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15/04/20

Un confronto tra Italia e Olanda sulla responsabilità fiscale

Una discussione su Twitter dell'economista Alexandre Afonso, professore di politica economica all'Università di Leiden in Olanda, documenta con una significativa serie di grafici come la gestione della finanza pubblica italiana non sia stata affatto più "dissoluta" che in Olanda, anzi il contrario.  Oltre ai ben noti effetti perversi delle esagerate politiche di austerità adottate in Italia, Afonso mette in luce anche il paradosso insito nella Eurozona già evidenziato da De Grauwe, per cui sono proprio i paesi del Nord ad avvantaggiarsi della crisi di fiducia dei mercati nei confronti dei paesi periferici. 

di Alexandre Afonso, 9 Aprile 2020

traduzione di Gilberto Trombetta


Dal 1995 l'Italia non ha mai avuto un bilancio in pareggio. Anche i Paesi Bassi hanno registrato deficit per la maggior parte degli anni, ma in generale un po' più bassi e con sporadici surplus (Eurostat).


28/05/17

Foreign Policy: la Germania sta costruendo un esercito europeo sotto il suo comando

Dal crollo del Muro di Berlino, venuta meno la minaccia sovietica, le forze armate tedesche sono state costantemente ridimensionate in numero e investimenti, tanto che nel 2014 un'indagine parlamentare ne denunciava la scarsa operatività. Ma, diventata il nuovo egemone europeo grazie alla crisi dell'euro e spronata dagli alleati, USA inclusi, ad assumere un maggiore ruolo militare, negli ultimi anni la Germania ha aumentato gli investimenti nella difesa e, per accelerare il recupero delle capacità militari, grazie ad una propria iniziativa all'interno della NATO, ha iniziato a integrare nel proprio esercito alcune divisioni di paesi alleati satelliti, con rapporto di mutuo beneficio per i partecipanti. Così, mentre a Berlino si discute anche della possibilità di dotarsi dell'atomica, silenziosamente la Germania sta costruendo il potenziale nucleo di una futura forza armata dell'Unione Europea, ovviamente sotto il suo comando. Da Foreign Policy.

 

di Elisabeth Braw, 22 maggio 2017

Ogni pochi anni, l'idea di un esercito dell'UE torna a farsi strada tra le notizie, facendo molto rumore. Per alcuni è un'idea fantastica, per altri un incubo: per ogni federalista di Bruxelles convinto che una forza di difesa comune sia ciò che serve all'Europa per rilanciare la sua posizione nel mondo, ci sono quelli, a Londra e altrove, che inorridiscono all'idea di un potenziale rivale della NATO.

Ma quest'anno, lontano dall'attenzione dei media, la Germania e due dei suoi alleati europei, la Repubblica Ceca e la Romania, hanno silenziosamente fatto un passo  avanti radicale verso un qualcosa che assomiglia ad un esercito UE, evitando le complicazioni politiche che questo passo comporta: hanno annunciato l'integrazione delle loro forze armate.

L'intero esercito della Romania non si unirà alla Bundeswehr, né le forze armate ceche diventeranno una semplice divisione tedesca. Ma nei prossimi mesi, ciascun paese integrerà una brigata nelle forze armate tedesche: l'81a Brigata Meccanizzata della Romania si unirà alla Divisione delle Forze di Risposta Rapida della Bundeswehr, mentre la 4a Brigata di Dispiegamento Rapido della Repubblica Ceca, che ha servito in Afghanistan e in Kosovo ed è considerata la punta di lancia dell'esercito ceco, diventerà parte della Decima Divisione Blindata tedesca. Così facendo, seguiranno le orme di due brigate olandesi, una delle quali è già entrata a far parte della Divisione delle Forze di Risposta Rapida mentre l'altra è stata integrata nella Prima Divisione Blindata della Bundeswehr. Secondo Carlo Masala, professore di politica internazionale presso l'Università della Bundeswehr a Monaco di Baviera, "il governo tedesco si sta dimostrando disposto a procedere verso l'integrazione militare europea" - anche se altri paesi del continente ancora non lo sono.

Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha ripetutamente ventilato l'idea di un esercito dell'Unione europea, solo per ricevere in risposta derisione o un imbarazzato silenzio. È così anche adesso che l'UK, eterno nemico dell'idea, sta uscendo dall'unione. C'è poco accordo tra i rimanenti Stati membri su come dovrebbe essere organizzata esattamente una simile forza ed a quali  competenze le forze armate nazionali dovrebbero conseguentemente rinunciare. E così il progresso è stato lento. A marzo di quest'anno, l'Unione europea ha creato un quartier generale militare congiunto - ma ha soltanto la responsabilità dell'addestramento delle missioni in Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana e ha un magro personale di 30 unità. Sono state progettate anche altre forze multinazionali, come il Gruppo da Battaglia del Nord, una piccola forza di reazione rapida di 2.400 militari formata dagli Stati baltici, da diversi paesi nordici e dai Paesi Bassi, e la Forza Congiunta di Spedizione della Gran Bretagna, una "mini NATO" i cui membri includono gli Stati baltici, la Svezia e la Finlandia. Ma in assenza di adeguate opportunità di schieramento, questi gruppi operativi potrebbero anche non esistere.

Tuttavia sotto la blanda etichetta del Framework Nations Concept, la Germania ha lavorato a qualcosa di molto più ambizioso: la creazione di quella che sostanzialmente è una rete di mini-eserciti europei, guidata dalla Bundeswehr. "L'iniziativa è scaturita dalla debolezza della Bundeswehr", ha dichiarato Justyna Gotkowska, analista di sicurezza dell'Europa settentrionale presso il think tank polacco Centro per gli Studi Orientali. "I tedeschi hanno capito che la Bundeswehr doveva colmare le lacune delle sue forze terrestri ... per guadagnare influenza politica e militare all'interno della NATO". Un aiuto da parte dei partner potrebbe essere la carta migliore a disposizione della Germania per rinforzare rapidamente il suo esercito - e i mini-eserciti a guida tedesca potrebbero essere l'opzione più realistica per l'Europa, se deve considerare seriamente la sicurezza comune. "È un tentativo per impedire che la sicurezza comune europea fallisca completamente", ha detto Masala.

"Lacune" della Bundeswehr è un eufemismo. Nel 1989, il governo della Germania Occidentale spendeva il 2,7% del PIL per la difesa, ma nel 2000 questa spesa era scesa all'1,4%, dove è rimasta per anni. Infatti, tra il 2013 e il 2016, la spesa per la difesa è rimasta bloccata all'1,2% - lontano dal livello di riferimento del 2% della NATO. In un rapporto del 2014 al Bundestag, il Parlamento tedesco, gli ispettori generali della Bundeswehr hanno presentato un quadro imbarazzante: la maggior parte degli elicotteri della Marina non funzionava e dei 64 elicotteri dell'esercito solo 18 erano utilizzabili. E mentre la Bundeswehr della Guerra Fredda era composta da 370.000 soldati, la scorsa estate era forte soltanto di 176.015 tra uomini e donne.

Da allora la Bundeswehr è cresciuta a più di 178.000 soldati attivi; l'anno scorso il governo ha aumentato i finanziamenti del 4,2%, e quest'anno la spesa per la difesa crescerà dell'8%. Ma la Germania è ancora molto lontana dalla Francia e dall'UK come forza militare. E l'aumento della spesa per la difesa non è immune da polemiche in Germania, dato che il paese è consapevole della propria storia come potenza militare. Il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha recentemente affermato che è "completamente irrealistico" pensare che la Germania raggiunga il riferimento di spesa per la difesa della NATO del 2% del PIL - anche se quasi tutti gli alleati della Germania, dai più piccoli paesi  europei agli Stati Uniti, la stanno sollecitando ad avere un ruolo militare più importante nel mondo.

La Germania può non avere ancora la volontà politica di espandere le sue forze militari alle dimensioni che molti sperano - ma ciò che ha avuto dal 2013 è il Framework Nations Concept. Per la Germania, l'idea è di condividere le sue risorse con i paesi più piccoli in cambio dell'uso delle loro truppe. Per questi paesi più piccoli, l'iniziativa è un modo per far sì che la Germania sia più coinvolta nella sicurezza europea, evitando la difficile politica dell'espansione militare tedesca. "È un passo verso una maggiore indipendenza militare europea", ha detto Masala. "L'UK e la Francia non sono disposte a prendere la guida della sicurezza europea" - l' UK è in un via di collisione con i suoi alleati dell'UE, mentre la Francia, un peso massimo militare, ha spesso mostrato riluttanza verso le operazioni multinazionali della NATO. "Resta solo la Germania", ha detto. Operativamente, le risultanti unità bi-nazionali sono maggiormente dispiegabili perché sono permanenti (la maggior parte delle unità multinazionali fino ad ora sono state temporanee). Questo amplifica in modo determinante il potere militare dei paesi partner. E se la Germania decidesse di schierare un'unità integrata, potrebbe farlo solo con il consenso del partner minoritario.

Naturalmente, dal 1945 la Germania è stata straordinariamente riluttante a dispiegare il suo esercito all'estero, addirittura  fino al 1990 ha vietato alla Bundeswehr di schierarsi fuori dai confini. In effetti, i partner minoritari - e quelli potenziali - sperano che il Framework Nations Concept farà assumere alla Germania più responsabilità nella sicurezza europea. Finora, la Germania e i suoi mini-eserciti multinazionali non sono altro che delle iniziative su piccola scala, ben lontane da un vero esercito europeo. Ma è probabile che l'iniziativa cresca. I partner della Germania hanno sfruttato i vantaggi pratici dell'integrazione: per la Romania e la Repubblica Ceca, significa portare le proprie truppe allo stesso livello di addestramento delle forze tedesche; per i Paesi Bassi, ha significato riconquistare competenze coi carri armati (gli olandesi avevano venduto l'ultimo dei loro carri armati nel 2011, ma le truppe della 43a Brigata Meccanizzata, che sono in parte acquartierate con la Prima Divisione Blindata nella città tedesca occidentale di Oldenburg, ora guidano i carri armati tedeschi e potrebbero utilizzarli se schierati con il resto dell'esercito olandese). Il colonnello Anthony Leuvering, comandante della 43a Meccanizzata di base a Oldenburg, mi ha detto che l'integrazione ha avuto veramente pochi intoppi: "La Bundeswehr ha circa 180.000 unità, ma i tedeschi non ci trattano come l'ultima ruota del carro". Si aspetta che altri paesi si uniscano all'iniziativa: "Molti, molti paesi vogliono collaborare con la Bundeswehr". La Bundeswehr, a sua volta, ha in mente un elenco di partner secondari, ha dichiarato Robin Allers, un professore tedesco, associato presso l'Istituto norvegese per gli Studi sulla Difesa, che ha visto l'elenco dell'esercito tedesco. Secondo Masala, i paesi scandinavi, che già utilizzano una grande quantità di apparecchiature tedesche, sarebbero i migliori candidati per il prossimo ciclo di integrazione nella Bundeswehr.

Finora, l'approccio empirico di basso profilo del Framework Nations Concept è andato a vantaggio delle Germania; poche persone in Europa hanno obiettato all'integrazione di unità olandesi o rumene con le divisioni tedesche, in parte perché potrebbero non averla notata. E' meno chiaro se ci saranno ripercussioni politiche nel caso in cui  più nazioni dovessero unirsi all'iniziativa.

Al di fuori della politica, il vero test sul valore del Framework Nations Concept sarà il successo in combattimento delle unità integrate. Ma la parte più complessa dell'integrazione, sul campo di battaglia e fuori, potrebbe rivelarsi la ricerca di una  lingua franca. Le truppe dovrebbero imparare le lingue gli uni degli altri? O il partner minoritario dovrebbe parlare tedesco? Il Colonello Leuvering, olandese di lingua tedesca, riferisce che la divisione bi-nazionale di Oldenburg si sta orientando verso l'uso dell'inglese.

11/05/17

Olanda: un deputato chiede a Draghi la restituzione di 100 miliardi di euro in caso Nexit

Come riporta Express, un deputato olandese smaschera i bluff di Draghi utilizzando la sua stessa logica. Allo stesso modo in cui Draghi ha sostenuto che l'Italia dovrebbe “saldare i debiti” in caso di uscita dall’eurozona, così l’olandese fa notare che, simmetricamente, se l’Olanda dovesse uscire dovrebbe poter riavere indietro i suoi crediti. Ovviamente Draghi non ha potuto confermare il ragionamento: la creazione di un incentivo all’uscita sarebbe un rischio troppo grande. Il re però è nudo, ed è sempre più difficile tenerlo nascosto.

19/03/17

ZH: in Europa i vincitori sono i perdenti e la sinistra è destra

Su Zerohedge, un'analisi delle elezioni olandesi, in linea con quella del professor Ellman, traccia un parallelo tra Wilders e la Le Pen. Sbaglia chi crede che quanto accaduto in Olanda si ripeterà in Francia: diverse le culture, i sistemi politici, lo spessore dei leader dei partiti anti-sistema e dei loro opponenti; a differenza di Wilders, il programma della Le Pen è ampio e dettagliato, ingloba politiche sociali di sinistra, e lei stessa è figura ben più preparata e accorta, con avversari politici tutti azzoppati. Inoltre, la Francia, a differenza dell'Olanda, sconta decenni di politiche fallimentari sull'immigrazione e una crisi economica acutissima, che rendono la situazione sociale esplosiva.

di Raul Ilargi Meijer, 17 marzo 2017

(traduzione a cura di @Malk_klaM)

Le elezioni olandesi di mercoledì scorso ci hanno fornito moltissimi discorsi Orwelliani. Il partito di destra del primo ministro Mark Rutte (il VVD), in realtà “Il Partito degli Affari”, o per meglio dire “il partito di chi cerca una rendita”, ha perso qualcosa come il 20% dei seggi che aveva ottenuto nelle precedenti elezioni generali nel novembre 2012, passando da 41 a 33 seggi, ed è stato dichiarato il grande vincitore. Al contrario, il PVV, il partito di estrema destra di Geert Wilders, ha ottenuto il 25% in più dei seggi, passando da 16 a 20, ed è il grande sconfitto. [...]

L’unica ragione per cui il VVD di Rutte ha finito per essere il partito più grande ha a che fare con Wilders. Le preoccupazioni per queste elezioni avevano tutto a che vedere con i sondaggi. Wilders è tutto il suo partito e ha un solo talento. Se dovesse mai lasciare, il suo partito si dissolverebbe. E il suo unico “messaggio” è che l'Islam è una cosa brutta e dovrebbe sparire prima dall'Olanda e poi dall'Europa. Non ha altri veri punti nel suo programma politico. D'accordo, c'è anche Bruxelles. Non gli piace nemmeno quella.

Forse è per questo che ha cercato di evitare i dibattiti pre-elettorali. Il problema è che questi dibattiti attirano molti telespettatori, e molta pubblicità gratis in TV. A dirla tutta, poiché per molti aspetti Wilders è il vero nemico di se stesso, non sorprende molto che il sostegno a suo favore sia crollato, se volessimo prendere i sondaggisti olandesi più seriamente delle loro controparti americane e britanniche. [...]

Sono degli illusi tutti quelli che nell'esperienza olandese pensano di poter vedere un segno che nelle elezioni di aprile e maggio siano diminuite le probabilità per Marine Le Pen di diventare presidente. A giudicare dalle reazioni nei mercati finanziari, gli illusi sembrano essere molti. Ma la Le Pen è una figura molto meno marginale rispetto a Wilders, e di certo non evita i dibattiti. E’ vero che il suo Front National si regge su di lei, ma la Le Pen ha un programma politico molto più chiaro di Wilders.

E inoltre non ha un avversario politico come Rutte, che in patria è diventato una presenza formidabile, come sarebbe chiunque riuscisse a restare primo ministro per molti anni senza essere messo da parte. Non lo è quello che dovrebbe essere l’avversario principale della Le Pen; Hollande è del tutto fuori gioco, e non osa nemmeno ricandidarsi. Il suo partito socialista è diventato una barzelletta. Il secondo avversario più forte dovrebbe essere Francois Fillon, ma è quasi del tutto sparito da quando è formalmente indagato.

Quindi resta solo Emmanuel Macron, un indipendente senza partito e senza programma. In Francia si può venire eletti anche in queste condizioni, ma poi si finisce per avere le mani legate perché serve un Parlamento per votare le leggi.
..le sfumature del sistema politico francese hanno creato a Macron qualche piccolo problema. Il presidente trae il suo potere dal supporto di una maggioranza nella camera bassa del Parlamento, l'Assemblea Nazionale. Macron è stato ministro nei governi socialisti, ma ha lasciato nel 2016 per formare un suo movimento politico. Ora non ha nemmeno un partito, meno che mai una maggioranza. Sebbene la Costituzione della quinta repubblica francese, creata da Charles De Gaulle nel 1958, abbia allargato i poteri presidenziali, non ha permesso al presidente di governare il Paese.

Sono pochi i poteri presidenziali che non necessitano dell'autorizzazione del primo ministro. Il presidente può nominare un primo ministro, sciogliere l'Assemblea Nazionale, autorizzare un referendum e diventare un “dittatore temporaneo” in circostanze eccezionali, quando la nazione è in pericolo. Inoltre può nominare tre giudici al Consiglio Costituzionale e rinviare qualsiasi legge a questo organo. Sebbene siano tutti compiti importanti, questo non significa governare una nazione, in qualunque modo la si voglia vedere. Il presidente non può suggerire leggi, farle transitare in Parlamento e poi renderle esecutive senza il primo ministro.

Il ruolo del presidente si può definire al meglio come quello di “arbitro”. I poteri presidenziali gli danno la capacità di sovrintendere a certe operazioni e ad agire quando c'è un impedimento al normale funzionamento delle istituzioni. Quindi un presidente può intervenire se sopraggiunge una situazione grave o per sbloccare uno stallo istituzionale tra primo ministro e Parlamento, per esempio annunciando un referendum su una questione in discussione o sciogliendo l'Assemblea Nazionale.

Stando così le cose, perché tutti vedono il presidente come una figura chiave? In poche parole, è perché la Costituzione non è mai stata applicata del tutto. Qui sta la diabolica bellezza della politica francese. Una nazione che sin dalla rivoluzione del 1789 è conosciuta per l'incapacità di raccogliere delle forti maggioranze in Parlamento è stata in grado, dal 1962, di fornire delle maggioranze solide.

Forse quelli che credono che sia probabile che quanto accaduto in Olanda succeda anche in Francia sono influenzati dall'idea che entrambe le nazioni fanno parte della UE. Ma si tratta di nazioni e culture molto diverse, che hanno sistemi politici molto diversi. E la Le Pen non è Wilders. Non dice più assurdità, ha ripulito la sua immagine pubblica sbarazzandosi del padre, e tiene lontano dai riflettori gli altri estremisti che rimangono nel partito.

In Francia c’è ancora molta diffidenza sulla sua figura, ma ci sono anche molte persone che sono d'accordo con lei, con le cose che dice. Probabilmente la dichiarazione più interessante che ha fatto di recente è che si dimetterebbe se dovesse perdere il referendum sull'uscita della Francia dalla UE, referendum che intende indire se dovesse essere eletta presidente. Questo dovrebbe tenere sul chi vive Bruxelles. Marine fa le cose che dice. E potrebbe iniziare a piacere a molti francesi per questo. In un panorama politico in cui gli avversari continuano a darsi la zappa sui piedi.

Un'altra cosa sulla Le Pen è che il suo programma politico contiene alcuni punti che potrebbero essere considerati di sinistra: la settimana lavorativa di 35 ore, il pensionamento a 60 anni, una diminuzione del costo dell'energia. Il fatto è che vuole riservare queste cose ai francesi. Gli stranieri, specialmente i musulmani, non sono invitati. E poi è decisamente contraria al neo-liberalismo e alla globalizzazione:
Ne hanno fatto una ideologia. Un globalismo economico che respinge tutti i limiti, tutte le regolamentazioni della globalizzazione, e che come conseguenza indebolisce le difese immunitarie degli Stati Nazionali, spossessandoli dei loro elementi costitutivi: i confini, la valuta nazionale, l'autorità delle sue leggi e la gestione dell'economia, portando così alla nascita e alla crescita di un altro globalismo: il fondamentalismo islamico.

La popolarità della Le Pen non viene da un razzismo innato e predominante in Francia, anche se di certo almeno in parte esiste. Deriva invece dall'incredibile fallimento delle politiche francesi sull’immigrazione degli ultimi decenni. Nei sobborghi delle principali città si è permessa la formazione di ghetti nei quali le persone che vengono dalle ex-colonie francesi, specialmente dall'Africa, si sentono in trappola, senza possibilità di uscita. I francesi tendono a sentirsi superiori a tutti gli altri, e il sistema politico ha permesso che la situazione sfuggisse completamente di mano.

Ora la Francia, e l'Europa in generale, deve gestire questo pasticcio. Fino ad adesso la principale reazione europea è stata quella di trasformare la Grecia in un campo di prigionia per una nuova ondata di rifugiati e migranti. Naturalmente questo può solo peggiorare le cose. E non risolve nessuno dei problemi esistenti. E questo rende inevitabile l'ascesa di Marine Le Pen.

E anche l'ascesa di Wilders: il suo è diventato il secondo partito in Olanda, perché ha guadagnato il 33% di seggi in più rispetto al 2012, passando da 15 a 20. Questa crescita del 33%, paragonato alla caduta del 20% di Rutte, fa passare Wilders per lo sconfitto, agli occhi di molti, “rincuorati” osservatori.

I vincitori sono gli sconfitti, e come è chiaro dalle politiche sociali della Le Pen per i francesi, nei governi europei di coalizione che comprendono partiti laburisti e di destra, e nella direzione presa dal partito Democratico negli USA, la sinistra è evidentemente la stessa cosa della destra.

Orwell vince sempre. Il prossimo problema è questo: la vera sinistra non è più rappresentata da nessuno.

18/03/17

Un'analisi delle elezioni olandesi: chi ha vinto veramente?

Dal blog dell'economista Domenico Mario Nuti, riportiamo questa analisi del voto olandese di Michael Ellman, docente dell'Università di Amsterdam. Secondo Ellman, le elezioni nei Paesi Bassi sono state una vittoria della politica mainstream, ma per arrivare a questo risultato i partiti tradizionali hanno dovuto far propri i temi del temuto populista Wilders, che è comunque ben lungi dall'aver perso. Il vero sconfitto di queste elezioni è il partito socialdemocratico PvdA (tra le cui file siede il falco Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo), che, punito dai suoi elettori per avere accettato l'austerità ed essere diventato un partito liberale, ha perso oltre il 75% dei propri seggi, confermando che a lungo termine le politiche di destra avvantaggiano solo la destra. In tutto questo, Bruxelles ha ben poco da rallegrarsi, dato che il nuovo governo avrà un'impronta più nazionalista e sarà ostile a qualsiasi progetto di ulteriore integrazione o espansione della UE.

di Mario Nuti, 16 marzo 2017

Le elezioni olandesi del 15 Marzo sono state ampiamente interpretate come una "sonora sconfitta" per il populismo. È molto difficile conciliare questa interpretazione con un governo che perde 37 seggi (dei quali, 8 dei 41 seggi del VVD di Rutte, nonostante si sia spostato verso il programma di Wilders - "Sii normale o vattene" - e 29 dei 38 del Partito Laburista PvdA), ovvero quasi la metà dei suoi precedenti 79 seggi. Rutte avrà bisogno di nuovi alleati per formare un governo. Il Partito di Geert Wilders invece ha guadagnato 5 seggi ed è cresciuto di un terzo diventando il secondo partito olandese. "Tutti sono autorizzati ad avere le proprie opinioni, ma non i propri fatti" (Daniel Patryick Moynihan). Così ho chiesto al professor Michael J. Ellman, dell'Università di Amsterdam, il suo giudizio sul risultato. Di seguito c'è la sua risposta, che trovo particolarmente illuminante, e che ho il permesso di riprodurre come post ospite su questo blog, cosa di cui lo ringrazio molto.

Da Michael Ellman (16 marzo 2017)

Di seguito ti riporto quel che mi sembra, con il caveat che al momento abbiamo solo risultati preliminari e che quelli definitivi potrebbero essere piuttosto differenti.

  1. L'affluenza è cresciuta significativamente. Questo indica che in aggiunta alle persone che usualmente votano, hanno votato altre persone che volevano fortemente esprimere la loro disapprovazione per le politiche della coalizione al governo e altre ancora che volevano far sentire forte la loro paura nei confronti di Wilders.

  2.  La coalizione che ha governato dalle ultime elezioni (nel 2012) ha perso male. Sono precipitati da una maggioranza (79 su 150 seggi al Parlamento) ad una minoranza di soli 42 seggi. Questo indica che la maggioranza della popolazione rigetta le politiche degli ultimi quattro anni (ortodossia fiscale/austerità).

  3. Il principale sconfitto è il tradizionale Partito socialdemocratico, il Partito laburista o PvdA dalle sue iniziali in olandese. Questo partito ha giocato un ruolo maggiore nella politica olandese fin dal 1945 ma se l'è passata terribilmente male in queste ultime elezioni. Penso che la ragione principale sia il fatto che il PvdA era il partito minore nella coalizione e ha accettato l'ortodossia fiscale/austerità che ha colpito molti dei suoi elettori tradizionali, che hanno votato altrove per esprimere la propria insoddisfazione. Da molti anni il PvdA è diventato un partito del tipo "New Labour" e non è una casa per le vittime della globalizzazione. Questo non ha fatto piacere ai suoi elettori tradizionali. Culturalmente, il partito inoltre è liberale, cosa che non è gradita a molti dei suoi sostenitori storici.

  4. Il primo ministro Rutte può sentirsi soddisfatto di se stesso. Anche se la coalizione che guidava ha perso malamente, il suo partito non se l'è passata così male, perdendo soltanto un quinto dei suoi elettori e diventando di gran lunga il partito più grande (alle ultime elezioni era soltanto poco davanti al partito Socialdemocratico). Per di più, molti dei voti persi sono andati ai Cristiano Democratici che sono ideologicamente vicini al suo partito. Inoltre, il partito di Rutte ha fatto sostanzialmente meglio del partito di Wilders. Il risultato è che il partito di Rutte giocherà un ruolo predominante nelle negoziazioni per formare la nuova coalzione.

  5. I partiti mainstream hanno vinto i due terzi (102) dei seggi. Questo indica che la politica e la società olandesi sono abbastanza stabili. Le negoziazioni per la coalizione potrebbero tranquillamente prendere qualche settimana (è abbastanza normale), ma il governo che ne risulterà sarà un governo mainstream.

  6. L'elezione è stata combattuta per lo più sul terreno culturale/identitario. I temi economici tradizionali hanno giocato un ruolo minore. L'identità nazionale olandese, il ruolo delle minoranze etniche nei Paesi Bassi, l'immigrazione e il ruolo dell'Olanda nella UE sono stati i temi principali. (Ovviamente l'immigrazione ha anche un aspetto economico). Il governo che si formerà sarà molto scettico sui piani per aumentare l'integrazione della UE o sull'espansione a nuovi membri (nei due referendum in passato, sulla proposta di costituzione della UE e sull'accordo commerciale con l'Ucraina, la maggioranza dei votanti ha respinto l'opzione preferita dalla UE). Questo, tra l'altro, significa che l'Olanda sarà ostile ai piani sull'unione bancaria nella UEM o all'unione di trasferimento. Uno dei sei paesi fondatori della UE adesso si oppone ad una integrazione più profonda.

  7. Per vincere e sconfiggere Wilders, Rutte si è impossessato di alcuni dei suoi temi principali. La necessità che gli immigrati e i loro discendenti si assimilino, se vogliono essere benvenuti, abbandonino alcune delle loro consuetudini e accettino quelle olandesi, sono state fortemente rimarcate da Rutte. Anche la posizione che ha tenuto contro i ministri turchi che volevano tenere comizi elettorali all'aperto in Olanda è piaciuta alla gente e probabilmente gli ha fatto guadagnare voti.

  8. Anche se Wilders può essere contento che alcuni dei suoi temi siano entrati nel mainstream e siano adesso ripetuti dal Primo Ministro, dovrebbe essere insoddisfatto del risultato. È vero che il numero di seggi del suo partito è cresciuto di un terzo. Tuttavia, considerato che prima si pensava che il suo partito avrebbe potuto emergere come il più grande, rimane di gran lunga dietro il partito di Rutte (20 a 33). Perciò Wilders non ha la minima possibilità di entrare nel governo e diventare ministro.

  9. L'altro partito populista (che ha meno pubblicità fuori dall'Olanda) è il Partito Socialista. È un partito tradizionale di sinistra a favore di maggiore spesa pubblica, salari più alti, affitti più bassi, tasse più alte per i ricchi e per le aziende etc etc. Sembra che scenderà da 15 a 14 seggi.

  10. Il risultato del piazzamento relativamente mediocre dei due partiti anti-sistema è che la politica consueta, sottoposta ad uno spostamento culturale/nazionalista verso destra, ha vinto. Per Bruxelles questo può essere rassicurante, ma la mancanza di sostegno all'ulteriore espansione e integrazione della UE, e la generale accettazione di un atteggiamento più nazionalista non sembra così positivo [per la UE, ndt].

  11.  Al momento è molto incerto prevedere su quali politiche la nuova coalizione troverà un accordo (in Olanda i partiti che formano una coalizione devono concordare sulle politiche, specificate in un Accordo di Coalizione scritto e dettagliato, prima che il nuovo governo sia formato e prenda l'incarico - nel frattempo i vecchi ministri rimangono in carica, ma ci si aspetta che non prendano nessun provvedimento radicale). Rimane da vedere fino a che punto il rigetto popolare dell'austerità e la preoccupazione per l'identità nazionale influenzerà le future politiche.

05/05/14

In Olanda l'euroscetticismo sta diventando mainstream

EUobserver descrive la situazione politica olandese: ora non solo tra la popolazione, ma anche tra i partiti dilagano le posizioni eurocritiche ed euroscettiche. Sono interessanti anche i termini del dibattito: si discute di quanto e come limitare i poteri dell'UE, in pratica si discute di meno Europa.
Comunque si giudichi il quadro olandese, è un altro segnale di svolta.



di Peter Teffer – 28 aprile 2014

Nei Paesi Bassi gli elettori critici verso la velocità o l'intensità dell'integrazione europea hanno un'abbondanza di alternative al populismo di destra. Il paese ha partiti euroscettici sia progressisti che conservatori.

Prendete, ad esempio, il Partito Socialista, che è di sinistra. Già nel 1994, quando gli elettori gli fecero ottenere per la prima volta due seggi al parlamento nazionale, il programma del partito si opponeva ad "un declassamento del nostro paese a provincia priva di poteri dentro un superstato europeo antidemocratico".

11/02/14

Capital Economics: gli Olandesi Starebbero Meglio se Uscissero dall'Euro

Bruno Waterfield commenta sul Telegraph un recente studio pubblicato dall'istituto internazionale di ricerca macroeconomica Capital Economics (già vincitore del Premio Wolfson per l'Economia nel 2012 con uno studio sul miglior modo per smantellare la moneta unica). Secondo Capital Economics gli Olandesi avrebbero grandi vantaggi economici ad abbandonare sia l'euro che l'Unione Europea. Lo studio è stato commissionato dal politico "euroscettico" Geert Wilders, tuttora in testa ai sondaggi in Olanda.


di Bruno Waterfield - 6 febbraio 2014, Bruxelles

Secondo un importante studio, ci sarebbero grandi benefici economici per gli olandesi se lasciassero l'UE.

Secondo un recente studio, se l'Olanda abbandonasse euro e Unione Europea la famiglia media olandese starebbe meglio per l'equivalente di oltre 8000 sterline l'anno e il reddito nazionale olandese crescerebbe di oltre mille miliardi.

31/07/13

L'Economia Olandese fa acqua e va incontro alla stagnazione

Il Wall Street Journal pubblica un articolo a tinte fosche sulla deriva della "rigorosa" Olanda  rispetto all'Europa "core". Già in aprile avevamo riportato il grido d'allarme dello Spiegel sullo scoppio della bolla immobiliare e il peso dell'enorme debito privato. Ma intanto il governo procede con l'austerità,  aggravando ulteriormente la crisi. 




Traduzione di Henry Tougha

L’Olanda è nella sua terza recessione dal 2009

di Maarten Van Tartwijk e Làra Hilmarsdòttir

AMSTERDAM—L'Albert Cuyp Market, famoso per la sua offerta di abbigliamento a  basso costo e cibi esotici, è uno dei mercati più affollati dell'Olanda.

Ma sebbene continui ancora ad attirare un sacco di clienti, questi sono sempre più attenti a come spendono i loro soldi, dice Nicolas Steur, un pescivendolo 50-enne. I ricavi della sua bancarella, dove vende merluzzo fresco, aringhe crude e altri tipi di pesce, sono crollati del 20% rispetto a quattro anni fa.