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04/12/18

Uno sguardo indietro: cosa ha significato realmente la "condivisione del rischio" nell'Eurozona

In questo post sul Financial Times Marcello Minenna, Responsabile dell'Ufficio Analisi Quantitativa e Innovazione Finanziaria della Consob, spiega, dati alla mano, che l'Italia ha sempre dato all'Unione Europea molto più di quanto ha ricevuto, e che i nostri soldi sono andati a vantaggio dei paesi "core" dell'UE, in primis Germania e Francia, anziché aiutare i paesi della periferia che versavano in difficoltà finanziarie. Ribadire in modo informato questi fatti diventa particolarmente importante oggi, mentre il nostro paese subisce attacchi quotidiani da chi ci accusa di avere "vissuto al di sopra delle nostre possibilità" e di aver approfittato indebitamente della generosità dell'"Europa". 

 

 

 

Di Marcello Minenna, 10 ottobre 2018

 

 

Uno dei dibattiti ricorrenti dopo l'eurocrisi è stato se gli strumenti di stabilità dovessero servire per condividere il rischio tra gli Stati membri o, al contrario, a isolare il rischio all'interno dei singoli paesi. Mentre nella zona euro si discute - rinviandole - su vere misure di condivisione del rischio, come l'assicurazione europea sui depositi, è importante ricordare cosa è successo quando i rischi sono stati condivisi e chi ne ha effettivamente beneficiato.

 

 

Condividere i rischi quando necessario

 

 

La narrazione comune è che i programmi di salvataggio avrebbero aiutato paesi in grave difficoltà ad evitare la bancarotta sovrana o fallimenti bancari diffusi. In realtà, nell’evitare tali esiti estremi, questi programmi proteggevano anche le banche dei paesi core - Germania e Francia, in particolare - che avevano accumulato enormi esposizioni verso la periferia prima della crisi. In quel momento, la condivisione del rischio (per quanto sgradevole) era la migliore opzione disponibile per i governi dei paesi core. Li ha salvati dall'intervenire direttamente (a spese dei loro contribuenti) per sostenere i propri sistemi bancari nazionali.

 

 

La "condivisione del rischio", a partire dalla crisi, è sempre stata un "doppio salvataggio". Un salvataggio per le banche della periferia, che a sua volta offriva un altro piano di salvataggio alle banche del centro. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), nel 2010 l'esposizione totale delle istituzioni finanziarie francesi e tedesche verso la Grecia e le sue banche ammontava a 120 miliardi di dollari, oltre dieci volte quella delle banche italiane e spagnole. Nel maggio dello stesso anno, i governi della zona euro hanno iniziato a versare 52,9 miliardi di euro in prestiti bilaterali alla Grecia; la quota della Francia di questo strumento di condivisione del rischio superava solo di poco quella dell'Italia. E a metà 2011, le banche francesi e (meno bruscamente) quelle tedesche avevano ridotto di 35 miliardi di dollari la propria esposizione verso la Grecia e le banche greche.

 



Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Grecia

 

 

Poi è stata la volta dell'Irlanda: nel settembre 2010 i crediti delle banche tedesche e francesi con le controparti in Irlanda superavano i 200 miliardi di dollari. Quelli degli investitori spagnoli e italiani erano meno di 30 miliardi di dollari. Con il sostegno finanziario condiviso dei paesi europei, fu indetto un salvataggio. Le banche tedesche hanno ridotto la propria esposizione privata di 58,7 miliardi di dollari prima del 2011. Di nuovo, la quota tedesca del salvataggio è stata molto inferiore.

 

 



Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Irlanda

 

 

Alcuni mesi dopo, il piano di salvataggio del Portogallo mostra una storia simile (si noti che dal 2014 gli investitori spagnoli hanno aumentato nettamente la loro esposizione verso il Portogallo, che oggi è diventato essenzialmente la colonia finanziaria del paese confinante).

 

 



Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Portogallo

 

 

Lo stesso è valso per la Spagna, successivamente. In caso di inadempimento da parte di istituti di credito spagnoli, le banche tedesche e francesi - esposte rispettivamente per 140 e 128 miliardi di dollari - avrebbero subito gravi perdite. Non sorprende che Moody's abbia rivisto le prospettive di rating di diverse istituzioni tedesche portandole da stabili a negative. Nel dicembre 2012 il meccanismo europeo di stabilità (MES) ha erogato 41 miliardi di euro per la ricapitalizzazione indiretta delle banche spagnole: fondi che, in parte, sono serviti a rimborsare alle controparti tedesche i prestiti generosamente concessi prima della crisi. Nel frattempo, i paesi con un'esposizione marginale al settore finanziario spagnolo sono stati chiamati a fare la loro parte: ad esempio, l’Italia ha dovuto versare 14,4 miliardi di euro.

 

 



Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Spagna

 

 

La regola dell’isolamento del rischio

 

 

Durante gli anni di emergenza della crisi, i paesi della zona euro hanno trovato modi selettivi per condividere i rischi. Ma in seguito, poiché le banche centrali hanno ridotto la loro esposizione verso la periferia, le principali decisioni della burocrazia europea per contrastare la crisi sono state a favore dell’isolamento del rischio.

 

Queste misure includono:

- disposizioni sulla condivisione degli oneri e bail-in;
- pressioni sulle banche per ridurre i crediti in sofferenza (con conseguenti svendite a “fondi avvoltoio” e drastiche perdite di capitale per le banche);
- rinvio sistematico del meccanismo di assicurazione dei depositi paneuropeo (che avrebbe dovuto essere il terzo pilastro dell'unione bancaria), nonché proposte per renderlo condizionato alla riduzione del rischio;

- continua pressione sui sistemi bancari della periferia che, a causa dei rigidi vincoli sulla qualità degli asset e sull'accantonamento, mantengono la stretta al credito al settore privato non finanziario;
- le recenti linee guida sull'approvvigionamento totale di prestiti in sofferenza delle nuove banche;
- discussioni sulla ponderazione del rischio delle esposizioni sovrane delle banche e sull'introduzione di limiti di concentrazione per queste stesse esposizioni;
- proposte per introdurre meccanismi automatici per la gestione delle crisi del debito sovrano;
- tentativo di trasformare il MES in un fondo monetario europeo con il nuovo ruolo di vigilanza delle politiche di bilancio nazionali.
Ma i due interventi che hanno maggiormente contribuito alla segregazione del rischio all'interno della periferia sono state le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) e il quantitative easing (QE).

 

 

Tramite il LTRO, la BCE ha prestato al sistema bancario oltre mille miliardi di euro sotto forma di riserve nelle banche centrali, utilizzabili esclusivamente per saldare le passività interbancarie. L'idea era di aiutare le banche della periferia ad affrontare la forte contrazione del credito interbancario. Ed è proprio ciò che hanno fatto. Gran parte dei prestiti, tuttavia, è servita a riassorbire l'eccesso di offerta di debito pubblico periferico che le banche francesi e tedesche stavano liquidando, ed a saldare gli obblighi commerciali verso quelle stesse banche. L'altro scopo principale è stato reagire al crollo dei depositi nazionali, che si stavano spostando nella zona nord dell’Euro.

 

 

Nessuno mette in dubbio che il QE abbia garantito una domanda stabile e massiccia di titoli di stato. Ma nel contempo ha anche creato importanti anomalie (ancora rispecchiate dai rendimenti negativi sui titoli di stato tedeschi a breve e medio termine) e ha riattivato la fuga di capitali dai paesi periferici a quelli centrali. L'allocazione degli acquisti di obbligazioni ha favorito paesi (come Germania e Francia) con una deflazione trascurabile a scapito di altri (come Spagna e Italia) molto più colpiti dal calo del livello generale dei prezzi.

 

 

Allo stesso tempo, solo una parte marginale dei rischi inerenti alle obbligazioni acquistate è stata condivisa tra tutte le banche centrali. In effetti, la grande maggioranza degli acquisti di obbligazioni è condotta direttamente dalle banche centrali nazionali, con prestiti della BCE. Ciascuna banca centrale nazionale rimane esposta al rischio di insolvenza del proprio governo nazionale.

 

 

Il risultato principale di entrambi i programmi è che l'esposizione dei paesi centrali verso la periferia si è drasticamente ridotta.

 

 

Misurare l’isolamento del rischio

 

 

L'entità di questa riduzione della leva finanziaria può essere misurata utilizzando i dati della BRI sulla posizione consolidata delle banche estere verso controparti residenti in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

 

 

Dopo avere accumulato ingente credito verso la periferia nel periodo 2000-2008, queste banche hanno smantellato il 64% delle loro esposizioni nel decennio successivo. In effetti, al suo apice (giugno 2008), l'esposizione totale del sistema bancario franco-tedesco verso la periferia superava mille e novecento miliardi di dollari; nel giugno 2012 era già sceso a 800 miliardi di dollari e nei successivi cinque anni è ulteriormente diminuito, raggiungendo 680 miliardi di dollari alla fine del 2017.

 

 



Esposizione consolidata di banche franco-tedesche a controparti residenti nella periferia dell'Eurozona

 

 

In termini di esposizioni dirette, alla vigilia della crisi, la Germania era la più esposta in Spagna (315,5 miliardi di dollari), Irlanda (240,7 miliardi) e Portogallo (52 miliardi), mentre la Francia lo era in Italia (553,4 miliardi) e Grecia (86,1 miliardi). In realtà però, una buona parte degli investimenti francesi nell'Europa meridionale canalizzava i risparmi tedeschi.

 

 

Il colossale disinvestimento dalla periferia - oltre mille duecento milardi - suscita un confronto con i dati del QE: nel luglio 2018 i paesi periferici (esclusa la Grecia) erano beneficiari di acquisti di titoli per 667 miliardi di euro, poco più della metà del disinvestimento effettuato dalle banche dei paesi del centro.

 

 

Come dovrebbe essere un’autentica e razionale condivisione del rischio

 

 

Dopo la crisi, le istituzioni europee hanno costantemente privilegiato la segregazione del rischio all'interno dei paesi periferici. Ufficialmente la strategia era tesa a prevenire il contagio tra paesi. In pratica, la segregazione ha reso i paesi più vulnerabili ancora meno stabili. Le eccezioni a questa regola sono state presentate come assistenza straordinaria a favore di singoli Stati periferici. In pratica, sono stati "doppi salvataggi": il salvataggio di uno specifico paese periferico serviva a salvare le banche private nei paesi centrali che avevano forti esposizioni verso la periferia negli anni precedenti la crisi. E a finanziare tutti i “magnanimi” fondi europei di salvataggio erano gli stati membri, il che significa che molti governi hanno offerto programmi di aiuti finanziari a paesi in cui il loro settore privato era esposto in modo trascurabile.

 

 

Questi episodi di condivisione selettiva del rischio non sono stati sufficienti per rendere la zona euro a prova di crisi. Piuttosto, ora che la BCE considera la fine del quantitative easing, vi sono ancora incertezze del mercato sulla compattezza dell'unione economica e monetaria.

 

 

L'unico antidoto a questo clima di sfiducia reciproca è di sostanziare autenticamente le politiche europee sulla condivisione del rischio sia nel settore privato che in quello pubblico. Da qui l'importanza di portare a termine l'unione bancaria con il sistema europeo di assicurazione dei depositi e di prendere in considerazione proposte fattibili per la mutualizzazione dei rischi sovrani, come quella che ho sviluppato con Dosi, Roventini e Violi, che prevede un meccanismo europeo di stabilità sovranazionale sui debiti pubblici di tutti gli Stati membri. Questa garanzia, finanziata a giuste condizioni di mercato e condizionata da una serie di limitazioni per scoraggiare l'azzardo morale, sarebbe una soluzione equilibrata per ripristinare la credibilità in una periferia in crisi.

04/06/18

FT - L’acquisto di obbligazioni da parte della BCE messo sotto esame da Roma

Mentre lo spread scende, il sospetto che nei momenti caldi della crisi politica italiana la BCE abbia messo in atto manovre per aumentare l’instabilità del mercato obbligazionario arriva sul Financial Times: sotto esame c'è un brusco calo degli acquisti dei titoli di stato italiani all'interno del QE da parte dell'istituto di Francoforte. Come ricorda Claudio Borghi (e anche Zingales), l’andamento dei tassi d'interesse (e dello spread) dei titoli pubblici italiani non è più stabilito dai mercati ma dalla BCE, da quando Draghi ha pronunciato l'ormai celebre "whatever it takes" per salvare l'euro. Il punto non è tanto questo caso specifico, quindi, quanto il potere di un organismo non eletto di esercitare la sua influenza sui tassi e quindi sulla politica dei governi.

Post Scriptum. Dopo la nostra traduzione, l'articolo originale è stato tagliato e modificato in diverse parti. Abbiamo modificato di conseguenza anche la traduzione, evidenziando in corsivo le parti aggiunte o molto diverse rispetto alla prima versione. 

 

di Kate Allen, Claire Jones e Rachel Sanderson, 4 giugno 2018

 

 

Il taglio a maggio della quota del QE destinato all'acquisto di titoli italiani ha sollevato le critiche di un esperto di alto livello del governo italiano

 

La Banca centrale europea è stata messa sotto accusa dal nuovo governo populista italiano (in precedenza il governo era definito non "populista", ma "euroscettico", ndt) dopo avere rivelato di avere ridotto la quota di debito italiano acquistata come parte del suo programma di stimolo economico, durante la tempesta politica di Roma del mese scorso. 

 

[caption id="attachment_15152" align="alignnone" width="700"] Acquisto netto di debito italiano da parte della BCE in % sul totale del programma di acquisto di bond (Fonte: BCE)[/caption]

 

Secondo dati recenti, a maggio la BCE ha acquistato 3,6 miliardi di euro di debito pubblico italiano, nell'ambito del suo programma di acquisti a lungo termine. E sebbene l’importo in assoluto sia stato maggiore di quello acquistato in alcuni dei mesi più recenti, come marzo e gennaio, è stato inferiore se calcolato come percentuale sul totale degli acquisti.

 

La BCE ha insistito nel negare che questo calo abbia avuto a che fare con gli eventi politici, e ha affermato che era legato a motivi puramente pratici, ovvero la necessità per la banca di reinvestire in obbligazioni tedesche, dopo che ne era arrivata a scadenza una grossa parte.

 

Tuttavia membri dei nuovi partiti di governo italiani hanno colto l'occasione per fare riferimento a queste cifre, dopo avere sostenuto per settimane che i banchieri centrali dell'eurozona hanno esercitato pressioni perché adottassero politiche economiche più convenzionali. 

 

 

Claudio Borghi, il principale consigliere economico della Lega, partito di estrema destra, ha affermato che “non è una sorpresa" scoprire che la BCE ha acquistato più obbligazioni tedesche. "Da quando Draghi ha promesso di fare 'whatever it takes', il maggior player nel mercato obbligazionario italiano è stato la BCE ed è lei che stabilisce i prezzi", ha dichiarato al FT. "Non sono i mercati ad influenzare maggiormente i prezzi; è la BCE ad essere di gran lunga il fattore più importante".

 

La BCE ha fatto notare di avere comprato anche una quota più bassa di debito Francese, Austriaco e Belga a causa della necessità di comprare grandi quantità di debito tedesco.

 

"Questo è il risultato di regole concordate e comunicate sui tempi di reinvestimento", ha dichiarato la BCE. La quota di debito francese netto acquistata, il 17%, è stata la più bassa da sempre.

 

I prezzi delle obbligazioni del governo italiano sono crollati nelle ultime due settimane quando gli investitori hanno avuto timore della prospettiva di un governo di coalizione tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle, che si oppone all'establishment.

 

Lo spread tra il rendimento del debito pubblico italiano e il suo equivalente tedesco è salito ai livelli più alti da cinque anni, mentre sono aumentati per l’Italia i costi di emissione di nuovo debito, portando alcuni politici del paese a denunciare la prepotenza dei mercati obbligazionari.

 

"Sarebbe interessante conoscere quanti BTP BCE e Bankitalia hanno acquistato questa settimana rispetto al solito. Non saranno mica scesi? Qualcuno ci toglie il dubbio?”, ha twittato Carla Ruocco, parlamentare dei Cinque Stelle, all'apice della turbolenza del mercato la scorsa settimana.

 

Secondo i dati pubblicati dalla BCE, il 28% degli acquisti netti della BCE il ​​mese scorso sono andati in obbligazioni tedesche, mentre il 15% in debito italiano, ovvero la quota più bassa destinata all'Italia da quando è iniziato il programma di acquisto di obbligazioni, a marzo 2015.

 

 



Acquisti di bond da parte della BCE come % dell'acquisto netto mensile (Fonte: BCE). Blu: Germania; Rosso: Spagna; Azzurro: Francia; Verde: Italia. 

 

Il sistema utilizzato dalla BCE per eseguire il QE è una bizzarra peculiarità dell'economia politica della regione, con acquisti assegnati approssimativamente in base alle dimensioni di ciascuna economia e non all'ammontare del debito in circolazione di ciascun paese. Stando a questa regola, all'Italia spetterebbe circa il 17% degli acquisti di debito sovrano per tutta la durata del programma, anche se la cifra può variare da un mese all'altro.

 

 

La BCE prevede di spendere 30 miliardi di euro al mese per lo più in obbligazioni più fino a settembre, nell'ambito del programma da 2,5 trilioni di euro.

 

Guntram Wolff, direttore del think-tank Bruegel di Bruxelles, ha dichiarato che le cifre erano conseguenti alla necessità della BCE di reinvestire nel debito della Germania, e di bilanciare il precedente acquisto eccessivo di obbligazioni italiane rispetto alla regola.

 

"È veramente dovuto a ragioni tecniche", ha dichiarato. "Da un punto di vista puramente meccanico a un certo punto devi acquistare meno".

 

Ha collaborato in aggiunta Jim Brunsden, da Bruxelles. 

25/11/17

Keynes aveva ragione riguardo al Quantitative Easing (QE)

In questo breve ma sostanziale post tratto dal Real World Economics Review, un grafico illustra empiricamente come il fallimento del QE fosse stato già previsto da Keynes nella sua Teoria Generale. Ancora una volta i numeri ci mostrano chiaramente come il disastro economico dell'Eurozona sia stato un disegno deliberato, o quantomeno colposo, da parte di chi non poteva non sapere che l'esito sarebbe stato una sempre più iniqua redistribuzione della ricchezza nelle mani di pochissimi. Le basi teoriche partono da lontano, i dati parlano chiaro, e le conseguenze pratiche (povertà diffusa, disoccupazione crescente, recessione cronica) sono sotto gli occhi di tutti. A queste condizioni, solo con la consapevolezza di quanto profondamente ingiuste e deliberate siano state la scelte legate all'unione monetaria può permettere ai popoli europei di riguadagnare il terreno perduto in questi anni.

 

di Merijn Knibbe 13 novembre, 2017

 

 

La crescita monetaria causata dal QE nell’Eurozona (si veda il grafico) ha davvero stimolato l’attività economica? Non proprio. Per John Maynard Keynes, in ‘The general theory’ (1936),

 

“La relazione delle variazioni in M (moneta) rispetto a Y (redditi) e r (tasso d’interesse) dipende, principalmente, dal modo in cui si verificano le variazioni in M.”

 



 

In altre parole: è il credito, e non la moneta, a far girare il mondo. La moneta che genera prestiti per permettere alle famiglie di acquistare case già costruite ha un effetto totalmente diverso dalla moneta che genera prestiti per finanziare nuove imprese ad alta intensità d’impiego che producono apparecchiature mediche vitali (ma questo varrebbe anche per l’ultima moda, i giocattoli L.O.L. ball). Il quantitative easing delle banche centrali è un esempio empirico catastroficamente perfetto a dimostrazione di come la moneta circolante non sia aumentata con le misure del QE - ma è invece finita nelle mani dei settori sbagliati dell’economia. Il QE consiste nell’acquisto di obbligazioni di, ad esempio, banche, fondi pensione e compagnie assicurative da parte di una banca centrale. Il grafico mostra che ciò ha contribuito non poco alla crescita monetaria misurata. Il denaro confluito nelle banche tramite la vendita di  obbligazioni  (barre verde chiaro) non viene considerato come ‘moneta sociale’ (ossia moneta circolante nell’economia o M-3). Il denaro del QE versato a fondi pensione e compagnie assicurative e simili (barre azzurro chiaro meno le barre verde verde chiaro) viene invece considerato come parte dell’M-3. Ma i fondi pensione non lo investono in maniera utile. Con quel denaro acquistano soltanto altre obbligazioni e strumenti finanziari. Sarebbe utile se i fondi pensione, di comune accordo con i governi, utilizzassero i fondi del QE per investire in nuove case, ad esempio ad Amsterdam o a Londra. Ma generalmente non lo fanno. Keynes ci aveva visto giusto - non basta prendere in considerazione solo M. E la strategia del QE è sbagliata - o quantomeno per il tipo di QE che abbiamo finora visto. Il QE che conosciamo si potrebbe definire come uno strumento per espandere la massa monetaria nella maniera meno efficiente per influenzare Y. Persino acquistare debiti deteriorati dalle banche (per ridurne il valore) sarebbe stata un’idea migliore.

 

Come leggere il grafico:

 

La linea blu sottile indica la crescita di moneta M-3 Le barre azzurro chiaro rappresentano la quantità di moneta QE che va a fondi pensione, compagnie assicurative e simili, per l’acquisto di obbligazioni esistenti. Le barre verde chiaro sono obbligazioni vendute dalle banche (il denaro confluito nelle banche non è considerato come parte di M-3). Il contributo netto del settore ‘MFI’ (istituzioni finanziarie monetarie, cioè banche e la BCE) alla crescita monetaria dell’Eurozona è dato dalle barre azzurro chiaro meno le barre verdi e viola. È interessante notare che, fino all’inizio del QE, il contributo netto della BCE era negativo! Le ‘attività nette all’estero’ si possono intendere come moneta finita in Svizzera e altri paradisi fiscali.

 

27/07/17

Quantitative Easing, il più grande trasferimento di ricchezza della storia

Il Quantitative Easing, dopo aver fallito tutti i suoi obiettivi dichiarati, sta per essere abbandonato da quasi tutti i paesi del mondo. Un editoriale di RT esamina le conseguenze redistributive degli ultimi cicli di QE nel Regno Unito, in Giappone e nei paesi del Sud del mondo, ed i possibili scenari che si presenteranno dopo l'abbandono di tali politiche.

 

 

 

Di Dan Glazebrook*, 22 luglio 2017

 

Sembra che l’enorme trasferimento di ricchezza verso i ricchi, durato circa un decennio e noto come 'quantitative easing’, stia per volgere al termine. Delle quattro principali banche centrali del mondo - la Federal Reserve americana, la Bank of England, la Banca centrale europea e la Banca del Giappone - due hanno già abbandonato la politica di acquisto di attività finanziarie (la Fed e la BoE), e la BCE intende smettere gli acquisti da dicembre. La Fed dovrebbe infatti iniziare a vendere nei prossimi due mesi i 3500 miliardi di dollari di titoli acquistati in tre cicli di QE.

 

Dal momento che - valutato alla luce degli obiettivi ufficiali - il QE è stato un completo disastro, ciò appare perfettamente sensato. Grazie ad un’”iniezione” di denaro nell’economia, il QE avrebbe dovuto portare le banche a prestare nuovamente, rilanciando gli investimenti e la crescita economica. In realtà, dopo l’introduzione del QE il credito bancario totale nel Regno unito è invece diminuito, e il credito a piccole e medie imprese - responsabili per il 60% dell’occupazione - è in caduta verticale.

 

Come notato da Laith Khalaf, senior analyst presso Hargreaves Lansdown: “Dopo la crisi finanziaria, le banche centrali hanno inondato l’economia globale con denaro a buon mercato, ma la crescita globale è tuttora in una situazione di stallo, in particolare in Europa ed in Giappone, dove sono state prese imponenti misure di stimolo per fronteggiare il problema.”

 

Persino Forbes ammette che il QE ha “in gran parte fallito nel rivitalizzare la crescita economica”.

 

Ciò non sorprende, o quanto meno non dovrebbe. Il QE era destinato fin dall’inizio a mancare i suoi obiettivi dichiarati, perché il motivo per cui le banche non finanziavano investimenti produttivi non era la carenza di denaro - al contrario, già nel 2013, molto prima degli ultimi cicli di QE, le imprese inglesi disponevano di quasi 500 miliardi di riserve liquide - ma piuttosto perché l’economia globale si trovava (e si trova tuttora) in una profonda crisi di sovrapproduzione. In poche parole, i mercati erano (e sono) saturi, e non ha senso investire in un mercato saturo.

 

Per questo motivo, tutto il nuovo denaro creato dal QE ed “iniettato” nelle istituzioni finanziarie - come fondi pensione e compagnie d’assicurazione - non è stato poi investito nelle attività produttive, ma si è invece riversato nei mercati azionari ed immobiliari, gonfiando i prezzi delle azioni e degli immobili, senza generare nulla in termini di ricchezza reale o occupazione.

 

I titolari di beni come azioni e immobili hanno tratto molti vantaggi dal QE, che in UK si stima abbia accresciuto la ricchezza del 5 percento più ricco mediamente di £128,000 a testa.

 

Com’è stato possibile? Da dove è venuta tutta questa nuova ricchezza? Dopo tutto, anche se il denaro - a dispetto degli slogan dei Tory - può essere effettivamente creato “dal nulla”, precisamente come è stato fatto col QE, non è così per la ricchezza reale. Ed il QE non ha prodotto ricchezza reale. Eppure, il 5% più ricco oggi dispone di £128,000 extra da spendere in yacht, ville principesche, diamanti, caviale e così via. Ma da dove viene questo denaro?

 

Semplice. La ricchezza che il QE ha trasferito ai titolari di asset proviene, in primo luogo, direttamente dai salari dei lavoratori. Poiché ha praticamente svalutato la moneta, il QE ha ridotto la capacità d’acquisto del denaro, il che ha causato nei fatti una svalutazione dei salari reali, che in UK sono tuttora del 6% al di sotto dei loro livelli pre-QE. Il denaro sottratto ai salari forma dunque parte di quel dividendo di £128,000. Ma viene anche dagli ultimi arrivati nei mercati gonfiati dal QE - principalmente gli acquirenti di una prima casa e chi è recentemente andato in pensione.

 

Chi oggi acquista una casa (che il QE ha reso molto più cara), ad esempio, dovrà lavorare migliaia di ore in più per pagare un mutuo a prezzi più alti. Sono queste ore in più a creare la ricchezza che sovvenziona le stravaganti spese del 5% più ricco. Ovviamente, questi prezzi immobiliari più alti sono pagati da chiunque acquisti una casa, non solo da chi lo fa per la prima volta - ma per chi è già proprietario il costo aggiuntivo è compensato dall’aumento di prezzo della casa già di proprietà (o delle azioni, per chi è abbastanza ricco da possederne).

 

Un’altra conseguenza del QE è che chi va in pensione adesso è costretto a sovvenzionare il 5% più ricco. I nuovi pensionati usano il loro fondo pensione per acquistare una ‘rendita’ - un pacchetto di titoli azionari fruttiferi che produce reddito. Ma poiché il QE ha causato un’inflazione del prezzo dei titoli, ciò ha ridotto il numero di titoli acquistabili con questo fondo. E dato che all’aumento di prezzo dei titoli non corrisponde un aumento dei dividendi, ciò si traduce in una pensione ridotta.

 

In realtà, la teoria che il QE servisse ad incoraggiare gli investimenti e stimolare l’occupazione e la crescita è sempre stata un artificio fantasioso creato per dissimulare quello che stava realmente accadendo - un colossale trasferimento di ricchezza verso i più ricchi.

 

L’economista Dhaval Joshi faceva notare nel 2011: “La cosa più sconvolgente è che, dopo due anni di apparente ripresa, i lavoratori [inglesi] in realtà guadagnano meno che nel momento più drammatico della recessione. Salari e stipendi reali sono calati di £4 miliardi. I profitti sono aumentati di £11 miliardi. I benefici della ripresa sono stati distribuiti nel modo più iniquo possibile.”

 

Nel marzo di quest’anno il Financial Times riportava che, nonostante il PIL della Gran Bretagna sia ritornato ai livelli pre-crisi già dal 2014, i salari reali sono ancora più bassi del 10% rispetto al 2008. “La contrazione dei salari reali in UK si è arrestata nel 2015“ aggiungeva, “ma ciò non è destinato a durare”.

 

Così è stato. Nello stesso mese di pubblicazione di quell’articolo, i salari reali hanno iniziato nuovamente a scendere, e sono da allora in costante diminuzione.

 

Lo stesso è successo in Giappone, dove, secondo Forbes, “il reddito delle famiglie si è effettivamente ridotto dopo l’introduzione del QE”.

 

Il QE ha sortito un effetto simile nei paesi del sud del mondo: aumentare la ricchezza dei detentori di asset a spese di chi non ne ha. Così come l’afflusso di nuovo denaro crea bolle nei mercati immobiliari e finanziari, allo stesso modo crea una bolla nei prezzi delle materie prime, dovuta ad esempio alla corsa degli speculatori all’acquisto di quote di petrolio e di materie prime alimentari. Per alcuni paesi produttori di petrolio ciò ha comportato effetti positivi, con la messa a disposizione di denaro inatteso da investire in programmi sociali, come inizialmente è accaduto nel caso di Venezuela, Libia ed Iran. In tutti e tre i casi, le forze imperialiste sono state costrette a ricorrere a vari livelli di intervento militare per contrastare queste conseguenze indesiderate. Ma l’aumento del prezzo del petrolio è certamente deleterio per paesi che non ne producono - e qualsiasi aumento dei prezzi alimentari è sempre devastante.

 

Nel 2011 il Daily Telegraph sottolineavala correlazione tra i prezzi alimentari e gli acquisti da parte della Fed di titoli di stato americani (ossia, programmi di quantitative easing)...Si può notare come l’indice dei prezzi alimentari si è pressoché stabilizzato tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, ed è poi nuovamente salito a partire dalla metà del 2010 dopo il nuovo avvio del quantitative easing...con un aumento dei prezzi di circa il 40% durante un periodo di tempo di otto mesi.”

 

L’aumento dei prezzi ha spinto 44 milioni di persone in povertà nel solo 2010 - il Telegraph riteneva che ciò stesse alla base del malcontento manifestato nelle cosiddette Primavere Arabe. Robert Zoellick, ex-presidente della Banca Mondiale, all’epoca commentava: “L’inflazione dei prezzi alimentari è oggi la più grave minaccia incombente sui poveri del mondo...basta un episodio di maltempo estremo per finire nel baratro.”

 

Sono questi i costi del quantitative easing.

 

I paesi BRICS erano anche critici nei confronti del QE per un altro motivo: lo consideravano un metodo subdolo di svalutazione competitiva. Riducendo artificialmente il valore delle loro monete, la “triade imperiale” USA, EU e Giappone causavano a tutti gli effetti un apprezzamento delle valute di tutti gli altri paesi, danneggiando così le loro esportazioni. Nel 2015 Forbes scriveva, “Gli effetti si iniziano già a sentire anche nei paesi esportatori più dinamici al mondo, nell’est asiatico. Le loro esportazioni in dollari americani hanno subito una drammatica variazione, da una crescita annua del 10% ad una contrazione del 12% nella prima metà di quest’anno, e questi risultati  non cambiano, che si tenga conto o no della Cina.

 

Il vantaggio principale del QE per i paesi in via di sviluppo avrebbe dovuto essere l’enorme afflusso di capitali da esso innescato. Si stima che circa il 40% del denaro generato dalla prima espansione di credito QE della Fed (‘QE1’) si è spostato all’estero - in particolare nei cosiddetti ‘mercati emergenti’ del sud del mondo - e circa un terzo durante il QE2. Tuttavia, contrariamente alle apparenze questo non è necessariamente un vantaggio. Gran parte del denaro, come si è visto, è stato utilizzato per acquistare scorte di materie prime (rendendo così beni essenziali come il cibo esorbitanti per i poveri) invece di essere investito in attività di produzione, ed un’altra buona parte è servita per acquistare scorte valutarie, causando ancora una volta un apprezzamento nocivo alle esportazioni. Per di più, un afflusso di ‘hot money’ (capitali speculativi erranti, in contrapposizione al capitale per gli investimenti di lungo termine) accentua la volatilità e vulnerabilità delle valute in caso, ad esempio, di aumenti dei tassi esteri.

 

Se, ad esempio, i tassi d’interesse dovessero nuovamente salire in USA ed in Europa, ciò rischierebbe di scatenare una fuga di capitali dai mercati emergenti, che potrebbe innescare un tracollo valutario. Fu infatti proprio un afflusso di ‘hot money’ nei mercati valutari asiatici, molto simile a quello visto durante il QE, a precedere la crisi valutaria asiatica del 1997.

 

La prossima fine del QE, con il conseguente innalzamento dei tassi d’interesse, rischia di riproporre proprio questa vulnerabilità come una possibilità - se non addirittura come un’opportunità speculativa.

 

 

 

*Dan Glazebrook è un giornalista politico freelance che collabora, fra gli altri, con RT, Counterpunch, Z magazine, il Morning Star, il Guardian, il New Statesman, l’Independent e Middle East Eye. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis” è edito da Liberation Media nell’ottobre 2013. Include una collezione di articoli a partire dal 2009, che esaminano i legami tra la crisi economica, l’ascesa dei BRICS, la guerra in Libia e Siria e l’”austerità”. Attualmente conduce ricerche per un libro sull’impiego di squadroni della morte contro stati sovrani e movimenti politici, dall’Irlanda del Nord e dall’America Centrale negli anni ‘70 e ‘80 fino al Medio Oriente e all’Africa di oggi.

09/10/14

L’ammissione shock di Deutsche Bank: l'Euroeccesso è il modello per la previsione del trend globale

Zerohedge segnala un importante report di George Saravelos di Deutsche Bank  che lancia il modello dell' "Euroeccesso" come base per la previsione delle tendenze dell'economia globale nel prossimo futuro: il gigantesco avanzo delle partite correnti dell'Eurozona associato alla mancanza di domanda interna comporterà un enorme deflusso di capitali dall'Europa, e il QE non servirà a niente se non a rinforzare questo squilibrio globale.  
          

Via George Saravelos di Deutsche Bank:

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Euroeccesso: una nuova fase di squilibri globali

 Questo report sostiene che sia la “stagnazione secolare” che la “normalizzazione” sono modelli incompleti per comprendere il mondo post-crisi finanziaria. Invece, l’“Euroeccesso” – gli squilibri globali creati dall’enorme avanzo delle partite correnti dell’eurozona – sarà l’elemento chiave del resto di questo decennio.

05/09/14

Telegraph : Il piano della BCE non farà alcuna differenza.

 Il commento di Ambrose Evans Pritchard del Telegraph sulla notizia finanziaria del giorno, il quantitative easing "light" della BCE per uscire dalla crisi: misure tardive, non arrivano al punto, e non faranno la differenza.



04 Settembre 2014
Gli analisti mettono in guardia sul piano radicale della Banca centrale per svalutare l'euro: non farà differenza.
 
In un tentativo radicale di svalutare l'euro, la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di interesse di gran lunga sotto lo zero,  e ha promesso un blitz di acquisti di obbligazioni private per portare l'eurozona fuori dalla crisi, ma per evitare il conflitto con Germania non è arrivata a un vero e proprio quantitative easing.

29/08/14

"Stampare meno, Trasferire di più" - Seconda parte

La seconda parte dello studio di Foreign Affairs sul "Quantitative Easing per il Popolo",  una sorta di nuova versione delle politiche economiche Keynesiane. 
Qui la Prima parte

 

DISTRIBUIRE DEL CASH
Utilizzando dei trasferimenti in denaro, le banche centrali potrebbero aumentare la spesa senza assumersi i rischi di mantenere i tassi di interesse bassi. Ma i trasferimenti affronterebbero solo marginalmente la crescente disparità di reddito, un'altra grave minaccia per la crescita economica nel lungo periodo. Negli ultimi tre decenni, il salario del 40 per cento più povero dei percettori di reddito nei paesi sviluppati è rimasto stazionario, mentre i lavoratori del top dipendenti hanno visto i loro redditi crescere di molto. La Banca d'Inghilterra stima che il cinque per cento più ricco delle famiglie britanniche ora possiede il 40 per cento della ricchezza totale del Regno Unito - un fenomeno ormai comune in tutto il mondo sviluppato.

28/08/14

"Stampare meno, Trasferire di più" - Prima parte

Dalla rivista online Foreign Affairs, un interessante studio sul "Quantitative Easing per il Popolo", di cui si è già parlato,  in cui la politica monetaria  si mette al servizio della politica di bilancio, per rilanciare con forza l'economia reale. (senza dimenticare che nell'eurozona il mantenimento della moneta unica impedisce di combattere davvero l'austerità)
Qui la seconda parte


di  Mark Blyth and Eric Lonergan

Perchè le banche centrali dovrebbero dare i soldi direttamente ai cittadini.
Nei decenni seguenti la II guerra mondiale, l’economia giapponese crebbe così rapidamente e per così tanto tempo che gli esperti dissero che il fenomeno era a dir poco miracoloso. Durante l’ultimo grande boom del paese, tra il 1986 e il 1991, la sua economia crebbe di quasi 1000 miliardi di dollari. Ma poi, in un modo che oggi suona molto familiare, scoppiò la bolla degli asset giapponesi, e i suoi mercati sprofondarono. Il debito pubblico esplose, e la crescita annua rallentò a meno dell’1%. Nel 1998, l'economia si stava contraendo.

22/07/14

Il Governatore della Banca dei Regolamenti Internazionali Teme una Nuova Lehman a Causa del Sovraindebitamento Globale

Ambrose EP dal Telegraph  riporta un'intervista al direttore della BRI, la banca delle banche centrali, che si sta preparando al prossimo aumento dei tassi di interesse: dopo aver indotto un enorme indebitamento a livello globale, è ora di tirare la rete! 
(Grazie per la segnalazione a Roberto Nardella)



Jaime Caruana dice che gli investitori a caccia di rendimenti stanno ignorando la prospettiva di un aumento dei tassi di interesse.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha avvertito che l'economia mondiale oggi è vulnerabile a una crisi finanziaria come lo era nel 2007, con l'ulteriore rischio che i rapporti di debito sono ora molto più alti e anche i mercati emergenti sono stati coinvolti.

02/06/14

Il Riequilibrio Asimmetrico tra Cina e USA

Su Project Syndicate, Stephen S. Roach* descrive le differenti risposte di Cina e USA alla crisi: la Cina si sta spostando verso il sostegno della domanda interna, mentre gli Stati Uniti rimangono incastrati nella trappola della politica monetaria espansiva e delle politiche supply-side.
La conseguenza sarà un riequilibrio asimmetrico, in cui gli USA dovranno svalutare il dollaro, per attirare il credito estero dovranno alzare i tassi di interesse,  e lasciar correre l'inflazione. Aumentando la propria instabilità.



E' difficile resistere alla tentazione di estrapolare i dati. Il trend esercita una forte influenza su mercati, politici, famiglie e imprese. Ma gli osservatori più acuti comprendono i limiti del pensiero lineare, perché sanno che le linee si piegano, e talvolta addirittura si spezzano. Questo è il caso nel valutare due fattori chiave che oggi modellano l'economia globale: i rischi associati alla strategia della politica americana e allo stato dell'economia cinese.

01/06/14

Telegraph: la ripresa americana sta già svanendo?

Ambrose Evans Pritchard in un nuovo articolo sul Telegraph commenta la deludenti prestazioni dell'economia USA nel primo trimestre 2014. E avverte che la debole ripresa americana rischia di "morire di vecchiaia" molto giovane, con la Fed che potrebbe essere costretta a rivedere il tapering.
Noi sappiamo che fino a che si agirà solo dal lato dell'offerta, le politiche monetarie non potranno contrastare la crisi di domanda, costringendo l'economia mondiale in una trappola "giapponese" di bassa inflazione, bassi tassi di interesse e bassa crescita.



L'economia americana ha registrato una forte contrazione nel primo trimestre e i rendimenti obbligazionari sono in calo al ritmo più veloce da due anni a questa parte, segno che il tapering della Federal Reserve sta mordendo più del previsto. 
Questa frenata si presenta mentre un indicatore chiave della massa monetaria negli USA lancia avvisi di rallentamento, anche se il quadro resta confuso dopo le condizioni meteorologiche estreme dello scorso inverno. 

08/05/14

Economonitor: Il Patto tra Draghi e Renzi

Da Economonitor Edward Hugh conferma la vera missione di Renzi:  svendere l'Italia e gli Italiani in cambio del sostegno di Draghi ad un allentamento del deficit di bilancio. Sostegno che sarebbe semplicemente un preciso dovere di una Banca Centrale.  In che mani siamo.



Potrebbe un intervento di QE di Mario Draghi della BCE Aiutare Forse Matteo Renzi ad Aumentare il Deficit italiano?

Che titolo contorto! Eppure, la mancanza di eleganza formale potrebbe essere compensata dalla sua pienezza di significato. L'obiettivo del titolo di cui sopra è quello di collegare due nomi nella mente delle persone, entrambi italiani: Mario Draghi e Matteo Renzi. L'idea non è originale, Peter Spiegel del FT ha pubblicato di recente un intero post sul suo blog ( Does Renzi owe his job to Draghi?), in cui cerca di stabilire una sorta di collegamento tra l'entrata in carica in Italia di Matteo Renzi e la recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca. [...] Il fatto che Matteo Renzi abbia assunto il timone del governo in Italia poco tempo dopo che la Corte costituzionale tedesca si è pronunciata sul programma Outright Monetary Transactions (OMT) della BCE, potenzialmente ha un significato reale.

04/05/14

Feldstein: Il Quantitative Easing non servirebbe per un Euro più debole

Martin Feldstein, che già nel 1997 sosteneva che l'euro avrebbe aumentato la conflittualità in Europa, su Project Syndicate analizza le opzioni a disposizione della BCE per evitare la deflazione nell'eurozona. La conclusione è che il Quantitative Easing non funzionerebbe, ma occorrerebbero degli interventi diretti sul mercato delle valute per svalutare l'euro (senza risolvere gli squilibri interni all'eurozona, naturalmente!). 
Se non stessimo vivendo la peggiore catastrofe europea del secondo dopoguerra (come vocidallestero documenta quotidianamente), potremmo apprezzare l'ironia del fatto che l'unico modo per tenere a galla l'economia europea è quella che gli apologeti del "vincolismo" definiscono l' "ingloriosa" svalutazione con i suoi "effetti tossici", per sbarazzarci della quale abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria.


Nonostante la recente ripresa in alcuni dei suoi paesi membri, l'economia della zona euro rimane in stasi, con il tasso complessivo di crescita annuale del PIL che quest'anno rischia di essere solo di poco superiore all'1%. Anche il tasso di crescita della Germania è inferiore al 2%, mentre il PIL è ancora in calo in Francia, Italia e Spagna. E questo lento tasso di crescita ha mantenuto il tasso di disoccupazione totale della zona euro ad un penosamente alto 12%. 

29/03/14

Telegraph: La Fed diventa keynesiana, elogia la Cina e ridimensiona il QE occidentale

Con un certo distacco, Ambrose Evans Pritchard dal Telegraph riporta di un recente paper della Fed di Saint Louis che elogia i meriti della politica fiscale nel risolvere le depressioni e ridimensiona gli effetti del Quantitative Easing, prendendo ad esempio niente di meno che... la Cina! (segnalazione di Roberto Nardella).  



di Ambrose Evans Pritchard - Non ci posso credere. La Federal Reserve di St Louis - l'ultimo baluardo dell'ortodossia monetaria nella famiglia della Fed - ha appena pubblicato un documento che ritiene sostanzialmente inutile l'allentamento quantitativo.  John Maynard Keynes aveva ragione su tutta la linea.


Il working paper di Yi Wen e Jing Wu cita la Cina come il più clamoroso successo del post-Lehman – niente di meno che "un risultato da sogno" - mentre l'Occidente e gli altri Brics hanno implementato gli strumenti sbagliati, dimenticando la lezione degli anni '30, e non sono riusciti a riprendersi completamente dalla crisi. Potrebbe essere stato scritto da Paul Krugman (be', quasi).


28/03/14

Perché la BCE non farà il QE

Dal Blog di Frances Coppola...a volte un'immagine vale più di tante parole

Perché la BCE non farà il QE.... 
...Né qualsiasi altra cosa, se è per quello (ma probabilmente ne parleranno).


Con previsioni come queste, che bisogno c'è?

H/t Frederick Ducrozet (@fwred on Twitter)

12/03/14

Alto Istituto tedesco chiede un blitz di QE per scongiurare la trappola della deflazione

Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph riporta che l’istituto tedesco DIW ha improvvisamente aperto all’ipotesi di un QE europeo per scongiurare la deflazione, sconfessando così le parole tranquillizzanti di Mario Draghi... (Ma in realtà noi sappiamo che da un lato la BCE da sola non basta, e dall'altro le politiche fiscali espansive sono incompatibili con l'euro)


Il capo dell'Istituto tedesco per la Ricerca Economica chiede 60 miliardi di € di acquisti di bond al mese per arrestare la contrazione del credito e scongiurare la trappola in stile giapponese.
Un alto organismo tedesco richiede un vero e proprio Quantitative Easing alla BCE per scongiurare la spirale deflattiva, segnando un cambiamento radicale nelle linee di pensiero delle élite tedesche.

27/11/13

Evans-Pritchard: Si sentono voci di rivoluzione nell'aria

Evans-Pritchard sul Telegraph ci parla di uno dei più inquietanti fenomeni degli ultimi quasi tre decenni: l'inesorabile caduta della quota salari e l'impennata della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza in tutto il mondo. Questa situazione ha generato una crescita squilibrata e infine insostenibile. Per uscirne è necessario un deciso e coraggioso intervento dello Stato.
E non c'è bisogno di inventare niente: il passato ci insegna già cosa fare.

L'attore Russell Brand ha suscitato dibattito parlando di rivoluzione e del fallimento della democrazia e del voto.
20 Nov 2013, 11:00

Russell Brand ha più ragione che torto. Tensioni pre-rivoluzionarie stanno covando in mezzo mondo: più apertamente in Francia e in Italia, meno apertamente in Russia e Cina.

Il coefficiente di Gini, un indice della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, è in aumento da 25 anni quasi ovunque, grazie alla struttura deformata della globalizzazione.

25/11/13

La Germania sarà la prima a uscire dall'euro

Da économie-matin.fr un articolo che  delinea lo scontro in atto all'interno della BCE: alla fine, può anche essere che sarà il falco tedesco a farci il favore di uscire, costretta dalle colombe che vogliono imporre il Quantitative Easing per mantenere la moneta unica...

 
I rimproveri della UE sulle eccedenze tedesche che superano il 6% del PIL potrebbero convincere la Germania a uscire dall'eurozona.  cc/flickr/ILRI
 
Sicuramente avete avuto notizia dell'apertura di un'inchiesta da parte della Commissione europea, non contro la Francia e il suo deficit eccessivo, ma contro la Germania e i suoi avanzi abusivi!

Un mondo alla rovescia, dove il bravo studente viene sanzionato dal maestro perché fa venire dei complessi ai somari della classe, e Dio sa quanti ce n'è!

11/10/13

Sul Triplo Mandato della Fed

Some people seem surprised by Janet Yellen’s comments that give the appearance that she adheres to a triple mandate:
Read more at http://pragcap.com/about-the-feds-triple-mandate#oyubq7KJ7vOzrxvu.99
Pragmatic Capitalism di Cullen Roche riporta un passaggio del discorso della Yellen in cui l'obiettivo di stabilizzare il sistema finanziario è posto in maniera esplicita. Del resto, anche Stiglitz raccomanda esattamente la stessa cosa.



Alcuni sono rimasti sorpresi dal discorso della Yellen, dal quale si evince che ella aderisce all'idea di un triplo mandato della Fed: 

"Mi impegno a dare il massimo per mantenere fede alla promessa e rispondere alla grande responsabilità che il Congresso ha affidato alla Federal Reserve - di promuovere la massima occupazione, la stabilità dei prezzi, e un sistema finanziario forte e stabile."