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27/02/20

L'UE è nei guai e Ursula Von der Leyen è la persona sbagliata per salvarla

Da un'economista di Princeton che non ha risparmiato critiche al fallimentare progetto europeo di unione monetaria, un quadro crudo dei disastri presenti e prevedibili per l'UE negli anni a venire. Con una presidente della Commissione per nulla adatta a gestire il campo di battaglia in cui si è trasformata la gestione del bilancio comune europeo. Come era stato previsto, le sempre maggiori divisioni, aggravate dai meccanismi disfunzionali dell'eurozona che hanno allargato le differenze tra paesi, stanno dilaniando l'Europa, in conflitto praticamente su tutto. E i fantomatici stati uniti d'Europa vagheggiati dai tanti sognatori nostrani sono sempre più improbabili e lontani. 

 

 

 

Di Ashoka Mody, 23 febbraio 2020

 

L'Europa sta chiaramente perdendo la sua strada. La sfiducia e le divisioni sono aumentate in modo allarmante, aggravate dalla conflittuale scelta di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione e in previsione di un dibattito controverso sul bilancio dell'UE. Oggi è ben difficile identificare un obiettivo strategico su cui i leader europei siano uniti per migliorare la vita dei cittadini europei.

 

Ursula von der Leyen è stata una scelta poco condivisa per la successione a Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione europea. Emersa dopo trattative ferocemente conflittuali come compromesso dell'ultimo minuto, è incappata immediatamente in una tempesta di critiche. Perfino i membri del suo stesso partito, l'Unione Democratica Cristiana (CDU), l'hanno presa di mira. Nel ruolo ingrato di ministro della Difesa tedesco, non è stata in grado di superare gli ostacoli posti dal pacifismo tedesco del dopoguerra e dall'insensata austerità nella spesa pubblica, tanto che un ex ministro della Difesa le ha addossato la colpa dello stato "catastrofico" dell'esercito tedesco. Un membro del Bundestag ha dichiarato sarcasticamente: "È utile per l'esercito... che se ne vada." Il ministero della Von der Leyen è stato colpito da accuse di clientelismo e scorrettezze nell'assegnazione di contratti di consulenza. La cancelliera Angela Merkel, benché già suo premier, decise addirittura di non votarla per la Presidenza della Commissione, pur di non scontentare gli alleati di coalizione socialdemocratici della SDP, furenti per la bocciatura del loro candidato.

 

La Von der Leyen ha ricevuto il voto di conferma del parlamento europeo con un margine strettissimo. Dopo il voto segreto, i parlamentari più europeisti di tutti, i Verdi, hanno comunicato di avere votato contro di lei. Per superare l'ultimo ostacolo, ha quindi avuto bisogno dei voti dei partiti di governo xenofobi e scettici in Polonia e, soprattutto, in Ungheria.

 

L'aspro e opportunistico mercato delle vacche scatenato in occasione della nomina della Von der Leyen è stata la dimostrazione su scala ridotta del profondo malessere europeo: l'incapacità di agire con una voce comune nell'interesse comune. Von der Leyen è un prodotto di questo sistema. È abile nella retorica e nelle  tattiche di combattimento da guerra intestina. Ma per riuscire, ora, deve miracolosamente trovare un terreno comune, se vuole agire meglio di quanto non abbia fatto al ministero della Difesa tedesco.

 

Un aspro dibattito sta imperversando sulla dimensione e sulla destinazione del prossimo bilancio dell'UE. E con gli Stati membri che mettono al primo posto i loro interessi nazionali, l'agenda strategica dell'UE è nel caos.

 

Il budget europeo: scorrerà il sangue


La Von der Leyen ha lanciato un "Nuovo corso verde europeo" (New Green Deal) da trilioni di euro, da pagare con i fondi del prossimo ciclo di bilancio dell'UE, che andrà dal 2021 al 2027. "Scorrerà il sangue", ha pronosticato oscuramente un alto funzionario dell'UE, dopo che la Von der Leyen aveva lasciato il ricevimento per festeggiare l'anno nuovo della Commissione europea. Il precedente bilancio dell'UE, che va dal 2014 al 2020, ha registrato un trilione di euro, circa l'uno per cento del PIL dell'UE nello stesso  periodo. Il prossimo bilancio inizia con un buco di 94 miliardi di euro dovuto all'uscita della Gran Bretagna dall'UE. Eppure i "contribuenti netti" - gli stati del Nord (ma lo è anche l'Italia - NdVdE) - hanno escluso di aprire ulteriormente i loro portafogli; i "destinatari netti" - gli Stati membri meridionali (esclusa l'Italia, che in assoluto versa più contributi di quanti ne riceva - NdVdE) e orientali - stanno lottando per mantenere i loro benefici fiscali. I coltelli sono già stati sfoderati, mentre lo sforzo porterà ad aumentare il bilancio comune, nella migliore delle ipotesi, di un misero decimo dell'uno per cento del PIL.

 

L'UE spende il suo fossilizzato bilancio con molti sprechi, anche notevoli. Oltre il 40% delle spese è destinato a sussidi agricoli. In una denuncia scioccante, il New York Times ha riferito che i sussidi agricoli "sostengono oligarchi, mafiosi e populisti di estrema destra". La corruzione parte dal vertice: "I leader nazionali usano i sussidi per arricchire amici, alleati politici e familiari", riporta il documento. Il parlamento europeo è complice. Ha respinto sommariamente l'ultimo tentativo di cancellare alcune delle elargizioni previste. In poche parole, troppi mediatori influenti hanno le loro mani privilegiate nella cassa. Il New York Times ha anche rivelato una preoccupante sovrapposizione geografica tra il versamento dei sussidi e l'inquinamento ambientale, una sovrapposizione di cui i funzionari dell'UE sembrano essere consapevoli.

 

I "Fondi strutturali e di coesione", costituiscono un altro terzo del bilancio. Questi fondi hanno contribuito a risollevare le regioni più arretrate dell'UE. Ma, come riconosce la stessa Commissione europea, questi fondi sono stati a lungo associati alla corruzione attraverso, ad esempio, tangenti e falsificazione di documenti. D'altra parte, sembra che nessuno voglia disturbare questo pacifico status quo. I cosiddetti "amici della coesione" tra i "contribuenti netti" condizionano la continuazione dei contributi al fatto che le loro imprese nazionali traggano vantaggio dai contratti che nascono grazie ai fondi di coesione nell'Europa orientale. Altrimenti, avvertono cupamente, i piani per il bilancio dell'UE sono "destinati a fallire".

 

Quindi tre quarti del bilancio sono intoccabili. In questo caos, Von der Leyen vuole un quarto del budget per dare il via a un trilione di euro di spesa verde. Inoltre vuole più soldi per l'immigrazione e la gestione delle frontiere, la sicurezza e la difesa e un programma per una "Europa digitale".

 

Per quanto riguarda la protezione ambientale, l'UE sta cercando di stabilire standard molto sfidanti di riduzione delle emissioni, soprattutto perché gli americani stanno arretrando. Ma gli ambiziosi progetti non coincidono con la scoraggiante realtà. Gregory Claeys e Simone Tagliapietra, del Bruegel (un think tank con sede a Bruxelles), prevedono che le autorità europee, in assenza di maggiori fondi, etichetteranno come "verde" la spesa già esistente. In una discussione su Twitter, Claeys ha concluso tristemente: “L'UE è davvero [il] campione del mondo nel rimescolare I (piccoli) fondi che girano per fingere di avere delle politiche. E questo è un problema, perché porta a grandi aspettative ma a scarsi risultati."

 

La fantasia" geopolitica"


La Von der Leyen ha promesso di guidare una Commissione europea "geopolitica". I leader europei adorano coniare nuove espressioni, alzando continuamente la posta: da una "Unione sempre più vicina" a una "Unione politica", fino alla "sovranità europea", l'espressione preferita da Emmanuel Macron. Ora è la volta dell'Europa come forza "geopolitica". La baldanza del "Progetto europeo" è confortante perché la sostanza è esasperante.

 

Nella sua crociata geopolitica, Von der Leyen tiene d'occhio la Cina. "Dobbiamo definire e far rispettare i nostri interessi nei rapporti con la Cina insieme, come europei", ha dichiarato in un'intervista a Die Zeit. "La Cina ci intrappola subdolamente", ha dichiarato. "Ed è per questo che spesso non ci rendiamo conto della coerenza con cui persegue i suoi obiettivi e con quanta intelligenza." Ha messo in guardia soprattutto contro il coinvolgimento nel progetto cinese Belt and Road Initiative (BRI), un programma di infrastrutture transcontinentali, noto per avere incastrato i paesi che l'hanno accolto in debiti insostenibili nei confronti dei cinesi.

 

Ma nessuno le ha prestato attenzione. L'elenco di chi ha aderito al BRI comprende Austria, Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Portogallo, Ungheria, Polonia e Slovacchia. L'unità su questo fronte è crollata completamente quando anche gli italiani hanno aderito alla BRI, nella speranza che ciò aiutasse la loro economia in difficoltà a migliorare le infrastrutture e ad espandere le esportazioni verso la Cina.

 

Le differenze di posizione tra gli stati membri europei su questioni strategiche e politiche sono innumerevoli. Charles Grant del Centre for European Reform avverte che Francia e Germania operano sempre più unilateralmente, perseguendo ognuna il proprio interesse nazionale. "La Germania", sottolinea, "non ha consultato i suoi partner dell'UE in merito al sostegno da lei dato al gasdotto russo Nord Stream 2, anche se questo aumenterà la dipendenza dell'UE dall'energia russa e causerà tensioni con gli Stati Uniti". Sul coinvolgimento controverso di Huawei nelle reti europee, Grant osserva che “a marzo 2019, la Merkel ha tenuto il francese all'oscuro del fatto che avrebbe permesso a Huawei di concorrere alle gare per alcune parti della rete tedesca 5G; e ha ignorato l'opinione francese secondo cui Huawei rappresentava una potenziale minaccia alla sicurezza e che avrebbe dovuto esserci una risposta comune dell'UE alla società cinese ".

 

Macron ritiene che ciò che è buono per la Francia debba essere buono anche per l'Europa. Ha posto il veto all'inizio dei colloqui sull'adesione della Macedonia del Nord all'UE, sebbene il paese aspirante avesse compiuto un enorme sforzo preparatorio, compreso l'accettare un controverso cambio di nome, per raggiungere i requisiti stabiliti per poter avviare i colloqui. Il veto di Macron è stato uno shock, soprattutto per la Germania, a causa del suo interesse strategico nei Balcani. Macron ha anche allarmato gli altri Stati membri con la sua apertura a sorpresa alla Russia, suggerendo nuove relazioni tra questa e l'UE.

 

Insieme, la fine posta da parte di Macron al processo di adesione della Macedonia del Nord e la sua mano tesa verso la Russia hanno contribuito alle tensioni tra Francia e Paesi di Visegrad: Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Macron ha preso l'abitudine di opporsi a questi paesi. Subito dopo essere diventato presidente, nel maggio 2017, ha spinto la Commissione europea a limitare lo spostamento di lavoratori dell'Europa orientale in Francia. Questi lavoratori - come il leggendario idraulico polacco - rappresentavano una forma di "dumping sociale", accusò Macron. Per cercare di guadagnare punti nella sua battaglia politica, Macron ha fatto una mossa meschina, poiché il numero di lavoratori che si sono spostati in Francia è piccolo rispetto alla forza lavoro francese.

 

Un continente a pezzi e in declino


Alla base di questi drammi ricorrenti su questioni di alta politica e strategie c'è una realtà irremovibile: l'UE è una confederazione di stati, proprio come gli Stati Uniti lo erano dopo la guerra di indipendenza del 1776. Nel 1786, diversi stati membri minacciarono di paralizzare gli Stati Uniti appena nati. Madison, un orgoglioso Virginiano, scrisse una storia delle confederazioni, in cui catalogava senza pietà tutte le aspre divisioni che le fecero più volte esplodere. Madison si unì quindi a George Washington e, con probabilità zero di farcela,  nel marzo del 1789 riuscirono a installare un governo federale con autorità fiscale coercitiva e responsabilità di difesa nazionale assoluta secondo la costituzione degli Stati Uniti.

 

La Von der Leyen parla apertamente di Stati Uniti d'Europa. "Tutti gli stati membri dovranno essere pronti a contribuire a una più profonda integrazione", dichiara, senza spiegare perché gli stati membri, bloccati dalle politiche fiscali, estere, di difesa e migratorie, dovrebbero abbandonare i loro confliggenti  interessi nazionali per avanzare sul cammino verso una maggiore integrazione.

 

Gli europei si allontanarono con forza dagli Stati Uniti d'Europa, anche all'ombra della seconda guerra mondiale, quando la spinta a unirsi per cancellare i sanguinosi ricordi del passato era al suo massimo. Oggi le circostanze sono particolarmente avverse a questo obiettivo e probabilmente non faranno che peggiorare.

 

L'Europa è un continente in rapido declino in termini di influenza economica e politica, come sottolineato da Jean-Claude Juncker. Famoso per avere bevuto in qualche occasione un drink di troppo, Juncker, che dice la verità, ha brutalmente notato che la quota europea di valore aggiunto globale scenderà dal 25% di oggi a circa il 15% nella prossima generazione; per allora, nessun paese europeo probabilmente sarà più membro del gruppo elitario del G7. E mano a mano che anche le popolazioni in calo dell'Europa invecchieranno, sarà sempre più difficile arginare la tendenza al declino.

 

Una conseguenza del declino economico e politico è la crescente ansia sociale e alienazione politica all'interno degli stati membri, che porta alla frammentazione politica interna. L'Italia è il classico caso di coma economico, diffusione del lavoro precario e politica disfunzionale. La Germania, pericolosamente in bilico verso un punto di non ritorno economico, si sta sbriciolando politicamente. Inevitabilmente, la frammentazione a livello nazionale si riflette nel parlamento europeo, dove i partiti euro-scettici hanno guadagnato terreno e così anche i Verdi, a spese dei tradizionali partiti conservatori e socialdemocratici.

 

La frammentazione politica diventa una trappola. Gli stati-nazione fanno fatica ad articolare le loro priorità. A livello europeo, i compromessi per realizzare politiche lungimiranti diventano più difficili. Le azioni unilaterali e il blocco della griglia diventano la norma su questioni delicate che incidono sulla sovranità nazionale fondamentale. Il declino economico persiste. L'evoluzione europea si ferma. L'ossessione per le forme e la cerimonia diventa la regola.

 

Nel gennaio 2018, quando ho completato il manoscritto per la prima edizione del mio libro "EuroTragedy: A Drama in Nine Acts" (Eurotragedia: un dramma in nove atti, NdVdE), la mia critica era rivolta all'euro. Ho sostenuto che il più ampio progetto europeo era in gran parte uno sforzo positivo per risolvere le differenze nazionali e raggiungere obiettivi comuni, in particolare su questioni relative al commercio e alla politica di concorrenza. Anche allora era chiaro che le differenze inconciliabili su come trattare i migranti avrebbero afflitto l'UE per anni. Ma a luglio 2019, quando ho redatto la postfazione dell'edizione tascabile, l'Europa stava chiaramente perdendo la sua strada.

 

Come a conferma di questa visione più pessimistica, la sfiducia e le divisioni sono cresciute in modo allarmante. Ciò è stato solo aggravato dalla conflittuale scelta di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea e in previsione di un dibattito controverso sul bilancio dell'UE. Oggi è difficile identificare anche un solo obiettivo strategico su cui i leader europei siano uniti per migliorare la vita dei cittadini europei.

 

Gli Stati membri riconoscono che, anche collettivamente, possono a malapena influenzare i risultati internazionali. Il grande mercato comune europeo consente ai leader politici e ai burocrati di esercitare una certa influenza in materia di scambi commerciali. Ma questa leva diminuirà con la posizione economica globale dell'Europa. Gli stati-nazione saranno ulteriormente spinti ad azioni unilaterali nei loro interessi nazionali percepiti. Nel frattempo, le strutture europee, che gestiscono compulsivamente i loro processi e le loro cerimonie, rimarranno in piedi per molto tempo, dopo aver perso il loro scopo e la loro capacità di tenere uniti gli europei.

 

 

Ashoka Mody insegna alla Princeton University. L'edizione tascabile della sua EuroTragedy: A Drama in Nine Acts è disponibile negli Stati Uniti e presto nel Regno Unito. 

Pubblicato per gentile concessione di The Spectator Coffee House

06/02/20

Confermato: Macron è il presidente dei ricchi

Ripreso da un post tratto dal sito di informazioni www.archyde.com, riportiamo i risultati del recente studio dell'Osservatorio francese sulle condizioni economiche (Ofce) che mostra le conseguenze della manovra di bilancio 2020 voluta dal presidente Macron per la popolazione francese. Risultano ulteriormente avvantaggiate le classi medio-alte e penalizzate quelle già povere: il 5% più povero della popolazione, in particolare, perde in media 45 euro a famiglia in un anno. 


 
Di Archyde.com, 5 febbraio 2020

 

Chi guadagnerà dalla manovra di bilancio 2020, caratterizzata da una riduzione per i contribuenti di 5 miliardi di euro sull'imposta sui redditi e dalla cancellazione dell'ultimo terzo rimanente della tassa sulla casa per otto francesi su dieci? La risposta dell'Osservatorio francese sulle condizioni economiche (OFCE), l'istituto keynesiano per gli affari economici collegato a Sciences Po, è chiara: le classi medie superiori! Una risposta che non piacerà a Emmanuel Macron, che dispera di liberarsi della sua immagine di "presidente dei ricchi" che gli è rimasta attaccata dall'inizio del suo mandato quinquennale.

 

Per realizzare questa analisi, gli economisti hanno diviso le famiglie francesi in 20 gruppi di dimensioni uguali, classificati in base al loro tenore di vita: il gruppo 1 rappresenta il 5% della popolazione di livello economico più basso, mentre il gruppo 20 il 5% più ricco. Il verdetto è chiaro: secondo i loro calcoli, sono le classi 13 e 14 a trarre il massimo beneficio, calcolato come percentuale sul tenore di vita, dalle misure fiscali votate nella legge finanziaria per quest'anno, con un guadagno medio che dovrebbe superare i 600 euro per famiglia.

 

Dall'altra parte, il 5% più basso (gruppo 1) vedrà il suo reddito diminuire in media di 45 euro all'anno. Come mai? "Gli effetti delle misure adottate sul sostegno all'abitazione (-30 euro), la riforma dell`indennità di disoccupazione (-40 euro) e l'aumento del prezzo del tabacco (-30 euro) sono solo parzialmente compensati dagli effetti positivi della riforma dell'imposta sulle abitazioni (+35 euro), dalle rivalutazioni dell'assegno per gli adulti disabili (+ 15 euro) e dell'indennità di solidarietà per gli anziani (+10 euro)", dettaglia l'OFCE. Più in generale, gli economisti stimano che il 20% più povero delle famiglie (gruppi da 1 a 4) nel 2020 ci rimetterà, principalmente perché non beneficerà della riduzione delle imposte sul reddito, che già non paga.

 

Il 30% delle famiglie è in perdita


 

Dal quinto al ventesimo gruppo, i guadagni sono positivi, con un picco per i gruppi 14 e 15. Andando in su, il vantaggio medio diminuisce. Rimane comunque un vantaggio pari allo 0,1% del tenore di vita per i più ricchi (gruppo 20), ovvero 115 euro all'anno. Al di là di queste medie, all'interno di ciascun gruppo coesistono famiglie che beneficiano delle misure e altre che ne soffrono. Il 70% dei francesi vedrà quindi migliorare la propria situazione, mentre il 30% dei "perdenti" si troverà essenzialmente tra i più poveri, ma anche tra i più ricchi: il 79% del gruppo 1 e il 42% del gruppo 20 vedrà infatti diminuire il proprio tenore di vita quest'anno.

 

Secondo l'OFCE, nel 2020 le misure socio-fiscali contribuiranno positivamente al potere d'acquisto, aggiungendo fino a 5 miliardi di euro, nonostante l'attuazione di nuove misure di risparmio (APL, assicurazione contro la disoccupazione, ecc.).

28/05/19

Sapir - Elezioni europee: le rovine dopo la battaglia

Lucido e dettagliato come sempre, Jacques Sapir analizza i risultati delle elezioni europee in Francia. Per molti aspetti una lezione utile anche alle forze politiche italiane: mostra per esempio l'irrilevanza cui si sono condannate le diverse, microscopiche liste sovraniste, divise tra loro e ferme a percentuali insignificanti, utili solo alla dispersione del voto. Il crollo di La France Insoumise al 6,5% rappresenta inoltre il prezzo da pagare  per una linea politica confusa, in cui ci si è voluti separare dai sovranisti di sinistra e ora tentata di condannarsi definitivamente all'ininfluenza se, a fronte della buona affermazione del RN, cederà a quell'antifascismo retorico e farlocco che conosciamo bene, in tutta la sua vacuità, anche in Italia. Nel complesso, la vera forza di Emmanuel Macron, punito dagli elettori, sta nella dispersione e frammentazione delle opposizioni.

 

 

di Jacques Sapir, 27 maggio 2019

 

 

Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.

 

Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.

 

Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.

 

Il fallimento di Emmanuel Macron


 

Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) - Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po' più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.

 

Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L'RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.

 

L'insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.

 

La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell'8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.

 

Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell'ordine. È quindi naturale che una parte dell'elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.

 

Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all'opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.

 

Il successo di EELV, il fallimento di France Insoumise


 

Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell'EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all'altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c'è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.

 

Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS - Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all'ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l'esclusione o l'abbandono volontario dei cosiddetti "sovranisti di sinistra".

 

L'abbandono della linea di "assemblea del popolo", che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l'estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica - che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 - e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.

 

Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C'è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.

 

Sovranisti, il prezzo della divisione


 

Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un'analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.

 

Questo vale anche per l'Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L'UPR supera di poco l'1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L'esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull'UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell'esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.

 

Un'opposizione in briciole?


 

Resta vero che, nonostante la RN, l'opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell'Aéroports de Paris. L'impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un'opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.

 

 

* Le opinioni espresse in questo contenuto sono di esclusiva responsabilità dell'autore.

24/03/19

Gilet gialli, atto XIX: militari condannano il ricorso all'esercito

 

La rivista online indipendente Mediapart pubblica un'intervista a dei militari francesi prima dell'Atto XIX, per il quale  Macron ha mobilitato l'esercito. I militari esprimono le loro preoccupazioni sui pericoli per lo stato di diritto, dato che i soldati non sono addestrati per fronteggiare manifestazioni di piazza, né sono propensi a considerare i cittadini francesi dei nemici da combattere.  Come afferma uno di loro, solo nelle dittature si ammazzano i manifestanti.

 

 

 

di Pascale Pascariello, 22 marzo 2019

 

Mercoledì Benjamin Griveaux , il portavoce del governo, ha annunciato la mobilitazione dei soldati dell' "Operazione Sentinelle" per garantire la sicurezza nella prossima manifestazione dei gilet gialli in programma per Sabato 23 marzo.

 

 

Da parte sua, il Ministro della Difesa, Florence Parly, si è mostrato rassicurante nel dire ai parigini, venerdì 22 marzo, che la missione militare "intende proteggere gli edifici pubblici ed è fuori questione  che l'esercito debba affrontare i dimostranti". Una versione molto diversa da quella del generale Bruno Leray, comandante militare di Parigi, pubblicata lo stesso giorno su France Info.  Il generale ha dichiarato che i soldati "hanno varie modalità di azione per far fronte alle diverse possibili minacce [...]. Se le loro vite o quelle delle persone che stanno difendendo saranno minacciate, potranno arrivare ad aprire il fuoco'".

 

 

Il Codice della difesa prevede che le forze armate possano essere "legalmente obbligate" a partecipare al mantenimento dell'ordine. I soldati dell'esercito, della marina o delle forze aeree vengono mobilitati per "missioni" a rinforzo della polizia, per "missioni di protezione" e "in ultima analisi, possono essere mobilitati per azioni di forza che richiedano misure di sicurezza eccezionali."

 

 

"L'uso dei militari e l'annuncio da parte del governo della loro presenza questo sabato ha lo scopo di mostrare una maggiore fermezza, ma questo uso repressivo dell'esercito è molto pericoloso", lamenta Michel Goya. L'ex colonnello ha comandato un reggimento di fanteria della marina prima di insegnare all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Oggi cura un blog, La voie de l’épée (La voce della spada), dedicato all'analisi e alla storia militare.

 

 

"Durante la guerra d'Algeria, l'esercito è stato usato perché si riteneva di di fronteggiare un nemico, un'organizzazione armata, il che poteva essere discutibile ma era accettato. Ma in Francia, nella Francia continentale, l'ultima volta che i soldati hanno partecipato a delle operazioni di polizia e di mantenimento dell'ordine, è stato nel 1947" precisa Michel Goya.

 

 

"Quando i soldati intervenivano nei movimenti sociali, all'inizio del secolo, contro i vignaioli del sud o contro i minatori del nord, è sempre stata una tragedia. Ecco perché dopo la prima guerra mondiale questi sono stati rimossi dalle forze dell'ordine ed è stata creata la gendarmeria mobile", ricorda Goya.

 

 

Il generale si dichiara preoccupato per il cambio di prospettiva sull'uso dei militari. "A partire dal piano Vigipirate (Vigilanza e Protezione dei servizi contro il rischio di attentati terroristici stragistici), i militari sono stati presenti nei movimenti sociali senza venire coinvolti, perché non devono esserlo. La loro presenza era stata legittimata dalla lotta contro il terrorismo, che era un piano a lungo termine e del quale, ancora, si può discutere. Ma in nessun caso il loro nemico erano i cittadini che manifestavano per ragioni economiche e sociali."

 

 

Il ricorso all'esercito equivale a "designare un nemico, come accade in guerra. In questo caso, i gilet gialli sono il nemico". Il generale vede in questa strategia come un tentativo da parte del governo di "elevare i cittadini al rango di nemico, elevando il livello della risposta. Ebbene la risposta per noi non può essere commensurata. Se c'è aggressione, c'è l'uso di armi, armi letali. I ministri della Difesa e dell'Interno hanno un bel dire che i militari non saranno in prima linea, ma cosa accadrà se i manifestanti cercheranno di attaccare gli edifici che essi devono proteggere? O l'esercito ne esce umiliato per aver dovuto subire un'aggressione, o diventa un massacro, di cui lo Stato sarà responsabile ".

 

 

In ogni caso, "questo governo ha superato il limite. Perché dopo una manifestazione sono possibili due scenari: o l'ordine pubblico sarà stato mantenuto senza troppi danni, e quindi il ricorso all'esercito sarà considerato efficace e utile. Oppure sarà una tragedia, e saranno necessarie altre mobilitazioni". Michel Goya si rammarica che il governo abbia ceduto a "una vecchia richiesta dei sindacati di polizia. Siamo in un contesto interno, sociale. La risposta che viene data è aberrante. Il governo sta dichiarando guerra ai gilet gialli".

 

 

Il giornalista Jean-Dominique Merchet, specializzato in questioni della difesa, commenta così in un articolo su L'Opinion: "La compartimentazione giuridica tra sicurezza interna e difesa esterna, fondata sulla distinzione tra delinquente e nemico, è una delle basi della democrazia sull'uso della forza. La lotta contro il terrorismo aveva già minato questo principio. Mobilitando le forze armate di Sentinelle per mettere in sicurezza "siti ad alto rischio" dai manifestanti, il potere esecutivo, visibilmente disorientato dall'Atto 18, assume un nuovo considerevole rischio."

 

 

Secondo il generale Vincent Desportes, "per quanto questo ricorso alle forze armate sia giuridicamente fondato, applicarlo oggi alle manifestazioni rappresenta un grande rischio politico. L'esercito è l'ultima risorsa. L'esercito non è assolutamente adatto per far fronte a una situazione di questo tipo. Durante le operazioni a Sarajevo o in Costa d'Avorio, ad esempio, le truppe venivano addestrate nel cosiddetto "controllo della folla", operazioni simili al mantenimento dell'ordine nei movimenti di protesta".

 

 

Il generale specifica che queste operazioni non solo risalgono all'inizio degli anni 2000, ma che sono state realizzate in territorio straniero e soprattutto che "l'esercito ha rinunciato ad essere addestrato al mantenimento dell'ordine, perché è molto riluttante nei confronti di tali missioni. Dopo tutto, i soldati non sono più addestrati degli agenti di polizia utilizzati a rinforzo nelle manifestazioni dei gilet gialli e che, per mancanza di esperienza, commettono errori".

 

 

"Non si uccidono i manifestanti, se non nelle dittature"

 

 

Il generale, professore di Scienze Politiche, non è noto per avere posizioni di sinistra. Preferisce parlare di "rivoltosi" piuttosto che di manifestanti. Tuttavia, ricorda che i militari non hanno uno scudo per proteggersi e soprattutto che non sono dotati di flashball o manganelli, ma di mitragliatrici. Hanno "il diritto di usare le armi per autodifesa, ma anche per difendere beni o persone che siano messi in pericolo. Il problema è che un soldato non è proporzionale nelle sue risposte. O si usano le mani, o i Famas, i fucili mitragliatori. Non ci si può difendere a pugni contro il lancio di pietre, quindi c'è un grande rischio che venga versato del sangue."

 

 

Jean *, un ex colonnello, ha prestato servizio nell'esercito. Non usa mezzi termini sulla decisione del governo: "È una grande cazzata. L'esercito ha solo armi da guerra per combattere il nemico. Dobbiamo ricordare questi fondamenti a questa banda di dilettanti che rischiano di provocare l'irreparabile? È un passo indietro. Ricordate i minatori morti nel 1891, a Fourmies. Il governo vuole un altro massacro?"

 

 

"Come può il governatore di Parigi affermare che i militari reagiranno in caso di minacce? Pensa di rassicurare i militari, ma è tutto il contrario. La nostra missione non è sparare ai cittadini, dobbiamo ricordare questo fatto del tutto evidente". A 85 anni, questo soldato è rimasto traumatizzato da ciò che ha vissuto in Algeria. "Sono stato mandato tra le forze dell'ordine contro i manifestanti che stavano difendendo i loro diritti. Avevo donne e bambini di fronte a me. È il momento peggiore da me vissuto in tutta la mia carriera. Come contenere le dimostrazioni quando hai un fucile? Non si ammazzano i manifestanti, tranne che nelle dittature."

 

 

La sera dell'annuncio del governo, Michel Goya si è intrattenuto a parlare con i soldati dell'Operazione Sentinelle. "Non erano neppure informati. Hanno saputo della mobilitazione dell'esercito attraverso la stampa. Non hanno ricevuto alcuna istruzione fino ad oggi. Non conoscono né quali sono i siti da proteggere né le strategie da adottare in caso di sfondamento. Questo governo improvvisa, si agita, si mette in mostra. Ma questo dilettantismo comporta rischi significativi per militari e manifestanti. Tanto più che un tale annuncio getta necessariamente della benzina sul fuoco e provoca le violenze."

 

Il sottufficiale Laurent *, 35 anni, ha partecipato alle Operazioni Sentinelle. "Ho saputo della mobilitazione dell'esercito per le manifestazioni dei gilet gialli quando mi avete chiamato", dice. Prima di partire per la Guyana, questo soldato stava andando ad addestrarsi nel sud della Francia. "Dovevamo addestrarci a intervenire nella giungla. Ecco perché entriamo nell'esercito, non per sparare ai francesi. Non siamo ingenui, sappiamo bene che veniamo usati all'estero per servire interessi economici legati al petrolio, al gas. Ma sparare ai cittadini francesi perché Macron non cambia la politica economica, questo non è ammissibile."

 

 

Laurent ha partecipato all'Operazione Sentinelle ed è sollevato dal fatto di non dover più "camminare per ore nelle strade con il Famas o l' HK416. È un'arma molto pesante, è faticoso. Guadagniamo circa 1.800 euro, dopo sedici anni di servizio. Tra di noi ci potrebbero essere dei gilet gialli. In ogni caso, li capisco. Quando vedo le manifestazioni, mi ricorda i tempi della monarchia, quando la gente era affamata e il re rispondeva con la repressione. Andare a colpire i cittadini francesi perché sono nella merda come me, è un limite che non posso superare ".

 

 

Il militare ricorda che ogni soldato ha il diritto di rifiutare un ordine se è contrario alla legge e ai trattati in vigore firmati dalla Francia. Si domanda cosa potrebbero fare i suoi colleghi, sabato, contro i manifestanti. "Non spareranno, ma se va male, cosa faranno? Colpiranno col calcio del fucile? Un annuncio del genere rischia di creare più violenza. Che alcuni gilet gialli, disperati, siano violenti, è una cosa. Quando non hai nulla da perdere, diventi violento. Soprattutto perché si trovano ad affrontare un governo che rimane sordo alle loro richieste e che oggi manda l'esercito. C'è una forma di autoritarismo in questa politica liberale. Potrebbe degenerare ancora di più. "

14/03/19

Via col vento: la sventurata passione tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron

Come racconta il veterano giornalista Sieff, è utile vedere i due condottieri d’Europa per quello che sono: politici responsabili di decisioni disastrose, che stanno dilaniando i popoli di tutta Europa, tra ossessioni per l’austerità e amore per l’immigrazione incontrollata. Le loro decisioni hanno rovinato la vita dei popoli europei, ma loro non se ne preoccupano: le loro attenzioni sono per le grandi aziende, non per il loro popolo, che tutto sommato disprezzano e che mai ascoltano. Politici elitari convinti di essere illuminati altruisti, la coppia non si cura delle proteste e dei segnali di scontento, anzi vuole esportare nel resto del mondo il loro modello di governo “illuminato”. Fortunatamente, sembrano entrambi avviati verso l’imminente fine della loro esperienza politica.

 

Di Martin Sieff, 6 marzo 2019

 

 

La Cancelliera Angela Merkel e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno portato al tracollo le loro nazioni, un tempo grandi; con la rabbia, la frustrazione, la povertà e la paura che si riversano sulle strade dell’Europa Occidentale. Ma Merkel e Macron non sono preoccupati: hanno occhi soltanto l’uno per l’altra. La loro stima reciproca e il loro infinito, vicendevole sostegno per le catastrofiche politiche che attuano continuano senza sosta.

 

La Merkel è al governo da più di tredici anni ed è abbastanza anziana da poter essere la madre di Macron. Macron è un neofita con meno di due anni di esperienza al potere, ma con un tronfio senso di autostima ridicolo come quello di Gaston ne “La bella e la bestia” (Nell’originale: come Mr. Toad nel libro per bambini “Il vento tra i salici”, NdVdE).

 

La Merkel e Macron condividono le stesse convinzioni, sono stati sostenuti dalle stesse forze e sono infinitamente festeggiati e ingannevolmente lodati dagli stessi, inutili, sapientoni.

 

Sono entrambi intellettuali arroganti ed elitari. Entrambi credono nel ridurre e togliere le funzioni sociali e le responsabilità dello stato nei confronti dei poveri e dei deboli. Entrambi pensano che lo stato dovrebbe aiutare e proteggere le grandi aziende nazionali e che le persone ordinarie vengano decisamente dopo di queste: in realtà le persone ordinarie per loro non contano affatto.

 

Credono entrambi che loro e i loro governi rappresentino le perfezioni assolute della realizzazione umana e quindi essi devono essere replicati in giro per il mondo, se possibile istantaneamente. La Merkel spinge per i ribaltoni di governo ad Est, in tutta l’Eurasia. Macron, nei suoi sogni in stile mussoliniano da grande leader, il nuovo Napoleone del Mediterraneo, orchestra il nuovo assetto del Maghreb lungo l’Africa del Nord e il Medio Oriente arabo.

 

Entrambi i leader si immaginano disinteressati, visionari internazionalisti e trattano i presidenti Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia con fastidioso disgusto, perché questi ultimi hanno la pretesa di mettere in primo luogo gli interessi dei loro popoli.

 

Sia la Merkel che Macron provano un malcelato disprezzo per i loro stessi popoli e credono che le popolazioni indigene dei loro paesi abbiano bisogno dell’iniezione di milioni di immigrati da tutto il mondo il più velocemente possibile. Nessuno dei due tiene in grande considerazione i valori delle civiltà cristiane che hanno costruito e incarnato le loro nazioni per più di un millennio. Al contrario, disprezzano apertamente coloro che prendono seriamente la loro eredità nazionale.

 

Eppure esiste anche una strana, perfino raccapricciante attrazione reciproca tra l’anziana cancelliera tedesca e il (presunto) giovane e dinamico presidente francese.

 

Nessuno dei due ha mai avuto figli. Alla Merkel piace giocare alla statista saggia ed esperta con i più giovani e inesperti leader mondiali che condividono le sue convinzioni superficiale e alla moda. Lo statunitense Barack Obama ha assunto questo ruolo per lei, e Obama, la cui ignoranza riguardo le questioni esterne ai confini degli Stati Uniti era proverbiale, apprezzava ardentemente la sua condiscendenza.

 

Quando Obama lasciò il potere, fece un memorabile elogio della Merkel come la sua più cara amica tra i leader mondiali. Il suo commento colpì in maniera farsesca il Primo Ministro inglese David Cameron, il cui staff di pubbliche relazioni aveva pompato per sei anni la favoletta rassicurante che Cameron fosse il più vicino confidente di Obama e il suo fidato compagno sulla scena mondiale.

 

Macron ha sempre girato intorno a donne più anziane. Sua moglie ha 24 anni più di lui e si sono incontrati quando lei era la sua insegnante delle scuole superiori.

 

Negli USA e in Inghilterra, questo genere di unione innaturale avrebbe alimentato i giornali scandalistici. Il National Enquirer e il Daily Mail avrebbero potuto fare speculazioni pruriginose sulla natura del loro rapporto per anni. In Francia, dove nessuna propensione umana sorprende le persone, accettano questo genere di cose con tranquillità.

 

Pertanto, la progressione di Macron da sua moglie alla Merkel è coerente, come la Merkel che ha rimpiazzato Obama con Macron come suo discepolo giovane e ammirante e/o il suo nipote preferito.

 

Tuttavia, l’immagine più duratura che evoca la strana coppia Merkel-Macron è antecedente a loro. Prima della Seconda Guerra Mondiale, il film romantico popolare più longevo di tutti i tempi è stato girato ad Hollywood: “Via col vento”, un melodramma strappalacrime di un amore appassionato tra razzisti bianchi privilegiati nel Sud, prima della Guerra Civile Americana.

 

Non ci vuole troppa immaginazione per vedere Macron che sostituisce farsescamente le fattezze cesellate di Clark Gable che interpreta Rhett Butler, un uomo senza scrupoli, piuttosto disonesto ma sempre voglioso di rischiare e l’impetuosa Keiserin (donna imperatrice) Merkel al posto della fiera, imperiosa bellezza britannica Vivien Leigh, interprete dell’avvincente eroina piantagrane del film, Scarlett O’Hara. Come la Keiserin Angela, Scarlett doveva sempre, sempre imporre le cose a modo suo.

 

In “Via col vento” la tempestosa e virtualmente pazza passione tra Rhett e Scarlett sopravvive mentre l’intera società degli Stati schiavisti Confederati del sud razzista cade a pezzi intorno a loro. Alla fine, la città di Atlanta brucia, ma la fiera passione di Rhett e Scarlett sopravvive, anche quando si separano.

 

Le città della Francia e della Germania potrebbero benissimo andare presto a fuoco, come eredità delle disastrose politiche di “Rhett” Macron e “Scarlett” O’Merkel. Ma è facile scommettere che loro dimenticheranno ancor più facilmente le conseguenze delle loro stesse azioni. Usando le parole di Rhett Butler che concludono il film: la Merkel e Macron, francamente, se ne infischiano.

 

 

Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e la United Press International, ha visitato più di 70 nazioni e si è occupato di 12 guerre. Si è specializzato sulle questioni economiche degli Stati Uniti e globali.

13/02/19

L’Italia salva la dignità dell’Europa sulla prepotenza Usa in Venezuela

Mentre in Italia qualche politico autolesionista non perde occasione di schierarsi contro il proprio popolo, il quale ricambia generosamente nelle urne, nel dibattito internazionale il comportamento coraggioso dell’attuale governo in politica estera viene apertamente elogiato. Chi ne esce con le ossa rotte è l’ipocrita Macron, che non tollera l’appoggio di Di Maio al popolo francese in rivolta contro lui stesso, ma riconosce un presidente del Venezuela non eletto da nessuno in aperto spregio alle leggi internazionali.

 

 

 

Editoriale di Strategic Culture, 8 febbraio 2018

 

È comicamente ironico. La Francia ha richiamato l’ambasciatore di Roma a causa delle crescenti tensioni sulla presunta “interferenza” italiana negli affari politici interni francesi. Questo avviene proprio mentre la Francia e altri Stati europei si uniscono a una spudorata campagna degli Stati Uniti per rovesciare il presidente eletto del Venezuela, Nicolas Maduro. Non è facile pensare a qualcosa di più ironico.

 

Il dissidio tra Francia e Italia non è che l’ultimo capitolo di una lunga polemica tra il presidente francese Emmanuel Macron e il neoeletto governo di coalizione a Roma. Il governo italiano è formato da un’improbabile coalizione tra il sinistrorso Movimento 5 Stelle e un partito di destra, la Lega.

 

Entrambi i partiti sono molto critici verso l’establishment Ue e le politiche neoliberali capitalistiche che sono impersonificate dall’ex banchiere di Rothschild – diventato presidente francese – Macron.

 

Roma ha anche criticato la Francia per la sua responsabilità nel fomentare i problemi europei e italiani legati all' immigrazione di massa, in particolare attraverso i criminali interventi militari di Parigi, al fianco degli Usa e di altre potenze Nato, nel Medio Oriente e in Nord Africa.

 

La situazione è arrivata allo scontro aperto questa settimana, quando si è saputo che il vice primo ministro italiano Luigi Di Maio (leader del M5S) ha incontrato alcuni membri del movimento di protesta dei Gilet Gialli in Francia. Il movimento dei Gilet Gialli ha tenuto dimostrazioni in tutta la nazione nelle ultime dodici settimane, protestando contro le politiche economiche di Macron e contro quello che definiscono il suo stile elitista di governo. Di Maio e l’altro vice premier Matteo Salvini (leader della Lega) hanno apertamente appoggiato i contestatori francesi, con cui si identificano, in quanto espressione di una rivolta popolare contro l’austerità neoliberale in tutta Europa.

 

Reagendo a notizie di contatti tra il governo italiano e i contestatori francesi, il ministro francese degli Esteri – Jean-Yves Le Drian – li ha definiti una “oltraggiosa interferenza” negli affari interni del suo Paese. La polemica è aumentata ulteriormente dopo che la Francia ha richiamato il suo ambasciatore a Roma. L’ultima volta che ciò avvenne era stato nel 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di un deterioramento importante nelle relazioni tra due membri fondatori dell’Ue.

 

Questo è il punto in cui l’ironia sconfina nella farsa. La Francia tuona con rabbia contro la presunta interferenza italiana nei suoi affari interni, mentre nello stesso preciso momento il governo francese prende parte a un tentativo internazionale guidato dagli Usa di mettere in atto un cambiamento di governo in Venezuela. L’arroganza ipocrita non ha prezzo.

 

Questa settimana la Francia e diversi altri membri dell'Unione europea, incluse la Germania, l’Inghilterra, la Spagna e l’Olanda, hanno annunciato che “riconoscevano” l’auto-proclamatosi presidente del Venezuela.

 

Juan Guaido – una marginale figura dell’opposizione – si è autodichiarato “presidente a interim” del Paese sudamericano il 23 gennaio. Esistono legami ben documentati tra Guaido, il suo partito di opposizione di estrema destra e la CIA americana. La mossa di delegittimare il presidente eletto, Nicolas Maduro, è stata orchestrata dall’amministrazione Trump. Si tratta di una manovra palesemente illegale di cambio di regime, che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il governo socialista di Maduro e la ricchezza petrolifera naturale della nazione – parliamo delle più grandi riserve conosciute sul pianeta – sono l'ovvio obiettivo di Washington e delle capitali europee.

 

La Russia, la Cina, l’Iran e la Turchia, così come alcuni paesi dell’America Latina, compresi il Messico, il Nicaragua, la Bolivia e Cuba, hanno giustamente denunciato l’interferenza negli affari sovrani del Venezuela. La richiesta di Washington che Maduro si dimetta sotto la minaccia di un’invasione militare Usa è un preoccupante sfoggio di aggressione imperialista. Ma questo comportamento da gangster internazionali viene sostenuto da alcuni paesi europei, in primis la Francia, che concedono una parvenza di legittimità a questo vergognoso affare.

 

L’Italia è uno dei pochi paesi Ue che si sono rifiutati di seguire la criminale campagna guidata dagli Usa per un cambiamento di regime in Venezuela. Il governo italiano ha impedito alla Ue di emettere un comunicato politico congiunto di riconoscimento di Guaido come “presidente” al posto di Maduro. Le potenze europee che si stanno associando alle violazioni di Washington nei confronti del Venezuela lo stanno facendo di loro iniziativa, non nel nome della Ue.

 

La presa di posizione dell’Italia, insieme alla Russia e alla Cina, in difesa della sovranità del Venezuela è una meritoria adesione al diritto internazionale. Non consentendo alla Ue di associarsi alla prepotenza Usa, ha inferto un colpo vitale alle macchinazioni di Washington.

 

Pertanto, il governo italiano ha evitato che la Ue si screditasse completamente. Già è abbastanza grave che alcuni membri, come la Francia, si stiano associando alle operazioni gangsteristiche degli Usa contro il Venezuela, ma l’azione frenante dell’Italia ha quantomeno impedito all’Ue in blocco di farsi complice.

 

Se il fondamentale principio di non-interferenza negli affari sovrani degli stati-nazione non viene rispettato, l’intero sistema del diritto internazionale collassa. Il principio è stato violato molte volte negli anni più recenti, in particolare con le guerre illegali condotte dagli Usa e dai loro partner della Nato nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Ma quest’ultimo episodio di cambio di regime in Venezuela è forse il più audace mai visto. Washington e i suoi lacchè europei  sono impegnati ad abolire il mandato democratico del presidente Maduro e la sentenza della Suprema Corte Venezuelana.

 

Washington e i suoi patetici complici europei stanno aprendo il Vaso di Pandora dell'anarchia globale se riescono a farla franca con il loro bullismo criminale contro il Venezuela.

 

La Russia, la Cina, l’Italia e altre nazioni stanno essenzialmente mantenendo la linea tra un’apparenza di ordine e un caos incontrollato.

 

Potremmo considerare il contatto tra il vice premier italiano e i contestatori francesi come una politica scarsamente accorta. Ma qualsiasi errore possa aver fatto l’Italia a riguardo, è trascurabile se paragonato all’incredibile arroganza e criminalità della Francia e degli altri Stati europei nella loro violazione della sovranità del Venezuela. L’arroganza della reazione francese alla presunta interferenza dell’Italia di questa settimana è uno spettacolo imperdibile.

 

Se proprio dobbiamo dire qualcosa, l’Italia merita applausi e rispetto per avere smascherato l’ipocrisia della Francia e degli altri aspiranti neo-colonialisti europei.

 

Il lato amaro dell’ironia è questo: il presidente francese e gli altri disprezzano la democrazia e il diritto internazionale - non solo in Venezuela - ma nei confronti dei loro stessi popoli.

 

 

 

 

12/02/19

Michel Onfray - Il Bruto

Michel Onfray, filosofo e saggista francese, confronta la risposta, brutale, del regime di Macron nei confronti del movimento dei gilet gialli con l'atteggiamento tenuto da Polizia e ministero dell'Interno in occasione della rivolta delle banlieue del 2005. La strategia della repressione brutale fin qui seguita da Macron - contrapposta a quella di allora, di contenere le violenze e attenersi al mantenimento dell'ordine -  tradisce la volontà politica di fomentare i disordini per poter scatenare la violenza di Stato in difesa estrema dell'ordine liberale fortemente contestato dal popolo. 

 

 

 

di Michel Onfray, 4 febbraio 2019 

 

"Io sono il frutto di una forma di brutalità della storia." Macron, 13 febbraio 2018, di fronte alla stampa.

 

Certo, lo Stato incarna bene questo Moloch che ha il monopolio legittimo della forza: ma per fare cosa?

 

A parte l'irenismo radicale, essendo la natura umana quella che è, non si tratta di immaginare un mondo in cui non ci sia più bisogno di esercito o polizia, tribunali o prigioni, legge e giustizia. Se siamo d'accordo che il molestatore non è l'abusato, l'aggressore l'aggredito, il ladro il derubato, il rapinatore il rapinato, occorre che una serie di meccanismi sociali permettano di fermare il molestatore, l'aggressore, il ladro, il rapinatore, per portarli davanti ai tribunali che giudicano i fatti dal punto di vista della legge e del diritto, e  mandare le persone giudicate colpevoli a scontare la pena in nome della riparazione del danno subito dall'aggredito, dal derubato, dal rapinato, dal molestato, ma anche per proteggere gli altri cittadini dalla pericolosità di questi criminali. Dando per acquisito che possono esistere delle circostanze aggravanti o attenuanti, e che tutti, a prescindere dalla loro imputazione, hanno il diritto alla difesa e alla riabilitazione una volta scontata la pena.

 

Che l'uso legittimo della forza presupponga che essa possa essere usata per mantenere la legalità – questa dovrebbe essere una verità ovvia... Ma quando, a metà settembre 2018, i gilet gialli proclamano, all'inizio delle loro giornate di rabbia, che il loro potere d'acquisto non permetterà loro di pagare le ulteriori tasse obbligatorie per legge che aumentano il prezzo del carburante alla pompa, non mettono in pericolo la democrazia e la Repubblica, poiché fanno appello agli articoli 13 e 14 della Carta dei diritti l'uomo e, non dimentichiamo, del cittadino. Con il loro movimento, essi rivendicano uno di quei diritti che questo testo fondamentale concede loro. L'ho già menzionato, ma va ricordato che l'articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo recita: "Per il mantenimento della pubblica forza e per le spese d'amministrazione è indispensabile una comune contribuzione, la quale dev'essere ugualmente ripartita fra tutti i cittadini in ragione delle loro facoltà". E il seguente articolo: "Tutti i cittadini hanno il diritto di comprovare o da se stessi o tramite i loro rappresentanti la necessità della pubblica contribuzione, di approvarla liberamente, di seguirne l'applicazione, di determinarne la quota, la riscossione e la durata." I gilet gialli non hanno rifiutato l'imposta, come la propaganda dei media ripete da settimane per assimilarli al populismo fascista, ma solo dichiarato che non hanno più i mezzi finanziari per pagarla! Una risposta appropriata da parte del governo avrebbe soffocato la rabbia sul nascere. Invece, la risposta è stata immediatamente bellicosa: da qui l'origine della violenza.

 

Questo spirito bellicoso ha preso la forma che sappiamo; elementi del linguaggio del potere macroniano sono stati trasmessi e poi abbondantemente diffusi dalle "élite": il movimento dei gilet gialli era una rivolta di estrema destra, una rivendicazione populista che sapeva di camicie brune, un movimento che puzzava di "fascio". Bernard-Henri Lévy ne ha parlato da subito in questo modo, insieme a ... Mélenchon e Clémentine Autain, Coquerel e la CGT (Confederazione sindacale del lavoro, ndt), che hanno partecipato al coro "populicida" insieme a tutti gli editorialisti della stampa di Maastricht.

 

[...]

 

Questa violenza simbolica, il cui braccio armato è costituito dai media del sistema, si accompagna a una violenza poliziesca. Si sa che le parole uccidono, ma, per farlo, hanno bisogno di attori violenti: il potere dispone di un certo numero di agenti di polizia e di funzionari di giustizia i quali, sapendo di beneficiare di una copertura da parte del ministro dell'Interno e quindi dell'Eliseo e di Macron, si abbandonano alla violenza.

 

Mi sono ritrovato in una dibattuito televisivo con Jean-Marc Michaud, l'uomo che ha perso un occhio a causa di una flash-ball. Ha espresso tutta la sua rabbia contro il tiratore, e lo posso comprendere. La prima reazione di chi ha subito violenza è di voler rispondere nello stesso modo. Si riceve un colpo, e non si ha voglia d'altro che di restituirlo moltiplicato per cento. Il cervello rettiliano comanda, quando la corteccia non fa il suo lavoro.

 

Ma certamente c'è una responsabilità del tiratore: se egli sa che dovrà rendere conto alla giustizia per non essersi comportato secondo le procedure – tra cui quella, fondamentale, di non mirare alla testa – allora probabilmente si comporterà diversamente.

 

Ma quando si sa che si può beneficiare dell'impunità del potere, allora si tira o si colpisce senza esitazione, e, come ho potuto constatare io stesso a Caen, in mezzo ad un'esaltazione non dissimulata da parte di chi assiste alle percosse, ai pestaggi, alle persone sbattute violentemente a terra, ammanettate, ma anche, in alcuni casi, denudate e palpate...

 

Ho già detto altrove che supponevo che alcuni agenti di polizia si stessero infiltrando tra i cosiddetti casseur per alimentare la teoria del potere secondo la quale tutti i gilet gialli sono violenti. Dopo aver dato questa informazione, alcuni gilet gialli mi hanno fatto sapere per posta che ne avevano le prove. Tornerò su questo argomento quando verrà il momento.

 

Ma senza concentrarsi su questo caso particolare, si può leggere quanto scrive un sindaco di destra, quindi non un gauchista, Xavier Lemoine, che fornisce un'informazione interessante. Afferma su Le Figaro che, come sindaco di Montfermeil, ha scoperto che "la polizia ha represso in minor misura le rivolte delle banlieue nel 2005 rispetto ai gilet gialli" (29 gennaio 2019). E questo dice tutto.

 

Il sindaco nota che nel 2005 non ci sono stati morti e solo pochi feriti tra i ribelli, anche se i rivoltosi avevano scelto la violenza come loro unico mezzo di espressione. Egli ne dà una ragione: la polizia allora aveva scelto di mantenere l'ordine e non, come Macron, una logica di repressione. Mantenere l'ordine non è reprimere. Sono due scelte politiche molto diverse ideologicamente, politicamente, strategicamente, tatticamente - e anche moralmente. Emmanuel Macron ha deliberatamente scelto di reprimere e non di mantenere l'ordine. Il capo dello Stato quindi non ha voluto contenere la violenza delle rivendicazioni, ma scatenare la violenza di Stato. È un progetto.

 

Xavier Lemoine osserva che la scelta di mantenere l'ordine, come indicano le parole, cerca soprattutto di mantenere l'ordine, così da evitare il disordine. Tornerò su questo: non mi si farà credere che lasciare che l'Avenue degli Champs-Elysées venga disselciata davanti agli obiettivi delle telecamere di BFMTV per quasi un'ora, non rifletta il fatto che la polizia non aveva la consegna di impedire i disordini, ma, al contrario, di favorirli, lasciando che questi ciotoli dei marciapiedi diventassero proiettili da lanciare su obiettivi umani o materiali...

 

Parlando della sua città, Xavier Lemoine afferma: "Nel 2005 tutte (sic) le rivendicazioni sono state espresse con la violenza. All'epoca, tuttavia, le autorità di polizia hanno adottato la modalità di intervento più appropriata per reprimere questa violenza. Da un punto di vista tecnico, il loro attacco è stato flessibile ed efficace. Anche quando erano presi di mira dai rivoltosi, i poliziotti e la gendarmeria hanno mostrato grande moderazione nell'uso della forza. Oggi, al contrario, nessuno può sostenere che tutte le rivendicazioni dei 'gilet gialli' siano espresse con la violenza. Inoltre, nel 2005, non c'erano donne tra i rivoltosi, mentre le donne sono massicciamente presenti nei ranghi dei 'gilet gialli'. Non tenerne conto è privarsi di un elemento fondamentale di analisi. Contrariamente a quanto può suggerire il potere delle immagini, la maggior parte dei 'gilet gialli' non partecipa alle riprovevoli violenze commesse durante le manifestazioni. Tuttavia, da sabato 8 dicembre la polizia privilegia la repressione, non il mantenimento dell'ordine". Al giornalista che gli chiede di chiarire cosa distingue l'applicazione della legge dalla repressione, Xavier Lemoine risponde: "Il mantenimento dell'ordine consiste da un lato nel permettere a una manifestazione di fluire nel modo più pacifico possibile, e dall'altro nel contenere la violenza al fine di ridurla. Questo obiettivo non impedisce alla polizia di intervenire nei confronti di persone decise ad atti di violenza "- Penso a coloro che disselciano Avenue des Champs Elysées ...

 

Egli prosegue: "Ma ai manifestanti pacifici sono sempre lasciate delle vie d'uscita. Le persone che lo vogliono possono sempre andarsene quando la situazione degenera. La repressione, invece, consiste nel combattere contro gruppi di persone senza necessariamente distinguere tra individui violenti e manifestanti pacifici, che possono anche essere lontani tra loro. Ebbene, nella crisi attuale la polizia ricorre troppo spesso alle 'reti', che impediscono alle persone circondate di abbandonare i luoghi. È facile quindi fare confusione tra dimostranti molto diversi tra loro. Quanti tra coloro a cui è stato cavato un occhio avevano sfasciato vetrine, automobili, saccheggiato negozi? Allo stesso modo, la distinzione tra criminali 'confermati' e incensurati dovrebbe essere molto più attenta." Per Xavier Lemoine, la polizia sta obbedendo a un potere che ha scelto la repressione e la brutalità. Obbediscono. Il primo responsabile, quindi il colpevole, è colui che dà l'ordine. E poiché non si può pensare che Castaner o Philippe prendano la decisione da soli, è il capo dello Stato a cui deve essere imputata la scelta della repressione, quindi la responsabilità di ogni ferita inflitta. Quando questo stesso capo di Stato afferma in modo insensibile in Egitto che le forze dell'ordine non hanno causato alcuna morte, se non quella della signora Redoine a Marsiglia, egli mente. Ed è personalmente responsabile di questa morte [1]. Il bruto è lui.

 

Leggiamo ancora Xavier Lemoine: "Non incrimino la polizia, che obbedisce, come è naturale, alle istruzioni del ministro degli Interni. Ma do la colpa a queste istruzioni, che mi sembrano tradire il desiderio di spingersi agli estremi, aumentare la violenza, per giustificare una repressione. Non ho nessuna accondiscendenza verso la violenza premeditata di rivoltosi o gruppi di estremisti. Ma responsabilità della politica è anche sapere come disinnescare un grido di angoscia, invece di alimentarlo demonizzando i 'gilet gialli'. Nel 2005 i governanti non hanno mai fatto commenti così dispregiativi sui rivoltosi del tempo. Attualmente, una parte significativa della violenza proviene da manifestanti senza precedenti penali, disperati e infuriati. Si sentono provocati dalla rigidità della risposta della polizia. Le dinamiche della folla aiutano, 'radicalizzano' . Le reazioni istintive si esprimono brutalmente. Nel 2005 nessuna dimostrazione era stata autorizzata dalla prefettura e tutte erano degenerate in rivolte. Tuttavia, a quel tempo a Seine-Saint-Denis non c'è stata nessuna carica dei corpi speciali antisommossa o della polizia a cavallo. Oggi, sì. Quattordici anni fa la polizia non ha fatto ricorso a tiri ad altezza d'uomo, orizzontali, e a breve distanza. Oggi, sì. Perché questi due pesi e due misure dello Stato tra le rivolte urbane del 2005 e le manifestazioni di protesta dei 'gilet gialli' ? Non penso che la polizia sia stata negligente nel 2005; dico che sono troppo 'duri' oggi."

 

Che il presidente Macron abbia scelto la linea dura della repressione contro la linea repubblicana di mantenimento dell'ordine è quindi dimostrato. Egli ha al suo servizio la stampa di Maastricht, in altre parole i media dominanti, inclusi quelli del servizio pubblico televisivo, ha al suo servizio la polizia, l'esercito, quindi le forze dell'ordine, e ha anche provato a coinvolgere la macchina della giustizia. Ciò è evidenziato da un articolo del Canard enchaîné (30 gennaio 2019) intitolato "Le incredibili istruzioni dell'ufficio del pubblico ministero sui gilet gialli", che riporta in dettaglio come il ministero della Giustizia ha comunicato per email con i giudici della Procura di Parigi su come trattare i gilet gialli: dopo un arresto, anche se è stato commesso per errore, si deve comunque mantenere l'iscrizione nell'archivio dei precedenti penali, anche "quando i fatti non costituiscono reato". La comunicazione specifica anche che bisogna depositare gli atti, anche se "i fatti contestati sono di lieve entità" e anche nel caso provato "di un'irregolarità della procedura"! In questi casi, arresto per errore, reati non suffragati da elementi di prova, irregolarità procedurali, è consigliabile fermare le persone e non liberarle fino a dopo le manifestazioni del sabato, per impedire che ai cittadini ingiustamente arrestati sia data la possibilità di esercitare il loro diritto di sciopero, va ricordato, un diritto garantito dalla Costituzione? Punto 7 del preambolo ...

 

Aggiungiamo che la legge anti-casseur proposta da Macron prevede semplicemente di stabilire una presunzione di colpevolezza nei confronti di chiunque sia sospettato di essere solidale con la causa dei gilet gialli. Sospettato da chi? Dalla stessa giustizia a cui il potere chiede, in primo luogo, di tenere in custodia una persona anche arrestata per errore, in secondo luogo di rilasciarla solo dopo la fine delle dimostrazioni, in terzo luogo di seguire la stessa procedura anche nel caso di errore procedurale, in quarto luogo di non preoccuparsi che i fatti siano provati e non irrilevanti, dato che la giustizia macroniana, sostenuta dalla polizia macroniana all'ordine dell'ideologia macroniana, che è puramente e semplicemente quella dello Stato di Maastricht, ha deciso che deve essere così. Mélenchon ha parlato a questo proposito di ritorno delle lettre de cachet, e non ha torto su questo.

 

La violenza genealogica, che è la base delle prime rivendicazioni dei gilet gialli, è prima di tutto quella imposta dal sistema politico liberale instaurato imperativamente dallo Stato di Maastricht dal 1992. Quando Macron dice che le radici del male sono antiche, lo sa fin troppo bene, perché è uno degli uomini la cui breve vita è stata interamente dedicata all'instaurazione di questo programma liberale che si rivela forte con i deboli, come vediamo nelle nostre strade da dodici settimane, e debole con i forti, come dimostrato dalla legislazione a loro favore - dalla soppressione dell'ISF (l'imposta sulle grandi fortune, ndt) al rifiuto di toccare i paradisi fiscali, alla tolleranza verso l'evasione delle imposte da parte del GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon, ndt) .

 

La violenza di questo Stato di Maastricht contro i più deboli, i più disarmati, i meno istruiti, i più lontani dalle megalopoli francesi o da Parigi; la violenza di questo Stato di Maastricht sui più precari in assoluto, sulle persone modeste che portano da sole il peso di una globalizzazione felice per gli altri; la violenza di questo Stato di Maastricht su quelli dimenticati dalle nuove compassioni del politicamente corretto; la violenza di questo Stato di Maastricht contro le donne single, le madri single, le vedove con le pensioni di vecchiaia tagliate, le donne costrette ad affittare il loro utero a uno sperma mercenario, vittime della violenza coniugale derivante dalla povertà, giovani ragazzi o ragazze che si prostituiscono per pagare i loro studi; la violenza di questo Stato di Maastricht sugli abitanti delle campagne privati giorno dopo giorno dei servizi pubblici che loro ancora finanziano con la tassazione indiretta; la violenza di questo Stato di Maastricht sui contadini che si impiccano ogni giorno perché la professione di fede ecologista dei maastrichtiani delle città non si confonde con l'ecologia quando si tratta del piatto dei francesi riempito di carni avariate, di prodotti tossici, di chimica cancerogena, di cibo che arriva dall'altra parte del pianeta senza curarsi delle tracce di CO2, anche se sono bio; la violenza di questo Stato di Maastricht sulle generazioni di bambini rincretiniti da una scuola che ha cessato di essere repubblicana e che lascia alle ragazze e ai ragazzi la possibilità di uscirne non grazie ai loro talenti, ma grazie agli appoggi delle loro famiglie ben nate; la violenza di questo Stato di Maastricht che ha proletarizzato i giovani la cui unica speranza è la sicurezza di un posto di lavoro da poliziotto, da gendarme, da soldato o da guardia carceraria e il cui compito è gestire con la violenza legale i rifiuti del sistema liberale; la violenza di questo Stato di Maastricht sui piccoli padroni, i commercianti, gli artigiani che non conoscono vacanze, svaghi, fine settimana, serate fuori - questa violenza, sì, è la prima violenza. Questi sono quelli che non hanno generato violenza, ma solo in origine una protesta contro l'aumento del carburante.

 

La risposta del potere, quindi di Macron, a questa ammissione di povertà dei poveri è stata immediatamente la criminalizzazione ideologica. I media, agli ordini, hanno gridato al lupo fascista. Da diversi mesi, questo è il loro pane quotidiano: secondo i ricchi che li governano, i poveri sarebbero antisemiti, razzisti, omofobi, violenti, cospirazionisti - "bastardi" ha detto Bernard Henri Lévy a Ruquier. Questa è la vecchia variazione sul tema: classi lavoratrici, classi pericolose. È l'antifona di tutti i poteri borghesi quando hanno paura.

 

Pertanto, il capo dello Stato mobilita i media che disinformano, la polizia che dà la caccia al manifestante, la giustizia che li schiaffa dentro, la prigione che li parcheggia quando l'ospedale non li cura dopo le percosse. Quando capiremo che questi sono i pezzi di un puzzle dispotico?

 

 

10/02/19

Münchau - Il colpo di testa di Macron e la crisi franco-italiana

Su Eurointelligence, Wolfgang Münchau offre una piccola rassegna stampa e commenta in prima persona la recente crisi diplomatica tra Francia e Italia. Anche agli occhi degli europeisti convinti, come è Münchau,  l a  mossa di Macron sembrerebbe, per modalità e tempi, un vero e proprio colpo di testa fatto per motivi di politica interna, ed evidenzia la sua debolezza politica e la sua inadeguatezza per il ruolo. Non solo, infatti, compatta il governo italiano, ma toglie anche al presidente francese ulteriore credibilità come leader del fronte europeista alle prossime elezioni europee. Anche gli europeisti convinti dunque non esitano più a definirlo un buffone.

 

 

di Wolfgang  Münchau, 8 febbraio 2019

 

 

La Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, una mossa che non ha precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. La causa scatenante è stata l'incontro tra Luigi Di Maio e i gilets jaunes, ma in gioco c'è molto di più.

 

Di Maio e Matteo Salvini stanno attaccando Emmanuel Macron da mesi. Fino ad ora il presidente francese ha ignorato questi attacchi considerandoli insignificanti e ha ribadito che tratta soltanto col primo ministro italiano. Cosa è cambiato? Elevare una crisi politica ad affare di stato è una mossa alquanto straordinaria, che avrà conseguenze politiche. Macron ci ha riflettuto?

 

Per prima cosa esaminiamo la causa scatenante: Di Maio si è incontrato con membri della lista di Ingrid Levavasseur e di un altro dei rappresentanti più espliciti dei gilets jaunes, il controverso Christophe Chalencon. Di Maio ha quindi postato una foto tutti insieme in un tweet entusiasta su Twitter. La Levavasseur non c'era, aveva anche avvertito che Di Maio stava pregiudicando il progetto su cui stavano lavorando e ha ribadito che, anche se erano presenti dei membri della sua lista, la lista non c'entra niente. Quindi questa foto è soltanto un po' di fumo negli occhi, destinato agli elettori Cinque Stelle? La strategia di fomentare il risentimento contro il presidente francese può essere un modo per aumentare la sua visibilità in vista delle elezioni europee? Secondo il canale televisivo italiano La 7, la settimana scorsa Giuseppe Conte avrebbe detto ad Angela Merkel che Di Maio punta ad attaccare la Francia per recuperare il terreno perso in vista delle elezioni europee, poiché è rimasto indietro rispetto a Salvini che ha già dalla sua parte il tema dell'immigrazione.

 

Adesso che Macron ha risposto in modo così pesante, il gioco è cambiato. Il fatto che Chalencon abbia invocato un colpo di stato militare nelle prime settimane dei jilets jaunes aiuta il governo francese a sostenere la tesi per cui questo, dopo tutto, è un affare di stato. Ma non ci sembra un collegamento essenziale. Lo stesso ambasciatore è rimasto sorpreso dalla mossa di Macron di richiamarlo a Parigi. Les Echos cita un ex-ambasciatore in Italia che la considera una reazione eccessiva e pensa che sarà di breve durata.

 

Cosa ne viene a Macron? A livello europeo, Macron può sperare di rianimare il suo fronte anti-populista. Manda un'immagine forte, di un presidente che agisce se provocato. Gli elettori francesi di destra che lo hanno considerato troppo remissivo nei confronti degli interessi tedeschi col trattato di Aachen potrebbero rallegrarsi di questa risposta vigorosa all'Italia.

 

Ma questa messa in scena avrà effetti duraturi? Non gli si ritorcerà contro se cercherà egli stesso di formare un'alleanza transnazionale per le elezioni europee?

 

C'è un intento strategico dietro la decisione di Macron?

 

Non si può negare che la decisione francese di richiamare il suo ambasciatore dall'Italia rappresenti una grave crisi europea. Come ricordano i giornali italiani, questa è la prima volta che accade dal 1940 - quando si verificò per ovvie e differenti ragioni. I media italiani riportano che la decisione non è stata preceduta da una telefonata. Il ministro degli esteri lo ha appreso da un comunicato stampa, come chiunque altro. L'effetto immediato della mossa di Emmanuel Macron è quello di creare coesione tra il governo italiano e i suoi critici. Prendete Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia e nota ospite dei talk show televisivi, una persona che abbiamo sempre reputato vicina a Matteo Renzi. Di seguito la sua analisi di stamani:

 

"Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in "guerra" con la Francia. Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo in uno scontro frontale Italia-Francia per via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo."


 

Annunziata non si schiera con le tattiche di Luigi Di Maio, ma riserva gran parte della sua critica a Macron. Considera la sua decisione un segno di debolezza, visto il fallimento nel procurarsi il necessario sostegno alla sua visione europea.

 

In Italia, la generale reazione politica è stata contenuta. Il Primo Ministro Giuseppe Conte ha detto di essere semplicemente sbalordito - senza parole, più che arrabbiato. I politici Cinque Stelle hanno interpretato la reazione di Macron come un colpo di cannone che dà inizio alla campagna per le elezioni europee, e promettono di farlo anche loro. La Lega ha cercato di prendere le distanze dai Cinque Stelle, mentre la rivalità tra i due partiti cresce in vista delle elezioni europee. E, come suggerisce un articolo del Corriere di stamani, questo conflitto ha risollevato il profilo pubblico dei Cinque Stelle,  rimasto sotto tono rispetto a quello della Lega. In un colpo solo, i Cinque Stelle sono di nuovo sulla ribalta.

 

Nikolas Busse offre una prospettiva diversa nel suo commento sul Frankfurter Allgemeine. Non si concentra tanto sul fatto che Macron abbia ragione o torto ad agire in questo modo, quanto sull'impatto negativo che i populisti italiani hanno già avuto sulla cultura del dialogo politico in Europa. L'intera idea dell'integrazione europea è quella di risolvere le differenze legittime in modo civile, attraverso le negoziazioni. Quando un ministro italiano dialoga con dimostranti violenti, incluso un uomo che invoca una dittatura militare in Francia, ha attraversato una linea rossa. I teppisti di destra e di sinistra in Europa sono riusciti a distruggere le relazioni bilaterali tradizionalmente buone tra gli stati membri, in un breve periodo di tempo.

 

Scrive Wolfgang Münchau:

 

Macron ha trasformato un confronto politico transfrontaliero in un confronto tra stati. Supporrei, ma non posso esserne certo, che ci siano altri calcoli dietro questa mossa, oltre a quello che ci è stato detto. Suppongo anche, ma non posso esserne certo, che abbia una strategia d'uscita. Ha considerato se diventerà più facile o più difficile per lui dar vita a un'alleanza in un paese dove non ha alleati naturali nello spettro politico - eccezion fatta per Matteo Renzi, il lupo solitario della politica italiana? Un'altra domanda è come questa storia finirà nei paesi più piccoli della UE, che tradizionalmente sono sensibili alle prepotenze da parte dei paesi UE più grandi. I politici come Sebastian Kurz si schiereranno con il vicino italiano o con Macron?

 

Mi chiedo anche come Angela Merkel consideri questa situazione. Suppongo che Macron non l'abbia nemmeno consultata sulla decisione - poiché non si è nemmeno preoccupato di avvisare né Conte né il Presidente italiano Sergio Mattarella. Mattarella ha agito in modo molto professionale e si è offerto come mediatore nella disputa. Per quale motivo Macron non lo ha cooptato prima di prendere la decisione? La mossa di Macron coincide con un'altra: cancellare la sua partecipazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco per concentrarsi sui temi interni. Sono solidale con la posizione francese sul Nord Stream 2, ma non è stupido attaccare l'Italia e la Germania nello stesso giorno? In Inghilterra, ricordo che fino a non molto tempo fa il concetto di "diplomazia tedesca" era considerato un ossimoro. In questi giorni, se volete vedere reazioni diplomatiche impulsive, dovete guardare a sud delle Alpi e a ovest del Reno. La modalità delle decisione, la mancanza di coordinamento e la breve cronistoria della presidenza Macron mi portano a concludere che sia stato un atto impulsivo, fatto nel contesto della politica interna, senza alcuna considerazione per il bene e gli interessi della UE. La tragedia degli europeisti come noi è che il nostro rappresentante politico più illustre nella UE agisce come un buffone.

 


21/01/19

Sapir - La lettera del Presidente, la questione del potere d'acquisto e l'euro

Nella lettera con cui si è rivolto ai Francesi dopo le imponenti manifestazioni dei "Gilet Gialli" - espressione dell'esasperazione dei cittadini sempre più impoveriti - Emmanuel Macron non fa cenno alla questione cruciale: la perdita del potere d'acquisto da parte dei lavoratori. L'economista Jacques Sapir spiega ancora una volta il perché di questo silenzio: finché la Francia resta intrappolata nel sistema dell'euro, alzare il livello dei salari non è possibile, perché - nell'impossibilità di svalutare la moneta - questo comporterebbe una perdita di competitività dei prodotti sui mercati esteri peggiorando il deficit commerciale del Paese. E Macron vuole restare nell'euro a ogni costo. Sapir dimostra come una svalutazione della moneta avrebbe un importante effetto redistributivo a favore dei salari più bassi. Fino a quando l'Europa - la vera Europa, l'Europa dei cittadini - potrà tollerare le follie dell'Unione europea e la dittatura della moneta unica, un sistema totalmente asservito agli interessi dei più ricchi? 

 

di Jacques Sapir, 15 gennaio 2018 

 

 

Il presidente della Repubblica ha inviato la sua "lettera ai francesi". Un testo assai ampio, che copre molti argomenti. Eppure in questo documento, a volte inutilmente lungo, manca un argomento importante: la questione del potere d'acquisto. Questo problema non è affrontato in nessuno dei  quattro punti, benché sia essenziale. Per essere più precisi, la questione è trattata, in maniera estremamente parziale, solo nell'ottica di una possibile riduzione delle tasse. Si tratta di un punto di vista molto angusto. Tuttavia, nella  "lettera" c'è un'ammissione: "...perché i salari sono troppo bassi perché tutti possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro...". Questa, in effetti, è una delle cause della rabbia che è stata espressa per due mesi dal movimento dei Gilet Gialli, accanto a rivendicazioni riguardanti la democrazia. Si noterà, tuttavia, che [il Presidente] non usa mai il termine"potere d'acquisto". È quindi necessario rinfrescare la memoria a Emmanuel Macron e anche capire quali sono le ragioni per cui non è più preciso e più esplicito su quella che è una delle principali rivendicazioni dei Gilet Gialli.

 

L'aumento del salario minimo orario

 

La questione di un aumento del salario minimo orario (Smic) è centrale in tutte le affermazioni dei Gilet Gialli. Il Presidente ritiene, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [1]. Invece non è così, anche se il reddito aggiuntivo (perché di questo si tratta) di circa 90 euro sarà il benvenuto in molte case. Ma c'è un blocco da parte del potere per quanto riguarda la questione dello Smic. Questo blocco del resto non è specifico del potere. Il Rassemblement National, ex FN, rifiuta il salario minimo, preferendo un complesso sistema di esenzioni dagli oneri sociali [2] . Quanto a Nicolas Dupont-Aignan, lega un possibile aumento del salario minimo a una diminuzione dei contributi dovuti da parte dei datori di lavoro (quelli che sono chiamati, in modo non corretto, "carichi")[3] . Jean-Luc Mélenchon, da parte sua, propone un forte aumento del salario minimo, ma sembra poco preoccupato dall'impatto sulla competitività dell'economia francese di questa misura. È quindi necessario fare il punto su questo problema, che Emmanuel Macron ha voluto escludere dal "dibattito nazionale".

 

Dalla "svolta" del 1982-1983, il salario minimo orario, che è uno dei principali strumenti di garanzia per i salari bassi, non è aumentato allo stesso passo della produttività. Vale la pena ricordare un principio: se i salari aumentano allo stesso ritmo della produttività, la spartizione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività aumenta più velocemente rispetto ai salari, la quota dei profitti aumenta, a scapito dei salari. Oggi il divario tra l'evoluzione dello Smic e quella degli aumenti di produttività è notevole. Ci vorrebbe un recupero intorno al 20%. Questo significherebbe un aumento di circa 240 euro al mese per lo Smic, ben al di più e oltre il meccanismo messo a punto dal governo per aumentare di 100 euro il reddito di alcuni degli "smicards" [lavoratori con salario orario pari a quello minimo, ndT].

 

 

[caption id="attachment_16935" align="alignnone" width="1024"] Grafico 1 - Confronto tra l'evoluzione generale della produttività e quella del salario minimo orario (Smic) a prezzi costanti. Linea blu: produttività, indice 100=1980 Linea rossa: salario minimo orario reale, indice 100=1980. Fonte: dati INSEE.[/caption]

 

Qualcuno obietterà che un aumento del 20% dello Smic avrebbe gravi conseguenze sulla competitività dell'economia francese. Questo è l'argomento sostenuto dal governo, ma anche da Marine Le Pen e da Nicolas Dupont-Aignan. Non è un'affermazione falsa. Nella misura in cui non siamo più padroni della nostra moneta, a causa dell'euro, qualsiasi aumento dei salari, che verrebbe in parte trasferito sui prezzi, porterebbe ad aggravare il nostro deficit commerciale che è un indicatore molto più importante e molto più reale del deficit e del debito pubblico.

 

Tuttavia, l'impatto dell'aumento dei salari sui prezzi non sarà pari all'entità di questo aumento. Gli stipendi rappresentano in media un terzo del prezzo. Se ipotizziamo un aumento del 20% del salario minimo, necessario per riportare giustizia nel campo del lavoro, allora l'aumento conseguente sui prezzi all'esportazione sarebbe di circa il 6%, che - effettivamente - è tale da poter provocare, su mercati molto competitivi, un calo delle nostre esportazioni E [maiuscolo nel testo] un aumento delle nostre importazioni. Ma bisogna fare il ragionamento opposto:  che cosa accadde quando, nel maggio 1968, il governo aumentò il salario minimo del 35%? La Francia svalutò subito dopo, e negli anni successivi conobbe una forte crescita.

 

Il blocco dovuto all'euro

 

Bisogna dunque capire che, su questo argomento, il blocco principale viene dall'euro. E possiamo dimostrarlo guardando a ciò che accadrebbe se la Francia non fosse nell'euro.

 

Qualsiasi deprezzamento della valuta provoca un aumento del prezzo dei prodotti importati e fa calare il prezzo delle nostre esportazioni. Ma qual è la parte dei nostri consumi che viene importata? In media è circa il 48%, ma può toccare il 60% per le famiglie più ricche, mentre scende al 40% per i più poveri. Comprendiamo quindi l'attaccamento alla stabilità del cambio da parte dei più ricchi (perché hanno il massimo da guadagnare) e la relativa indifferenza dei più poveri. Ma che cosa accadrebbe con un aumento del 20% del salario minimo, accompagnato da una svalutazione del 20%?

 

Una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento del 20% sui prezzi dei prodotti importati, con un aumento complessivo dei prezzi in media del 9,6%. Possiamo vedere che il reale aumento del salario sarebbe quindi del 20% -9,6% = 10,4%. L'inflazione indotta dalla svalutazione sarebbe quindi pari a meno della metà dell'aumento dei salari. In effetti, il potere d'acquisto delle famiglie più povere sarebbe meno intaccato, perché consumano meno beni importati rispetto ai ricchi. L'aumento del potere d'acquisto sarebbe del 12% (20% -8%) per i più poveri e dell'8% (20% -12%) per i più ricchi, a condizione che tutti gli stipendi aumentino tanto quanto il salario minimo. Poiché questa ipotesi è irragionevole (per molte ragioni), maggiore è il livello del reddito familiare, minore è il vantaggio. Al limite, per i redditi che non sono per nulla influenzati dall'aumento del salario minimo, vi sarebbe una perdita di potere d'acquisto. La svalutazione della valuta avrebbe quindi un significativo effetto redistributivo sui redditi.

 

Per quanto riguarda i prezzi all'esportazione, subirebbe un aumento che può essere calcolato (con approssimazione) come equivalente all'aumento dei prezzi indotto dall'aumento di salario minimo PIU' l'aumento indotto dall'inflazione sui salari bassi MENO l'ammontare della svalutazione della moneta, ossia:

 

6% + 8% - 20% = -6%

 

Vediamo che, in questo scenario, i prodotti francesi, nonostante l'inflazione e l'aumento dei salari, migliorerebbero la loro competitività sui mercati di esportazione, ma anche sul mercato interno. Aggiungiamo che l'aumento dei prezzi, indotto dall'aumento dei salari e dalla svalutazione della moneta, non è immediato, ma diffuso nell'economia, con un ritardo che può arrivare per alcuni settori ai sei mesi e per altri a 18 mesi. L'aumento delle esportazioni o i guadagni sul mercato interno compenserebbero in parte il calo dei profitti dovuto all'aumento del salario minimo. L'aumento del volume di produzione generato dai proventi delle esportazioni e dai guadagni sul mercato interno porterebbe a maggiori investimenti. Il PIL del Paese vedrebbe aumentare il suo tasso di crescita sia per l'aumento della produzione sia per i maggiori investimenti.

 

È questo il meccanismo che viene respinto da Emmanuel Macron, perché implica, bisogna dirlo, che la Francia esca dall'euro. È per questo motivo, per l'attaccamento fanatico all'euro, che il Presidente evoca così poco, e in maniera solo indiretta, la questione del salario minimo e quella del potere d'acquisto. A contrario, questo significa che la questione del potere d'acquisto per le "classi popolari" può essere seriamente affrontata solo ponendo la questione dell'uscita della Francia dall'euro.

 

L'impatto sui nostri partner

 

Cosa succederebbe dal punto di vista dei nostri partner? È chiaro che se la Francia decidesse di lasciare l'euro, alcuni paesi non avrebbero altra scelta che seguirci. È il caso dell'Italia e della Spagna, ma probabilmente anche del Portogallo e del Belgio. Viceversa, i paesi del "Nord", come la Germania e i Paesi Bassi, resterebbero nell'euro o lo ribattezzerebbero "marco". Ma senza i "paesi del Sud", questo marco (o l'euro residuo) verrebbe improvvisamente rivalutato. Il divario nei tassi di cambio con paesi come la Germania e i Paesi Bassi non sarebbe del 20%, ma del 35%. D'altra parte, il divario con la zona del dollaro sarebbe inferiore.

 

Questo è stato calcolato dal Fondo monetario internazionale [4] .

 

[caption id="attachment_16932" align="alignnone" width="957"] Tabella 1 - Entità delle rivalutazioni /svalutazioni dei tassi di cambio in caso di scioglimento della zona euro. Fonte: Diffusione dei tassi di cambio reali nell'External Sector Report del FMI 2017 e consultazioni di esperti su questioni valutarie effettuate all'inizio di agosto 2017.[/caption]

 

Si noti che, nel caso di un'uscita di tutti i paesi del Sud, i tassi di cambio di Spagna, Francia e Italia sarebbero svalutati allo stesso modo. Ciò implica che la quota delle importazioni il cui prezzo aumenterebbe a causa della svalutazione del franco potrebbe essere più bassa. Per questo, la quota dei consumi interessati dall'inflazione a seguito della svalutazione del tasso di cambio potrebbe essere solo del 36-38% in media, con una distribuzione ancora più favorevole per le famiglie a basso reddito. L'effetto redistributivo della svalutazione potrebbe quindi essere più potente di quanto indicato.

 

In termini generali, un'uscita dall'euro consentirebbe ai paesi dell'Europa meridionale di guadagnare sul surplus commerciale tedesco attuale, che rappresenta circa l'8% del PIL della Germania. La distribuzione di tre quarti di questa eccedenza nei paesi dell'Europa meridionale (ovvero 150 miliardi di euro oggi) potrebbe comportare una crescita del PIL del 2% per la Francia al di sopra dell'attuale crescita (ovvero 1,2% + 2,0% = 3,2%). Con il calo della disoccupazione legato a un aumento dell'1,4% -1,5% del PIL, i guadagni in termini di posti di lavoro sarebbero importanti. I calcoli sono stati effettuati altrove e mostrano su un totale di 4,5 milioni di disoccupati "reali", una diminuzione della disoccupazione da 1,5 milioni a 2,5 milioni in un periodo tra 3 a 5 anni. Va notato che questa forte diminuzione della disoccupazione avvantaggerebbe il sistema dal punto di vista dei sussidi di disoccupazione. Le erogazioni potrebbero essere ridotte. Lo stesso ragionamento vale per i fondi pensione e le casse malattia. Sia i contributi del datore di lavoro che i contributi dei dipendenti sono molto sensibili al fenomeno della disoccupazione. Si potrebbe quindi considerare una riduzione di questi contributi, aumentando così il potere d'acquisto dello stesso importo, oppure, lasciando inalterato il livello dei contributi, potrebbero essere migliorate le condizioni. Se invece questa riduzione fosse applicata nella situazione attuale, porterebbe a un peggioramento del deficit di questi fondi e implicherebbe, quindi, un taglio drastico ai benefici. Tale prospettiva interesserebbe principalmente i più vulnerabili. Inoltre, un calo programmato dei benefici porterebbe coloro che possono aumentare i loro risparmi, causando un ulteriore calo della crescita a causa del calo dei consumi.

 

Riprendiamo quindi i termini del dibattito. Un aumento del salario minimo insieme all'uscita dall'euro e alla svalutazione del tasso di cambio avrebbero un forte effetto redistributivo sui guadagni, restituendo potere d'acquisto ai redditi più modesti. Non era una delle principali richieste dei Gilet Gialli? D'altra parte, è anche chiaro che dovranno essere messe sul tavolo altre questioni, come l'indicizzazione dell'inflazione di TUTTE le pensioni, almeno fino a un importo di 2.000 euro. Ma si capisce perché, non appena si abbandona la prospettiva di lasciare l'euro e di un recupero da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un salario minimo orario più alto e ai suoi effetti sull'economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l'euro in nessuna circostanza, non parla del salario minimo orario né del potere d'acquisto nella sua lettera.

 

Note

 

[1] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-pourquoi-l-augmentation-du-smic-promise-par-macron-n-en-sera-pas-vraiment -une_3094307.html

 

[2] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-invitee-de-rtl-from- December 19-7795973392

 

[3] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-aignan-annonce-qu-il-presentera-une-proposition-de