Grazie a un suggerimento di Luciano Barra Caracciolo (che ringraziamo per la segnalazione) proponiamo la traduzione di un articolo di Roger Scruton, filosofo conservatore, pubblicato nel 1998 su The Independent, ma di grande attualità oggi. Nel richiamare la critica marxista al capitalismo per il suo pesante costo umano e per avere sostituito la sola libertà di commercio a tutte le libertà per cui l'umanità aveva lottato, denuncia il totale asservimento ai diktat del mercato del partito Labour di Tony Blair. Oggi ci aiuta a comprendere le radici della Brexit, del decadimento globale del partito laburista e a vedere come questo si sia posto in assoluta continuità con la linea ideologica della Thatcher, sposando quel culto del mercato che ha in seguito improntato tutto il fallimentare progetto dell'unione europea.
Di Roger Scruton, 16 agosto 1998
Il governo Labour è partito con la promessa di porre fine a un'economia fatta di cicli ricorrenti di bolle espansive e crolli. E ora si trova di fronte alla prospettiva di una grave recessione. Ma infine, qual è la posizione del partito laburista nei confronti del capitalismo? Promosso o bocciato? Quando Margaret Thatcher era in carica, la linea era quella di una decisa bocciatura. Dovendo spiegare la causa di qualsiasi male sociale - crimine, droga, collasso delle città dell'interno - i politici laburisti puntavano il dito sulla "cultura dell'avidità" che attribuivano alla Thatcher. Secondo loro questa cultura caratterizza le grandi imprese, la City, la libera impresa, il libero commercio e i liberi mercati. C'è da stupirsi, ci chiedevano, se la società britannica crolla a pezzi, se la fiducia, l'onestà, la compassione e qualsiasi vita spirituale stanno svanendo, quando il governo misura tutto in termini di denaro? C'è da stupirsi che il nostro paese sembri sempre di più una nazione priva di anima, quando i suoi leader sono consigliati da uomini d'affari, distribuiscono onorificenze agli uomini d'affari e non vedono l'ora di diventare uomini d'affari quando alla fine vengono licenziati - o lanciati?
È facile essere d'accordo con queste accuse; meno facile proporre un'alternativa. L'Unione Sovietica ha guarito la maggior parte della gente dall'illusione socialista. Il grande esperimento socialista è stato un disastro, economico e sociale. I crimini e la violenza potevano essere meno evidenti nella Unione Sovietica di una volta; ma solo perché erano monopolizzati dal partito. Da allora, come tutto il resto, sono stati privatizzati, e di solito sono restati in mano alle stesse persone che li controllavano in precedenza. Ora vediamo la realtà morale che decenni di terrore hanno coperto: una società in cui il freddo calcolo prevale su ogni forma di dovere sociale e possiamo anche vedere - nella crisi economica della scorsa settimana - le conseguenze delle privatizzazioni quando è stato distrutto il senso del dovere sociale.
Tuttavia, il fallimento del socialismo non è una scusa per il capitalismo. C'è qualcosa che non va in una società che è interamente governata dagli imperativi del business, che non riconosce alcuna forma di restrizione del commercio al di fuori di quelle interne al mercato e che trasforma il business e l'impresa nei suoi valori fondamentali. Quando Marx ed Engels pubblicarono il manifesto comunista, non condannarono il capitalismo per il suo potere economico. Lo condannarono per il suo costo umano. "Non ha lasciato fra uomo e uomo - hanno scritto - altro vincolo che il nudo interesse, il freddo 'pagamento in contanti'. Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota... Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli (la traduzione in italiano è tratta da marxists.org, Il Manifesto del Partito Comunista, NdT)". Esagerato, certo. Ma non privo di verità. Anche se respingiamo l'alternativa di Marx come ingenua nei fini e cattiva nei mezzi, non dovremmo respingere l'intuizione morale da cui deriva - vale a dire, che il libero mercato lasciato a se stesso è una forza creativa ma anche distruttiva.
Questo, in estrema sintesi, è ciò che il Partito laburista e i suoi guru hanno ripetuto negli anni della Thatcher e più sommessamente durante l'interregno grigio di John Major. Ma non è quello che dicono ora. Sotto Tony Blair, il business è rimasto ancora saldamente al posto di comando. Il Primo Ministro nomina i grandi magnati del mondo degli affari alla House of Lords con lo stesso entusiasmo incondizionato di Margaret Thatcher: ha persino nominato Lord Sainsbury ministro junior al Dipartimento del Commercio e dell'Industria - lo stesso dipartimento che, se il Labour difendesse qualcuno o qualcosa, dovrebbe controllare personaggi come Lord Sainsbury.
Basta guardare la politica del Labour in una qualsiasi delle aree in cui i giganti capitalisti hanno un interesse - l'Europa, l'Unione monetaria europea, fusioni e monopoli, ambiente, agroalimentare - per accorgersi che le promesse elettorali e le convinzioni morali si sgretolano davanti ai diktat del commercio. Come era stato accettato dalla Thatcher, così è stato accettato l'argomento che prosperità significa crescita, che crescita significa globalizzazione e che globalizzazione significa abolizione delle restrizioni locali. Se ci impedite di crescere in Gran Bretagna, dicono i magnati del business, ce ne andremo altrove, portandoci dietro il nostro capitale, le nostre tasse, i nostri posti di lavoro e la vostra prosperità.
In qualsiasi situazione di emergenza reale, i governi percepiscono rapidamente la stupidità della globalizzazione. Una volta che ci siamo trovati in guerra con la Germania, abbiamo capito - troppo tardi - l'importanza della produzione locale e di un'agricoltura autosufficiente. Ma la politica moderna è condotta completamente come se le situazioni di emergenza fossero un lontano ricordo del passato. Questo processo politico non è semplicemente legato alla propaganda: è un esercizio di amnesia collettiva. Eppure, la crisi asiatica avrebbe dovuto risvegliare nel partito Laburista il senso del pericolo: internazionalizzando la nostra economia, ci leghiamo a catastrofi che non possiamo prevenire.
Ma c'è una ragione più importante per tornare alla vecchia critica socialista. Lealtà, onestà, senso del dovere: sono cose che non si possono comprare. In un mercato che dilaga senza limiti, quindi, sono scacciate da ciò che si può comperare. La corruzione, le tangenti, la compravendita di favori prendono il posto della trasparenza. Il mercato dipende dall'onestà, ma lasciato a se stesso distrugge l'onestà. Questo è il motivo per cui il mercato ha avuto successo solo quando non è stato abbandonato a se stesso - solo quando è sottoposto a vincoli religiosi e morali che salvaguardano la riserva di valori dell'umanità.
Non è solo la vita pubblica a essere esposta alla corruzione da parte del mercato; anche la vita privata è a rischio. Questo un tempo era dato per scontato: non solo il vecchio Labour, ma anche il partito dei Tory era solito condannare la commercializzazione dei valori più sacri. Indecenza, oscenità e blasfemia erano immediatamente riconosciute e immediatamente condannate. Era opinione condivisa che ciò che ha un valore non debba essere degradato in qualcosa che ha un prezzo. Il sesso, ad esempio, non dovrebbe essere considerato un possibile oggetto di scambio tra estranei. Il nostro censore capo in pensione, James Ferman, ora sostiene che, consentendo alcune forme di pornografia, puoi combattere in modo più efficace le altre, in particolare quelle che coinvolgono violenza o bambini. Tale è l'ingenuità della mente liberale, che immagina che tu possa consentire il libero scambio di merci e riuscire a tenerne fuori alcune persone. Tutti i mercati, una volta consentiti, porteranno nuovi acquirenti e venditori. La pedofilia non può essere combattuta autorizzando il porno, poiché il porno crea una mentalità che non vede nulla di sbagliato nella pedofilia.
Blair si definisce un socialista cristiano: non lo è. Come la baronessa Thatcher, è un liberale del XIX secolo. Può darsi che non abbia mai detto "non puoi fermare il mercato" (celebre frase attribuita alla Thatcher, NdT), ma si comporta come se fosse vera. Se dovesse applicare i suoi principi religiosi alla pratica politica, sarebbe un capitalista cristiano. Perché "capitalismo" è solo un altro nome per indicare il mercato, e il mercato è qui per rimanere. In effetti, dovremmo dire del mercato ciò che Churchill ha detto della democrazia: un sistema pessimo, ma le alternative sono peggiori. E proprio come la democrazia ha bisogno di leggi e istituzioni per delimitare gli argomenti su cui non si è consentito votare, così il mercato ha bisogno di limiti morali e religiosi, per limitare ciò che non deve essere oggetto di scambio.
La religione salva dal dominio del prezzo tutto ciò che ha un valore duraturo e non commerciale: amore, matrimonio e famiglia; lealtà, onestà e senso di responsabilità. Se queste cose non vengono salvate, la società si disintegrerà e il mercato si disintegrerà insieme ad essa. Questo è il messaggio che dovremmo sentire dai nostri leader: ci sono cose che sono troppo importanti per essere comprate e vendute. È un messaggio che il Papa non si stanca di ripetere. Ma è un messaggio che non verrà mai messo in risalto, finché sarà il business a rimanere al posto di comando.
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22/08/18
La privatizzazione dei servizi pubblici nel Regno Unito: storia di un fallimento
Vista la grande attenzione intorno alle concessioni e privatizzazioni, riprendiamo un pezzo dell’Independent dello scorso anno riguardante le privatizzazioni anglosassoni. Nel Regno Unito i progressisti sanno perfettamente che le privatizzazioni dei servizi essenziali che sono monopoli naturali sono enormi regali agli azionisti, che drenano ricchezza e qualità dei servizi altrimenti nelle mani di tutti i cittadini. L’immotivata difesa dei concessionari privati allinea la “sinistra” italiana alla destra anglosassone.
Di John McDonnell, 6 giugno 2017
La maniera in cui le nostre compagnie ferroviarie, dell’energia e dell’acqua sono state gestite da quando sono state privatizzate dai conservatori è uno scandalo assoluto. L’impegno del Manifesto dei Laburisti a riprendere il controllo dell’acqua e delle ferrovie, e ad intervenire per correggere il mercato dell'energia, è decisamente emozionante e porterà a un vero cambiamento.
Quando queste industrie furono privatizzate da Margaret Thacher, ci fu promesso che l’efficienza sarebbe aumentata, che la proprietà si sarebbe allargata e che il processo avrebbe generato investimenti. Ma è accaduto l’esatto contrario. E anziché imparare dai propri errori, i governi conservatori hanno venduto anche il Servizio Postale per una frazione del suo valore, danneggiando i contribuenti ed estendendo ulteriormente l’influenza delle compagnie private e della finanza sulla vita di tutti i giorni.
A quasi trent’anni dalla vendita della gestione dell’acqua, la proprietà delle azioni è oggi saldamente in mano a un piccolo gruppo di investitori internazionali – molti dei quali hanno sede in paradisi fiscali. Nel frattempo, i prezzi sono aumentati del 40% e più di un quarto di quanto i consumatori pagano in bolletta finisce a ripagare gli interessi sui debiti delle società private e in dividendi agli azionisti.
I nuovi investimenti sono stati finanziati con nuovo debito anziché coi soldi degli azionisti. Quando l’acqua è stata privatizzata, il governo si è generosamente fatto carico di tutto il debito del settore – 4,9 miliardi di sterline – in modo da lasciare i nuovi proprietari senza debiti. I nuovi proprietari ne hanno approfittato, accumulando sino al 2016 l'incredibile ammontare di 46 miliardi di sterline di debiti .
Mentre accumulavano debiti a discapito dei contribuenti, le compagnie private dell’acqua pagavano miliardi agli azionisti in dividendi. Il totale di 18,8 miliardi di profitti al netto delle tasse degli ultimi 10 anni è stato tutto distribuito agli azionisti, salvo 700 milioni di sterline. Ciò significa che più di 18 miliardi di sterline sono entrati nelle tasche degli azionisti anziché essere utilizzati per diminuire le bollette e migliorare i servizi. Tre società hanno addirittura pagato più dividendi di quanto siano stati i loro profitti al lordo delle tasse. Si tratta di una situazione semplicemente insostenibile.
Questa rapina alla luce del sole sta avvenendo anche nel settore energetico. Nel 2016-17, la Rete Nazionale ha ottenuto un profitto di 1,9 miliardi di sterline sulla distribuzione dell’elettricità e del gas. Circa 660 milioni sono stati usati per pagare dividendi, cosa che rappresenta un costo nascosto per i consumatori del 12%.
I benefici promessi grazie alla concorrenza del mercato non si sono mai visti: le grandi “sei sorelle” dell’energia hanno sfruttato i consumatori, addebitando agli utenti nel 2015 ben 2 miliardi di sterline. Le persone non vogliono essere costrette a vagliare le diverse opzioni per trovare un contratto decente; vogliono soltanto energia sicura e a un prezzo accessibile.
Dobbiamo fare cambiamenti drastici nel nostro sistema energetico entro pochi anni se vogliamo avere la possibilità di affrontare i cambiamenti climatici. Trasferendo la proprietà e la responsabilità delle nostre utilities a organismi di proprietà pubblica e alle comunità locali che devono rispondere ai cittadini, saremo in grado di creare un sistema energetico sostenibile e a basso utilizzo di carbone, adatto al ventunesimo secolo.
Più importante ancora, la proprietà pubblica metterebbe fine al flusso di denaro dei contribuenti che va a sostenere i profitti privati delle società e dei loro azionisti, mentre i prezzi aumentano, i servizi peggiorano, e i debiti si accumulano.
Riportare le utilities sotto controllo pubblico rimetterebbe i profitti nelle tasche dei cittadini e nei servizi stessi, abbassando la bolletta media di 220 sterline all’anno per famiglia e consentendo di investire altri risparmi nelle infrastrutture e per migliorare i servizi.
Inoltre, ponendo un freno agli aumenti dei biglietti dei treni – che sono aumentati del 27% a partire dal 2010 – i laburisti farebbero risparmiare ai passeggeri una media di 1.014 sterline all’anno sui biglietti.
Si è molto parlato di quanto costerebbe tutto questo, ma i commentatori, pronti a sparare grandi cifre, mostrano tutta la loro ignoranza in economia, e anche in storia. Quando nel 1977 l’industria della costruzione navale venne nazionalizzata, questo fu fatto scambiando le azioni con titoli di stato – una mossa che non ebbe alcun effetto sull’erario.
Nel mondo negli ultimi anni c’è stata un’inversione del processo delle privatizzazioni. Negli Stati Uniti, l’85% delle forniture di acqua proviene dal settore pubblico, e l’80% della rete di distribuzione elettrica tedesca è ora posseduta e gestita dalle autorità regionali e locali.
Una delle più grandi beffe della privatizzazione britannica – che fu dettata da una profonda perdita di fiducia nella capacità dello stato di gestire queste cose – è che molti dei nostri tesori nazionali sono finiti nelle mani di società pubbliche straniere. I piani di rinazionalizzazione dei laburisti assicureranno la supervisione democratica locale sui servizi, mettendo il potere nelle mani delle comunità.
Al di là delle chiacchiere sul rigore dei conti, i conservatori sono più interessati ad aiutare i ricchi evasori a fare soldi facili di quanto non lo siano a fermare l’emorragia di soldi del popolo britannico. Come ho recentemente sottolineato durante un dibattito con Damian Green all’Andrew Marr show, questa posizione ha qualcosa a che fare con il fatto che molti finanziatori dei conservatori, ed effettivamente anche alcuni parlamentari e ministri conservatori, hanno ottenuto profitti dalle privatizzazioni.
E’ tempo di mettere fine a questa truffa dei conservatori. I laburisti chiuderanno il rubinetto che versa miliardi di sterline nelle tasche degli azionisti e si assicureranno che questi servizi vitali siano gestiti nell’interesse della maggioranza, non di pochi.
Di John McDonnell, 6 giugno 2017
La maniera in cui le nostre compagnie ferroviarie, dell’energia e dell’acqua sono state gestite da quando sono state privatizzate dai conservatori è uno scandalo assoluto. L’impegno del Manifesto dei Laburisti a riprendere il controllo dell’acqua e delle ferrovie, e ad intervenire per correggere il mercato dell'energia, è decisamente emozionante e porterà a un vero cambiamento.
Quando queste industrie furono privatizzate da Margaret Thacher, ci fu promesso che l’efficienza sarebbe aumentata, che la proprietà si sarebbe allargata e che il processo avrebbe generato investimenti. Ma è accaduto l’esatto contrario. E anziché imparare dai propri errori, i governi conservatori hanno venduto anche il Servizio Postale per una frazione del suo valore, danneggiando i contribuenti ed estendendo ulteriormente l’influenza delle compagnie private e della finanza sulla vita di tutti i giorni.
A quasi trent’anni dalla vendita della gestione dell’acqua, la proprietà delle azioni è oggi saldamente in mano a un piccolo gruppo di investitori internazionali – molti dei quali hanno sede in paradisi fiscali. Nel frattempo, i prezzi sono aumentati del 40% e più di un quarto di quanto i consumatori pagano in bolletta finisce a ripagare gli interessi sui debiti delle società private e in dividendi agli azionisti.
I nuovi investimenti sono stati finanziati con nuovo debito anziché coi soldi degli azionisti. Quando l’acqua è stata privatizzata, il governo si è generosamente fatto carico di tutto il debito del settore – 4,9 miliardi di sterline – in modo da lasciare i nuovi proprietari senza debiti. I nuovi proprietari ne hanno approfittato, accumulando sino al 2016 l'incredibile ammontare di 46 miliardi di sterline di debiti .
Mentre accumulavano debiti a discapito dei contribuenti, le compagnie private dell’acqua pagavano miliardi agli azionisti in dividendi. Il totale di 18,8 miliardi di profitti al netto delle tasse degli ultimi 10 anni è stato tutto distribuito agli azionisti, salvo 700 milioni di sterline. Ciò significa che più di 18 miliardi di sterline sono entrati nelle tasche degli azionisti anziché essere utilizzati per diminuire le bollette e migliorare i servizi. Tre società hanno addirittura pagato più dividendi di quanto siano stati i loro profitti al lordo delle tasse. Si tratta di una situazione semplicemente insostenibile.
Questa rapina alla luce del sole sta avvenendo anche nel settore energetico. Nel 2016-17, la Rete Nazionale ha ottenuto un profitto di 1,9 miliardi di sterline sulla distribuzione dell’elettricità e del gas. Circa 660 milioni sono stati usati per pagare dividendi, cosa che rappresenta un costo nascosto per i consumatori del 12%.
I benefici promessi grazie alla concorrenza del mercato non si sono mai visti: le grandi “sei sorelle” dell’energia hanno sfruttato i consumatori, addebitando agli utenti nel 2015 ben 2 miliardi di sterline. Le persone non vogliono essere costrette a vagliare le diverse opzioni per trovare un contratto decente; vogliono soltanto energia sicura e a un prezzo accessibile.
Dobbiamo fare cambiamenti drastici nel nostro sistema energetico entro pochi anni se vogliamo avere la possibilità di affrontare i cambiamenti climatici. Trasferendo la proprietà e la responsabilità delle nostre utilities a organismi di proprietà pubblica e alle comunità locali che devono rispondere ai cittadini, saremo in grado di creare un sistema energetico sostenibile e a basso utilizzo di carbone, adatto al ventunesimo secolo.
Più importante ancora, la proprietà pubblica metterebbe fine al flusso di denaro dei contribuenti che va a sostenere i profitti privati delle società e dei loro azionisti, mentre i prezzi aumentano, i servizi peggiorano, e i debiti si accumulano.
Riportare le utilities sotto controllo pubblico rimetterebbe i profitti nelle tasche dei cittadini e nei servizi stessi, abbassando la bolletta media di 220 sterline all’anno per famiglia e consentendo di investire altri risparmi nelle infrastrutture e per migliorare i servizi.
Inoltre, ponendo un freno agli aumenti dei biglietti dei treni – che sono aumentati del 27% a partire dal 2010 – i laburisti farebbero risparmiare ai passeggeri una media di 1.014 sterline all’anno sui biglietti.
Si è molto parlato di quanto costerebbe tutto questo, ma i commentatori, pronti a sparare grandi cifre, mostrano tutta la loro ignoranza in economia, e anche in storia. Quando nel 1977 l’industria della costruzione navale venne nazionalizzata, questo fu fatto scambiando le azioni con titoli di stato – una mossa che non ebbe alcun effetto sull’erario.
Nel mondo negli ultimi anni c’è stata un’inversione del processo delle privatizzazioni. Negli Stati Uniti, l’85% delle forniture di acqua proviene dal settore pubblico, e l’80% della rete di distribuzione elettrica tedesca è ora posseduta e gestita dalle autorità regionali e locali.
Una delle più grandi beffe della privatizzazione britannica – che fu dettata da una profonda perdita di fiducia nella capacità dello stato di gestire queste cose – è che molti dei nostri tesori nazionali sono finiti nelle mani di società pubbliche straniere. I piani di rinazionalizzazione dei laburisti assicureranno la supervisione democratica locale sui servizi, mettendo il potere nelle mani delle comunità.
Al di là delle chiacchiere sul rigore dei conti, i conservatori sono più interessati ad aiutare i ricchi evasori a fare soldi facili di quanto non lo siano a fermare l’emorragia di soldi del popolo britannico. Come ho recentemente sottolineato durante un dibattito con Damian Green all’Andrew Marr show, questa posizione ha qualcosa a che fare con il fatto che molti finanziatori dei conservatori, ed effettivamente anche alcuni parlamentari e ministri conservatori, hanno ottenuto profitti dalle privatizzazioni.
E’ tempo di mettere fine a questa truffa dei conservatori. I laburisti chiuderanno il rubinetto che versa miliardi di sterline nelle tasche degli azionisti e si assicureranno che questi servizi vitali siano gestiti nell’interesse della maggioranza, non di pochi.
27/05/17
Il problema non è la Grecia. L'eurozona ha fallito, e anche i tedeschi ne sono le vittime
Riprendiamo un articolo del 2015 del Guardian, in cui il progetto europeo viene spietatamente analizzato per i risultati che ottiene: non un promotore di democrazia e di benessere, ma uno strumento che mina le basi della democrazia ed estende l’abbassamento delle condizioni di vita dei lavoratori tedeschi a tutto il continente – con l’aggravante che tutti gli altri lavoratori partivano da condizioni decisamente meno agiate.
Di Aditya Chakrabortty, 22 giugno 2015
Quasi tutte le discussioni sul fallimento della Grecia si rifanno a valutazioni moralistiche. Potremmo definire la questione i Cattivi Greci contro la Nobile Europa. Questi greci problematici non avrebbero mai dovuto far parte dell’euro, secondo questa narrazione. Una volta entrati, si sono cacciati in un mare di guai – e adesso tocca all’Europa risolvere tutto.
Queste sono le basi su cui concordano tutte le Persone Sagge. Tra costoro, quelli di destra proseguono dicendo che quei falliti dei Greci devono o accettare quel che gli propone l’Europa o uscire dalla moneta unica. Quelli invece più progressisti, dopo un certo tentennamento e imbarazzo, alla fine chiedono che l’Europa mostri un po’ di solidarietà e aiuti questo paese fallito del Sud. Qualsiasi sia la soluzione proposta, le Persone Sagge concordano sul problema: la colpa non è di Bruxelles, bensì di Atene. Oh, questi Greci scapestrati! È l’atteggiamento che traspare quando Christine Lagarde dell’FMI critica il governo di Syriza per non essere abbastanza “adulto”. E’ quello che permette alla stampa tedesca di sostenere che il Ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, ha “bisogno di assistenza psichiatrica”.
Questa narrazione ha un piccolo problema: come molte narrazioni moralistiche, è totalmente slegata dalla dura realtà. Atene è solo il peggior sintomo di un male molto più grande che affligge il progetto europeo. Perché la moneta unica non è al servizio dei comuni cittadini Europei, dalla Valle della Ruhr a Roma.
Dicendo questo, non voglio negare la corruzione e l'evasione endemica della Grecia (e non lo faceva nemmeno Syriza, arrivato al potere facendo campagna politica esattamente contro questi vizi). Né voglio indossare i panni dei sostenitori di Farage. Quello che sostengo è molto più semplice: il progetto europeo non solo non riesce a mantenere le promesse dei suoi fondatori, ma sta ottenendo l’esatto opposto – sta infatti distruggendo il benessere dei cittadini europei. E, come vedremo, questo vale anche per coloro che vivono nella prima economia del continente, la Germania.
Prima di tutto, ricordiamo le nobili promesse del progetto europeo. Ripercorriamo le orme del tedesco Schmidt e del francese d’Estaing, mentre posavano le fondamenta del grande progetto unificatore europeo. In particolar modo, ricordiamoci di come si sentivano quelli che ci credevano davvero. Prendiamo ad esempio Oskar Lafontaine, il ministro delle finanze tedesco, proprio alla vigilia del lancio dell’euro. Parlava di “visioni di un’Europa unita, da raggiungere attraverso la graduale convergenza degli standard di vita, l’approfondirsi della democrazia, e il fiorire di una vera cultura europea”.
Potremmo citare migliaia di altri analoghi proclami di euro-poesia, ma questo di Lafontaine ci mostra quanto in basso sia caduto il progetto della moneta unica. Anziché innalzare gli standard di vita in Europa, l’unione monetaria li sta spingendo verso il basso. Anziché approfondire la democrazia, la sta mettendo a rischio. Per quanto riguarda la “vera cultura europea”, quando i giornalisti tedeschi accusano i ministri greci di essere “psicotici”, il mitico consesso di nazioni sembra davvero lontanissimo.
Di questi tre fallimenti, il primo è il più importante – perché spiega come l’intera unione viene messa a rischio. Per constatare cosa è successo agli standard di vita dei cittadini europei, ci riferiamo a una straordinaria ricerca pubblicata quest’anno da Heiner Flassbeck, ex capo economista alla Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, e da Costas Lapavitsas, un professore di economia della Soas University di Londra ora diventato parlamentare di Syriza.
In “Contro la Troika” questi economisti hanno pubblicato un grafico che mostra come l’euro ha influito sugli standard di vita. Si sono focalizzati sul costo unitario del lavoro – quanto occorre pagare il personale per poter produrre un’unità di prodotto. Hanno mappato il costo del lavoro nell’eurozona tra il 1999 e il 2013. Quello che hanno trovato è che i lavoratori tedeschi in pratica non hanno ottenuto alcun aumento di salario in questi 14 anni. Nella breve vita dell’euro, i lavoratori tedeschi se la sono cavata peggio dei francesi, degli austriaci, degli italiani e di molti altri dell’Europa del sud.
Sì, stiamo parlando proprio della Germania: l’economia più potente del continente, quella che perfino David Cameron guarda con invidia. Eppure i lavoratori tedeschi che rendono ricco il loro paese non hanno ricevuto alcuna ricompensa per i loro sforzi. E questo rappresenta il modello per il continente intero.
Forse avrete un’idea della Germania come di una nazione di lavoratori molto abili, molto ben retribuiti, in fabbriche luccicanti. Questi lavoratori e i loro sindacati esistono ancora – ma stanno velocemente scomparendo. Secondo il principale esperto tedesco in disuguaglianze, Gerhard Bosch, essi stanno venendo sostituiti da lavoro sottopagato. La forza-lavoro a basso costo è esplosa ed è ormai quasi a livelli americani, secondo lui.
Non diamone la colpa all’euro, ma al lento declino dei sindacati tedeschi, e alla tendenza alla delocalizzazione verso i paesi a basso costo dell’est Europa. Il ruolo della moneta unica è stato quello di permettere al problema tedesco dei bassi salari di rovinare un continente intero.
I lavoratori francesi, italiani, spagnoli e del resto dell’eurozona ora devono subire la concorrenza sleale dell’epica gelata dei salari che ha caratterizzato il grande paese al centro dell’eurozona. Flassbeck e Lapavitsas descrivono questo fenomeno come una politica tedesca di “beggar thy neighbour” ( frega il tuo vicino, ndVdE) – “ma solo dopo aver fregato i suoi stessi cittadini”.
Nello scorso secolo, gli altri paesi dell’eurozona avrebbero potuto diventare più competitivi svalutando le proprie monete nazionali – proprio come ha fatto il Regno Unito a partire dal disastro delle banche. Ma ormai fanno tutti parte di un unico club, l’unica soluzione possibile dopo il crash è stata di pagare meno i lavoratori.
Questo è esattamente quello che consigliano di fare alla Grecia la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il FMI: liberarsi dei lavoratori in eccesso, pagare meno quelli che mantengono un lavoro, e tagliare le pensioni per gli anziani. Ma non è una ricetta solo per la Grecia. Praticamente in ogni meeting i Saggi di Bruxelles e Strasburgo se ne escono col solito comunicato che esorta a “riformare” il mercato del lavoro e il sistema di sicurezza sociale in tutto il continente: un tentativo nemmeno troppo mascherato per attaccare gli standard di vita dei comuni cittadini. Ecco cosa è diventato il Nobile Progetto Europeo: una triste marcia al ribasso. L’obiettivo non è quello di creare una democrazia più forte, ma dei mercati più forti – e le due cose sono sempre più incompatibili. La tedesca Angela Merkel non si è fatta alcuno scrupolo ad intromettersi nei sistemi democratici di altri paesi Europei – mettendo implicitamente in guardia i greci che avessero osato votare Syriza per esempio, o forzando il primo ministro socialista spagnolo, Josè Luis Rodrìguez Zapatero, a rimangiarsi le promesse di spesa che gli erano valse l’elezione.
Il pestaggio diplomatico inflitto a Syriza da quando è andata al potere quest’anno (il 2015 per chi scrive, ndVdE) può solo essere interpretato come il tentativo dell’Europa di dare un esempio agli elettori spagnoli, che potrebbero essere tentati di sostenere il movimento gemello Podemos. Se ti spingi troppo a sinistra, dice il messaggio, ti riserveremo lo stesso trattamento.
A prescindere da quali fossero gli ideali fondanti dell’eurozona, di sicuro non si accordano con la triste realtà del 2015. Questa è la rivoluzione della Thatcher, o di Reagan, ma su scala continentale. E come allora, viene accompagnata dall’idea che Non C’E’ Alcuna Alternativa (in inglese TINA: There Is No Alternative, ndVdE) nella gestione dell’economia, e nemmeno su quale tipo di governo gli elettori possono scegliere.
Il fatto che questo scempio venga portato avanti da personaggi apparentemente Saggi e Presentabili che pretendono di essere socialdemocratici, non rende il progetto più carino o gentile. Dà solo all’intera vicenda uno sgradevole sapore di ipocrisia.
Di Aditya Chakrabortty, 22 giugno 2015
Quasi tutte le discussioni sul fallimento della Grecia si rifanno a valutazioni moralistiche. Potremmo definire la questione i Cattivi Greci contro la Nobile Europa. Questi greci problematici non avrebbero mai dovuto far parte dell’euro, secondo questa narrazione. Una volta entrati, si sono cacciati in un mare di guai – e adesso tocca all’Europa risolvere tutto.
Queste sono le basi su cui concordano tutte le Persone Sagge. Tra costoro, quelli di destra proseguono dicendo che quei falliti dei Greci devono o accettare quel che gli propone l’Europa o uscire dalla moneta unica. Quelli invece più progressisti, dopo un certo tentennamento e imbarazzo, alla fine chiedono che l’Europa mostri un po’ di solidarietà e aiuti questo paese fallito del Sud. Qualsiasi sia la soluzione proposta, le Persone Sagge concordano sul problema: la colpa non è di Bruxelles, bensì di Atene. Oh, questi Greci scapestrati! È l’atteggiamento che traspare quando Christine Lagarde dell’FMI critica il governo di Syriza per non essere abbastanza “adulto”. E’ quello che permette alla stampa tedesca di sostenere che il Ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, ha “bisogno di assistenza psichiatrica”.
Questa narrazione ha un piccolo problema: come molte narrazioni moralistiche, è totalmente slegata dalla dura realtà. Atene è solo il peggior sintomo di un male molto più grande che affligge il progetto europeo. Perché la moneta unica non è al servizio dei comuni cittadini Europei, dalla Valle della Ruhr a Roma.
Dicendo questo, non voglio negare la corruzione e l'evasione endemica della Grecia (e non lo faceva nemmeno Syriza, arrivato al potere facendo campagna politica esattamente contro questi vizi). Né voglio indossare i panni dei sostenitori di Farage. Quello che sostengo è molto più semplice: il progetto europeo non solo non riesce a mantenere le promesse dei suoi fondatori, ma sta ottenendo l’esatto opposto – sta infatti distruggendo il benessere dei cittadini europei. E, come vedremo, questo vale anche per coloro che vivono nella prima economia del continente, la Germania.
Prima di tutto, ricordiamo le nobili promesse del progetto europeo. Ripercorriamo le orme del tedesco Schmidt e del francese d’Estaing, mentre posavano le fondamenta del grande progetto unificatore europeo. In particolar modo, ricordiamoci di come si sentivano quelli che ci credevano davvero. Prendiamo ad esempio Oskar Lafontaine, il ministro delle finanze tedesco, proprio alla vigilia del lancio dell’euro. Parlava di “visioni di un’Europa unita, da raggiungere attraverso la graduale convergenza degli standard di vita, l’approfondirsi della democrazia, e il fiorire di una vera cultura europea”.
Potremmo citare migliaia di altri analoghi proclami di euro-poesia, ma questo di Lafontaine ci mostra quanto in basso sia caduto il progetto della moneta unica. Anziché innalzare gli standard di vita in Europa, l’unione monetaria li sta spingendo verso il basso. Anziché approfondire la democrazia, la sta mettendo a rischio. Per quanto riguarda la “vera cultura europea”, quando i giornalisti tedeschi accusano i ministri greci di essere “psicotici”, il mitico consesso di nazioni sembra davvero lontanissimo.
Di questi tre fallimenti, il primo è il più importante – perché spiega come l’intera unione viene messa a rischio. Per constatare cosa è successo agli standard di vita dei cittadini europei, ci riferiamo a una straordinaria ricerca pubblicata quest’anno da Heiner Flassbeck, ex capo economista alla Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, e da Costas Lapavitsas, un professore di economia della Soas University di Londra ora diventato parlamentare di Syriza.
In “Contro la Troika” questi economisti hanno pubblicato un grafico che mostra come l’euro ha influito sugli standard di vita. Si sono focalizzati sul costo unitario del lavoro – quanto occorre pagare il personale per poter produrre un’unità di prodotto. Hanno mappato il costo del lavoro nell’eurozona tra il 1999 e il 2013. Quello che hanno trovato è che i lavoratori tedeschi in pratica non hanno ottenuto alcun aumento di salario in questi 14 anni. Nella breve vita dell’euro, i lavoratori tedeschi se la sono cavata peggio dei francesi, degli austriaci, degli italiani e di molti altri dell’Europa del sud.
Sì, stiamo parlando proprio della Germania: l’economia più potente del continente, quella che perfino David Cameron guarda con invidia. Eppure i lavoratori tedeschi che rendono ricco il loro paese non hanno ricevuto alcuna ricompensa per i loro sforzi. E questo rappresenta il modello per il continente intero.
Forse avrete un’idea della Germania come di una nazione di lavoratori molto abili, molto ben retribuiti, in fabbriche luccicanti. Questi lavoratori e i loro sindacati esistono ancora – ma stanno velocemente scomparendo. Secondo il principale esperto tedesco in disuguaglianze, Gerhard Bosch, essi stanno venendo sostituiti da lavoro sottopagato. La forza-lavoro a basso costo è esplosa ed è ormai quasi a livelli americani, secondo lui.
Non diamone la colpa all’euro, ma al lento declino dei sindacati tedeschi, e alla tendenza alla delocalizzazione verso i paesi a basso costo dell’est Europa. Il ruolo della moneta unica è stato quello di permettere al problema tedesco dei bassi salari di rovinare un continente intero.
I lavoratori francesi, italiani, spagnoli e del resto dell’eurozona ora devono subire la concorrenza sleale dell’epica gelata dei salari che ha caratterizzato il grande paese al centro dell’eurozona. Flassbeck e Lapavitsas descrivono questo fenomeno come una politica tedesca di “beggar thy neighbour” ( frega il tuo vicino, ndVdE) – “ma solo dopo aver fregato i suoi stessi cittadini”.
Nello scorso secolo, gli altri paesi dell’eurozona avrebbero potuto diventare più competitivi svalutando le proprie monete nazionali – proprio come ha fatto il Regno Unito a partire dal disastro delle banche. Ma ormai fanno tutti parte di un unico club, l’unica soluzione possibile dopo il crash è stata di pagare meno i lavoratori.
Questo è esattamente quello che consigliano di fare alla Grecia la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il FMI: liberarsi dei lavoratori in eccesso, pagare meno quelli che mantengono un lavoro, e tagliare le pensioni per gli anziani. Ma non è una ricetta solo per la Grecia. Praticamente in ogni meeting i Saggi di Bruxelles e Strasburgo se ne escono col solito comunicato che esorta a “riformare” il mercato del lavoro e il sistema di sicurezza sociale in tutto il continente: un tentativo nemmeno troppo mascherato per attaccare gli standard di vita dei comuni cittadini. Ecco cosa è diventato il Nobile Progetto Europeo: una triste marcia al ribasso. L’obiettivo non è quello di creare una democrazia più forte, ma dei mercati più forti – e le due cose sono sempre più incompatibili. La tedesca Angela Merkel non si è fatta alcuno scrupolo ad intromettersi nei sistemi democratici di altri paesi Europei – mettendo implicitamente in guardia i greci che avessero osato votare Syriza per esempio, o forzando il primo ministro socialista spagnolo, Josè Luis Rodrìguez Zapatero, a rimangiarsi le promesse di spesa che gli erano valse l’elezione.
Il pestaggio diplomatico inflitto a Syriza da quando è andata al potere quest’anno (il 2015 per chi scrive, ndVdE) può solo essere interpretato come il tentativo dell’Europa di dare un esempio agli elettori spagnoli, che potrebbero essere tentati di sostenere il movimento gemello Podemos. Se ti spingi troppo a sinistra, dice il messaggio, ti riserveremo lo stesso trattamento.
A prescindere da quali fossero gli ideali fondanti dell’eurozona, di sicuro non si accordano con la triste realtà del 2015. Questa è la rivoluzione della Thatcher, o di Reagan, ma su scala continentale. E come allora, viene accompagnata dall’idea che Non C’E’ Alcuna Alternativa (in inglese TINA: There Is No Alternative, ndVdE) nella gestione dell’economia, e nemmeno su quale tipo di governo gli elettori possono scegliere.
Il fatto che questo scempio venga portato avanti da personaggi apparentemente Saggi e Presentabili che pretendono di essere socialdemocratici, non rende il progetto più carino o gentile. Dà solo all’intera vicenda uno sgradevole sapore di ipocrisia.
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