di nuovo, portando ad ulteriori sofferenze e perdite di vite tra i civili, e che altre persone ancora verranno sfollate.

 

(ii) Le azioni intraprese dal Regno Unito e dai suoi partner internazionali al fine di alleviare la sofferenza umanitaria causata dall’uso di armi chimiche da parte del regime siriano sono state ripetutamente bloccate dal regime stesso e dai suoi alleati presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che hanno ignorato le norme internazionali, inclusa la proibizione dell’uso di armi chimiche da parte del diritto internazionale. La scorsa settimana la Russia ha posto il veto su un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza, vanificando l’istituzione di un meccanismo imparziale per le indagini. Dal 2013 né le sanzioni, né le azioni diplomatiche, né gli attacchi statunitensi contro le basi aeree di Shayrat, avvenute nell’aprile 2017, sono stati sufficienti a ridurre le capacità del regime siriano di produrre e utilizzare armi chimiche, o di dissuadere il regime siriano dal causare estrema sofferenza umanitaria su ampia scala attraverso l’uso ripetuto di queste armi. Non c’è stata alcuna alternativa praticabile a un uso eccezionale della forza per ridurre le capacità del regime siriano di utilizzare armi chimiche e dissuaderlo dall’utilizzarle in futuro, al fine di alleviare le sofferenze umanitarie.

 

(iii) In queste circostanze, e come misura eccezionale basata su necessità umanitarie superiori, l’intervento militare volto a colpire obiettivi ben specifici e attentamente individuati, al fine di alleviare efficacemente le sofferenze umanitarie riducendo la capacità del regime siriano di utilizzare armi chimiche e dissuaderlo dal farlo in futuro, è stato necessario e proporzionato allo scopo, ed è perciò legalmente giustificato. Un tale intervento è stato diretto esclusivamente a sventare una catastrofe umanitaria causata dall’uso di armi chimiche da parte del regime siriano, e l’azione intrapresa è stata quella giudicata come minima indispensabile allo scopo.

 

14 aprile 2018

 

La prima cosa da notare è che questa “argomentazione giuridica” non cita alcuna autorità. Non menziona la Carta delle Nazioni Unite, né la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza o alcun trattato o accordo internazionale di alcun tipo che possa giustificare questa azione. Questo perché non c’è assolutamente niente che possa essere citato. Tutti i testi rilevanti in questa materia dicono che un attacco contro un altro stato è illegale a meno di un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU. Si veda il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il governo non cita nemmeno un qualsiasi giudizio della Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale, o una qualsiasi altra autorità legale internazionale. Questo è importante perché il governo sostiene così specificamente che la sua azione sia giustificata da consuetudini di diritto internazionale, il che implica una prassi ormai accettata. Ma l’esistenza di una tale prassi di solito è dimostrata da un qualche giudizio di una corte esistente, e non è stato emesso alcun giudizio che supporti l’approccio adottato dal governo nella sua argomentazione. I tre punti menzionati sulle condizioni che consentirebbero l’azione secondo il diritto internazionale non sono, in realtà, stati dichiarati da nessuno se non dal Regno Unito stesso. Queste “condizioni” sono state specificamente commentate da Ola Engdahl nel libro edito da Bailliet e LarsenPromoting Peace Through International Law” [“Promuovere la Pace Attraverso il Diritto Internazionale”] (Oxford University Press 2015). Engdahl nota quanto segue:

 

La posizione del Regno Unito, secondo il quale gli sarebbe permesso di intraprendere azioni coercitive in base alla dottrina dell’intervento umanitario a patto che si verifichino certe condizioni, è una visione minoritaria e non riflette il diritto attualmente esistente sulla proibizione dell’uso della forza nelle relazioni internazionali così come espresso dall’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite.

 

Questo è innegabilmente vero. E come è innegabilmente vero che una visione minoritaria non può essere considerata una consuetudine del diritto internazionale, la posizione del governo britannico è totalmente priva di merito. L’argomentazione del governo è solo la classica dichiarazione della dottrina del “libero intervento”, che ovviamente è il mantra adottato dai neo-con negli ultimi 30 anni per giustificare la loro appropriazione delle risorse altrui. Non è in alcun modo accettata come consuetudine del diritto internazionale. È, al contrario, un’idea apertamente osteggiata da un gran numero di stati, e certamente dalla gran parte dei paesi africani, asiatici e del sud America. (Gli stati africani hanno anche occasionalmente sostenuto l’idea che l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU debba essere sostituito dall’approvazione di un’autorità regionale riconosciuta dall’ONU, come la ECOWAS o l’Unione Africana. Questa è stata la posizione nigeriana rispetto alla Liberia negli ultimi 20 anni. Il Consiglio di Sicurezza ha comunque autorizzato l’azione dell’ECOWAS, e dunque non è stata sollevata nessuna discordia. L’attuale governo nigeriano non supporta alcun intervento senza l’autorizzazione del consiglio di sicurezza.)

 

Gli esempi di “libero intervento” più frequentemente utilizzati da chi lo sostiene sono quelli della Sierra Leone e della Libia. Nel mio libro “The Catholic Orangemen of Togo” presento in dettaglio le mie esperienze di rappresentante britannico alle trattative di pace per la Sierra Leone, e spero di potervi convincere che la narrazione comunemente accettata su quella guerra è una bugia. Anche la Libia è stato un disastro, e non rappresenta un precedente per nessuna argomentazione legale del governo, dato che le forze occidentali impiegate in quel caso operavano con l’autorizzazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, sebbene solo per imporre una zona di interdizione al volo.

 

Di fatto, se il governo britannico volesse offrire degli esempi di pratiche esistenti a dimostrazione che quanto afferma è in effetti una consuetudine di diritto internazionale, gli esempi opportuni e più recenti sarebbero quelli degli interventi militari russi in Ucraina e in Georgia. Personalmente sono stato contrario a quegli interventi russi proprio come sono contrario agli interventi britannico-francesi-statunitensi di oggi. Non è una questione di stare da una parte o dall’altra. La questione è l’illegalità di un’azione militare diretta contro altri paesi.

 

Il resto dell’argomentazione avanzata dal governo è totalmente ipotetica, perché dato che la dottrina del libero intervento non è una consuetudine del diritto internazionale, tutti gli argomenti che seguono non possono giustificare l’intervento.

 

Ad ogni modo, l’evidenza che Assad abbia utilizzato armi chimiche contro Douma è inesistente, e l’OPCW non ha affatto concluso che il governo di Assad sia stato responsabile dell’attacco a Khan Sheikhoun. Non c’è alcuna evidenza che l’azione militare fosse urgentemente necessaria per sventare un qualsivoglia ulteriore e “immediato” attacco. Non è vero che l’analisi della situazione fatta dal Regno Unito è “generalmente accettata” dalla comunità internazionale, come si può vedere dai voti di Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza di ieri, che hanno condannato l’attacco.

 

Pertanto il governo britannico ha presentato le sue “tre condizioni” senza alcuna base legale, (dato che si tratta di un’invenzione britannica) e comunque non è nemmeno riuscito a soddisfarle.

 

Dapo Akande, professore di Diritto Pubblico Internazionale all’Università di Oxford, ha espresso la sua opinione per il Partito Laburista.

 

Nella mia opinione giungo alle seguenti conclusioni:

 

1. Contrariamente alla posizione del governo, né la Carta delle Nazioni Unite né le consuetudini del diritto internazionale permettono un’azione militare sulla base di un intervento umanitario. C’è ben poco sostegno, da parte degli stati, all’idea che la proibizione dell’uso della forza possa costituire un’eccezione. Il Regno Unito è uno dei pochi paesi che sostiene un tale principio giuridico, ma la maggior parte degli stati lo ha esplicitamente rifiutato.

 

2. La posizione legale avanzata dal governo ignora la struttura del diritto internazionale sull’uso della forza, in particolare perché una consuetudine di diritto internazionale non può in ogni caso prevalere sulla legge della Carta delle Nazioni Unite che proibisce l’uso della forza. Accettare la posizione sostenuta dal governo significherebbe quindi minare la supremazia della Carta delle Nazioni Unite.

 

3. Se anche esistesse una dottrina di intervento umanitario nel diritto internazionale, gli attacchi contro la Siria non soddisferebbero le condizioni stabilite dal governo. L’azione intrapresa dal governo non era diretta a portare “immediato e urgente sollievo” allo specifico male che intendeva prevenire, ed è stata intrapresa prima che gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) potessero raggiungere l’area interessata.

 

4. Se la posizione assunta dal governo dovesse essere accettata universalmente, permetterebbe la valutazione su base individuale di quando la forza sia o meno necessaria per raggiungere delle finalità umanitarie, con il rischio di abusi. È proprio a causa delle sofferenze umanitarie che deriverebbero da un tale abuso della forza, che molti paesi ed esperti sono stati riluttanti nell’appoggiare una tale dottrina dell’azione umanitaria.

 

22/12/17

Shashi Tharoor - Il prezzo dell'impero

Proponiamo un commento di Shashi Tharoor, una delle voci più autorevoli dell'India moderna, sulla recente presa di coscienza dell'India riguardo i crimini perpetrati dalla Gran Bretagna nel sub-continente asiatico. Gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo, che nel 1700 rappresentava il 27% del PIL globale, e dopo due secoli di dominio coloniale lo ridussero ad uno dei più poveri al mondo. Oggi che l'India rappresenta nuovamente una superpotenza economica, davanti alla quale la stessa Gran Bretagna è costretta a chinarsi per ottenere necessari finanziamenti, gli indiani, che pur non hanno mai espresso sentimenti ostili verso gli ex padroni, ottengono la rivincita per le umiliazioni subite. Una lezione storica e morale da non sottovalutare, in un mondo che rimane sempre caratterizzato, anche in Europa, dalle tendenze espansionistiche e imperialistiche di paesi atavicamente coloniali, e che si riassume in un semplice concetto: i popoli oppressi non dimenticano mai le ingiustizie subite.

 

 

 

Di Shashi Tharoor, 20 febbraio 2017

 

 

NUOVA DELHI - Gli indiani tendono a non soffermarsi sul passato coloniale del paese. Forse a causa della loro forza come nazione, o forse per via della debolezza del senso civile, l'India ha a lungo rifiutato di nutrire rancore contro la Gran Bretagna per 200 anni di asservimento imperiale, saccheggio e sfruttamento. Ma l'equanimità degli indiani riguardo al passato non annulla ciò che è stato fatto.

 

 

Il ritiro simbolico della Gran Bretagna dall'India nel 1947, dopo due secoli di dominio imperiale, comportò una selvaggia spaccatura che diede origine al Pakistan. Ma curiosamente ciò non ha originato alcun rancore verso la Gran Bretagna. L'India scelse di stare nel Commonwealth come repubblica e mantenne relazioni cordiali con i suoi ex padroni.

 

 

Alcuni anni dopo, Winston Churchill chiese al primo ministro Jawaharlal Nehru, che aveva passato quasi un decennio della sua vita nelle carceri britanniche, la ragione della sua apparente assenza di rancore. Nehru rispose che "un grande uomo", Mahatma Gandhi, aveva insegnato agli indiani "a non temere né odiare mai".

 

 

Ma, nonostante le apparenze contrarie, le cicatrici del colonialismo non si sono del tutto rimarginate. L'ho imparato di persona nell'estate del 2015, quando ho pronunciato un discorso alla Oxford Union denunciando le iniquità del colonialismo britannico - un discorso che, con mia sorpresa, ha suscitato forti reazioni in tutta l'India.

 

 

Il discorso è diventato rapidamente virale sui social media, dove un post ha registrato più di tre milioni di visite in sole 48 ore, ed è stato ripubblicato su siti Web di tutto il mondo. Persino i miei avversari di destra hanno smesso di trollarmi sui social media per il tempo sufficiente a salutare il mio discorso. La portavoce del Lok Sabha, Sumitra Mahajan, si è sperticata a farmi i complimenti durante un evento a cui partecipava il Primo Ministro Narendra Modi, che poi si è congratulato pubblicamente con me per aver detto "le cose giuste nel posto giusto".

 

 

Scuole ed università hanno mostrato il discorso ai loro studenti. Un'università, la Central University of Jammu, ha organizzato un seminario di un giorno, durante il quale eminenti studiosi affrontavano specifici punti che avevo sollevato. Centinaia di articoli sono stati scritti in risposta, sia a sostegno che contro le mie dichiarazioni.

 

 

Due anni dopo, vengo ancora avvicinato in luoghi pubblici da sconosciuti che elogiano il mio "discorso di Oxford". Il mio libro sullo stesso tema, An Era of Darkness, è saldo nelle classifiche dei bestseller indiani fin dalla sua pubblicazione alcuni mesi fa. L'edizione inglese, Inglorious Empire: What the British Did to India, sarà pubblicata prossimamente.

 

 

Tenendo conto del tradizionale atteggiamento dell'India verso il colonialismo, non mi aspettavo una simile accoglienza. Ma forse avrei dovuto. Dopotutto, gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo - che rappresentava il 27% del PIL globale nel 1700 - e, in 200 anni di dominio coloniale, lo ridussero ad uno dei più poveri del mondo.

 

 

La Gran Bretagna distrusse l'India attraverso il saccheggio, l'esproprio ed il vero e proprio furto - tutti condotti con uno spirito di profondo razzismo e cinismo amorale. Gli inglesi giustificavano le loro azioni, compiute con la forza bruta, con un'ipocrisia e supponenza sconcertanti. Lo storico americano Will Durant definisce la sottomissione coloniale britannica dell'India "il più grande crimine di tutta la storia". Che si sia d'accordo o meno, una cosa è chiara: l'imperialismo non è stato, come hanno sostenuto alcuni insulsi apologeti britannici, un'impresa altruistica.

 

 

La Gran Bretagna ha sofferto di una sorta di amnesia storica sul colonialismo. Come recentemente sottolineava Moni Mohsin, uno scrittore pakistano, il colonialismo britannico è largamente assente dai programmi scolastici del Regno Unito. I due figli di Mohsin, nonostante frequentino le migliori scuole di Londra, non hanno mai seguito una sola lezione sulla storia coloniale.

 

 

I londinesi sono fieri della loro magnifica città, ma sanno ben poco della rapacità e del saccheggio che l'hanno resa tale. Molti britannici sono sinceramente inconsapevoli delle atrocità commesse dai loro antenati, e alcuni vivono nella beata illusione che l'impero britannico sia stato una sorta di missione civilizzatrice per elevare i selvaggi nativi.

 

 

Questo apre la strada alla manipolazione delle narrazioni storiche. Le soap opera televisive, con la loro stucchevole romanticizzazione del "Raj", forniscono un'immagine edulcorata dell'era coloniale. Diversi storici britannici hanno scritto libri di enorme successo esaltando le presunte virtù dell'impero. Nell'ultimo paio di decenni, in particolare, famosi resoconti sull'Impero britannico, scritti da storici del calibro di Niall Ferguson e Lawrence James, lo hanno descritto in termini entusiastici. Tali racconti non riconoscono l'atrocità, lo sfruttamento, il saccheggio e il razzismo che hanno sostenuto l'impresa imperiale.

 

 

Tutto questo spiega - ma non scusa - l'ignoranza dei britannici. Se il presente non può essere inteso in termini di semplici analogie storiche, è anche vero che le lezioni della storia non possono essere ignorate. Se non si è coscienti delle proprie origini, come si può apprezzare dove si è diretti?

 

 

Questo non vale solo per gli inglesi, ma anche per i miei connazionali indiani, che hanno dimostrato una straordinaria capacità nel perdonare e dimenticare. Ma, se è giusto perdonare, non dovremmo mai dimenticare. In questo senso, la formidabile reazione al mio discorso del 2015 alla Oxford Union è incoraggiante.

 

 

Le relazioni moderne tra la Gran Bretagna e l'India - due paesi sovrani e uguali - sono chiaramente molto diverse dalla relazione coloniale del passato. Quando il mio libro è apparso nelle librerie a Delhi, il primo ministro britannico Theresa May era attesa pochi giorni dopo in visita per cercare investitori indiani. Come ho spesso sostenuto, non è necessario cercare vendetta per la storia. È la storia stessa a vendicarsi.

 

 

 

 

 

Shashi Tharoor, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite ed ex ministro indiano per lo sviluppo delle risorse umane e ministro di Stato per gli affari esteri, è attualmente deputato al Congresso nazionale indiano e presidente della commissione parlamentare permanente per gli affari esteri. È l'autore di "Pax Indica: India and the World of the 21st Century".

26/09/17

Perché l'indipendenza dei curdi e dei catalani va bene, ma quella dei britannici no?


  • Daniel Hannan, uno dei più noti promotori della Brexit, si chiede in un articolo caustico su ibtimes perché mai quegli stessi "progressisti" che oggi sono così favorevoli all'indipendenza dei curdi, dei catalani, degli scozzesi o dei tibetani, l'anno scorso fossero così ferocemente contrari all'indipendenza dei britannici. Ci possono essere ragioni emotive (i curdi sono visti come vittime, i britannici ovviamente no), e certamente c'è l'attaccamento alla UE. Ma se è progressista credere all'indipendenza dei popoli, dev'essere l'indipendenza di tutti i popoli, e di certo è antistorico e antiprogressista aggrapparsi a un conglomerato mostruosamente grande e disunito come la UE (cosa che già sostenne giustamente Alesina negli anni '90, come ci ha ricordato Goofynomics).


 

 

 

 

 

 

di Daniel Hannan, 25 settembre 2017

 

Gli scozzesi votano per rendersi indipendenti dal Regno Unito? È un esercizio di democrazia. I curdi votano per rendersi indipendenti dall'Iraq? È un esercizio di democrazia. I catalani votano per rendersi indipendenti dalla Spagna? È un esercizio di democrazia. I britannici votano per rendersi indipendenti dalla UE? Bigottismo, xenofobia, razzismo!

 

È strano, davvero. La tendenza globale è quella ad andare verso un numero sempre maggiore di piccole nazioni. Negli anni '50 c'erano 80 stati nel mondo. Oggi ce ne sono circa 200. Trenta di questi si sono formati dopo il 1990. Più recentemente è stata la volta del Montenegro, del Kosovo e del Sud Sudan. Nel loro insieme, questi sviluppi sono sia progressisti che liberali: implicano che le decisioni vengano prese sempre più vicino alle persone che ne sono riguardate, e implica anche che la fedeltà alla nazione sia più vicina ai vincoli elettorali, rendendo così più efficace la democrazia.

 

Eppure, per qualche ragione, le stesse persone che inneggiano all'indipendenza del popolo tibetano o di quello timorese sono quelle che reagiscono in modo del tutto opposto all'idea dell'indipendenza britannica. Sospetto che questo abbia qualcosa a che fare con la tendenza a classificare il mondo per gerarchie di privilegi, e a generare le proprie simpatie non sulla base criteri oggettivi, ma sulla base del sostegno a chi si percepisce essere il più debole. I catalani, ad esempio, e ancora di più i curdi, si presentano, in modo sicuramente plausibile, come vittime. Anche i separatisti scozzesi hanno cercato di presentarsi sotto questa luce – sebbene con minori giustificazioni storiche, e questa è una delle ragioni per le quali hanno perso.

 

Il Regno Unito, ad ogni modo, non riceverà mai molti voti di simpatia. Essendo stata la prima nazione industrializzata, tende ad avere un vantaggio tecnologico sui suoi rivali. Anche quando è stata manifestamente dalla parte della ragione, difficilmente poteva essere vista come debole o vittima. La sua dimensione geografica e la sua storia implicano che il suo euroscetticismo venga accolto con uno sdegno che non è mai toccato, per esempio, alla Norvegia o alla Svizzera. Quando i norvegesi o gli svizzeri hanno votato contro l'appartenenza alla UE la loro decisione è stata vista per quello che era: una democratica preferenza per l'autogoverno. Quando i britannici hanno votato allo stesso modo, però, una schiera di editorialisti diversamente intelligenti ha sciorinato ogni genere di cliché sull'impero britannico.

 

Nonostante ciò, la UE sta nuotando contro la corrente della Storia. La sua ossessione per le dimensioni è segno della sua età, sono i postumi di quella sua infanzia, negli anni '50. A quei tempi ciò che era grande era bello, sia nel business che nella politica, e le persone ragionevoli concordavano sul fatto che il futuro dovesse risiedere negli immensi conglomerati.

 

Ma le cose non sono andate in quel modo. Hong Kong ha finito col superare la Cina, Singapore ha sopravanzato l'Indonesia – la Svizzera, per quanto ci riguarda, ha superato la UE. I paesi con il più alto reddito pro capite del pianeta, secondo il factbook globale della CIA, sono il Liechtenstein, il Qatar e Monaco. A dire il vero il Qatar è l'unico paese nella top ten ad avere una popolazione che supera i 350.000 cittadini.

 

La UE non rinuncerà all'integrazione politica. Ha rifiutato di concedere a David Cameron di mantenere anche una sola competenza, e in questo modo si è assicurata di perdere il referendum sulla Brexit. In un mondo in cui i poteri diventano sempre più decentralizzati e diffusi, Bruxelles resta dogmaticamente attaccata a quel federalismo che Jean-Claude Juncker la scorsa settimana non ha mancato di predicare.

 

Questa differenza di visione spiega perché è nell'interesse di tutti che la Gran Bretagna sostituisca la sua condizione attuale [nei confronti della UE, NdT] con un accordo più libero e amichevole. Dopo la Brexit, secondo lo stesso principio, dovremo essere noi stessi a concedere quel potere che abbiamo ripreso da Bruxelles verso il basso e verso l'esterno, cioè verso le autorità locali o, meglio ancora, verso i singoli cittadini. Questa, però, è un'altra storia.

18/09/17

FT - In Gran Bretagna disoccupazione ai minimi da 42 anni

Un articolo del Financial Times spiega come in Gran Bretagna, a feroce dispetto di tutto il terrorismo mediatico sparso prima della Brexit, la disoccupazione abbia raggiunto i minimi storici. Ciò su cui si interroga la Banca d'Inghilterra (e con essa l'articolo del FT) è perché questo non stimoli una maggiore crescita dei salari. Perché, sì, lo dicono: normalmente con la disoccupazione bassa i salari aumentano (e l'inflazione anche, come è giusto che sia).

 

 

di Chris Giles e Gavin Jackson, 13 settembre 2017

 

La disoccupazione in Gran Bretagna ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 42 anni, intensificando così il dilemma che la Banca d'Inghilterra si troverà ad affrontare nel suo meeting di giovedì [intende giovedì 14 settembre, NdT], dove dovrà valutare se alzare i tassi di interesse nonostante la stagnazione dei salari e l'incertezza legata alla Brexit.

 

Nel trimestre terminato a luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3 percento, due decimi di punto percentuale sotto il livello stimato dalla banca centrale come sostenibile nel lungo termine.

 

Insieme al dato sull'inflazione, che ad agosto è salita al 2,9 percento, questo suggerisce che ci possa essere bisogno di tassi di interesse più alti per raffreddare l'economia e interrompere l'aumento dell'inflazione.

 

Ma il dilemma della Banca d'Inghilterra è che la bassa disoccupazione non ha ancora costretto gli imprenditori ad aumentare i salari, e l'aumento dei prezzi è probabilmente destinato a fermarsi da solo dopo che le aziende avranno adattato i prezzi in conseguenza della svalutazione della sterlina avvenuta dopo il referendum, svalutazione che ha aumentato i costi di importazione.

 

I salari medi, sia includendo che escludendo i bonus, non sono aumentati più del pigro tasso annuale del 2,1 percento, confondendo le aspettative e suggerendo che la disoccupazione potrebbe scendere ulteriormente prima che ci siano pressioni al rialzo sui salari.

 



 

La sfida alla quale la Banca d'Inghilterra si trova di fronte è il principale dilemma post-crisi delle maggiori banche centrali del pianeta, visto che anche la Federal Reserve americana e la Banca Centrale Europea hanno assistito a diminuzioni della disoccupazione senza che questo innescasse una crescita dei salari o dell'inflazione.

 

"La teoria economica fondamentale e il buon senso suggeriscono che l'offerta di paghe maggiori sia stimolata dalla scarsità di offerta di lavoro", ha detto Philip Shaw, economista a Investec. "Ma una crescita salariale modesta è una caratteristica esclusiva dell'economia britannica? ... [in realtà] le autorità monetarie di USA, eurozona e Giappone si trovano alle prese con sviluppi simili".

 

I mercati finanziari e gli economisti si aspettano che la Commissione per la Politica Monetaria della Banca d'Inghilterra voti 7 contro 2 per impedire un aumento immediato dei tassi d'interesse, ma si aspettano anche, sempre di più, che la commissione mandi un chiaro messaggio che suggerisca di abbandonare la politica finora perseguita.

 

I prezzi degli indici del mercato dei cambi, che seguono i tassi di interesse ufficiali, suggeriscono che a febbraio dell'anno prossimo la Banca d'Inghilterra aumenterà il tasso di interesse allo 0,50 percento rispetto all'attuale minimo di 0,25 percento. Già alla fine della scorsa settimana gli speculatori scommettevano su un ritardo fino a novembre 2018.

 

Gli economisti sono sempre più in disaccordo col sentimento dei mercati, sostenendo che la probabilità di un aumento immediato dei tassi è molto bassa.

 

Alan Clarke, di Scotiabank, ha detto che i recenti dati contengono spunti per sostenere entrambe le tesi: "Alla fine i falchi punteranno sul fatto che il tasso di disoccupazione è inferiore alle aspettative, mentre le colombe insisteranno sulla mancanza di crescita dei salari".

 

Molti economisti si sono innervositi di fronte a queste previsioni, perché la Banca d'Inghilterra ha avvertito per mesi che non si possono mantenere tassi d'interesse ai minimi storici se contemporaneamente c'è la disoccupazione ai minimi e alta inflazione.

 

La Federal Reserve in simili condizioni ha iniziato ad aumentare i tassi d'interesse e ci si aspetta che entro la fine del mese termini il massiccio programma di stimolo tramite acquisto di titoli.

 

L'aumento dei tassi da parte della Federal Reserve è avvenuto nonostante il mercato del lavoro americano non fosse ancora forte come quello britannico, che ha stabilito un minimo record nel trimestre finito a luglio.

 

La crescita dei salari, però, non ha rispecchiato questo andamento. L'Ufficio Nazionale per le Statistiche (ONS) ha stimato che i salari reali fossero scesi dello 0,4 percento nel trimestre finito a luglio rispetto a un anno prima, dato che i prezzi al consumo sono cresciuti più dei salari.

 



 

L'economia britannica ha oggi 2,5 milioni di posti di lavoro in più rispetto al picco pre-crisi del 2008, ma i salari restano inferiori di 15 sterline a settimana, ovvero del 3,2 percento dopo aver corretto per l'inflazione, rispetto a prima della crisi.

 

I dati appena usciti sui salari seguono gli annunci fatti martedì dal governo britannico, sul fatto che avrebbe allentato il blocco dell'1 percento sulla crescita dei salari per i lavoratori nel settore pubblico.

 

Gli ufficiali di polizia penitenziaria riceveranno un aumento della paga dell'1,7 percento, e la polizia otterrà un bonus dell'1 percento. I sindacati del settore pubblico hanno obiettato che questa offerta non è sufficiente.

 

24/08/17

Stiamo viaggiando verso un’altra crisi di debito privato – perché nessuno se n’è accorto?

Dal blog New Statesman un appassionato articolo che denuncia una delle più grosse bugie economiche dei tempi moderni. La crisi del 2008, che ha portato nel mondo una nuova Grande Depressione, non è stata causata dai debiti pubblici di governi spendaccioni, bensì dai debiti privati, saliti a livelli senza precedenti, come nel Regno Unito. Oggi la situazione si sta ripetendo, e i continui richiami al pareggio dei bilanci pubblici non fanno che spingere l’economia mondiale sull’orlo di un nuovo crash finanziario.

 

 

 

Di Anoosh Chakelian, agosto 2017

 

Questa è una richiesta: che si faccia un’inchiesta pubblica sugli attuali livelli di debito privato.

 

Ormai da quasi dieci anni abbiamo vissuto in una menzogna. E questa bugia sta per infliggere enormi danni alla nostra economia. Se non apriamo un dibattito imparziale riguardo a quello che sta davvero accadendo, i risultati potrebbero essere disastrosi.

 

La bugia a cui mi riferisco è l’idea che la crisi finanziaria del 2008 e la seguente “Grande Recessione” siano state causate dalle scriteriate spese dei governi e dal debito pubblico che ne sarebbe derivato. In realtà, la vera causa è l’esatto opposto. La crisi si è verificata a causa di livelli pericolosamente alti di debito privato (in particolare una crisi dei mutui). Inoltre – e questo è quello che non si deve mai dire – il livello del debito pubblico e del debito privato sono inversamente proporzionali.

 

Se il settore pubblico riduce il suo debito, il debito del settore privato complessivamente aumenta. Questo è quello che è accaduto negli anni precedenti il 2008. E ora l’austerità sta ripetendo questo meccanismo. Se non facciamo qualcosa, il risultato sarà inevitabilmente un’altra catastrofe.

 

I vincitori e i perdenti del debito

 

I seguenti grafici illustrano la relazione tra debito pubblico e privato. Sono entrambi previsioni dell’Ufficio per la Responsabilità Fiscale (OBR), prodotti nel 2015 e nel 2017.

 

Ecco quello che sarebbe successo oggi secondo le previsioni fatte dall’OBR nel 2015:

 



(NdVdE: Corporate=aziende, Household=famiglie, Government=pubblico, Rest of World=estero)

 

Quest’anno l’OBR ha completamente cambiato le sue previsioni. Ecco come ora prevede che andranno le cose:

 



 

Anzitutto, notate che entrambi i grafici sono simmetrici. Quello che succede in alto (i settori dell’economia in surplus) riflettono esattamente quello che succede in basso (i settori dell’economia in deficit). Questa è chiamata “identità contabile”.

 

Come in qualsiasi foglio di gestione contabile, i crediti e i debiti devono corrispondere. La maniera più facile per capire questo meccanismo è immaginare che esistano solo due attori: il governo e il settore privato. Se il governo si indebita di 100 sterline, e le spende, allora il debito del governo sale di 100 sterline. Ma spendendole, inietta 100 sterline aggiuntive nell’economia privata. In altre parole: 100 sterline in meno per il governo, 100 sterline in più per tutti gli altri sul grafico.

 

Analogamente, se il governo tassa qualcuno di 100 sterline, allora il governo sarà più ricco di 100 sterline, ma 100 sterline vengono sottratte all’economia privata (100 sterline in più per il governo, 100 sterline in meno per tutti gli altri attori del grafico).

 

Quali sono le implicazioni di questi conti sull’economia nel suo complesso? La morale è che se il governo tende a essere in surplus, allora tutti gli altri dovranno tendere al deficit.

 

Noi siamo abituati a pensare ai soldi come a un pugno di fiches da poker che sono già disposte sul tavolo: ma le cose non stanno così. I soldi possono essere creati. E vengono creati quando le banche concedono prestiti. O il governo si indebita e inietta soldi nell’economia, oppure i privati cittadini si indebitano con le banche. Queste banche non prendono i soldi dai risparmi degli altri cittadini o da qualche altra parte: semplicemente, li creano. Tutti possono firmare un “pagherò”, una cambiale. Ma solo le banche possono emettere “cambiali” che il governo accetta come pagamento delle tasse. (In altre parole, esiste davvero l’albero magico dei soldi! Ma solo le banche possono usarlo).

 

Ci sono altre cose da notare. Il Regno Unito ha un enorme deficit commerciale (colore blu), ciò significa che il settore governativo (giallo) deve andare in deficit (stampare denaro o, più correttamente, farlo stampare alle banche) anche per iniettare soldi nell’economia allo scopo di pagare tutte le importazioni cinesi, americane e tedesche. La somma totale dei soldi può anche cambiare. Ma il punto importante è che meno il governo si indebita, e più devono indebitarsi gli altri. Le misure di austerità porteranno necessariamente a livelli crescenti di debito provato. Ed è esattamente quello che è accaduto.

 

Se tutto questo sembra molto lontano dalla maniera in cui i politici parlano di questa questione, la ragione è semplice: molti politici non ne capiscono nulla. Un recente sondaggio ha mostrato che il 90 percento dei parlamentari non capisce nemmeno da dove vengano i soldi (pensano che questi vengano stampati dal Conio Reale). In realtà, il debito è denaro. Se nessuno dovesse niente agli altri non ci sarebbero soldi e l’economia si arresterebbe.

 

Ma naturalmente il debito è nelle mani di qualcuno. E questi grafici mostrano chi è in debito e chi è in credito.

 

La crisi del debito privato

 

Una volta capito questo, riguardiamo i grafici – con attenzione particolare al blu scuro, che rappresenta il debito delle famiglie. Nella prima versione, quella del 2015, l’OBR prendeva diligentemente nota che il debito delle famiglie andava aumentando negli anni che hanno portato alla crisi del 2008. È una cosa importante, perché si è trattato della prima volta nella storia della Gran Bretagna in cui il debito totale delle famiglie ha superato il risparmio totale delle famiglie, pertanto il settore delle famiglie era complessivamente in deficit. (Le imprese, nel frattempo, stavano accumulando enormi profitti). Ma l’OBR prevedeva che questa situazione non si sarebbe ripetuta.

 

Certo, diceva l'OBR. L’austerità e la riduzione del deficit del governo significavano che i livelli del debito privato dovevano salire. Tuttavia, gli economisti dell’OBR ritenevano che questo non fosse un problema perché l’aggiustamento non sarebbe ricaduto sulle famiglie, ma sulle imprese. Le politiche favorevoli al business dei Tories, dicevano, avrebbero causato un boom nell’espansione delle imprese, il che avrebbe significato che queste si sarebbero indebitate (quell’enorme rigonfiamento rosso sotto lo zero nel primo grafico, che doveva compensare completamente la riduzione del deficit pubblico). Le normali famiglie non avevano nulla di cui preoccuparsi.

 

Ma era una fantasia totale. Non c'è stato alcun boom.

 

Nel secondo grafico, due anni dopo, l’OBR è stato costretto ad ammetterlo. Le imprese stanno solo accumulando profitti e tenendoseli. Le famiglie, dall’altra parte, sono dirette verso la catastrofe. L’austerità ha significato stipendi in calo, meno spese governative per servizi sociali (o altro) e tasse di fatto più alte. Questo ha strizzato il budget delle famiglie e le persone sono state costrette ad indebitarsi. Di conseguenza, non solo le famiglie sono complessivamente tornate in deficit per la seconda volta nella storia della Gran Bretagna, ma la situazione è persino peggiore di quella che avevamo negli anni precedenti il 2008.

 

E ricordate: è stata un crisi dei mutui a far scoppiare la bolla del 2008, che ha quasi distrutto l’economia mondiale e sprofondato milioni di persone nella povertà. Non una crisi del debito pubblico. Una crisi del debito privato.

 

Un’indagine

 

Nel 2015, più o meno quando sono uscite le previsioni originale dell’OBR, ho scritto un articolo per il Guardian, prevedendo che l’austerità e il tentativo di bilanciare il budget avrebbe creato una disastrosa crisi di debito privato. Ora questa sta avvenendo così innegabilmente, così chiaramente che perfino l’OBR non può negarlo.

 

Penso che sia arrivato il momento di avviare un’indagine pubblica – una investigazione formale – per chiarire come ciò sia potuto accadere. Dopo il crash del 2008, gli economisti del Tesoro e della Banca d’Inghilterra potevano quantomeno sostenere plausibilmente di non aver completamente capito la relazione tra il debito privato e l’instabilità finanziaria. Ma adesso non hanno più scuse.

 

A cosa diavolo serve un'istituzione chiamata "Ufficio per la responsabilità fiscale", se si immagina come un credulone un'abbuffata di indebitamenti da parte delle aziende, per suggerire che il pareggio di bilancio statale non avrà alcun effetto negativo? Vi sembra un comportamento responsabile? Perfino il secondo grafico è estremamente strano. Fino al 2017, la parte alta e bassa del grafico sono state l’esatto specchio l’una dell’altra, come è giusto che sia. Tuttavia, nelle previsioni degli anni dopo il 2017, la parte sotto lo zero è molto più piccola di quella sopra, facendo sospettare che si stia seriamente sottostimando il futuro valore sia dell’indebitamento del governo, sia di quello privato. In altre parole, i numeri non tornano.

 

L’OBR ha dichiarato a New Statesman che a loro non risultavano errori nelle loro previsioni del 2015 riguardo all’indebitamento netto del settore delle imprese, e che le previsioni erano basate sui dati disponibili allora. Ha sostenuto che le previsioni per gli investimenti delle imprese sono state riviste al ribasso a causa delle incertezze legate alla Brexit.

 

Tuttavia, se l’”Ufficio per la responsabilità fiscale” facesse fede al proprio nome, dovrebbe suonare un chiaro campanello d’allarme esattamente adesso. Ma finora tutto quello che abbiamo è una menzione del debito privato e un tiepido allarme riguardo all’aumento dei debiti personali da parte della Banca d’Inghilterra - che comunque non ha messo in relazione il problema con l’austerità – e una dichiarazione piuttosto forte da parte di un editorialista coraggioso del Daily Mail. Per il resto, silenzio.

 

L’unica spiegazione possibile è che istituzioni come il Tesoro, l’OBR, e per certi versi anche la Banca d’Inghilterra non possono, per definizione, metterci in guardia rispetto ai pericoli dell’austerità, per quanto allarmante sia la situazione, perché sono stati strutturati come sono proprio per giustificare l’austerità. È importante sottolineare che la maggior parte degli economisti professionisti non hanno mai appoggiato le politiche dei conservatori da questo punto di vista. Queste politiche sono state adottate perché piacevano ai politici; le istituzioni sono state create per sostenerle; alcuni economisti sono stati assunti perché si inventassero argomenti in favore dell’austerità, anziché giudicare se essa sia davvero una buona idea.Oggi questa situazione ci ha portati sull’orlo del baratro.

 

L’ultima volta che c’è stato un crash finanziario, la Regina ha chiesto: perché nessuno è stato in grado di prevederlo? Ora abbiamo gli strumenti per farlo. Forse il più importante compito di un’inchiesta pubblica sarebbe quello di chiedere finalmente: qual è il vero compito delle istituzioni che dovrebbero prevedere queste cose, fino a che punto sono state politicizzate, e che cosa bisognerebbe fare per trasformarle in istituzioni che possano almeno dirci se stiamo guardando in faccia le luci del treno che sta per investirci?

 

25/07/17

Corbyn: l'immigrazione di massa ha distrutto le condizioni dei lavoratori britannici

Il leader del Labour Jeremy Corbyn dichiara esplicitamente quello che nel nostro paese una "sinistra" allo sbando non vuole ammettere: che l’immigrazione incontrollata serve a distruggere le condizioni del lavoro, sostituendo con manodopera sottopagata i lavoratori locali. A vantaggio unicamente delle imprese. Corbyn, immediatamente accusato di essere "ukippista" (e, si può immaginare, lo sarebbe di essere leghista qui da noi), fa una proposta razionale: l’immigrazione deve essere basata sui posti di lavoro disponibili e sulle capacità di svolgere quel lavoro. Per questo, ritiene indispensabile che con l’uscita dall’UE la Gran Bretagna esca anche dal mercato unico, che prevede la libera circolazione delle persone. Insomma, la Brexit a quanto pare ha schiarito le idee ai Labour, che pure erano per il Remain: meglio tardi che mai (a parte i molti lavoratori che ci hanno già rimesso il posto).

 

 

 

Di Helen Lewis, 23 luglio 2017

 

Il leader del Labour ha dichiarato ad Andrew Marr che il suo partito vuole lasciare il mercato unico.

 

L'immigrazione di massa dall'Unione Europea è stata utilizzata per "distruggere" le condizioni dei lavoratori inglesi, ha dichiarato oggi Jeremy Corbyn.

 

Il leader del Labour è stato incalzato a proposito della posizione del suo partito nei confronti dell'immigrazione durante il programma televisivo di Andrew Marr. E ha ribadito la sua convinzione che la Gran Bretagna debba lasciare il mercato unico, sostenendo che "il mercato unico dipende dall'adesione all'UE... le due cose sono inestricabilmente legate".

 

Corbyn ha dichiarato che il Labour sostiene invece un "accesso al libero commercio senza dazi". Tuttavia, altri paesi che hanno stretto questo tipo di accordo, come la Norvegia, hanno accettato le "quattro libertà" del mercato unico, che includono la libera circolazione delle persone. Il parlamentare laburista Chuka Umunna ha condotto un tentativo in parlamento di far restare la Gran Bretagna nel mercato unico, sostenendo che il 66 per cento dei membri del Labour vogliono rimanere. Nicola Sturgeon, del SNP (partito nazionale scozzese, ndT), ha affermato che "l'incapacità del Labour di schierarsi dalla parte del buon senso sulla questione del mercato unico li renderà colpevoli del disastro della Brexit quanto i Tories".

 

Perorando la causa dell’uscita dal mercato unico, Corbyn ha usato un linguaggio che raramente gli abbiamo sentito usare - accusando l'immigrazione di avere delle ripercussioni sulla vita dei lavoratori britannici.

 

Il leader del Labour ha affermato che anche dopo l’uscita dall'Unione europea, comunque resterebbero lavoratori europei in Gran Bretagna e viceversa. E ha aggiunto: "Quella che cesserebbe sarebbe l'importazione all'ingrosso di lavoratori sottopagati dall'Europa centrale, per distruggere le condizioni del lavoro, in particolare nel settore edile".

 

Corbyn ha affermato che proibirebbe alle agenzie di pubblicizzare offerte di lavoro in Europa centrale - chiedendo loro di "pubblicizzarle prima nella loro zona". Questa idea si basa sul  “modello Preston”, adottato in questa località dalle autorità locali, nell'intento di dare la priorità alle imprese locali per i contratti del settore pubblico. Le norme dell'UE impediscono questo sistema, considerandolo una forma di discriminazione.

 

In futuro, i lavoratori stranieri "verrebbero da noi in base ai posti di lavoro disponibili e alla loro capacità di svolgerli. Quello che non permetteremmo più è questa pratica delle agenzie, svolta in modo piuttosto vergognoso – reclutare forza lavoro a salario basso e portarla qui, per licenziare la forza lavoro già esistente nell'industria edile, e poi sottopagarla. È spaventoso, e le uniche a trarne vantaggio sono le imprese".

 

Corbyn ha anche affermato che un governo guidato da lui "garantirebbe il diritto dei cittadini dell'UE a rimanere qui, incluso il diritto al ricongiungimento familiare" e spererebbe in una disposizione reciproca da parte dell'UE per i cittadini britannici all'estero.

 

Matt Holehouse, corrispondente UK / UE per MLex, ha dichiarato che il modo di parlare di Corbyn era "Ukippista”.

 

Quando Andrew Marr gli ha chiesto se avesse simpatizzato per gli euroscettici - dopo avere votato in passato contro i precedenti trattati dell'UE, come quello di Maastricht - Corbyn ha chiarito la sua posizione sull'UE: è contrario a un "mercato libero senza regole in Europa", ha affermato, ma ha sostenuto gli aspetti "sociali" dell'UE, come il sostegno ai diritti dei lavoratori. Tuttavia, non ha apprezzato il divieto di dare aiuti di Stato all'industria.

 

 

Sulle tasse universitarie, è stato chiesto a Corbyn: "Cosa intendeva quando ha detto che se ne occuperà?”. La risposta è stata che "riconosceva" che i laureati devono affrontare un enorme fardello per pagare le loro tasse, ma che non si impegnava a cancellare tutti i debiti degli anni precedenti. Tuttavia, il Labour una volta al governo abolirebbe le tasse universitarie. Se avesse vinto le elezioni del 2017, gli studenti nel 2017/18 non avrebbero pagato le tasse universitarie (o sarebbero stati rimborsati).

 

L'intervista ha anche riguardato il divario legato al genere negli stipendi della BBC. Corbyn ha affermato che il Labour punta a esaminare il problema del divario di stipendio legato al genere con audit in tutte le imprese e a introdurre una proporzione salariale – in un’impresa nessuno può ricevere uno stipendio più di 20 volte maggiore di quello del dipendente con il salario più basso. "La BBC deve guardare a se stessa... il divario retributivo è astronomico", ha aggiunto.

 

Ha aggiunto che non pensava fosse "sostenibile" per il governo assegnare al DUP (partito politico protestante di estrema destra dell’Irlanda del Nord, ndT) un miliardo e mezzo di sterline  e di aspettare con impazienza un'altra elezione.

07/06/17

Poliziotto UK: non è vero che i tagli alla polizia non c'entrano col terrorismo

Sull' Independent, la denuncia di un poliziotto in servizio armato in Gran Bretagna: i tagli alle forze di Polizia voluti da Theresa May hanno reso gli attentati terroristici più probabili, mentre gli agenti attivi sono sottoposti a turni stremanti per fronteggiare l'emergenza. Uno dei tanti esempi della follia di un continente, l'Europa, che per l'ideologia cieca dei tagli alla spesa pubblica indebolisce lo Stato proprio quando sarebbe necessario che fosse più forte.   

 

Dopo l’attacco terroristico alla Manchester Arena, Amber Rudd (ministro per gli Affari interni nel Regno Unito, ndVdE) ha rilasciato questa dichiarazione pubblica: “Non bisogna insinuare che queste azioni terroristiche non avrebbero avuto luogo se ci fosse stata più polizia... un’attività anti-terrorismo efficace si ha attraverso una stretta collaborazione tra la polizia e i servizi di intelligence.”

 

Questo tipo di retorica può sembrare persuasiva ed eloquente, ma, come spesso succede quando i politici cercano di mascherare le loro responsabilità, non corrisponde al vero. Non corrisponde al vero perché dimentica un punto basilare ed enorme per la tutela della nostra sicurezza nazionale: l’azione di intelligence svolta dalla polizia.

 

Parliamo degli agenti di polizia integrati nella comunità, che sono lì per aiutare, per ascoltare, per capire la comunità di cui sono al servizio. È all'interno della comunità stessa che si apprendono e raccolgono le migliori informazioni di intelligence, dalle persone che notano un cambiamento nel comportamento dei loro amici e vicini di casa, permettendo gli interventi preventivi e il monitoraggio.

 

I tagli voluti da Theresa May hanno tolto questi agenti dalle strade. La loro azione di raccolta di informazioni attraverso le conoscenze locali e l'impegno della comunità si è estinta ed è morta, e il poliziotto di quartiere, conosciuto da tutti, è scomparso, sostituito da un “servizio” di polizia che interviene al bisogno, ed è inadeguato - come la stampa è sempre così veloce a sottolineare, quando gli errori ormai sono stati fatti e sbattuti in prima pagina su tutti i giornali.

 

“I tagli avranno conseguenze” - questo è stato lo slogan utilizzato dalla Federazione della Polizia quando le risorse della polizia britannica venivano ridotte all'osso. Ora vediamo che non si trattava di “allarmismi”, come sosteneva Theresa May, che al tempo era ministro degli Affari Interni. Ora stiamo vedendo proprio le reali conseguenze di quei tagli - nei volti delle vittime di questo attacco pubblicati sui giornali.

 

Theresa May allora aveva dichiarato pubblicamente che gli avvertimenti della polizia “non facevano il bene della collettività”. Ora però io domando:  e lei, ha fatto i migliori interessi della collettività?

 

Solo nel mio settore, soltanto per soddisfare gli accordi sui livelli di servizio per quanto riguarda il numero di agenti schierati in strada, i turni vengono allungati, i giorni di riposo cancellati, e dopo gli attentati di Manchester e Londra sono necessari più agenti - agenti che in realtà non ci sono più, dopo i tagli. Molti dei miei colleghi stanno lavorando da oltre 18 giorni di fila senza un vero riposo, per assicurare la protezione e la sicurezza pubbliche.

 

La vera questione in discussione è questa: è possibile bloccare ogni attacco non programmato di un lupo solitario? Con un intervento precoce e la giusta attenzione: sì, la possibilità c’è. Senza le informazioni su soggetti particolari riportate a polizia e intelligence dalle loro comunità: sicuramente no.

 

Theresa May era stata avvertita che i suoi tagli avrebbero imposto alla polizia in Gran Bretagna uno stile paramilitare, ma lei ha ignorato gli avvertimenti. Ora l'esercito è schierato sulle nostre strade. Più di 1.300 agenti esperti nell'uso di armi da fuoco sono stati tagliati, ora il reclutamento di questi agenti è lento e la nostra sicurezza nazionale è a rischio.

 

Gli agenti conoscono bene i rischi connessi all'essere armati. Sanno che avranno poco o nessun sostegno da parte del governo se saranno costretti a sparare e che si troveranno ad affrontare mesi se non anni di indagini per avere cercato di proteggere gli altri. Voi ambireste a fare un lavoro come questo?

 

Ho scelto di fare questo lavoro non per essere ringraziato – il che avviene poco - ma perché la gente possa andare a letto tranquilla, sapendo che c'è qualcuno che farebbe tutto il possibile per assicurare che siano sicuri e protetti.

 

I miei colleghi ed io continueremo ad andare avanti, mentre gli altri corrono, ma la realtà ormai sentita dagli agenti in tutto il Regno Unito è che siamo troppo spesso dati per scontati e forse perfino sgraditi al nostro governo.

 

Sappiamo che se saremo uccisi mentre compiamo il nostro dovere i titoli dei giornali dureranno un giorno e i nostri nomi saranno dimenticati. Ma noi continueremo, noi andremo avanti a proteggere gli altri. Nonostante gli ostacoli con cui dobbiamo continuamente confrontarci e che rendono il nostro lavoro più duro, noi continuiamo.

 

Questo articolo è stato scritto per l' Independent da un agente di polizia in servizio armato, che ha scelto di rimanere anonimo.

20/04/17

La City di Londra continua a produrre posti di lavoro (a dispetto dell'Incertezza sulla Brexit)

Sempre a dispetto di chi vorrebbe vedere la Gran Bretagna sprofondare nell'Atlantico, un articolo di Sky News commenta l'ultimo report della Morgan KcKinley, che mostra come la City - il centro finanziario di Londra - continui a creare nuovi posti di lavoro "nonostante" la decisione sulla Brexit sia già stata irrevocabilmente presa, con l'articolo 50 già invocato. A quanto pare, dunque, neppure il mondo finanziario si sta dando molta pena per l'incombente uscita della Gran Bretagna dalla UE.

 

di Sky News, 20 aprile 2017

Le aziende "sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli sta davanti" dice un analista, e un report indica una crescita dei posti di lavoro nella City [il centro economico e finanziario, NdT] di Londra.

La City di Londra continua a essere un magnete di posti di lavoro, nonostante alcune delle posizioni legate ai servizi finanziari siano state spostate verso l'Europa, suggerisce un recente report.

Il London Employment Monitor della Morgan McKinley lo scorso mese ha registrato un balzo verso l'alto a doppia cifra dei posti di lavoro vacanti nel settore finanziario.

Il numero dei posti di lavoro disponibili nel mese di marzo nel settore finanziario a Londra è cresciuto del 17 percento rispetto a febbraio e del 13 percento su base annuale, con un aumento di 8145 nuove unità.

I posti di lavoro nel settore della regolamentazione finanziaria, della tecnologia finanziaria e della gestione del rischio sono i principali responsabili di questo aumento, sostiene il report.

Hakan Enver, direttore delle operazioni per i servizi finanziari di Morgan McKinley, dice: "Le aziende sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli si prospetta e stanno tornando ad assumere nuovi talenti".

Molte aziende hanno già annunciato di avere piani per spostare i loro uffici al di fuori del Regno Unito in preparazione alla sua uscita dall'Unione Europea.

Ma questi loro piani non sembrano aver causato alcun aumento della disoccupazione nella City di Londra.

"Mentre Londra continua ad attrarre investitori da tutto il mondo, le istituzioni si stanno impegnando per cercare di mantenere l'accesso al mercato unico europeo e alla ricchezza degli investitori, e per mantenere la produttività economica a Londra e nei dintorni", afferma il report.

"Anziché spostarsi negli altri paesi europei, quindi, i servizi finanziari stanno cercando di mantenere le migliori posizioni in entrambi i mondi, tenendo un piede dentro la City di Londra ed espandendo le operazioni verso gli altri snodi finanziari europei".

Ad ogni modo, il numero di persone in cerca di lavoro in questo settore è diminuito del 9 percento su base mensile, e del 25 percento su base annuale, scendendo a 9695 unità.

Enver ha detto che marzo di solito è un mese piuttosto monotono per i nuovi posti di lavoro, con la "stagione dei bonus", cioè il primo trimestre, ancora in corso. Prevede dati ancora migliori per il mese di aprile.

01/04/17

Brexit, Invocato l'Articolo 50. Ora Cosa Succede?

La BBC pubblica un articolo dall'approccio lodevolmente neutrale,  in cui si spiega in modo semplice in che modo si dovrà svolgere la Brexit e cosa prevede precisamente l'articolo 50. Sono punti semplici che però i telegiornali, sempre approssimativi, tacciono, ed è sull'ignoranza dei dettagli che si costruisce molto del terrorismo mediatico.

 

 

BBC, 29 marzo 2017

 

 

La Gran Bretagna ha imboccato ufficialmente la strada per uscire dall'Unione Europea, dopo 44 anni di appartenenza da paese membro. Questo mercoledì ha fatto appello a una parte della legge europea nota come articolo 50.

 

Cosa è successo di preciso?

 

Dopo nove mesi dal referendum sull'uscita dall'Unione Europea, il Primo Ministro Theresa May ha avviato il meccanismo ufficiale che trasformerà il voto in realtà: stiamo parlando dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.

 

Martedì sera ha firmato una lettera che dava avvio a questo processo. La lettera è stata recapitata al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, alle 00:20 (ora britannica) di mercoledì 29 marzo .

 

Questa lettera è stata seguita da una dichiarazione di Theresa May alla Camera dei Comuni, nella quale ha affermato che era giunto "il momento di un'unione del paese".

 

Cosa succederà dopo?

 

Inizieranno le trattative con i funzionari della UE. Ma il lavoro più duro inizierà solo a maggio o giugno, quando è previsto l'avvio delle trattative con gli altri paesi membri della UE. Queste trattative dovrebbero terminare entro l'autunno dell'anno prossimo [2018] - a quel punto i parlamentari di Westminster, il Consiglio Europeo a Bruxelles e il Parlamento Europeo dovranno ciascuno mettere ai voti gli accordi che saranno stati raggiunti.

 

Quindi, in pratica, il Regno Unito quando esce?

 

Il limite di tempo previsto dall'articolo 50 è di due anni, e può essere esteso solo con il consenso unanime di tutti i paesi UE.

 

Se non si raggiunge alcun accordo entro due anni e non viene concordata un'estensione del limite di tempo, il Regno Unito uscirà contemporaneamente dall'UE e da tutti gli accordi esistenti, inclusi gli accordi sull'accesso al mercato unico, che smetterebbero di essere applicati al Regno Unito.

 

Cos'è l'articolo 50?

 

L'articolo 50 è il piano previsto per un qualsiasi paese che voglia uscire dalla UE. È stato creato come parte del Trattato di Lisbona - un accordo siglato da tutti i paesi UE, che è diventato legge nel 2009. Prima di quel trattato non c'era alcun meccanismo formale con cui un paese potesse uscire dalla UE.

 

È un articolo piuttosto breve, che consiste di soli cinque paragrafi, e dichiara che qualsiasi paese membro della UE può decidere di uscire, che per farlo deve mandare una notifica al Consiglio Europeo e conseguentemente negoziare il ritiro dall'Unione, che è previsto un limite di tempo di due anni per raggiungere dei nuovi accordi - a meno che non ci sia l'unanime volontà di estendere il limite - e che il paese che vuole uscire non può prendere parte alle discussioni interne all'UE riguardo ai termini della sua uscita.

 

Qualsiasi accordo di uscita deve essere approvato da una "maggioranza qualificata" di paesi (cioè da almeno il 72% dei restanti 27 paesi UE, che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE totale), ma deve anche essere approvato dai membri del Parlamento Europeo. Il quinto paragrafo solleva la possibilità che un paese voglia rientrare dopo essere uscito; questa eventualità viene considerata in base all'articolo 49.

 

Il testo completo si trova qui.

 

Si può tornare indietro?

 

Nessun paese è mai uscito prima dalla UE e l'articolo 50 non dice espressamente se il processo di uscita possa essere arrestato una volta iniziato. Il governo britannico non è stato in grado di rilasciare delle dichiarazioni legali definitive su questo punto.

 

Tuttavia, nel suo discorso di mercoledì alla Camera dei Comuni, Theresa May ha detto che "non si tornerà indietro" e nel recente caso sull'articolo 50 presso la Corte Suprema britannica, entrambe le parti hanno assunto che la decisione fosse irrevocabile.

 

Nonostante ciò il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha detto di ritenere che l'articolo 50 possa essere fermato e il suo corso invertito.

 

Dalla sua parte c'è anche un veterano della diplomazia britannica, Lord Kerr, che ha contribuito a scrivere l'articolo 50. Nel novembre 2016 ha detto alla BBC che "si può cambiare idea anche una volta che il processo è stato avviato". Ma ha anche aggiunto che non pensa ci sia alcun politico, in Gran Bretagna, che sia disposto a permettere una simile inversione a U.

 

Verifica dei fatti: La Gran Bretagna può cambiare idea sull'articolo 50?

 

Perché si è aspettato così a lungo prima di avviare l'uscita?

 

Nell'ottobre dello scorso anno Theresa May ha annunciato che avrebbe mandato una notifica formale al Consiglio Europeo entro la fine di marzo, sostenendo che non voleva che il processo di uscita fosse precipitoso e che avvenisse prima di raggiungere un accordo sugli obiettivi del Regno Unito.

 



 

Di cosa si occuperanno le trattative?

 

La lettera mandata a Tusk delinea sette principi negoziali secondo il Regno Unito. Si tratta dei seguenti:

 





  • Ci impegneremo costruttivamente e rispettosamente con tutti, secondo uno spirito di sincera cooperazione




  • Metteremo sempre al primo posto l'interesse dei nostri cittadini.

  • Lavoreremo al fine di assicurare un accordo ampio ed esaustivo

  • Lavoreremo insieme per ridurre al minimo i disagi e dare le massime garanzie possibili

  • Dovremo prestare attenzione alla relazione speciale del Regno Unito con la Repubblica di Irlanda e all'importanza del processo di pace con l'Irlanda del Nord

  • Inizieremo le trattative tecniche su punti specifici il prima possibile, ma dobbiamo dare priorità alle sfide più importanti

  • Continueremo a lavorare insieme per portare avanti e difendere i valori europei condivisi


 

 

 

I rappresentanti UE hanno suggerito però che gli accordi per l'uscita e l'accordo commerciale dovranno essere gestiti separatamente.

 

Altri punti che dovranno probabilmente essere discussi riguardano le disposizioni per la sicurezza transfrontaliera, i mandati di arresto europei, il trasferimento degli enti UE che hanno sede nel Regno Unito, e i contributi versati dal Regno Unito per le pensioni dei dipendenti pubblici della UE - sono tutti punti di un ampio "divorzio",  il cui costo secondo alcuni report potrebbe raggiungere i 50 miliardi di sterline.

 

Il Governo ha pubblicato un report già prima del referendum del 2016 sull'eventuale processo di uscita dall'Unione Europea, suggerendo altre aree che dovranno essere discusse. Potete leggerle qui.

 

Chi si occuperà di negoziare gli accordi?

 

La Commissione Europea - l'organo burocratico della UE - ha creato una task force guidata da Michel Barnier, che sarà responsabile della conduzione delle trattative con il Regno Unito.

 

Dalla parte del Regno Unito, la responsabilità generale delle trattative sulla Brexit è del Primo Ministro, che è supportato in questo dal Dipartimento per l'Uscita dall'Unione Europea, guidato da David Davis. Qui trovate un schizzo che ritrae le personalità in campo.

 

Cosa succede se non si raggiunge un accordo dopo due anni?

 

In questo caso si assume che le relazioni commerciali tra il Regno Unito e la UE siano governate dalle leggi dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio.

 

Alcuni ministri hanno suggerito che ci possa essere un periodo di transizione dopo l'uscita effettiva dalla UE, per evitare un "salto nel vuoto" e introdurre gradualmente le nuove disposizioni.

 

Qui trovate un'analisi dei  diversi scenari possibili se non si raggiunge un accordo.

 

Il Parlamento avrà voce in capitolo?

 

Sebbene l'articolo 50 dica che qualsiasi accordo deve ricevere "il consenso del Parlamento Europeo", non dice nulla su un eventuale ruolo del Parlamento del paese che esce.

 

Nonostante ciò, dopo un'apparente iniziale resistenza, a gennaio il Primo Ministro ha affermato che sia la Camera dei Lord che la Camera dei Comuni voteranno per l'approvazione dell'accordo finale. Il Parlamento britannico controllerà inoltre i lavori del governo sulla Brexit tramite dibattiti parlamentari, commissioni di lavoro e voti sulle proposte di legge.

 

Leggete qui ulteriori informazioni sul ruolo del Parlamento.

 

Durante le trattative sulla Brexit il Regno Unito continuerà a far parte della UE?

 

Il Regno Unito continuerà a restare un paese membro della UE durante le trattative di uscita, ma ha rinunciato al suo ruolo di Presidenza del Consiglio Europeo - che avrebbe dovuto assumere nella seconda metà del 2017 - per concentrarsi sulla Brexit.

 

Il Regno Unito può negoziare un accordo commerciale con altri paesi, nel frattempo?

 

No. Mentre il Regno Unito resta parte dell'Unione Europea non può prendere parte indipendentemente ad alcun accordo commerciale internazionale con paesi non-UE; se lo facesse violerebbe i trattati UE.

 

Tuttavia ci potrebbero essere comunque delle discussioni generali su eventuali accordi da prendere, e i potenziali partner commerciali sarebbero certamente interessati a prendere parte a queste trattative.

 

Ascoltate qui ciò che Liam Fox, segretario di stato per il commercio internazionale, pensa riguardo al futuro commerciale del Regno Unito post-Brexit.